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	<title>Ivo Andric &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un gesto di cavalleria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Sep 2016 05:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[bosnia erzegovina]]></category>
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					<description><![CDATA[di Azra Nuhefendić Tra i candidati idonei fu scelto Joza F. per fare il corrispondente dalle Nazioni Unite. Aveva quello che agli altri aspiranti mancava: una zia che viveva a New York e che poteva ospitarlo. All’inizio degli anni Sessanta, la Bosnia era un paese povero, il quotidiano di Sarajevo non poteva pagare un alloggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-64230" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673.jpg" alt="55672673" width="500" height="285" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/55672673-300x171.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=%09Azra+Nuhefendi%C4%87">Azra Nuhefendić</a></p>
<p style="text-align: justify;">Tra i candidati idonei fu scelto Joza F. per fare il corrispondente dalle Nazioni Unite. Aveva quello che agli altri aspiranti mancava: una zia che viveva a New York e che poteva ospitarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">All’inizio degli anni Sessanta, la Bosnia era un paese povero, il quotidiano di Sarajevo non poteva pagare un alloggio in affitto a New York per il suo corrispondente, perciò il fatto che la zia poteva ospitarlo fu decisivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per i giornalisti accreditati presso le Nazioni Unite, all’epoca, si organizzava un grande ricevimento annuale. I nuovi arrivati, entrando nella sala, per consuetudine, si presentavano esclamando ad alta voce il proprio nome, cognome, la testata e la tiratura del giornale. E così fece anche Joza: “Joza F., <em>Oslobođenje</em> di Sarajevo, trentamila copie.”</p>
<p style="text-align: justify;">Lo stesso Joza raccontava che, in quell’occasione poco dopo essersi presentato, mentre si aggirava tra corrispondenti, politici, ambasciatori e camerieri, fu preso in disparte da un collega il quale in modo confidenziale e amichevole gli disse: “Non dire mai più che sei corrispondente di un giornale con una tiratura così irrilevante. La gente potrebbe pensare che sei una spia e che il titolo di corrispondente è solo una copertura. Nessuno al mondo potrebbe avere un corrispondente dalle Nazioni Unite stampando solo alcune decine di migliaia di copie.”</p>
<p style="text-align: justify;">Eccetto la Bosnia!</p>
<p style="text-align: justify;">Dell’evento si parlò per anni, e quando lo sentii per la prima volta, mi parve una barzelletta inverosimile. Invece, una cosa analoga capitò anche a me, in un ambito più piccolo e sul terreno nazionale, in Bosnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avevano mandato a Kupres, una cittadina della Bosnia centrale, come inviata speciale, ma solo perché mia sorella Esa viveva nella città vicino, a Bugojno. Dormivo da mia sorella, feci il servizio in una giornata e non occorrevano le spese per il pernottamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni Settanta la Jugoslavia stava attraversando una grave crisi economica. Da noi però la parola “crisi” non veniva pronunciata mai e da nessuno. Presumibilmente per non corrompere l’idea che la nostra società era il massimo della democrazia e della prosperità umana, e come tale non poteva soffrire dei mali “tipici dei paesi capitalisti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei discorsi dei politici, sui giornali e nelle notizie della radio e della televisione non si parlava della crisi, ma della “stabilizzazione economica”. Erano precauzioni inutili, perché “la stabilizzazione” ci colpiva quotidianamente: mancava la carta igienica, l’elettricità, la benzina, l’olio, la farina, lo zucchero, il caffè, gli assorbenti e quant’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">I membri del partito comunista erano invitati a dare l’esempio della “stabilizzazione” che, negli altri paesi, si chiama “risparmio”. Ai media fu decretato di promuovere la campagna, e i giornalisti dedicavano ampi servizi su come e cosa si faceva