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		<title>l&#8217;Opera al nero di James Hillman</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 09:30:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Ronchey [James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011), psicanalista, filosofo e scrittore, ha insegnato presso le maggiori università statunitensi. Questo articolo è stato pubblicato su La Stampa del 28 Ottobre 2011] “Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-40547 aligncenter" title="4Hillman" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman-295x300.jpg" alt="" width="295" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman-295x300.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/4Hillman.jpg 535w" sizes="(max-width: 295px) 100vw, 295px" /></a></p>
<p>di <strong><a href="http://www.silviaronchey.it/">Silvia Ronchey</a></strong></p>
<p><span style="color: #666699;">[James Hillman (Atlantic City, 12 aprile 1926 – Thompson, 27 ottobre 2011), psicanalista, filosofo e scrittore, ha insegnato presso le maggiori università statunitensi. Questo articolo è stato pubblicato su <a href="http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/426953/"><span style="color: #666699;"><em>La Stampa</em> del 28 Ottobre 2011</span></a>]</span></p>
<p>“Socrate, sei come una torpedine marina. Quando parli dai la scossa», è scritto in un dialogo di Platone. James Hillman, fra i massimi pensatori dei nostri tempi, aveva una personalità socratica. Ci insegnava a conoscere noi stessi, secondo il motto inciso sul marmo di Delfi. Si metteva sempre in contrasto con l’opinione corrente. E aveva una grande esperienza nel dialogo. Ogni volta che si dialogava con Hillman ci si trovava in contatto con quell’ironia socratica, quella capacità di rovesciare ed elettrizzare ogni discorso, che è propria di chi ha inventato un nuovo pensiero e un nuovo modo di far pensare gli altri, sovvertendo completamente le loro abitudini logiche e psicologiche. Hillman ci dava non solo e non tanto le risposte, Hillman ci dava le domande. Correggeva le nostre domande, le guariva dalla loro inerzia e dalla loro patologia.<br />
<span id="more-40546"></span><br />
Da anni aveva scelto di psicanalizzare non più singoli pazienti, ma tutti noi. Era un terapeuta della psiche collettiva, aveva preso in cura l’Anima del Mondo. Meraviglioso scrittore, ispirato oratore nelle prodigiose conferenze tenute per tutta la vita in tutto il mondo, Hillman era un cosmopolita. Aveva studiato alla Sorbona e a Dublino, era stato allievo di Jung a Zurigo, alla sua morte aveva diretto lo Jung Institut. Conosceva non solo molte lingue &#8211; incluse quelle morte, come il greco antico degli dèi pagani che amava e frequentava &#8211; ma anche il linguaggio dell’inconscio, la lingua dei sogni, il dialetto dei simboli e delle immagini. Non era solo «cittadino del kosmos», del mondo ordinato del visibile, ma anche e forse soprattutto un cittadino del sottomondo, di quell’universo di fantasie, archetipi e miti, di quell’universo sotterraneo, fatto a strati come le rovine dell’antica Troia scavata da Schliemann, che sta dentro ognuno di noi, e che sta anche intorno a noi, sebbene pochi sappiano vederlo.</p>
<p>A questo secondo <em>kosmos</em> di cui era cittadino Hillman aveva dedicato i suoi molti libri, pubblicati in tutte le lingue, che hanno fatto dell’autore stesso un mito. Sono veri capisaldi del Novecento libri come <em>Il suicidio e l’anima</em> o il <em>Saggio su Pan</em> o<em> Il mito dell’analisi</em> o la <em>Re-visione della psicologia</em> o <em>Il sogno e il mondo infero</em>, per non parlare degli ultimi grandi bestseller internazionali, dal <em>Codice dell’anima</em> a <em>La forza del carattere</em> a <em>Un terribile amore per la guerra</em>. Chi ha letto i libri di Hillman sa che chi li aveva pensati e scritti non era solo uno scrittore e un pensatore, ma era, come lo aveva definito un celebre critico americano, «uno dei più veri e profondi guaritori spirituali del nostro tempo». Era questo che faceva, con i suoi libri, le sue conferenze, le verità aggressive, le idee sempre corrosive e eversive che ci offriva: vivificare le nostre menti e le nostre anime, rimetterle in contatto con le loro origini. Quando parlava o scriveva, rovesciando luoghi comuni e abitudini mentali, ci istigava a praticare una conoscenza che andasse anche al di là e al di qua del pensiero razionale.</p>
