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	<title>letteratura migrante &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>“Le braci di un’unica stella”. Per l’edizione digitale di Princesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 15:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Fernanda Farias de Albuquerque]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura nazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Iannelli]]></category>
		<category><![CDATA[plurilignuismo]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
		<category><![CDATA[Ugo Fracassa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ugo Fracassa (Il testo compare come Nota all&#8217;edizione nel sito www.princesa20.it) “Qualcosa abbiamo già nello scaffale. Un giorno li ricorderemo come piccoli classici della letteratura immigrata”: così iniziava l’articolo pubblicato in controcopertina sul primo fascicolo della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel settembre del 1994. Tra i “cinque o sei libri” cui si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>di Ugo Fracassa</strong></h3>
<p><em>(Il testo compare come Nota all&#8217;edizione nel sito www.princesa20.it)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-55215" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png" alt="copertina" width="500" height="415" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina.png 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/copertina-300x249.png 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>“Qualcosa abbiamo già nello scaffale. Un giorno li ricorderemo come piccoli classici della letteratura immigrata”: così iniziava l’articolo pubblicato in controcopertina sul primo fascicolo della rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel settembre del 1994. Tra i “cinque o sei libri” cui si alludeva, <em>Princesa,</em> vent’anni dopo, <em>non ha finito di dire quel che aveva da dire</em>; se ciò non basta a farne un classico a tutti gli effetti <a href="#_edn1" name="_ednref1">[1]</a> giustifica però la previsione formulata in quell’occasione. In altre parole, sembra giunto il momento di istruire ed avviare il processo di canonizzazione per un’opera che, inizialmente, sembrava dover esaurire il proprio raggio di azione e ricezione entro i ristretti ma mobili confini delle cosiddette “scritture migranti”. Se, nel frattempo, quelle <em>scritture</em> hanno compiuto la maggiore età, <a href="#_edn2" name="_ednref2">[2]</a> il libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli ha incontrato lettori ben oltre la cerchia degli addetti ai lavori <a href="#_edn3" name="_ednref3">[3]</a> e, in particolare, ha contribuito a creare l’habitat idoneo al fiorire attuale dei “nuovi realismi italiani” <a href="#_edn4" name="_ednref4">[4]</a>. Ha affermato recentemente Bruno Racine, direttore della Bibliothèque Nationale Française, a proposito delle <em>120 giornate di Sodoma &#8211;</em> un classico che, al pari di <em>Princesa</em>, intra<em>&#8211;</em>vide la luce in carcere: “È senz’altro un testo atroce e radicale ma bisogna riconoscerne il valore storico e culturale”, tale da costituire “patrimonio nazionale” <a href="#_edn5" name="_ednref5">[5]</a>. Del resto, era stato Michel Foucault a portare ad esempio proprio la figura del marchese de Sade, nelle celebri pagine dedicate alla questione <em>Che cos’è un autore</em>:</p>
<blockquote><p>Se un individuo non fosse un autore potremmo dire che ciò che egli ha scritto o detto, ciò che egli ha lasciato fra le sue carte, ciò che è stato riportato dai suoi commenti potrebbe essere chiamata un’ opera? Finché Sade non è stato un autore che cos’erano le sue carte? Solo dei rotoli di carta sui quali, all’infinito, durante le sue giornate in carcere, egli elaborava i suoi fantasmi <a href="#_edn6" name="_ednref6">[6]</a></p></blockquote>
<p>Maurizio Iannelli è oggi certamente un autore, premiato e riconosciuto per alcune serie di <em>docufiction</em> televisiva costruite intrecciando vita reale, documenti processuali, cronaca nera e finzione narrativa. <a href="#_edn7" name="_ednref7">[7]</a> Quando riordinava, trascriveva e rielaborava, nel carcere romano di Rebibbia, i manoscritti di Fernanda, tuttavia, era consapevole di maneggiare un materiale grezzo cui forniva, oltre ad una veste linguistica apparentemente standard, lo scheletro diegetico atto a sostenerne la forma editoriale. Non per questo avrebbe sottoscritto le parole di Cesare Lombroso, prefatore dei <em>Palimsesti del carcere</em>:</p>
<blockquote><p>Se, nel fingere il linguaggio dei demoni, il Poeta non poté non esprimersi in versi sudici, a me, ch’ero il paleografo, il trascrittore dei pensieri di questa specie di demoni terrestri, non era certo dato far meglio <a href="#_edn8" name="_ednref8">[8]</a></p></blockquote>
<p>La relazione coautoriale, infatti, era fondata sulla condivisione dello stato di detenzione e sulla consapevolezza di un’affinità che, al di là delle apparenze, univa la condizione esistenziale di un detenuto politico in “piena crisi d’identità” con quella transessuale di un criminale<em> comune</em>. Prima ancora del diritto all’autorialità, perciò, Iannelli riconosceva all’estensore di quei manoscritti il diritto alla biografia. “Non tutti gli individui che vivono in una determinata società hanno diritto ad una biografia. Ogni tipo di cultura elabora i suoi modelli di uomini senza biografia” <a href="#_edn9" name="_ednref9">[9]</a>, ce lo ha insegnato Jurij Michailovič Lotman il quale ci fornisce pure una minima tipologia delle relazioni tra testo e contesto che, di volta in volta, nei vari frangenti storico-culturali, decidono dell’artisticità di un’opera letteraria. Si dà, per esempio, il caso di uno scrittore che “non crea il testo come opera d’arte ma il lettore lo recepisce come opera d’arte”: qual è la posizione del lettore di <em>Princesa</em>, venti anni dopo, rispetto all’avantesto che finalmente viene reso disponibile nell’archivio del sito <a href="#_edn10" name="_ednref10">[10]</a>? Posto che “il quadro offerto dalla storia della letteratura ai diversi stadi del suo sviluppo è considerevolmente più complicato” <a href="#_edn11" name="_ednref11">[11]</a> dello schema elementare cui ci si richiama, si potrebbe qui ipotizzare un caso di “artisticità retroattiva” poiché è evidente &#8211; a scorrere appunti, interviste, pagine di diario, trascrizioni di favole nordestine, anamnesi oniriche, schizzi di mappe prodotti da Farias de Albuquerque in un biennio di pratica scrittoria coatta &#8211; che l’aura di letterarietà acquisita dal racconto della vita di Fernandinho / Fernanda / Princesa nei due decenni della sua storia editoriale <a href="#_edn12" name="_ednref12">[12]</a> riverbera oggi sui manoscritti accumulati in carcere.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Sia detto però fin da ora che l’eccezionalità di un’eventuale inclusione di <em>Princesa</em> nel canone della nostra letteratura &#8211; quella che un tempo si definiva italiana, nazionale e che oggi, nel contesto dei processi di globalizzazione culturale, è talvolta detta italòfona – è più apparente che reale, se ci si riferisce alle peculiari caratteristiche genetiche dell’opera. Raccontare le proprie esperienze “migratorie” ad un compagno di prigionia che le trascrive in un altro codice linguistico (letterariamente codificato), in cui filtrano però dall’oralità alcuni dialettismi, prima che quel racconto vada incontro a nuove versioni, riscritture e riduzioni, è precisamente ciò che fece Marco, alla fine del Duecento in un carcere genovese, al cospetto di Rustichello da Pisa, compagno di sventura. Ne sortì <em>Le divisament dou monde</em>, ovvero la redazione in lingua d&#8217;oïl del libro che, in versione toscana, è meglio noto come il<em> Milione</em> di Marco Polo, classico della letteratura nazionale.