<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Kathryn Bigelow &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/kathryn-bigelow/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 12 Feb 2013 08:17:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Zero Dark Thirty. La cancellazione dell’alterità del nemico e l’esibizione della tortura</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/11/zero-dark-thirty-la-cancellazione-dellalterita-del-nemico-e-lesibizione-della-tortura/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/11/zero-dark-thirty-la-cancellazione-dellalterita-del-nemico-e-lesibizione-della-tortura/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Feb 2013 11:54:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaida]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[bin laden]]></category>
		<category><![CDATA[Brian De Palma]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[cinema contemporaneo]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Vicari]]></category>
		<category><![CDATA[diaz]]></category>
		<category><![CDATA[Il leone del desrto]]></category>
		<category><![CDATA[Kathryn Bigelow]]></category>
		<category><![CDATA[la battaglia di algeri]]></category>
		<category><![CDATA[michael moore]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Jedlowski]]></category>
		<category><![CDATA[Primo Levi]]></category>
		<category><![CDATA[Slavoj Žižek]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[the guardian]]></category>
		<category><![CDATA[tortura]]></category>
		<category><![CDATA[Zero Dark Thirty]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=44884</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Sono andato a vedere Zero Dark Thirty. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-44885" alt="bigelow" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg" width="275" height="183" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-96x63.jpg 96w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-38x25.jpg 38w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-128x85.jpg 128w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/02/bigelow-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Sono andato a vedere <i>Zero Dark Thirty</i>. Quando ho saputo che negli Stati Uniti avevano già sfornato un prodotto per raccontare cinematograficamente l’uccisione di Bin Laden, sono rimasto lievemente incredulo e ammirato. A nemmeno due anni di distanza dall’evento, la grande macchina narrativa hollywoodiana aveva già fagocitato, elaborato, e confezionato una versione dei fatti da vendere in giro per il mondo con l’intento di far sognare, divertire ed emozionare un pubblico globale. <span id="more-44884"></span>Dopotutto non mi ero perso né <i>Thor </i>né <i>The Avengers</i>, perché avrei dovuto privarmi di un western mediorientale, magari incalzante e spettacolare come <i>Syriana</i>? Oltretutto, m’incuriosiva come Hollywood avrebbe trattato uno degli episodi salienti, il più epico, della guerra contro Al Qaida. Un episodio, per altro, da catalogare nella controversa serie degli omicidi politici. Un episodio, quindi, al tempo stesso trionfale e vergognoso, che va celebrato ma anche nascosto: un trionfo senza esibizione del corpo del nemico trucidato, che è stato fatto sparire con grande premura e cautele in fondo al mare.</p>
<p>Solo una volta entrato in sala, mi sono reso conto che il regista era Kathryn Bigelow, di cui mi era rimasto impresso il notevole <i>Strange Days</i>, tra i migliori film distopici e perturbanti dell’ultimo ventennio. La mia curiosità era ulteriormente accresciuta. Mi chiedevo come ci fosse arrivata la Bigelow dietro la macchina da presa del western terroristico, e soprattutto come lo avrebbe trattato.</p>
<p>In termini strettamente cinematografici, mi verrebbe da dire che <i>Zero Dark Thirty</i> è un film quasi riuscito: i personaggi e i contesti sono abbastanza credibili, la temibile retorica patriottica statunitense è contenuta, il ritmo è implacabile, l’operazione militare che ha portato all’uccisione di Bin Laden scorre nei tempi lenti e tesi del miglior cinema di guerra, come nella seconda parte di <i>Full Metal Jacket</i> per intenderci. Il problema, si dirà, è che nonostante i suoi pregi cinematografici <i>Zero Dark Thirty</i> rimane dall’inizio alla fine inscritto in una narrazione patriottica, filogovernativa, che mai mette in crisi il quadro ideologico generale della guerra al terrorismo islamico. Verissimo, ma è ingenuo forse aspettarsi qualcosa di diverso. Sarebbe stato davvero anomalo scegliere di raccontare l’uccisione di Bin Laden, il più cattivo dei cattivi, l’indifendibile promotore della guerra santa contro l’Occidente, per trasformarla in occasione d’arringa contro i suoi esecutori. La Bigelow sceglie di raccontare la storia di un successo militare, dalle sue fasi germinali alla conclusione felice. Ciò che fa da sfondo a questa operazione militare non è mai interrogato né esplorato. In altre parole, si considera <i>legittima</i> su un piano etico e politico la guerra contro il terrorismo e, di conseguenza, l’azione specifica che in essa s’inserisce.</p>