nelle piccole città riguardo alla “stabilizzazione economica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Sarajevo a Bugojno ci vogliono circa tre ore di autobus. La strada è una statale, di quelle costruite negli anni Sessanta grazie al cosiddetto <em>samodoprinos</em>. La parola vuol dire qualcosa come “autotassazione”, era una misura imposta che andò avanti per anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Stretta e piena di curve, la strada si dirige verso la Bosnia centrale, passa per Busovača (che nella lingua colloquiale è sinonimo di luogo retrogrado, provinciale e insignificante), poi Vitez, Turbe. Scorrono le cittadine anonime, monotone e quasi identiche. Solo con la guerra, negli anni Novanta, abbiamo scoperto che in tutte queste cittadine di provincia erano collocate le fabbriche militari.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pullman si ferma a Travnik, tipica <em>kasaba</em>, parola turca che significa “cittadina di provincia”. Su entrambe le parti della via principale, le case sono basse, costruite senza alcun’ordine e nessuna bellezza. I palazzi nuovi nascondono i veri gioielli architettonici pervenuti dai tempi passati, come i resti della fortezza medievale, diverse moschee, le scuole coraniche e le tradizionali abitazioni bosniache.</p>
<p style="text-align: justify;">Per la sua posizione geografica la cittadina non fa eccezione in Bosnia: è incastonata nella stretta valle del fiume Lašva, con alti monti intorno. La sua posizione nel passato era considerata strategica. Durante il periodo dell’occupazione ottomana, la città fu residenza del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Visir">Visir</a>, il governatore del Sultano. Qui è ambientata la storia del romanzo del premio Nobel Ivo Andrić: <em>La cronaca di Travnik.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quindici minuti di sosta si riparte. Davanti a me i nuovi passeggeri, seduti in tre su sedili da due, chiacchierano, ridono e parlano senza badare se qualcuno li ascolta. Capisco che sono paesani, muratori, e che stanno tornando a casa dopo mesi di lavoro stagionale sulla costa dalmata, in un campo nudista. Si stanno ancora meravigliando di quanto visto, delle donne nude che passeggiavano “con disinvoltura”, degli uomini super attrezzati… Si interrompono l’un l’altro: “Hai visto quella tedesca di Amburgo?”, e poi la descrive come vuole il più comune stereotipo: grassa, con delle curve improbabili e dalla sessualità esagerata. L’altro gli ricorda di “quel francese che, con la scusa di essere occupato in qualcosa, rimaneva nella camera e se la faceva con le ragazze e le mogli degli altri”. “Giustamente”, commenta l’altro e, senza nascondere l’invidia, descrive le doti eccezionali del francese. Vanno avanti con questi discorsi per circa un’ora. Scendono a Vakuf, un’altra <em>kasaba</em> bosniaca, ma prima si giurano reciprocamente di non proferire parola di quanto visto alle proprie mogli.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi fermo a dormire a Bugojno da mia sorella che vive e lavora lì. Negli anni Settanta era considerata una città prosperosa grazie all’industria militare. Ma la fama l’aveva ottenuta perché il presidente Tito si recava spesso lì per la caccia.</p>
<p style="text-align: justify;">I boschi e le montagne bosniache, spesso di una bellezza rara e dalla natura intatta, non servivano solo per mascherare le fabbriche militari, gli aeroporti sotterranei e i bunker, ma erano e sono ancora ricchi di animali selvaggi, come gli orsi, gli obiettivi preferiti dell’eccellente cacciatore: il presidente Tito.</p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignright wp-image-64231" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01.jpg" alt="01" width="511" height="411" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01.jpg 662w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/09/01-300x241.jpg 300w" sizes="(max-width: 511px) 100vw, 511px" />Ci veniva spesso, e per Tito fu costruita a Bugojno la villa “Gorica”. Si diceva che i bosniaci catturassero l’orso in anticipo, e lo tenessero per il presidente. Giravano barzellette su vari politici bosniaci che tenevano personalmente con le proprie mani l’orso finché Tito, ormai vecchio, non lo uccideva.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo la caccia, il presidente incontrava i politici bosniaci. Non è chiaro se questi incontri avessero anche rafforzato il legame e la fiducia tra Tito e i politici bosniaci. Fatto sta che, negli ultimi anni della sua vita, Tito si fidava sempre di più dei burocrati della Bosnia-Erzegovina.</p>
