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	<title>italia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fuori dal raccordo c&#8217;è l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 06:00:23 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E così, anche in questo nuovo romanzo, non ho parlato del Duomo. Sono anni che scrivo di Milano, la studio, la racconto, e mai una pagina, mai una riga dedicata alla cattedrale. È l&#8217;unico imperativo che mi sono posto: supera il luogo comune, Milano è molto di più. Questa posizione radicale, ideologica, è la reazione a un modo di rappresentare la mia città nella fiction nazionale. Quando viene rappresentata, ben inteso. Il cinema, si sa, in Italia è appannaggio di Roma. Già fuori dal raccordo sembra ci sia il deserto. Una Roma, per inciso, borghese, tutta Prati-Parioli, con puntate a San Lorenzo o Pigneto se si vuol fare gli alternativi o i popolari. Napoli, l&#8217;altra grande metropoli raccontata da Cinecittà (per pura vicinanza geografica, per ragioni logistiche più che artistiche) è sempre stracciona, plebea, violenta ma, non ostate tutto, “piena di umanità”. Mancano solo corni, pizza e mandolino. La cosiddetta “napoletanità” è una maledizione: sembra che un biochimico o un astrofisico non possano nascerci. Solo cantanti, camorristi, nobili e filosofi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il resto dell&#8217;Italia è ancora più banale: la Puglia è sempre agreste, disseminata di campi di grano e ulivi, masserie candide e mare luccicante. La Calabria è abitata da istinti atavici, preculturali, barbarici, la Sicilia ondeggia fra l&#8217;alterigia omertosa e il barocco lussurioso, la Sardegna è etnica ed esotica. Roba da mal di testa. Risalendo lo Stivale non cambia di molto. C&#8217;è un generico centro Italia fatto di artigiani e borghi medievali (mai un capannone, mai un&#8217;autostrada) con morti che non sanguinano e preti o carabinieri bonari che indagano. Milano poi semplicemente non esiste. L&#8217;unica fiction che ho visto ambientata a Milano ha gli esterni girati in Bulgaria. È bastato aggiungere in montaggio qualche ripresa dall&#8217;alto del Duomo e il gioco era fatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto ciò perché la televisione pubblica è talmente ossessionata dalla politica del palazzo, è talmente ombelicale, che trova naturale intitolare un programma d&#8217;approfondimento giornalistico “Fuori Roma”. Come se Bologna, Trieste o Palermo fossero irrilevanti borghi fuori porta, buoni per una scampagnata e qualche appunto sul taccuino, non realtà culturali millenarie. D&#8217;altronde ho visto fiction dove abitanti di San Salvario a Torino o iconici cantautori genovesi parlavano con cadenza romanesca senza che nessun produttore si rendesse conto dell&#8217;assurdità.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma se non ha la fiction, Milano ha la pubblicità. Peggio ancora. A guardare gli spot in tv sembra sia una città abitata solo da bambini biondi dalle vocali spalancate che mangiano snack e attraversano in skateboard attici luminosi, mamme toniche che fanno jogging ai piedi di boschi verticali prima di mettere la lavatrice in funzione e padri incravattati sempre di fretta su macchine che non trovano mai traffico. C&#8217;è il Duomo e tutto attorno una selva di grattacieli futuristici. Nessuna periferia, nessun panettiere, neppure una discarica. Se c&#8217;è un veneto sembra sempre ubriaco, un romagnolo sempre godereccio, un abruzzese sempliciotto e rurale. Un incubo.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Italia è un&#8217;altra cosa. Per un po&#8217; avevo sperato ci pensasse la letteratura a raccontarla per quello che era veramente, ma la potenza dell&#8217;immaginario televisivo ha fatto danni irreparabili anche nelle patrie lettere. Romanzi consolatori dove Venezia resta inevitabilmente romantica e decadente (che ne sappiamo della vitalità di Mestre? Degli abitanti di Marghera?), Firenze inchiodata senza scampo al suo ingombrante Rinascimento, Milano immersa nelle nostalgie della nebbia, dei navigli, delle case di ringhiera. Che ne è delle imprese tecnologiche all&#8217;avanguardia delle Marche o del turismo innovativo della Basilicata? Chi ci racconta lo spopolamento degli Appennini, il dinamismo della piccola impresa cinese, gli investimenti della finanza mediorientale, le frizioni etniche fra vecchi e nuove immigrazioni?</p>
<p align="JUSTIFY">C&#8217;è chi lo fa, ovviamente. E molto bene. Autori capaci di toglierci gli occhiali rassicuranti degli stereotipi mostrandoci cosa siamo diventati, cosa diventeremo. Vorrei solo avessero più spazio, più visibilità. Io, per ora, continuo a scrivere di ciò che conosco, Milano, come metafora di un&#8217;intera nazione. E poi, chissà, prima o poi entrerò per davvero nella cattedrale della mia città. Per raccontarne l&#8217;innegabile meraviglia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> &#8220;7&#8221; <em>del</em> Corriere della Sera, <em>l&#8217;8 novembre 2018</em>)</p>
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		<title>Più dolore, più violenza in questa città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Baobab]]></category>
		<category><![CDATA[carola susani]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Carola Susani Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subito a mia memoria 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero &#8211; quello della struttura di via Cupa &#8211; è diventato un&#8217;altra cosa, una organizzazione agile e leggera che dà aiuto, l&#8217;aiuto base, minimo, una tenda, sacco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Carola Susani </strong></p>
<p>Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subito a mia memoria 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero &#8211; quello della struttura di via Cupa &#8211; è diventato un&#8217;altra cosa, una organizzazione agile e leggera che dà aiuto, l&#8217;aiuto base, minimo, una tenda, sacco a pelo, coperte, abiti, cibo, relazione, a chi non ha dove andare, gente che arriva, perché la gente arriva ancora, gente ricacciata indietro dai paesi europei, gente che non ha più la tutela umanitaria e così via. Volontari, sostenuti nel tempo dalla solidarietà diffusa, dalle persone comuni, dalle pizzerie, ai supermercati, sono riusciti in questi anni a dare pasti ogni giorno, a proporre visite guidate, corsi, aiuto a stendere curriculum, ma sono riusciti anche a giocare a calcio, a correre maratone, ad ascoltare musica insieme. Moltissimi passati dal Baobab hanno trovato la loro strada, in Italia o all&#8217;estero, è un posto dove si sta per un tempo limitato, un posto di transito. Chi ci passa dirà magari: ma è spaventoso, gente senza un tetto, nelle tende, esposta alle piogge torrenziali, e poi al freddo. È vero, non è un posto dove desidereresti vivere. Ma le istituzioni che dovrebbero trovare posti migliori, tetti e possibilità, non lo fanno, non l&#8217;hanno fatto finora e sempre meno vogliono farlo. Il Baobab permette di trovare una socialità, non lascia le persone preda inerme dei pericoli della città, vittima dei delinquenti, senza speranza, con l&#8217;unica strada possibile per sfangare la giornata la delinquenza; permette persino di fare piani, visto che almeno non devi pensare ogni giorno a dove andrai a dormire. Avere la possibilità di fare piani, è la condizione per uscire dalla povertà, senza non puoi. Il Baobab è stato sgomberato. Come sempre le tende e gli oggetti del campo sono stati distrutti. Ma allora perché ne parlo al presente? Perché il Baobab è inevitabile, finché ci sarà gente che ha bisogno, ci sarà grazie a Dio gente che aiuta chi ha bisogno. Nessuno riuscirà a farci smettere; ormai abbiamo esperienza. Il Baobab aiuta a contenere il disagio, evita la violenza, rende più sicura la città. Se il Baobab non ci fosse, il dolore e la violenza sarebbero maggiori. Ce n&#8217;è già tanto, non si combatte rendendolo più atroce, ma risolvendo i problemi delle persone: il tetto, la socialità, il lavoro, la cultura, la possibilità di fare piani, la speranza. Chi sgombera il Baobab vuole evidentemente più dolore e più violenza in questa città.</p>
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		<title>Aprite i porti: manifestazioni nelle città d&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Jun 2018 08:47:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[aprite i porti]]></category>
		<category><![CDATA[aquarius]]></category>
		<category><![CDATA[diritto umanitario internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[emergenza]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
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					<description><![CDATA[Con la vicenda della nave Aquarius assistiamo alla negazione dei diritti umanitari internazionali,  che sta mostrando una faccia dell&#8217;Italia che mai avremmo voluto vedere. Diritto umanitario internazionale si traduce nel diritto elementare alla vita, ricordiamocelo bene. Il governo italiano lo sta negando a una nave che ospita 629 esseri umani, fra cui un bambino di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Con la vicenda della <strong>nave Aquarius</strong> assistiamo alla <strong>negazione dei diritti umanitari internazionali</strong>,  che sta mostrando una faccia dell&#8217;Italia che mai avremmo voluto vedere. <strong>Diritto umanitario internazionale si traduce nel diritto elementare alla vita</strong>, ricordiamocelo bene. Il governo italiano lo sta negando a una nave che ospita 629 esseri umani, fra cui un bambino di pochi giorni e oltre cento minori.<strong> L&#8217;Aquarius non può approdare in Spagna: il viaggio fino a Valencia sarebbe lungo e rischioso</strong>. <a href="https://www.ilpost.it/2018/06/11/aquarius-migranti-salvini/">Qui tutti i dettagli al riguardo</a>. Questo è un post breve, informativo e chiediamo condivisione e interazione nei commenti a chi può.</p>
<p><strong>L&#8217;appello di ANPI, Arci, Azione cattolica italiana, Legambiente, Libera e Rete della Conoscenza:</strong> <a href="http://www.anpi.it/articoli/2002/si-aprano-i-porti-allarrivo-di-vite-umane-che-fuggono-da-conflitti-e-disperazione"><strong>http://www.anpi.it/articoli/2002/si-aprano-i-porti-allarrivo-di-vite-umane-che-fuggono-da-conflitti-e-disperazione</strong></a></p>
<p>Vi segnaliamo di seguito le manifestazioni in giro per il paese: andiamoci e diffondiamo. Facciamo un gesto e che sia un gesto di vita, speranza, solidarietà e fermezza nell&#8217;opporsi alla barbarie.</p>
<p>IERI</p>
<p>A Palermo un presidio al porto: <a href="https://www.balarm.it/news/aprite-i-porti-a-palermo-in-centinaia-vanno-al-porto-in-sostegno-della-nave-aquarius-21085">https://www.balarm.it/news/aprite-i-porti-a-palermo-in-centinaia-vanno-al-porto-in-sostegno-della-nave-aquarius-21085</a></p>
<p>A Roma ritrovo metro Castro Pretorio:<a href="https://www.facebook.com/events/178314316168411/"> https://www.facebook.com/events/178314316168411/</a></p>
<p>Altre informazioni sulle manifestazioni di ieri: <a href="http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2018/06/11/porti-chiusi-aquarius-salvini-migranti/220960/">http://www.lettera43.it/it/articoli/attualita/2018/06/11/porti-chiusi-aquarius-salvini-migranti/220960/</a></p>
<p><strong>OGGI</strong></p>
<p><strong>A Salerno, Piazza Amendola dalle 10.30: <a href="https://www.facebook.com/events/2029643097299558/">https://www.facebook.com/events/2029643097299558/ </a></strong></p>
<p><strong>A Catania, Via Etnea alle 17.00: <a href="https://www.facebook.com/events/230238854246520/">https://www.facebook.com/events/230238854246520/</a></strong></p>
<p><strong>A Napoli, ritrovo metro Toledo alle 17.00: <a href="https://www.facebook.com/events/647398708935860/">https://www.facebook.com/events/647398708935860/</a></strong></p>
<p><strong>A Milano in Piazza Scala alle 18.00: <a href="https://www.pressenza.com/it/2018/06/apriamo-porti-presidio-piazza-scala-milano/">https://www.pressenza.com/it/2018/06/apriamo-porti-presidio-piazza-scala-milano/</a></strong></p>
<p><strong>A Lucca, in Piazza Napoleone alle 19.30: <a href="https://www.facebook.com/events/255439755225845/">https://www.facebook.com/events/255439755225845/</a></strong></p>
<p><strong>A Pistoia, in Piazza Gavinana (Globo) alle 18.00: <a href="https://www.facebook.com/events/205629793493516/">https://www.facebook.com/events/205629793493516/</a></strong></p>
<p><strong>A Firenze, Via Cavour alle 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/1266053763524979/">https://www.facebook.com/events/1266053763524979/</a></strong></p>
<p><strong>A Pisa, Piazza Mazzini alle 19.00: <a href="https://www.facebook.com/events/174497606533681/">https://www.facebook.com/events/174497606533681/</a></strong></p>
<p><strong>A Trento, Commissariato del Governo alle 18.00: <a href="https://www.facebook.com/events/239869463232709/">https://www.facebook.com/events/239869463232709/</a></strong></p>
<p><strong>A Genova, Piazza De&#8217; Ferrari alle 18.00: <a href="https://www.facebook.com/events/837839359742471/">https://www.facebook.com/events/837839359742471/</a></strong></p>
<p><strong>A Ferrara, Piazza Municipale alle 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/726900704367573/">https://www.facebook.com/events/726900704367573/</a></strong></p>
<p><strong>A Torino, Piazza Castello alle 18.00: <a href="https://www.facebook.com/events/1606544936138112/">https://www.facebook.com/events/1606544936138112/</a></strong></p>
<p><strong>Ad Ancona, Piazza della Repubblica alle 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/2061096144102342/">https://www.facebook.com/events/2061096144102342/</a></strong></p>
<p><strong>A Parma, Piazza Garibaldi alle 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/208516756432813/">https://www.facebook.com/events/208516756432813/</a></strong></p>