<p>Lo ha fatto fino all’ultimo istante della sua vita. Nella sua casa di Thompson, nel Connecticut, ha continuato a dialogare con una piccola cerchia di seguaci, amici e discepoli dalle estrazioni più varie, accomunati dalla pluriennale venerazione per lui e da quello che gli antichi greci avrebbero chiamato l’amore per la sophia, ossia, appunto, la filosofia. La sua è stata non solo una morte filosofica, ma da filosofo antico, l’<em>ars moriendi</em> &#8211; anche se non voleva la si chiamasse così &#8211; di un laico, pagano maestro di intelletto e soprattutto di anima. Perché alla scommessa, pacata e implicita, di restare pensante, lucidamente pensante e dialogante, di spingere la ricerca razionale fino all’estrema soglia della biologia, si sommava un’incessante attività di ricerca interiore, di introspezione psicologica: un esercizio estremo di quella «visione in trasparenza» di cui aveva parlato nei suoi scritti, e che lo ha portato all’ultima frontiera dell’io in uno stato di continuo ascolto dei messaggi della psiche, e non solo di quella conscia. Uno stato infero, ma sublime, nel senso etimologico latino del termine, <em>sub limine</em>, alla soglia, sul confine.</p>
<p>L’inesauribile curiosità per quello stato, che lo animava e di cui continuamente parlava come di una condizione nuova e sorprendente, era mantenuta a prezzo di un ridotto dosaggio di morfina e dunque di una sofferenza fisica affrontata con assoluto coraggio ma senza ostentazione né retorica, per non rischiare, come diceva, di peccare di <em>hybris</em>. Del resto, con la concentrazione e la lucidità che perseguiva in modo tanto accanito quanto stupefacente, anche il dolore era analizzato in termini sia filosofici sia psicologici, e molto spesso &#8211; in sintonia con un altro dei suoi grandi interessi di studio &#8211; in termini alchemici. Le immagini del processo di <em>dissolutio</em> e <em>coagulatio</em> e la descrizione in quel linguaggio di altre condizioni psichiche che via via si affacciavano &#8211; la <em>rubefactio</em> immaginativa, che precede la sublimazione nell’estrinsecazione della bellezza, la figura della rotatio, nel cui ciclo non si può mai dire cosa è superiore e cosa inferiore &#8211; dominavano spesso la parte più strettamente introspettiva e psicologica della sua analisi del morire.</p>
<p>Uno dei grandi blocchi americani di carta rigata gialla era sempre accanto al suo letto, perché chi si avvicendava a vegliare il suo sonno &#8211; Margot, la stoica, coraggiosa moglie, ma anche gli allievi e amici &#8211; potessero raccogliere e trascrivere le parole che pronunciava in sogno, per poi leggergliele al risveglio e analizzarle insieme a lui. Anche in questo esercizio adottava il sistema maieutico del dialogo, e l’ispezione del profondo portava a un’estroflessione e quasi condivisione dell’anima, a dimostrazione di un’altra delle grandi verità che aveva elaborato nella sua opera, prendendo spunto dai pensatori antichi, platonici e neoplatonici: che noi siamo dentro l’anima, e non l’anima in noi, che l’anima è uno spazio fluido che si può condividere. Se l’anima individuale si fa nel mondo (il concetto del «fare anima», tratto dalla definizione che Keats aveva dato del mondo come «la valle del fare anima»), noi tutti partecipiamo dell’<em>Anima del Mondo</em>.</p>
<p>Diceva che le parole gli alleviavano i dolori delle ossa come i cuscini che gli venivano continuamente sistemati nel letto da cui, come sapeva, non si sarebbe più rialzato, e che era stato portato in salotto, al centro della casa, di fronte alla grande vetrata aperta sull’abbagliante autunno del New England. Su un tavolino, a disposizione di chiunque volesse leggerle, una raccolta di poesie giapponesi sulla morte scritte da monaci zen o da autori di haiku. «Una radiosa gradevole / giornata d’autunno per viaggiare / incontro alla morte».</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg"><img decoding="async" class="size-large wp-image-40548" title="-1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-1024x681.jpg" alt="" width="374" height="248" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-1024x681.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg 1792w" sizes="(max-width: 374px) 100vw, 374px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/10/1.jpg"><br />