<p style="text-align: justify;">Da Bugojno a Kupres ci vuole mezz’ora di macchina. Ma se nevica non si passa per giorni. La strada taglia in due una montagna boscosa di fitti e alti pini. Circa a metà strada bisogna passare per un valico detto “Kupreska vrata” (porta di Kupres). Mai visto un posto che corrisponda così tanto al proprio nome. Durante l’inverno basta quel poco di neve per far sì che la “porta” si chiuda al traffico.</p>
<p style="text-align: justify;">Passato il valico, la strada scende in fretta e sbocca in un vasto altopiano, Kupresko Polje (il campo di Kupres), una delle quattro pianure carsiche della Bosnia-Erzegovina occidentale.</p>
<p style="text-align: justify;">Kupresko Polje si estende su una superficie di 93 kmq ad un’altezza di 1.200 metri ed è circondato ovunque da alte montagne. Proseguendo dritto si arriva alla costa dalmata.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul bordo dell’altopiano c’è l’omonima città di Kupres. Piccola, di forma circolare. Si accosta al margine occidentale della pianura come se avesse paura di esporsi a quella vastità piatta che non ti dà riparo dal vento e dalla neve.</p>
<p style="text-align: justify;">Il pullman si ferma, per un istante, e fugge da quel posto isolato. Sono l’unica a scendere. Mi giro intorno, non c’è anima viva. Seguo con lo sguardo il pullman che si allontana sulla strada dritta, in mezzo alla pianura, diventando sempre più piccolo fino a trasformarsi, all’orizzonte, in un puntino nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel centro della città c’è la piazza rotonda dal diametro di 50 &#8211; 70 metri al massimo e nel mezzo un giardinetto con le rose. Intorno alla piazza le case a due piani. Su una è esposta la bandiera statale. È la sede del comitato locale del PC.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi presento, mi stanno aspettando. Il primo incontro è con il segretario del comitato locale del PC, un certo compagno Mile. Parla piano, con voce monotona elenca le parole senza cambiare espressione del volto. Mentre parla, fissa la penna che gira tra le dita. Non sa cosa dire. Ripete le frasi già scritte nei lunghi e noiosi rapporti del partito: “bisogna”, “dobbiamo”, “di sicuro”, “al più presto”. Macché stabilizzazione economica! A Kupres avevano appena costruito una fabbrica, così, solo per avere un’industria qualsiasi, senza neanche la materia prima. E adesso non sanno cosa fare, non possono né chiudere né andare avanti, la fabbrica “produce” solo perdite.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi lo saluto, vado a parlare con il sindaco e il presidente del Socijalistički savez (Alleanza Socialista). Era un’organizzazione che, ufficialmente, doveva raccogliere vari pareri e interessi della società al di fuori del PC. La sede è dall’altra parte della piazzetta, Mile insiste per accompagnarmi.</p>
<p style="text-align: justify;">Usciamo, davanti alla porta è parcheggiata una “Mercedes” nera, la macchina preferita dai nostri politici. Il compagno Mile mi apre la portiera e insiste per darmi un passaggio. Per fare solo 50 metri da una casa all’altra! Stupita, non riesco a rifiutare. Ci voleva più tempo per sedersi e mettere la macchina in moto che attraversare la piazza a piedi.</p>
<p style="text-align: justify;">Finisco il lavoro nel primo pomeriggio, vado alla stazione dei bus. Lo sportello è chiuso, intorno non si vede nessuno. Aspetto un po’, non succede nulla. Busso alla porta di una casa privata e chiedo se c’è qualche bus per Bugojno. La signora ride: “Ma che Bugojno, cara, da qui fino a domani mattina non si va da nessuna parte, se non si ha l’auto”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi vergogno all’idea di tornare dagli interlocutori per chiedere un passaggio. Lascio la città e mi metto sul ciglio della strada ad aspettare. Tornerò in auto stop, penso.</p>
