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	<title>Jean-Paul Sartre &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cioran, agonia di un reazionario</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2014 06:00:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Jean-Paul Sartre]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mario Sammarone Per i tipi della casa editrice Bietti è recentemente uscito il libro di Emil Cioran, L&#8217;agonia dell&#8217;occidente – lettere a Wolfgang Kraus (1971-1990), un carteggio intercorso tra lo scrittore rumeno e il critico ed editore austriaco Wolfgang Kraus, con l&#8217;aggiunta, in appendice, di altre due lettere scritte dalla compagna di Cioran, Simone [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Sammarone</strong></p>
<p>Per i tipi della casa editrice Bietti è recentemente uscito il libro di Emil Cioran, <em>L&#8217;agonia dell&#8217;occidente – lettere a Wolfgang Kraus</em> (1971-1990), un carteggio intercorso tra lo scrittore rumeno e il critico ed editore austriaco Wolfgang Kraus, con l&#8217;aggiunta, in appendice, di altre due lettere scritte dalla compagna di Cioran, Simone Boué, ed estratti del diario di Kraus che vertono sulla figura stessa di Cioran – la scoperta e la conseguente trascrizione di questo carteggio si deve a George Gutu, avvenuta in maniera casuale durante lavori di ricerca presso l&#8217;Archivio Letterario della Biblioteca Nazionale di Vienna.<span id="more-49956"></span></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cioran-Kraus-Italia.bmp"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49957" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/Cioran-Kraus-Italia.bmp" alt="Cioran-Kraus Italia" width="577" height="566" /></a>Con questa pubblicazione, curata da Massimo Carloni che ne scrive una intensa e pregnante introduzione, veniamo a conoscere da vicino il pensiero dello scrittore rumeno, che ci viene reso nella sua piena umanità ed attività di intellettuale, grazie anche all&#8217;imponente apparato di note che sono un supporto ulteriore per accedere alla collocazione storico-biografica delle lettere stesse.</p>
<p>Cioran incontrò Kraus in occasione della traduzione tedesca del <em>Mauvais démiurge</em> per l&#8217;editrice <em>Europa</em> di Vienna, presso cui Kraus lavorava nel 1971 – ma probabilmente si erano già riconosciuti in precedenza. Si delineano subito le differenti personalità dei due intellettuali: Cioran con il suo pessimismo che lo fa volutamente restare ai margini del mondo culturale e per cui la produzione artistica si nutre necessariamente di una buona dose di ascetismo; Kraus, invece, che interpreta il suo ruolo di intellettuale come un&#8217;alacre attività di mediazione tra l&#8217;Est e Occidente, con un vero e proprio impegno emotivo, ed etico nel senso hegeliano del termine, che lo spinge ad invitare in Austria alcuni scrittori dei paesi del blocco sovietico; ma entrambi impegnati nel cantare l&#8217;Elegia del<em> finis Austriae</em>, nazione che per essi è archetipo della decadenza dell&#8217;Occidente.</p>
<p>L&#8217;Austria, che Cioran sente essere la sua vera patria, al punto di definirsi un tardo cittadino di Kakania, la terra immaginaria e pure reale creata da Musil, oppure sentendo su di sé le stigmate ideali di un soldato austroungarico, nato com&#8217;era ai confini orientali di quel grande Impero, prima che quelle terre diventassero dominio del caos balcanico. E tuttavia quell&#8217;anima orientale è rimasta, come una sorta di fatalismo, a comporre la complessa personalità di Cioran, quasi suo malgrado, insieme alla prediletta componente austro-germanica, e alla Francia terra d&#8217;adozione che gli dà ospitalità e lingua. Cioran rinuncia infatti all&#8217;idioma rumeno con un gesto di abiura che è un rifiuto totale della “rumenità” con il suo carico di maledizione individuale e nazionale, un auto-sradicamento consapevole portato alle estreme conseguenze.</p>
<p>La decadenza della potenza austroungarica è sentita visceralmente da Cioran come pericolo incombente sull&#8217;intera Europa, avendo aperto la via al pericolo della dittatura comunista che egli paventa possa dilagare in Occidente. Anche<em> en France</em> Cioran non si sente assolutamente a suo agio, essendo preponderante tra gli intellettuali il pensiero marxista, allora egemone con le grandi figure di Sartre, Althusser, Baudrillard, per lui incomprensibili con la loro adesione a una dittatura disumana. Ancora una volta, Cioran è sradicato, anche nel mondo della cultura. Per lui l&#8217;uomo occidentale è come Tantalo, il re mitico che sedeva al desco degli dei ma che non sapeva godere della propria ricchezza, colui che ha tutto ma che vuole votarsi a un inspiegabile pauperismo comunista: paradosso.</p>
