<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Laboratori Nazionali del Gran Sasso &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/laboratori-nazionali-del-gran-sasso/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 25 Sep 2011 22:22:42 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>IL TORMENTINO DEL NEUTRINO</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/26/il-tormentino-del-neutrino/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/26/il-tormentino-del-neutrino/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 11:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Albert Einstein]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[cern]]></category>
		<category><![CDATA[Laboratori Nazionali del Gran Sasso]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[Mileva Marić]]></category>
		<category><![CDATA[neutrino]]></category>
		<category><![CDATA[Niels Bohr]]></category>
		<category><![CDATA[onde elettromagnetiche]]></category>
		<category><![CDATA[relatività]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40191</guid>

					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani La prima notizia arrivò nel 1953 dal reattore di Hanford (stato di Washington) da parte di Frederick Reines e Clyde L. Cowan Jr., che pubblicarono una lettera sul volume 92 del 1953 della «Physical Review», intitolata Detection of the Free Neutrino. L’articolo si apre con la cauta frase «sembra probabile che questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg-300x89.jpg" alt="" title="Zurigo dallo Uetliberg" width="300" height="89" class="alignleft size-medium wp-image-40192" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg-300x89.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/Zurigo-dallo-Uetliberg-1024x305.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><br />
La prima notizia arrivò nel 1953 dal reattore di Hanford (stato di Washington) da parte di Frederick Reines e Clyde L. Cowan Jr., che pubblicarono una lettera sul volume 92 del 1953 della  «Physical Review», intitolata  <em>Detection of the Free Neutrino</em>. L’articolo si apre con la cauta frase «<em>sembra probabile che questo fine</em> [la rivelazione sperimentale del neutrino] <em>sia stato raggiunto, anche se abbiamo in programma ulteriori sforzi per confermarlo</em>» Ripeterono infatti, migliorandolo e confermandolo, il loro esperimento tre anni dopo nel Laboratorio di Savannah River (South Carolina).<br />
Wolfgang Pauli festeggiò la notizia con alcuni fedeli amici arrampicandosi sul <strong>Uetliberg</strong>, la collina a sud ovest di Zurigo, meta prediletta di tutti gli zurighesi in vena di far festa ‒ a Zurigo egli abitava e insegnava ‒ dalla quale si gode un notevole panorama della città; al ritorno, provato dai numerosi brindisi cui si era lietamente e volentieri abbandonato, confidò al suo ospite americano William Barker «Ricorda, Barker, tutto il buono arriva all’uomo paziente».<br />
Paziente sì, Pauli aveva dovuto aspettare vent’anni e più per vedere confermata la sua ipotesi teorica,<span id="more-40191"></span> quella che aveva proposta al mondo scientifico nel 1933, ma che rimuginava fin dal 1930, l’ipotesi cioè dell’esistenza di una qualche invisibile particella che rendesse conto della conservazione dell’energia. Il fatto è che Pauli aveva una fiducia incrollabile nella teoria e nel &#8220;dovere&#8221; della natura di obbedire a quelle che così presuntuosamente appunto chiamiamo le <em>leggi di natura</em>. E così, quando i primi esperimenti di decadimento radioattivo sembravano non conservare l’energia ‒ il che significa che l’energia complessiva dei prodotti finali del decadimento era un po’ minore dell’energia complessiva iniziale della particella che decadeva ‒ Pauli, invece di rassegnarsi, come invece fecero alcuni grandi fisici dell’epoca, primo fra tutti Niels Bohr, a pensare che l’importante è che l’energia si conservi solo <em>in media statistica</em>, mantenne fermissimo il suo punto che l’energia si deve conservare in ogni singolo processo e che dunque, se in un certo decadimento sembra non conservata, ciò accade a causa di qualcosa che non vediamo, perché ancora non abbiamo i mezzi per farlo: per esempio un’elusiva particella così piccola e sfuggente da non venire rivelata dai nostri (dell’epoca) pur sofisticati strumenti. Pauli annunciò al mondo scientifico la sua ardita congettura nel 1933 al <em>Septième Conseil de Physique Solvay</em> che si tenne a Bruxelles dal 22 al 29 ottobre 1933, durante la discussione che seguì la relazione di Heisenberg; la nuova forte proposta di Pauli si concludeva comunque con le parole «È certo che il neutrino, se esiste, sarà straordinariamente difficile da rivelare». Aveva ben previsto. </p>
