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	<title>Le sostanze &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da &#8220;Le sostanze&#8221;</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/04/07/da-le-sostanze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Apr 2011 13:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Casadei]]></category>
		<category><![CDATA[Le sostanze]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Casadei VII. (Ur-Nassiriya) Perché il vedere le desolate pietre che comunicano il fondo estraneo alla cultura-materia di eserciti industrie visioni lontane, perché quel vedere corpi ridotti a mummie immediate, carbonio incombustibile, dopo il lancio, la fiamma nera, perché nel vedere il ridursi degli esseri detti viventi a meno di cenere, azzerando il tempo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Alberto Casadei</strong></p>
<p><strong>VII.</strong> <em>(Ur-Nassiriya)</em></p>
<p>Perché il vedere le desolate pietre<br />
che comunicano il fondo estraneo<br />
alla cultura-materia di eserciti industrie<br />
visioni lontane,<br />
perché quel vedere corpi ridotti a<br />
mummie immediate, carbonio<br />
incombustibile, dopo il lancio,<br />
la fiamma nera,<br />
perché nel vedere il ridursi degli esseri<br />
detti viventi a meno di cenere, azzerando<br />
il tempo che occorre a giungere<br />
a superare gli stadi,<br />
in questo ancora si cerca un senso<br />
a quella storia iniziata qui, non finita,<br />
aggregazione di nuclei, suoni diversi<br />
t/u/j/h/w/s.<span id="more-38704"></span></p>
<p>La risultante delle forze in campo<br />
è dunque una disgregazione che si innesta<br />
nell’insieme delle polveri morte, totale<br />
scarto e abbattimento, quel che era<br />
non è, l’origine la debolezza e<br />
comunque il tentare il produrre<br />
l’insediarsi, per quanto, palme<br />
e cedri, prima terra fra le terre,<br />
“Lo sai che gli italiani li addestravano<br />
a Ur, venti kilometri da Nassiriya?”,<br />
preparàti a sopravvivere, come leoni<br />
del deserto, come atomi dispersi,<br />
e l’energia interamente a difendere, Maestrale<br />
o Libeccio, colpire la riservetta, quel<br />
che è fatto è, la pietra grande, cumulo<br />
colpibile, se i carriarmati si nascondono<br />
vicino alla scala del dio, se fuggono<br />
lì dal deserto, colonna sinuosa, filo<br />
incoerente, e infine corpi fusi, carni<br />
appiattite dentro fianchi smangiati dentro<br />
teste liquefatte, resti senza svolte<br />
senza respiro.</p>
<p>A quanto si può ridurre l’agglomerato<br />
di DNA e zuccheri e acqua e parti<br />
ignote che ha costruito città e stati,<br />
sintomi e dèi, potenze in atto e<br />
decadimenti, in analogia col muoversi<br />
globale, unico effetto certo<br />
dell’infinito. Quale legame nucleare<br />
corrisponde alla vicinanza di tavolette<br />
di terracotta, frammenti bianchi di fosforo,<br />
occhi di lapislazzuli, bocche<br />
senza labbra, palme ingrigite,<br />
bocche senza voce, mattoni sgretolati,<br />
gocce d’acqua dal fondo di una giara,<br />
pietre calce Ur dei Caldei, bocche<br />
antri neri?</p>
<p>Non c’è pietà nel vivere, “Sai quanti<br />
soldati e civili sono morti?”, non<br />
è detto che sia utile, il vivere,<br />
non è concesso il ritirarsi<br />
quando la storia è iniziata,<br />
e l’azione è diventata<br />
tutto.</p>
<p>*</p>
<p><strong>VIII.</strong> <em>(La stanza dei giochi)</em></p>
<p>Maternizzata ancora un poco, o invece<br />
già sua, da bimba, facile e dolce,<br />
regolata dai colori dei sogni<br />
cartonati, dei pupazzi amici feticci<br />
testimoni della bontà del mondo.<br />
Entra, entro, semplicemente.<br />
Ritrovo sparsi sul letto<br />
leoni, cavalli, orsi<br />
macchiati di colori<br />
ignoti al mondo: ma il genere<br />
umano non può sopportare<br />
moltissima realtà.</p>
<p>L’orso per esempio è giallo,<br />
mi guarda dal suo muso<br />
allegro, buffo e grosso, non deve<br />
lottare per il cibo, non è<br />
vorace, non è disumano.<br />
Il cavallo rosso, fiero, rampante,<br />
malato, scavalca i tempi,<br />
annunciatore del dopo.<br />
Ed ecco il leone nero, terribile<br />
quanto a criniera, zampe larghe<br />
come zolle di crosta, aggregato<br />
oscuro, verità molesta, piccola<br />
morte di peluche.</p>
<p>“Ma tu, cosa desideravi davvero?”,<br />
mi chiede, chiedo mentre prendo<br />
in mano la bambola Ginevra, dalle<br />
trecce bionde, vestita di broccati<br />
verdi e avorio, occhi di giada,<br />
diorite, lapislazzuli, e bocca<br />
che si apre, aperta, voragine,<br />
dentro: il dilagare di protoni e<br />
nuclei, una infilata di minimi<br />
precipizi dal qui al non-tempo,<br />
e la bocca si chiude, e io<br />