<p>Nelle lettere a Kraus, Cioran rivela tutto il suo preoccupato stupore nel vedere la gioventù francese, non contenta della libertà di cui dispone, reclamarla a gran voce in cortei e proteste, per consegnarsi, eventualmente, attraverso una agognata rivoluzione, all&#8217;incubo della tirannide sovietica. La sua lontananza da quella ideologia lo porterà, pur frequentando lo stesso caffè di Sartre,<em> Le Flor</em> nel quartiere latino, ad ignorarlo per anni senza rivolgergli mai la parola.</p>
<p>Il sentirsi “straniero” di Cioran è in sintonia con l&#8217;amata figura di Sissi, l&#8217;imperatrice moglie di Francesco Giuseppe, angelo del disinganno, ombrosa al punto tale da rifuggire ogni contatto pubblico, vero atto di diserzione sociale che gliela rende sorella. Come Sissi si celava dietro le sue velette, Cioran vorrebbe una vita solitaria, più nascosta, non sottoposta alla schiavitù delle visite, degli incontri serali, delle conversazioni futili e sfinenti, degli spossanti e difficili rapporti con editori e traduttori.</p>
<p>E tuttavia, al di là di questa apparente misantropia, nelle epistole a Kraus emerge la figura di un uomo buono, educato, rispettoso, il quale suscita la perplessità del critico viennese che si chiede, nei suoi appunti di diario, come possa Cioran essere l’uomo civile e generoso che è, ed elaborare al contempo il suo pensiero così aridamente gnostico e ostile ad ogni manifestazione materica. Kraus azzarda delle ipotesi, quasi una diagnosi: perché il suo pessimismo? Da dove deriva? Una delusione? Un eccessivo idealismo tradito? Questione di salute? O l’insonnia forse, l’antica tiranna giovanile di Cioran, di cui soffriva già in Romania con la madre, atterrita dal malessere del figlio, che ordinava la celebrazione di messe – insonnia combattuta poi, una volta trasferitosi a Parigi, con la terapia della bicicletta e di passeggiate salutari nei giardini del Luxembourg. La mancanza di sonno, per Cioran, è assenza di rinascita mattutina, mancanza di risveglio, e non permette quel minimo di ottimismo e di progettualità connessi a un inizio.</p>
<p>Per Kraus, in Cioran c’è anche sofferenza, sebbene del tutto volontaria, dell’intrappolamento in una lingua straniera e così freddamente grammaticale come il francese: una specie di “camicia di forza” in cui il temperamento mistico di Cioran deve piegarsi. Ci sono poi il rifiuto della mondanità, del successo, poiché Cioran teme ogni superficialità che ne possa derivare. Gli sembrerebbe uno svilimento. Arriva perfino a rifiutare premi letterari corredati di denaro. Rifugge anche da un eccesso di scrittura, che ritiene inutile. Eppure, Cioran, pur <em>sapendo</em> dell&#8217;inconsistenza della vita, non ne rimane fulminato, procede.</p>
<p>Nel corso di queste lettere, scritte nell’arco di un ventennio, viene gettata luce sulla vita di questo scrittore, in una prosa sempre elegante e controllata, che ci informa dei suoi progetti, delle sue letture e anche del declinare della salute e della forza vitale con l’avvicinarsi della vecchiaia, stagione aborrita per la perdita di libertà che ne deriva. E poi sullo sfondo Parigi, fatale Parigi, oppressiva, tutta un chiacchiericcio, mentre Cioran anela a una patria fredda di clima e di rapporti umani.</p>
<p>Le sue innumerevoli letture, un “vizio” di cui non può fare a meno, lo portano a crearsi un suo personale <em>pantheon</em> di figure che gli sono più affini, come Erwin Chargaff, stimatissimo scienziato e pensatore, e poi Jünger per cui nutre un’ammirazione vitalistica e con il quale condivide un aristocratico pessimismo, e ancora Joseph de Maistre, pensatore della controrivoluzione, Rudolf Otto, Meister Eckhart – “il più sublime” –, madame du Deffand, la grande scrittrice di epistole che fece della conversazione un’opera d’arte, cosciente e lucida in maniera esasperata e quindi troppo civilizzata e così, per forza, fragile e declinante. E soprattutto, il maestro della coscienza, il suo maggiore conoscitore, Dostoevskij, che vide in essa una malattia per l’uomo.</p>
<p>Anche il nichilismo offende Cioran quando non è abbastanza puro, come nei russi che avevano una finalità storica ben precisa e quindi una meta – perfino nel buddismo <em>Madhyamika</em> c’è il fine ultimo della liberazione, cioè ancora una meta. Pieno di un vero furore gnostico, se fosse stato credente Cioran sarebbe stato un cataro, con il suo rifiuto di avere figli poiché pensa che la famiglia non meriti di perpetuarsi. La sola pace possibile la trova nei piccoli lavoretti di falegnameria, quando si reca in vacanza a Dieppe, manifestando quasi una propensione alla mistica zen, oppure rivelando un insospettabile slancio estetico quando invita uno scrittore amico ad adottare una certa frivolezza formale. Cioran, che affronta tutto con una scrupolosa serietà, pare incapace di prendere atto che l’uomo sia ciò che è; lo desidera quasi simile a un dio e gli si scaglia contro perché così non è. Cioran è un mistero.</p>
<p>In ogni caso, o attraverso le letture, o nella sua vita reale, vediamo come egli sia capace di avere un rapporto autentico solo con persone che hanno smesso di essere entusiaste. Preferisce quelle messe a nudo, non rivestite dalla protervia di un’illusione.</p>