<p><strong>A Modena, Largo San&#8217;Agostino ore 19.00: <a href="https://www.primopianomodena.it/politica/aprite-porti-umanitaperta-iniziativa-di-protesta-contro-la-chiusura-dei-porti-voluta-dal-ministro-salvini/">https://www.primopianomodena.it/politica/aprite-porti-umanitaperta-iniziativa-di-protesta-contro-la-chiusura-dei-porti-voluta-dal-ministro-salvini/</a></strong></p>
<p><strong>A Brescia, Prefettura ore 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/440071623071901/">https://www.facebook.com/events/440071623071901/</a></strong></p>
<p><strong>A La Spezia, Porto ore 18.30: <a href="https://www.facebook.com/events/885722808281925/">https://www.facebook.com/events/885722808281925/</a></strong></p>
<p><strong>A Como, Piazza Boldoni ore 18.00: <a href="https://www.facebook.com/events/2225196811035205/">https://www.facebook.com/events/2225196811035205/</a></strong></p>
<p><strong>DOMANI</strong></p>
<p><strong>Livorno, Porto Mediceo (Andana degli Anelli) alle 18.00</strong></p>
<p><strong>Venezia, Porto di Venezia alle 17.00: <a href="https://www.facebook.com/events/186734902160229/">https://www.facebook.com/events/186734902160229/</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Onan, le Alpi e Pirandello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Dec 2017 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, Inglese, Sartori e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e più recentemente nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano.] Onan, le Alpi e Pirandello di Giuseppe Schillaci &#160; Si scrive per essere amati, diceva Roland Barhes. E [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center">[Questo testo fa parte di un dossier curato dal Cartello (Forlani, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/12/04/lera-dellautopromozione-permanente/">Inglese</a>, Sartori e il sottoscritto) uscito nella rivista francese “La Revue Littéraire” e più recentemente nel numero 68 di “Nuova Prosa” col titolo <em>Esercizi di sopravvivenza dello scrittore italiano</em>.]</p>
<p style="text-align: center"><strong>Onan, le Alpi e Pirandello</strong></p>
<p style="text-align: center"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-71855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/la-testata-di-zidane-materazzi.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/la-testata-di-zidane-materazzi.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/la-testata-di-zidane-materazzi-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/la-testata-di-zidane-materazzi-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/12/la-testata-di-zidane-materazzi-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center">di Giuseppe Schillaci</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si scrive per essere amati, diceva Roland Barhes.</p>
<p>E si sbagliava. Non si scrive per essere amati, ma per il piacere di farlo.</p>
<p>Scrivere è innanzitutto una pratica onanistica. Se poi questa masturbazione procura piacere al lettore, allora ecco la magia dell’amplesso. Ma di tale incontro, l’autore non può aver certezza, perché anche la lettura è una pratica solitaria.</p>
<p>Scrivere per essere amati è dunque una frustrazione; si deve scrivere per quell’atavico, consolatorio, mistico piacere che procura la creazione di un mondo, lo slancio lirico e il dipanarsi delle parole. Figuriamoci poi quanto inutile sia scrivere per fare soldi o addirittura per costruire una carriera da scrittore.</p>
<p>E dunque se scrivere non è un mestiere, allora tanto vale, per quello che mi riguarda, declinare la questione in un altro modo: scrivere mi procura ancora piacere ?</p>
<p>Da un po’ di tempo mi faccio questa domanda. In realtà, se devo essere sincero, mi sembra d’aver perso questo piacere, e di averlo perso per un motivo preciso: il mio trasferimento oltralpe e il passaggio dalla lingua italiana a quella francese.</p>
<p>Di questo trauma ero ovviamente consapevole anche qualche anno fa, quando decisi di trasferirmi in Francia per il mio lavoro di regista, ma non credevo mi provocasse una tale crisi creativa. Abbandonare la « madrepatria », per me, ha significato innanzitutto abbandonare la « madrelingua », e con la lingua sono cambiati anche i riferimenti culturali e lo sguardo sulle cose, ovvero tutto quello che entra in contatto con la materia profonda della scrittura, di cui inevitabilmente si nutre il piacere di raccontare, e prima ancora il desiderio di farlo.</p>
<p>In Francia, negli ultimi anni, ho pubblicato un romanzo in italiano ambientato principalmente a Palermo e realizzato un documentario sul mito della mafia e il suo rapporto con la Sicilia, come se non ci fosse modo d’emanciparsi dalla mia identità, come se fossi condannato a scrivere sempre di Sicilia, in italiano. Questa condizione mi si presenta oggi come insostenibile, o comunque sterile, prevedibile come il coito di una coppia stanca.</p>
<p>E non perché il desiderio di scrivere debba nascere necessariamente dalla voglia di raccontare ciò che si vive nel presente, nel luogo in cui si svolge la propria vita quotidiana. Anzi, è vero piuttosto il contrario: perché, come sosteneva Roberto Bolaño, « la scrittura è esilio ». E Bolaño aveva ragione.</p>
<p>La scrittura si nutre dell’assenza, del silenzio, nel buio.</p>
<p>Il desiderio di letteratura nasce appunto dal distacco, da un isolamento (volontario o meno), da una mancanza che cerca nella lingua l’oggetto amato, una tensione erotica per il suono delle parole, la carezza degli accenti, il respiro delle frasi.</p>
<p>Ma per me, a differenza di Bolaño che visse il suo esilio in Paesi in cui si parlava la sua stessa madrelingua, la situazione è diversa, perchè io ho dovuto cambiare lingua, e questo implica un risentimento nei confronti della vecchia e un’inadeguatezza rispetto alla nuova. Per di più, quella tra l’italiano e il francese è una frontiera ambigua, piena di « falsi amici », di modi di dire analoghi ma diversi, di costruzioni sintattiche simili ma dalle connotazioni differenti, insomma : un confine montagnoso pieno di trappole e vicoli ciechi.</p>
<p>Forse dovrei semplicemente arrendermi alla schizzofrenia, rassegnarmi a scrivere in italiano, pur vivendo in Francia, e continuare a scrivere della Sicilia, corroborando la tesi del siciliano Luigi Pirandello, secondo cui si scrive sempre e comunque sui primi dieci anni di vita. O potrei accettare il cambiamento con liberatorio piacere, mimetizzandomi nella lingua francese, facendola in qualche modo mia, da emigrato, da straniero, come ha fatto la scrittrice ungherese Agotha Kristof o l’argentino Copi.</p>
<p>Continuando il ragionamento di Pirandello, dovrei accettare che il mutamento d’identità generi una ferita che porta con sé il germe della perdita di senso, della follia. Eccomi dunque davanti a un bivio: da un lato, rimanere ancorati alla propria identità e alla madrelingua, all’unità originaria, vivendo in una sorta di nostalgia ; e dall’altro, concedersi totalmente alla nuova lingua, tagliando le radici con il passato e rischiando una liberazione impossibile, la sensazione di non riconoscersi più.</p>
<p>Sinceramente, nessuna delle due opzioni mi soddisfa. Forse, allora, la soluzione sta nel porsi la questione in modo diverso. Forse la felicità sta in un cambiamento di paradigma, nel rifiuto dell’unità, nell’abbandono del monoteismo che esige la fedeltà al totem o la sostituzione del feticcio con un nuovo feticcio. La felicità potrebbe essere altrove: non nella rimozione o nella sostituzione, ma semmai nella giustapposizione, nella molteplicità, nell’accumulazione delle identità. Citando ancora Pirandello : né uno, né nessuno, ma centomila.</p>
<p>Ecco che si apre una via di fuga. Sia per lo scrittore, che smetterebbe di idolatrare narcisisticamente il proprio unico « io », che per l’uomo tout court, che non sarebbe più ossessionato da ideologie monoteistiche che covano il germe del totalitarismo e del fanatismo, siano esse di natura religiosa o economico-politica (Allah, Jehova, il mercato unico, il pensiero unico). Ma è possibile ritornare al politeismo o praticare il culto della diversità ? O, tornando alla letteratura, può uno scrittore esprimersi in diverse lingue con la stessa maestria rispetto alla propria madrelingua?</p>
<p>Restando in ambito religioso, eluderei la domanda con una digressione biblica. Nel Nuovo Testamento, il talento che consentiva agli apostoli di esprimersi perfettamente in molteplici lingue veniva definito « polilaia ». Questa dote, ricevuta per grazia dello Spirito Santo, era cosa assai diversa, e semmai opposta, rispetto a un altro virtuosismo linguistico citato nelle Sacre Scritture, la « glossolalia » : capacità di parlare differenti lingue senza sapere, in realtà, cosa si dicesse. La glossolalia, infatti, non era dono dello Spirito Santo, ma semmai del Diavolo, perché erano gli indemoniati a esser preda di questi incantesimi maligni. Ecco dunque che bene e male, santità e possessione diabolica, si presentano come due facce della stessa medaglia, in un sistema monoteistico e duale dove non è data salvezza senza condanna, ma dove tutto è doppio a sé stesso, luce e ombra, verità e impostura.</p>
<p>A pensarci bene, mi sembra piuttosto che l’inganno consista proprio nel credere in questo sistema unico e binario, nel bene e dunque nel suo opposto, in un’identità definitiva, originaria e ultima che divide il mondo in due categorie primitive : « noi » e « gli altri » ; mentre la salvezza va cercata altrove, al di là del bene e del male.</p>
<p>Come sosteneva Pirandello,  la vita è movimento, e per vivere senza impazzire bisogna accettare il passaggio della linea, l’incedere feroce degli anni e delle stagioni, un’accettazione non passiva né remissiva, ma semmai feconda, gravida di desiderio.</p>
<p>Mi convince sempre di più la profonda attualità del pensiero di Pirandello: la felicità ci è concessa solo in via provvisoria, nel presente che sfugge, nella molteplicità. E allora, per assurdo, tutto acquista senso, al di là della nostalgia nei confronti dell’unità perduta o del risentimento.</p>
<p>Devo dunque trovare il coraggio di abbandonare il feticcio dell’uno : passare le Alpi, e non per scomparire e diventare « nessuno », ma per essere centomila. Senza paura del silenzio, della follia, né dunque della morte. Tale dovrebbe essere l’ambizione di ogni scrittore, o almeno l’intenzione : una sfida all’assurdo, al nulla ; l’affermazione di una presenza nel divenire caotico del mondo. Qualcosa di simile a quello che cerco adesso, qui, ritrovando il piacere con questo breve testo, in una pacificante masturbazione.</p>
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		<title>Abitare l&#8217;Italia fragile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Sep 2017 05:00:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Pochi anni fa, durante una giornata di studi in Triennale, rimasi colpito dal fatto che ben due relatori citarono John Kenneth Galbraith che parlando dell’Italia del dopoguerra dava una spiegazione a modo suo “inoppugnabile” dell’intimo carattere di questo paese. «L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso – scriveva l&#8217;economista americano &#8211; è diventata [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft wp-image-69349" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626.jpg" alt="" width="516" height="520" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626.jpg 539w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626-298x300.jpg 298w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/rischio-sismico-italia-640x626-144x144.jpg 144w" sizes="(max-width: 516px) 100vw, 516px" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Pochi anni fa, durante una giornata di studi in Triennale, rimasi colpito dal fatto che ben due relatori citarono John Kenneth Galbraith che parlando dell’Italia del dopoguerra dava una spiegazione a modo suo “inoppugnabile” dell’intimo carattere di questo paese. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">«L’Italia, partita da un dopoguerra disastroso – scriveva l&#8217;economista americano &#8211; è diventata una delle principali potenze economiche. Per spiegare questo miracolo, nessuno può citare la superiorità della scienza e dell’ingegneria italiana, né la qualità del management industriale, né tantomeno l’efficacia della gestione amministrativa e politica, né infine la disciplina e la collaboratività dei sindacati e delle organizzazioni industriali. La ragione vera è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e che città come Milano, Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Palermo, pur avendo infrastrutture molto carenti possono vantare nel loro standard di vita una maggiore quantità di bellezza».</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">L’auditorio, composto da intellettuali, economisti, tecnici, applaudì in tutti e due i casi con entusiasmo e convinzione. Questo siamo noi, dicevano quegli applausi, questa è l’Italia. Il mio mestiere è raccontare storie, conosco gli inganni della retorica. L’accettazione supina del ritratto fatto da Galbraith mi aveva in qualche modo insospettito. Perché quella narrazione, per quanto emotivamente intrigante, era una narrazione tossica, basata su un paternalistico e buonista pregiudizio etnico. «Per diventare “narrazione tossica” &#8211; scrivono i Wu Ming &#8211; una storia deve essere raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità.»</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Gli stereotipi sono materiali del narratore, che sa come usarli. Chi li ripropone acriticamente fa solo pessima letteratura. Lo stereotipo immobilizza una figura, la eterna, la mitizza. Non accetta la complessità, la mutevolezza. Rifugiarsi negli stereotipi è quel che Giulio Bollati chiamava «l’abdicazione a pensare». Ascoltando la citazione di Galbraith, quel giorno in Triennale, mi chiedevo: com’era, davvero, l’Italia del dopoguerra?