<p>Non sono rimasto particolarmente deluso da questa assenza di critica, perché in qualche modo me l’aspettavo. Avendo visto in anticipo locandina e trailer, mi ero reso conto di non trovarmi di fronte a un <i>Redacted </i>girato da Brian De Palma. Ma il film della Bigelow dice qualcosa in più e qualcosa di diverso, rispetto alla vicenda dell’avventurosa caccia al nemico, in cui costanza e coraggio vengono premiati. La prima cosa che mi ha sorpreso è il carattere di enorme <i>sintomo</i> di questo film. <i>Zero Dark Thirty</i> dovrebbe trarre il proprio fascino dalla capacità di restituire visibilità, seppure in forma fittizia, a quell’evento mediatico maggiore, di cui noi spettatori globali, consumatori indefessi d’attualità geopolitica, siamo rimasti privi. Il cinema della Bigelow dovrebbe permetterci di vedere ciò che i media non ci hanno concesso di vedere, se non attraverso ridicoli cartoni animati in 3D o fotomontaggi circolanti in rete. Il problema è che noi, per tutto il film, non abbiamo sotto gli occhi che i soliti impiegati della CIA e i soliti soldati dei reparti speciali, e i soliti vertici dell’esercito, dei servizi segreti e del potere politico. E anche quando seguiamo i soldati statunitensi fin dentro al suo nascondiglio pakistano, noi Bin Laden non lo vediamo né da vivo né da morto. Per qualche secondo, dopo la sparatoria cruciale, appare un’immagine sfuocata di un tipo con la barba grigia disteso per terra. Finzione cinematografica e censura mediatica si sovrappongono millimetricamente alla fine del film. Bin Laden rimane senza volto, tanto nel <i>reportage</i> giornalistico che nella ricostruzione hollywoodiana. Ma non è solo il grande e carismatico capo a rimanere senza volto, per chissà quale tardiva prudenza e pudicizia. In <i>Zero Dark Thirty</i> sono tutti i membri di Al Qaida a non avere volto, consistenza <i>morale</i>: il nemico, il fanatico arabo-musulmano, è sempre poco più di una comparsa. Questo completo azzeramento dell’<i>altro</i> produce alla fine un effetto caratteristico: il film rafforza in noi la percezione dell’<i>irrealtà </i>di Al Qaida, sorta di entità mitica, terribile e affascinante, invisibile e pervasiva, che di tanto in tanto irrompe violentemente nella quotidianità arcinota dell’Occidente. Dopo un decennio di guerra al terrorismo, i nemici terroristi non hanno perso nulla della loro mitizzata, inesplorata, alterità: guardano verso gli Stati Uniti come delle sfingi, privi di storia, di cultura, di motivazioni, di enunciati. Al Qaida non è altro che un idolo terrificante, che possiede da anni i soliti tratti caratteristici: lingua araba, religione musulmana, spietatezza fanatica. Questa assoluta incapacità studiare il proprio nemico, d’indagare la sua umanità, le sue motivazioni, per aberranti che siano, questa inibizione alla comprensione elementare dell’altro da sé, mi sembra un aspetto ben più inquietante del prevedibile patriottismo del film.</p>
<p>A ben guardare, Bin Laden e i suoi soldati sono pretesti per raccontare una storia <i>tutta americana</i>. Il personaggio principale del film della Bigelow è una donna in carriera, che si muove in un contesto di uomini, superiori gerarchicamente o suoi pari, e contro di essi deve battersi in continuazione per far valere i propri talenti. Si tratta di un soggetto tipicamente <i>liberal </i>con forti coloriture femministe. Contro l’opinione di tutti, è la donna che avrà visto giusto. E la sua carriera, nonostante gli ostacoli prodotti da una persistente cultura maschilista, sarà coronata da successo, grazie all’abbinamento di fine intelligenza e grande forza di carattere. Una tale vicenda poteva svolgersi interamente in ambiente statunitense, all’interno di una grande azienda o di un’istituzione federale, senza che ci fosse bisogno di tirare in ballo la “guerra al terrore”.</p>