<p style="text-align: justify;">Passa un’ora e non si vede neanche una macchina. Comincio a preoccuparmi. Fisso l’orizzonte con la speranza di vedere un’auto in lontananza. Non si muove nulla, eccetto il vento che è costante. A Kupresko polje, il sole tramonta presto, la temperatura precipita in fretta. È luglio, ma comincio ugualmente a sentire un po’ di freddo.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non fossi preoccupata per come tornare a Bugojno, potrei godermi il paesaggio. A perdita d’occhio si estende un campo quasi perfettamente piatto, coperto d’erba, l’aria è limpida, arricchita dal profumo delle erbe aromatiche. Il silenzio è spaziale.</p>
<p style="text-align: justify;">All’improvviso ho la sensazione di non essere sola. Mi volto e, per lo spavento, indietreggio di un passo. Là, vicinissimo, non saprei dire con certezza quanto distante, c’è un cavallo che mi fissa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’animale mi guarda con attenzione e curiosità palese. Come se si chiedesse “e tu cosa ci fai qui nel mio regno?”. Mi fissa con quegli occhioni grandi e intelligenti, con uno sguardo penetrante e di sfida. Bello, forte, sembra una statua di marmo, se non ci fosse il vento a muovere i peli della sua criniera lunga e spettinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Per un momento ci fissiamo, stupiti l’uno dell’altra. Mi sembra di vivere una scena da film: la figura del potente animale in primo piano, e sullo sfondo la verde vasta pianura che, lontano nell’infinito, si abbraccia con il cielo perfettamente blu.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cavallo, come se fosse impaziente, batte lo zoccolo sinistro per terra. Adesso, penso, quello si trasformerà in una principessa bellissima, come in una favola. Ma si è solo stancato dell’incontro improvviso. Con una mossa decisa l’animale tira la testa all’indietro, la criniera sventola e lo fa assomigliare a una creatura mitologica, emette un nitrito e si allontana galoppando. Non ho sentito il rumore dei suoi passi. “Per il vento” mi spiegheranno dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Era uno dei cavalli selvaggi di Kupresko Polje. Sono i discendenti degli stalloni che, negli anni Sessanta, la gente locale non voleva e non poteva tenere più, e così li rilasciava in natura. In quegli anni, molti dalla Jugoslavia andavano a lavorare nell’Europa occidentale. In Germania li chiamavano “gastarbeiter” che significa lavoratore in visita. Questa parola da noi, ancor oggi, ha una connotazione negativa. Indica della gente rozza, ignorante, senza cultura ma con soldi da spendere.</p>
<p style="text-align: justify;">I nostri “gastarbeiter” lavoravano in Germania, mentre a casa loro mancava la manodopera. Inoltre, con i soldi guadagnati, compravano le macchine agricole. Di conseguenza i cavalli erano diventati superflui, inutili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai paesani dispiaceva uccidere gli animali, e così li liberavano. I cavalli liberi si sono arrangiati benissimo. Dai primi settanta cavalli, il numero, con gli anni, è cresciuto a 150.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante l’estate la mandria si divide in gruppi più piccoli, si arrangiano con il cibo e l’acqua. Sbucano all’improvviso, bellissimi, liberi e imprevedibili, e spariscono come il vento. Ogni tanto attraversano la statale. I rari passanti, impauriti per aver evitato lo scontro, e increduli di aver realmente visto dei cavalli, frenano l’auto bruscamente, escono e cercano di vedere e capire cosa sia successo. Ma della mandria, un attimo dopo, si vede solo una nuvola che si allontana.</p>