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Era una nazione che aveva espresso una scuola di fisica teorica di altissimo livello, al punto che oggi il 50% degli scienziati del CERN è italiano. Che in economia aveva, a detta del Financial Times, la moneta più stabile del mondo. Che per costruire la linea metropolitana milanese attuò tali e tante innovazioni che il sistema di costruzione, denominato </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Milan Method</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, fu successivamente utilizzato in Canada e in Brasile. Che esprimeva chimici come</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> Giulio Natta insigniti del Nobel per la scoperta del propilene e con un Ente Nazionale Idrocarburiche che si giocava la partita energetica con le “sette sorelle” del petrolio mondiale, o con il reparto ricerche dell&#8217;Olivetti che nel 1964 aveva prodotto i</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">l primo personal computer al mondo. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Questa storia dell’Italia non viene mai raccontata. Perché? Sicuramente per l&#8217;influenza crociana, che mette in secondo piano la cultura tecnico-scientifica rispetto a quella umanistica. Ma questa risposta non basta. La verità è che il racconto di una Italia dedita al “bello” e all&#8217;arte è innanzitutto consolatoria per noi. Ci crogioliamo del nostro patrimonio storico, artistico, paesaggistico, in quel patrimonio, retoricamente, ci riconosciamo. Ce la suoniamo e ce la cantiamo, per farla breve. Ci crediamo esperti di musica in quanto cittadini del paese del </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>belcanto</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">, ma in realtà, spocchiosamente ignoranti, confondiamo il melodramma verdiano con le prestazioni </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>trash</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> de Il Volo. Ci fregiamo del nostro passato, come un onoficienza da appuntarci al petto. Ma questo patrimonio, è ora di capirlo, non è un onore. È un onere. E oggi, sempre più, il territorio sfinito dove viviamo, fra dissesti idrogeologici e terremoti, sembra definitivamente chiederci il conto. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Occorre una contro narrazione. Occorre raccontare l&#8217;Italia nella sua complessità, fuori dagli slogan d&#8217;occasione. Cosa significa, dopo le immani tragedie dei terremoti del 2016, insistere con lo slogan “dov&#8217;era e com&#8217;era”? Ma per farne che? Davvero crediamo che il nostro patrimonio artistico sia un “giacimento culturale” da sfruttare, il “petrolio” che ci renderà ricchi solo perché ne abbiamo a disposizione più delle altre nazioni? Cosa significa: “con la cultura si mangia”? Quale cultura? Quella che immagina le piazze storiche come scenografie dove accogliere i turisti, vestiti da centurioni? Il turismo da solo non serve, come d&#8217;incanto, per far funzionare il Paese, ma è semmai un Paese che funziona che stimola le attività produttive del turismo.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un&#8217;Italia che funziona è innanzitutto un paese che decide di puntare su innovazione, tecnologia, ricerca, cultura. Che non separa le conoscenze ma le meticcia. Come ha sempre fatto, in realtà. Brunelleschi era un matematico oltre che un architetto, Alberti un politico oltre che un teorico, Leonardo uno scienziato, prima che artista. E non è solo storia del Rinascimento. Il paesaggio amato da Goethe è il risultato di innovazioni agricole, di economie di costa, di tecnologie fluviali. Così fino a tutto il novecento. L&#8217;artista Alberto Burri era medico di formazione, lo scrittore Carlo Emilio Gadda ingegnere, l&#8217;economista Carlo Azeglio Ciampi un filologo classico.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Per suturare le ferite del territorio il governo italiano deve partire dalla ricerca. Ricostruire per ricostruire, nell&#8217;emozione dell&#8217;emergenza, senza una visione, una pianificazione che copra l&#8217;arco di almeno due generazioni, non serve a niente. Che me ne faccio di un borgo riedificato </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>dov&#8217;era e com&#8217;era</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> se non so garantire l&#8217;economia che lo tiene in vita? Immaginiamo davvero che basti ridurre tutto l&#8217;Appennino a un immenso bed and breakfast diffuso? Il paesaggio è un sistema complesso, non una cartolina immobile nel tempo. Il territorio è dove insistono, spesso frizionano, tradizione e novità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Una nazione fragile, con questa eredità gravosa, deve fare di quest&#8217;onere un&#8217;opportunità. Non mancano gli scienziati, i progettisti, le intelligenze. Dobbiamo permettere loro di interagire, di immaginare nuovi scenari d&#8217;innovazione senza lacci politico-burocratici. Sviluppare nuove tecnologie antisismiche, consci di intervenire in un panorama unico al mondo, quindi non importando protocolli a noi culturalmente estranei ma inventandone di nuovi, che contemplino la conservazione dei materiali della tradizione e la completa sicurezza dei manufatti. Geologi e sociologi, chimici e archeologi, economisti e scienziati della terra, sismologi e architetti, vulcanologi e filmaker, storici e informatici. Tutti, a modo loro, narratori di una nuova idea di nazione.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il lavoro è enorme:</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> riqualificare le coste, dalla Liguria alla Calabria, demolendo chilometri di inutile edilizia di scarsa qualità, ridefinire e consolidare gli argini e i letti dei nostri fiumi, riforestare i crinali contenendo i dissesti idrogeologici, liberare la Brianza dallo </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>sprawl</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"> indifferenziato, bonificare la Terra di Lavoro dalle discariche abusive tossiche. Lavoro enorme e, per i tempi asfittici della politica, poco redditizio in termine di voti. Ma è l&#8217;unica opportunità che abbiamo, in un mercato globale sempre più interconnesso, di fare innovazione competitiva. Purtroppo non solo in Italia ci sono problemi di dissesti o di terremoti. Avere università e laboratori di ricerca all&#8217;avanguardia su questi temi cogenti significa diventare depositari di conoscenze che poi possono essere esportate ovunque. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Un paese innovativo è un paese che fa della conoscenza il suo capitale. Fa economia. Stimola l&#8217;industria agroalimentare conservando la sua peculiare biodiversità qualificando così il paesaggio storico e riuscendo a creare i presupposti economici per presidiare i borghi da ricostruire; rende le sue metropoli autosufficienti, sia dal punto di vista energetico che da quello alimentare (orti urbani, tetti coltivati, etc.); allaccia rapporti fra artigianato manifatturiero, l&#8217;industria 4.0 e l&#8217;internet delle cose; punta sulla mobilità pubblica, condivisa e dolce; ricrea condizioni di socialità diffusa. Chiama cioè all&#8217;appello le migliori menti a disposizione e le lascia sperimentare. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Salvare l&#8217;Italia fragile è salvare l&#8217;Italia </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>tout court</i></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">. Altro che Mose, Tav, Ponte sullo Stretto. Altro che tronfie cattedrali nel deserto. La più grande, unica, e davvero necessaria infrastruttura su cui lavorare per i prossimi decenni sarà capillare e diffusa su ogni centimetro quadrato della Nazione. O non sarà.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato su</em> Abitare<em> numero 571, gennaio/febbraio 2017</em>)</p>
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		<title>Scuola: elogio del ritardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2015 13:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo saggio è incluso in Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO (Alfabeta edizioni &#8211; DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.] &#160; Di Andrea Inglese Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-58822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg" alt="quaderno di scuola anni 50" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-900x661.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg 994w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Questo saggio è incluso in <em><a href="http://www.alfabeta2.it/2015/11/17/e-arrivato-lalmanacco-alfabeta2/">Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO</a> </em>(Alfabeta edizioni &#8211; DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita economica, ospitando eventi musicali, letterari, gli sarebbe piaciuto davvero, ma ne diffidava, perché era forse impossibile per via della domanda inesistente, anche se lui, ad esempio, pur avendo fatto economia e commercio, amava il jazz. <span id="more-58651"></span><em>Era colpa della scuola</em>, che si capiva quel disinteresse culturale, per il problema degli insegnanti e della loro arretratezza, che non stanno più dietro a nulla; con internet gli studenti ne sanno ormai più di loro e si annoiano, ma disse anche che il problema erano in effetti questi giovani, non rispettavano più niente, perché una volta l’insegnante parlava, aveva una sua autorità, mentre oggi viene zittito, e trionfa il consumismo e l’assenza di curiosità. Così ho potuto appurare che idea avesse della scuola un trentenne italiano qualificato, con tanto di spirito imprenditoriale e aspirazioni culturali, un’idea confusa, anzi perfettamente contraddittoria: la scuola va male perché non tiene il passo con la modernizzazione e perché ha perso i valori tradizionali. Ma quella confusione era anche la mia, era una confusione diffusa. Anche se a me, come insegnate, almeno un punto è chiaro: l’arretratezza culturale della scuola, durante tutto il ventennio berlusconiano, è ciò che l’ha resa abbastanza impermeabile a tutte le propagande revisioniste, razziste, superomiste, e tra i banchi di scuola, ancora oggi, è più facile farsi un’idea chiara della sconvenienza sociale di essere razzisti, truffatori, manipolatori, prepotenti, assassini, che in qualsiasi altro ambito della società.</p>
<p>Una volta, per quelli di sinistra, se uno diceva “Modernizziamo la scuola”, si tirava un sospiro di sollievo, perché chi modernizzava era contro l’oscurantismo e lo stato di minorità delle masse, e quindi “modernizzazione” e “progresso” erano parole amiche. E, salvo modernizzazioni folgoranti come quelle realizzate durante le fasi rivoluzionarie, dal dopoguerra in poi le nostre società democratico-liberali si erano assestate su di un ritmo riformistico più o meno sostenuto, e volente o nolente di miglioramenti sociali se ne sono visti, come figli di contadini che diventavano medici professionisti, o figli di operai che insegnavano all’università. E, a sinistra, la gloria dei movimenti di contestazione, come quello del Sessantotto, stava nella capacità di accelerare il processo riformistico, così che si faceva un bel balzo in avanti nell’ambito del lavoro, della scuola o della famiglia. Oggi per via della complessità, che impone un pensiero sottile e sfumato, si è costretti a pensare con una certa complicatezza, ma anche confusamente, perché più il pensiero è sottile più è facile a confondersi. Per cui sulle parole non si può più stare tranquilli, e anche se uno dice “Modernizziamo”, magari è una sciagura, come quando uno dice “Riforme strutturali”, che lì sono addirittura visioni da film dell’orrore.</p>
<p>Questa faccenda del vocabolario, che è come se fosse anche lui, come certe aree geografiche, tutto un po’ inquinato, con dei veleni invisibili, che a occhio nudo, al momento, non si vedono, e poi ti guastano a poco a poco tutto l’organismo, non è facile da risolvere, ad esempio, se uno vuole preoccuparsi della scuola. La scuola infatti è un’istituzione umana, cioè un’invenzione di qualcosa che in natura non esiste, e non è una cosa che si può studiare scientificamente come il funzionamento del formicaio, facendo delle osservazioni regolari o mettendosi dietro un microscopio, bisogna far leva sui nostri vocabolari: perché qualcosa si possa <em>fare </em>a proposito della scuola, bisogna cominciare a <em>parlarne</em>, ossia a trovare le parole adatte, sufficientemente non inquinate e non brumose.</p>
<p>Perché prima di “modernizzarla” o di “salvaguardarla”, sarebbe anche bello capire cosa sia, a cosa serva la scuola. Nel mondo odierno della complicatezza non è che risulti così chiaro.</p>