<p>Sono questi scritti uno squarcio su una vita e su un periodo di storia estremamente puntuali, che si leggono con piacere, ma con alcune singolarità che, in quell’apparente scorrere fluido della scrittura, emergono folgoranti. Aforismi, che quel semplice racconto riscattano, nella freddezza marmorea della parola che cela un&#8217;apertura di verità possibili. Gemme che ci folgorano.</p>
<p>Ma alla fine, unica parola che Cioran dice che gli rimanga è <em>Umsonst</em>, invano, che, come un cartiglio in un’iscrizione araldica, egli potrebbe porre a suggello della propria vita: per questo feroce nichilista, la grazia di un significato non esiste.</p>
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		<title>Senza materialismo, ovvero la sinistra opinionista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 06:59:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/dietzgen.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-32772" title="dietzgen" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/04/dietzgen-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>di <strong>Rocco Ronchi</strong></p>
<p>Da tempo la sinistra italiana ha fatto del materialismo solo una delle tante «tradizioni» che (faticosamente) convivono all&#8217;interno della sua imprecisata galassia ideologica, quasi il retaggio polveroso di un&#8217;epoca definitivamente tramontata. I destini del materialismo, come metodo di analisi e come fondamento della prassi politica, e quelli della sinistra politica non sono inscindibilmente legati. Ne fa fede, appunto, la nostra sinistra. Vale però la pena di chiedersi che cosa diventi una sinistra senza materialismo.<br />
La risposta non è difficile. Diventa quello che effettivamente è oggi in Italia: un movimento di «opinione» che contende ad altre «opinioni» il diritto di essere opinione «dominante». L&#8217;arena della contesa è la sfera dell&#8217;«opinione pubblica». Su tale opzione di fondo si è costruita l&#8217;ipotesi del partito democratico. Fin dalla scelta del nome è resa esplicita l&#8217;intenzione programmatica di rompere con l&#8217;eredità «materialista» del passato. Un riferimento anche vago al «socialismo» lo avrebbe invece implicato.<br />
Le conseguenze di questa precisa opzione ideologica sono la cronaca politica degli ultimi anni. In primo luogo, quel fenomeno registrato dalla chiacchiera giornalistica come «buonismo» e stigmatizzato dagli avversari come difetto di «realismo». <span id="more-32771"></span>Divenuta opinione, la sinistra non può infatti che essere la paladina delle buone intenzioni e delle buone pratiche contro le cattive intenzioni e le cattive pratiche attribuite sistematicamente all&#8217;avversario. Nell&#8217;ambito della contesa politica, essa si autocomprende come la portatrice dell&#8217;opinione vera &#8211; vera perché disinteressata, vera perché votata al bene pubblico &#8211; di contro all&#8217;opinione falsa perché viziata dall&#8217;interesse privato e dal calcolo egoistico. D&#8217;altronde la verità di tale opinione non può avere altro fondamento che una persuasione cocciuta. Nessuna scienza, infatti, la sorregge e la giustifica, dal momento che il materialismo come scienza della prassi è stato liquidato dalla stessa sinistra come inutilizzabile ferrovecchio «marxista».<br />
In secondo luogo, il moralismo e lo snobismo estetico. Fattasi questione di opinione, la lotta politica cessa di essere «politica». Prende piuttosto la forma prepolitica e impolitica del ribrezzo morale e della ripugnanza estetica. Non ha torto Berlusconi quando afferma di essere il collante dell&#8217;opinione di sinistra («il partito di Repubblica»). In tanti, in questi ultimi anni, hanno avuto modo di constatare come persone indubbiamente «di destra» si siano risolte a fiancheggiare la sinistra, perché per cultura, per rettitudine morale, per buona educazione, trovavano insopportabile &#8211; sul piano estetico e su quello morale &#8211; le performance del capo e della sua oscena cricca. Il giudizio politico era sostanzialmente irrilevante. Ora, il sentimento di disgusto è certamente giustificato, tuttavia c&#8217;è da chiedersi se possa essere efficace per una trasformazione reale dello stato di cose, se possa funzionare politicamente o se non sia piuttosto il segno di una metamorfosi della sinistra in una specie di «ceto sociale» (ampio ma minoritario) caratterizzato dalla condivisione intellettuale degli «eterni ideali» del buono, del bello, del vero e del giusto. Presso questi palati idealisti il «buon gusto» sostituisce la «coscienza di classe» e il Kitsch &#8211; definito dallo scrittore Hermann Broch l&#8217;equivalente estetico del male morale &#8211; diviene il nemico da combattere. In tempi certamente più duri dei nostri e, perlomeno, altrettanto privi di speranza, un vecchio materialista come Bertolt Brecht si faceva beffe di questo genere di sinistra. Invece dei leghisti, doveva fronteggiare Hitler all&#8217;acme della sua potenza, eppure lanciava frecciate al vetriolo agli intellettuali di sinistra che vendevano <em>Ansichten </em>o <em>Meinungen </em>(opinioni) all&#8217;angolo della strada, credendo «idealisticamente» che «persino il fatto che avete fame dovete apprenderlo dai libri» (la citazione è tratta da <em>Dialoghi di profughi</em>, opera di sconcertante attualità composta durante l&#8217;esilio finlandese di Brecht e che da tempo immemorabile è purtroppo sparita dalle nostre librerie)<br />