<p style="text-align: justify;">Durante l’inverno i cavalli selvaggi di Kupresko Polje si ritirano, insieme in un’unica mandria, sulle montagne che circondano l’altopiano per ripararsi dal vento e dalla neve. Gli esperti dicono che nel branco esiste e si onora una gerarchia precisa, basata sull’età e sul sesso degli animali.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le spalle rivolte verso la strada, osservo la pianura nella direzione in cui è sparito il cavallo. Cerco di ricostruire, nella memoria, tutto quello che ho appena visto. Sapevo che a Kupresko Polje ci sono i cavalli selvaggi, ma come molti prima e dopo di me, non mi aspettavo di vederli.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi sento un rumore, mi volgo verso la strada, e vedo un camion che si avvicina. Sono così confusa che non alzo neanche il pollice per fermarlo. L’autista, però, si ferma comunque, abbassa il finestrino e mi fa: “Dove si va, bellezza?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Hmm, non mi piace il suo aspetto né il suo modo di rivolgersi a me. Non sono una bellezza, ma una giornalista del più importante quotidiano della Bosnia-Erzegovina. Ma se non salgo sul camion, come me ne vado da questo posto?, penso tra me e me. “Bugojno”, rispondo velocemente. “Monta su, bellezza”, dice quello e mi apre la portiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato su <a href="http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Una-corrispondenza-molto-speciale-170313">Osservatorio Balcani e Caucaso</a></p>
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		<title>Non aprite quella porta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2008 14:45:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Azra Nuhefendic]]></category>
		<category><![CDATA[Ed Vulliamy]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra  Ex jugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[Ivo Andric]]></category>
		<category><![CDATA[Milan Lukic]]></category>
		<category><![CDATA[OHR]]></category>
		<category><![CDATA[Sasa Stanisic]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Mostro della Porta Accanto di Azra Nuhefendic Se questo è un uomo Primo Levi Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, Milan Josipovic, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai responsabili “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg'><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/07/elle-pelle-placcaf.jpg" alt="" title="elle-pelle-placcaf" width="300" height="446" class="alignnone size-full wp-image-6421" /></a></p>
<p><strong>Il Mostro della Porta Accanto</strong><br />
di<br />
<strong>Azra Nuhefendic</strong></p>
<p><em>Se questo è un uomo</em><br />
Primo Levi</p>
<p>Nel giugno del 1992 all’ispettore della polizia di Visegrad, <strong>Milan Josipovic</strong>, giunse una comunicazione dal direttore della diga sul fiume Drina, a Bajina Basta, con l&#8217;esplicita richiesta ai <em>responsabili </em> “ di rallentare il flusso dei cadaveri che galleggiavano lungo il fiume perché bloccavano le turbine della diga”.</p>
<p>Ai due, principali <em>responsabili</em>, di quella “seccatura”, i serbi bosniaci <strong>Milan Lukic</strong> e suo cugino e complice <strong>Sredoje Lukic</strong>, proprio in  questi giorni è cominciato il processo davanti al Tribunale dell’Aja. <span id="more-6420"></span></p>
<p>Višegrad è una bella cittadina della Bosnia Occidentale, che sorge a circa 100 Km ad est della capitale Sarajevo, nella regione della Republika Srpska. Celebrata nel romanzo d’esordio dello scrittore Ivo Andrić, <em><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_ponte_sulla_Drina">Il ponte sulla Drina</a></em>. </p>
<p>Ha la triste reputazione di essere al secondo posto, dopo <strong>Srebrenica</strong>, per la massiccia opera di pulizia etnica  e le atrocità compiute contro i musulmani. </p>
<p>Dei 21 000 abitanti di Visegrad, prima della guerra, due terzi erano  bosniaci. In soli due mesi del 1992 più di 13500 musulmani-bosniaci furono costretti, a lasciare le proprie case. Circa tremila sono morti o dispersi.</p>
<p>A causa della sua posizione strategica, che la colloca tra il fiume e il confine con la Serbia, Visegrad è attaccata, nell&#8217; aprile del 1992, e conquistata dalla JNA (Armata Popolare Iugoslava) che prima di lasciare la cittadina ne affida ai serbi del luogo il governo.</p>
<p>E&#8217; a  questo punto che entrano in scena i due cugini Sredoje e Milan Lukice,  allora comandante del gruppo paramilitare ”Le aquile bianche”.</p>
<p>In Bosnia circa 17 000 serbi bosniaci  sono <em>sospettati</em> di aver commesso o partecipato a crimini di guerra (secondo l&#8217; Ufficio dell’Alto Rappresentante <a href="http://www.ohr.int">(OHR)</a>  della comunità internazionale in Bosnia). Milan Lukic  lo si considera tra i più atroci, e tra i più grossi criminali.<br />
