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	<title>Lavoro da fare &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da Lavoro da fare, VII</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/11/28/da-lavoro-da-fare-vii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[biagio cepollaro]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Florinda Fusaco]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro da fare]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Biagio Cepollaro VII al ruotare del pianeta l’aria anche questa volta acquista in dolcezza: anche quest ‘anno ci sorprende come un dono &#160; si disse che guardato dalla fine solo l’amore è cosa che val la pena di realizzare e con ciò non s’intendeva una situazione ma il modo globale di fare mondo -dentro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-71052" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/Biagio-CepollaroIbrido-digitale-n.3.2008-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/Biagio-CepollaroIbrido-digitale-n.3.2008-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/Biagio-CepollaroIbrido-digitale-n.3.2008-768x1155.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/Biagio-CepollaroIbrido-digitale-n.3.2008-681x1024.jpg 681w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/Biagio-CepollaroIbrido-digitale-n.3.2008.jpg 1356w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></p>
<p>di <strong>Biagio Cepollaro</strong></p>
<p>VII</p>
<p>al ruotare del pianeta l’aria</p>
<p>anche questa volta acquista</p>
<p>in dolcezza: anche quest ‘anno</p>
<p>ci sorprende come un dono</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>si disse che guardato dalla fine</p>
<p>solo l’amore è cosa che val la pena</p>
<p>di realizzare e con ciò non s’intendeva</p>
<p>una situazione ma il modo globale</p>
<p>di fare mondo -dentro standoci- e</p>
<p>in ogni cosa da fare -facendola</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ma quando tutto questo sta</p>
<p>nel palmo di una mano</p>
<p>ogni cosa mostra suo nome</p>
<p>e sopra tutto oltre la mano</p>
<p>c’è il nulla dell’esser già</p>
<p>passati altrove o in niente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>è così difficile tollerare questa vista</p>
<p>contare con le dita di cosa è fatta</p>
<p>poi la propria vita</p>
<p>e</p>
<p>nome</p>
<p>per nome</p>
<p>avere coscienza</p>
<p>di questo passare: è la malinconia</p>
<p>che si accompagna all’intensità</p>
<p>del desiderio che quando è sano</p>
<p>ha sempre inizio e fine</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>noi –diceva saggia- andiamo</p>
<p>in giro da sempre a chiedere</p>
<p>l’<em>essere</em> da qualcuno</p>
<p>dall’inizio</p>
<p>dal primo sguardo</p>
<p>a fuoco</p>
<p>di neonato oltre il primo</p>
<p>riconoscimento</p>
<p>a fiuto</p>
<p>e la completezza che cerchiamo</p>
<p>nel darci da fare o nello stare</p>
<p>fermi lasciando avvicinare</p>
<p>è cosa che sfugge in breve:</p>
<p>ogni giorno daccapo cerchiamo</p>
<p>il ciclo al suo ritorno quell’attimo</p>
<p>solo che poggia a terra il piede</p>
<p>e sembra senza peso per potere</p>
<p>andare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>e insomma ora che fare? la scomparsa</p>
<p>dei racconti del mondo in una dittatura</p>
<p>mondiale ci lascia l’uso</p>
<p>solo di una parola</p>
<p>lunga come dura la nostra vita: sarebbe</p>
<p>altrimenti restata sullo sfondo ma ora</p>
<p>è l’unica da svolgere così come di un giorno</p>
<p>si racconta dall’alba</p>
<p>alla notte il farsi</p>
<p>e il disfarsi</p>
<p>di inezie</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>–come il Tao</p>
<p>che chiedeva come può la durata</p>
<p>di farfalla saperne di stagioni</p>
<p>così noi con la storia –</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(nel Paese</p>
<p>occupato non collaborare con nemico</p>
<p>è ricerca di un&#8217;altra lingua pur sempre</p>
<p>parlando nella propria pur sempre</p>
<p>restando comuni –anche se di comunità</p>
<p>privi)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>siamo in attesa di quel che accade</p>
<p>e forse per questo</p>
<p>stiamo accadendo: ci difendiamo</p>
<p>poco e senza riassumerci</p>
<p>in un motto</p>
<p>avanziamo: le cose</p>
<p>possono anche all’improvviso</p>
<p>avere un nome</p>
<p>nuovo</p>
<p>oppure tranquille</p>
<p>persistere in una loro</p>
<p>faticosa</p>
<p>scorrevolezza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di qui il disagio quando si sta</p>
<p>in mezzo a gente</p>
<p>che fa progetti</p>
<p>che fa e non si capisce</p>
<p>per cosa e perché</p>
<p>come uno che manca</p>
<p>per troppa presenza</p>
<p>come uno che non sa</p>
<p>vuota la natura di quella</p>
<p>presenza</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>diciamo che siamo stanchi</p>
<p>dei teatrini altrui</p>
<p>e nostri</p>
<p>che piuttosto ce ne stiamo</p>
<p>buoni e zitti</p>
<p>da qualche parte</p>
<p>come chi abituato</p>
<p>a lottare</p>
<p>in un campo</p>
<p>un bel giorno scopre</p>
