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	<title>La battuta perfetta &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Battute per un cinema muto: Carlo D&#8217;Amicis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Jul 2010 17:28:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Buster Keaton]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo D'Amicis]]></category>
		<category><![CDATA[Città di Matera]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[La battuta perfetta]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Samuel Beckett]]></category>
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					<description><![CDATA[Nota di lettura di Francesco Forlani su La battuta perfetta di Carlo D&#8217;Amicis C&#8217;è uno strano film, del 1966, Due marines e un generale, diretto dal regista Luigi Scattini e che vede, come protagonisti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Strano perché ad un certo punto, con una parte tutt&#8217;altro che secondaria, scopriamo Buster Keaton. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/H8eRvFSQvJ4&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p><strong>Nota di lettura</strong><br />
di<br />
<strong>Francesco Forlani</strong><br />
su <em><a href="http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/455">La battuta perfetta</a></em> di <a href="http://www.nazionalescrittori.it/damicis.html">Carlo D&#8217;Amicis</a></p>
<p>C&#8217;è uno strano film, del 1966, <em>Due marines e un generale</em>, diretto dal regista Luigi Scattini e che vede, come protagonisti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Strano perché ad un certo punto, con una parte tutt&#8217;altro che secondaria, scopriamo Buster Keaton. Il quale, nei panni di un generale della Wehrmacht, da gigante del cinema muto, non dirà una parola. Solo una battuta, insieme sorprendente per i nostri comici, e terribile, nel finale della scena proposta qui in ouverture: <em>Thank you</em>. Dice.<br />
Due anni prima, nel 1964, Buster Keaton aveva interpretato, O, il personaggio protagonista di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Film_%28film_1964%29">Film,</a> unica prova cinematografica di Samuel Beckett che ne aveva firmata la sceneggiatura. Film, privo di sonoro, e con un&#8217;unica battuta: «Shhh!» che nella parte iniziale l&#8217;autore fa dire a una signora  appena travolta da Keaton, per zittire il compagno che vorrebbe reagire.  La fortunata formula di Berkeley, <em>&#8220;Esse est percipi&#8221;</em> era stata la parola chiave dell&#8217;esperimento, certo poco capito all&#8217;epoca, del grande drammaturgo irlandese: &#8220;<em>essere è essere percepito, sentito, visto</em>. E allora perché rinunciare al silenzio se il silenzio può farci sentire quello che sta accadendo? Se può darci l&#8217;illusione di essere percepiti?<br />
<em>La battuta perfetta,</em> di Carlo D&#8217;Amicis (1964) si apre sulla troupe di Pasolini che sta girando a Matera, terra d&#8217;origine del protagonista, Canio Spinato, in quello stesso anno, il 1964, <em>il Vangelo secondo Matteo</em>.<br />
Il padre di Canio, Filippo, che sarà  assunto alla RAI pochi anni dopo,&#8221; <em>faccia da stronzo, da democristiano&#8221;</em>, quando da Roma riesce a tornare in famiglia, se ne sta rinchiuso nel suo studio. Al figlio che vive quel mutismo come un lutto, si limita a spiegare:<br />
 <em>il silenzio è ascolto. Dicevi. ma io non sentivo niente. Il silenzio è verità. ma a me sembrava chiaramente una bugia.</em><br />
<span id="more-36075"></span><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/46_damicis_nichel-r1.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/46_damicis_nichel-r1-259x300.jpg" alt="" title="46_damicis_nichel r" width="259" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-36078" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/46_damicis_nichel-r1-259x300.jpg 259w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/07/46_damicis_nichel-r1.jpg 392w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a></p>
<p>Leggendo <em>la battuta perfetta</em>, ci rendiamo conto che a dispetto di tutte le parole spese dai personaggi, imperdibili, sia quelli di primo piano che quelli secondari, delle lingue del narrato, in primis il lucano, dei capitoli che potremmo definire di formazione di Canio, o il brianzolo quando ormai la sua vita tenterà il successo a Milano grazie alla corte dei miracoli del Cavaliere, l&#8217;oggetto della quête, non sia la battuta comica. Si ha infatti dal principio la sensazione che nella trama fitta degli eventi, di un romanzo a mio parere imprescindibile, il vero oggetto della ricerca sia la battuta da intendersi come replica con cui rispondere all&#8217;assordante silenzio in cui si è precipitati.<br />
