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	<title>La collera &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A destra di Albert Camus: Andrea Di Consoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Nov 2012 06:57:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[albert camus]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-44144" title="1705600_0" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/1705600_0.jpg" alt="" width="223" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/1705600_0.jpg 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/1705600_0-191x300.jpg 191w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>La contradiction est celle-ci : l&#8217;homme refuse le monde tel qu&#8217;il est, et pourtant, il n&#8217;accepte pas de lui échapper. En fait les hommes tiennent au monde, et dans leur immense majorité, ils ne désirent pas le quitter. Loin de vouloir le quitter, ils souffrent au contraire de ne pas le posséder assez, étranges citoyens du monde, exilés dans leur propre patrie.<br />
</em>Albert Camus, Roman et révolte, in <a href="http://www.ibs.it/code/9788845252785/camus-albert/uomo-rivolta.html">L&#8217;homme revolté</a><span id="more-44143"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il verbo napoletano piglià (pigliare) sebbene abbia il medesimo etimo (lat. volg. piliare, dal class. pilare rubare, saccheggiare, sottrarre ) del corrispondente pigliare della lingua italiana, si differenzia da quest’ultimo per un molto più ampio ventaglio di significati; numerosa è infatti la fraseologia che in napoletano si può costruire con il verbo piglià; (&#8230;) &#8211; pigliarse collera = arrabbiarsi, dispiacersi; collera = collera, ira,dispiacere (dal lat. chòleram);</em><br />
<a href="http://www.dialettando.com/articoli/detail_new.lasso?id=9312">Raffaele Bracale &#8211; Napoli- </a></p>
<p style="text-align: justify;">Per raccontarvi le ragioni del mio interesse per l&#8217;ultimo romanzo di <strong>Andrea Di Consoli, La collera,</strong> edito da Rizzoli, vi anticipo che queste, in esergo, sono state le due suggestioni che mi hanno accompagnato lungo tutta la narrazione delle vicende di Pasquale Benassìa. Da una parte una fenomenologia della rivolta individuale sul modello di quella tentata da Albert Camus e dall&#8217;altra il paesaggio linguistico in cui la parola collera si distacca dalla sua prima e determinata accezione di rabbia per diventare molte altre cose. Prima di farlo occorre riassumere per chi non lo avesse ancora letto l&#8217;intera vicenda raccontata da Andrea Di Consoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>La faccenda</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Due enormi malintesi, <em> faccende</em>, consegnano Pasquale Benassia nelle mani di uno strano destino. La scoperta della coincidenza della sua data di nascita con quella della morte di Adolf Hitler e l&#8217;essere stato testimone di un miracolo vero e proprio a quasi dieci anni della nascita. Agli occhi di Pasquale bambino, appare infatti la visione: Il gregge di suo padre stremato, avvelenato, probabilmente da un pastore concorrente dopo l&#8217;apparizione di uno strano francescano, improvvisamente guarisce. Queste due faccende accompagnano l&#8217;esilio del giovane calabrese, un doppio esilio che si determina da una parte attraverso la partenza, necessaria, dalla Calabria verso l&#8217;operosa Torino e dall&#8217;altra il divampare del fuoco del sapere che ne farà un autodidatta tanto appassionato quanto irregolare e confuso. Come migliaia di suoi conterranei verrà accolto da madre Fiat benevolente nei confronti di quel giovane filosofo del Sud, che si professa anti comunista nel pieno degli anni sessanta, dei movimenti operai, delle manifestazioni. Come se non bastasse Pasquale trova anche l&#8217;amore tenero, educato di una giovane ragazza affascinata dal vitalismo disperato di quello strano operaio. Ecco però che quando ormai tutto lascia presagire ad un riscatto assoluto del nostro protagonista, il sogno si rompe, determinando un ritorno alla casella di partenza, all&#8217;odiato <em>paesiello</em>, che in un monopoli immaginario in luogo di diventare un nuovo via, una rpartenza si rivelerà una prigione che anno dopo anno innalzerà le proprie mura fino a togliergli ogni cosa, soffocarlo nella tosse maligna che lo accompagna dalla prima infanzia, dalla prima di infinite sigarette e che d&#8217;un colpo lascerà emergere dal fumo, ancora una volta, un piccolo miracolo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ostile</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-44145" title="vite-di-uomini-non-illustri" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/11/vite-di-uomini-non-illustri.jpg" alt="" width="150" height="239" /><br />