<p>Partiamo dall’alto, dall’istruzione secondaria superiore – l’aulica università –, e prendiamo quelli che dovrebbero intendersene, e che guidano i processi, i ministri europei dell’Istruzione, con i loro programmi di lunga durata, le periodiche conferenze, loro un’idea chiara dovranno averla e pure i divulgatori, coloro che traducono tutto l’indaffaramento politico in resoconti intelligibili. Infatti, a leggerlo, l’apposito sito Eurydice (“la rete d’informazione sull’istruzione in Europa”) qualcosa persino si capisce. Anche se non sembra, i ministri dell’istruzione delle strategie le hanno, e sebbene suoni strano a chi ci metta piede, o addirittura ci lavori, l’università è <em>il</em> settore chiave “affinché l’Europa possa diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica a livello mondiale”. Quindi, è in questa lotta che si tuffano gli iscritti all’università, quale sia la loro motivazione o il loro ambito di studi, devono far sì che la conoscenza sia carburante per l’economia, e carburante buono, da far filare la macchina europea meglio di quella sudcoreana o statunitense. Potrebbe anche sembrare brutto questo intruppamento della gioventù, che subordina l’approccio generale alla conoscenza – quello che caratterizza tutte le istituzioni educative fino all’università – alla sola logica della crescita economica, dal momento che una competizione è in atto tra Europa e resto del mondo, e ogni talento fresco deve parteciparvi. Certo, contro i catastrofisti, va detto che è meno incruento intruppare nelle aule che dentro trincee o carri armati, come è avvenuto invece il secolo scorso in due davvero catastrofiche occasioni. Lascia comunque perplessi scoprire che il concetto di “capitale umano” circoli in questi testi ufficiali, e che costituisca uno dei mattoni semantici principali della finalità dell’istruzione europea: c’è del capitale umano, e il compito dei formatori pubblici è quello di valorizzarlo. Anche perché, come già evidenziato, nella guerra economica globale, il settore determinante ha bisogno sì di braccia e macchine, ma soprattutto di cervelli, possibilmente raziocinanti e freddi, come li prevede la teoria economica di stampo liberista che ha perfezionato il concetto di cui sopra. Sì, perché tirando le fila delle parole “ufficiali”, le strategie europee appaiono debitrici di un vocabolario che risale a Gary Becker  allievo di Milton Friedman e rappresentante della celebre scuola economica di Chicago. È chiaro, allora, come va intesa l’universalmente auspicata “modernizzazione” della scuola: siamo nel medesimo terreno ideologico (terrorizzante) delle “riforme strutturali”. Mobilità, aggiornamento tecnologico, flessibilità, formazione permanente, eccellenza, ricerca del massimo profitto economico, e le maggiori risorse ai pochi migliori. Ognuno si vada a leggere le priorità connesse al “processo di Bologna”, che è una sorta di piano ormai ventennale per uniformare e riformare i sistemi universitari europei. (Troverà anche riferimenti scarsi e generici alla “dimensione sociale dell’istruzione”, ma si tratta probabilmente di un eco delle Costituzioni nazionali, che non erano ancora ossessionate dalle crescita economica e dal libero mercato.) In uno dei resoconti più recenti sulle attività dei conferenzieri europei , si legge: “Partendo dai risultati degli ultimi 15 anni, le nuove priorità si concentreranno adesso sull’aumento della mobilità internazionale, sull’uso delle tecnologie digitali nell’apprendimento e sul miglioramento delle competenze richieste dai datori di lavoro”.</p>
<p>Proviamo ora, passando dalle parole ai fatti, a considerare queste priorità in riferimento a una situazione concreta. E il discorso non vale solo per l’istruzione secondaria superiore, ma anche per tutto il percorso formativo precedente. L’adeguamento tra finalità della scuola pubblica ed esigenze del mercato del lavoro, così come tra metodi d’insegnamento e tecnologie digitali assomiglia da tempo alla competizione tra Achille e la tartaruga, e questo perché una volta che il sistema d’istruzione è subordinato al mercato del lavoro e all’innovazione tecnologica, esso sarà sempre “secondo”, in ritardo, costretto ad agire di rimbalzo. Sarebbe, allora, opportuno considerare questo <em>ritardo cronico </em>della scuola come il suo fattore più prezioso e specifico. Ma un tale rovesciamento di prospettiva ha senso, se si considerasse l’istruzione come un settore <em>autonomo</em> dell’attività umana, non più definito in funzione di un altro settore specifico come l’economia – intesa poi attraverso il filtro ideologico del liberismo. Si potrebbero così abbandonare tutti gli enormi e fallaci sforzi per trasformare scuole e università in aziende che erogano servizi formativi a singoli individui, in vista di <em>garantire</em> loro un salario elevato in futuro. Allo stesso modo, si potrebbe rinunciare a formare il consumatore all’uso dei prodotti in perpetuo rinnovamento dell’industria digitale. Si frequenterebbe la scuola, semmai, per ritardare l’assunzione di tali orizzonti ideologici e delle mansioni che ad essi conseguono, senza per questo dover introdurre un qualche catechismo libertario e anticapitalista. Sarebbe sufficiente riconoscere il ritardo che già oggi è presente all’interno delle istituzioni scolastiche e valorizzarlo per il suo aspetto sia inerziale sia creativo. Ci vorrebbe, appunto, un rovesciamento di prospettiva, come quello realizzato da Michel de Certeau  nella sua analisi delle pratiche di consumo popolari. Se la scuola non tiene il passo con l’economia della conoscenza, è perché la conoscenza stessa, nel laboratorio collettivo, conflittuale, costituito di affetti e creazioni immaginarie, che è la scuola delle persone reali, ha uno statuto incerto e imprevedibile, e non si lascia somministrare lisciamente come le classi dirigenti auspicherebbero.</p>
<p>L’autonomia della scuola sarebbe, allora, uno spazio allestito per <em>interrogare il sapere, </em>attraverso il primo compito dell’insegnante adulto che è quello di presentare un’eredità culturale allo studente giovane, per comprendere con lui, attraverso le sue reazioni e iniziative, come questa eredità possa essere usata, diffusa, criticata, elaborata, ecc. E tutti quei fattori considerati di “disturbo”, che interferiscono sulla trasmissione dei contenuti o l’acquisizione delle competenze, dovrebbero essere considerate come <em>situazioni tipicamente educative</em>, ossia legittime, inevitabili, e preziose in quanto mettono a confronto le pratiche attestate dell’insegnante e quelle informali dello studente e permettono che nello spazio protetto della scuola entrambe abbiano corso, possano emergere, evitando di sfociare nella reciproca distruzione.</p>
<p>Uno spazio di autonomia e d’interrogazione sul sapere ereditato non può che essere uno spazio collettivo e polifonico, dove è questione di un <em>noi</em>, problematico finché si vuole, ma posto come realtà che precede gerarchicamente ogni <em>io</em>, ed anche di una pluralità di voci, discorsi, lingue, che nessun esperanto “didattico-pedagogico” può illudersi di riassorbire.</p>
<p>Ritornando, allora, al gestore della vineria di Matera, mi vien da dire che gli insegnanti non aggiornati e gli allievi non rispettosi sono in effetti una contraddizione interna alla scuola, sono degli autentici problemi, a patto di considerare che la scuola è, in via ordinaria, una <em>fabbrica di problemi </em>e che proprio questa è la sua funzione, al contrario di quanto vogliamo credere, anche a sinistra, immaginando la scuola come una <em>macchina risolutrice di problemi</em>, di quelli specialmente che nascono fuori di essa. Prendiamo il problema della mancata parità uomo-donna. La scuola di certo non lo inventa, ma permette innanzitutto di <em>inscenarlo </em>e di sperimentare nei casi migliori una possibile <em>soluzione</em>, ossia il trattamento equo di studenti e studentesse. Non sarà però la scuola a risolverlo, con i suoi soli mezzi educativi e in tempi brevi.</p>
<p>A conclusione di questo tentativo di immaginare parole diverse, e quindi un senso e un futuro diverso per la scuola, un’ultima constatazione. Se la scuola produce, nella sua vita istituzionale ordinaria, una gran quantità di problemi <em>legittimi</em>, ve ne sono almeno due del tutto <em>illegittimi </em>che continuano invece a minarla. Non sono anomalie misteriose, ma pubblicamente additate e conosciute da cittadini e governanti. In primo luogo, l’esistenza ormai accettata universalmente di due tipologie d’insegnanti, quelli di ruolo e quelli precari, con diversità importanti di garanzie, privilegi e retribuzioni. (A ciò si aggiunga l’indecente storia delle modalità di reclutamento dell’ultimo quindicennio.) In secondo luogo, l’Italia è tra i paesi europei con le medie peggiori relative sia all’abbandono scolastico sia alla scolarizzazione superiore. D’altra parte, nessuna di queste aberrazioni italiane potrà essere corretta da una politica scolastica di fattura europea e modernizzante, fintantoché quest’ultima abbia come presupposto culturale l’idea che, di fronte ai docenti, soggiornino chili di capitale umano da valorizzare.</p>
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		<title>Un futuro</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/14/un-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dublino]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[schengen]]></category>
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					<description><![CDATA[Schengen contro Dublino. La Francia ha chiuso la porta di casa. Migranti disperati sugli scogli, Ventimiglia. Inviati speciali, elicotteri, forse anche droni. Serve un piano europeo, dice Renzi. Ma intanto l&#8217;Italia &#8220;ha perso le tracce&#8221; di 50.000 persone. Sono sbarcate in Italia e non si sa dove sono, dove sono andate. Un certo numero di esse le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Schengen" target="_blank">Schengen</a> contro <a href="http://www.meltingpot.org/Asilo-Ecco-il-nuovo-Regolamento-Dublino-III.html" target="_blank">Dublino</a>.</p>
<p>La Francia ha chiuso la porta di casa.</p>
<p>Migranti disperati sugli scogli, Ventimiglia.</p>
<p>Inviati speciali, elicotteri, forse anche droni.</p>
<p>Serve un piano europeo, dice Renzi.</p>
<p>Ma intanto l&#8217;Italia &#8220;ha perso le tracce&#8221; di 50.000 persone.</p>
<p>Sono sbarcate in Italia e non si sa dove sono, dove sono andate.</p>
<p>Un certo numero di esse le ritroviamo a Ventimiglia, appunto.</p>
<p>Si sono materializzate lì, prima non c&#8217;erano.</p>
<p>In questa contemporaneità fatta di &#8220;percorsi&#8221; non rintracciamo &#8220;strategie&#8221;.</p>
<p>Non realizziamo che il tragitto dal sud del nostro paese fino alla frontiera francese non è &#8220;un percorso&#8221; fatto una volta sola &#8211; come in un <em>talent show</em> &#8211; da un numero ristretto di migranti.</p>
<p>Non realizziamo che quello è un flusso, che quella strada i migranti la prendono da mesi, anni.</p>
<p>Ci accorgiamo del fatto solo perché il flusso è stato interrotto.</p>
<p>Non ci domandiamo cosa è successo e cosa non è successo nel tragitto.</p>
<p>Ecco cosa è successo: queste persone, sbarcate nel sud Italia, non sono state accolte in Italia.</p>
<p>Hanno pagato una montagna di euro per avere una scheda telefonica, e un&#8217;altra montagna per raggiungere la frontiera settentrionale in incognito.</p>
<p>Le autorità italiane hanno lasciato fare. Non hanno applicato il regolamento di Dublino, che prevede l&#8217;identificazione e l&#8217;eventuale ricezione della domanda di asilo politico.</p>
<p>Le autorità italiane hanno chiuso gli occhi, e alimentato un traffico: andiamo ad affondare le barche in Libia &#8211; facendo accordi con alcuni fra i peggiori manigoldi del Mar Mediterraneo &#8211; ma non blocchiamo gli scafisti di terra &#8220;a casa nostra&#8221;.</p>
<p>E questo, secondo la vulgata, sarebbe &#8220;gestire&#8221; i &#8220;nostri interessi&#8221;.</p>
<p>Le autorità italiane non hanno fatto tutto questo perché armate di buone intenzioni, perché portano avanti i diritti di quei migranti ad andare dove vogliono, perché hanno a cuore gli &#8220;interessi nazionali&#8221;.</p>
<p>Lo hanno fatto per scaricare il peso altrove, senza assumersi alcuna responsabilità, e magari portando a casa qualche accordo sotto banco.</p>
<p>Mentre il mondo della politica (da Renzi a Salvini a Berlusconi), parassitando, utilizzava la cronaca delle tragedie per tematizzare un scontro elettorale altrimenti privo di una qualsivoglia tensione.</p>
<p>Perdendo credibilità di fronte a coloro contro cui, in Europa, ora abbaia.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Il regolamento di Dublino è un&#8217;infamia, va abolito.</p>
<p>I migranti hanno il diritto di usufruire di Schengen, è necessario dirlo.</p>
<p>Ma l&#8217;Italia non dice questo, l&#8217;Italia sta facendo un gioco sporco, perché nel regolamento di Dublino ci sguazza fino a quando trova la cosa utile.</p>
<p>Poi quel regolamento lo trasgredisce deliberatamente.</p>
<p>La Francia sta reagendo con strumenti altrettanto irrituali &#8211; d&#8217;accordo &#8211; ma codificabili e leggibili: &#8220;Se tu non applichi Dublino io non applico Schengen&#8221;.</p>
<p>Intanto &#8220;il popolo&#8221; dice, pilatescamente, &#8220;lasciateli andare, accoglieteli in Francia&#8221;.</p>
<p>E questo fa gioco, fa gioco a tutti almeno sul brevissimo periodo.</p>
<p>Stupidi egoismi su stupidi egoismi. All&#8217;italiana o alla francese, ma il problema non si risolve in questo modo, né si risolverà da solo.</p>
<p>Ci vogliono soldi, strutture, piani. Ci vogliono numeri, statistiche, informazioni.</p>
<p>Bisogna togliere la cosa dalle mani di mafiosi, faccendieri, fascisti.</p>
<p>Qui in Italia, non altrove, o anche altrove ma soprattutto in Italia, perché se i migranti sbarcano qui c&#8217;è un motivo: la silenziosa e ipocrita &#8220;deroga&#8221; al regolamento di Dublino, prima della prossimità geografica.</p>
<p>Una prossimità che viviamo come una specie di sventura, negando chi siamo, dove siamo, qual è la nostra storia, la nostra vocazione, percependoci come <em>pigs</em> e agendo come tali.</p>
<p>Il problema è italiano. Questo è un grossissimo problema italiano.</p>
<p>Non ci vogliono schizofreniche dichiarazioni renziane. Lacrime di coccodrillo e muti ruggiti sullo sfondo di una furbata da italietta con le scarpe di cartone. In cui torme di razzisti nuotano felici, preparandosi a prendersi questo paese (e culturalmente sono già molto avanti).</p>
<p>I migranti arrivano in Italia, dobbiamo sapere chi sono, cosa hanno in mente. Dobbiamo sapere se possiamo aiutarli e, nel caso, dobbiamo aiutarli.</p>
<p>Ad andarsene o a rimanere.</p>
<p>Sì, va bene, dobbiamo &#8220;aiutarli a casa loro&#8221; ma non basta, non basterebbe.</p>
<p>Le guerre, i tiranni, la fame hanno le nostre facce, non prendiamoci in giro.</p>
<p>E poi gli esseri umani sono nati liberi di muoversi, e basta.</p>
<p>Dobbiamo desiderare che arrivino e anche che si fermino, perché ciò significherebbe che l&#8217;Italia è un bel paese in cui stare, in cui immaginare un futuro.</p>