</a></p>
<p><span style="color: #666699;">[Insieme a James Hillman, Silvia Ronchey ha curato <em>L&#8217;anima del mondo</em> (1999) e <em>Il piacere di pensare</em> (2004) entrambi pubblicati in Italia da Rizzoli]</span></p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.43</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Sep 2011 08:55:31 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-40118" title="Franco-Frattini" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg" alt="" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Franco-Frattini.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’è un burlone che si aggira per le redazioni italiane. Un astuto militante per i diritti umani, probabilmente iscritto ad Amnesty International, Human Rights Watch e altre organizzazioni consimili. Il simpatico falsario è riuscito a piazzare un lungo articolo, “Le tre lezioni dell’11 settembre” sulla pagina degli editoriali della <em>Stampa</em> di domenica scorsa, diffondendo le tesi care a tutti i veri democratici: “Non si può vincere il terrorismo solo con gli eserciti”, il concetto di <em>global war on terror</em> è una cazzata, occorre “coinvolgere attivamente le società civili per sviluppare il dialogo tra civiltà e culture diverse”, dobbiamo “migliorare i meccanismi di integrazione all’interno delle nostre società multiculturali” (già echeggiano le urla di Borghezio e i grugniti di Bossi mentre il dentista Calderoli impugna minacciosamente il trapano).</p>
<p>L’illuminato opinionista criticava, inoltre, i “regimi dittatoriali e sanguinari” del Medio Oriente, che l’Occidente aveva “cinicamente accettato” di sostenere. Per fortuna, “questi patti sono stati irreversibilmente spazzati via dal vento delle rivoluzioni arabe”. Insomma: un editoriale che avrebbe potuto ben figurare sul <em>Manifesto. </em>L’anonimo collaboratore della <em>Stampa </em>ha però voluto esagerare e, invece di ricorrere a uno pseudonimo, si è firmato “Franco Frattini, ministro degli Esteri”.</p>
<p><span id="more-40117"></span></p>
<p>Frattini? <em>Quel</em> Frattini? Il sorridente personaggio comparso decine di volte a fianco di Gheddafi con la sua aria da parrucchiere, anzi da <em>Hair Stylis</em>t, come direbbero a Washington? Il Frattini che, nel 2004 criticava Prodi perché “fa finta di dimenticare che la vera apertura a Gheddafi è venuta da Berlusconi. Quando Berlusconi voleva rimuovere l&#8217; embargo europeo sulla Libia, non ho sentito mezza parola di Prodi su questa posizione della presidenza italiana” (<em>Repubblica</em>, 3 gennaio 2004).</p>
<p>Come si sa, l’embargo fu poi effettivamente cancellato, dando l’avvio a una serie di incontri, abbracci e baciamano culminati nella visita del dittatore libico a Roma, l’anno scorso. Fu in quella occasione che, parlando del simpatico colonnello accompagnato dalle sue amazzoni, l’autentico Frattini disse: “Gheddafi ci apre le porte in tutta l’Africa” (<em>la Stampa</em>, 2 settembre 2010) aggiungendo poi che chi criticava il leader libico per la sua frase su “islamizzare l’Europa” era semplicemente “gente che non capisce la politica internazionale”.</p>
<p>Il Frattini-Frattini (quello che rischia sempre di restare fuori dalle riunioni internazionali perché gli uscieri lo scambiano per il <em>coiffeur</em> di Angela Merkel) ha una lunga storia di ammirazione per il <em>capataz</em> di Tripoli, di cui vantava fino a 7 mesi fa le capacità di innovare sul piano della teoria e della pratica politica: “Faccio l’esempio di Gheddafi. Ha realizzato una riforma che chiama dei congressi provinciali del popolo: distretto per distretto si riuniscono assemblee di tribù e potentati locali, discutono e avanzano richieste al governo e al leader. Cercando una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi, e uno in cui lo sfogatoio della base popolare non esisteva, come in Tunisia. Ogni settimana Gheddafi va lì e ascolta. Per me sono segnali positivi” (<em>Corriere della sera</em>, 22 febbraio 2011).</p>