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Quanti hanno riflettuto sull’antica e nobile tradizione della “letteratura carceraria”, provando in qualche caso ad estrarre le invarianti di un “genere” che, da Cervantes a Mandel’stam, annovera alcuni tra i maggiori scrittori di tutti tempi, concordano sulla ragione primaria che conduce alla scrittura nelle istituzioni “complete e austere”, come le definiva L.P. Baltard nel 1829, o “totali”, secondo la più recente definizione foucaultiana: “far sopravvivere la propria integrità, in tutti i sensi”. <a href="#_edn13" name="_ednref13">[13]</a> Era questo il progetto alla base dei laboratori di scrittura organizzati a Rebibbia, da cui prese le mosse l’attività editoriale di Sensibili alle foglie, e lo stesso Giovanni Tamponi, che per primo esortò Fernanda a mettere nero su bianco i propri ricordi, aveva autonomamente sperimentato e propagandava le potenzialità terapeutiche di una tale pratica. Iannelli che quelle carte contribuì a suscitare, raccolse e manipolò, ultimo arrivato nel trio di “funamboli” <a href="#_edn14" name="_ednref14">[14]</a> della scrittura a Rebibbia, riuscì a neutralizzare l’“individualizzazione coercitiva” che fonda l’istituzione carceraria <a href="#_edn15" name="_ednref15">[15]</a> &#8211; aggirata dai primi due grazie ai benefici di mobilità derivanti dalle mansioni svolte tra i reparti &#8211; in modi talvolta rocamboleschi (per esempio comunicando attraverso la grata che dava sul passeggio dei transessuali, limitrofo alla cappella della casa di reclusione). Insomma, come è stato notato, “Voler raccontare tutta la storia è un’altra forte motivazione per lo scrittore imprigionato”, ciò che non inficia la riuscita dell’opera dal momento che “l’autenticità della voce del narratore contribuisce alla buona qualità della letteratura”. <a href="#_edn16" name="_ednref16">[16]</a> Ma al di là dell’attendibilità di una voce che, nel caso di <em>Princesa</em>, si dimostra essere la risultante di una miscela polifonica (quando non di un atto di vero e proprio ventriloquismo), ciò che di autentico si sperimenta in condizioni di restrizione coatta è innanzitutto “il modo in cui i rapporti di potere possano passare materialmente nello spessore stesso dei corpi senza che neanche debbano essere trasformati nella rappresentazione dei soggetti”. <a href="#_edn17" name="_ednref17">[17]</a> In una storia di vita transessuale come quella di <em>Princesa</em> aleggia minacciosa, ben al di là dei pur frequenti ed espliciti episodi di violenza privata e di repressione poliziesca, la sovradeterminazione biopolitica di ogni scelta di genere. Se la sessualità è coestensiva al potere – Foucault afferma e Judith Butler conferma <a href="#_edn18" name="_ednref18">[18]</a> &#8211; sono proprio gli individui in transizione intersessuale, oltre ogni retorica di liberazione, a pagare il prezzo più alto:</p>
<blockquote><p>En réalité, il en va des catégories qui organisent notre monde, soit de l’ordre sexuel et de sa violence, tant symbolique que physique, dont les personnes intersexes sont le révélateur en même temps que l’emblème <a href="#_edn19" name="_ednref19">[19]</a>.</p></blockquote>
<p>Da questo punto di vista non cessa di stupire, per il grado di consapevolezza politica implicata, il corto circuito che connette, nell’intervista rilasciata da Farias e Iannelli per il citato primo fascicolo del “Caffè”, condizione transessuale e condizione postcoloniale o migrante <a href="#_edn20" name="_ednref20">[20]</a>:</p>
<blockquote><p>Come che è una <em>scrittura bella</em>, chi lo leggerà [<em>Princesa</em>] troverà un po’ di sentimento perché è una storia di realtà, una storia di vita transessuale ma anche di vita con tutta l’esperienza al mondo maschile, il fatto di come vive un transessuale in mezzo alla società, per affrontare le varie conseguenze che esistono […] con il problema che accade ai confronti di queste persone che sarebbe le persone del <em>terzo sesso</em>, o persone del <em>terzo</em>, diciamo, <em>mondo </em><a href="#_edn21" name="_ednref21">[21]</a>.</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Il <em>bello</em> della <em>scrittura</em> in <em>Princesa</em>, appunto. Chi ha analizzato il libro fin qui ha più spesso parlato di tradimento, da parte del coautore italiano, rispetto alla ricchezza non omologabile dell’impasto linguistico originario, del resto pressoché sconosciuto ai più, se non per un paio di brevi stralci pubblicati nel ‘94. Si è detto della standardizzazione imposta da un editing invasivo, della medietà di un dettato depurato da scorie dialettali o allofone. Per descrivere una lingua così &#8211; <em>disanimata</em>, <em>ossificata</em> &#8211; si potrebbe utilmente recuperare il giudizio espresso da Leonardo Sciascia nella relazione di minoranza alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di Via Fani:</p>
<blockquote><p>Gli esperti sono stati invece adibiti a studiare il linguaggio delle Brigate Rosse: e non c’era bisogno di esperti per scoprirlo poveramente pietrificato, fatto di slogan, di <em>idées re</em><em>ç</em><em>ues</em> dalla palingenetica rivoluzionaria, di detriti di manuali sociologici e guerriglieri […] L’italiano delle Brigate rosse è semplicemente, lapalissianamente, l’italiano delle Brigate rosse. <a href="#_edn22" name="_ednref22">[22]</a></p></blockquote>
<p>oppure quello, analogo, rilasciato in occasione di un incontro del 1978 con i militanti di Lotta continua: “Ma a me sembra una cosa proprio <em>ossificata</em>, senza vita, <em>disanimata</em>, una specie di burocrazia del fanatismo. Questo loro amore per le sigle…” <a href="#_edn23" name="_ednref23">[23]</a>. Allo stesso Iannelli, del resto, come ad alcuni leader storici dell’organizzazione terroristica, quel linguaggio era destinato ad apparire, col senno di poi, indigeribile:</p>
<blockquote><p>Già allora [sequestro Moro] quel linguaggio mi appariva tremendo. Rileggendoli a posteriori, mi sono chiesto non tanto come avevamo fatto a scriverli [i comunicati] – non li rinnego, un senso lo avevano, eccome… Certo non ne ho conosciuto uno, di compagno, che sia entrato nelle Br perché conquistato dalla lettura di una Risoluzione strategica. <a href="#_edn24" name="_ednref24">[24]</a></p></blockquote>
<p>Per questa ragione Sciascia indovinava, tra le fila dei brigatisti, una scarsissima confidenza col romanzesco: “Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…”, al punto da “condannarli” per contrappasso ad un severo apprendistato letterario: “<em>Che romanzi consiglieresti alle Br</em>? Per contrasto un po’ di Proust andrebbe bene. Ma certo se leggessero un po’ di Voltaire e un po’ di Diderot, non sarebbe male… Poi anche il Vangelo” <a href="#_edn25" name="_ednref25">[25]</a>. Prende forma qui, tra l’altro, un’imprevista ma suggestiva analogia: ne <em>Il bacio della donna ragno</em>, fortunato romanzo dell’argentino Manuel Puig (pubblicato nel 1976 e prontamente tradotto in Italia nel 1978), all’immaginario hollywoodiano e <em>mélo</em> grazie al quale l’omosessuale Molina riesce a dimenticare la dura realtà della detenzione, il compagno di cella Valentìn, guerrigliero incarcerato per motivi politici, oppone gli slogan del materialismo dialettico &#8211; “I miei ideali… Il marxismo, se vuoi che ti definisca tutto con una parola” – al punto da provocare questa reazione stizzita:</p>
<blockquote><p>non gli racconterò neanche più una parola delle cose che mi piacciono, se la rida pure che io sono uno smidollato, vedremo se lui non molla proprio mai, non gli racconterò più nessun film di quelli che mi piacciono, me li tengo per me, nel mio ricordo, che non me li rovinino con parole sporche, ‘sto figlio di puttana e la sua porca merda di rivoluzione. <a href="#_edn26" name="_ednref26"><em>[26]</em></a></p></blockquote>
<p>Ma l’incontro tra Farias e Iannelli non è letteratura; la vita, per dirla con Zeno Cosini, “non è brutta né bella, ma è originale!” e forse per questo le cose a Rebibbia sono andate diversamente. Alla fine, proprio colui che era sospettato di non aver mai letto romanzi ne ha scritto uno. Bisogna, insomma, riaprire il caso <em>Princesa</em>, proprio a partire da quella <em>scrittura</em> che alla protagonista del racconto era parsa <em>bella</em>.</p>
<p>Tanto per cominciare, la “nuova lingua”, inaugurata nel libro del 1994, risulta dalla chimica di tre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo <a href="#_edn27" name="_ednref27">[27]</a>, e il coautore non esclude che “mani e provenienze culturali diverse [siano] forse rintracciabili anche nella sua stesura ultima.” Se il libro deriva da un brogliaccio cui non si fatica ad attribuire le peculiarità dell’<em>art</em> <em>brut</em>, insieme autentica e <em>unadorned</em> (ma già disposto in <em>fabula</em> da Iannelli, in quella “copia iniziale di lavoro conforme all’originale manoscritto” che porta il sottotitolo “Sono venuta di molto lontano”), almeno una traccia della stesura originale di Farias è rimasta nel <em>Glossario</em> stampato in appendice al volume edito da Sensibili alle foglie. <em>Burití, caatinga, caboclo, cajù, urutu</em>: vale la pena di notare che le cinque voci elencate erano già presenti nel glossario che Edoardo Bizzarri allegava alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em> di João Guimarães Rosa (la traduzione è del 1970 mentre il romanzo risale al 1956) e che si tratta di definizioni relative ad aspetti naturali del territorio nordestino. Nel fitto epistolario che lo scrittore brasiliano intrecciò con Bizzarri <a href="#_edn28" name="_ednref28">[28]</a> si legge dell’imbarazzo per quanto di “esotico” transita nella versione italiana e resiste tuttavia alla traduzione: “Quel che deve aumentare i grattacapi del traduttore è che la parte concreta è esotica e mal conosciuta” <a href="#_edn29" name="_ednref29">[29]</a>. È stato lo stesso Iannelli ad indicare nel fluviale racconto di Guimarães Rosa – che narra della storia d’amicizia e d’amore tra Riobaldo, un guerrigliero <em>jagunço <a href="#_edn30" name="_ednref30">[30]</a></em> e il suo compagno Diadorim che, caduto in battaglia, rivelerà la sua natura femminile &#8211; una fonte preziosa per il suo primo ed unico libro. <a href="#_edn31" name="_ednref31">[31]</a> Inoltre, la figura dello <em>jagunço</em> o <em>cangaço</em> era ben presente alla stessa Fernanda che, richiesta da Maurizio, ne offre una definizione nell’intervista sul Carnevale (la trascrizione che segue è incompleta a causa delle sottolineature accumulate da Iannelli in questa zona del testo): “M – <em>Invece gli uomini come erano vestiti?