Perché la storia, da intendersi qui come destino individuale di ognuno dei personaggi, che si tratti della fedigrafa madre di Canio, degli zii, della compagna di scuola, Graziella, diventata nel frattempo il GIP incaricato di indagare sull&#8217;ascesa del Cavaliere, sì proprio  <strong>Lui</strong>,  si intreccia con quella del paese e del suo più fedele specchio. Perché  storia della televisione, in Italia significa, innanzitutto storia del paese e questa storia è la storia delle grandi illusioni. Ognuno dei tre protagonisti, Spinato, padre, Spinato figlio, nipote, vive nella propria illusione con un passaggio di testimone che si fa con un rituale semplice quanto autentico.<br />
&#8220;<em>Nella prima (fotografia) . ritaglio di giornale datato 18 ottobre 1984 , vengo immortalato nell&#8217;atto di colpire mio padre con un calcio all&#8217;altezza del coccige (diciamo pure un calcio in culo). Nella seconda, molto più recente , sei tu figlio, all&#8217;incrocio tra Via Agonale e Piazza Navona, circondato da altri giovani in mimetica e passamontagna, a infliggermi una scarpata in faccia.</em>&#8221;</p>
<p>Della genealogia dei tre calci in culo, perchè possiamo ipotizzare che la catena non si interromperà, non diremo perché. Sarebbe come rivelare qualcosa che il lettore avrebbe sicuramente voglia di svelare da solo.<br />
Allora come uscire dal gioco dell&#8217;illusione senza spezzare il rumore di fondo che il silenzio della nuova società italiana sta creando intorno a sé grazie a quello straordinario strumento di distruzione di massa che è la televisione? Quando Filippo Spinato inizia la sua carriera alla Rai come un fisico alle prese con l&#8217;energia atomica è pertanto convinto, illuso che quella scatola potrà rendere migliori le persone con le campagne di alfabetizzazione e di accesso alla cultura.<br />
Infatti lo vediamo subito all&#8217;opera insieme al maestro Manzi per insegnare agli italiani di ogni età e ceto sociale che non è affatto tardi per imparare a  leggere e scrivere. Certo non poteva immaginare che una volta creati i contenitori li si sarebbero riempiti non di pagine di classici greci e latini, ma di immondizia del culturame e dei cosiddetti beni di consumo.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/dc7caisOyEY&amp;hl=it_IT&amp;fs=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /></object></p>
<p>C&#8217;è un passaggio illuminante al principio della fine delle illusioni di Spinato padre. durante un colloquio con il dottor Mordacchia, dirigente Rai, alla domanda : <em>Lei lo sa , Spinato, qual&#8217;è il nostro programma di punta? </em>&#8221; dopo aver sbagliato la risposta si sente &#8220;<em>spifferare tutto d&#8217;un fiato,</em>: <em>segnale orario</em>. <em>E dopo?- riprende il solerte funzionario &#8221; Che tempo fa. Edmondo Bernacca. E&#8217; con queste cose, Spinato, che ci giochiamo tutto!</em>.<br />
Spinato padre proprio non ce la fa a capire. Forse è una battuta, e allora perché non ne ha colto ogni sfumatura? L&#8217;interlocutore se ne accorge e qui Carlo D&#8217;amicis incalza il lettore, nel ritmo che solo la consapevolezza della situazione può far dire. <em>&#8220;Non mi prenda per cinico , ma se il telegiornale sostiene che la bomba alla stazione centrale di Milano l&#8217;hanno messa gi anarchici o i fascisti a noi poco ci importa. tanto la verità non la saprà mai nessuno. e se pure venisse fuori &#8211; sa cosa le dico- per la stragrande maggioranza della popolazione, per i nostri figli soprattutto non cambierebbe niente. Per verificare se una previsione  del tempo è esatta, invece basta alzare la mattina gli occhi al cielo. Chiunque può stabilire se diciamo o meno la verità.</em>&#8221;</p>
<p>Ma allora se bastasse veramente affacciarsi alla finestra per vedere, sentire, che nulla è vero di quello che quotidianamente ci dicono i telegiornali, i reality, i comizi dei politici, com&#8217;è che nessuno vede, sente, la grande truffa in atto e non reagisce? Forse è già troppo tardi.<br />
Una risposta sembra darcela proprio Canio, che per quanto criticabile, irresponsabile, colluso, non riesce a staccarsi dall&#8217;affetto del lettore, come se tra lettore e personaggio si fosse scoperta una malattia comune, quando, sulla soglia di una verità terribile da scoprire, sbotta dicendo: <em>se non sai dare un nome alle cose, le cose non esistono.</em>.<br />
Ma le cose esistono se non si possono raccontare?<br />
Se crediamo alla parola di Carlo D&#8217;Amicis, sembrerebbe che niente, nessuno, potrà rinunciare al racconto senza portare ogni cosa al nulla, alla fine, perché solo il ricordo, ovvero il racconto possibile, sempre e ovunque di quello che è stato, potrà dirci che le cose, ogni cosa è davvero esistita. Non a caso il romanzo si chiude sull&#8217;immagine delle Teche Rai,dove andrà a lavorare il nostro, epilogo  la cui definizione, in una Garzantina recita : &#8220;<em>Grotta, antro da rigattiere, luogo di irrequietudine&#8221;. </em><br />
Lo stesso luogo che Pasolini aveva in fondo cercato, tra i sassi di un universo popolato da voci di un autentico silenzio. </p>
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