Infine, la contraddizione ultima in cui si viene a trovare una sinistra mondatasi dal materialismo: essa diviene movimento d&#8217;opinione nel momento in cui, per ragioni esclusivamente materiali, la sfera dell&#8217;opinione pubblica è venuta meno. Il consenso razionale che la sinistra cerca suppone infatti un&#8217;opinione pubblica di taglio kantiano, una specie di grande «coro» composto da uomini liberi e assennati di fronte al quale gli attori della scena politica devono proporre le loro opinioni. Con il voto l&#8217;opinione pubblica giudicherebbe e la palma del vincitore dovrebbe andare all&#8217;opinione migliore. Tale supposizione «razionalistica» (molto «alla Habermas») spiega perché poi, sotto sotto, a dispetto delle tante botte prese, la sinistra non riesca a farsi una ragione delle sue ripetute sconfitte e inclini così verso il risentimento e il disprezzo aristocratico nei confronti di quella stessa gente che vorrebbe persuadere.<br />
Ma l&#8217;opinione pubblica non è la sfera della libera discussione razionale. È piuttosto un prodotto artificiale, una costruzione materiale dei media. A caratterizzarla sono paura dell&#8217;isolamento e gregarismo, mimetismo e violenza. Un materialista non coltiva illusioni sulle masse e non matura, quindi, risentimenti elitari. Un materialista sa, come scrive Jean Paul Sartre nella <em>Critica della Ragion dialettica</em>, che le opinioni della maggioranza si producono per contagio, in quanto ognuno nella massa pensa, desidera e «opina» secondo l&#8217;Altro. Gramsci fissava materialisticamente nell&#8217;egemonia l&#8217;obiettivo della pratica politica socialista: per cominciare a vincere bisognava cioè occupare il posto dell&#8217;Altro, divenire il principio di un nuovo contagio emotivo ed ideologico. Gilles Deleuze, negli anni &#8217;70, parlava di «concatenazioni collettive di enunciazione» che si devono diffondere epidemicamente. La destra lo fa quotidianamente occupando militarmente le casematte della comunicazione sociale. Ignorare o sottovalutare questo livello dello scontro, fare spallucce quando si solleva la questione «materiale» della comunicazione e del suo monopolio di fatto, dando a intendere che si hanno ben altri e più profondi problemi di cui occuparsi, significa per la sinistra abdicare in anticipo al proprio ruolo critico.<br />
Il materialismo aveva assicurato alla sinistra un fondamento scientifico. La «novità» del marxismo rispetto all&#8217;eterna e indeterminata fame di giustizia, che caratterizza strutturalmente un&#8217;umanità gettata in una situazione di «penuria» (l&#8217;espressione è ancora del Sartre «dialettico»), è tutta qui. Gli offesi, per una volta, hanno avuto a disposizione per la loro lotta, non una morale, ma una scienza: una scienza della storia e una scienza della natura. Con il marxismo, la filosofia, come scienza della verità, è entrata prepotentemente nell&#8217;arena della lotta politica e gli offesi hanno finalmente potuto fare a meno di una morale astratta, con il suo corredo ideologico di ideali e di valori. Brecht lo aveva capito benissimo: divenuti scienziati materialisti, gli ultimi si potevano liberare dal ricatto della virtù, alla quale venivano educati per sopportare stoicamente la loro miseria oggettiva. Il marxismo, per lui, assume il valore del Metodo, nel senso cartesiano e scientifico del termine. Lo qualifica con l&#8217;aggettivo «Grande» perché assicura non solo la conoscenza certa ma anche la liberazione dell&#8217;uomo e la possibilità di una vita finalmente «gentile», «al di là del bene e del male» (il marxismo di Brecht, da questo punto di vista, è profondamente nietzscheano). Senza tale incondizionata fiducia nella filosofia (cioè nella scienza), perfino gli orrori del comunismo, vale a dire la sua strutturale amoralità pragmatica, resterebbero senza spiegazione.<br />