<p>che il campo</p>
<p>non c’è più</p>
<p>-che questo è accaduto:</p>
<p>la poesia nel Paese</p>
<p>occupato</p>
<p>come in genere la rosa</p>
<p>dei simboli in cui</p>
<p>dice di sé</p>
<p>la vita</p>
<p>non c’è più: ancora</p>
<p>si scrive e si pensa</p>
<p>ancora si fa arte</p>
<p>ma da un’altra parte</p>
<p>(una volta si rifugiavano</p>
<p>sulle montagne</p>
<p>preparando imboscate</p>
<p>ora si sparisce nei monitor</p>
<p>e il bosco è salvaschermo )</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NOTA</p>
<p>Da <em>Lavoro da fare</em> (2002-2005), Dot.com Press, Milano,2017.</p>
<p>L&#8217;immagine, <em>Ibrido digitale n.3</em>, 2008  di Biagio Cepollaro, funge da copertina del libro.</p>
<p>Qui viene pubblicata la parte VII del poemetto che consta di otto parti e un prologo. <em>Lavoro da fare</em> uscì come e-book nel 2006 con la postfazione di Florinda Fusco. L&#8217;edizione cartacea del 2017 comprende, oltre all&#8217;originaria postfazione, anche i contributi critici di Giuliano Mesa e di Andrea Inglese. Il saggio di quest&#8217;ultimo , diviso in due parti, è rintracciabile  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/04/05/alla-ricerca-unimpossibile-concretezza/">qui </a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/04/12/alla-ricerca-unimpossibile-concretezza-2/">qui</a>. Reazioni, interventi e video relativi al poemetto sono raccolti <a href="https://poesiadafare.wordpress.com/lavoro-da-fare-dot-com-press-2017/">qui</a> e <a href="http://www.cepollaro.it/TeLetLF.pdf">qui.</a></p>
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		<title>Alla ricerca di una possibile concretezza # 2</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/04/12/alla-ricerca-unimpossibile-concretezza-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Apr 2017 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Jacopone da Todi]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro da fare]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Pubblico la seconda parte di un testo apparso come postfazione a Lavoro da fare di Biagio Cepollaro, uscito nel 2006 in e-book e in formato cartaceo nel 2017 presso la Dot.com Press di Milano. La prima parte qui.] di Andrea Inglese &#160; 2. Vorrei tornare ora a una lettura ravvicinata del lavoro di Cepollaro, ma seguendo l’itinerario cronologico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><i>[Pubblico la seconda parte di un testo apparso come postfazione a </i>Lavoro da fare di Biagio Cepollaro<em>, uscito nel 2006 in e-book e in formato cartaceo nel 2017 presso la Dot.com Press di Milano. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/04/05/alla-ricerca-unimpossibile-concretezza/">La prima parte qui</a></em><em>.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2.</p>
<p>Vorrei tornare ora a una lettura ravvicinata del lavoro di Cepollaro, ma seguendo l’itinerario cronologico che porta da <em>Fabrica</em> a <em>Versi nuovi</em> e da <em>Versi nuovi</em> a <em>Lavoro da fare</em>. Ciò che in <em>Fabrica</em> veniva vistosamente abbandonato era l’originale ed efficacissimo innesto del volgare di <strong>Jacopone da Todi</strong> e del dialetto napoletano nell’italiano medio attuale. <span id="more-67644"></span>A tale impasto linguistico estremamente espressivo, subentrava una lingua spoglia, una lingua–oggetto, che poco margine lasciava alle operazioni “espressionistiche” del soggetto. E se un verso della raccolta dice del mondo: “sotto modi di dire i suoi moti di fatto ha seppellito” (<em>Per moti di dire</em>), ciò significa che al poeta non resta che restituire l’ingombro, l’opacità, la pesantezza dei “moti di fatto” nei suoi “modi di dire”. Al margine di manovra offerto dal diaframma della lingua jacoponica, capace di tenere a distanza la presunta immediatezza delle cose, si sostituisce ora una più volontaristica postura: quella dell’epigramma o, addirittura, dell’invettiva. Caduto il diaframma linguistico dell’idioletto, al soggetto poetante non resta che la nuda armatura ideologica, di pensiero critico, per distanziare la pressione bruta dei moti di fatto. Ma laddove in <em>Scribeide </em>e in <em>Luna persciente </em>era percepibile una funzione assieme <em>di denuncia e di giubilo </em>della lingua, in <em>Fabrica </em>prevale la denuncia. Il risultato è un andamento per distici ipermetri, spesso addirittura scavalcati da una o più parole, a segnalare una registrazione senza dubbio lucida, ma fondamentalmente <em>risentita </em>della lingua–oggetto. Leggiamo da <em>per mondi mediali non più</em>:</p>
<p style="padding-left: 30px;">per mondi mediali non più territoriali ché dicono passato</p>
<p style="padding-left: 30px;">ormai lo stato forma peritura usa un tempo a convogliare</p>
<p style="padding-left: 30px;">capitali e infrastrutture</p>
<p style="padding-left: 30px;">per pure antenne domiciliari per ali per fenomenali intrecci</p>
<p style="padding-left: 30px;">di cavi per vie nervose per cerebrali allacci e terminali</p>
