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	<title>José Saramago &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cecità o censura? L&#8217; affaire Saramago</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 16:00:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Paolo Valsecchi Un blogger di nome Saramago Nel settembre 2008 l’ottantacinquenne José Saramago, premio nobel per la letteratura, annuncia a tutti i suoi lettori l’apertura di un blog personale nel quale raccontare e riflettere, ma anche e soprattutto criticare e contestare il mondo contemporaneo e le sue assurde contraddizioni.Per Saramago, infatti, “Lo scrittore, se [&#8230;]]]></description>
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<p><strong>Paolo Valsecchi</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-44772" alt="saramago" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-300x232.jpg" width="300" height="232" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-300x232.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-96x74.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-38x29.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-277x215.jpg 277w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago-128x99.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/saramago.jpg 932w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a> </p>
<p><strong>Un blogger di nome Saramago</strong> </p>
<p>Nel settembre 2008 l’ottantacinquenne José Saramago, premio nobel per la letteratura, annuncia a tutti i suoi lettori l’apertura di un blog personale nel quale raccontare e riflettere, ma anche e soprattutto criticare e contestare il mondo contemporaneo e le sue assurde contraddizioni.Per Saramago, infatti, <em>“Lo scrittore, se appartiene al suo tempo, se non è rimasto ancorato al passato, deve conoscere i problemi del tempo in cui gli è capitato di vivere. E quali sono questi problemi oggi? Che non ci troviamo in un mondo accettabile, anzi, al contrario, viviamo in un mondo che sta andando di male in peggio e che umanamente non serve» </em> <br />
Per il maestro portoghese, da sempre voce critica e controversa, il blog diventa un vero e proprio, “cahier de doléances”: «una raccolta di brani mordaci, intimi e polemici. Riflessioni in cui lo scrittore si permette di dire la sua sulle vicende di attualità politica, economica, culturale o sociale che più lo colpiscono. Ce n’è per tutti: da Bush a Blair, da Aznar al Papa e Fidel Castro, passando per Guantanamo, le colonie israeliane, Davos e Wallstreet»  Le parole usate non possono che essere forti, dure e incisive, soprattutto quando il suo obiettivo sono i politici (per fare un esempio, George Bush è definito «un cowboy che avesse ereditato il mondo e lo confondesse con una mandria di buoi»)  o il sistema economico (<em>«Crimine contro l’umanità è anche ciò che i poteri finanziari ed economici, con la complicità effettiva o tacita dei governi, freddamente perpetrano contro milioni di persone in tutto il mondo […]</em>»  Chi conosce Saramago non sarà sorpreso da queste parole: non ha, infatti, mai fatto mistero della sua militanza nel partito comunista portoghese già a partire dal 1969 (quando ancora operava in clandestinità durante il regime salazarista). Un comunismo “impenitente” il suo, tanto che alla domanda se avesse ancora senso oggi continuare a esserlo rispose: «<em>Il comunismo, per me, è di natura ormonale. Oltre all’ipofisi, io ho nel cervello una ghiandola che secerne ragioni affinché io sia stato e continui ad essere comunista.»<br />
</em>  </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-193x300.jpg" alt="10897" width="193" height="300" class="alignright size-medium wp-image-44773" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-62x96.jpg 62w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-24x38.jpg 24w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-138x215.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897-82x128.jpg 82w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/10897.jpg 400w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a><br />