<p>Altro che Montesquieu! Chi ha bisogno di Rousseau? Tocqueville, chi era costui? Il filosofo politico da studiare è Gheddafi, che cerca  “una via tra un sistema parlamentare, che non è quello che abbiamo in testa noi” e uno in cui funzioni “lo sfogatoio della base popolare”. Ecco, come mai Thomas Jefferson, James Madison e John Stuart Mill nel gettare le basi del costituzionalismo moderno non avevano pensato allo “sfogatoio”?</p>
<p>Meno di un mese dopo, l’autentico Frattini, posando per un attimo l’asciugacapelli, dichiarava al <em>Sole-24 ore</em>: “Gheddafi non si può mandare via”. E, interpretando con la consueta abilità la situazione sul terreno, aggiungeva: “La Cirenaica è ormai di nuovo quasi completamente nelle mani di Tripoli” (16 marzo 2011). Su <em>Repubblica</em> (23 giugno), l’attivissimo ministro degli Esteri, faceva poi sapere che era necessario uno stop «umanitario immediato delle ostilità» in Libia, per creare corridoi che aiutino la popolazione sottoposta ai bombardamenti di Gheddafi soprattutto nelle zone di Misurata e delle “montagne occidentali” (la geografia non è mai stata il suo forte).</p>
<p>Come si vede, il Frattini-Frattini ha cercato di salvare l’amicone del Caimano anche quando la Nato stava bombardando le sue milizie da settimane e settimane: vi sembra possibile che proprio lui, neanche tre mesi dopo, abbia definito quello di Gheddafi un regime “dittatoriale e sanguinario”, con cui l’Occidente aveva “cinicamente accettato”  patti di ogni genere? Certo che no: suvvia, compagno editorialista, la burla è durata abbastanza. Se sei Luciano Canfora o Nicola Tranfaglia, firmati con nome e cognome.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.5</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 09:00:25 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg" alt="" title="nillapizzi1" width="312" height="400" class="aligncenter size-full wp-image-30743" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1.jpg 312w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/nillapizzi1-234x300.jpg 234w" sizes="auto, (max-width: 312px) 100vw, 312px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>C’era <em>una donna di temperamento e di passioni non consumate in vitro</em> giovedì sera a San Remo, scrive Marinella Venegoni su <em>La Stampa</em>. Una donna <em>che ha cavalcato il ‘900 a muso duro e non ha smesso di essere attenta alla vita, sempre in viaggio tra emigranti solidali…</em> Oggi, grazie a preziosi documenti, siamo in grado di rivelare la verità, appena sfiorata dal reticente articolo del quotidiano torinese. La storia della donna che <em>ha cavalcato il ‘900</em> è ben più affascinante di quanto reso pubblico fino ad oggi.<br />
<span id="more-30671"></span><br />
Adionilla Negrini, questo il suo vero nome, nacque a Pechino durante la rivolta dei Boxer, a cui suo padre aveva partecipato dalla parte giusta, con i combattenti schiacciati dalla violenza delle potenze coloniali (chi volesse vedere un film di propaganda che rovescia la verità, guardi <a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=5381">55 giorni a Pechino </a>con Ava Gardner).</p>
<p>Pochi anni dopo, sotto il nome di Anna Kuliscioff, fu espulsa dalla Francia, arrivò in Italia e divenne l’amante di Filippo Turati, che convertì al marxismo. Un episodio inedito della sua vita è la partecipazione all’insurrezione spartachista di Berlino, nel 1919, dove sotto il nome di Rosa Luxemburg fu fucilata e gettata nel fiume dalle truppe controrivoluzionarie. Data per morta, Adionilla invece sopravvisse e tornò in Italia, dove visse per lunghi anni in incognito, lavorando sotterraneamente per allargare il consenso dei partiti antifascisti. La sua bottega di Sant&#8217;Agata Bolognese, dove produceva le migliori crescentine della regione, era un luogo di incontro e rifugio per i partigiani. Fu lì che Adionilla sposò un organizzatore di apprendisti fornai, Comunardo Pizzi, e prese il nome di battaglia “Nilla”.</p>
<p>Ma la sua storia era ben lungi dall’essere finita: Nilla, sempre in viaggio tra emigranti solidali, si trasferisce negli Stati Uniti, dove crea una cellula di resistenza contro il nascente maccartismo, nel tentativo di salvare la pace mondiale. Attivissima, recluta nell’ambiente artistico i giovani Pierino Como, Anthony Benedetto, Francis Sinatra e Francesco Paolo LoVecchio. Per giustificare il loro segreto lavoro di organizzazione della resistenza antimperialista in tutto il paese, i quattro giovani, diretti da Nilla, diventano famosi come cantanti con i nomi d’arte di Perry Como, Tony Bennett, Frank Sinatra e Frankie Laine.</p>