<p style="padding-left: 30px;">(…)</p>
<p>Il soggetto è così ridotto al ruolo di <em>punto di vista giudicante </em>di fronte a uno scenario in cui si accalcano “fatti”, senza che tra di essi sia possibile prendere posto, sperimentare una sintonia emotiva o fornire una risposta diversa dal puro diniego. Nei due libri precedenti, l’idioletto costituiva non solo un diaframma difensivo, ma anche un territorio abitabile, un inframondo tra la soggettività del poeta e il saturo paesaggio delle merci. In <em>Fabrica </em>l’opposizione è invece frontale, e più scoperta è dunque l’attitudine giudicante, ma inevitabilmente anche più fragile, a fronte di un’invasione onnilaterale delle frasi–oggetto. Aveva dunque ragione Mesa a parlare, nella sua introduzione, di <em>Fabrica </em>come di un libro di “crisi” e di “transizione”, ma anche in quest’ottica il libro di Cepollaro appare compiuto: la crisi trova la sua adeguata e peculiare lingua, la transizione non appare come un’incertezza delle soluzioni formali, ma come una specifica forma che mantiene in sé sia tracce del passato sia elementi inediti.</p>
<p>Ma di quale crisi stiamo parlando? Tema esplicito di <em>Fabrica </em>è l’attraversamento di una profonda crisi, che è strettamente legata a uno stadio di inasprimento accelerato dei rapporti sociali e delle forme di vita all’interno delle società occidentali e tardocapitalistiche. Ma la crisi di cui parla Mesa è un’altra, di portata minore e biografica. Essa costituisce il tema del libro successivo di Cepollaro, <em>Versi nuovi</em> <em>(1998–2001)</em>. Questo libro è incentrato su un’esperienza di <em>conversione </em>nel senso più tradizionale del termine. Il soggetto giudicante di <em>Fabrica </em>ha abbandonato la sua postazione panoramica, l’architettura ideologica che sosteneva la sua opposizione frontale al mondo ha cominciato a frantumarsi, e in questa situazione di inevitabile dolore e rovina sono però emersi <em>varchi di prossimità e fratellanza </em>imprevisti con il mondo e gli esseri umani. Se dunque <em>Fabrica </em>segnava una frattura rispetto ai primi due libri del trittico, <em>Versi nuovi </em>segna una frattura rispetto all’intera impostazione che aveva animato il trittico. Abbiamo nuovamente un mutamento di forme e di lingua, ma soprattutto un mutamento di postura del soggetto poetante.</p>
<p>Dopo la conversione, il modello eroico e agonale è stato rigettato, ma non la fedeltà al nesso vita–scrittura. Ma ora è la scrittura che apre uno spazio di salvaguardia necessaria, di tutela costante, di fronte a una vita che appare in tutta la sua fragile esposizione alla sorte. La scrittura è dunque forma indispensabile, seppur limitata e provvisoria, per procedere all’<em>emendamento dei guasti</em>. “Emendamento dei guasti” s’intitola, infatti, la prima sezione di <em>Versi nuovi</em>. Dunque la vita ha bisogno di questo spazio di “purificazione”, tanto più quanto l’io è ormai spoglio anche di quell’armatura ideologica che gli offriva un punto di vista giudicante sul mondo. Quest’armatura ideologica era costituita dal pensiero critico di matrice marxista. Essa non viene sconfessata dall’autore di <em>Versi nuovi</em>, ma arretra sullo sfondo, cessa di essere la chiave di lettura predominante, il punto orientativo della visione nei confronti degli eventi quotidiani. L’effetto, da un lato, è quello di smarrimento del soggetto, dall’altro, di sfaldamento del quadro generale in cui esso è inserito. Insomma, viene meno la possibilità di pronunciarsi sui “destini generali”, laddove con estrema problematicità e urgenza emerge la storia individuale, ricca di nodi irrisolti e lacune, di gioie e paure. Questo smarrimento, però, è percepito come un’importante occasione per approfondire la conoscenza di sé e riconoscere la “precarietà” costitutiva della propria presenza al mondo.</p>
<p>La centralità del nesso scrittura–vita in Cepollaro non assume mai comunque i toni dell’autoironia, della mascherata tra l’indulgente e il sacrificale che ritroviamo in Giudici e, seppure con toni più grotteschi e parodistici, in Sanguineti. In entrambi questi autori il nesso scrittura–vita è esibito costantemente, ma attraverso una forma di esorcismo se ne vuole neutralizzare l’eccessiva gravità. In Cepollaro, invece, questa gravità persiste. Nessun tentativo ludico o teatrale di depotenziare questo nesso, quindi, ma neppure l’esigenza di sbandierarlo. Esso è ossessivamente presente come condizione stessa del vivere: senza la zona di arretramento e messa a distanza fornita dalla scrittura, la vita di Cepollaro parrebbe segnata da puntuali ma ricorrenti disintegrazioni. Alcune poesie di <em>Lavoro da fare </em>sono infatti ricomposizioni di esperienze ai limiti dell’esplosione (o dell’implosione): dove meno conta la specifica causa scatenante – che può essere, ad occhi estranei, importante o infima – rispetto all’emblema che essa finisce per assumere, di minaccia per l’equilibrio esistenziale del soggetto. Cito, ad esempio, i primi versi della poesia d’apertura:</p>