<p>Un futuro cui i migranti pensano ogni giorno, al contrario di noi.</p>
<p>Non ci sono scorciatoie, dobbiamo tenerli qui, i migranti. Io li voglio qui.</p>
<p>Sono la Storia che bussa, sono l&#8217;unica vera luminosa possibilità di futuro capitataci in sorte.</p>
<p>Dovremmo ritenerci fortunati, sempre che un futuro ci interessi.</p>
<p>E invece, senza forse nemmeno credere alle nostre stesse parole, ci riscopriamo francofobici &#8211; e via con la storia del bidet o altre facezie &#8211; sperando che davvero la Francia sia il problema.</p>
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		<title>I luoghi dell&#8217;etica economica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Feb 2015 13:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Calafati]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
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		<category><![CDATA[teoria economica]]></category>
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					<description><![CDATA[[Per gentile concessione dell&#8217;autore, pubblichiamo la postfazione al volume L&#8217;Europa dei territori. Etica economica e sviluppo sociale nella crisi a cura di Emanuele Leonardi e Stefano Lucarelli, Orthotes, 2014] di Stefano Lucarelli Heidegger: Così come non si possono tradurre le poesie, non si può tradurre un pensiero. Si può tuttavia in ogni caso parafrasarlo. Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Per gentile concessione dell&#8217;autore, pubblichiamo la postfazione al volume</em> L&#8217;Europa dei territori. Etica economica e sviluppo sociale nella crisi <em>a cura di <strong>Emanuele </strong><strong>Leonardi</strong> e <strong>Stefano Lucarelli</strong>, Orthotes, 2014]</em></p>
<p>di <strong>Stefano Lucarelli</strong><span id="more-51130"></span></p>
<p style="padding-left: 180px; text-align: left;">Heidegger: Così come non si possono tradurre le poesie, non si può tradurre un pensiero. Si può tuttavia in ogni caso parafrasarlo. Ma appena si tenta una traduzione letterale, tutto viene modificato.</p>
<p style="padding-left: 180px; text-align: left;">Spiegel: È un’idea scomoda.</p>
<p style="padding-left: 180px; text-align: left;">Heidegger: Sarebbe bene si prendesse sul serio e su grande scala questa scomodità e si meditasse finalmente su quale trasformazione, ricca di conseguenze, abbia subito il pensiero greco attraverso la traduzione nel latino dei Romani, un evento che ancora oggi ci impedisce un sufficiente ripensamento delle parole-base del pensiero greco.</p>
<p style="padding-left: 30px;"><strong>POSTFAZIONE </strong><br />
<strong>TRA L’ECONOMIA POLITICA E LA POLITICA ECONOMICA: I LUOGHI DELL’ETICA ECONOMICA</strong></p>
<p><em>I luoghi dell’etica economica</em><br />
Parlare di etica economica comporta innanzitutto un lavoro di comprensione non banale di questa coppia di parole – il sostantivo “etica” e l’aggettivo “economica” – parole che sorgono molti anni fa all’interno del pensiero filosofico greco, e, in particolare all’interno della riflessione di Aristotele (Stagira, 384 a.C. o 383 a.C. – Calcide, 322 a.C.). Si tratta di una coppia di parole che siamo ormai abituati ad utilizzare correntemente, senza tener conto del fatto che esse sono giunte sino a noi attraverso una lunga storia. <!--more-->Ciò ha comportato che la coppia di parole etica economica sia stata protagonista di passaggi successivi all’interno di contesti sociali, semantici e filosofici molto diversi. Possiamo cogliere la principale difficoltà che accompagna questi passaggi pensando con la dovuta attenzione al problema della traduzione del pensiero, un problema posto con la dovuta serietà da Martin Heidegger nel passaggio con cui si aprono queste note.<br />
Dicevamo che <em>etica economica</em> è una coppia di parole che siamo abituati a pronunciare senza una dovuta accortezza, senza cioè pensare innanzitutto a come esse giungono al presente. Questa distrazione nella quale viviamo tutti produce delle conseguenze che in parte sono riconosciute in una recente enciclica papale, la <em>Caritas in Veritate</em> del 2009:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Rispondere alle esigenze morali più profonde della persona ha anche importanti e benefiche ricadute sul piano economico. L’economia infatti ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona. Oggi si parla molto di etica in campo economico, finanziario, aziendale.<br />
Nascono Centri di studio e percorsi formativi di <em>business ethics</em>; si diffonde nel mondo sviluppato il sistema delle certificazioni etiche, sulla scia del movimento di idee nato intorno alla responsabilità sociale dell’impresa. Le banche propongono conti e fondi di investimento cosiddetti « etici ». Si sviluppa una « finanza etica », soprattutto mediante il microcredito e, più in generale, la microfinanza.<br />
Questi processi suscitano apprezzamento e meritano un ampio sostegno. I loro effetti positivi si fanno sentire anche nelle aree meno sviluppate della terra. È bene, tuttavia, elaborare anche un valido criterio di discernimento, in quanto si nota un certo abuso dell’aggettivo « etico » che, adoperato in modo generico, si presta a designare contenuti anche molto diversi, al punto da far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell’uomo.<br />
Molto, infatti, dipende dal sistema morale di riferimento. Su questo argomento la dottrina sociale della Chiesa ha un suo specifico apporto da dare, che si fonda sulla creazione dell’uomo ‘‘ad immagine di Dio’’ (Gn1, 27), un dato da cui discende l’inviolabile dignità della persona umana, come anche il trascendente valore delle norme morali naturali. Un’etica economica che prescindesse da questi due pilastri rischierebbe inevitabilmente di perdere la propria connotazione e di prestarsi a strumentalizzazioni; più precisamente essa rischierebbe di diventare funzionale ai sistemi economico-finanziari esistenti, anziché correttiva delle loro disfunzioni. Tra l’altro, finirebbe anche per giustificare il finanziamento di progetti che etici non sono. Bisogna, poi, non ricorrere alla parola « etica » in modo ideologicamente discriminatorio, lasciando intendere che non sarebbero etiche le iniziative che non si fregiassero formalmente di questa qualifica. Occorre adoperarsi – l’osservazione è qui essenziale! – non solamente perché nascano settori o segmenti « etici » dell’economia o della finanza, ma perché l’intera economia e l’intera finanza siano etiche e lo siano non per un’etichettatura dall’esterno, ma per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura. </p>
<p>Abbiamo appena letto un passo complesso che pone molti problemi. Per i nostri fini ci soffermeremo solo su due questioni: la prima è il fatto che il rapporto fra etica ed economia è posto all’interno di un’enciclica papale “sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità”. Uno dei percorsi attraverso i quali l’etica economica giunge sino a noi riguarda la religione cristiano cattolica, o, meglio, la dottrina sociale della Chiesa. In questo contesto il rapporto fra etica ed economia pone agli uomini di buona volontà un compito, cioè l’adoperarsi perché<em> l’intera economia e l’intera finanza siano etiche per il rispetto di esigenze intrinseche alla loro stessa natura</em>. Per spiegare cosa debba intendersi per etica economica si dà per assodato che – o quanto meno si esprime un monito, cioè un richiamo alla responsabilità degli uomini – l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento.<br />
La seconda questione su cui vogliamo soffermarci è il fatto che, nella enciclica <em>Caritas in Veritate</em>, si dà conto di una possibile confusione testimoniata e alimentata dagli abbondanti riferimenti all’etica in campo economico, finanziario e aziendale che caratterizzano il presente. L’enciclica solleva pertanto la necessità di <em>elaborare un valido criterio di discernimento perché un certo abuso dell’aggettivo « etico », adoperato in modo generico, può far passare sotto la sua copertura decisioni e scelte contrarie alla giustizia e al vero bene dell’uomo</em>.<br />
Per esempio a partire dal 1997 l’organizzazione internazionale non governativa <em>Social Accountability International</em> (SAI) ha introdotto la certificazione SA 8000 per migliorare le condizioni di lavoro di quanti prestano la propria mano d&#8217;opera all&#8217;interno d&#8217;impianti di produzione. Questa<em> certificazione etica</em> è organizzata ispirandosi allo schema adottato nella concessione di altre certificazioni volte a garantire i consumatori che non sono però servite ad evitare casi di frode vera e propria come il caso Enron, il caso Wordcom, o il caso Parmalat. Come è stato già sottolineato “in questi casi il sistema delle certificazioni è stato distorto e ha, almeno in parte, fallito i propri obiettivi, danneggiando quegli stessi interessi che invece avrebbe dovuto proteggere e garantire. Il pericolo è che il sistema venga abusato anche nel caso della certificazione etica; con la differenza che questa volta la posta in gioco riguarda valori fondamentali su cui poggia la comunità internazionale: la dignità e l&#8217;intangibilità della persona umana”. <br />
Nell’enciclica viene dunque riconosciuto che già di per sé la parola etica – anche senza essere posta in relazione al campo economico – presenta una chiara difficoltà di comprensione. Il richiamo all’<em>inviolabile dignità della persona umana</em> e al trascendente valore delle norme morali naturali servirebbero a dare un significato a questa parola. Pur riconoscendo la grande importanza che la dottrina sociale della Chiesa assume per affrontare i problemi che la coppia di parole etica economica pone, le nostre riflessioni non seguono la strada indicata dall’enciclica appena letta. Non possiamo qui preoccuparci, infatti, di definire in cosa consista l’inviolabile dignità della persona umana o il trascendente valore delle norme morali naturali. Ci limitiamo dunque al riconoscimento che l’abuso dell’aggettivo “etico” e la ricchezza delle esperienze che tirano in ballo una dimensione etica nel campo economico è possibile solo se l’espressione <em>etica economica</em> è ridotta ad etichetta che si presume esplicativa di per sé.<br />
L’etica non è qualcosa di evidente, ma non è neanche qualcosa di certificabile; è tuttavia qualcosa che va <em>preservato</em>. Quando essa viene a riferirsi alla dimensione economica, ciò che dovrebbe aversi è la definizione di un luogo in cui le politiche economiche vengano pensate, quindi rese trasparenti, anche sopportando il rischio della critica. Questo forse è l’unico modo per far sì che il pensiero economico sia alla portata di tutti coloro che hanno a cuore il problema dell’abitare, cioè i luoghi dove gli uomini vivono in quanto uomini.<br />
Procediamo però con ordine e cerchiamo di guadagnare coscientemente la prospettiva appena proposta prendendo sul serio il problema del significato originario che la parola etica e la parola economia assumono. In greco antico entrambe le parole indicano « l’abitare »:<br />
economia, si compone infatti della parola <em>oikía</em> (che si è soliti tradurre con «casa» o con «dimora») e della parola, <em>nòmos</em> (che si è soliti tradurre con «legge»). Economia nomina allora l’insieme delle norme necessarie al far sì che una dimora sia tale;<br />
la parola greca da cui proviene etica è <em>êthos</em>. Vedremo che essa indica un particolare abitare: quell’abitare che fa sì che l’uomo sia semplicemente uomo, in tal senso l’abitare umano più appropriato. Nelle prime pagine dell’<em>Etica Nicomachea</em> Aristotele afferma che l’etica è una scienza eminentemente pratica . L’agire dell’uomo deve essere improntato al sommo bene, ciò che si chiama <em>eudaimonìa</em>. La comprensione di una precisa modalità dell’abitare umano – l’êthos appunto – comporta che noi pensiamo cosa sia l’ <em>eudaimonìa</em>. Una riflessione intorno all’etica è per Aristotele una riflessione che affronta la seguente domanda: che cos’è <em>agathòn</em> – il bene – per l’uomo? La risposta sta nell’eudaimonia intesa come <em>tì tò pànton akòtaton ton praktòn agathòn</em> cioè «il più alto dei beni riguardanti l’agire umano» . <br />
Tuttavia la traduzione di eudaimonìa con felicità tradisce il significato originario della parola, poiché l’espressione latina <em>felix</em> rinvia a <em>ferax</em>, cioè fertile. Siamo certi che eudaimonia rinvii alla sfera della fertilità? Felicità rinvia ad una sfera di significati che sono propri del pensiero latino, un piano che non è nominato dalla parola greca <em>eudaimonìa</em>.<br />
Questa parola-guida dell’etica aristotelica designa un tratto particolare dell’abitare umano. Vediamo quale. Si tratta di una parola composta dal suffisso <em>eu</em>-, che segnala la buona intonazione, e dall’aggettivo <em>daìmon</em> il cui significato può essere compreso a partire dal verbo <em>daíomai</em>, che significa «assegnare», «dispensare», o ancora «misurare» nel senso di essere in grado di assegnare una misura di riferimento . Come spiega in modo mirabile Gino Zaccaria:</p>
<p style="padding-left: 30px;">Il <em>daímon</em> è il Dio, il <em>theós</em>, colto e incontrato non solo in se stesso ma innanzitutto nel suo risplendere come dispensatore di misura per i mortali; è il Dio che, in quanto incorporato nel tempio <em>anche</em> attraverso la figura statuaria, campeggia nell’esistenza della <em>pólis</em>. </p>
<p>Il filosofo Martin Heidegger ci aiuta a comprendere in che senso <em>ethos</em> e <em>eudaimonia</em> rinviano l’uno all’altro, ponendo l’attenzione su un detto di Eraclito (Efeso 535 – 475 a.C.):</p>
<p style="padding-left: 30px;">Un detto di Eraclito, che si compone di sole tre parole, dice qualcosa di così semplice che ne viene immediatamente in luce l’essenza dell’ethos.<br />
