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	<title>La dimora del tempo sospeso &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Poeti &#8220;appartati&#8221;: Federico Zuliani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Dec 2012 16:20:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Zuliani]]></category>
		<category><![CDATA[La dimora del tempo sospeso]]></category>
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					<description><![CDATA[VI Quaderno americano di Federico Zuliani 1. Tu, che non mi scrivi più, so però che vivi ancora oltre certe finestre senza più libri, importanti, senza permetterti le debolezze che ti concedevi, soltanto, per farmi sentire un po&#8217; meno impotente, un po&#8217; meno vinto. Tu sai nutrirti infatti di questo buio che io invece temo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/notes1.jpg" alt="" title="notes" width="350" height="263" class="alignright size-full wp-image-44265" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/notes1.jpg 350w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/notes1-300x225.jpg 300w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p><strong>VI</strong><br />
<strong>Quaderno americano</strong></p>
<p>di</p>
<p><strong>Federico Zuliani</strong></p>
<p>1.</p>
<p>Tu, che non mi scrivi più,<br />
so però che vivi ancora oltre certe finestre<br />
senza più libri, importanti, senza</p>
<p>permetterti le debolezze che<br />
ti concedevi, soltanto, per farmi sentire<br />
un po&#8217; meno impotente, un po&#8217;</p>
<p>meno vinto. Tu sai nutrirti infatti<br />
di questo buio che io invece temo<br />
e che s&#8217;è annesso, ad uno ad uno, i miei</p>
<p>porti. La notte, poco s&#8217;adatta ai borghesi<br />
– che credono ai giorni fasti, alle luci, alle case<br />
dalle tovaglie stirate, coi monogramma.</p>
<p>Ma tu, che già allora sapevi<br />
di questa era ventura di passaporti<br />
negati, di cavalli di Frisia e di</p>
<p>desiderio d&#8217;Armenia, hai preso<br />
per tempo la via dell&#8217;esilio<br />
dalla convinzione che saremmo potuti</p>
<p>divenire ciò per cui le madri<br />
c&#8217;hanno educato, in quel tempo, ad essere,<br />
nei giorni dei calzini stirati, delle</p>
<p>certezze, repubblicane. Oggi<br />
so che hai preso un posto, anche per me,<br />
tra i tavoli dei reduci, dei colpiti, da proscrizione.</p>
<p>2.</p>
<p>Ci hanno insegnato la diaspora nei gesti<br />
delle madri, delle possibili nuore,<br />
da che parte andasse il coltello</p>
<p>sulle tavole spoglie delle feste avite<br />
e dal sacro timore per le parole avvolte<br />
nel vuoto greve del non pronunciato.</p>
<p>Ma oggi, di contra, ci ritroviamo<br />
perché, come ultimo sfregio, chi possiede le chiavi<br />
delle nostre vite, ci ha vietato</p>
<p>di andare incontro alla morte, indossando<br />
le maschere funebri degli antenati.<br />
Le maschere, che conserviamo negli atri</p>
<p>delle case, e che sono state prese<br />
sui volti dei morti, sui corpi già vuoti<br />
d&#8217;aria, ma ancora vestiti, ancora in possesso</p>
<p>degli oggetti che si lasciano ai vivi, che rimangono<br />
a ricordarci dell&#8217;illusione che sta, tra noi,<br />
e il credere che ci sarà dato di</p>
<p>avere, pure noi, quegli anni<br />
che sono stati, prima, dei padri e dei nonni.<br />
Ma oggi, in questo paese che ci chiama altri,</p>
<p>quelli, ci spiegano che è meglio<br />
– per ragioni di salute pubblica –<br />
che la morte esca dalla vita degli uomini</p>
<p>perché ricorda troppa se stessa, perché<br />
priva del sonno i bambini. E così, nella diaspora,<br />
i padroni ci impongono infine d&#8217;avanzare soli;</p>
<p>ci vogliono nudi, uguali, nel nostro essere nati<br />
senza padre né madre, nel non essere<br />
di nessuna gens, nel sapere nostro, solo il presente.</p>
<p>Come ad ogni legge ingiusta prima, anche a questa<br />
obbediremo, per poi indossare le maschere<br />
mentre siamo soli, in casa. La libertà</p>
<p>nelle case ci impone però, senza accorgercene,<br />