<p><span style="margin: 0px; color: #333333; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"> </span></p>
<p style="padding-left: 30px;"><i><span style="margin: 0px; color: black; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;">calmati o il cuore ti scoppierà e non è metafora<br />
poetica ma proprio sordo tonfo d’organo<br />
risposta che travalica<br />
domanda e nel vuoto degli occhi<br />
si schianta<br />
ora scrivi come hai sempre fatto<br />
e non scherzare più col fuoco<br />
della vita</span></i><span style="margin: 0px; line-height: 150%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 11pt;"><span style="margin: 0px; color: #333333; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><br />
</span></span><span style="margin: 0px; color: black; line-height: 107%; font-family: 'Georgia',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">(…)</span></span></p>
<p><i><span style="color: #000000; font-family: Times New Roman;"> </span></i></p>
<p>3.</p>
<p>A partire da <em>Versi nuovi </em>e ancor più in <em>Lavoro da fare</em>, Cepollaro ha consapevolmente e sistematicamente ridotto il tasso di <em>letterarietà </em>dei suoi testi, ma non nella prospettiva di qualche residua strategia anti–letteraria di matrice letteraria (ancora mosse avanguardistiche). No, lo ha fatto per un’esigenza di “purezza”. E si legga: una volontà di denudarsi, di diminuirsi, di ritrovare gesti semplici, elementari. Lo sfrondamento avrebbe potuto farsi in nome della “verità”, ma seppure tale ombra (terribile) non è del tutto assente dalle ultime due raccolte, vi è un moto che costantemente la schiva, come si schiva una pericolosa tentazione.</p>
<p>In realtà, con <em>Lavoro da fare</em> si annuncia un moto duplice, che è al contempo di <em>denudamento</em> e d’<em>intensificazione</em>. Il culmine di questo processo si realizzerà con <em>Le qualità</em>, che è senz’altro una delle prove più alte nell’itinerario dell’autore. Nelle <em>Qualità</em> dominano componimenti brevi, per lo più di una o due strofe, che molto raramente superano la dozzina di versi. Salvo nella serie iniziale, che costituisce un prologo, in tutti gli altri testi delle quattro sezioni l’attacco del primo verso è costituito dal medesimo sintagma: “il corpo”. Il <em>corpo</em> è divenuto il soggetto dei nitidissimi scorci, di cui è costituito il libro. Eccone un esempio:</p>
<p style="padding-left: 30px;">il corpo si trova nella radice di un inizio ed è come un imbuto</p>
<p style="padding-left: 30px;">a due bocche: una rivolta verso ciò che è stato e un’altra verso</p>
<p style="padding-left: 30px;">ciò che non è ancora: l’inizio ha una memoria da smemorare</p>
<p style="padding-left: 30px;">e ciò che il corpo impara è pari a ciò che riesce a dimenticare</p>
<p style="padding-left: 30px;">così ogni nuova acquisizione è lo sbiadirsi di un ricordo</p>
<p style="padding-left: 30px;">l’interrompersi di un’abitudine di un riflesso di un tic</p>
<p>I testi delle<em> Qualità</em> sono dei cristalli compatti, in cui la vita è fotografata nel suo divenire incessante ed anonimo. Non vi è pretesa qui di tirare i fili narrativi, di inserire lo scorrere molecolare del corpo-mondo dentro un ritaglio biografico o storico. Si tratta semmai di cogliere i soprassalti attraverso i quali un senso si profila, prima di disfarsi nuovamente: è un gioco a somma zero, dove ciò che conta non è il sedimento che costituisce la personalità, ma la circolazione costante dei diversi elementi che compongono i fondamenti dell’essere umano, che sono materiali e prossimi, radicati nella quotidianità più opaca e ripetitiva. Questa aderenza della scrittura alla corporeità, alla concretezza del vivere, costituisce un approdo raggiunto dopo l’itinerario arduo e prolungato di cui <em>Lavoro da fare</em> dà testimonianza.</p>
<p>In <em>Lavoro da fare</em>, infatti, la lotta avviene contro e attraverso la <em>mente</em>. Lo sforzo di riduzione del diaframma tra sé e il mondo, tra la scrittura e la vita, incontra come proprio ultimo e più tenace ostacolo la propria <em>psiche</em>, intesa come ciò che, nella nostra sfera più intima, alla radice dell’identità personale, è un nodo di antichi condizionamenti: famigliari, sociali, storici, culturali. Sono innumerevoli i passi dove, come San Giorgio contro il drago, l’autore combatte contro la propria mente:</p>
<p style="padding-left: 30px;">(…)</p>
<p style="padding-left: 30px;">ci vuole dire abbiamo fin qui</p>
<p style="padding-left: 30px;">abitato la nostra mente in un modo</p>
<p style="padding-left: 30px;">che ora ci uccide, ci dice: è necessità</p>
<p style="padding-left: 30px;">sgombrare la mente ché quel che appariva</p>
<p style="padding-left: 30px;">amico fin qui si è rivelato terribile</p>
<p style="padding-left: 30px;">nemico che oggi sappiamo finalmente</p>
<p style="padding-left: 30px;">cosa sono le afflizioni</p>
<p style="padding-left: 30px;">della mente</p>
<p style="padding-left: 30px;">(…)</p>