Chi scrive sul blog non è, infatti, il Saramago narratore, intellettuale e premio nobel: ma è anzitutto l’uomo e cittadino immerso nella contemporaneità che osserva, descrive, analizza e critica, spinto dal suo estremo senso della denuncia sociale, gli valse numerose critiche e accuse di essere un pedante pessimista e incappare in “eccessi di indignazione”.<br />
Polemiche queste, che come illustrerò in seguito troveranno terreno fertile anche nel nostro paese, cui il Nobel portoghese non esiterà a controbattere con la sua solita forza espressiva: «<em>Dicono che sono un pessimista. Io ribatto dicendo che sono i pessimisti a cambiare le cose. Chi è ottimista è felice e soddisfatto, quindi non ha nessun motivo per cercare di modificare lo status quo»</em>  o ancora: «<em>Mi riferisco ai miei addotti eccessi di indignazione. […] La mia domanda sarà dunque altrettanto semplice delle mie analisi: ci sono limiti all’indignazione?»</em> </p>
<p><strong><br />
Un caso tutto italiano: la (mancata) pubblicazione</strong></p>
<p>Scritti dunque controversi, pungenti e provocatori, come sono spesso state le opere e gli interventi dello scrittore portoghese. Tant’è che la pubblicazione libraria della raccolta dei primi sei mesi di interventi sul blog, sarà al centro di polemiche tutte italiane tra rifiuti editoriali e accuse di censura.<br />
Ad aprile 2009 era infatti uscito in Portogallo e poi in Spagna O Caderno, la raccolta in volume dei post apparsi tra settembre 2008 e marzo 2009: tutti si aspettavano anche la pubblicazione in Italia da parte di Einaudi, che da circa vent’anni era la casa editrice del Nobel lusitano. Ma a sorpresa il libro verrà rifiutato.<br />
Il motivo è rappresentato dai duri attacchi rivolti in alcuni scritti contro Silvio Berlusconi, capo del governo nonché proprietario della casa editrice. Saramago non lesina parole e non usa mezzi termini nei suoi confronti, definendolo in uno dei passaggi più contestati “un delinquente” e un mafioso.</p>
<p><em>«In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente? In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione, che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità? O ancora: «Un voto che, con sommo gaudio di una maggioranza di destra sempre più insolente, ha finito per fare di Berlusconi il padrone e signore assoluto dell&#8217;Italia e della coscienza di milioni di italiani..»</em> </p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg" alt="002208fd_medium" width="199" height="300" class="alignleft size-full wp-image-44774" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-63x96.jpg 63w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-25x38.jpg 25w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-142x215.jpg 142w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/01/002208fd_medium-84x128.jpg 84w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><br />
Il primo giornale a dare la notizia del rifiuto di pubblicazione da parte della Casa dello Struzzo, il 28 maggio 2009, è <em>L’Espresso</em> (subito ripreso da <em>L’Unità</em>) con l’articolo di Mario Portanova intitolato «Al rogo Saramago» che si interroga sulle motivazioni di una tale decisione:<br />
<em>«(Einaudi) ha fatto una scelta di mercato o ha imposto una censura? La nuova opera, infatti, contiene giudizi a dir poco trancianti su Silvio Berlusconi, che di Einaudi è il proprietario.[…]Dall’&#8217;entourage dello scrittore filtra soltanto la conferma che Einaudi ha rifiutato il testo, dicendosi interessata solamente alle opere narrative di Saramago e non ai suoi saggi. Nell&#8217;ambiente editoriale, invece, viene citato esplicitamente il brano sui &#8220;vizi&#8221; berlusconiani come pietra dello scandalo».<br />