<p>Nilla, sospettata dall’FBI, lascia in tempo l’America e rientra in Italia, dove nel 1951 vince il festival di San Remo con la canzone <em>Grazie dei fiori</em>. Nessuno si accorge che il testo della canzone fa riferimento a <em>rose rosse</em> (che anni dopo saranno scelte da Mitterrand come simbolo per il governo di <em>Union de la gauche</em> in Francia).</p>
<p>Ma il capolavoro del suo lavoro clandestino avviene nel 1952, quando torna a San Remo nel pieno dell’aggressione alla Corea e, di fronte a una platea di ministri democristiani asserviti all’imperialismo, canta a gola spiegata <em>Vola colomba bianca, vola</em>, riferendosi alla Colomba della Pace disegnata da Pablo Picasso e simbolo del movimento contro la guerra, come si può vedere da questo filmato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=f6paze9eeVA&amp;feature=related">recuperato dagli archivi sovietici</a>. L’Italia intera si commuove, scende in piazza e decreta la sua vittoria.</p>
<p>Dopo questo trionfo, i momenti dell’oscurità e dell’amarezza: la sua rete clandestina negli Stati Uniti viene smantellata, i coniugi Rosenberg mandati sulla sedia elettrica e Perry Como, Frank Sinatra e Frankie Laine devono abbandonare la politica e dedicarsi unicamente alla canzone. Nilla lascia l’Italia e per molti anni si esibisce soltanto tra le comunità di esuli italiani in Argentina e in Brasile. Finalmente, giovedì sera, il trionfale ritorno a San Remo, a fianco di Antonella Clerici, drappeggiata in un vistoso <em>abito rosso</em>. </p>
<p>Non ci sono dubbi: la storia di Nilla Pizzi è la storia del Novecento.</p>
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		<title>carta st[r]amp[al]ata n.4</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 08:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Su bambini, da bravi, fate la reverenza I giornali italiani hanno dei problemi con i felini. Due settimane fa su “Nazione Indiana” ho segnalato il caso dei ghepardi rimpinzati di frittelle di carnevale, oggi vorrei attirare l’attenzione degli amici degli animali sull’incipit di questo articolo di Maurizio Molinari da New York (La [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-30344" title="sylvester-the-cat-wallpaper" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/sylvester-the-cat-wallpaper.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p style="text-align: right;">Su bambini, da bravi, fate la reverenza</p>
<p>I giornali italiani hanno dei problemi con i felini. Due settimane fa su “Nazione Indiana” ho segnalato il caso dei ghepardi rimpinzati di frittelle di carnevale, oggi vorrei attirare l’attenzione degli amici degli animali sull’incipit di questo articolo di Maurizio Molinari da New York (<em>La Stampa </em>del 10 febbraio): <em>Dopo falchi, tartarughe e orsetti lavatori Central Park vanta anche tre coyotes. I primi ad avvistarli sono stati alcuni studenti della Columbia University. I felini si aggiravano vicino a un edificio all’incrocio fra Broadway e la 119° Strada…</em>. Felini? I coyotes, <em>felini</em>? <span id="more-30343"></span></p>
<p>Caro Molinari, questo è un felino e si chiama Gatto Silvestro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/silvestro1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-30345" title="silvestro1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/silvestro1.jpg" alt="" width="123" height="240" /></a></p>
<p>E questo invece è un coyote (<em>Canis latrans</em>), ribattezzato Wile E. Coyote.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-30346" title="Wile_E__Coyote_and_Road_Runner" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner-300x170.jpg" alt="" width="300" height="170" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner-300x170.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/02/Wile_E__Coyote_and_Road_Runner.jpg 480w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Il fatto che siano tutti e due della scuderia Warner Brothers e della ineguagliabile generazione di cartoons degli Anni Quaranta non autorizza a confonderli. [A <em>La Stampa</em> adorano i felini]</p>