<p>La storia dei diversi libri di poesia di Cepollaro potrebbe essere riassunta attraverso un titolo: <em>l’impossibile concretezza</em>. (Si legga qui il contrario di un’attitudine epicurea. In Cepollaro prevale un’ossessione di tipo filosofico di più radicale portata: il concreto non è semplicemente la superficie, ma l’armatura profonda del mondo, l’ossatura elementare, laddove i fondamenti ultimi si confondono con il nulla.) Nel concreto è il presente che si manifesta, così come il corpo sensibile. Il concreto è il sogno, l’utopia dell’<em>immediatezza</em>. Il marxismo ha insegnato a Cepollaro che l’immediatezza, nel mondo capitalistico, <em>è menzogna</em>. Che la realtà delle cose è accessibile solo attraverso una mediazione teorica. Ecco allora il diaframma interpretativo del marxismo come garanzia di una recuperabile concretezza.</p>
<p>Ma il diaframma non solo accompagna, ma chiude: la cura si trasforma in male. O forse, più precisamente, non è sufficiente a chi è confrontato quotidianamente con i propri limiti, le proprie angosce, i conflitti ordinari eppure feroci che minacciano la serenità anche di un cittadino delle prospere e pacifiche democrazie occidentali. Nel frattempo, però, la lingua di Jacopone è una promessa di massima concretezza: la concretezza del mistico. Colui che ha fatto esplodere i diaframmi dell’impalcatura ideologica, per andare all’esperienza di Dio, <em>muta </em>e <em>immediata</em>, nella “carne del mondo”. La conversione, esperienza cruciale di <em>Versi nuovi</em>, segna il ritrovamento dell’<em>immediatezza</em>, del concreto? Insomma, il ridimensionamento radicale del diaframma interpretativo marxista segna una semplice “regressione” ad una fase pre–teorica ed ingenua? No. Le esperienze di meditazione buddista e la pratica del Tai–chi–chuan sembrano offrire all’autore, da un lato, una possibile conciliazione sempre sognata con “il concreto”, dall’altro la differiscono indefinitamente, in virtù di un percorso estremamente arduo e lento. Eccoci dunque al paradosso delle raccolte “dopo la conversione”: esse, avendo ricercato una postura “post–teorica” (rispetto al marxismo) e ricollocando lo sguardo del poeta nella massima prossimità, quasi cieca, del concreto, si trovano costantemente a combattere con la “mente”, in tutte le sue dimensioni di astrazione, mistificazione, deformazione. E una delle parole–chiave di <em>Lavoro da fare</em> è appunto “mente”, con tutti i suoi sinonimi: “cervello”, “intelletto”, “testa”, “pensiero”, ecc. Di conseguenza, uno dei principali leit–motiv è quello della “liberazione dalla mente”.</p>
<p>Il tema più convincente di queste poesie, in definitiva, non è tanto quel “concreto” che ancora pare inattingibile, ed impossibile, nonostante sia costantemente invocato. Forse il tema vero sono proprio le “afflizioni della mente”, ma anche i “sollievi della mente”, quegli sprazzi di pace e di concentrazione, di visione tersa e chiaroveggente che emergono in tutto il libro. Il <em>luogo comune </em>dell’ultima poesia di Cepollaro è ancora la “cattura nella mente”, e la povertà esistenziale di questa condizione che ci riguarda tutti. Non dunque un resoconto di saggezza, più o meno prossima, forniscono questi versi. Essa riguarda semmai l’autore, il suo percorso al di fuori dei versi. Ma nei versi, quello che veramente ci incanta e chiama, è questo dibattersi con noi stessi che conosciamo, questo dibattersi per la felicità e il presente, per l’amore dato e per il concreto vissuto. Con anche imprevedibili doni, a volte.</p>
<p>In tutto questo, però, le ampie determinazioni collettive non svaniscono. Entrano anch’esse nei giorni e nella loro ristrettezza: ma lo sguardo non se ne lascia ipnotizzare, e l’autore non è più risucchiato nella posa giudicante e disperata, che emergeva in certe figurazioni distopiche di <em>Fabrica</em>. I dibattimenti della mente hanno creato spazio per germinazioni e speranze. Hanno disciolto in parte ogni tentazione di pietrificare il mondo. E malgrado il perdurare delle circostanze di dominio e falsificazione, uno spazio ipoteticamente comune esiste per mostrare le <em>inezie</em>, il farsi e disfarsi della vita individuale. In questo spazio – la poesia –, che è un’ipotesi di comunicazione, non una certezza tecnica di essa, mostra quanto al dominio e alla falsificazione sfugge: qualcosa che non è percepito come un tesoro, ma può esserlo per chi si è esercitato a metterlo a fuoco e ad accoglierlo.</p>
<p style="padding-left: 30px;">e insomma ora che fare? la scomparsa</p>
<p style="padding-left: 30px;">dei racconti del mondo in una dittatura</p>
<p style="padding-left: 30px;">mondiale ci lascia l’uso</p>
<p style="padding-left: 30px;">solo di una parola</p>
<p style="padding-left: 30px;">lunga come dura la nostra vita: sarebbe</p>
<p style="padding-left: 30px;">altrimenti restata sullo sfondo ma ora</p>
<p style="padding-left: 30px;">è l’unica da svolgere così come di un giorno</p>
<p style="padding-left: 30px;">si racconta dall’alba</p>
<p style="padding-left: 30px;">alla notte il farsi</p>