Di Andrea Di Consoli ho sempre amato i racconti ed è stato proprio <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/08/06/anteprima-sud-7andrea-di-consoli/">un suo racconto,</a> che pubblicammo sulla rivista Sud a farmi conoscere un autore che rappresentava la parte più indomita, poetica della <em>nouvelle vague</em> dei narratori di quel crogiolo di sensibilità e lingue che è il meridione d&#8217;Italia. Pasquale Benassia &#8211; Be(ne)nasci sembra suggerirci il cognome aggiungendo al danno la beffa- è un personaggio che soprattutto nella prima parte del romanzo mi ha ricordato quello che considero un po&#8217; come uno dei più bei libri dedicati alle vite minori, ovvero &#8220;Vite di uomini non illustri&#8221; di <a href="http://scaffalesegreto.hoepli.it/vite-di-uomini-non-illustri-di-giuseppe-pontiggia">Giuseppe Pontiggia</a>. Ecco che la forma racconto, micro narrazione in grado di portare seppure su brevi distanze temi anche gravissimi, in un tono sicuramente novecentesco, si ripete qui nella forma romanzo. In una successione di eventi, faccende, esperienze e soprattutto grazie alla ricca galleria di personaggi incontrati dal protagonista, <em>La collera</em> sembra mantenere dell&#8217;uno, del romanzo, il passo sicuro e il respiro, mentre del racconto, grazie allo stile scarno, diretto, di tanto in tanto attraversato da passaggi molto lirici, la densità, quella dimensione materica propria delle narrazioni brevi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pigliarse collera</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In napoletano la collera si piglia, come una malattia e generalmente si usa nell&#8217;accezione di dispiacere. E in effetti è quello che provano coloro che amano Pasquale, dai genitori- molto riusciti come personaggi sia la madre che il padre, interpreti perfetti di quel pensiero meridiano evocato da Camus &#8211; alle due donne, Magda e Simona, che gli faranno sentire i due possibili profumi della felicità, dal caporeparto che lo accoglie in casa sua al dottor Anile, un medico che tenterà di fargli trovare una via d&#8217;uscita ma che verrà annientato dal suo nichilismo. Quella di Pasquale non è propriamente collera, per quanto i suoi tic, la foga, l&#8217;eccesso, lo sbatacchio, ci suggeriscano i sintomi dell&#8217;indolenza, dell&#8217;insofferenza. In realtà Pasquale Benassia è un uomo in rivolta, ovvero colui che, per riprendere la citazione di Albert Camus in apertura, &#8221; <em>rifiuta il mondo così com&#8217;è, ma non accetta l&#8217;idea di sfuggirgli&#8221;</em>. Esule in patria, come ogni uomo in rivolta si rivela attraverso il suo dire: no. Semplicemente quasi, anzi soprattutto, per principio, ma non per rivoluzionare il mondo quanto per cambiare la vita, più dalla parte di Rimbaud che di Marx, per dirla ancora una volta con le parole di Albert Camus.Un uomo, in definitiva, che vorrebbe accedere a quel &#8220;Cogito ergo sum&#8221;, intravisto nelle sue disordinate letture e che più o meno consapevolmente trasforma, e dunque vince in qualche modo la propria battaglia, in un « <em>Je me révolte donc nous sommes.</em> »</p>
<p style="text-align: center;"><strong>§</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Eccola lì, la sua Calabria, la terra che aveva provato a dimenticare, a rinnegare con il lavoro e con uno studio disordinato e matto. Eccolo lì il suo mare grigio, disteso nella calma, senza brillii, senza partenze, senza fortuna – sfortunato di bellezza, d&#8217;una bellezza feroce, da togliere il fiato. Eccole lì le case coloniche, i caselli ferroviari aggrediti dall&#8217;edera e dai fichi d&#8217;India, le case senza intonaco, le ringhiere arrugginite, le persiane scolorite, i castelli diroccati di poveri principi depressi e crudeli e viziosi, le terre mal coltivate, le curve chiuse a gomito, gli strapiombi, le agavi, i cippi stradali dei Borboni, le insegne blu divorate dal salmastro, le facce tristi, stanche, perplesse del popolo calabrese, in attesa di un riscatto non voluto, non cercato, non sognato, di un favore, di una questua, del miracolo di un santo, di un sindacalista tenace, di un deputato grasso e senza fiato, di un assessore, di un pezzo grosso. Eccola lì la sua Calabria di miserabili – il perenne fallimento, l&#8217;ignoranza, il disprezzo del progresso, la brutalità dei gesti, il fischio del padre che richiama all&#8217;ordine i figli come stesse richiamando pecore disobbedienti in fuga dal branco” <strong>(Andrea Di Consoli, La collera, p. 101).</strong><br />
</em></p>
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