<p>La seconda cosa che mi ha colpito del film è l’esibizione della tortura perpetrata da agenti della CIA contro prigionieri arabi. È singolare che tutti i detrattori di questo film abbiano sostenuto che, proprio in virtù delle scene dedicate alla tortura, la Bigelow appoggi, legittimi, contribuisca a normalizzare l’uso della tortura come mezzo efficace per ottenere la sconfitta del nemico. Sul <i>Guardian</i>, il quotidiano britannico indipendente, è avvenuto un acceso dibattito sul film, incentrato proprio sula questione della tortura. Dico subito che io considero le lunghe scene di tortura del film ciò che lo salva, ciò che non fa quadrare i conti e ciò che, in definitiva, mostra un versante della mentalità statunitense più avanzata di quella europea. Il mostrare con efficace realismo pratiche di tortura significa fuoriuscire dalla politica dell’<i>eufemismo</i>, che ha governato e tutt’ora governa non solo la propaganda politica nella sua legittimazione della guerra, ma anche l’infinito commento mediatico <i>embedded</i>. Ma più in generale significa avallare la denuncia <i>giornalistica</i>, tutta il portato delle inchieste scomode e coraggiose che hanno puntato il dito sulle pratiche di tortura realizzate sotto la presidenza Bush e diventate, in seguito, sempre meno difendibili sotto una presidenza democratica e con un presidente, per di più, Nobel per la pace. È il cinema <i>commerciale</i> che nel mondo odierno sancisce la definitiva realtà di ciò che il giornalismo <i>impegnato</i> ha in precedenza denunciato. I ruoli sono invertiti: è ormai la finzione che certifica ciò che il <i>reportage</i> ipotizza. Per questo non è irrilevante che un film a diffusione mondiale racconti come la tortura sia stata sotto la presidenza Bush una pratica ordinaria e sancita politicamente.</p>
<p>Žižek ha scritto sul <i>Guardian</i> il 25 gennaio un articolo intitolato:<b> </b><i>Zero <a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2013/jan/25/zero-dark-thirty-normalises-torture-unjustifiable">Dark Thirty: Holliwood’s gift to American Power</a></i>. Anche al centro della sua riflessione vi è l’esibizione cinematografica della tortura. La conclusione di Žižek è la seguente: “Per ciò che riguarda l’argomento “realista”: la tortura è sempre esistita, allora non è meglio alla fine parlarne pubblicamente? Questo è, precisamente, il problema. Se la tortura è sempre stata praticata, perché quelli al potere ora ce ne stanno parlando apertamente? C’è una sola risposta: per normalizzarla, per abbassare i nostri criteri etici”. La tesi complottista di Žižek è alquanto strana se si pensa che nel film è proprio l’avvento della presidenza Obama a limitare l’uso di queste pratiche, e ciò corrisponde per altro a una circostanza reale: nel 2009 Obama introdusse come procedimento per gli interrogatori dei prigionieri l’<a href="http://www.humanrightsfirst.org/our-work/law-and-security/torture-and-accountability/appendix-m-of-the-army-field-manual/further-reading/"><em>US Army Field Manual</em> <i>on Interrogation</i></a>, che pur non eliminando del tutto la possibilità di abusi, escludeva chiaramente tecniche d’interrogatorio come il <i>waterboarding</i>. Ma la critica più pertinente nei confronti della tesi di Žižek viene da un regista, che non si può considerare di simpatie guerrafondaie: Michael Moore. In un post su Facebook, Moore ha difeso apertamente il film della Bigelow, sostenendo che esso non può che rendere odiosa la tortura. In sintesi Moore dice: non bisogna accettare nemmeno per un attimo i termini del discorso posti dagli avversari, che vorrebbero discutere sull’efficacia o meno della tortura. L’unica domanda pertinente è quella che si chiede se la tortura sia giusta o sbagliata. “E, dopo aver visto il comportamento brutale degli agenti CIA per i primi 45 minuti del film, non posso credere che qualsiasi persona con una coscienza finisca per sostenere che questo è moralmente giusto. Voi sarete disgustati da queste scene di tortura, perché ciò è stato fatto in vostro nome e con i soldi delle vostre tasse. Noi lo abbiamo finanziato.”</p>
<p>Il gigionesco Moore, militante fracassone, si mostra ben più sottile del neolacaniano Žižek. Moore fondamentalmente crede che esista una forza intrinseca nel linguaggio cinematografico, e che questa forza trascenda i confini di ogni esplicita argomentazione di tipo discorsivo, fosse pure orientata a giustificare l’uso della tortura. Non solo sostiene, questo, ma crede anche, per una sorta di democratica fiducia negli esseri umani, che le persone non siano generalmente prive di una base etica, e che questa base etica, per implicita che sia, difficilmente può restare indifferente alla <i>vista</i> di un torturatore alle prese con la sua vittima.</p>