Al fascicolo che lo riguarda presso il Tribunale “fu  appropriatamente assegnato il nome in codice di “Lucifero”. (<strong>Carla Del Ponte</strong>, <em>La Caccia</em>, pg. 338).</p>
<p>Quello che distingue il caso di Milan e Sredoje Lukic dagli altri è la brutalità dei crimini commessi,e il fatto che li abbiano, nella maggioranza dei casi, eseguiti con le proprie mani. </p>
<p>Milan Lukic fu catturato in Argentina, nel 2005, dopo sette anni di latitanza. Al momento della cattura ha protestato, dicendo “che si trattava di un errore e che non vedeva l’ora di dimostrarlo”.<br />
Suo cugino e complice, Sredoje Lukic, fu arrestato due mesi dopo, tornando dalla Russia dove si era rifugiato.<br />
Visegrad è, come sottolinea <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Ed_Vulliamy">Ed Vulliamy</a>, autore del libro <em>Stagioni all&#8217; inferno </em>(Seasons in Hell), &#8220;una delle centinaia di piccole Srebrenice, che accaddero in Bosnia”. </p>
<p>A lungo la terribile storia di Visegrad è rimasta nel dimenticatoio, per tutti, tranne che per i sopravvissuti e i familiari delle vittime. </p>
<p>Il caso fu “scoperto” dal giornale britannico “The Guardian”, nel 1996.<br />
Parlando con i profughi bosniaci, il corrispondente ha chiesto a Jasmin R. cosa facesse durante la guerra. L’uomo ha spiegato che, essendo troppo piccolo, non combatteva, ma aveva il compito di raccogliere i corpi che galleggiavano lungo fiume Drina. </p>
<p>“Quali corpi?”</p>
<p>L&#8217;inchiesta prese il via da quella domanda.<br />
Prima fu localizzato Milan Lukic: abitava in Serbia da uomo libero. Poi, sono stati rintracciati i testimoni, e i sopravvissuti sparsi in tutta Europa e in Bosnia. Il racconto di tutti è quasi identico. </p>
<p>Milan Lukic e i suoi uomini prendevano i musulmani dalle loro case, li portavano sul ponte di Drina, alcuni li sgozzavano, altri li gettavano nel fiume sparandogli prima che cadessero in acqua. </p>
<p>“<em>Odio il ponte. Odio gli spari nella notte perché non si sente l’acqua quando ci cade il corpo…odio i miei occhi perche non vedono bene chi sono gli uomini che stavano uccidendo e gli sparano mentre cadevano nella Drina…. Altri li uccidono subito sul ponte e il giorno dopo le donne inginocchiate puliscono il sangue”.</em></p>
<p>Questo sono  parole tratte dal libro &#8220;<em>Come il soldato ripara il grammofono</em>” (<a href="http://www.timeout.com/newyork/articles/books/29799/how-the-soldier-repairs-the-gramophone">How the Soldier Repairs the Gramophone</a>). L&#8217;autore è un giovane bosniaco, <strong>Sasa Stanisic</strong>, (papà Serbo, mamma musulmana), che, a 14 anni, nel 1992, ha lasciato Visegrad. Il romanzo, un vero caso letterario, lo ha scritto in Germania.</p>
<p>A 35 chilometri di distanza da Visegrad, un gruppo dei bosniaci del villaggio Slap na Zepi, raccoglieva i corpi. Il lavoro si faceva durante la notte, per evitare che i cecchini serbi gli sparassero dalle colline circostanti.<br />
Hanno raccolto e sepolto i resti di circa 200 persone. In seguito l’inchiesta ha stabilito che così facendo, potevano raccogliere più o meno un corpo su venti.   </p>
<p>Bosniaco, Mesud Cokalic, faceva  parte del quel gruppo. Si ricorda che ”<em>i corpi spesso avevano la gola tagliata, segni di tortura, le donne erano nude e avvolte in lenzuola. C’erano anche i corpi dei bambini, un uomo fu trovato crocefisso su una porta di legno e una volta abbiamo trovato una borsa con dentro 12 teschi. Ma il momento  più difficile fu quando uno di noi, un ragazzo, ha trovato il corpo di sua madre sgozzata”.</em></p>
<p>“<em>Non mi pento di niente di quello che ho fatto</em>”, ha confessato Milan Lukic in una intervista al settimanale di Belgrado “Duga”, nel 1992. In quella occasione ha precisato che il suo gruppo si era staccato dalla polizia regolare “<em>perche erano totalmente inefficaci</em>”.</p>
<p> Il giudice dell’Aja, Dermot Groome ha definito l’efficacia “stile Lukic”, un olocausto. </p>
<p>Il 14 giugno 1992 Lukic e i suoi paramilitari hanno chiuso un gruppo di musulmani, in gran parte donne, bambini e anziani in una casa, a Visegrad. Hanno sbarrato porte e finestre ed hanno appiccato il fuoco. In quella occasione 66 persone sono morte bruciate vive: la più anziana aveva 75 anni, e la più giovane, una bimba di due giorni. Per quelli, che tentavano di scappare, ad aspettarli fuori, armati di fucili automatici, c&#8217;erano Lukic e i suoi uomini.</p>