<p>Ogni tanto bisogna ammettere che la fisica consegue successi piuttosto notevoli, quelli che a me stupiscono maggiormente sono proprio quelli che consistono nella effettiva scoperta sperimentale di oggetti che erano stati <em>pre-visti</em> solo teoricamente: cito qui soltanto la scoperta del pianeta Nettuno a partire dalle perturbazioni dell’orbita di Urano (se volete una gustosa storia di litigi tra austeri scienziati su chi è arrivato primo, leggetevi <a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Neptune_%28plan%C3%A8te%29#D.C3.A9couverte_de_Neptune">questo</a>) e la scoperta del positrone, teorizzato da Paul A. M. Dirac nel 1928 e rivelato quattro anni dopo da Carl D. Anderson al Caltec (California Institute of Technology) a Pasadena.</p>
<p>Questa del neutrino (lo volevano chiamare neutrone, in un primo tempo, parola già usata per varie altre congetturate particelle, ma fu Enrico Fermi che propose il nome <em>neutrino</em>, data la sua piccolezza, perché in italiano suona ovviamente diminutivo, non così in francese, ad esempio; prevalse la proposta di Fermi, che diede così il suo, ehm, piccolo contributo) fu una storia assai tormentata perché si trattava di un oggettino assai difficile da maneggiare (parola inadeguata se mai ce ne fu una), tanto che ad esempio per lungo tempo si è discusso se abbia o meno una massa. Voi direte, ma se non ha massa, cioè se ha massa uguale a zero, cosa diavolo è? Niente paura, siamo abituati ad oggetti di massa zero, tipicamente i fotoni, ovvero le particelle di luce, non hanno massa, soltanto energia. Non si capisce? No, certo, non si capisce, la fisica del Novecento non è “intuitiva”, il vero grande stacco dalla fisica precedente è questo, la perdita dell’ausilio di quella che chiamiamo <em>intuizione</em>. Einstein fu uno dei primi a percorrere questo nuovo cammino e ben cosciente ne era, quando scrisse nell’autobiografia scientifica:</p>
<blockquote><p>«Perdonami Newton; tu trovasti proprio l&#8217;unica via che alla tua epoca era possibile per un uomo dotato della più alta forma di pensiero e di creatività. I concetti che tu creasti guidano ancor oggi il nostro pensare nella fisica, anche se oggi sappiamo che, se vogliamo tendere ad una comprensione più profonda delle interconnessioni, essi devono essere sostituiti da altri ben più lontani dalla sfera dell&#8217;esperienza immediata.»</p></blockquote>
<p>Però, sembrerebbe, funziona (il condizionale è d’obbligo, come dicono sempre i nostri impavidi giornalisti che non si vogliono compromettere); funziona nel senso che il neutrino, a partire dal 1953, suo anno di nascita reale, è stato sempre più studiato, in particolare da fisici italiani, nei Laboratori del Gran Sasso. Sapete perché si fanno i laboratori sotto le montagne (ce n’è uno anche sotto il Monte Bianco)? Per schermare gli esperimenti dai raggi cosmici che ogni istante ci bombardano sulla superficie della Terra, ma ai quali per fortuna la nostra specie si è tranquillamente adattata; i raggi cosmici costituirebbero un “fondo” molto ingombrante, ma, nel caso di cui stiamo parlando, mamma Maiella li ferma, così che passano solo i neutrini: questi infatti non vengono minimamente fermati anche da masse assai cospicue, come l&#8217;intera massa della Terra, essi attraversano impunemente qualsiasi materiale e questo d&#8217;altra parte è quello che rende particolarmente difficile rivelarli. (Certo, qualcuno l’avesse spiegato a Maria Stella nostra tragica e imbarazzante ministra della ricerca scientifica, avrebbe evitato le ennesime risate nazionali e internazionali nei confronti del nostro governo. Ma poi, quei 45 milioni di euro di spesa per il tunnel fantasmatico, chi glieli avrà detti, alla Maria Stella? O a chi li avranno dati?).</p>
<p>Un filone di esperimenti che da qualche tempo va avanti ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso, fiore all&#8217;occhiello del nostro Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ‒ oltre a quello, assai importante, dello studio dei neutrini provenienti dal Sole ‒ è quello di misurare i neutrini provenienti dal Cern di Ginevra. Ridotto all&#8217;osso, funziona così: il Cern produce neutrini con certe reazioni in un momento preciso, li spara nella direzione esattamente adeguata a venire rivelati dai Laboratori del Gran Sasso, questi arrivano dopo poco meno di 2,5 millisecondi e gli scienziati misurano il tempo esatto di arrivo. Poi si fa quello che tutti faremmo, si divide la distanza percorsa per il tempo impiegato a percorrerla e si ottiene la velocità.<br />
La straordinaria sorpresa è stata che questa sembra risultare maggiore della velocità della luce, nel senso che i neutrini arrivano circa 60 nanosecondi (= miliardesimi di secondo) prima di quando arriverebbe un raggio di luce (se potesse attraversare anche lui la Terra, il che non è). Per farvi qualche idea quantitativa, tenete conto che la luce in un secondo fa circa 300.000 km (valore approssimato, ovviamente, ma va benissimo per farsi un’idea degli ordini di grandezza implicati, il valore oggi accettato per la velocità della luce nel vuoto è 299.792,458 Km/s) e quindi in un nanosecondo percorre 30 centimetri, così che quell’anticipo di 60 nanosecondi corrisponde a una distanza di 18 metri, non proprio poco; questo ci fa anche capire che non occorre una misura della distanza al millimetro per avere un risultato attendibile.</p>