Alle spalle della sinistra attuale non vi è allora, come ingenerosamente si crede, il vuoto delle idee. L&#8217;imprecisione ideologica che la caratterizza, financo nel nome (che vuol dire infatti «democratico»?), è figlia di una crisi schiettamente filosofica. Non è soltanto la crisi del Grande Metodo quella che genera la nostra sinistra «post-moderna» e «post-materialista», ma è la crisi dell&#8217;idea stessa di scienza, della possibilità cioè di fondare la prassi concreta su di una episteme stabile (della società e della natura). Una crisi tutta novecentesca della quale è perfino inutile tracciare la storia tanto è nota. Venuto meno il rapporto con l&#8217;Assoluto, non restavano che i valori, gli ideali eterni di giustizia, le tradizioni più o meno nobili alle quali fare riferimento e con le quali sperare di persuadere una opinione pubblica artefatta: le «opinioni», insomma. L&#8217;alternativa di fronte alla quale una sinistra «leggera» si è trovata a scegliere era, dopotutto, quella posta dal vecchio Platone all&#8217;inizio della filosofia: o scienza o opinione, verità o retorica, pedagogia o seduzione. Se oggi le si rimprovera di assomigliare troppo al suo avversario è perché, rinunciando al materialismo, la scelta era obbligata: opinione, retorica, seduzione.<br />
Il vicolo cieco nel quale si è cacciata è ben espresso da una grande mistica cristiana, materialista e platonica, Simone Weil. La Weil osservava, infatti, che quando le opinioni regnano sovrane, quando la scienza non è più in grado di guidare l&#8217;azione, la sola legge che decide quale opinione prevarrà è quella della forza e del prestigio: forza e prestigio della retorica, forza e prestigio del denaro, forza e prestigio delle armi. Tutte doti, lo sappiamo, date in grande profusione proprio all&#8217;avversario che vorremmo combattere. Se, dunque, non si vuole assistere alla definitiva metamorfosi della sinistra in ceto sociale minoritario, la questione teorica e pratica del materialismo (il Grande Metodo) deve essere posta all&#8217;ordine del giorno. Lo si dovrà fare però senza indulgere in tentativi ingenui di «rifondazione». La crisi del materialismo, la crisi novecentesca dell&#8217;episteme, dunque anche la crisi del marxismo, deve essere parte integrante nel nuovo discorso teorico materialista. Le ragioni che rendono allora particolarmente interessante oggi la lettura di un testo giudicato per molto tempo <em>out of date</em> come la <em>Critica della Ragion dialettica</em> di Jean Paul Sartre sta proprio nella sua pretesa di andare materialisticamente oltre il materialismo storico e dialettico.<br />
In un saggio denso, arduo e appassionante titolato <em>La materia della storia. Prassi e conoscenza in Jean Paul Sartre</em> (Ets, Pisa 2009), che ha il sapore del corpo a corpo intellettuale con un pensiero difficile e sfuggente, Florinda Cambria ha chiamato questo esperimento «materialismo assoluto». Sartre, scrive, non pensa la materia come dato inerte o come fatto costituito, ma come prassi in atto, come un farsi che si fa e che non è mai completamente fatto, e spoglia questo fare dalla dimensione «soggettiva» e «umana» che sembrerebbe implicare (anche nel suo pensiero precedente), per restituirlo allo «sfondo di immanenza» che lo contiene. C&#8217;è insomma fungente alle nostre spalle una specie di totalità aperta e in divenire che ci «avviluppa» (l&#8217;espressione è di Sartre), in cui i confini dell&#8217;organico e dell&#8217;inorganico, del naturale e della protesi tecnologica, dell&#8217;umano e del non umano, sfumano fino a perdersi.<br />
La materia dei materialisti assoluti assume allora i contorni di questa totalità che non è né storia umana né natura oggettiva e che non cessa di presentarsi, con le sue «esigenze», in tutte le concrete «situazioni di penuria e di lotta» nelle quali siamo gettati.<br />
Kalle e Ziffel, i due protagonisti del <em>Dialogo di profughi</em> di Brecht, avrebbero senz&#8217;altro apprezzato questo modo profondamente spinoziano di parlare della materia, così diverso, a giudizio di Ziffel, da quello dei «tedeschi» (cioè degli intellettuali), «i quali sono poco dotati per il materialismo. Anche quando ce l&#8217;hanno, ne fanno subito un&#8217;idea, e allora è materialista uno che crede che le idee derivino dalle condizioni materiali e non viceversa, e della materia non se ne parla più». Parlarne nuovamente è invece oggi assolutamente necessario. Per questo bisogna salutare come un importante evento editoriale la recente pubblicazione del dimenticato libro di un trascurato autore «marxista», Josef Dietzgen, <em>L&#8217;essenza del lavoro mentale</em> (Mimesis), un autodidatta di genio, conciatore di pelle e agitatore rivoluzionario internazionalista, che aveva suscitato, al suo primo apparire, nel 1869, gli entusiasmi di Marx e di Engels (il volume contiene inoltre in appendice la prima edizione critica integrale in italiano della Acquisizione della filosofia del 1895). Come ricorda il curatore del volume, Paolo Sensini, Dietzgen, muovendo da un&#8217;analisi materialistica del processo della conoscenza, spinge la sua ricerca fino all&#8217;elaborazione di una nuova filosofia della natura, di indubbio sapore spinoziano, nella quale la materia si spoglia della sua veste «metafisica» e «filosofica». Non più semplice cosa inerte data in spettacolo a un soggetto separato ma totalità che ci avvolge da ogni parte e di cui la conoscenza è un aspetto costitutivo, una continuazione con altri mezzi, quelli caratteristici della specie umana, come la funzione clorofilliana lo è per le piante. «Lo spirito umano, scrive Dietzgen, spiegato filosoficamente e che si autoriconosce, è un frammento, una parte della natura assoluta». Parole insolite per un materialista «duro e puro», che ci ricordano però come «materialismo», per i socialisti, non fosse soltanto sinonimo di una «teoria» ma indicasse una prassi avente come meta nientemeno che la reintegrazione dell&#8217;uomo nell&#8217;assoluto.</p>