<p>Pare che neanche questo fosse abbastanza <em>efficace</em> per i Lukic. </p>
<p>Due settimane dopo, il 27 giugno, hanno ripetuto il crimine. In una casa a Bikavac hanno imprigionato e bruciati vivi, altri 70 musulmani. </p>
<p>Zehra T. con la faccia sfigurata dalle fiamme si e salvata buttandosi dalla finestra, ma dentro casa era rimasta sua sorella di nove anni. </p>
<p>Milan Lukic e le sue “Aquile Bianche” sono accusati anche per due sequestri e l&#8217;assassinio di 36 civili musulmani e un croato. Nel 1993 avevamo infatti bloccato il treno diretto da Belgrado in Monte Negro. Dal treno hanno prelevato 18 civili musulmani e un croato, e li hanno uccisi.<br />
L’operazione fu ripetuta in un altro villaggio, Mioce; da un autobus hanno fatto scendere 17 musulmani, li hanno portati a Visegrad, torturati e uccisi.</p>
<p><em>&#8220;Quello che hanno fatto Milan e Sredoje Lukic non è l&#8217;atto di una banda dei criminali…I delitti che hanno compiuto fa parte di una impresa criminale e premeditata il cui lo scopo  era quello di distruggere una parte dei musulmani bosniaci come gruppo&#8221;</em>, ha precisato il giudice D. Groome.</p>
<p>Il Tribunale ha respinto la richiesta dell&#8217; accusa di includere nell’incriminazione contro i due Lukic, anche i reati  di violenza sessuale.</p>
<p>La decisione ha mandato su tutte le furie  <strong>Bakira Hasecic</strong>, una delle donne ripetutamente violentate e torturate da Milan Lukic  e dai suoi uomini. </p>
<p>I cugini Lukic, infatti, dopo aver prelevato e ucciso gli uomini tornavano nelle case delle vittime, prendevano le loro mogli, le figlie e le portavano all&#8217; albergo “Vilina Vlas”</p>
<p>”<em>Ci tenevano tutte chiuse nelle stanze. Ogni tanto ci buttavano un pezzo di pane che prendevamo con i denti perché le mani  erano legate con le corde. Ci slegavano solo per stuprarci&#8221;</em>, ricorda Bakira Hasecic.</p>
<p>In un rapporto delle Nazioni Unite si precisa che a “Vilina Vlas” erano detenute e maltrattate circa 200 donne. La maggior parte furono uccise o sono scomparse. La signora Hasecic ha visto una giovane donna, Jasna Ahmedpasic, gettarsi dalla finestra dopo aver subito quattro giorni di abusi.</p>
<p>Una madre ha testimoniato che è stata violentata dallo stesso Milan Lukic nella propria casa. &#8220;<em>Davanti ai due figli minorenni, di nove e dodici anni, Lukic l’avesse stuprata, poi portata in  cucina ordinandole di scegliere un coltello affilato; quindi, sotto i suoi occhi, Lukic lo abbia usato per sgozzare i suoi due bambini </em>(Carla  Del Ponte: “La Caccia”, p. 338).</p>
<p>Bakira Hasecic, qualche anno dopo la guerra, ha fondato l’associazione &#8220;<strong><a href="http://www.bbc.co.uk/worldservice/documentaries/2008/01/071227_only_one_bakira.shtml">Donne-vittime di guerra</a></strong>&#8220;.<br />
In marzo, quest&#8217;anno, hanno tentato di mettere sul ponte di Drina una targa che ricorda 3000 musulmani bosniaci uccisi o scomparsi. Ma la placca è stata strappata la stessa notte stessa.</p>
<p>I serbi di Visegard hanno annunciato che vogliono mettere un&#8217;altra placca che possa commemorare i serbi uccisi.</p>
<p>E <a href="http://www.cinemasereno.it/Archivio/Francesco%20Gusmeri/1/ponte%20sec%20xv%20Visegrad.jpg">il ponte</a>? </p>
<p>Quel gioiello architettonico in pietra bianca costruito per volere del Gran Visir Mehmed Pasca Sokolovic nel 1571, quest&#8217;anno è stato dichiarato dall&#8217; UNESCO, patrimonio dell&#8217; umanità. </p>
<p>Tuttavia, in Bosnia, nessuno lo ama, quel ponte: i bosniaci, perchè due volte, in un secolo (anche durante la Seconda guerra mondiale) li uccidevano sul ponte e buttavano i corpi nella Drina; i serbi perchè è stato costruito da un turco; i croati perchè non riescono a &#8220;digerire&#8221; neanche quello di Mostar, che avevano distrutto una volta.</p>
<p>Ma il ponte, come ha scritto Ivo Andric è &#8220;<em>forte, bello e perenne, è al di là di tutti i cambiamenti</em>&#8220;. </p>
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