<p>E comunque, proviamo pure a fare l’azzardo ‒ assai provvisorio ‒ di credere che si sia scoperto che i neutrini “vanno più veloci della luce”. In che misura questo è uno sconvolgimento dell’assetto esistente della fisica? In che misura?<br />
Verrebbe da rispondere in grandissima misura, naturalmente, il limite della velocità della luce sembrava un <em>diktat</em> insormontabile della relatività einsteiniana; però, proviamo a guardare la cosa da questo punto di vista: perché la luce, perché proprio la luce costituiva per Einstein (e per <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/12/10/una-barca-non-piu-in-cielo/">Mileva Marić</a>, non dimentichiamolo) questo segnale privilegiato? All’età di 16 anni, Einstein racconta, si era immaginato di cavalcare un raggio di luce e si era chiesto cosa mai potesse accadere a chi viaggiasse in quel modo; e ‒ dice nell’autobiografia ‒ aveva trovato la cosa del tutto impossibile e paradossale, fino a fargli capire che nessuno mai avrebbe potuto raggiungere una tale velocità. Il fatto è che nessuno ha in verità mai capito dove stesse di preciso questo paradosso. Provate a pensare alle onde del mare, e immaginate di viaggiare esattamente sulla cresta di un’onda, come un fuscello, o un abile surfista che vi si mantenga in perfetto equilibrio. Cosa ci sarebbe di strano? Vedreste, rispetto a voi, l’onda ferma e così pure tutte le altre onde, ammettendo di trovarvi in presenza di un ideale mare perfettamente “regolare”. E allora? Cosa ci sarebbe di strano? Naturalmente nel caso della luce (che è sì un’onda, o così si pensava allora, ma elettromagnetica) stareste su una “cresta” del campo elettrico, o di quello magnetico, che entrambi oscillano, oggetti molto più astratti delle profumate e assai concrete onde marine, ma mica ci faremo fermare dall’astrattezza, no?</p>
<p>Einstein invece era completamente stregato dalla luce (guardate che io dico sempre luce, mentre dovrei dire onda elettromagnetica, per essere davvero generale) e decise di porre la luce a fondamento di tutta la sua teoria; e del resto la luce era il segnale per eccellenza, non c’erano in giro particelle, tutto quello zoo che abbiamo adesso: di modi per trasmettere qualcosa a distanza c’era il suono e la luce. Si capisce subito che non si può fare affidamento, fondare una teoria, sul suono, che ha bisogno dell’aria per propagarsi, e che invece la luce offre un servizio assai migliore, perché se anche, come si pensava fino al 1905, essa si propaga in un mezzo, l&#8217;etere, questo mezzo è così sottile da essere presente ovunque nell&#8217;universo, così da consentire propagazione ovunque (ricordate <a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/01/28/etere-1-l%E2%80%99antichita/">questo</a>? e successivi&#8230;). E così, Einstein arrivò a porre la luce come un <em>primum</em>, che non necessita di una spiegazione meccanica, cioè non occorre più sforzarsi di dire che cosa è, leggete qua: </p>
<blockquote><p>«Quanto più la teoria elettromagnetica si è sviluppata tanto più s’è spostato sullo sfondo il problema della possibilità di ricondurre i problemi elettromagnetici a problemi meccanici; ci si è così abituati a trattare i concetti di campi elettrico e magnetico, densità spaziale di carica elettrica, ecc., come concetti elementari, che non necessitano di alcuna interpretazione meccanica.» (Einstein 1909).</p></blockquote>
<p>A voi sembra un’argomentazione scientifica «ci si è così abituati&#8230;»? Mah, ormai poteva dire quello che voleva, naturalmente.<br />
E allora, i neutrini? Messe in atto tutte le debite prese di distanza e adottate le opportune cautele, che del resto sono ben presenti anche ai fisici che hanno deciso di divulgare la notizia di un fatto cui stanno lavorando da molti mesi, si potrebbe azzardare questo commento: ai tempi di Einstein la cosa che andava più veloce di tutte era la luce e dunque tutto è stato fondato su quella; se adesso si scopre che i neutrini vanno più forte ancora, beh, fondiamo la nuova teoria della relatività sul neutrino, che male c’è? Naturalmente c’è parecchio lavoro teorico da fare, non è come cambiare un numeretto in una formula, ma non sembra infattibile, anzi probabilmente è promettente di molte novità interessanti. Per il momento tocca stare a vedere cosa fanno i fisici sulla cresta dell’onda ‒ stavolta l’onda della fama e del successo, che quindi godono dei faraonici stanziamenti del nostro ineffabile ministero ‒ e soprattutto se confermano le analisi dei dati oppure no. La storia andrà avanti ancora un pezzo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/26/il-tormentino-del-neutrino/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>33</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40191</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 19:41:58 by W3 Total Cache
-->