<p><em>(pubblicato su </em>il manifesto<em>, 11/4/2010)</em></p>
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		<title>Parigi, una messa</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jun 2008 13:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Dario Borso Il 21 aprile 1964, nella gran sala del Palais dell&#8217;Unesco, strapiena, Jean Beaufret prende posto sulla tribuna a lato di Jean-Paul Sartre e di Gabriel Marcel. L&#8217;occasione è un omaggio a Kierkegaard. Si assiste quasi a una prova generale di certi aspetti del Maggio 68: la folla degli studenti, esclusa dalla sala [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Dario Borso</strong></p>
<p align="center">
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/heidegger2.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-6088" title="heidegger2" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/heidegger2.jpg" alt="" width="300" height="460" /></a></p>
<p><em>Il 21 aprile 1964, nella gran sala del Palais dell&#8217;Unesco, strapiena, <strong>Jean Beaufret</strong> prende posto sulla tribuna a lato di J<strong>ean-Paul Sartre</strong> e di <strong>Gabriel Marcel</strong>. L&#8217;occasione è un omaggio a <strong>Kierkegaard</strong>. Si assiste quasi a una prova generale di certi aspetti del Maggio 68: la folla degli studenti, esclusa dalla sala riservata agli invitati, preme violentemente alla porte e riesce a forzarle; s&#8217;installa sui gradini e deborda ovunque. Perché tale insistenza quasi insurrezionale? Per ascoltare Sartre che legge con voce secca e monocorde un testo notevole (</em>Questioni di metodo<em>), ma troppo arduo per un uditorio divenuto intanto saggio e silenzioso.</em><span id="more-6071"></span><em> E Beaufret? ‘Rimpiazza&#8217; Heidegger, il quale gli ha fatto tradurre una conferenza che non ha niente a vedere con </em><em>Kierkegaard: </em><strong>La fine della filosofia e il compito del pensiero</strong><em>. Leggendo lentamente, e come con devozione, questo testo molto ‘heideggeriano&#8217;, in cui il Maestro non ha fatto concessione alcuna a qualsivoglia pubblico conducendo però un&#8217;interessantissima autocritica a proposito della sua interpretazione della verità in <strong>Parmenide </strong>rapportata alla </em><strong>Lichtung</strong><em><strong>, </strong>produce sull&#8217;uditorio praticamente l&#8217;effetto di un marziano.</em><em> Ne sono ben cosciente sul momento e sinceramente desolato, constatando lo scarto incommensurabile tra l&#8217;importanza di questo testo e l&#8217;effetto catastrofico prodotto sul pubblico. Poco dopo, nell&#8217;ottobre dello stesso anno 1964, a Royaumont, in occasione di un convegno hegeliano, avrò il piacere di sentire <strong>Hyppolite </strong>dire a <strong>Gadamer </strong>a proposito di quella prestazione: &#8220;Era una caricatura della caricatura&#8221;.</em><br />
<em> </em></p>
<p>La testimonianza è di <strong>Dominique Janicaud</strong> (1937-2002), che la inserisce corsivata in epilogo al cap. VI del suo monumentale <strong><em>Heidegger en France</em></strong> (2 voll., Albin Michel, Parigi 2001, vol. I, pp. 228-9). Essa è sorprendente per più versi: innanzitutto perché esaurisce in sé l&#8217;analisi di un episodio non certo secondario della penetrazione del pensiero di Heidegger in area francofona, quando di norma il libro intero brilla per acribia; ma poi perché contiene quattro inesattezze.</p>
<p>1- Il testo letto da Sartre, come si può vedere in <strong><em>Kierkegaard vivant</em></strong>, (ossia negli atti del convegno stesso, usciti da Gallimard nel giugno 1966), è <strong><em>L&#8217;universale singolare</em></strong>. Invece <strong><em>Questioni di metodo</em></strong>, apparso originariamente nel 1957 su una rivista polacca, era uscito da Gallimard nel 1960.</p>
<p>2- La traduzione del testo heideggeriano non è del solo Beaufret, ma parimenti di François Fédier, come si può desumere sempre da <em>Kierkegaard vivant</em>. (La stessa versione a quattro mani verrà poi ripresa in M. Heidegger, <strong><em>Questions IV</em></strong>, Gallimard 1976, mentre l&#8217;originale tedesco appare per la prima volta in M. Heidegger, <strong><em>Zur Sache des Denkens</em></strong>, Niemeyer, Tubinga 1969)<a name="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>3- Beaufret al convegno legge solo una sintesi (1/5 circa), che in <em>Kierkegaard vivant</em> sta anteposta al testo <em>in extenso</em>, con una nota dello stesso Beaufret in cui è definita &#8220;una messa a punto di Martin Heidegger della relazione presentata&#8221;. Dal che si deduce che abbiamo un testo di Heidegger di cui al momento almeno è introvabile l&#8217;originale, e che perciò è rimasto escluso dalla <em>Gesamtausgabe</em>. Eccolo in prima traduzione, italiana o mondiale che sia.<a name="_ftnref2" href="#_ftn2"></a></p>