<p>La questione sollevata da Moore nei confronti del film della Bigelow è la medesima che sollevai io all’uscita del film <i>Diaz</i> di Daniele Vicari (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/03/diaz-il-film-e-le-polemiche/">proprio su NI</a>). Le accuse più forti nei confronti di <i>Diaz</i> venivano da quei compagni che sostenevano <i>Diaz</i> non fosse un film di denuncia, e che mostrare la violenza gratuita delle forze dell’ordine in sé non significava nulla, perché non era esplicita tutta l’analisi del contesto politico delle giornate di Genova. Io credo che qui, come nel caso della Bigelow, ci sia non tanto un errore ideologico, ma un errore cognitivo, ed esso riguarda una sottostima della specificità dei linguaggi artistici in senso lato, che siano cinematografici, plastici o letterari. Ed è strano che questo errore venga spesso da gente che appartiene alla sinistra. Sono stati proprio dei grandi critici marxisti che ci hanno permesso di leggere Balzac e Baudelaire, ad esempio, come degli implacabili e lucidissimi pittori del capitalismo ottocentesco, ben al di là delle opinioni politiche che essi proclamavano apertamente. Ma a questo errore cognitivo si aggiunge, a mio parere, una concezione particolarmente pessimista nei confronti dell’essere umano. Infatti, portando alle logiche conseguenze il discorso di Žižek, l’unico spettatore buono è uno spettatore che deve venir esplicitamente indottrinato. Non è sufficiente che ad esso si mostri l’osceno e disgustoso teatro della tortura, o del massacro gratuito, come in <i>Diaz</i>. Si ritiene, infatti, che lo spettatore medio sia fascista per costituzione, o comunque sia privo di struttura etica, ed è dunque il cineasta che lo deve educare per benino, con grandi <i>smile </i>che annuiscano o disapprovino, a seconda del tenore delle scene.</p>
<p>Quali che siano i convincimenti personali della Bigelow, o le sue esplicite intenzioni, c’è un dettaglio capitale che ha inserito nelle scene di tortura del terrorista islamico. Un dettaglio che non lascia adito a dubbi sull’intento di normalizzare o meno l’uso della tortura. Al prigioniero viene fatto indossare un collare chiodato, che è la terminazione di un lungo guinzaglio per cani. Questo dettaglio rientra perfettamente nella lucida analisi che Primo Levi fa nel capitolo quinto dei <i>Sommersi e salvati</i> dedicato alla “violenza inutile”. Nel contesto dell’interrogatorio, quel guinzaglio <i>non serve a niente</i>. Esso non produce nessuna violenza diretta sul prigioniero. Non è uno strumento di pressione, per barbaro che sia, finalizzato a estorcere delle informazioni. Il guinzaglio e il suo collare sono il <i>plus-valore</i> della tortura istituzionalizzata: sono il premio personale fuori busta paga, il godimento privato fuori dal ruolo, dei torturatori. Ma questo ci dice ben prima di ogni dibattito sulle statistiche di successo o insuccesso, che la tortura non è mai <i>strumentale</i>. La sua pratica si è posta da sempre su un terreno così lontano dall’umano, dai sui limiti, che essa non può possedere contorni definiti, che non siano quelli dell’arbitrario e infondato godimento del carnefice.</p>
<p><i>Zero Dark Thirty</i> rimane, nonostante queste riflessioni sull’esibizione della tortura, un film mostruoso, mostruoso per la sua incapacità di includere, esplorare, sondare l’umanità del nemico, dell’altro da sé. Ciò nonostante mostra la vitalità del cinema statunitense, anche di quello hollywoodiano. E mostra forse una capacità degli Stati Uniti di misurarsi con le proprie enormi contraddizioni in modo più vitale di quanto riesca a fare l’Europa. In Francia, la diffusione della <i>Battaglia di Algeri</i> di Gillo Pontecorvo del 1966 fu proibita fino al 1971. In Italia, come ricorda <a href="http://www.storicamente.org/06_dibattiti/jedlowski_colonialismo.htm">qui Paolo Jedlowski</a>, <em>The Lion of the Desert</em>, un film a diffusione internazionale del 1981 è stato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Il_leone_del_deserto">censurato in Italia</a> fino al 2009. Il film raccontava episodi della resistenza libica contro le truppe coloniali fasciste dirette da Rodolfo Graziani. Quanto al film <i>Diaz</i>, è uscito undici anni dopo i fatti che ricostruisce. (In pratica la memoria pubblica italiana, nel migliore dei casi, ha i tempi della Cassazione.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/02/11/zero-dark-thirty-la-cancellazione-dellalterita-del-nemico-e-lesibizione-della-tortura/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>41</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">44884</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-04-17 15:29:09 by W3 Total Cache
-->