nuovi confini, ma soprattutto, ce ne rende<br />
i guardiani (gli schiavi) più attenti, i più fedeli.</p>
<p>Oggi che sono transenne tutto intorno a noi,<br />
la morte ha smesso di uscire in strada,<br />
è divenuta privata, come i parcheggi,</p>
<p>o il diritto proprio dei Greci di Ionia, su cui è costruita<br />
l&#8217;illusione collettiva per cui, rinunciando<br />
alla morte, si possa avere in cambio la vita.</p>
<p>3.</p>
<p>Avrei voluto portarti con me, Ossip Emili&#8217;ovic,<br />
ma Marina ha ragione: l&#8217;America non si addice<br />
ai tuoi piedi, e so che sei contento di aspettarmi laggiù</p>
<p>assieme a Proserpina, e agli dei della casa<br />
a cui è stato interdetto il passaggio del mare.<br />
Quaggiù, sappi, godo l&#8217;estate delle persone non grate</p>
<p>in questo deserto di grattacieli posti a difesa<br />
del nulla che viene, e che vive nei fiumi,<br />
nelle grandi pianure delle metropolitane.</p>
<p>L&#8217;Armenia, qui, è tavolini con tovaglie a quadretti<br />
con i bordi macchiati, e non c&#8217;è spazio<br />
per le nostre lentezze, per il tuo modo di</p>
<p>aspettare che la notte si alzi, che vengano a dirci<br />
che è ora di andare. L&#8217;esilio si sconta nei tabacchi<br />
ignoti, nel sali e scendi per i supermercati.</p>
<p>Mancano, poi, le pattuglie, e per questo<br />
se ne sentono i passi avanzare, tra i tombini<br />
sopra le tombe levigate dei mezzi piani. Il mondo,</p>
<p>oltre il mare, è fatto per chi crede ai profeti,<br />
per i-senza-vergogna nel dire “io”. Mi<br />
manchi. Aspettami, te ne prego. Tornerò</p>
<p>perché il buio di Mosca è diverso, con te<br />
e pure la radio annuncia in un modo diverso<br />
che è meglio dormire con le finestre sprangate.</p>
<p>4.</p>
<p>Viaggiando s&#8217;apprende a conoscere<br />
l&#8217;attesa che anticipa lo squillo delle sirene,<br />
mentre si fanno le scale, quando si è in coda</p>
<p>per la Comunione. Qui, di notte,<br />
i miei amici sono tutti cinesi<br />
mi confondo coi nomi, pretendo</p>
<p>che sappiano almeno come ci si ubriaca.<br />
Diverso però è il ritornare, e trovare<br />
che la propria città ha assunto i colori del buio</p>
<p>che s&#8217;è federata in nostra assenza coi barbari.<br />
E così, spogliati lo zaino ed i gradi, non rimane<br />
che augurarsi che presto venga il tempo</p>
<p>di un&#8217;anabasi ultima che ignori i sentieri<br />
e che proceda tra i tetti, fra le ombre lunghe<br />
dei sottoscala. Viaggiando, abbiamo tentato,</p>
<p>tante volte, ma invano, di spogliarci nudi,<br />
di confonderci, nelle folle, di sparire<br />
nelle strettoie anguste delle stazioni;</p>
<p>ma ogni tentativo, fatuo, ha lasciato<br />
su di noi, più indelebile, la mera lingua<br />
delle madri e dei padri, questa cosa</p>
<p>invincibile e atroce, che mi impone, anche ora,<br />
di dire “noi”. Tornare, mi obbliga, così<br />
ad accettare che questo vuoto che tocco</p>
<p>solo, ignoto, ma che ha saturato anche l&#8217;aria<br />
di cui sono fatte le cattedrali, è il mio vuoto,<br />
che questa indegna colpa, la mia colpa.</p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/12/federico-zuliani.jpg" alt="" title="federico-zuliani" width="200" height="291" class="alignright size-full wp-image-44264" /><strong>Federico Zuliani</strong> è nato nel 1983 a Milano, dove si è laureato in Storia del Rinascimento presso l’Università Statale. A partire dall’adolescenza ha vissuto lunghi periodi all’estero, tra Argentina, Scandinavia e Asia. Ha pubblicato alcune traduzioni da autori iberici e nordici su riviste e in volume (J. V. Jensen, Alla stazione di Memphis, La Pulce, 2005). E’ del 2008 Travelling South (Milano, Lampi di Stampa), la sua prima opera poetica, che raccoglie testi scritti tra il 2005 e il 2006. <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>  segnala tra l&#8217;altro Travelling South, di cui esiste una bella ricognizione su <a href="http://www.absolutepoetry.org/Travelling-South-Federico-Zuliani,1256">Absolute Ville</a></p>
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