<p>La notizia più interessante della settimana è però un’altra: la versione italiana di un articolo del New York Times, tradotta (si fa per dire) dal <em>Sole 24Ore </em>dell’11 febbraio. Prima di tutto, occorre complimentarsi con l’anonimo titolista: l’articolo originale di Jack Tierney aveva un titolo un po’ criptico: <em>Will You Be E-Mailing This Column? It’s Awesome</em> mentre la redazione del Sole, dove tengono in permanenza Lucio Battisti al massimo volume, ci mette un poetico <em>Tu leggile se vuoi, le emozioni</em>.</p>
<p>L’articolo riferisce di una ricerca sulla lista dei pezzi del <em>New York Times </em>più trasmessi via mail dai lettori ai loro amici; due studiosi dell’università della Pennsylvania hanno scoperto che gli articoli lunghi sono più distribuiti di quelli brevi e che gli articoli scientifici, a volte anche molto specialistici, sono i più gettonati.</p>
<p>Il problema nasce poche righe più sotto quando il traduttore automatico (eh, sì, al Sole sono ossessionati dalla tecnologia) mette insieme questa frase: i lettori <em>vogliono condividere articoli che ispirano reverenza, un&#8217;emozione che i ricercatori hanno deciso di prendere in esame non appena si sono accorti di quanti articoli di scienza figuravano nell&#8217;elenco</em>.</p>
<p>Più avanti si legge: <em>Possono ispirare reverenza il Grand Canyon, un&#8217;opera d&#8217;arte, una teoria grandiosa o una magnifica sinfonia</em>. Uno degli autori della ricerca definisce la reverenza come <em>un&#8217;emozione di auto-trascendenza, un senso d&#8217;ammirazione e d&#8217;elevazione davanti a qualcosa di più grande di sé</em>, un qualcosa che <em>ci fa sentire piccoli in un mondo immenso</em>.</p>
<p>Reverenza? RE-VE-REN-ZA?</p>
<p>Da quando bevo solo caffè decaffeinato ho i riflessi un po’ lenti e quindi sono andato sullo scaffale per vedere se il significato di reverenza che avevo in mente io, <em>inchino</em> o qualcosa di simile, era condiviso dal dizionario. Il <em>Devoto-Oli</em> non ce l’ho più, vittima del désherbage della settimana scorsa, ma ho salvato un <em>Dizionario Enciclopedico Sansoni</em> che, alla voce <em>reverenza</em> scrive <em>vedi: riverenza</em> e qui mi dice:<em> Osservanza rispettosa, ossequio, timore religioso</em>. Il secondo significato è <em>inchino, genuflessione</em>.</p>
<p>Ora, poiché né l’osservanza rispettosa, né l’ossequio, né gli inchini o le genuflessioni possono essere considerati <em>emozioni</em> mi viene il dubbio che qualcuno, da qualche parte, abbia preso <em>una topica marca leone</em> (il copyright è di Primo Levi: <em>la Chiave a stella</em>). E poi: davanti al Grand Canyon scattano l’osservanza rispettosa, l’ossequio, gli inchini, le genuflessioni? Vi concedo anche il <em>timore religioso</em>, non ci siamo lo stesso.</p>
<p>Vado a rimestare nel <em>New York Times</em> dell’8 febbraio e trovo<a href="http://www.nytimes.com/2010/02/09/science/09tier.html?em"> l’originale in inglese</a>, che recita: <em>readers wanted to share articles that inspired awe, an emotion that the researchers investigated after noticing how many science articles made the list</em>. <em>Awe</em>, ecco cos’era. Mi riarrampico sulla libreria e cerco una copia che ho nascosto in doppia fila del dizionario <em>Webster</em>, il quale definisce <em>awe</em> come <em>un’emozione che mescola venerazione, timore e meraviglia</em>. E, in effetti, sentimenti come venerazione, timore e meraviglia insieme ci scuotono, ci fanno tremare le vene ai polsi. Niente a che fare con la<em> reverenza</em>.</p>
<p>A difesa del traduttore automatico Google posso dire che <em>awe</em> non ha un corrispettivo preciso in italiano, soprattutto per la presenza della <em>meraviglia</em> nel significato inglese. Però nulla avrebbe impedito a una matricola iscritta al primo anno di Lingue di usare, in questo contesto, <em>meraviglia</em> per descrivere l’atteggiamento dei lettori del <em>New York Times</em> di fronte a un’articolo di astronomia. O magari <em>stupore, sgomento, soggezione</em> oppure una qualche perifrasi che non facesse pensare agli inchini e alle genuflessioni.</p>
<p>Il Grand Canyon suscita appunto meraviglia e sgomento, una sensazione di essere piccoli di fronte all’universo, non timore religioso, inchini o genuflessioni.</p>
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