<p style="padding-left: 30px;">e il disfarsi</p>
<p style="padding-left: 30px;">di inezie</p>
<p style="padding-left: 30px;">(…)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(2013)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Alla ricerca di una possibile concretezza # 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2017 05:00:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Biagio Cepollaro]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Mesa]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro da fare]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Roversi]]></category>
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					<description><![CDATA[[L&#8217;intero testo è apparso come postfazione a Lavoro da fare, uscito nel 2006 in e-book e in formato cartaceo nel 2017 presso la Dot.com Press di Milano. E&#8217; d&#8217;uso, in NI, non postare recensioni che si riferiscono a libri pubblicati dagli indiani. Questo è infatti un saggio che, più che giudicare un libro, ambisce a riflettere su di una fase importante del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[L&#8217;intero testo è apparso come postfazione a </em>Lavoro da fare<em>, uscito nel 2006 in e-book e in formato cartaceo nel 2017 presso la Dot.com Press di Milano. E&#8217; </em><em>d&#8217;uso, in NI, non postare recensioni che si riferiscono a libri pubblicati dagli indiani. Questo è infatti un saggio che, più che giudicare un libro, ambisce a riflettere su di una fase importante del percorso poetico di Biagio Cepollaro.]</em></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 115%; font-family: 'Malgun Gothic',sans-serif; font-size: 14pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em> </em></p>
<p>1.</p>
<p>Nell’itinerario poetico di Biagio Cepollaro <em>Lavoro da fare</em> si colloca tra un libro del 2004, <em>Versi nuovi (1998-2001) </em>edito da Oédipus<em>,</em> e <em>Le qualità</em> uscito nel 2012, presso La camera verde. <em>Lavoro da fare</em>, prima di essere oggi pubblicato in edizione cartacea appare nel 2006 in formato e-book, autoprodotto dall’autore, con una postfazione di Florinda Fusco. In quello stesso anno, Cepollaro fa uscire un altro e-book, intitolato <em>Letture di “Lavoro da fare”</em>, in cui raccoglie diversi interventi critici. Gli autori di questi interventi, però, da Giuliano Mesa a Giorgio Mascitelli, da Jacopo Galimberti a Francesco Marotta, da Massimo Orgiazzi al sottoscritto, non sono dei critici, ma poeti o romanzieri loro stessi, giovani e non, noti e meno noti. <span id="more-67635"></span>Da un certo punto di vista, quindi, <em>Lavoro da fare</em> corrisponde per Cepollaro a un momento di estraneità nei confronti dell’ambiente poetico italiano, quell’ambiente, almeno, che possiede ancora un versante istituzionale, una sua ufficialità, e che fa capo a riviste, a critici universitari o militanti, a convegni e festival. Dopo esser stato per più di un decennio una figura attiva e importante della nuova generazione di scrittori, nonché condirettore di una delle ultime riviste militanti del XX secolo in Italia, <em>Baldus</em>, sembra essersi ritagliato un confidenziale spazio di manovra attraverso un blog letterario che dirige da solo. Si tratta di una scelta consapevole, nata da una crisi intellettuale ed esistenziale, che è venuta a coincidere grosso modo con la pubblicazione di <em>Fabrica (1993-1997)</em> nel 2002, terzo ed ultimo volume della trilogia <em>De requie et Natura</em>. Quest’ultima, che include anche <em>Scribeide (1985-1989)</em> e <em>Luna persciente (1989-1992)</em>, entrambi usciti nel 1993, corrisponde al periodo di più intensa attività teorica e militante di Cepollaro in seno ai dibattiti animati dal gruppo ’93 e dalla rivista <em>Baldus</em>. Interlocutori di tali dibattiti erano, tra gli altri, autorevoli figure di critici quali Cesare Segre, Romano Luperini, Guido Guglielmi, Franco Fortini, Niva Lorenzini, Remo Cesarani, per citarne alcuni.</p>
<p>All’epoca di <em>Fabrica </em>si è già conclusa l’avventura del gruppo ’93 e anche quella di <em>Baldus, </em>il cui ultimo numero esce nel 1996. Cepollaro ha vissuto la fine di questa stagione non semplicemente come la chiusura di un capitolo particolarmente vivace e combattivo del suo percorso letterario, ma come l’abbandono di una certa postura intellettuale che aveva governato la sua attività di scrittore e, più globalmente, il suo rapporto con il mondo e con le persone. L’intransigenza e il furore polemico che lo avevano contraddistinto in seno all’ambiente letterario sono ora puntate contro se stesso e contro tutte le illusioni insite nel proprio ruolo di poeta. Nel 2002, Cepollaro ha quarantatré anni e ha avuto importanti riconoscimenti come autore. È stato inserito in antologie, tradotto, commentato da critici importanti. Ha partecipato a festival in Italia e in giro per il mondo. Tutto questo, però, gli appare ormai come un aspetto non solo inessenziale, ma addirittura