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	<title>La Nave di Teseo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><b><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Matteo Pelliti</b></p>
<p>Luca Ricci approda al romanzo, <i>Gli autunnali</i> (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l&#8217;avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell&#8217;autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (<i>I difetti fondamentali</i>, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (<i>Il piede nel letto</i>) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto <i>Amici immaginari</i>), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. <span id="more-72947"></span></p>
<p>Ricci utilizza spesso la reiterazione nella forma di lista, compilando cataloghi che cercano di misurare il mondo nelle sue meschinità: l’invettiva contro Roma (che ricorda una famosa poesia di Remo Remotti, “Mamma Roma addio), l’elenco delle coppie alla clinica in attesa di partorire, il catalogo delle tipologie di critici letterari, l’ipotizzato trattato sugli uomini in attesa delle mogli davanti ai camerini prova nei negozi. Tutto questo forma l’antropologia tragica in cui Ricci è abilissimo ricercatore. Il protagonista (solo innominato tra tutti i personaggi) è un io-narrante psicotico, dalla coscienza ipertrofica e allucinata, capace di nominare il senso profondo delle cose, degli essere umani, delle stagioni, abitato cioè dalla &#8220;poesia&#8221;, che è in definitiva non una categoria letteraria ma una alterazione della coscienza che entra in contatto con l&#8217;essenza del Mondo. Scrittore a riposo, cinico cinquantenne, disincantato, iperbolico, marito in crisi e traditore seriale, descrittore in servizio permanente effettivo delle miserie delle coniugalità (viene in mente Flaiano: “All&#8217;occorrenza essere capaci di andare a <i>letto</i> con la propria <i>moglie</i>.”), massimo cantore dei tic posturali degli amanti, il protagonista si innamora di un&#8217;allucinazione, la foto di  Jeanne Hébuterne (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%25C3%25A9buterne">https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%C3%A9buterne</a>) amata da Modigliani e morta suicida, incinta, dopo la morte del pittore livornese. <i>La donna che visse due volte</i> di Hitchcock riecheggia – per me &#8211; in alcuni angoli del romanzo, dichiaratamente ispirato alle atmosfere de <i>La chioma</i> di Maupassant, “governo ombra” del testo, per usare le parole di Ricci nella sua nota finale, dal quale racconto derivano le epigrafi dei capitoli de <i>Gli autunnali</i>. <i>La chevelure</i> (La chioma), presenta un personaggio che – come nel romanzo di Ricci &#8211;  impazzisce sedotto dal contatto con una chioma di donna ritrovata nello scomparto segreto di un mobile acquistato (come ne <i>Gli autunnali</i> sarà la foto di Jeanne a generare prima l’innamorato per un fantasma e poi l’ossessione per la sua sosia, Gemma). Maupassant nel suo racconto cita il sergente François Bertrand, figura realmente esistita, processato e condannato per profanazione di cadaveri di giovani morte. Amore e morte sono due lati della stessa ossessione anche nel romanzo di Ricci L&#8217;intarsio tra il feto crescente nella pancia di Gemma e le brutali violenze sulla prostituta appartiene allo stile geometrico della scrittura di Ricci, che costruisce su questi polittici il procedere della sua narrazione&#8221;. Ricci racconta l&#8217;erotismo “malato” dello scrivere in sé, il tentativo titanico di rispondere a un impulso di morte, che il vivente porta con sé, attraverso la Letteratura (amiamo i morti, amando gli autori che amiamo, come il ricordo degli amori che ci hanno lasciato o che abbiamo lasciato).</p>
<p>I fantasmi di cui parla Ricci – scrittore del fantastico &#8211; sono, in realtà, spettri di comportamenti possibili, non figure che ci vengono a trovare dall&#8217;aldilà della letteratura, siamo noi i fantasmi, stanno dentro di noi. Per questo Ricci è un scrittore antirealista proprio là dove sembra descrivere un deriva morale contemporanea nei rapporti tra uomini e donne: le sue figure della coniugalità sono casi limite ultraquotidiani e, per questo, invisibili: non ci accorgiamo più della dimensione tragica del quotidiano, del routinario. Quando Ricci sembra parlare di scopate, di perversioni, di follia sta parlando, invece, dell’unica attività erotica vera e propria che ritenga descrivibile: fare letteratura. Per questo, da circa dodici anni a questa parte Ricci batte efficacemente lo stesso tasto dell&#8217;abisso di abiezione che è la routine coniugale traendone, di volta in volta, nuove composizioni. In questo suo romanzo, in più, giganteggia Roma: è una protagonista necessaria del romanzo, e non luogo sostituibile con altri all’interno della storia. Nelle descrizioni romane del protagonista sembrano riecheggiare le parole definitive di Giorgio Manganelli sulla Capitale (“Certo, il clima è pesante; un sudore ignobile, notti da balconi spalancati, passeggiate in pigiama; poi, una tramontana a mano libera, iraconda e sprezzante…”, scrive nel <i>Lunario dell’orfano sannita</i>). Roma non è resa come è, ma è descritta come vive nella sua natura di “morto iperletterario”, di zombie fantastico che non sa morire, di cui l&#8217;autunno romano è il simbolo massimo, col suo umidore di vita e morte mescolate insieme, capace di creare una nuova epica cittadina contrapposta al “mito della montagna” (lieve evocazione ironica verso il collega Paolo Cognetti, ultimo Premio Strega?). La figura dell’amico del protagonista, infine, lo scrittore e giornalista Gittani, svolge una funzione di<b> </b>intermediazione tra realtà allucinatoria e pragmatismo, àncora il lettore agli elementi di realtà e, si rivelerà, (spoiler) <i>deus ex machina</i> dell’intera vicenda. O forse no, nel gioco di specchi che la narrazione costruisce (qui siamo dalle parti de “La finestra sul cortile”).</p>
<p>C&#8217;è un verso di Mario Luzi che a mio avviso, descrive perfettamente la psicologia del protagonista de Gli Autunnali: «La mia pena è durare oltre quest&#8217;attimo» perché esprime la vertigine della dimensione allucinatoria dell&#8217;amore, di quell’impossibilità della durata nel tempo espressa nell’impossibilità a finire di certi amori, ma nel poter solo “ricominciare da capo”.  L’epilogo è l’unica parte del romanzo scritta in terza persona, tramite il classico narratore onnisciente che prende distanza e congedo dalla materia che ha manipolato. Tutto il resto, invece, è un testo che “scrive” l’autore, dal quale l’autore è scritto, dettato dall’interno, come in poesia, come nell’invasamento poetico, discesa agli inferi e punizione (come nel Don Giovanni, in fondo), del “dissoluto punito”, e altissimo esercizio di reincarnazione: di racconti in romanzo, di amore in amore, di autore in autore, di Letteratura in Letteratura.</p>
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		<title>Entro a volte nel tuo sonno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jan 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Entro a volte nel tuo sonno]]></category>
		<category><![CDATA[La Nave di Teseo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<category><![CDATA[Sergio Claudio Perroni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta “È solo una questione di distanza, di messa a fuoco, se mi allontano un po’ il disegno lo vedo anche nel caos”. Così scrive Sergio Claudio Perroni nel suo ultimo libro, Entro a volte nel tuo sonno, in uscita oggi, 25 gennaio, per La nave di Teseo. E in effetti, questa frase [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72275" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/cover_Perroni-221x300.jpg" alt="" width="221" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/cover_Perroni-221x300.jpg 221w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/cover_Perroni-768x1043.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/cover_Perroni-754x1024.jpg 754w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/01/cover_Perroni.jpg 1548w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" />“È solo una questione di distanza, di messa a fuoco, se mi allontano un po’ il disegno lo vedo anche nel caos”.</p>
<p>Così scrive Sergio Claudio Perroni nel suo ultimo libro, <em>Entro a volte nel tuo sonno</em>, in uscita oggi, 25 gennaio, per La nave di Teseo. E in effetti, questa frase potrebbe raccogliere l’intera scrittura di Perroni, e sicuramente l’intera stesura di questo testo particolarissimo. Un testo affascinante, certamente complesso, che non è un romanzo, non è un poema, non è una raccolta di racconti, non è un epistolario, non è un insieme di motti filosofici, non è un memoir, non è un diario, semplicemente potremmo dire che non è, osservato da vicino, niente di tutto questo. Eppure, allontanandosi un poco dalla pagina, rimettendo le parole in prospettiva, il disegno primigenio affiora, nitido e potente.<span id="more-71990"></span><br />