<p align="center">
<p align="center">
<p align="center">
<h2 style="text-align: center;">MARTIN HEIDEGGER</h2>
<h2 style="text-align: center;"><span style="color: #0000ff;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/06/heidegger-la-fin-de-la-philosophie.pdf"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #3366ff;">LA FINE DELLA FILOSOFIA E IL COMPITO DEL PENSIERO</span></span><br />
</a></span></h2>
<h3 style="text-align: center;"><strong>traduzione di Angelo Bonfanti e Paola Fornara</strong></h3>
<p>Verranno poste due domande:</p>
<p>1.         In che senso la filosofia, all&#8217;epoca presente, è entrata nel suo stadio terminale?</p>
<p>2.         Quale compito, alla fine della filosofia, rimane riservato al pensiero?</p>
<p><em>In che senso la filosofia è, all&#8217;epoca presente, entrata nel suo stadio terminale?</em></p>
<p>Comprendiamo troppo facilmente la fine di qualcosa in un senso puramente negativo come la mera cessazione, come l&#8217;arresto di un processo, se non addirittura come declino e impotenza. Tutt&#8217;al contrario, l&#8217;espressione «fine della filosofia» significa il compimento della metafisica. Ma da un capo all&#8217;altro della filosofia, è il pensiero di Platone che, in diverse figure, rimane determinante. La metafisica è da cima a fondo platonica. Nietzsche stesso caratterizza la sua filosofia come rovesciamento del platonismo. Con il rovesciamento del platonismo, a venire attinta è dunque l&#8217;estrema possibilità della filosofia.</p>
<p>Fine significa compimento; compimento significa raccoglimento sulle possibilità estreme. Ma tali possibilità devono esse stesse essere comprese in tutta la loro ampiezza. Ché alla filosofia appartiene un tratto caratteristico, e sin dall&#8217;epoca della filosofia greca: vale a dire, lo sviluppo delle differenti scienze entro il dominio aperto dalla filosofia. Lo sviluppo delle scienze, e al contempo la loro emancipazione dalla filosofia, fanno parte del compimento della filosofia.</p>
<p>La fine della filosofia significa: inizio della civilizzazione mondiale in quanto essa risponde, mediante lo sviluppo delle scienze, alla spinta iniziale della filosofia stessa.</p>
<p>Ma c&#8217;è per il pensiero, fuori dall&#8217;<em>ultima</em> possibilità che è il dissolvimento della filosofia nel progresso delle scienze tecnicizzate, una possibilità <em>prima</em> da cui il pensiero filosofico doveva certo prendere avvio, ma di cui non era tuttavia in grado, come filosofia, di fare la prova e di tentare l&#8217;impresa?</p>
<p>Ecco perché si pone la seconda domanda:</p>
<p><em>Quale compito, alla fine della filosofia, resta ancora riservato al pensiero?</em></p>
<p>Ogni tentativo di aprire uno sguardo sul compito, forse, del pensiero, si vede rinviato a considerare l&#8217;intero che è la storia della filosofia. Già per questo, un simile pensiero rimane evidentemente ben al di qua della grandezza dei filosofi.</p>
<p>Questo pensiero tenta soltanto, davanti al presente, di far intendere in un preludio qualcosa che, dal fondo dei tempi, giusto all&#8217;inizio della filosofia, è già stato <em>detto</em> per questa, senza ch&#8217;essa l&#8217;abbia propriamente <em>pensato</em>.</p>
<p>Porre la domanda sul compito del pensiero significa: determinare ciò che, nell&#8217;orizzonte della filosofia, concerne il pensiero, ciò che per il pensiero non cessa di essere problema, ciò che è il punto centrale della questione. Questo è in tedesco <em>die Sache</em>: la cosa in questione, quella che Hegel nomina come Husserl. Cos&#8217;è dunque che rimane impensato, tanto nella cosa propria alla filosofia quanto nel metodo che le è non meno proprio?</p>
<p>Con Hegel, ad esempio, la dialettica speculativa è la modalità secondo cui la cosa della filosofia, ovvero la soggettività, a partire da se stessa e per se stessa, entra nella dimensione dell&#8217;apparire e così si espone in un presente. Un simile apparire avviene necessariamente entro una certa chiarezza. È solo attraverso tale chiarezza che quanto emerge può lasciarsi vedere, ovverosia apparire. Ma la chiarezza stessa ha il suo riposo nella libertà ancora più ritratta dell&#8217;Aperto.</p>