</em>  Ovviamente le risposte dei diretti interessati non si fanno attendere. Il giorno seguente l’editore, tramite un comunicato stampa ripreso da molti giornali, difende la legittimità della sua scelta:<br />
<em>«Einaudi – si legge – ha deciso di non pubblicare O Caderno di Saramago perché fra molte altre cose si dice che Berlusconi è un delinquente. Si tratti di lui o di qualsiasi altro esponente politico, di qualsiasi parte o partito, l’Einaudi si ritiene libera nella critica ma rifiuta di far sua un’accusa che qualsiasi giudizio condannerebbe. […]Sarebbe allora grottesco che la casa editrice si facesse convocare un giudizio per diffamazione della sua proprietà con la certezza di venire condannata»</em>  </p>
<p>Da parte sua anche l’autore, intervistato dal Corriere interviene senza mezzi termini, ribadendo di aver rifiutato la richiesta di “edulcorare” le pagine più scottanti: <em>«Ho conosciuto la censura durante la dittatura portoghese, l’ho sofferta e combattuta e nessuno in una situazione di apparente normalità democratica mi potrebbe chiedere di amputare una mia opera»</em> <br />
Ci sono tutti gli elementi affinché la polemica scoppi immediatamente: da un lato chi vi vede un vero e proprio atto di censura e dall’altro chi difende la legittima libertà di un’azienda nel seguire la linea editoriale che meglio crede e di non pubblicare un libro che ne diffama il proprietario.<br />
Ad alimentare ulteriormente il dibattito contribuiscono anche alcune ulteriori pagine di Saramago comparse proprio in quelle settimane sul quotidiano spagnolo <em>El Pais</em> e sul blog, contenenti parole ancora più forti e attacchi diretti a quella che viene chiamata “la cosa Berlusconi”: un nuovo e peggiore “Catilina” che «non ha bisogno di dare l’assalto al potere perché è già suo, ha abbastanza soldi per comprare tutti i complici che siano necessari, compresi giudici, deputati e senatori» , un <em>«virus che mi minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi»</em>  Commenti che dunque, sebbene non siano direttamente implicati nella questione editoriale de Il Quaderno, godono comunque di enorme eco in Italia, presso una stampa sempre più schierata e che guarda con estrema attenzione agli interventi del maestro portoghese. Non è un caso dunque, proprio perché è anzitutto politico il piano su cui si dibatte, che sia soprattutto la stampa più vicina al governo quella che difende l’operato e la legittimità della casa editrice. In questo senso, emblematico delle varie argomentazioni addotte è il titolo dell’articolo de Il <em>Giornale</em> firmato da Caterina Soffici <em>«Se scrivo in un libro che l’editore è un delinquente, lui è obbligato a pubblicarlo?»</em> </p>
<p><strong>Alcune riflessioni</strong></p>
<p>La controversia, che si concluderà con l’abbandono di Einaudi da parte dello scrittore portoghese c con la pubblicazione de Il Quaderno presso Bollati Boringhieri, ha avuto il merito di fare emergere una serie di dati strutturali sulla situazione del nostro paese e in particolar modo sullo “stato di salute” del sistema editoriale. Saramago infatti, non “insulta il proprio editore” come hanno scritto alcuni commentatori filo-einaudiani (e filogovernativi?) ma critica anzitutto il capo del governo italiano. Ed è un certo senso “l’anomalia” del sistema italiano che fa si che le due figure si sovrappongano nella persona di Silvio Berlusconi. Questa, che può anche essere vista come una differenza pretenziosa e solo formale, credo sia invece un dato assolutamente importante per poter comprendere la vicenda, che si lega strettamente con il decennale dibattito sull’esistenza – o meno – di conflitto d’interessi. Il merito che certamente ha avuto Il Quaderno è stato quello di riaprire l’eterna questione del rapporto tra stampa e potere, dibattito che in Italia, proprio per le singolarità di cui sopra, ha un’importanza assolutamente maggiore rispetto ad altri paesi. Si spiega cosi il motivo di un tale interesse e di una tale eco suscitato dalla vicenda. E’ infatti un dato che il sistema editoriale italiano sia sempre più monopolizzato dai grandi gruppi editoriali, a discapito quindi del pluralismo. Situazione, a mio parere, già di per sé pericolosa e che nel nostro paese è aggravata dallo stretto legame tra media e politica.</p>