</em> F – Gli uomini si vestivano come <em>cangaçeiros</em> […] M &#8211; <em>Ah, il</em> cangaçeiro <em>è una specie di bandito-rivoluzionario.</em> F – Sono [illeggibile] dei banditi che combatevano contro la polisia” <a href="#_edn32" name="_ednref32">[32]</a>. L’influenza del capolavoro di Guimarães Rosa è riconosciuta però limitatamente all’acquisizione dell’immaginario legato al folklore nordestino e, in particolare, alle leggende connesse col fantastico e demoniaco paesaggio della <em>caatinga</em>. Non sorprende perciò riconoscere in <em>Princesa</em> la traccia di detti popolari, come il seguente, letteralmente estratto dal romanzo: “Ragazzini-roba del diavolo” (<em>Princesa</em>); “Non c’è forse il detto: ragazzino – roba del diavolo?” (<em>Grande Sertão </em>). Il riferimento al vitello che compare in uno dei primi paragrafi di <em>Princesa, </em>inoltre, variando riecheggia l’incipit del <em>Grande Sertão. </em>Il romanzo del ’56 si apre infatti all’insegna di un bestiario – “un vitello bianco, erratico, gli occhi che manco un cristiano – che era apparso; e con faccia di cane” – che ricorre nei giochi d’infanzia di Fernandinho ed assume, nella trascrizione di Iannelli, coloriture diaboliche estranee all’originale manoscritto:</p>
<blockquote><p>Io ero la vacca. Genir il toro, Ivanildo il vitello. Camicette e pantaloncini sfilavano via in mezzo al bosco. Lontano da tutti, era il segreto. Genir muggiva e m’inseguiva. Una fantasia di spinte, toccamenti e fiato grosso. Montava la vacca, indiavolava sopra di me.</p></blockquote>
<p>A chi scrive, tuttavia, il debito contratto da Iannelli con l’ipotesto brasiliano pare investire anche il versante stilistico, della scrittura. A tratti, sembra quasi che l’italiano abbia introiettato il metro sul quale si dispiega la saga latinoamericana, quel procedere per densi fiotti estratti dal parlato e come rigurgitati. Così la prosa del brasiliano nella traduzione di Bizzarri: “Faccia di gente, faccia di cane: decisero – era il demonio”. “C’erano tutti, e con loro la mia diffamazione: Signor Diaz, ha visto Fernandinho! Cammina come una femmina! Rildo vociava come un forsennato”; “È pericoloso andare solo per il bosco, c’è il gatto selvatico, il serpente! Povero Francisco, la sua ingenuità”; “Lui abbassa il finestrino, lei entra tutta spalle e natiche in esposizione. Lui si accorge e urla di spavento: Vattene, mostro”; “Mi confondo nella folla. Sono tuttapposto e passo liscia, presente e invisibile nella distrazione della gente: una donna”: così quella dell’italiano, che dissemina il testo di tessere prosodicamente calcate sulla traduzione del prototipo nordestino. Oltre l’apparenza di una superficie linguistica livellata sugli standard veicolari di un italiano ipermedio, perciò, la scrittura di Iannelli nasconde un doppio fondo. Quella “nuova lingua” è il risultato di negoziazioni condotte a vari livelli, dalla reale consistenza del parlato, attraverso una normalizzazione della meccanica comunicativa (che può conservare memoria di usi linguistici legati alla trascorsa militanza politica), alla frequentazione di un modello letterario di seconda mano. Una lingua costruita per dare conto di vicende intimamente connesse coi contemporanei processi di globalizzazione e che trova il proprio modello nella traduzione di un idioma postcoloniale. Scrive Giuliana Benvenuti: “la traduzione è il luogo privilegiato della mediazione e della negoziazione e la sua funzione interseca questioni legate al genere, alle migrazioni, all’informatizzazione e alla biopolitica” <a href="#_edn33" name="_ednref33">[33]</a>. In questo senso, l’operazione di Iannelli va ripensata nel quadro dei processi di denaturalizzazione dei legami tra lingua, cultura, nazione e cittadinanza in atto in epoca globale. Era, del resto, lo stesso Guimarães Rosa il primo ad esserne consapevole e a rivendicare per sé l’utilizzo di un codice letterario come lingua seconda:</p>
<blockquote><p>Quando scrivo un libro, mi comporto come se lo stessi ‘traducendo’ da un altro originale, esistente altrove, nel mondo astrale o sul piano delle idee, degli archetipi, per così dire. Non so mai se sto riuscendo o fallendo in questa ‘traduzione’. Perciò, quando mi ‘ri-traducono’ in un altro idioma, non so mai, in caso di divergenze, se non è stato il traduttore che di fatto ha azzeccato, ristabilendo la verità dell’originale ideale che io avevo distorto <a href="#_edn34" name="_ednref34">[34]</a>.</p></blockquote>
<p>Quel registro <em>traduttese</em> sul quale è giocata la prosa di <em>Princesa</em>, perciò, denuncia innanzitutto una relazione non lineare del coautore con la propria lingua nel momento in cui questa è chiamata a farsi carico di esperienze, biografiche e culturali, non autoctone, di migrazione, in una parola: postcoloniali.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>Edoardo Albinati col suo <em>Maggio selvaggio. Un anno di scuola in galera</em> (Mondadori, 1999) sta di diritto, insieme a Walter Siti, Edoardo Affinati, Antonio Franchini e altri, nel canone degli autori cui si attribuisce la paternità dei “nuovi realismi italiani”, quella galassia narrativa intorno alla quale il dibattito è stato inaugurato sulle pagine della rivista “Allegoria” <a href="#_edn35" name="_ednref35">[35]</a>. Il diario di Albinati contiene un appunto, datato fine estate 1998, che funge da cavallo di Troia per il trasferimento di <em>Princesa</em> dentro la nuova temperie. Si tratta di un episodio nel quale l’insegnante riveste il ruolo di mero spettatore, al punto di dover chiedere lumi ad un detenuto circa l’identità di un personaggio osservato al passeggio. Questa pagina, che contribuisce a focalizzare la presenza transessuale in carcere, registra pure la fortuna cinematografica del carcere romano, a testimonianza di un “ritorno al reale” che non investiva, alla fine del primo millennio, la letteratura soltanto:</p>
<blockquote><p>   In questa fine estate infuriano le polemiche riguardanti il carcere, soprattutto Rebibbia, a leggere il giornale pare che la metà dei film presentati al festival di Venezia siano stati girati lì – come dice la canzone, “apposta per scandalizzare”. Ammetto di essere infastidito e preoccupato di questa spettacolarizzazione permanente, un paiolo di frasi fatte in cui il giornalismo rimesta stancamente la sua lunga pertica. […] A quello girato da Fioravanti &amp; Co. si aggiunge un documentario su un trans brasiliano, Princesa, ricordo il giorno che a Rebibbia la riprendevano in pose molto glamour, piantata in mezzo al piazzale, tutti gli occhi puntati addosso a lei, aveva un culo magnetico e somigliava, non a Sonia Braga come dicono sul giornale, bensì a Florinda Bolkan (giustamente me lo fece notare Croccolo seduto accanto a me), una Bolkan pompata e assai più donna dell’originale, mito androgino dei film morbosi di quando stavo alle elementari, <em>Metti, una sera a cena</em> ecc. Ricordo che ero seduto sugli scalini insieme a un gruppetto guardando, con un lieve sorriso sulle labbra, la scena, il set fotografico […] sicché mi permisi di chiedere all’orecchio del vecchio Croccolo chi fosse quella fata, e lui che conosce i peccati del mondo mi raccontò la storia di Princesa, cominciando così: “A lei ruppero il culo che teneva solo sei anni…”</p></blockquote>
<p>L’autore non pare consapevole dell’esistenza del libro dedicato alla Princesa ripresa al passeggio, o almeno sceglie di non dar peso alla cosa, nonostante l’omonima canzone di De André e Fossati avesse nel frattempo dato vasta popolarità al personaggio, né poteva conoscere regista e titolo del documentario delle cui riprese si era trovato ad essere involontario testimone:<em> Le strade di Princesa</em> di Stefano Consiglio (1997).</p>
<p>Uno dei modi narrativi in uso in molti esemplari riconducibili alla recente voga reali(ty)sta <a href="#_edn36" name="_ednref36">[36]</a> è quello dell’<em>autofiction,</em> col quale elementi autobiografici vengono liberamente immessi in un tessuto di invenzione romanzesca, talvolta su uno sfondo ostentatamente cronachistico, nel quale è dato riconoscere luoghi, vicende e personaggi reali, anche grazie all’uso di documenti (carte processuali, pagine di diario ecc.). Ebbene, con qualche anticipo sulla manifestazione della nuova tendenza a livello di <em>mainstream</em> editoriale, procedimenti non dissimili erano in opera nell’ambito delle scritture migranti, in particolare quando, nella prima metà degli anni Novanta, si rendeva ancora necessaria la collaborazione di un coautore italiano.</p>