La scrittura di Perroni è qualcosa di ben diverso dalla prosa poetica in senso stretto: le sue parole godono di un ritmo interno che si estrinseca sul foglio, senza bisogno di ulteriori definizioni, senza bisogno di “andare a capo”, senza bisogno di elidere la punteggiatura o architettare altre impalcature canoniche con le quali la critica letteraria è solita riconoscere e distinguere una mela da un garofano e via così.</p>
<p>“Una rosa è una rosa è una rosa”, ormai lo sappiamo bene, e nel caso di Perroni direi che il sonno a cui si riferisce nel titolo “è un risveglio è un risveglio è un risveglio” (delle prospettive).</p>
<p>Di seguito, alcuni estratti.</p>
<p dir="ltr">*</p>
<p dir="ltr">Madrigale – L&#8217;ovunque che sei</p>
<p dir="ltr">Ti scrivo da qui, dall&#8217;ovunque di te che ogni cosa diventa quando le manchi, mi guardo intorno e vedo la gente trasformata in un popolo che ti somiglia, c&#8217;è chi cammina come te, chi ride come te, chi guarda a lungo il cielo come fai tu, e io vorrei essere lì, con la faccia dappertutto su di te, e invece sono qui, con intorno i tuoi occhi a farmi da mare, ieri è perfino affiorato uno scoglio sommerso da anni, a ricordarmi la tua smania da gabbiano di appollaiarti come un flutto in mezzo ai flutti, oggi ha piovuto un po&#8217;, una pioggia sminuzzata che batteva sulla tettoia un tempo di biscrome con dentro la tua voce, e anche il tempo che ci separa ti somiglia, è una lunga processione di istanti tutti con te sopra, ma dovresti sbrigarti a tornare invece di leggere queste cose, perciò la faccio breve e ti saluto da qui, dall&#8217;ovunque che sei ogni volta che mi manchi.</p>
<p dir="ltr">Ancora con la voglia</p>
<p dir="ltr">A volte conviene soffiare un po&#8217; sulla vita, lasciarla raffreddare, avere un po&#8217; di pazienza per evitare di scottarsi, a volte con la vita conviene tagliarla più fine, fare bocconi più piccoli, frenare l&#8217;istinto per evitare di strozzarsi, a volte con la vita conviene ignorare quella nel piatto degli altri, non chiedere di assaggiare quella del vicino, sono norme di buona educazione, regole di galateo, a volte conviene lasciarne un po&#8217; nel piatto, alzarsi ancora con la voglia, sono trucchi di sopravvivenza, metodi di autoconservazione, a volte con la vita conviene masticarla a lungo, molto a lungo, incredibilmente a lungo, è il segreto per non sentirne più il sapore, il segreto per inventarle tutti i sapori che non ha.</p>
<p dir="ltr">Lucy</p>
<p dir="ltr">La commessa ha lo sguardo profondo e gli occhi luminosi, la commessa ha le mani agili e una targhetta con scritto Lucy, trucca le clienti del centro commerciale, trucca le amiche, trucca le sconosciute, in paese vogliono tutte farsi truccare da Lucy, avere il suo sguardo profondo, i suoi occhi luminosi, Lucy ha ombretti per ogni esigenza, ha più colori dell&#8217;arcobaleno, un ombretto per le sedicenni che vogliono sembrare ventenni, uno per le quarantenni che vogliono tornare come non sono mai state, ha ombretti per far sparire la roba che c&#8217;è, ombretti per far tornare la roba sparita, ha ombretti per quello che vuoi fare alla realtà, ombretti per quello che ti ha fatto la realtà, ha l&#8217;ombretto per chi resta incinta e per chi ha abortito, l&#8217;ombretto per chi ha troppi pensieri e per chi ne ha uno solo, ora sta truccando la figlia del sindaco, ombretto per sfilare il culo grosso, ombretto per slanciare le gambe tozze, poi tocca alla nuova fidanzata del suo ex ragazzo, che le chiede l&#8217;ombretto del futuro radioso, ma Lucy ha già aperto quello per distrarre dai lividi sulla pancia, dalle notti al pronto soccorso, quello che ti fa lo sguardo così profondo che non lo trovi più, gli occhi così luminosi che sembrano chiusi.</p>
<p dir="ltr">Alle mie spalle</p>
<p dir="ltr">È solo una questione di distanza, di messa a fuoco, se mi allontano un po&#8217; il disegno lo vedo anche nel caos, se indietreggio un po&#8217; la soluzione la trovo nonostante il problema, è solo una questione di distacco, di tragitto dello sguardo, devo solo lasciare un po&#8217; d&#8217;aria tra quello che sono e quello che voglio, mettermi alle mie spalle per qualche istante, il tempo che basta per scoprire che il problema sono io, per capire che la soluzione sono io, per ammettere che siamo entrambi piani della stessa fuga.</p>
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