fuorviante, rispetto alle esigenze più importanti del proprio lavoro. Cepollaro è alla ricerca di un’ulteriore vicinanza tra vita e scrittura. La sua formazione poetica, che si è realizzata attraverso un dialogo critico con le correnti moderniste e avanguardiste del Novecento, si era caratterizzata sin dall’inizio come tesa a rompere il cerchio della letterarietà e dell’autosufficienza della parola poetica rispetto al plurilinguismo della lingua vivente, in cui si riflettono i conflitti sociali e ideologici dell’epoca contemporanea. Tuttavia la consapevolezza teorica del poeta post-avanguardista non è in grado di renderlo immune da trappole di altro tipo, in particolare quelle legate alla costruzione narcisistica e alla cura quotidiana della propria figura di poeta. Da buon estremista quale è, per assicurarsi che quelle trappole siano davvero neutralizzate, Cepollaro decide in quegli anni di fare a pezzi ciò che rimane di prestigioso nel proprio ruolo di autore. Il bersaglio privilegiato diventano le istituzioni letterarie che, pur nella loro residuale esistenza all’interno dell’universo culturale italiano, testimoniano del progressivo svuotarsi di ogni funzione critica. Dietro a controversie di natura estetica e poetica sembrano ormai svolgersi soprattutto rituali di potere e carriera. Cepollaro di conseguenza decide di delegittimare le cerchie “professionali” del riconoscimento e, nel contempo, di quel valore che esse pretendono di individuare nel lavoro dell’aspirante scrittore. Egli giungerà poi, su questa linea, a sostenere tesi paradossali, quali l’idea di una scrittura senza pubblico, di una scrittura svincolata dalla preoccupazione di trovare ad ogni costo i propri destinatari.</p>
<p>Insomma, se non proprio a una rinuncia siamo di fronte a un ripiegamento. Esso si manifesta nel privilegio accordato al lavoro in rete, che in quegli anni è ancora marginale all’interno dell’ambiente letterario. Siamo agli albori della stagione che vedrà nascere e moltiplicarsi blog e siti di letteratura. Nel 2006, quando <em>Lavoro da fare</em> viene autoprodotto,<em> Nazioneindiana</em>, uno dei maggiori blog in Italia di scrittori, esiste solo da tre anni. Coevo a tale blog collettivo è il suo blog <em>Poesia da fare</em>, mentre il suo sito-archivio <em>La poesia di Biagio Cepollaro</em>, del 2004, è tra i primi in Italia a editare online ristampe di testi ormai introvabili e inediti.</p>
<p>A quell’epoca, per la critica letteraria, la rete è ancora una realtà sospetta: poco conosciuta, troppo orizzontale e democratica, dissipativa e banalizzante. Ci vorranno ancora cinque o sei anni, perché una giovane generazione di critici riconosca che la rete è un crocevia indispensabile, miniera di autentici talenti e non solo carnevale del sottobosco letterario. Cepollaro aveva compreso che proprio in virtù delle tante incertezze legate all’uso del nuovo <em>medium</em>, un’attitudine rigorosa e una visuale ampia avrebbero prodotto effetti benefici e duraturi. Io stesso venni coinvolto in un progetto connesso con il suo sito e intitolato <em>Per una critica futura. Quaderni di critica letteraria</em>. Il primo di questi <em>Quaderni</em> uscii proprio nell’ottobre 2006. Riporto qui le prime righe dell’editoriale da me redatto:</p>
<p style="padding-left: 30px;">&#8220;Biagio Cepollaro da alcuni anni sta sperimentando una singolare forma di pratica poetica che lo vede artefice <em>solitario </em>di un spazio <em>corale </em>dedicato alla poesia, alla riflessione su di essa, alla memoria di opere poetiche del recente passato, all’ascolto delle voci poetiche odierne. Il blog di Cepollaro, <em>Poesia da fare </em><u>www.cepollaro.splinder.com </u>è un esempio di <em>solitudine dialogante </em>che ha saputo mostrare la forza di un progetto svincolato completamente da quegli esigui, e non sempre felici luoghi d’incontro e visibilità, che i poeti e i critici di poesia usano frequentare. E d’altronde molti di noi ormai hanno una chiara percezione di quanta poesia esista in rete, sia animando direttamente dei blog sia partecipandovi come ospiti. Poiché il cosiddetto sottobosco poetico circola indistintamente per infime casi editrici a pagamento o per collane di Mondadori ed Einaudi, poiché le riviste militanti latitano, poiché le “pagine culturali” sono ovunque moribonde, o già decedute per quanto riguarda la poesia, la vita dei testi poetici in rete è spesso l’<em>unica vita concessa</em>, l’unica pubblica, almeno. Questo a ricordare quanto poco gli addetti ai lavori dovrebbero trascurare questo versante dell’attività poetica, che spesso non ha efficaci o sufficienti repliche in forma cartacea e stampata.&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’avventura dei <em>Quaderni di critica</em> si è conclusa nel 2010, dopo cinque pubblicazioni, ognuna delle quali molto nutrita. Nell’editoriale di chiusura, in cui tentavo di tracciare un bilancio dell’esperienza, mi parve di constatare il fallimento di uno almeno degli obiettivi più ambiziosi che Cepollaro ed io ci eravamo posti. Mi riferisco alla costruzione di un campo sufficientemente <em>condiviso </em>di temi, strumenti, riflessioni, che permettesse di stratificare i discorsi intorno e sopra la poesia contemporanea. Insomma, il lavoro fatto nel corso di quattro anni ci sembrava, o almeno sembrava soprattutto a me, ininfluente. Nato nel margine, per volontà strategica, nel margine restava inchiodato, per fatalità.</p>