<p>Secondo i dati dell’Associazione Italiana Editori, infatti, i 3 più grandi gruppi editoriali (Mondadori, Rcs, GeMS) pubblicano il 50% della produzione libraria nazionale e in particolare il Gruppo Mondadori sfiora da solo il 28%.  E cosi, può persino capitare uno dei più amati, letti e venduti scrittori, premio Nobel per la letteratura, venga rifiutato.<br />
Concluderei con l’amaro commento alla vicenda, che è anche invito alla riflessione lasciato da Vincenzo Consolo: <em>«Mi è sembrata una storia davvero sgradevole, un caso di censura bella e buona, particolarmente grave visto che colpiva un autore della sua statura. E mi ha spinto a riflettere su come un’attività come la letteratura, per molti versi oggi considerata marginale, abbia evidentemente ancora la capacità di disturbare i poteri forti.»</em>  Il risultato più forte ottenuto da Saramago con questi interventi è stato infatti la forte e intransigente rivendicazione della necessità, e della legittimità, del ruolo dell’intellettuale di essere vera e propria coscienza attiva della società civile.<br />
Scrittore controcorrente, radicale, “eretico”: Saramago è uno scrittore che non ha mai avuto paura di schierarsi e che “obbliga” il lettore a fare lo stesso. Perché se anche non si dovessero condividere le sue idee, certamente bisogna riconoscerne il grande coraggio e la totale libertà di pensiero, il suo essere sempre contro ogni ortodossia e contro ogni “pensiero unico”.<em> «Dissentire è uno dei diritti che mancano nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. L’altro è il diritto all’eresia.»</em> </p>
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		<title>José de Sousa Saramago</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 15:47:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[José Saramago]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante [a cura di antonio sparzani], originariamente apparso qui. Pomeriggio di giovedì 8 ottobre [1998, n.d.c.]. Rientrato a casa, dopo il lavoro all&#8217;università, squilla il telefono. È il direttore de L&#8217;Atelier du Roman, una rivista francese con cui collaboro da alcuni anni. Da Parigi, tutto contento, mi annuncia che José Saramago ha vinto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimo Rizzante</strong> [a cura di <em>antonio sparzani</em>], originariamente apparso <a href="http://www3.unitn.it/unitn/numero07/saramago.html">qui</a>.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Saramago1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/06/Saramago1.jpg" alt="" title="Saramago1" width="206" height="296" class="alignleft size-full wp-image-35904" /></a></p>
<p>Pomeriggio di giovedì 8 ottobre [1998, n.d.c.]. Rientrato a casa, dopo il lavoro all&#8217;università, squilla il telefono. È il direttore de <em>L&#8217;Atelier du Roman</em>, una rivista francese con cui collaboro da alcuni anni. Da Parigi, tutto contento, mi annuncia che José Saramago ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Dopo un respiro profondo gli rispondo: &#8220;Finalmente è arrivato&#8221;. Mi spiega poi che secondo le ultime indiscrezioni giunte da Stoccolma via Varsavia (i polacchi in questi ultimi tempi, vedi Milosz e Szymborska, poeti premiati con il Nobel rispettivamente nel 1980 e nel 1996, devono essere degli specialisti) Saramago ha dovuto battere addirittura la concorrenza di un suo compatriota, anche lui tra i cinque finalisti, Antonio Lobo Antunes.<br />