Il detto di Eraclito (fr. 119) suona: ηθος ανθρωπω δαιμων. In genere si è soliti tradurre: «Il carattere proprio è per l’uomo il suo demone». Questa traduzione pensa in modo moderno e non greco. Ηθος significa soggiorno (<em>Aufenthalt</em>), luogo dell’abitare. La parola nomina la regione aperta dove abita l’uomo. L’apertura del suo soggiorno lascia apparire ciò che viene incontro all’essenza dell’uomo e, così avvenendo, soggiorna nella sua vicinanza. Il soggiorno dell’uomo contiene e custodisce l’avvento di ciò a cui l’uomo appartiene nella sua essenza. Secondo la parola di Eraclito, questo è δαιμων, il dio. Il detto, allora, significa: l’uomo, in quanto è uomo, abita nella vicinanza di Dio. Con questo detto di Eraclito concorda una storia riferita da Aristotele: [&#8230;]<br />
«Di Eraclito si riporta un detto che egli avrebbe proferito a degli stranieri che volevano incontrarlo. Avvicinandosi, lo videro mentre si riscaldava a un forno. S’arrestarono sorpresi, soprattutto perché vedendoli esitanti, egli li incoraggiò, invitandoli ad entrare, con queste parole: “Anche qui sono presenti gli dei”».<br />
L’aneddoto parla da sé, ma vogliamo tuttavia mettere in rilievo una cosa.<br />
Il gruppo di visitatori stranieri, nella loro invadenza curiosa nei confronti del pensatore, è in un primo momento deluso e sconcertato nel vedere la sua dimora. Questa gente crede di dover incontrare il pensatore in condizioni che, a differenza del modo abituale di vivere alla giornata degli uomini, hanno ovunque i tratti dell’eccezione, dell’insolito e quindi dell’eccitante. Questa gente spera di trovare nella sua visita al pensatore qualcosa che almeno per un certo tempo offra materia per chiacchiere interessanti. Gli stranieri che vogliono visitare il pensatore si aspettano forse di vederlo proprio nel momento in cui pensa, assorto in una meditazione profonda. I visitatori vogliono « vivere questa esperienza» non per essere colpiti dal pensiero, ma solo per poter dire di aver visto e ascoltato uno di cui daccapo soltanto «si dice» che è un pensatore.<br />
Invece i curiosi trovano Eraclito presso un forno. Questo è un luogo del tutto ordinario e non appariscente. Certo, qui si cuoce il pane. Ma Eraclito, vicino al forno, non è occupato a cuocere il pane, è lì solo per riscaldarsi. In questo luogo di per sé quotidiano, Eraclito mostra così tutta l’indigenza della sua vita. Lo spettacolo di un pensatore infreddolito non offre molto di interessante. Di fronte a questo spettacolo deludente, i curiosi perdono subito la voglia di avvicinarsi di più. Che cosa ci fanno lì? Questa situazione quotidiana e priva di fascino, cioè che uno abbia freddo e stia vicino al fuoco, ognuno la può trovare in qualsiasi momento a casa propria. A che scopo dunque andare a far visita a un pensatore? I visitatori si accingono ad andarsene. Eraclito legge nei loro volti la curiosità delusa , si rende conto che per quella gente già il non verificarsi della sensazione attesa è sufficiente a far loro riprendere la via del ritorno, nonostante siano appena arrivati. Perciò egli fa loro coraggio e li invita espressamente ad entrare con queste parole: ειναι γαρ και ενταυθα θεους, « gli dei sono presenti anche qui».<br />
Queste parole pongono il soggiorno (ηθος) del pensatore e il suo fare in un’altra luce. Il racconto non dice se i visitatori abbiano capito subito queste parole, o se le abbiano capite affatto, e se di conseguenza abbiano visto tutto diversamente in quest’altra luce. Ma che questa storia sia stata narrata e tramandata fino a noi dipende dal fatto che ciò che essa racconta proviene dall’atmosfera di questo pensatore e la caratterizza; και ενταυθα «anche qui», al forno, in questo luogo abituale, dove ogni cosa e ogni circostanza, ogni fare e ogni pensare è familiare e corrente, cioè solito, «persino qui», nell’ambito di ciò che è solito, ειναι θεους «gli dei sono presenti». Ηθος ανθρωπω δαιμων, dice lo stesso Eraclito: «Il soggiorno (solito) è per l’uomo l’ambito aperto per il presentarsi del dio (dell’in-solito)» </p>
<p>L’etica dunque indica un abitare che pur essendo alla portata di tutti gli uomini, presuppone costantemente un’apertura all’insolito. Che tipo di insegnamento si può trarre da queste riflessioni quando il campo d’azione dell’etica, scienza eminentemente pratica in una prospettiva aristotelica, è rappresentato dall’economico?<br />
Innanzitutto l’etica economica presuppone un impegno nell’individuazione dei problemi economici che devono essere concretamente affrontati. In questa prospettiva ragionare di economia dovrebbe essere una cosa alla portata di tutti. Ciò che tuttavia occorre comprendere è: cosa significa “una cosa alla portata di tutti”?<br />
In un sistema economico vitale non esistono semplicemente degli agenti economici a sé stanti, né esistono degli agenti economici che interagiscono in modo banale. Esistono dei gruppi sociali che evolvono storicamente e che rendono possibile la costituzione, la preservazione o la trasformazione dello stesso sistema economico pur facendo capo a interessi diversi e addirittura confliggenti. <br />
Sarebbe auspicabile che tutti coloro che costituiscono, preservano o trasformano il sistema economico conoscano bene il ruolo che essi svolgono all’interno del sistema stesso. Detto in altri termini, sarebbe opportuno che ogni agente economico abbia coscienza delle proprie azioni. Queste considerazioni segnalano l’esigenza di tracciare un legame – un legame appropriato, non un legame qualsiasi – fra l’economia politica e la politica economica. Tutti coloro che si concepiscono come esperti di economia perseguono il fine di definire o quantomeno di influenzare con le proprie teorie, direttamente o indirettamente, la politica economica che <em>deve</em> essere messa a punto da chi si assume la responsabilità di governare un sistema economico.<br />
Ciò tuttavia fa emergere un rischio enorme: cosa accade quando le politiche economiche che agiscono per definizione sulla realtà, sono giustificate <em>ex post</em> da un’economia politica ridotta ad un insieme di teorie astratte (prive di un vero rapporto con la realtà)? Nel migliore dei casi la realtà verrà trasformata richiedendo a coloro che la abitano di adeguarsi a delle leggi che risultano incoerenti rispetto all’evoluzione del sistema di cui essi fanno parte e che essi hanno definito.<br />
Inoltre questo processo di trasformazione può condurre a scenari molto diversi da quelli previsti. Può persino verificarsi un’eterogenesi dei fini che non si limita a destabilizzare alcuni attori del sistema (i soggetti più deboli, o, se preferite le vittime dello sfruttamento); può infatti verificarsi una completa destabilizzazione del sistema in sé che colpirà anche i responsabili delle (cattive) politiche economiche.</p>
<p><em>Due esempi</em><br />
Due esempi possono aiutare a comprendere meglio l’oggetto di questo discorso. Sono molti ormai i casi in cui l’istituzione, qui da intendersi come decisore collettivo, tende a mettere in atto delle politiche pubbliche cercando una legittimazione <em>sui generis</em>: essa non si preoccupa di farsi interprete delle esigenze della collettività che rappresenta, né ricorre all’analisi effettiva di un possibile piano di sviluppo economico e sociale. Le politiche sono invece costruite commissionando degli sforzi teorici <em>ex post</em> necessarie a giustificarle. Così facendo l’economia politica è ridotta a cattiva retorica, cioè a sofistica.<br />
Qualche anno fa l&#8217;economista Antonio Calafati ha dedicato uno studio, agile alla lettura e svolto senza alcun pregiudizio, all&#8217;analisi delle procedure di decisione su cui si fonda il progetto del Tav in Val di Susa.  La discussione sulla Lione-Torino è presentata dallo studioso come un&#8217;opportunità per riflettere sul futuro economico dell&#8217;Italia. Calafati si interroga sulla pertinenza e la fondatezza di un grande progetto che modifica nel profondo la struttura economica di un territorio, nella convinzione che sia fondamentale per i cittadini di una democrazia interrogare i decisori collettivi (le istituzioni); è ancora più importante che i decisori collettivi (anche attraverso gli organi di informazione) diano risposte fondate. L&#8217;esercizio svolto dall’autore con i suoi studenti nell’ambito del corso di Analisi delle Politiche Pubbliche presso la Facoltà di Economia dell’Università Politecnica delle Marche, conduce ad una conclusione importante: l’analisi dei principali organi di informazione mostra che i giornalisti e i politici dichiarano di essere tutti a favore dell&#8217;opera ostinatamente, ma senza offrire reali spiegazioni. Nelle retoriche che si susseguono numerose sulla carta stampata manca sempre un’analisi delle politiche pubbliche. Così il chiarimento delle ragioni del sì sono affidate a passaggi rapidi in cui si suggerisce un nesso causale che andrebbe analizzato a fondo: la realizzazione dell&#8217;opera ferroviaria ad alta velocità Lione-Torino dovrebbe sostenere lo sviluppo dell&#8217;intera area del Nord-Ovest. Se ci si interroga sul senso di una politica di sviluppo economico per l&#8217;economia del Nord Ovest occorrerà chiedersi: quali vantaggi economici per questi territori possono derivare da una riduzione abbastanza limitata dei tempi di trasporto a partire dal 2020? Un economista dovrebbe ragionare con un pre-giudizio di razionalità per analizzare tanto le decisioni politiche imposte dalle istituzioni, quanto le ragioni del no sollevato dai cittadini della Val di Susa: un&#8217;opera come quella programmata in Val di Susa nella fase di attuazione (almeno 15 anni) e nella fase di funzionamento (tre generazioni a partire da ora) determinerà dei costi sociali. Nella prospettiva suggerita da Calafati il no al Tav rappresenta la conseguenza razionale di un processo di negoziazione che non è iniziato. La prima conclusione dell&#8217;esercizio proposto è che non è possibile dimostrare la razionalità del progetto Tav – come anche di tanti altri progetti che prevedono infrastrutture molto costose – senza individuare il contesto di riferimento. Quest&#8217;ultimo sta probabilmente in un’idea di sviluppo territoriale, sociale e – solo in ultima istanza – economico che tuttavia andrebbe analizzata a fondo: <em>trasformare l&#8217;Italia nella piattaforma logistica d&#8217;Europa</em>. Calafati comincia questo esercizio analitico dando un senso a parole che rischiano di restare oscure, o, peggio ancora, di risultare falsamente chiare di per sé, secondo la prassi infantile dell’ «è così, perché è così!». Un’Italia che divenisse la piattaforma logistica d&#8217;Europa comporterebbe la progettazione di un programma infrastrutturale imponente – concentrato prevalentemente lungo la dorsale Piemonte-Lombardia-Veneto – per vedere transitare delle le merci attraverso il territorio. Che beneficio si può pensare di trarre da questo transito? Si potrebbe davvero trattare di benefici collettivi? Emerge un terribile sospetto: forse il declino italiano nasce proprio da questa incapacità di fornire un resoconto attendibile, pertinente e fondato, degli effetti delle politiche pubbliche. Ciò che resta è – senza tirare in ballo la malafede – la diffusione disarmante di un vero e proprio blocco cognitivo che affligge le menti dei decisori pubblici tutti.<br />
Il rapporto fra economia politica e politica economica diviene pertanto oggetto di una riflessione urgente: il decisore pubblico non pensa di costruire delle politiche economiche fondate su una vera analisi dei fatti che faccia tesoro di vari ambiti del sapere; fra questi l’economia politica (anche critica) dovrebbe svolgere un ruolo rilevante sebbene non esaustivo. Egli sembra invece innamorarsi di quelle retoriche che – sebbene frutto di ignoranza – possono garantire con più alta probabilità il riconoscimento del suo ruolo di politico; presta dunque ascolto a specifici gruppi di interesse lontani dall’interesse generale e commissiona ai tecnici (e molti di essi sono economisti) il compito di giustificare le politiche pubbliche necessarie a questo particolare consenso . <br />
Il secondo esempio su cui vorrei porre l’attenzione del lettore riguarda di nuovo un importante investimento infrastrutturale: l’autostrada BreBeMi. Anche qui occorre innanzitutto chiedersi: quali sono gli obiettivi di questa opera? È stato scritto che l’opera è necessaria per ridurre i volumi di traffico che interessano l’A4. Ma è anche diffusa la speranza che questa nuova infrastruttura potrà generare una ricaduta positiva in termini di sviluppo industriale .  Tuttavia le variabili principali su cui agire per ridare slancio a territori colpiti gravemente dalla crisi in corso – e che presentano un traiettoria di sviluppo caratterizzata da una caduta del tasso di crescita del suo prodotto interno lordo che hanno origini precedenti al 2008 – sono altre: incrementare le infrastrutture autostradali per rilanciare l’industria manifatturiera serve a poco, se è vero che il ritardo competitivo dell’industria italiana è spiegabile soprattutto considerando la ricerca e sviluppo svolta dalle imprese (la così detta BERD), che presenta valori molto bassi .  Occorre inoltre tener conto della centralità di altre variabili istituzionali che diventano molto significative dopo il 2008: i cattivi incentivi che oggi caratterizzano il sistema del credito italiano, rifinanziatosi grazie alla Banca Centrale Europea a bassi tassi di interesse, ma protagonista di una stretta creditizia notevolissima sulle imprese, le quali soffrono a loro volta della mancata riscossione dei loro crediti da parte dei clienti  ; le politiche di austerità che si traducono in una pressione fiscale insostenibile e in costi sociali altissimi, e che conducono ad un calo della domanda. I finanziatori di un progetto come BreBeMi erogano un credito a basso rischio: i costi di costruzione (1.420 milioni di €, poi rivisti al rialzo sino a 1.600 milioni di euro cui vanno a sommarsi 800 milioni di oneri finanziari)  sono a carico dei privati che recupereranno i costi attraverso i pedaggi, il finanziatore in tal modo può contare sulla restituzione del principale e sugli interessi in un momento in cui prestare denaro per altre finalità presenta rischi più elevati. D’altro canto il gestore può sempre traslare sull’utente il costo sostenuto attraverso modi impropri di fissazione della tariffa.  Il finanziatore mette in tal modo a disposizione un credito che non è finalizzato a produrre dei ritorni derivanti dallo sviluppo economico del territorio. Non c’è una reale partecipazione al rischio di impresa. Questa è tuttavia la situazione strategica che si riscontra nella maggior parte degli istituti che compongono il sistema creditizio italiano. <br />
