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		<title>&#8220;Forse Esther&#8221; di Katja Petrowskaja</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Jan 2015 06:00:18 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>«[…] E io pensai che fosse stato il charleston a far tornare in mente a Rosa Trockij e la sua mucca: in punta di piedi lei s’addentrava ballando nella storia universale». È in punta di piedi e con una splendida grazia narrativa che Katja Petrowskaja entra nella storia del Novecento e compone un mosaico di vicende storiche e frammenti autobiografici, un tappeto della memoria intessuto di documenti d’archivio, ricordi personali e alcune fotografie in bianco e nero, che sin dalle pagine iniziali richiama il Sebald di <em>Austerlitz</em>.</p>
<p><em>Forse Esther</em> (Adelphi, trad. di Ada Vigliani) è il primo romanzo dell’autrice e giornalista, nata a Kiev nel 1970 e trapiantata a Berlino. Il tedesco, imparato alle soglie dei trent’anni «a suo rischio e pericolo», è la lingua che Petrowskaja adotta per la scrittura, la «lingua del nemico» che rappresenta al contempo una via di fuga, un amore inesauribile e un modo solo apparentemente illogico per riallacciarsi alle proprie radici, quasi come una «bacchetta del rabdomante». La genealogia tentacolare della famiglia sovietica in cui l’autrice cresce è un crocevia delle culture russa, ucraina, tedesca ed ebraica: è per questo che l’indagine intrapresa alla ricerca dei suoi avi non può che essere anche una ricostruzione storica composita, un viaggio attraverso Germania, Russia, Polonia e Austria, fino a quei luoghi bui dell’anima che gulag e lager sono per ogni europeo.<br />
L’indagine e l’attenzione alla lingua come strumento d’analisi sono condensati già nel dubbio onomastico del titolo: Esther è forse il nome di una bisnonna mai conosciuta dall&#8217;autrice; suo padre tuttavia non ne è certo perché l’ha sempre chiamata semplicemente«babuška». Accanto a Esther, però, Petrowskaja traccia i ritratti di vari membri di una famiglia in cui «c&#8217;era di tutto. Un contadino, parecchi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta. Un rivoluzionario e un eroe di guerra, ma in particolare c&#8217;erano leggende». Gli insegnanti sono perlopiù logopedisti e forse è proprio da loro che l’autrice ha ereditato un legame viscerale con la lingua («per gli ebrei la parola è tutto»). D’altronde per gli scrittori le cui radici si snodano attraverso diversi paesi è naturale che la narrazione di sé si accompagni a una intensa riflessione linguistica, come se alcune tracce del vissuto si nascondessero fra le parole usate, in modi di dire dimenticati e recuperati che vanno a costituire un <em>Erlebnis</em> polifonico; si pensi, ad esempio, al complesso rapporto con il russo che Emmanuel Carrère dimostra di avere in <em>Un roman russe</em>, altro romanzo che è un viaggio verso le proprie origini, nel quale la difficoltà di ricordare la lingua imparata da bambino è un’eco della confusione in cui è avvolto il passato.<br />
È questo legame che porta Petrowskaja a farle notare come, nei pressi della chiesa di San Cirillo a Kiev, non lontano da dove ebbe luogo il massacro di Babij Jar, una targa reciti «<em>Anche</em> qui nel 1941 furono fucilati degli uomini»: le tombe non autorizzate si riconoscono da una congiunzione. O che le fa sottolineare come, in quello stesso anno, i manifesti che richiamavano all’adunanza si rivolgessero a «tutti» gli ebrei in russo, e a «tutti senza eccezione alcuna» in tedesco, quasi che nella traduzione si fosse perso un grano di enfasi omicida.<br />
Così ogni movimento, ogni «andò» diventa epico. La <em>babuška</em> Rosa, Esther, poi il nonno che fu fatto prigioniero e tornò dai gulag dopo quarant’anni, e il misterioso prozio Judas Stern, processato nel ‘32 in seguito al tentato omicidio di un diplomatico tedesco: questi lontani parenti, magnifici personaggi, danzano nella mente dell’autrice «al ritmo della storia universale», mentre lei prova a tenere i fili di ogni vita al fine di visualizzare un centro, capire qual è il suo posto all’interno della narrazione. Per tessere la sua tela Petrowskaja si avvale degli strumenti più vari: Google, miti greci, fiabe tradizionali, contatti Facebook, letture assortite, tra cui Thomas Bernhard; tutto diventa «materiale storico» che per lei somiglia a «velluto, raso, crêpe de Chine». Ma allora dov’è il centro? Che sia quel ficus al quale sostiene di dovere la vita, un ficus che appare d’improvviso verso la fine del libro, abbandonato in mezzo a un marciapiede vuoto, sulle note di Šostakovič, e che, salvando la vita al padre, si trasforma per lei in una specie di angelo custode? Può darsi, ma in questo romanzo – il titolo era esplicito – la memoria è un fantasma intermittente: il padre non ricorda nessun ficus, così la pianta diventa per l’autrice un «oggetto letterario», o piuttosto un correlativo oggettivo della Storia.<br />