Insomma quest&#8217;anno il Nobel per la letteratura è stato un affare di famiglia, della grande famiglia di lingua portoghese e lusofona che annovera tra una sponda e l&#8217;altra dell&#8217;Atlantico, tra Portogallo e Brasile (senza dimenticare le isole Azzorre, Capoverde e le varianti creole africane) circa duecento milioni di parlanti e solo in questo secolo almeno una dozzina di scrittori di valore assoluto in campo internazionale. Per il Portogallo bastino i nomi di Pessoa, Miguel Torga, Vergilio Ferreira, Agustina Bessa-Luís, José Cardoso Pires, José Saramago, Antonio Lobo Antunes, João de Melo; per il Brasile mi vengono in mente, tra quelli tradotti anche in Italia, i nomi di Machado De Assis, Clarice Lispector, João Guimarães Rosa e Jorge Amado.<span id="more-35903"></span></p>
<p>Ma il mio direttore gongolava nell&#8217;annunciarmi la vittoria di Saramago anche per un altro motivo. In effetti fin dal 1994 la rivista si era occupata a più riprese dell&#8217;opera romanzesca dell&#8217;autore portoghese. Lo stesso romanziere aveva apprezzato il lavoro svolto. Era diventato nel frattempo un &#8220;amico&#8221; della rivista. Saramago, inoltre, proprio in quell&#8217;anno mi aveva gentilmente concesso un lungo dialogo scritto sulla sua intera produzione, dall&#8217;esordio del 1947, quando molto giovane (Saramago è nato il 16 novembre del 1922 a Azinhaga) pubblicò il suo primo romanzo <em>Terra do pecado</em> (<em>Terra del peccato</em>, opera in seguito rifiutata dall&#8217;autore), attraverso i vent&#8217;anni di &#8220;maturazione silenziosa&#8221;, fino al 1966, anno in cui uscì il suo primo libro di poesie, <em>Os Poemas possíveis</em> (<em>Poesie possibili</em>) e che segnò la fine di quella che lo stesso scrittore definì all&#8217;epoca la sua &#8220;preistoria&#8221;. Per lui infatti la sua vera vicenda letteraria inizia solo nel 1977 (la &#8220;storia&#8221; dello scrittore incomincia significativamente due anni dopo la &#8220;rivoluzione dei garofani&#8221; e la fine del regime salazarista) con il romanzo <em>Manuale di pittura e calligrafia</em>, anche se le vere novità formali e quell&#8217;originalissima &#8220;scrittura orale&#8221; che contraddistinguerà per sempre il suo stile si affermeranno solo nel 1980 con la pubblicazione di <em>Una terra chiamata Alentejo</em> e gli varranno infine la fama mondiale nel 1982 con l&#8217;uscita di <em>Memoriale del convento</em>. A proposito della &#8220;nascita&#8221; di questo stile inconfondibile vorrei riportare un brano della risposta che Saramago mi diede nel 1994, un brano che mi sembra illuminante per comprendere come vanno spesso le cose dell&#8217;arte. &#8220;Come sono giunto alla scoperta di quello che viene chiamata la mia &#8220;scrittura orale&#8221;? Per quanto paradossale possa sembrare fu lei che mi scoprì. Intanto sono profondamente convinto che questo incontro non poteva avvenire se non all&#8217;interno di una storia come quella di Una terra chiamata Alentejo che racconta la vita dei contadini per i quali la comunicazione orale è stata per molti secoli la sola comunicazione possibile. Se in quel momento avessi scritto una storia cittadina, borghese, la mia `scrittura orale&#8217; non sarebbe nata. E uso espressamente il termine nata. Prima che io riuscissi a scrivere una sola parola sulla pagina, il libro aveva vissuto in me per tre anni, anni durante i quali mi ero dibattuto con una questione formale a cui non sapevo rispondere: come evitare di cadere nei modelli neorealisti che la storia stessa sembrava richiedere? Senza essere venuto a capo dei miei dubbi mi sono rassegnato a cominciare il libro. Dopo circa trenta pagine, improvvisamente, senza poter dire come e perché, sono passato dalla mia scrittura `normale&#8217; a un flusso verbale apparentemente senza regole, come se stessi raccontando la vita di coloro che mi avevano raccontato la loro vita&#8221;.</p>