<p>Parlo di <em>quello</em> specifico progetto, perché meglio di altri mostra l’itinerario scelto da Cepollaro, e che io definivo allora di “solitudine dialogante”. Per certi versi, era una forma aggiornata della politica del ciclostile di <strong>Roversi</strong>. Quello che inizialmente si presentò come un ripiegamento, un ritiro fuori dalla mischia, ha assunto poi negli anni il carattere di uno spostamento strategico. Valutandolo, oggi, questo spostamento mi sembra abbia prodotto indubitabili e potenti frutti. E lo dico, rivedendo il mio stesso giudizio, così come lo espressi nel 2010. Tutto il lavoro dei <em>Quaderni di critica</em>, assieme a molto altro fatto individualmente da Cepollaro dentro e fuori dal blog, ha fruttificato preziosamente in quel drappello vario e disordinato di autori più giovani, che si affacciavano allora sullo stagnante ambiente poetico. Per molti di questi autori, il dialogo con Cepollaro ha costituito un percorso di iniziazione non tanto alla scrittura poetica, ma al rigore che essa implica, alla generosità umana che essa richiede, all’esigenza di verità che la ossessiona.</p>
<p>Per altro, e non casualmente, proprio in quegli anni Cepollaro si riavvicinò ad un vecchio amico, <strong>Giuliano Mesa</strong>, che si era volutamente tenuto in disparte durante la stagione “ufficiale” del gruppo ’93, pur avendo esordito nelle edizioni Tam Tam di Adriano Spatola e situandosi, quindi, nell’eredità delle avanguardie. Mesa, infatti, ha costituito a suo modo, e nel suo stile, un’altra forma di ripiegamento estremamente fecondo. Egli pure ha svolto una funzione di magistero per molti giovani e meno giovani autori. Solo ora che scrivo mi rendo conto come entrambi abbiano realizzato in quegli anni un lavoro discreto, poco visibile, ma di grande costanza ed efficacia. Un lavoro indispensabile basato sulla lettura e il commento dei testi, sul dialogo schietto ed esigente, mai opportunistico, soprattutto con le generazioni più giovani. Cepollaro e Mesa, infatti, hanno costituito anche una memoria vivente, un ponte con esperienze precedenti, quelle degli anni Sessanta e Settanta innanzitutto, caratterizzate sul piano letterario dallo sperimentalismo e su quello politico dall’impegno di gruppo e dall’esigenza di studiare e comprendere la società capitalista. Se oggi esistono ancora giovani poeti, che hanno saputo nutrire la loro esigenze espressive con la cultura critica e il modernismo del secolo scorso, ciò lo si deve anche a persone come Cepollaro e Mesa.</p>
<p>La poesia, forse più di ogni altro genere letterario, all’inizio del XXI secolo è apparsa spesso come un’attività irreale, di cui pare arduo verificare consistenza, peso, vitalità. Assumendo solo sbiaditamente forma di merce, essa sopravvive con tratti ectoplasmatici nei circuiti editoriali, nelle pagine di cultura, nei festival letterari. Di fronte a tale circostanza, la tentazione di gettarsi in una sorta d’instancabile servizio, di zelante e isterica attività, che deve rassicurare soprattutto sé ancor prima che gli altri sulla natura effettivamente esistente della poesia, è estremamente diffusa. Cepollaro non ha ceduto a questo volontarismo angosciato, ma non ha nemmeno optato per una sorta di atteggiamento distaccato e scettico, che trasforma la scrittura in versi in una sorta di sofisticato ed elitario passatempo. Egli ha dimostrato semplicemente di avere completa fiducia nella sua necessità di scrivere, e ha fatto di questa necessità personale il più sicuro mezzo per riconoscere e accogliere altre e somiglianti necessità. Dopo aver messo in crisi le difese e le protesi teoriche della prima fase, non gli rimaneva che questa sottile, ma precisa evidenza: non poter vivere al di fuori della scrittura. Non perché credesse o creda possibile un’aderenza tra vita e scrittura, ma perché la deficienza della vita, la sua tragica fragilità, la spinge a chiedere continuo soccorso alla scrittura. E Cepollaro, per primo, ha constatato e continua a constatare quanto questo soccorso non possa essere risolutivo, e quindi salvifico. Ciò nonostante la scrittura assiste, è presente, non si dissocia dalla vita, dai suoi disastri, dalle sue desolazioni quotidiane, dai grandi moti passionali che inevitabilmente la scuotono. La scrittura, in Cepollaro, <em>assiste</em> in un duplice significato: di testimonianza impotente e di limitato ma pur sempre reale sollievo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(Fine prima parte)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>&nbsp;</p>
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