<p>In libri come <em>Princesa</em>, appunto, o <em>Immigrato</em> di Mario Fortunato e Salah Methnani la proiezione autobiografica sulla narrazione risulta, se possibile, più complessa ancorché non sempre consapevole, derivando da ben due biografie spesso inopinatamente miscelate. Così Mario Fortunato nella premessa alla riedizione del 2006:</p>
<blockquote><p>Lui raccontava, io facevo domande. Qualche volta prendevo appunti. Quasi mai abbiamo usato il registratore. La storia che si dipanava aveva per me un valore innanzitutto romanzesco, narrativo Per me si trattava di un romanzo il cui contenuto aveva realmente avuto luogo […] In un secondo momento me ne andai da solo in Calabria […] In quattro settimane di lavoro ininterrotto, il testo era scritto. Lo avevo scritto come si trattasse di una storia interamente mia […] sciorinavo la storia di Salah come fosse la mia propria storia. <a href="#_edn37" name="_ednref37">[37]</a></p></blockquote>
<p>Anche Maurizio Iannelli ricorda come il processo creativo prese slancio nel momento della separazione da Fernanda: “Perché il testo, il dialogo col testo di Fernanda, è iniziato nel momento in cui ci siamo separati. Nel momento in cui mi hanno trasferito in un altro istituto”. Così Iannelli, ancora nel 1994, nell’intervista al “Caffè”:</p>
<blockquote><p>La mia scrittura è un’altra scrittura. È indubbio che alla fine, e non solo tecnicamente come scrittura, penso che ci sia molto di me. Anche se introdotto in un modo del tutto clandestino, in un gioco di assunzione di ruoli, e di costruzione poi del personaggio […] Insomma, <em>Princesa</em> è stato anche un libro di rapina se volete. […] Scrivere un’autobiografia in due implica un cortocircuito. <a href="#_edn38" name="_ednref38">[38]</a></p></blockquote>
<p>Analoghe riflessioni proporrà, nel 2008, intervistato a proposito della sua docu-<em>soap Reparto Trans</em> (girata insieme a Marco Penso) e, più in generale, della nuova attività di regista e autore televisivo:</p>
<blockquote><p>in ogni caso, con le scelte di regia, il posizionamento della macchina , il montaggio, l’autore parla sempre di sé, anche quando parlano gli altri, la sua presenza non si risolve nel mero artificio stereotipo della voce narrante. La presunzione di poter rappresentare oggettivamente l’altro è un’illusione (neanche l’altro si conosce realmente per come è). Il regista, e così l’autore, racconta alla fine se stesso ed il lettore-spettatore è innanzitutto chiamato a decifrare questo. <a href="#_edn39" name="_ednref39">[39]</a></p></blockquote>
<p>Appartengono certamente al coautore italiano, e alla sua storia personale durante gli “anni di piombo”, le scelte espressive che portano ad enfatizzare costantemente gli episodi di violenza poliziesca registrati nei manoscritti di Farias, dove tuttavia vengono spesso risolti con un breve giro di frase. Sono suoi gli innumerevoli riferimenti al diavolo che, pur presente nell’immaginario nordestino esemplato dal <em>Grande Sertão,</em> non sono estranei alla nostra tradizione cattolica. Riguardano l’esperienza del terrorismo pure alcune particolari consonanze con la fonte brasiliana: Iannelli che avrebbe sottoscritto, nella lettera a Rossana Rossanda pubblicata sul “Manifesto” nel 1987, l’auspicio di uno “sbocco politico e sociale” della lotta armata, non poteva non leggere nelle pagine del romanzo dedicate al pentimento di alcuni guerriglieri <em>jagunços</em> l’eco di avvenimenti che stavano caratterizzando il destino carcerario di alcuni ex appartenenti alle Brigate rosse. La scelta, infine, di terminare il racconto di <em>Princesa</em> con l’arresto della protagonista è, nella sua natura omissiva (gli appunti di Fernanda riguardano anche la quotidianità carceraria), un gesto che pertiene alla responsabilità dell’autore:</p>
<blockquote><p>Senza sforzo, nelle braccia del demonio, in Europa, ci si arriva a bassa voce, silenziosamente. Qui da voi, non si muore fragorosamente. Sparati o di coltello, tra urla e sforbiciate. Qui si sparisce zitti zitti in sottovoce. Silenziosamente. Sole e disperate. Di aids e di eroina. Oppure dentro una cella, impiccate a un lavandino. Come Celma, che vorrei ricordare. Dormiva nella cella a fianco, dentro quest’altro inferno dove ora vivo e che ho deciso di non raccontare.</p></blockquote>
<p>Mai come in questo caso diventa palese l’avvenuta sovrapposizione della voce di Iannelli, mediatore autoctono, a quella di Farias, testimone immigrata. Sotto finale, insomma, l’implicita doppiezza della prima persona nella quale la vicenda è narrata resta allo scoperto, essendo quella di Iannelli l’unica cui ragionevolmente attribuire le ultime parole del libro: “ho deciso di non raccontare”. E, come detto, omettere è, almeno quanto raccontare, specifico compito dell’autore. Se un lettore d’eccezione come Fabrizio De André attribuiva integralmente la paternità di <em>Princesa</em> &#8211; che la coautrice brasiliana apertamente definisce nel documentario di Stefano Consiglio: “questo mio libro”- al coautore italiano: “ho tratto [<em>Prinçesa</em>] da uno splendido, breve romanzo [di Iannelli] in effetti una biografia”, allo stesso modo Cesare Segre sottolineava il carattere uno e bino dell’autore del <em>Milione,</em> senza che questo interferisse, peraltro, con il dato acquisito del valore artistico dell’opera. <a href="#_edn40" name="_ednref40">[40]</a></p>
<p>Quanto il laboratorio di <em>Princesa</em> sia risultato decisivo per certi sviluppi della <em>docufiction</em> in Italia, ovvero per la variante televisiva del “ritorno alla realtà”, è dimostrato poi dalla più recente stagione professionale del coautore di <em>Princesa</em>. Dopo aver ideato, diretto e prodotto le docu-story <em>Residence Bastoggi</em> (2003), <em>Liberant</em>i (2006) e <em>Reparto trans</em> (2008) &#8211; ancora gravitanti, queste ultime, intorno all’universo carcerario di Rebibbia &#8211; Iannelli è oggi autore di un fortunato format televisivo (ideato insieme a Matilde D’Errico e Luciano Palmerino). La serie RAI <em>Amore criminale </em>(in onda dal 2007), che ha contribuito a portare all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica realtà del “femminicidio”, ripropone, per diretta ammissione del regista, <a href="#_edn41" name="_ednref41">[41]</a> il medesimo metodo di lavoro inaugurato all’epoca della stesura di <em>Princesa</em>: costruire la narrazione attraverso l’uso integrato e la contaminazione tra materiali documentari e invenzione letteraria.</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>La forma comunicativa che sta all’origine di <em>Princesa</em> è la conversazione, sebbene nei modi necessitati e precari che il carcere tollera o consente dentro uno stringente disegno di “individualizzazione coercitiva”. Questa nuova edizione, annotata <em>on line</em>, del libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Iannelli restituisce innanzitutto l’opera ad un ambiente comunicativo fondato sull’ “oralità di ritorno” tipica dei media elettronici. <a href="#_edn42" name="_ednref42">[42]</a></p>
<p>La nuova struttura dialettica dell’ipertesto finirà per spingerci come sottolinea Derrida, a “rileggere gli scritti del passato secondo una differente organizzazione dello spazio”. Non soltanto è oggi possibile trasferire in una forma compatibile con il computer testi scritti originariamente a mano o a stampa, ma anche dare loro strutture ipertestuali. In qualche caso questa operazione di traduzione restituirebbe loro l’antico tono di conversazione. <a href="#_edn43" name="_ednref43">[43]</a></p>
<p>Proporre oggi l’edizione critica di un “piccolo classico” della scritture migranti, per ratificarne e insieme promuovere l’inte(g)razione col canone letterario nazionale, comporta perciò l’immediata apertura ad un orizzonte digitale, capace di contenere e restituire la dimensione intertestuale e transmediale. Solo in questo modo è possibile radunare come “braci di un’unica stella” <a href="#_edn44" name="_ednref44">[44]</a> gli elementi della costellazione audio- video-testuale di nome <em>Princesa.</em> Se il potenziale di un libro “così poco letterario”, come il <em>Milione </em>di Marco Polo si misura, infatti, secondo Cesare Segre, sulla varietà di letture e riscritture che ne hanno fatto la fortuna (almeno fino alle <em>Città invisibili</em> di Italo Calvino) <a href="#_edn45" name="_ednref45">[45]</a>, nel mutato contesto culturale <a href="#_edn46" name="_ednref46">[46]</a>, la fortuna della <em>“</em>così poco letterari<em>a”</em> <em>Princesa</em> consiste nell’attitudine a migrare, non soltanto tra testi, ma tra media diversi. La <em>fortuna</em>, appunto, di migrare.</p>