<p>Dal 1982 la carriera di Saramago è stato un succedersi di prove di grande rilievo letterario e di crescente riconoscimento di pubblico e di critica in tutto il mondo. Penso soprattutto ai romanzi come <em>Nell&#8217;anno della morte di Ricardo Reis</em> (1984), <em>La zattera di pietra</em> (1986), <em>Storia dell&#8217;assedio di Lisbona</em> (1989) e <em>Il Vangelo secondo Gesù</em> (1991), ma anche alle opere teatrali, alle cronache giornalistiche e a quel <em>Viaggio in Portogallo</em> (1994) che per me è un magistrale invito dell&#8217;autore alla conoscenza non solo geografica, ma storica e sociale della sua terra.</p>
<p>Verso la fine del 1997, dopo la pubblicazione di <em>Cecità</em> (1995) e proprio mentre usciva in Portogallo l&#8217;ultimo romanzo, <em>Todos os nomes</em> (da qualche mese in libreria anche in Italia con il titolo <em>Tutti i nomi</em>) io e Saramago ci siamo scritti di nuovo, dando vita a un secondo dialogo sulle sue ultime opere. Negli ultimi due romanzi succede una cosa abbastanza singolare: i personaggi non hanno nome, un po&#8217; come in Kafka. Leggendo e rileggendo questi libri mi ero convinto che l&#8217;assenza dei nomi era in un certo modo all&#8217;origine tanto dell&#8217;estetica, di quella sua &#8220;scrittura orale&#8221; di cui avevamo parlato nel 1994, quanto dell&#8217;etica di Saramago, della sua visione dell&#8217;uomo sempre in bilico tra accecamento e volontà razionale di organizzazione del mondo. Alla mia domanda sul perché il suo intuito artistico avesse deciso a un certo punto di omettere il nome degli eroi, il Nobel per la letteratura 1998 alla fine mi ha risposto: &#8220;Io credo che oggi noi stiamo perdendo progressivamente i nostri `nomi&#8217;. Ho appena finito un romanzo intitolato Tutti i nomi. Ora, malgrado quanto il titolo sembri promettere, i personaggi, eccetto uno, non hanno nome. E il solo che ne possiede uno si chiama Signor José, perché l&#8217;insignificanza della persona (e quella del suo nome) è tale che nessuno si dà la pena di ricordarlo per intero. L&#8217;epigrafe di questo romanzo non a caso dice la cosa seguente: Conosci il nome che ti hanno dato, non conosci il nome che hai&#8221;. Il romanzo allora è forse uno di quei pochi luoghi dove si può imparare a lottare contro la crescente insignificanza dell&#8217;individuo, dove si può conquistare il nostro vero nome.<br />
Per questo esistono i personaggi senza nome di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Saramago">José Saramago</a>. </p>
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		<title>Saramago, il quaderno di un blogger</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2009 06:30:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Belpoliti In copertina una fotografia scattata da Daniel Mordzinski. L’autore del libro vi stringe in mano un piccolo specchio in cui si vede una parte del suo viso: gli occhi e gli occhiali, la fronte e le sopracciglia. Il ritratto di José Saramago ci appare così: parziale, un frammento della sua immagine generale, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/saramago-copertina.jpg" alt="saramago-copertina" title="saramago-copertina" width="247" height="369" class="alignnone size-full wp-image-22839" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/saramago-copertina.jpg 247w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/saramago-copertina-200x300.jpg 200w" sizes="auto, (max-width: 247px) 100vw, 247px" /> di <strong>Marco Belpoliti</strong></p>