<p>Chiamiamo tale stato di apertura che solo rende possibile a checchessia d&#8217;essere dato a vedere: <em>die Lichtung</em>. Il sostantivo <em>Lichtung</em> rinvia al verbo <em>lichten</em>. L&#8217;aggettivo <em>licht</em> è la stessa parola di <em>leicht</em> (leggero). <em>Etwas lichten</em> significa: rendere qualcosa leggero, renderlo aperto e libero, ad esempio diradare in un luogo la foresta, sgombrarla dagli alberi. Lo spazio libero che appare così è la <em>Lichtung</em>. Niente di comune fra <em>Licht,</em> che vuol dire leggero, rado, e l&#8217;altro aggettivo <em>licht</em>, che significa chiaro o luminoso. Bisogna farvi attenzione per ben comprendere la differenza fra <em>Lichtung</em> (la radura) e <em>Licht</em> (la luce). Ma la<em> luce</em> può visitare la <em>radura</em>, ciò che ha di aperto, e far giocare in essa il chiaro con lo scuro. Non è comunque mai la luce che prima crea l&#8217;Aperto della radura; è al contrario quella, la luce, che presuppone questa, la radura. La radura, l&#8217;Aperto, non è libero solamente per la luce e l&#8217;ombra, ma altrettanto per la voce e per tutto ciò che suona e risuona. La <em>Lichtung </em>è radura per la presenza e l&#8217;assenza.</p>
<p>Forse un giorno il pensiero potrebbe non brancolare più davanti a se stesso, ma domandarsi infine se la libera radura dell&#8217;Aperto non sia precisamente il sito ove l&#8217;ampiezza dello spazio e gli orizzonti del tempo, come tutto ciò che in essi si presenta e si assenta, sono contenuti e raccolti.</p>
<p>La filosofia parla sì della luce della ragione, ma non considera la radura dell&#8217;essere. Il <em>lumen naturale</em>, la luce della ragione, non fa che giocare nell&#8217;Aperto. Essa incontra certo l&#8217;Aperto della radura, eppure la costituisce così poco che ne ha ben piuttosto bisogno per potersi espandere su ciò ch&#8217;è presente nell&#8217;Aperto. Tuttavia, da un capo all&#8217;altro della filosofia, l&#8217;Aperto che regna già nell&#8217;essere stesso, nello stato di presenza, resta come tale impensato. La conseguenza è che rimane non meno oscuro perché e come la determinazione dell&#8217;essere dell&#8217;ente non cessi, da un capo all&#8217;altro della storia della filosofia, di cambiare. Da dove la determinazione platonica dello stato di presenza come ιδέα riceve la sua legittimità? Relativamente a cosa l&#8217;interpretazione della presenza come έvέργεια può far legge? Queste domande da cui la filosofia si astiene così stranamente, non possiamo nemmeno porle fintantoché non avremo fatto esperienza di ciò di cui è occorso a Parmenide di fare esperienza: l&#8217;άλήθεια, lo stato di non-latenza.</p>
<p>Se traduco ostinatamente la parola άλήθεια con «stato di non-latenza», non è per amore dell&#8217;etimologia, ma per cura della cosa stessa con la quale bisogna affaccendarsi per rimanerle fedele meditando ciò ch&#8217;è chiamato: essere e pensiero. Non essere latente è per così dire l&#8217;elemento in seno a cui tanto l&#8217;essere quanto il pensiero sono l&#8217;uno per l&#8217;altro e sono il medesimo. È solo nell&#8217;elemento della <em>Lichtung</em>, nella radura dell&#8217;Aperto che, quanto l&#8217;essere e il pensiero, la verità stessa può essere ciò che è. L&#8217;άλήθεια, la non-latenza come radura di presenza, non è ancora la verità nel senso corrente dell&#8217;esattezza e della validità delle proporzioni. È dunque <em>meno</em> della verità? Non è <em>di più</em>?</p>
<p>Che una tale domanda rimanga affidata come compito al pensiero. Cos&#8217;è l&#8217;άλήθεια<em> in se stessa</em> rimane latente. È l&#8217;effetto di un mero caso? È  solo il seguito di una negligenza da parte del pensiero umano? Oppure va così perché ritrarsi, rimanere latente, in una parola la λήθη appartiene all&#8217;άλήθεια non come mera aggiunta, né come l&#8217;ombra appartiene alla luce, ma come il <em>cuore </em>stesso dell&#8217;άλήθεια? (Poema di Parmenide, I, 29).</p>
<p>Fosse così, allora la <em>Lichtung</em>, l&#8217;Aperto nella sua radura, non sarebbe soltanto l&#8217;apertura di un mondo della presenza, ma la radura del ritrarsi della presenza.</p>
<p>Fosse così, allora sarebbe solo con questa domanda che saremmo su un cammino conducente al compito del pensiero, quando la filosofia è a fine corsa.</p>
<p>Come sapere se è così? A tal fine, è di un&#8217;educazione del pensiero che abbiamo prima bisogno. Da dove tale educazione deve far uscire il pensiero? Non è dalla filosofia stessa? Il primo passo su questo cammino è stato <em>Sein und Zeit</em> [Essere e tempo]. Ma il cammino iniziato e il compito del pensiero meglio intravisto esigono ora una determinazione più appropriata del tema ch&#8217;era stato un dì indicato sotto il titolo <em>Sein und Zeit</em>. Il titolo deve ora suonare così: <em>Anwesenheit und Lichtung </em>[Presenza e radura].</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<hr size="1" /><a name="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Sull&#8217;importanza, cui Janicaud stesso accenna, cfr. <em>instar omnium</em> R. Capobianco, <em>Heidegger&#8217;s </em>die Lichtung<em>: From ‘The Lighting&#8217; to ‘The Clearing&#8217;</em>, in &#8220;Existentia: An International Journal of Philosophy&#8221;, n. 5-6 (2007), pp. 321-35.</p>
<p><a name="_ftn2" href="#_ftnref2"><br />
</a></p>
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