<p><a href="#_ednref1" name="_edn1">[1]</a> In <em>Perché leggere i classici</em> (1991), Italo Calvino offre la seguente come sesta definizione del genere: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.</p>
<p><a href="#_ednref2" name="_edn2">[2]</a> Cfr. <em>Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture della migrazione in Italia</em>, a cura di F. Pezzarossa, I. Rossini, Bologna, CLUEB, 2011.</p>
<p><a href="#_ednref3" name="_edn3">[3]</a> Anche grazie alla riscrittura in forma di canzone &#8211; <em>Prinçesa</em> &#8211; realizzata da Fabrizio De André e Ivano Fossati nel 1996.</p>
<p><a href="#_ednref4" name="_edn4">[4]</a> Cfr. <em>Ritorno alla realtà? Narrativa e cinema alla fine del postmoderno</em>, a cura di R. Donnarumma, G. Policastro, G. Taviani, in «Allegoria», 57, gennaio-giugno 2008. Del tema si continua a discutere, in Italia e all’estero: cfr. <em>Les nouveaux réalismes dans la culture italienne</em>, Colloque international, 12-14 juin 2014, Université Sorbonne Nouvelle – Paris 3.</p>
<p><a href="#_ednref5" name="_edn5">[5]</a> La dichiarazione è stata riportata in: A. Ginori, <em>Il testamento maledetto. Un intrigo internazionale per il manoscritto di De Sade</em>, “la Repubblica”, 1.6.2013, p.39.</p>
<p><a href="#_ednref6" name="_edn6">[6]</a> M. Foucault, <em>Scritti letterari</em>, a cura di C. Milanese, Milano, Feltrinelli, 1971, pp. 4-5.</p>
<p><a href="#_ednref7" name="_edn7">[7]</a> Iannelli ha visto premiato il proprio lavoro di documentarista al Torino Film Festival (<em>Un bel ferragosto</em>, 2001) e al Roma Fiction Fest del 2008 per <em>Città criminali</em>. Ha girato nel carcere di Rebibbia la docu-soap <em>Reparto Trans </em>(Sky, 2008) ed è attualmente autore e regista della trasmissione RAI <em>Amore criminale.</em></p>
<p><a href="#_ednref8" name="_edn8">[8]</a> Scriveva Cesare Lombroso nella nota “Al lettore” premessa ai <em>Palimsesti</em>: “Il volgo […] crede che il carcere sia muto ma [ …] quest’organismo parla […] sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui legni del letto, sui margini dei libri che loro si danno nell’idea di moralizzarli, sulla carta che ravvolge i medicamenti, perfino sulle molli sabbie delle gallerie aperte al passeggio, perfino sui vestiti, in cui imprimono i loro pensieri col ricamo” (C. Lombroso, <em>Palimsesti del carcere, </em>Torino, Fratelli Bocca, 1888. La citazione nel testo deriva dalla pagina 38 dell’edizione curata da G. Zaccaria per l’editore fiorentino Ponte alle grazie nel 1996).</p>
<p><a href="#_ednref9" name="_edn9">[9]</a> J. M. Lotman, <em>La semiosfera</em>. <em>L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti</em>, a cura di S. Salvestroni, Venezia, Marsilio 1985, p. 181.</p>
<p><a href="#_ednref10" name="_edn10">[10]</a> Brevi stralci del materiale sono stati pubblicati sulla rivista “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, nel 1994. Il dattiloscritto intitolato <em>Princesa. Sono venuta di molto lontano</em>, copia iniziale di lavoro sulla quale Iannelli ha elaborato la forma testuale definitiva di<em> Princesa</em>, è stato pubblicato per la prima volta in allegato alla tesi dottorale: A. Proto Pisani, <em>Dans une autre langue. </em><em>Écrire l’altérité : femmes, migrations et littérature en Italie (1994 – 2010)</em>, Doctorat d’Aix-Marseille Université, 2013.</p>
<p><a href="#_ednref11" name="_edn11">[11]</a> J. M. Lotman, <em>La struttura del testo poetico</em>, a cura di E. Bazzarelli, Milano, Mursia, 1972, p. 336.</p>
<p><a href="#_ednref12" name="_edn12">[12]</a> Dopo essere stato pubblicato o per i tipi di Sensibili alle foglie nel 1994, e concesso in licenza prima a CDE Milano, nel 1995 e, due anni dopo, all’editore Tropea (col richiamo in copertina: “da questo libro Fabrizio de André ha tratto ispirazione per <em>Princesa</em>”ed il sottotitolo <em>Dal Nordeste a Rebibbia: storia di una vita ai margini</em>), il libro viene periodicamente stampato <em>on demand</em>, in tirature limitate, dalla casa che ne detiene i diritti.</p>
<p><a href="#_ednref13" name="_edn13">[13]</a> Così Sioban Dowd nell’introduzione a <em>Scrittori dal carcere</em>, Milano, Feltrinelli, 1998, p.261.</p>
<p><a href="#_ednref14" name="_edn14">[14]</a> Così Iannelli nelle citate <em>Brevi note di contesto</em> premesse all’edizione di <em>Princesa</em>: “Come tre funamboli ci inseguimmo incerti lungo il filo di una spirale epistolare che ci portò oltre le mura, oltre il carcere. Così <em>Princesa</em> è nata. Da un incontro irregolare, da tre storie, tre persone che approdano al carcere lungo itinerari diversi: la lotta armata delle Brigate rosse il mio, la prostituzione transessuale quello di Fernanda, la vita pastorale e la rapina quello di Giovanni”.</p>
<p><a href="#_ednref15" name="_edn15">[15]</a> M. Foucault, <em>Sorvegliare e punire. Nascita della prigione,</em> Torino Einaudi 1976<em>,</em> p. 261.</p>
<p><a href="#_ednref16" name="_edn16">[16]</a> S. Dowd, Introduzione, <em>Scrittori dal carcere</em>, cit., p. 21.</p>
<p><a href="#_ednref17" name="_edn17">[17]</a> M. Foucault, <em>Dalle torture alle celle</em>, Cosenza, Lerici, 1979, p. 122.</p>
<p><a href="#_ednref18" name="_edn18">[18]</a> Cfr. J. Butler, <em>Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell&#8217;identità</em>, Roma-Bari, Laterza, 2013 [1990].</p>
<p><a href="#_ednref19" name="_edn19">[19]</a> E. Fassin, <em>Le vrai genre</em>, in <em>Herculine Barbin dite Alexina B</em>., Paris, Gallimard, 1978, p. 237.</p>
<p><a href="#_ednref20" name="_edn20">[20]</a> Sandro Mezzadra nel suo <em>La condizione postcoloniale</em> (Verona, Ombre Corte, 2008), rintraccia l&#8217;eredità del colonialismo nelle politiche europee di controllo delle migrazioni. A proposito di colonialismo, ecco quanto afferma Fernanda (foglio 25 dell’ <em>Intervista sul Carnevale</em> rilasciata a Iannelli e disponibile nell’Archivio del sito): “nella colonissasione del Brasile come lo sai che la popolasione brasiliana era indios e ogni rasa aveva un nome come qui in Italia c’è i napoletani sardi sisiliani”.</p>
<p><a href="#_ednref21" name="_edn21">[21]</a> <em>La figura di una donna</em>, “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, 1, settembre 1994, p. 4 (miei i corsivi).</p>
<p><a href="#_ednref22" name="_edn22">[22]</a> L’estratto è citato in esergo a G.Bianconi, <em>Mi dichiaro prigioniero politico</em>, Torino, Einaudi, 2003.</p>
<p><a href="#_ednref23" name="_edn23">[23]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978)</em>, “Lo Straniero”, 173, novembre 2014, p. 8.</p>
<p><a href="#_ednref24" name="_edn24">[24]</a> M. Moretti, <em>Brigate rosse. Una storia italiana</em>, Milano, Anabasi, 1994, p.141.</p>
<p><a href="#_ednref25" name="_edn25">[25]</a> L. Sciascia, <em>Incontro con Lotta continua (1978),</em> “Lo Straniero”, cit., p. 13. Per onore del vero &#8211; e in omaggio alla teoria degli opposti estremismi &#8211; Sciascia diagnosticava la stessa incompatibilità romanzesco-proustiana alla casta degli aristocratici <em>ancien-régime</em>: “Perché non ho mai letto un romanzo. Il romanzo è una sconvenienza, una volgarità […] non ricordo Marcel Proust. Anche in certi luoghi alti, che lei ancora non conosce, e dove mi aspettavo di dover rispondere dell&#8217;amore e dell&#8217;odio, la prima e sola domanda che mi hanno fatto è stata questa: ‘si ricorda di Marcel Proust?’. No, non mi ricordo: sono un&#8217;anima persa” (il brano è tratto dall’ <em>Intervista a Maria Sofia ultima regina di Napoli</em>, testo elaborato da Leonardo Sciascia per la serie radiofonica delle <em>Interviste impossibili</em>).</p>
<p><a href="#_ednref26" name="_edn26">[26]</a> M. Puig, <em>Il bacio della donna ragno</em>, Torino, Einaudi, 1978, p.87.</p>
<p><a href="#_ednref27" name="_edn27">[27]</a> Si parafrasa qui quanto è scritto nelle <em>Brevi note di contesto</em> premesse al racconto: “Per comunicare con Fernanda partecipai e contribuii al farsi della <em>nuova lingua</em>. Alla variazione, scritta e orale, che risultò dalla chimica delle nostre lingue materne. Il portoghese, l’italiano e il sardo”.</p>
<p><a href="#_ednref28" name="_edn28">[28]</a> La relazione epistolare con Guimarães Rosa ebbe inizio nel 1959 e durò per otto anni. Nel 1981 le lettere furono pubblicate con il titolo <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri.</em></p>
<p><a href="#_ednref29" name="_edn29">[29]</a> Il passo si legge nella traduzione di Vincenzo Barca e deriva dall’articolo “Che Dio protegga il traduttore” di Davi Pessoa, ora in http://strademagazine.it/2013/01/20/che-dio-protegga-il-traduttore/</p>