<p>In copertina una fotografia scattata da Daniel Mordzinski. L’autore del libro vi stringe in mano un piccolo specchio in cui si vede una parte del suo viso: gli occhi e gli occhiali, la fronte e le sopracciglia. Il ritratto di José Saramago ci appare così: parziale, un frammento della sua immagine generale, in cui anche il viso, la parte più importante del corpo umano, non è un intero, bensì, a sua volta, un frammento. Eppure Saramago c’è tutto, e soprattutto c’è quella mano, appena sfuocata che regge lo specchietto. Narciso fatto a pezzi? Uno scrittore è quasi sempre quello che scrive. La sua vera immagine – il suo <em>self </em>– è dato dalle pagine del libro che abbiamo in mano. Non c’è altro. O forse sì, ma è una questione da biografi, qualcosa che viene dopo l’opera e che cerca la vera immagine dello scrittore non nelle sue pagine scritte ma nella sua vita.  <span id="more-22838"></span><br />
Meglio: il biografo cerca una corrispondenza tra la vita e la scrittura, come se il segreto dello scrittore fosse davvero racchiuso in quel pugno di anni in cui è vissuto. Saramago ne ha tanti, quasi 88. Una età venerabile. E a questa età l’autore del <em>Memoriale del convento</em>, premio Nobel nel 1988, si è messo al computer e ha scritto delle brevi prose per un blog. Sono pensieri, riflessioni, esternazioni, invettive, meditazioni, brevi racconti, menorie, ricordi, frammenti, proprio come lo specchietto che tiene in mano: c’è tutto Saramago, ma attraverso una piccola porzione della sua scrittura. Il libro alla sua uscita in originale ha suscitato mesi fa una piccola polemica per via di tre brani – tre “diari di bordo” – che riguardano il presidente del Consiglio del nostro paese, Silvio Berlusconi. La sua casa editrice italiana, Einaudi, ha declinato l’invito a pubblicare il testo che raccoglie le brevi scritture del premio Nobel, <em>Il Quaderno</em>, perché contengono frasi molto critiche – anzi, offensive si è detto – nei confronti di colui che è il proprietario dell’Einaudi: Silvio Berlusconi. Ha fatto bene? Ha fatto male? Il problema non è questo, credo. Poiché in questo mondo ogni editore è libero di decidere cosa pubblicare e cosa no. E di prendendosene la responsabilità.<br />
Per Saramago, in quanto celebre e bravo scrittore, non esisteva il problema di una censura definitiva. Difatti ha subito trovato un altro editore, Bollati Boringhieri. Quello che m’interessa è invece il rapporto che esiste tra questo testo e il resto dell’opera di Saramago. Anche <em>Il Quaderno</em> è un’opera letteraria oppure no? Ci sono diversi modi di porre la questione. Uno di questi è quello espresso da Umberto Eco che firma la prefazione al volume di Saramago. Un modo molto pragmatico, come si conviene a un autore illuminista e pratico come è Eco. Saramago <em>blogger</em>, dice l’autore del <em>Nome della rosa</em>, è un arrabbiato. Ma c’è o no uno iato tra “questa pratica d’indignazione quotidiana sul transeunte e l’attività di scrittura di “operette morali” valide per i tempi passati e futuri?”. Eco dice di aver scritto la prefazione perché sente di condividere con lo scrittore portoghese un’esperienza comune: anche lui scrive per un settimanale. Allude, naturalmente, a <em>La bustina di minerva</em> che esce con cadenza quindicinale su “L’Espresso”. E definisce questa sua attività giornalistica un tipo di scrittura “più chiaro e divulgativo dell’altro”, ovvero della scrittura letteraria tout court. Di più sostiene Eco che lo scatto satirico, la staffilata critica scritta a tambur battente è la vera fonte delle opere di maggior impegno, e non il contrario. Ha ragione, e ha torto.<br />