Il viaggio che Petrowskaja compie travalica i confini temporali e geografici, lo dimostra un lapsus nelle ultime pagine: mentre l’autrice è diretta a Mauthausen, una passeggera del treno la saluta dicendole «Gute Weltreise!», <em>Buon giro del mondo</em>, invece di «Gute Weiterreise», <em>Buon proseguimento</em>. Di nuovo la lingua offre un indizio; «Così […] ha messo a nudo la mia megalomania», commenta l’autrice. Ma più probabilmente ciò che spinge alla ricerca ha origine non tanto dalla megalomania, quanto da un irriducibile istinto alla sopravvivenza: «Facciamo tutto nel tentativo di allontanare la morte a colpi di interpretazione, come se non si trattasse di scomparire, ma solo di accogliere e giungere alla meta». La meta non può che essere fantasmatica: nell’ultimo frammento una donna anziana e sconosciuta, avvolta dal candore, sparisce a un semaforo di Kiev, subito dopo aver sorriso all’autrice, lasciando un’epifania di luce a sigillare con mistero questo racconto bello e profondamente europeo.</p>
<p>Katja Petrowskaja<br />
<em>Forse Esther</em><br />
(tit. or. <em>Vielleicht Esther. Geschichten</em>)<br />
Traduzione di Ada Vigliani<br />
Adelphi, 2014</p>
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		<title>La Signora del buio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 May 2010 06:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Nelle sere d’inverno, al diradarsi delle folle sul Kreschatik, la Signora del buio riappare. Quando le cifre rosse sulla torre del Maidan segnano le ventitré, e il carillon sparge le sue note di commiato all’aria gelida, la Signora spalanca le porte del suo arrivo e si fa strada nel calore luminoso della [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-203x300.jpg" alt="" title="kiev - caffè sul kreschatik" width="203" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-33586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-203x300.jpg 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè-692x1024.jpg 692w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/05/Catelli_kiev-kreshatik-caffè.jpg 1195w" sizes="(max-width: 203px) 100vw, 203px" /></a></p>
<p>Nelle sere d’inverno, al diradarsi delle folle sul <a href="http://www.hotels-kiev.com/krestchatik.htm">Kreschatik</a>, la <em>Signora del buio</em> riappare.<br />
Quando le cifre rosse sulla torre del Maidan segnano le ventitré, e il carillon sparge le sue note di commiato all’aria gelida, la Signora spalanca le porte del suo arrivo e si fa strada nel calore luminoso della tavola calda: muove qualche passo, riservata, scruta i tavoli già vuoti, osserva ogni vassoio abbandonato, dai clienti già lontani, nel metrò, nel vasto gelo, non decide, si sofferma con un lieve sorriso di stupore, di fronte allo schermo sospeso, alla sua luce fosforica, ed ai volti sereni che soffiano sillabe uguali al silenzio.<br />
Avanza di nuovo, come svagata, poi ghermisce improvvisa un bicchiere solitario, abbandonato, quasi pieno, e lo stringe disinvolta, col sussiego della piena proprietà: cerca un tavolo propizio, un divanetto confortevole, il giusto riposo del cliente soddisfatto, si accomoda ordinata, distinta, diritta, <span id="more-33585"></span>guarda verso il fondo della sala, cerca un ordine compiuto in cui placare il terrore muto del disordine, il bisogno, la mancanza fredda delle cose necessarie: è giunta, l’ora lieta, nessuno più le insidia il tempo, né lo spazio malcerto d’ogni suo vagare, un’intera sala quieta, colma di calore, luce, musica leggera, la difende, ospita serena il suo elegante disperare, la protegge dal vasto fragore quotidiano, in cui muove segreta il suo silenzio, l’accompagna nell’oblio d’ogni rincorsa, d’ogni cupa ricerca senza luogo, la dissolve nei minuti calmi che irridono la tenebra, saziandola di pace, sicurezza, tepore, parvenze di decoro.<br />