D’altro canto ciò che qualifica l’investimento per la realizzazione della BreBeMi sono esattamente le modalità con cui è avvenuto il finanziamento. 288 milioni di euro necessari alla realizzazione sono provenienti dal <em>project financing</em>. Di cosa si tratta? Si tratta di un finanziamento a lungo termine in cui la garanzia del pagamento del debito è rappresentata dalle entrate di cassa previste dalla gestione dell’opera finanziata. Di fatto nel nostro Paese il <em>project financing</em> sta sostituendo il finanziamento pubblico volto a realizzare servizi di pubblica utilità, cioè quei servizi caratterizzati da un’alta rigidità della domanda e che, secondo il linguaggio degli economisti pubblici, sono beni meritori, cioè quei beni la cui fornitura avviene in base a un principio diverso dalla sovranità del consumatore .   Gli attori in gioco nel <em>project financin</em>g sono: 1. la Pubblica Amministrazione che approva il progetto; 2. la banca che lo finanzia; 3. il privato che lo realizza, lo gestisce e che ripaga il debito attraverso le entrate derivanti dalla concessione pubblica; 4. gli utenti. Come interagiscono questi attori? La banca ha il diritto di riscuotere il capitale prestato e gli interessi, il gestore-realizzatore riscuote le tariffe che devono ripagare nel periodo prefissato il debito e i costi sopportati dallo stesso gestore. Gli utenti pagano le tariffe. Le tariffe diventano pertanto la variabile di aggiustamento dell’intero circuito. Quando il <em>project financing</em> è utilizzato per realizzare servizi di pubblica utilità, la meritorietà del bene viene scalfita se non minata.<br />
Il lavoro di ricerca svolto in questi anni nel contesto di LBC negli ambiti di Treviglio e di Romano di Lombardia fa emergere con chiarezza il seguente dato: lo sviluppo economico e sociale di un territorio colpito da una grave crisi non può essere garantito dalla costruzione o dal rafforzamento delle infrastrutture tradizionali. Gli investimenti devono essere infatti &#8220;qualificati&#8221;, cioè devono essere complementari e coerenti con le altre caratteristiche che rendono possibile lo sviluppo di <em>quel</em> territorio particolare. Nel nostro caso questi punti di forza appaiono concentrati nella grande domanda di partecipazione alla vita sociale che è riscontrabile nella tenuta quasi incredibile delle esperienze di volontariato che faticosamente sopravvivono alla crisi – sebbene queste ultime necessitino di un maggiore coordinamento tra attori sociali molto attivi ma eccessivamente identitari.</p>
<p><em>Sugli investimenti</em><br />
Come emerge dagli esempi appena illustrati, quando si ragiona di politica economica applicata ad un luogo specifico occorre ragionare in particolare sugli investimenti. Cosa sono? Cosa li determina? Cosa li qualifica? Non si tratta di comprendere soltanto se un investimento metta in moto delle risorse monetarie che in un certo lasso temporale tengono occupata una popolazione. Occorre infatti qualificare gli investimenti. Dinanzi ad un problema di sviluppo economico locale, di luoghi che vivono una crisi, occorre innanzitutto chiedersi se un investimento sia o meno in grado di determinare una traiettoria di sviluppo coerente. Perché dall’investimento possono scaturire nuove fratture fra attori sociali, nuovi disagi, magari necessari ad intraprendere un nuovo sentiero di sviluppo, ma che sono causa di costi sociali da affrontare. Forse in un momento come questo, gli investimenti dovrebbero essere finalizzati a diminuire le difficoltà che incontrano gli attori sociali più significativi sul territorio, perché da essi dipende la vitalità del sistema locale. Parlare di investimenti in una situazione di crisi sistemica significa anche porsi il fine di ricreare delle mediazioni, degli spazi istituzionali, perché in una crisi sistemica le istituzioni presenti sui territori si percepiscono come insufficienti. Ciò è emerso chiaramente anche dalla nostra ricerca, tutte le volte che abbiamo parlato con dei rappresentanti degli Enti Locali.<br />
Quale lezione possiamo trarre, come economisti, da un’indagine sul campo come quella che ha caratterizzato le ricerche raccolte in questo volume? Si potrebbe innanzitutto rilevare che il sostegno della domanda effettiva attraverso un intervento indiscriminato – che sia l’aumento della spesa pubblica o la promozione di investimenti attraverso il <em>project financing</em> poco importa a questo livello del discorso – non basta, poiché nell’evoluzione del sistema economico contano anche altre variabili che fanno mutare qualitativamente tanto i consumi quanto soprattutto gli investimenti. Per quanto concerne le variabili squisitamente economiche, l’evoluzione della struttura produttiva tipica della crisi che stiamo attraversando, ha conseguenze significative sulla distribuzione dei redditi e in particolare sul livello dei salari e sui livelli di protezione del lavoro. Non è detto che un investimento infrastrutturale per quanto imponente determini di per sé una distribuzione dei redditi più adeguata alle esigenze di crescita economica del sistema locale di riferimento. Questo può dipendere dalle modalità di finanziamento messe in campo (è abbastanza evidente sul piano teorico che il <em>project financing</em> nel lungo periodo favorisca i gestori della <em>public utilities</em> incentivando in loro un comportamento da <em>rentier</em> a scapito degli utenti del servizio stesso), ma dipende soprattutto – ribadisco – dalla coerenza del progetto di investimento rispetto al sentiero di sviluppo che caratterizza <em>quel</em> sistema: in Italia sono frequentissimi gli esempi nefasti di investimenti pubblici che hanno favorito il rafforzamento di una gestione criminale delle risorse presenti su un territorio, determinando l’indebolimento degli attori sociali che costituivano la linfa vitale di quei luoghi. In un certo senso l’emergere dei non luoghi, dell’inefficienza e della bruttezza degli agglomerai urbani è figlia di questa mancanza di reale progettualità. <br />
Ecco allora che in questo discorso, fra analisi delle politiche pubbliche e ripensamento di alcune categorie economiche, vengono ad emergere i temi costitutivi dell’etica: un buon investimento è un atto che è aiuta a governare il cambiamento e fa sì che venga alla luce qualcosa che sia degno di essere ricordato. Un buon investimento serve a <em>misurarsi</em> con la propria realtà.<br />
Fra l’economia politica e la politica economica può aver luogo l’etica economica. Sempre che si voglia investire per creare un luogo e un tempo dove abitare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>°</p>
<p>La postfazione è tratta da: <em>L&#8217;Europa dei territori. </em><em>Etica economica e sviluppo sociale nella crisi</em> a cura di <strong>Emanuele </strong><strong>Leonardi</strong> e <strong>Stefano Lucarelli</strong>, Orthotes, 2014  (208 pp. 17 euro prezzo di copertina &#8211; Collana Studia Humaniora del cui comitato scientifico fanno parte Roberto Esposito, Pierpaolo<br />
Marrone, Paolo Pagani, Carmelo Vigna, Gianfranco Zanetti).</p>
<p>Contributi di: Massimo Amato, Giancarlo Beltrame, Aldo Bonomi, Federica Burini, Patrizia Cappelletti, Federico Chicchi, Benedetta Giovanola, Emanuele Leonardi, Stefano Lucarelli, Mauro Magatti, Massimo Mamoli, Elena Musolino, CSV di Bergamo e gli studenti del corso di Etica Economica (DUECI, Università di Bergamo a.a. 2013-2014).</p>
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		<title>Il Valle dopo il Valle (intervista a Valerio Aprea)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Feb 2015 06:00:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a cura di Carlo Baghetti Ritornai a vivere in Italia, dopo una parentesi durata alcuni anni in Francia, a causa di due ragioni: l’occupazione del Teatro Valle e la crisi politica di Silvio Berlusconi. A dire il vero le ragioni erano tre, ma la terza purtroppo è durata troppo poco: la generazione TQ. Ci volle [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di <strong>Carlo Baghetti</strong></p>
<p>Ritornai a vivere in Italia, dopo una parentesi durata alcuni anni in Francia, a causa di due ragioni: l’occupazione del Teatro Valle e la crisi politica di Silvio Berlusconi. A dire il vero le ragioni erano tre, ma la terza purtroppo è durata troppo poco: la generazione TQ.<br />
Ci volle poco tempo a rientrare nel giro teatrale che lasciai prima di partire. La curiosità mia e l’eccitazione che vedevo in giro era tanta, tantissima. Certo non mancavano voci critiche, di persone che lavoravano al Valle fino a poco tempo prima e che erano state lasciate per strada o di patentati scettici, ma tutto sommato la capitale, ovviamente quella che frequentavo e che ero venuto apposta per conoscere, era entusiasta. <span id="more-50791"></span><br />
Un giorno però, in un noto teatro cittadino, incontro la direttrice artistica nonché mia amica e la prima cosa che le chiedo è cosa ne pensa del Valle. Tutto crolla. Mi parla senza troppi peli sulla lingua di “concorrenza sleale”, mi spiega l’aspetto più tecnico-economico della macchina teatrale portando avanti argomenti fondati sul cachet, sulle utenze del teatro, commissioni SIAE, sui diritti acquisiti degli spettacoli e tutta una serie di punti a sfavore, non del Valle ma del circuito teatrale che gli ruota intorno (sia pubblico che privato). Improvvisamente vedo davanti a me un altro mondo. La direttrice artistica, questo bisogna dirlo, specificava però a più riprese, come se si sentisse a disagio, che quelli erano aspetti “imprenditoriali” del teatro e che non voleva dire essere contro l’iniziativa da un punto di vista ideologico.<br />
A quel punto vedevo due realtà: quella ideologica e quella imprenditoriale. Una scelta di campo? Per me il gioco era facile, non essendo un imprenditore, ma decisi di raccogliere la testimonianza di vari direttori artistici e tirare un bilancio. Ma vuoi il lancio delle stagioni teatrali (era settembre/ottobre 2011), vuoi l’argomento rischioso sul quale pochi vollero esporsi, il progetto naufragò in poco tempo. Però il Valle restava, era attivo, e io continuavo a incontrare attori che ci erano passati e che avevano idee diverse. Ho raccolto qualche intervista, con l’idea di fare un libro sul fenomeno delle occupazioni dei teatro (non solo a Roma, ma anche Milano, Venezia, Pisa, Napoli, Catania, Palermo, Messina), ma poi i giorni ti trascinano via e del progetto rimane qualche pagina e qualche intervista.<br />
L’intervista a Valerio Aprea, bravissimo poliedrico attore teatrale romano, che però ha recitato molto anche per serie televisive e cinema, è quella che mi sembra più interessante, perché fornisce una lettura ampia del fenomeno-teatro in una grande piazza come Roma (piazza difficilissima per tutti, quanto Milano) legando di volta in volta molti aspetti, da quello storico a quello più commerciale. Il punto di vista dell’attore, a metà strada tra il pubblico e chi sta dietro le quinte (come i vari direttori artistici), mi è sembrato molto interessante per avere una lettura né apologetica dell’esperienza-Valle, né tantomeno denigratoria.</p>
<p>°</p>
<p><strong>&#8211; Il 15 aprile 2011 viene occupato il Cinema Palazzo. Come hai salutato questo evento?</strong></p>
<p>Con grande favore. Sono stato contattato direttamente dagli occupanti e mi sono subito messo a disposizione. Ne è nata una prima serata con il collettivo Voci nel Deserto e in seguito due o tre mie partecipazioni all’interno di eventi da loro organizzati.</p>
<p><strong>&#8211; Nell’estate 2011 viene occupato il Teatro Valle ed ebbe una grande risonanza mediatica. Come hai vissuto questo evento? Hai partecipato? E negli altri teatri?</strong></p>
<p>E’ stato diverso. Non sono stato coinvolto direttamente dagli occupanti come per il Cinema Palazzo, se non in un momento successivo. Del resto io stesso ho avuto un atteggiamento più articolato nei confronti di quella occupazione.</p>
<p><strong>&#8211; Sia il Cinema Palazzo che il Teatro Valle hanno sottratto un luogo storico a istituti privati che miravano a prendere possesso di quei luoghi per creare profitto. Sembra una lotta tra il bene (l’arte) e il male (il capitale): come finirà secondo te questa sfida?</strong></p>
<p>Vanno però distinte le due situazioni. Il Cinema Palazzo era già stato ristrutturato per diventare una sala giochi/casinò. Il Valle aveva solo chiuso la sua ultima stagione con la prospettiva di non riaprire, o il rischio di finire in mano a privati. Dietro alla storia che ne volessero fare un bistrot sinceramente non so se ci fosse il rischio di una nuova sede Eataly, oppure l’eventualità che in un questo nuovo scenario gestionale privato, si optasse per un assetto sul modello del Quirino, dove effettivamente si è creata un’area ristorante/libreria nel vecchio foyer. Nel primo caso quindi, la contrapposizione tra un ‘male’ in quanto ricerca di profitto prepotente, prevaricatore e anticulturale, e un ‘bene’ inteso come possibilità di arte, cultura e politica sociale, era direi senz’altro schiacciante e lampante. Nel caso del Valle la questione è diversa, e l’eventuale gioco di forza tra arte e capitale assume contorni semmai più sottili e complessi allo stesso tempo.</p>