<p><a href="#_ednref30" name="_edn30">[30]</a> Si riporta qui la definizione offerta da Bizzarri nel citato Glossario annesso alla sua traduzione del <em>Grande Sertão</em>: “Fuorilegge in un contesto socioeconomico che non permetteva il funzionamento effettivo della legge […] il <em>jagunço</em> presenta, quale figura umana, un’assai ricca gamma di situazioni umane, dall’idealista difensore degli oppressi al mero bandito di strada”.</p>
<p><a href="#_ednref31" name="_edn31">[31]</a> “Poi sono andato a leggermi subito, d’un fiato, il <em>Grande Sertão</em>” dichiarava Iannelli a pagina 5 del citato fascicolo del “Caffè”.</p>
<p><a href="#_ednref32" name="_edn32">[32]</a> Foglio 13 della citata<em> Intervista sul Carnevale</em>.</p>
<p><a href="#_ednref33" name="_edn33">[33]</a> G. Benvenuti, R. Ceserani, <em>La letteratura nell’età globale</em>, Bologna, il Mulino, 2012, p 160.</p>
<p><a href="#_ednref34" name="_edn34">[34]</a> La citazione, tratta da <em>João Guimarães Rosa: correspondência com o tradutor italiano Edoardo Bizzarri</em> , è riportata da Davi Pessoa nel citato articolo: “Che Dio protegga il traduttore”.</p>
<p><a href="#_ednref35" name="_edn35">[35]</a> Nel fascicolo intitolato al “Ritorno alla realtà”, numero 57 del gennaio- giugno 2008</p>
<p><a href="#_ednref36" name="_edn36">[36]</a> <em>Realitysmo </em>è un’altra definizione proposta, per gli esemplari narrativi coinvolti nel “ritorno alla realtà” negli anni zero del 2000 ed è presente, ad esempio, nel <em>Manifesto del nuovo realismo</em> di Maurizio Ferraris del 2012.</p>
<p><a href="#_ednref37" name="_edn37">[37]</a> M. Fortunato, S. Methnani, <em>Immigrato</em>, Milano, Theoria, 2006 [1990], p. 6</p>
<p><a href="#_ednref38" name="_edn38">[38]</a> <em>La figura di una donna</em>, in “Caffè. Per una letteratura multiculturale”, cit., p 5.</p>
<p><a href="#_ednref39" name="_edn39">[39]</a> Trascrivo dall’intervista rilasciata nell’incontro organizzato presso “Il Cassero”, LGBT Center di Bologna, l’undici novembre del 2008 (disponibile in rete all’indirizzo:. http://www.puta.it/blog/2008/11/11/queer/reparto-trans-al-cassero)</p>
<p><a href="#_ednref40" name="_edn40">[40]</a> Sulla questione si veda: C. Segre, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione. Divisament dou monde</em>, Milano, Mondadori, 1982, pp. XII-XIII; V. Bertolucci Pizzorusso, “Introduzione”, M. Polo, <em>Milione</em>, Milano Adelphi, pp. IX-XXI</p>
<p><a href="#_ednref41" name="_edn41">[41]</a> Ancora dall’intervista bolognese per il Cassero del 2008: “sul piano del montaggio le docu-storie hanno una struttura narrativa che vuole applicare al documentario le scansioni narrative della fiction”.</p>
<p><a href="#_ednref42" name="_edn42">[42]</a> Più di trenta anni fa, Walter J. Ong prefigurava la comunicazione culturale del futuro all’insegna di una oralità di ritorno : “Solo ora, nell’era dell’elettronica, ci rendiamo conto delle differenze esistenti fra oralità e scrittura; sono stati infatti le diversità fra i mezzi elettronici e la stampa che ci hanno reso consapevoli di quelle precedenti tra scrittura e comunicazione orale. L’era elettronica è anche un’era di oralità di ritorno, quella del telefono, della radio, della televisione, la cui esistenza dipende dalla scrittura e dalla stampa”: W. J. Ong, <em>Oralità e scrittura</em>, Bologna, il Mulino, 1986 [1982], p 21.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ednref43" name="_edn43">[43]</a> J. D. Bolter, <em>Lo spazio dello scrivere. Computer, ipertesti e storia della scrittura</em>, Milano, Vita e pensiero, 1993, p. 150.</p>
<p><a href="#_ednref44" name="_edn44">[44]</a> Si cita qui il verso della canzone<em> Prin</em><em>çesa.</em></p>
<p><a href="#_ednref45" name="_edn45">[45]</a> Né è mancata, tra le forme di riscrittura, la canzone: è del 1984 <em>Marco Polo</em>, il <em>concept album</em> del cantautore romano Flavio Giurato.</p>
<p><a href="#_ednref46" name="_edn46">[46]</a> “Con il concetto di rimediazione (<em>remediation</em>) da un decennio ci si riferisce alla necessaria interpenetrazione dei media in un contesto storico dove la digitalizzazione ha imposto la sostanziale convergenza di tutti i mezzi di trasmissione, di tutti i format comunicativi e dei codici semiotici entro un sistema interconnesso, interattivo e integrato, al punto che il contenuto dei media digitali sono tutti gli altri media” (S. Calabrese, Il romanzo della Globalizzazione, Enciclopedia Treccani on line, http://www.treccani.it/enciclopedia/il-romanzo-della-globalizzazione_%28XXI-Secolo%29/</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Matria, Patria, Dismatria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Aug 2012 08:55:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Silvia Contarini Quest’estate, volendomi dedicare a letture impegnate, invece di Cinquanta sfumature di grigio ho comprato (la versione gratuita non è ancora disponibile online) Timira (sottotitolo “romanzo meticcio”), di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Ho cominciato a leggere con interesse, ho finito con irritazione, non solo per la qualità mediocre, ma anche per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><strong>di Silvia Contarini</strong><br />
Quest’estate, volendomi dedicare a letture impegnate, invece di <em>Cinquanta sfumature di grigio</em> ho comprato (la versione gratuita non è ancora disponibile online) <em>Timira</em> (sottotitolo “romanzo meticcio”), di Wu Ming 2 e Antar Mohamed. Ho cominciato a leggere con interesse, ho finito con irritazione, non solo per la qualità mediocre, ma anche per il buonismo che trasuda, quello di chi sta dalla parte giusta al momento giusto, magari cavalcando l’onda. Il romanzo ha suo malgrado il merito di sollevare alcune questioni.<br />
Il collettivo Wu Ming ripete da anni di essere un cantastorie di storie di altri che sono storie di tutti perché l’opera è sempre collettiva. <em>Timira</em> è la storia di un’italo-somala, Isabella Marincola, che la sua storia avrebbe voluto scriverla assieme a Wu Ming2, ma gli anni son passati, l’anziana Isabella è morta, e il romanzo meticcio lo hanno scritto il figlio e Wu Ming2, prendendo cura di avvertire il lettore: “questa è una storia vera… comprese le parti che non lo sono”. Destinati al lettore che ancora non avesse chiaro cosa sia una narrazione collettiva sono anche i “titoli di coda”, oltre venti pagine con centinaia di informazioni sugli ignari contribuenti al collettivismo involontario: oltre a qualche maître à penser (Agamben, Virno), molti siti, film, canzoni e libri, e soprattutto – perché la storia vera o inventata che sia va documentata – documenti d’archivio e una nutrita bibliografia su colonialismo, madamato, Somalia. Manca però qualcosa di importante: sono quasi del tutto assenti gli scrittori del postcoloniale italiano, eppur noti a Wu Ming2 che li menziona in un’intervista ma non nel libro; all’unica citata, Shirin Ramanzanali Fazel, andavano aggiunti almeno Igiaba Scego, Gabriella Ghermandi, Cristina Ali Farah, Carla Macoggi, Kaha Mohamed Aden, e andava fatto rimando alla letteratura postcoloniale.<br />
Il riconoscimento del debito, a mio parere essenziale non tanto per l’ispirazione di scene o personaggi ma per il fatto stesso di scrivere oggi questo romanzo, sarebbe stato giusto: con la pubblicazione di <em>Timira</em>, Wu Ming si inserisce volontariamente ed esplicitamente nell’ambito della letteratura migrante e postcoloniale italiana che si sta imponendo all’attenzione di lettori e critici, in Italia e all’estero, proprio grazie agli scrittori di cui sopra e ad altri. Credo si tratti di scelta e non di dimenticanza da parte di Wu Ming. In una scena del romanzo, Isabella Marincola, cittadina italiana, di madre e marito somali, che abita a Mogadiscio ma non parla somalo, incontra Siad Barre e si lancia in una dichiarazione d’amore per la sua <em>matria</em> (in corsivo nel testo e ripetuto più volte), la Somalia, paese della madre, mentre l’Italia, paese del padre, è la patria. Ora, in un bel racconto del 2005, intitolato<em> Dismatria</em>, Igiaba Scego si interroga – in maniera ben più profonda – sul legame che unisce alla terra madre e sull’esilio al femminile.<br />