non so cosa potevo<br />
desiderare.</p>
<p>Il mondo del gioco basta<br />
a giustificarsi. Le infinite<br />
barbie ballerine o principesse o<br />
pellegrine attendono il male che<br />
sarebbe accettare l’eterno presente,<br />
il girarsi, il capovolgersi, il tornare<br />
a come si è, pur mutandosi<br />
innumerevoli, ma il meglio<br />
del vivere è il sentire che ogni<br />
istante è enorme ridisposizione,<br />
è la foglia diramata che diviene<br />
scricchio.</p>
<p>Il pupazzo che parla ripetutamente,<br />
linguaggio di parole irricevute,<br />
e ogni principio di realtà che<br />
si sgretola fra i disegni di<br />
topolini o paperini o draghi<br />
rinati e riformabili dalla<br />
mente spietata, animatrice<br />
di feroci illusioni, difesa<br />
contro l’incessante demolirsi<br />
e riacquistarsi di<br />
geni.</p>
<p>Ma il cyborg regalato<br />
per sbaglio, segno di<br />
un destino incontrollabile,<br />
pezzi stabilizzati, rinuncia<br />
alla debolezza, blu elettrico,<br />
ammasso di silicio, l’azzurro,<br />
la luce che finisce nel<br />
fondo indurito, spezzone di eterna<br />
contrazione, dopo che a lungo<br />
a lungo, sempre, nell’io<br />
nel gioco-tutto<br />
il tendere-tentare-tremare<br />
dominò.</p>
<p>*</p>
<p><strong>IX.</strong> <em>(Gli spazi di Calabi e Yau)</em></p>
<p>Se infine l’ultima emanazione<br />
del grande scoppio e di ciò che era prima<br />
diventa di particella in particella, di gene in gene,<br />
di traccia vibrante in traccia ferma<br />
&#8211;	fibra disposta al proiettarsi,<br />
progetto implicito, carne<br />
insanguinata:</p>
<p>dal sangue è trasportato il buono<br />
e il cattivo di ogni universo, dentro<br />
me che ora giaccio con il corpo<br />
torpido in attesa della dose<br />
di morte. Tocco il suo corpo vicino,<br />
chiuso, stringo lento il pugno<br />
vuoto, aggiungo docili sillabe<br />
meravigliate.</p>
<p>E sono così, mentre si compone il giusto<br />
equilibrio di endorfine e rassegnazione<br />
per sanare le irregolarità assorbite,<br />
gli scompensi del caos, le sensazioni<br />
che rubano momenti all’indefinito<br />
tutto.</p>
<p>Il tutto è stato spezzato,<br />
la tecnica è potere, le umane<br />
genti percorrono spazi e spazi,<br />
varietà di dieci dimensioni,<br />
ma solo in questo spazio-<br />
tempo si restringono al loro<br />
corpo-pensiero, ipotesi suprema<br />
e infima scommessa<br />
di sopravvivenza. Perché<br />
è l’ipotizzare che fa vivere<br />
e nel fondo dei meandri, nelle curve<br />
della massa sgravata sta l’impulso<br />
del tentativo di diventare<br />
altro da sé.</p>
<p>Ma ora sono qui, in un’aria<br />
più chiara della luna per sereno,<br />
in un punto sulla sabbia,<br />
e dal mare devo cominciare,<br />
e sento però che i granelli sul dito<br />
scivolano sino a uno<br />
lucido come la conchiglia o<br />
la schiuma da cui è generato.<br />
Cade. Solo la lunga assiduità<br />
con le cose impedisce di sentirle<br />
svanire, diventate tue.<br />
Esse scompaiono comunque, il dare<br />
senso ha una fine, su quelle getto<br />
il mio destino, o invece solo<br />
il travolgimento governa, si<br />
dirige inevitabile, elegante,<br />
incurante, accompagnato<br />
da una vibrazione, musica<br />
di sfere, di avvolgimenti,<br />
per diventare definitiva sequenza GTTA,<br />
essere ciò che si è.</p>
<p>Noi col compito di diventare<br />
dèi, oppure nucleo di un universo<br />
grande variazione di stati,<br />
non fermi, da soglia a<br />
limite ad assenza di carica.<br />
Il movimento puro, il gene<br />
che fa esordire, e poi la forte<br />
tristezza del vivere, la lunga<br />
tortura che il corpo accetta<br />
su sé, per il solo rinascere,<br />
“oggi ti ho generato”, e non<br />
è dato saperlo, le connessioni<br />
del vivere si formano in silenzio,<br />
e per il mio corpo in questo dolce compimento<br />
avanza l’istante dell’accorgersi<br />
che lo spazio più del tempo è nostro<br />
stigma, che il tempo più dello spazio<br />
appare sublime alla mente,<br />
cinta di sonno.</p>
<p>La domanda sul prima del big bang<br />
non dà senso né mai ne darà.<br />
Una bellezza, per conservarla, nell’universo<br />
ha bisogno solo di sé, dell’attimo<br />
che vince il rumore bianco e<br />
stringe il tutto in quel nuovo fiore,<br />
rosa fresca, ancora più meravigliosa<br />
nel suo svelarsi luce da colore,<br />
piega da vortice che spinge<br />
alla forma universale, al principio<br />
mancante, al perfetto segno che della massa<br />
fa energia-bellezza, ma ancora non arresta<br />
l’inesauribile discesa che continua<br />
dal centro al cerchio, dal grande iniziare<br />
al povero finire all’infinito<br />
addormentarsi.</p>
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