Ha ragione perché nelle opere di ogni scrittore l’indignazione come ogni altro sentimento, dalla paura e alla depressione, dalla gioia e all’infelicità, sono all’origine delle sue opere letterarie (ecco cosa cercano i biografi). E tuttavia anche queste pagine, quelle di Saramago sono testi letterari, fatti e finiti. E come tali vanno accettati e giudicati. Non c’è una differenza tra parti scritte in piccolo – come le note di un saggio – e parti scritte in grande, tra opere minori e opere maggiori. I critici diranno ciò che a loro parere è riuscito oppure no. Per me le pagine di questo quaderno da <em>blogger </em>sono pagine letterarie, anche se definiscono Berlusconi “un delinquente”, anche se danno al giovane Bush dell’ignorante, e lo definiscono un robot mal programmato. Saramago scrive sempre da scrittore anche quando invoca, s’adira, s’illumina, bestemmia, piange e si scandalizza. Le pagine de <em>Il Quaderno </em>ci fanno sentire la medesima inquietudine che Luciana Stegagno Picchio sente nei fogli a stampa dei suoi romanzi più noti. L’inquietudine è un sentimento che Saramago coltiva con insperata e inconsapevole praticità in tutti i suoi libri. Chi ha letto il recente <em>Viaggio dell’elefante</em> sa cosa voglio dire. Certo, là c’è una inquietudine che è insieme ironia, sarcasmo, sguardo dolente ma pacato sul mondo. Qui invece il ritmo, mai fratto e spezzato della frase, è invece dato dalla capacità che Saramago ancora possiede di scandalizzarsi, d’inciampare con le parole e i pensieri nello scandalo generale di questo mondo, cui quasi nessuno oramai sembra più far caso: i migranti morti a pochi metri dalla riva alle Canarie, la prigione di Guantanàmo, Gaza, la Palestina, la questione del potere, la distruzione sistematica della ricchezza come metodo proprio del capitalismo, e tante altre cose ancora.<br />
Saramago è uno scrittore per il ritmo della sua prosa per le frasi icastiche che scrive – un esempio: “Fisicamente abitiamo uno spazio ma sentimentalmente siamo abitati dalla memoria”. Sono frasi da scrittore che pensa, e i pensieri diventano frasi che si allontanano da lui di corsa, velocemente, in fretta, oppure sostano sulla pagina affinché noi li possiamo gustare a lungo con la lingua ma anche con la mente. L’impazienza è al culmine in tanti passaggi del libro. L’impazienza che era anche una delle muse di Céline, la sua più sincopata. La frase di Saramago è invece sempre tornita, gira attorno a se stessa e si distende. Anche quando si sente che dietro la preme la rabbia o l’impazienza; possiede una forza del dire che non forza mai il suo ritmo. Starei per dire: è elegante. Se non fosse che l’eleganza sembrerebbe fuori luogo in uno spazio di scrittura così frammentario come è un blog.<br />
E invece no. Uno che scrive è sempre lui, anche quando parla ad alta voce. Ecco perché l’importanza, forse involontaria o forse no, di quell’immagine in copertina. Nei suoi libri Saramago c’è dappertutto, e tuttavia non si vede mai. Qui c’è in ogni verbo, in ogni aggettivo, in ogni frase. C’è nella punteggiatura che nell’ultimo libro, che abbiamo letto in Italia, ha abolito. Nel <em>Quaderno </em>parla molto di sé, della donna che ama, degli amici e dei nemici. Narciso che si riflette. Ma lo fa per frammenti. <em>Il Quaderno</em> è un libro letterario non solo per come è scritto, ma soprattutto per lo sguardo che c’è dentro, lo sguardo che noi guardiamo sulla copertina del volume, lo sguardo che tiene in mano l’autore stesso e che ci offre in dono come una parte non meno importante di sé. Anzi, qui possiamo guardarlo davvero, ma a condizione di sapere che non è un intero, ma sempre una parte, un dettaglio significativo di sé, una parte della sua opera letteraria che non si può inopinatamente dividere tra maggiore e minore. Una e indivisibile. Per quanto a noi possa piacere più questo libro o quello, sarà sempre un fatto di gusto, non certo di qualità.</p>
<p>[<em>José Saramago incontrerà i suoi lettori a Torino (9 ottobre), Alba (10 ottobre), Roma (14 ottobre). Passerà anche a Milano, lunedì 12 ottobre -ore 21.00- al Teatro Franco Parenti, in via Pier Lombardo 14. Interverranno Marco Belpoliti e Marco Travaglio</em>]</p>
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