Il caso vuole che tra le mie letture estive ci fosse un articolo di Carlo Ginzburg sulla microstoria, in cui si accenna alla “matria history” (storia del mondo femminile che ruota attorno alla madre, alla famiglia, al villaggio) elaborata agli inizi degli anni settanta dallo storico messicano Luis Gonzalez. Nella mia immensa ignoranza, credevo che matria fosse un neologismo! Consulto allora internet e scopro, su wikipedia spagnolo, che matria è anche concetto di matrice femminista usato per proporre una lettura nuova di concetti vecchi come identità, razza, lingua, religione, tradizione, sesso (linea della madre, opposta a linea del padre/patriarcato). Anche in italiano, scopro ancora, matria è lungi dall’essere un neologismo, è anzi una nozione tornata in auge di recente, ma in un senso diverso. Nel 1978, uscì un libro di Sergio Salvi a difesa delle lingue minoritarie intitolato <em>Patria e matria. Dalla Catalogna al Friuli, dal Paese Basco alla Sardegna: il principio di nazionalità nell&#8217;Europa occidentale contemporanea</em>; sulla scia,  la rubrica “patria e matria” consultabile sul sito www.eleaml.org, a difesa di cultura e lingua del Meridione (versus Italia unita: colonialismo interno…). E Rigoni Stern avrebbe detto: “è <em>patria</em>, cioè terra dei padri, la Nazione; ma la terra più dolce, la terra madre o <em>matria</em>, è quella delle proprie origini”. Infine, le celebrazioni dell’Unità italiana hanno ispirato al filosofo Massimo Cacciari la riflessione seguente: la sua devozione va non alla Patria, ma alla Matria. Gli fa eco Tullio De Mauro, in un’intervista all’<em>Unità</em> intitolata “Dalla Patria alla matria. Ecco perché è la lingua che ci ha fatto italiani” (intervista disponibile sul sito del Partito Democratico).<br />
Insomma, sembrano tutti d’accordo per buttar via la Patria, obsoleto riferimento al padre che trasmetteva la cittadinanza e pericoloso rimando al sentimento nazionalistico, e sostituirvi la Matria, legame alla terra natia e/o alla lingua delle origini.<br />
A me, però, tutto questo entusiasmo per la terra madre e la lingua madre, mi lascia perplessa. Perché la matria addolcisce il concetto (si sa, il femminile è dolce) e sembra renderlo più frequentabile, ma aggira la questione delle radici e dell’appartenenza identitaria, e quasi rinsalda legami ineluttabili piuttosto che favorire la scelta.<br />
Ecco, la lettura di <em>Timira</em> se non altro mi è servita a questo: riflettere sull’interessante nozione di matria. La problematica è assente nel romanzo? L’opera collettiva, ribatterebbe Wu Ming, include la partecipazione del lettore. Faccio parte anch’io della collettività automatica? In tal caso dichiaro di assumere ogni responsabilità solo per parole e fatti a me attribuibili.</p>
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		<title>Al largo di Pontremoli. Divagazioni, tra cronaca scolastica e letteraria, circa l’urgenza di consegnare una lettera 45 anni dopo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[silvia contarini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Jul 2012 16:05:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Barbiana]]></category>
		<category><![CDATA[Don Lorenzo Milani]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Contarini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ugo Fracassa Ugo Fracassa ha partecipato di recente a un convegno ministeriale sulla «Lettera a una professoressa», in occasione dell’uscita del volume di Adele Corradi, collaboratrice di Don Milani, Non so se Don Lorenzo (Feltrinelli, 2012). Tuttavia non è facile tenere insieme i recenti provvedimenti Profumo sull’eccellenza scolastica con l’insegnamento del Priore di Barbiana. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/12/al-largo-di-pontremoli-divagazioni-tra-cronaca-scolastica-e-letteraria-circa-lurgenza-di-consegnare-una-lettera-45-anni-dopo/locandina-definitiva-con-fb/" rel="attachment wp-att-42986"><img decoding="async" class=" wp-image-42986 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/Locandina-definitiva-con-fb-212x300.jpg" alt="" width="167" height="224" /></a></p>
<p style="text-align: left">di<strong> Ugo Fracassa</strong></p>
<p style="text-align: left">Ugo Fracassa ha partecipato di recente a un convegno ministeriale sulla «Lettera a una professoressa», in occasione dell’uscita del volume di Adele Corradi, collaboratrice di Don Milani, <em>Non so se Don Lorenzo</em> (Feltrinelli, 2012). Tuttavia non è facile tenere insieme i recenti provvedimenti Profumo sull’eccellenza scolastica con l’insegnamento del Priore di Barbiana. Nel suo breve intervento Ugo Fracassa ha potuto ricordare che la «Lettera» può ancora essere letta come un documento della lotta di classe. In ogni caso, molte delle cose scritte allora per i barbianesi sembrano indirizzate oggi agli immigrati, come ricorda un caso di cronaca scolastica che ha fatto un po’ di rumore in Toscana e poi a livello nazionale (la bocciatura in prima elementare di 5 bambini, di cui uno disabile e tre “stranieri”).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left">I respingimenti dei migranti non avvengono soltanto al largo del canale di Otranto o in vista delle coste di Lampedusa, ma pure nelle acque territoriali del nostro sistema scolastico, nel qual caso vanno sotto il più familiare nome di bocciature. Né si sta da clandestini sul suolo nazionale nei ricoveri di fortuna soltanto, quelli che il nostro paese sa offrire, a chi ne abbia bisogno, tra periferie metropolitane e aree già rurali e oggi postindustriali o dismesse. Anche in una prima classe dell’obbligo scolastico elementare disabili e immigrati possono sostare in democratica promiscuità, con una trentina di compagni, grazie all’indulgenza ministeriale, almeno finché non si giunga a localizzarli ed espellerli.<br />
“Solo una scuola perfetta può permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse”, si legge nelle ultime pagine di quella Lettera a una professoressa spedita giusto 45 anni fa e tuttavia in cerca di lettori. Siccome però la nostra scuola perfetta non è (ancora), obbligatoriamente è tenuta ad accogliere la “gente nuova”: giovani sottoproletari del Mugello, inconsapevolmente esposti all’imminente genocidio culturale, ieri; figli degli immigrati, oggi. Quella lettera perciò &#8211; inizialmente destinata ad una professoressa rea di aver negato l’idoneità di III magistrale a tre “barbianesi”, furiosamente allestita a partire da una rovente bozza di mano del priore di Barbiana e poi meticolosamente appuntita, grazie al contributo dell’intera scolaresca, per un tempo approssimativamente coincidente alla gestazione di un feto &#8211; non smette di individuare destinatari ulteriori.<br />
Mihai Mircea Butcovan è uno di questi. Arrivato in Italia nel ’91, dopo un dicembre sanguinoso trascorso nelle piazze della Romania (“Morivano studenti / Tu non lo sai / Io c’ero”, Dicembre 1989) per destituire un grottesco conducător giunto a fine corsa, annette rapidamente alla propria biblioteca mobile di lettore bilingue e scrittore migrante il libretto sessantasettino. E pour cause, se nel passo della Lettera che sceglie come esergo per i versi di Dal comunismo al consumismo (“Ogni popolo ha la sua cultura e nessuno ce n’ha meno di un altro. La nostra è un dono che vi portiamo. Un po’ di vita nell’arido dei vostri libri scritti da gente che ha letto solo libri”) pare di ascoltare l’eco anticipata di certe dichiarazioni circa le letterature della diaspora (“Mentre noi cerchiamo di distillare conoscenza e sapere da tanti argomenti, essi [i Gastarbeiter] ricavano saggezza pratica e sapienza dai loro racconti, pregni di esperienza”, H. Weinrich). Oggi Butcovan, giunto a Monza poco più che ventenne come seminarista, premiato per il suo romanzo d’esordio Allunaggio di un immigrato innamorato (Besa, 2006), lavora a Milano, come educatore, al recupero delle diverse forme di disagio sociale.<br />
L’aggressività e la frustrazione, talvolta manifeste, più spesso represse e dissimulate, per la mancata interazione (o la coatta integrazione) nel tessuto sociale ospite non mancano di favorire l’impulso creativo di chi scrive. Nel romanzo più celebre di Amara Lakhous e della nostra narrativa italòfona, lo Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, lo stereotipo del giovane xenofobo romano de Roma – quel “gladiatore” trovato morto nell’ascensore &#8211; viene offerto in olocausto per una riflessione sui temi del multiculturalismo in salsa capitolina: “Ho usato il giallo per attirare l’attenzione su quello che sta accadendo, perché quest’ultima si attiva quando c’è l’emergenza. Quindi mi sono detto: qui ci vuole un cadavere” (A. Lakhous). In altri casi l’aggressività creativa, deviata dall’obiettivo primario, può scaricarsi indirettamente sull’elemento simbolico, dall’italiano come individuo all’italiano come lingua: “la lingua italiana […] è una bellezza che si ha il dovere di ferire […] una purezza che ha l’assoluto bisogno di essere contaminata” (Tahar Lamri).<br />
Anche in questo caso, l’insegnamento della Scuola di Barbiana prefigura certe scelte letterarie e pare offrirsi, quasi mezzo secolo dopo, come manifesto poetico prêt-à-porter per una generazione di nuovi (autori) italiani: “Così abbiamo capito cos’è l’arte. È voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra. Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi”.</p>
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		<title>OLTREilMARginE : 11-14 novembre 2010</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 06:02:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[eritrea]]></category>
		<category><![CDATA[Etiopia]]></category>