<p><strong>&#8211; Dopo l’occupazione del Valle altri teatri in tutta Italia hanno seguito l’esempio. Questa protesta diffusa mette l’accento sui problemi, quali sono le soluzioni?</strong></p>
<p>Intanto va detto che tutta la questione ha proporzioni, temo, più grandi di chiunque di noi. Io posso solo accennare a quelli che a me sembrano problemi ed eventuali soluzioni. Per quanto riguarda i problemi, credo che tutto parta da due grandi dati di fatto. Uno antico, l’altro recente. Il primo è la connaturata ‘allergia teatrale’ del nostro paese. Nell’agenda di un cittadino italiano, la voce ‘teatro’ è agli ultimi posti (ammesso che ci sia), senz’altro preceduta da cene, pizze, cinema, tv, calcio ecc ecc. Pertanto quello teatrale, in Italia, è da considerarsi un mercato risibile. Se a questo aggiungiamo il secondo dato di fatto, più recente dicevamo, e cioè la crisi, ecco che quella voce rischia di sparire davvero definitivamente dalle agende superstiti. La conseguenza è che un cittadino italiano, prima di decidere di voler devolvere deliberatamente del proprio denaro ad uno spettacolo teatrale, deve avere la matematica certezza che quel denaro gli venga reso, e con gli interessi, in termini di divertimento/gratificazione iper-assicurati. E questa garanzia gli è fornita solo da ciò che è noto. O meglio da ciò che è notoriamente garanzia di tale divertimento/gratificazione. Qui nasce lo spartiacque tra il teatro possibile e quello impossibile. Quello cioè fatto con i ‘nomi’ e quello fatto senza. Semplicemente perché i ‘nomi’ avranno la possibilità di veder riconosciuta la propria garanzia di tornaconto gratificatore da un numero vastissimo di persone estranee, gli altri solo da quel numero molto circoscritto di persone che li conoscano direttamente. Una soluzione potrebbe essere il tentativo di riattivazione di uno star-system teatrale autonomo, l’utilizzo cioè di strumenti mediatici volti all’emancipazione della riconoscibilità teatrale da quella televisiva o cinematografica. Ma questo dovrebbe essere collegato, a sua volta, ad una riappropriazione di spazi comunicativi e giornalistici da parte del mondo teatrale. Cosa che invece, negli ultimi anni, sempre più va prendendo la via opposta.<br />
<strong><br />
&#8211; L’occupazione di un teatro istituisce uno spazio pubblico di parola, di confronto. Quanto mancava questa possibilità in Italia? Si è effettivamente realizzata?</strong></p>
<p>Sia chiaro, l’occupazione del Valle, come del Cinema Palazzo e di tutti gli altri, è comunque un evento molto forte, senz’altro epocale. E sicuramente hanno offerto, più che spazio fisico, direi nuovo spazio mediatico alla parola e al confronto, quanto meno sul teatro e la cultura in genere. E sicuramente vanno a collocarsi nel più ampio scenario dei movimenti dal basso di questi ultimi tre-quattro anni.</p>
<p><strong>&#8211; Credi che la nostra società “liquida”, se non “gassosa”, possa sfruttare uno spazio del genere o l’agorà è diventato il web?<br />
</strong><br />
Appunto mi riferivo ad un impatto più mediatico che di luogo preciso, proprio perché i grandi movimenti/spostamenti di idee avvengono ormai in rete. Certo qui stiamo parlando di un teatro e delle sue sorti, per cui inevitabilmente poi la questione dovrà risolversi nel luogo fisico. E dunque il problema centrale sarà trovare il giusto equilibrio tra mediaticità e località, tra il digitale della comunicazione e l’analogico del teatro.<br />
<strong><br />
&#8211; Il teatro si fonda sulla potenza della parola, quanto negli ultimi anni il teatro è stato depotenziato come strumento politico? Quali mezzi sono stati utilizzati per depotenziarlo?</strong></p>
<p>A me sembra che ormai da anni sia in atto quella che chiamo una pulizia etnica nei confronti di un ethnos inteso come popolo dei fruitori-operatori della cultura. Il teatro, come la cultura in generale, si sa, è mezzo di elevazione delle coscienze. Dalla notte dei tempi chi comanda sa perfettamente che il comandato, meno si evolve e meglio è. Meno si accultura e più è comandabile. Il risultato è che da un lato si va riducendo sempre più il campo di azione di chi fa il teatro, restringendo ad esempio l’area della comunicazione, gli spazi per la critica teatrale, i ‘luoghi’ cioè dove se ne parli, e dall’altro che i veri e propri spazi fisici, i teatri, via via stanno chiudendo, o si trascinano agonizzanti contro la stretta impietosa delle logiche di mercato. Ne conseguirà gioco forza l’assottigliamento tra le fila del pubblico che sentendo parlare sempre meno di teatro, avendo sempre meno spazi dove andarselo a cercare, finirà per sfaldarsi, disunirsi, disperdersi fin quando non proprio per estinguersi totalmente. A Roma in particolare la situazione è ormai gravissima. Si sta verificando un fenomeno molto singolare. Da una parte il proliferare di una miriade di teatri off, che se da un lato rimangono una fonte preziosa di fermento di base, di sottobosco vivace foriero di potenziale linfa per i ‘piani alti’, dall’altra corrono il rischio di andare ad alimentare un rumore di fondo, una dispersione, che confondano e disorientino lo spettatore nel proprio percorso di formazione critica e fruitiva del teatro. Quei ‘piani alti’ poi sono sempre più a pannaggio di una categoria di teatri che sembra non conoscere crisi, e cioè quelli dell’intrattenimento, dell’evasione e della linea più leggera della proposta teatrale, mentre i luoghi storicamente deputati ad un teatro più impegnato, anche solo di contenuti, quando non proprio di ricerca, stanno via via estinguendosi.<br />
<strong><br />
&#8211; Quanto pesa l’industria culturale sul teatro?</strong></p>
<p>Appunto l’industria dovrebbe essere proprio quella teatrale, come accade all’estero, nel senso che potenzialmente il teatro può benissimo e anzi deve essere considerato come una forma di business al pari di qualsiasi altra, se solo in Italia, oltre all’azione antropologica-culturale sulla popolazione si effettuasse quella di alleggerimento economico-fiscale intorno alla macchina teatrale. In tal modo quello del teatro potrebbe tornare ad essere un mercato sostenibile ed autosufficiente. Ma fin quando alla parola industria invece della definizione di culturale, si affiancherà quella di commerciale, si continuerà tristemente ad inseguire sì la sostenibilità del sistema, ma dalla parte sbagliata.<br />
<strong><br />
&#8211; Il mondo delle produzioni teatrali a cosa bada?</strong></p>
<p>Come ho appena detto, ad ottenere la sostenibilità dell’impresa teatrale, attraverso però la sicurezza delle logiche del mercato. Naturalmente non vale per tutte le produzioni, e generalizzare è sempre rischioso. Esistono alcune realtà che coraggiosissimamente perseguono linee di intatto rigore etico-artistico. Bisogna vedere poi se il mercato premia i loro sforzi, o se invece al loro rigore rispondano effettive proposte di qualità, validità, talento e via dicendo. In altri casi si cerca di raggiungere quel difficile equilibrio che coniughi una forma di garanzia commerciale con l’assoluta tutela del prodotto artistico. E personalmente, credo che di questi tempi sia una delle possibili e auspicabili vie da seguire.<br />
<strong><br />
&#8211; Come ha influito la possibilità di avere spazi teatrali “aperti” nella dialettica tra lavoratori dello spettacolo, produzioni e pubblico?</strong></p>
<p>Non saprei</p>
<p><strong>&#8211; Secondo te i teatri privati devono temere quelli occupati?</strong></p>
<p>Bè, certamente, una controindicazione a quest’era delle occupazioni teatrali, può essere ravvisata in un rischio di concorrenza sleale, con cui indubbiamente gli spazi occupati dovrebbero fare i conti.<br />
Ricordiamoci bene che lo scopo ultimo di far funzionare un teatro è sempre e solo quello di renderlo economicamente sostenibile tutte le sere, per almeno sette mesi, col tutto esaurito, a prezzo intero, e paga regolare per maestranze, compagnie ecc. Facile, altrimenti, avere la fila fuori per l’esibizione gratuita di star nazionali o internazionali.</p>
<p><strong>&#8211; Come sopperiscono i teatri occupati l’inesistenza di leggi che tutelino i lavoratori dello spettacolo?</strong></p>
<p>Non saprei<br />
<strong><br />
&#8211; Conosci un modello legislativo che permetterebbe una vita più tranquilla a chi fa questo mestiere?</strong></p>
<p>Sinceramente non di preciso. Ripeto solo che probabilmente si dovrebbe pensare ad un alleggerimento fiscale per gli operatori del settore e un generale snellimento amministrativo e burocratico. Per fare alcuni esempi, l’assurdità della partita Iva imposta ad attori, trattati poi nei fatti come dipendenti che, senza essere scritturati, non possono pagarsi da soli l’agibilità.</p>
<p><strong>&#8211; Per un attore, autore o compagnia è più facile dialogare con i teatri occupati?</strong></p>
<p>Mah, sì e no, nel senso che poi anche i teatri occupati devono fare le loro scelte e decidere le linee da adottare. Dipende quindi da chi è l’attore, l’autore, o la compagnia.</p>
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		<title>Blaxploitalian. Cent’anni di Afrostorie nel cinema italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Sep 2014 12:02:39 +0000</pubDate>
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<p>Il regista-attivista <strong>Fred Kudjo Kuwornu</strong> sta iniziando in questi giorni le riprese del documentario “<strong>Blaxploitalian. Cent’anni di Afrostorie nel cinema italiano</strong>”. <span id="more-48934"></span>Kuwornu, che con il documentario &#8220;<strong>18 Ius Soli</strong>&#8221; aveva raccontato il problema del diritto di cittadinanza per i figli d’immigrati nati e cresciuti in Italia, intraprende un viaggio tra le semplificazioni e le lacune della rappresentazione nel cinema, in televisione e nei mass media, mostrando una Italia multiculturale dove prendono voce autori e attori figli dell’immigrazione o di seconda generazione.</p>
<p>Ispirato al libro L’Africa in Italia a cura di <strong>Leonardo De Franceschi</strong>,  Blaxploitalian è un film documentario che si mette sulle tracce degli attori Afrodiscendenti, dai pionieri del 1913, anno in cui apparve nel film “Zuma” il  primo attore nero, agli interpreti che hanno recitato nei film del Neorealismo, nei film storico-mitologici, nella  commedia anni ’60, nel poliziesco anni ’70, o nelle commedie più o meno sexy all’italiana. Un racconto che abbraccia cent’anni di storia del cinema e, partendo dal cinema muto e dal cinema coloniale, arriva fino al cinema contemporaneo, descrivendo il contributo di attori afroamericani come <strong>John Kitzmiller, Harold Bradley, Fred Williamson</strong>, quello di attori e attrici afrodiscendenti e italiani di nascita o d’adozione, come <strong> Zeudi Araya, Ines Pellegrini, Iris Peynado, Fiona May, Denny Mendéz</strong> (la prima Miss Italia nera), <strong>Esther Elisha, Bobby Rhodes, Livio Beshir, Salvatore Marino, Jonis Bascir, Germano Gentil</strong>e, nonché quello dei tanti artisti che hanno popolato il piccolo schermo e la memoria collettiva degli italiani, come <strong>Lola Falana, Rocky Roberts, Sammy Barbot</strong> e tanti altri.</p>
<p>Al documentario è associata una campagna di sensibilizzazione rivolta ai mass media per superare le immagini stereotipate con cui vengono rappresentati i neri italiani e le altre minoranze in Italia, e avviare un vero processo d’inclusione nelle fiction e nel cinema che valorizzi le differenze e le pluralità. Questioni che stanno a cuore a molti, anche in altri Paesi, come ad esempio nel Regno Unito, dove qualche settimana fa gli attori neri e quelli d’origine asiatica britannica, con in prima fila la star internazionale Idris Elba, hanno scritto una lettera di protesta alla BBC in cui chiedono di rispettare la composizione etnica della società reale, e non solo nei ruoli dello schermo ma anche in quelli dietro le quinte.</p>
<p>Per completare le riprese del documentario il regista ha lanciato una campagna mondiale di <em>crowdfunding</em> (raccolta fondi collettiva), una produzione dal basso, per la quale sarà fondamentale la partecipazione di tutti: la gente comune, tutti coloro che amano la storia del cinema e la cultura africana e diasporica, ma anche coloro che sono impegnati nella lotta per l’inclusione delle persone d’origine straniera in Italia e che credono fortemente nel valore di una società multiculturale.</p>
<p>La troupe ed il regista dovranno viaggiare tra Italia, Europa e Stati Uniti, per intervistare attori, registi e critici scelti come testimoni e interpreti di questa storia nascosta del cinema italiano. Il contributo di molti è quindi fondamentale per coprire i costi di viaggio, vitto-alloggio della troupe, i costi di montaggio audio e video, quelli dei sottotitoli e così via. L’obiettivo è di portare il documentario al prossimo prestigioso Sundance Film Festival.<br />
È possibile dare anche piccole cifre, di 5, 10, 20 euro, attraverso il sito Indiegogo.com, andando alla pagina <a href="http://igg.me/at/blaxploitalian.com" target="_blank">http://igg.me/at/blaxploitalian.com</a></p>
<p>Chi sosterrà la produzione del documentario potrà ricevere uno dei premi pensati come ringraziamento (poster, dvd, cartoline e memorabilia autografate da attori e attrici del cinema, t-shirts e felpe del film, dvd in anteprima del documentario quando esso sarà realizzato, inviti alle esclusive anteprime che si terranno a Roma e Milano, presenza del regista a delle proiezioni nelle città italiane e altro). C&#8217;è tempo fino al <strong>31 ottobre</strong>.<br />
Un altro modo per contribuire al progetto e alla campagna sociale è anche solo il condividere la pagina Facebook <a href="www.facebook.com/blaxploitalian" target="_blank">www.facebook.com/blaxploitalian</a> del documentario con amici , colleghi e conoscenti e parlare del progetto nei media.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>dal comunicato stampa</em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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