Noi non sappiamo l’ora precisa dei suoi commiati; ce ne andiamo, già, dopo la mezzanotte, quando i gesti bruschi degli addetti mostrano che l’ora di chiusura si propaga nel passato, e che il ritardo concesso agli ultimi avventori scivola già verso rischiosi abissi: ci perdiamo rapidi, oltre le porte laterali, e la scorgiamo intatta, immobile tra i tavoli, al centro della sala, nel cuore stesso del chiarore, perenne, rispettata e quasi trasparente ai gesti del servizio, forse, chissà, già pronta a dissipare i suoi poteri, ma certo ancora solida e solenne al sopravvivere del tempo intorno a lei.</p>
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		<title>Diorama dell&#8217;est #13</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Oct 2008 05:28:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Catelli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Catelli Den nezavisimosti (Kiev) &#8230;Et le cafard t&#8217;a rattrapé, rapide sur le boulevard, comme une foudre derrière toi, tu ne pouvais pas te défendre, comme toujours, tu le savais&#8230; Il carillon della torre ha suonato le ore, ad una ad una, in fila, sul grande viale colmo di uniformi e vento, mentre tu [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/den-nesavisimosti-kiev-2115.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-9251 aligncenter" title="den-nesavisimosti-kiev-2115" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/den-nesavisimosti-kiev-2115-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="text-align: left;">di <strong>Giovanni Catelli</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Den nezavisimosti (Kiev)</strong></p>
<p>&#8230;Et le cafard t&#8217;a rattrapé, rapide sur le boulevard, comme une foudre derrière toi, tu ne pouvais pas te défendre, comme toujours, tu le savais&#8230;<br />
Il carillon della torre ha suonato le ore, ad una ad una, in fila, sul grande viale colmo di uniformi e vento, mentre tu tradivi ogni minuto nel fragore, nella folla, vasta diserzione d&#8217;ogni sguardo e gesto, lieve sparizione di fantasmi e tempo : si smarriva, irripetibile, il calore delle mani, la tenacia della stretta già premeva l&#8217;aria senza peso, la memoria delle dita confondeva i calcoli del vuoto :<span id="more-9250"></span> sei andato, alla cieca, nello spazio vasto, nell&#8217;apnea segreta del tuo sogno, separato dal destino e dal futuro, preda già d&#8217;assenze irreparabili, ed ostaggio, di minuti senza fine, lento districarsi del dolore nel respiro, lentissimo vagare degli istanti nella pena, mentre il fiume quieto della folla t&#8217;avvolgeva, mite, lungo i flutti già serali dell&#8217;estate, la sua luce interminabile, infinita, sorretta da una calda, misteriosa brezza carica di sale : a tratti, silenzioso, scrutavi lungo i volti, senza numero, indagavi l&#8217;imprendibile calcolo del fato, alla distanza sospesa delle città, delle separazioni, per l&#8217;inquieto inganno di un&#8217;attesa irrespirabile, l&#8217;ignoto azzardo di un ritorno, smarrito ancora in una sabbia mobile di giorni, una cifra di treni e calendari senza nome.<br />
Vagavi, a chiamare su di te la notte, il tempo, a mordere la carne dei minuti nelle dita, guardando i telefoni, morti, sui muri, a volte chiamando, impassibile, certo, a bere nel vuoto l&#8217;intera distanza, il rumore fraterno ed ignaro, quel suono impagabile nelle sue stanze, pallido gesto già così prossimo, già quasi dentro il suo giorno il respiro.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Kievska Rus</strong></p>
<p>Quando il tassista, carico di sonno, mi lascia, sull&#8217;orlo dell&#8217;alba e della primavera, nella notte limpida di aprile, di fronte al Kievska Rus, un improvviso prodigio m&#8217;attende, mentre nel silenzio traverso l&#8217;Artioma deserta : un vagoncino giallo, immobile, sui binari del tram che vanno verso casa e sulla Diktiriovskaia, cela, per un attimo, una favolosa luce azzurra : l&#8217;eterno bagliore ossidrico, invincibile, a sorvolare gli anni, e le città, stagioni mai concluse, notti, rammarichi segreti, lontane, ormai smarrite attese : i saldatori, fermi per sempre nel gesto luminoso, nel possesso indistruttibile del fuoco, gli elmi barbarici disegnati a silenziose guerre con il buio, con il ferro infido, con la notte breve : lavorano, immortali, a rinnovare, la trama ignota dei binari, la vena fragile che soffia i viaggiatori nel destino, mi consegnano, il remoto lucore della vita che non cede, il gesto buio delle cose senza voce, la profondità, rovescia, d&#8217;infinite cose senza luce.</p>
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