		<category><![CDATA[Festival OLTREilMARginE]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
		<category><![CDATA[Somalia]]></category>
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					<description><![CDATA[Festival di letteratura e migrazione Brescia, Borgosatollo, Castenedolo 11-14 novembre 2010 http://www.5e6.it/oltreilmargine a cura di Simone Brioni Il Festival ‘OLTREilMARginE’ nasce con l’intento di presentare a Brescia, una delle città e provincie italiane con la più alta popolazione di immigrati, i principali protagonisti di quella che è stata chiamata ‘scrittura migrante’. La letteratura scritta da [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/oltre_logo_head.jpg"><img decoding="async" class="size-full wp-image-37064 alignnone" title="oltre il margine" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/10/oltre_logo_head.jpg" alt="oltre il margine" width="282" height="300" /></a><strong> </strong></p>
<p><strong>Festival di letteratura e migrazione</strong></p>
<p><em>Brescia, Borgosatollo, Castenedolo<br />
11-14 novembre 2010</em></p>
<p><a title="oltre il margine" href="http://www.5e6.it/oltreilmargine" target="_blank">http://www.5e6.it/oltreilmargine</a></p>
<p>a cura di Simone Brioni</p>
<p>Il Festival ‘OLTREilMARginE’ nasce con l’intento di presentare a Brescia, una delle città e provincie italiane con la più alta popolazione di immigrati, i principali protagonisti di quella che è stata chiamata ‘scrittura migrante’.</p>
<p>La letteratura scritta da immigrati in Italia esiste da oltre vent’anni eppure ha ricevuto attenzione solo di recente nonostante l’evidente contributo dato da questi autori al panorama culturale contemporaneo italiano. Oggi molti di questi scrittori non sono più immigrati, ma risiedono da tempo nel nostro paese, occupandosi con impegno delle tematiche sociali e politiche più urgenti.</p>
<p>La prima edizione del Festival ‘OLTREilMARginE’ è dedicata al Corno d’Africa e precisamente a scrittori provenienti da ex-colonie italiane, quali Etiopia, Eritrea e Somalia. NeI corso dei quattro appuntamenti del Festival, che si svolgeranno dal 11 al 14 novembre tra Brescia, Castenedolo e Borgosatollo, si parlerà di letteratura, immigrazione e colonialismo attraverso incontri con scrittori e studiosi di questi temi, la proiezione di due documenti video e uno spettacolo teatrale.<span id="more-37063"></span></p>
<p>Il Festival verrà aperto giovedì 11 novembre alle ore 20.30 presso la Casa del popolo E. Natali a Brescia dalla proiezione della videoinchiesta del giornalista del settimanale “L&#8217;Espresso” Fabrizio Gatti <em>L’amico Isaias</em> alla quale seguirà un incontro con il professor Antonio Morone dell&#8217;Università di Verona, il sociologo Giovanni Franco Valenti e lo scrittore eritreo Hamid Barole Abdu.</p>
<p>Venerdì 12 alle ore 20.30 presso il Centro Saveriano di Brescia interverranno le scrittrici Ribka Sibhatu, Erminia Dell&#8217;Oro e Carla Macoggi, introdotte dalla sociologa Ramona Parenzan.</p>
<p>Per sabato 13 è invece previsto presso il Teatro Comunale di Borgosatollo alle ore 21 lo spettacolo teatrale <em>Regina di Fiori e di Perle</em>, scritto e interpretato dalla scrittrice italo-etiope Gabriella Ghermandi, che sarà accompagnata dal contrabbassista Edoardo Chiaf.</p>
<p>Il Festival si conclude nella serata di domenica 14 presso la Sala Civica dei Disciplini di Castenedolo con la proiezione alle ore 21 del documentario <em>La Quarta Via</em> di Simone Brioni e Graziano Chiscuzzu, dedicato alla scrittrice di origine somala Kaha Mohamed Aden, seguirà un incontro con un autore, la protagonista e la scrittrice Shirin Ramzanali Fazel.</p>
<p>Tutti gli incontri sono a ingresso gratuito.</p>
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		<title>Scrittori di voce migrante. L’italiano che cambia lingua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Oct 2009 08:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[ancona]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[laboratori]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura migrante]]></category>
		<category><![CDATA[racconto breve]]></category>
		<category><![CDATA[Slam Poetry]]></category>
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					<description><![CDATA[laboratori di scrittura / incontri/ poetry slam / short story slam Ancona, 16-17 ottobre 2009 In Italia negli ultimi anni si è sensibilmente moltiplicato il numero degli scrittori di lingua madre non italiana che scrivono in italiano con eccellenti risultati letterari. Numerose sono le case editrici che in qualche misura sostengono questo fenomeno, dalle major [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" src="http://farm3.static.flickr.com/2567/4010333339_67682ea7dd_m.jpg" alt="" /></p>
<p><strong>laboratori di scrittura / incontri/ poetry slam / short story slam<br />
<em>Ancona, 16-17 ottobre 2009</em></strong><br />
<span id="more-24211"></span></p>
<p>In Italia negli ultimi anni si è sensibilmente moltiplicato il numero degli scrittori di lingua madre non italiana che scrivono in italiano con eccellenti risultati letterari. Numerose sono le case editrici che in qualche misura sostengono questo fenomeno, dalle major (Einaudi, Mondadori, Garzanti, ecc.) alle medie e piccole (Besa, Meridiano Zero, Manni, ecc.), ma ancora poca è l’attenzione che i media e il grande pubblico gli dedicano, di fatto limitando lo sviluppo di una nuova lingua e di una nuova sensibilità (l’italiano parlato, e scritto, materialmente da “lingue” diverse) che sono uno dei più profondi e evidenti fenomeni di rinnovamento della cultura italiana ed europea.<br />
Il progetto “Scrittori di voce migrante” nasce con lo scopo di dare visibilità e sostegno a questa tendenza in inevitabile sviluppo, coinvolgendo un ampio pubblico, a partire dagli studenti delle scuole superiori della città di Ancona.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p><strong>Programma </p>
<p>16 ottobre</strong></p>
<p>Casa delle Culture (Via Vallemiano &#8211; ex Mattatoio)<br />
Ore 15.00-18.00<br />
<em>Laboratorio di scrittura narrativa / racconto breve</em>, a cura di <strong>Gianmaria Nerli</strong><br />
<em>Laboratorio di scrittura in versi / poesia orale</em>, a cura di <strong>Luigi Nacci</strong></p>
<p>*</p>
<p>Casa delle Culture (Via Vallemiano &#8211; ex Mattatoio)<br />
Ore 18.30<br />
<em>L’italiano cambia lingua?</em><br />
Tavola rotonda con lo scrittore <strong>Adrián Bravi </strong>e i redattori delle riviste <strong>“in pensiero”</strong> e <strong>“Argo” </strong></p>
<p>*****</p>
<p><strong>17 ottobre</strong></p>
<p>Liceo Scientifico Galileo Galilei (Via S. Allende Gossens)<br />
Ore 9.00-11.00<br />
<em>Letterature migranti &#8211; incontro con gli studenti</em><br />
Partecipano:<br />
<strong>Antonella Bukovaz<br />
Arben Dedja<br />
Tahar Lamri<br />
Julio Monteiro Martins</strong></p>
<p>Coordina: <strong>Valerio Cuccaroni</strong></p>
<p>*</p>
<p>Casa delle Culture (Via Vallemiano &#8211; ex Mattatoio)<br />
Ore 15.00-18.00<br />
<em>Laboratorio di scrittura narrativa / racconto breve</em>, a cura di <strong>Gianmaria Nerli</strong><br />
<em>Laboratorio di scrittura in versi / poesia </em>orale, a cura di <strong>Luigi Nacci</strong><br />
*</p>
<p>Hangar CultLab (Via Conti, 10)<br />
Ore 21.00</p>
<p><em>POETRY SLAM</em><br />
Partecipano:<br />
<strong>Antonella Bukovaz<br />
Arben Dedja<br />
Loris Ferri<br />
Lara Lucaccioni</strong><br />
+ i migliori allievi del laboratorio</p>
<p><em>SHORT STORY SLAM</em><br />
Partecipano:<br />
<strong>Barbara Coacci<br />
Claudia Gentili<br />
Tahar Lamri<br />
Julio Monteiro Martins</strong><br />
+ i migliori allievi del laboratorio</p>
<p>EmCee: <strong>Luigi Socci</strong></p>
<p><em>il vincitore del poetry slam inconterà in finale il vincitore dello short story slam</em></p>
<p>*****</p>
<p><strong>Per le iscrizioni ai laboratori, gratuite e aperte fino al 15 ottobre: scrittoridivocemigrante@gmail.com </strong></p>
<p><em>Tutti gli eventi sono ad ingresso libero</em></p>
<p>*****</p>
<p>A cura di Luigi Nacci e Gianmaria Nerli<br />
Da un’idea di TriesteDistrettoCulturale e in collaborazione con: Luigi Socci, Valerio Cuccaroni, Associazione Culturale Nie Wiem, Associazione Culturale Adriatico-Mediterraneo, “in pensiero” – rivista di arti e linguaggi, “Argo” – rivista di esplorazione.</p>
<p>E’ un’iniziativa realizzata con il Patrocinio della Provincia di Ancona nell’ambito di Ottobre, piovono libri: i luoghi della lettura – a cura del Centro per il Libro, in collaborazione con la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, l’Unione delle Province d’Italia e l’Associazione Nazionale Comuni Italiani. </p>
<p><strong><a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article1827">QUI</a> per saperne di più </strong></p>
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