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	<title>libreria &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La Libreria Cardano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Sep 2019 05:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria Cardano]]></category>
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		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[(recensione di una libreria, con libro finale in omaggio!) di Romano A. Fiocchi Dico una sola cosa per dare idea della suggestione del posto: non so se il locale disponga di una cantina interrata, ma se ti metti a scavare sotto il suo pavimento hai la certezza matematica di trovare resti romani. Parlo della Libreria [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-80323" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/libreria-cardano-1.jpg" alt="" width="295" height="387" />(recensione di una libreria, con libro finale in omaggio!)</strong></p>
<p>di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dico una sola cosa per dare idea della suggestione del posto: non so se il locale disponga di una cantina interrata, ma se ti metti a scavare sotto il suo pavimento hai la certezza matematica di trovare resti romani. Parlo della Libreria Cardano di Pavia. Che frequento da più di trent’anni, e che non è soltanto una libreria indipendente, piuttosto un circolo culturale, una minisala per concerti da camera e jazz, un luogo dove scambiare opinioni su autori e libri, dove rovistare tra gli scaffali può rivelare sorprese inaudite, dove il padrone di casa – il libraio – ti tratta come un ospite gradito e ti ringrazia della visita anche quando non compri nulla. In quasi tutte le città, per fortuna, c’è almeno una libreria di questo tipo. E sono le librerie più autentiche.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">La Libreria Cardano esiste dal 1984. Oggi ha anche<a href="http://www.cardano.it"> un sito Internet</a></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">, a dire il vero non aggiornatissimo perché ormai attiva anche su Facebook e su Instagram. Concepita lì, nel cuore di una delle zone più caratteristiche della vecchia Pavia, tra muri di mattoni a vista e acciottolato, nel tempo si è specializzata in pubblicazioni d’arte: dalle monografie e dai cataloghi delle mostre, come i vari Electa o gli storici Skira, sino ai volumi pregiati dell’editoria più artigianale, come le edizioni Tallone, interamente composte a mano con caratteri mobili. Ma ci sono scaffali in cui sfilano libri d’arte che sanno già di antico e di prezioso, edizioni non proprio lontane nel tempo eppure destinate a durare perché frutto di scelte raffinate. Inoltre libri di architettura, raccolte di stampe, volumi di letteratura che coniugano grandi autori con grandi illustratori, come </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La ballata del vecchio marinaio</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Coleridge della Stamperia del Borgo Po di Torino, tradotta da Fenoglio e illustrata da Francesco Menzio. Oppure rarità letterarie come l’</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Ulisse</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Joyce della Shakespeare and Company di Firenze, 1995, seconda traduzione italiana dopo quella del 1960.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img decoding="async" class="alignright wp-image-80324" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/libreria-cardano-2.jpg" alt="" width="293" height="384" />Parte integrante della Libreria Cardano è il titolare, Fausto Pellegrin. Senza di lui la Libreria Cardano sarebbe qualcos’altro, forse soltanto una rivendita di libri. Fausto Pellegrin è la Libreria Cardano personificata. La pipa in pugno, oppure un toscano all’anisette tra le labbra, è pronto a interrompere qualsiasi cosa per salutare chi entra, sia che stia chiacchierando con un cliente o che stia sfogliando un libro d’arte per qualche ricerca. Uomo di cultura e amabile conversatore, Fausto ha indubbiamente il fascino del libraio vecchio stile, pronto a consigliare, a stimolare la curiosità ma anche ad ascoltare e lasciare che il cliente si aggiri indisturbato frugando tra gli scaffali.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">È una libreria che ha qualcosa di magico. Tre vani che danno uno nell’altro, soffitti con travature in legno, tracce di architetture medioevali. Il primo ambiente, quello d’ingresso, ha i muri rivestiti di scaffali in legno affollati di libri. Nel locale di mezzo, le pareti sono utilizzate per mostre d’arte temporanee e piccole esposizioni di sculture e di gioielli artigianali. L’ultima stanza è lo studio grafico delle Edizioni Cardano, dove si progettano libri, inviti, manifesti. Qui nascono prodotti editoriali particolari, ora legati ai temi del territorio (i castelli della Lomellina, la pianura Padana, il Ticino, il Po, le chiese pavesi), ora alla storia locale (Gerolamo Cardano, Opicino de Canistris), ora a letteratura ed arte, spesso frutto di sinergie con esperti in campo storico-artistico che operano nell’Università di Pavia. Singolari due traduzioni dal cinese: </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Contrada dei frassini</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Zhao Shuli e </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Tre novelle</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> di Shen Jiji, Li Fuyan, Li Zhaowei.</span></span></p>
<p class="western"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img decoding="async" class=" wp-image-80325 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/08/OGM.png" alt="" width="143" height="213" />Insomma, una libreria così carica di atmosfera da ambientarci un racconto. Cosa che ho fatto nel 2005. Da una mia idea iniziale è nato un curioso progetto che Fausto ha concretizzato in un gadget per la sua clientela: </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Il libro OGM</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. Un “liber amicorum” di dodici paginette, edizione fuori commercio per gli amici della libreria. Il volumetto, dalla vivace copertina rossa, in stampa digitale, era disponibile gratuitamente (proprio per questo è andato esaurito in brevissimo tempo). Chi fosse incuriosito e volesse leggere questo raccontino, ormai quattordicenne, può scaricarlo </span></span><span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.romanofiocchi.it/menu/Il-libro-OGM.pdf" target="_blank" rel="noopener"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">qui</span></span></a></u></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> in formato Pdf. Sempre gratuitamente.</span></span></p>
<p class="western">
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		<title>In principio era l’Ulisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Mar 2018 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[James Joyce]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[Noel Riley Fitch]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
		<category><![CDATA[Saggio]]></category>
		<category><![CDATA[Shakespeare and Company]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Noel Riley Fitch, La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta, Il Saggiatore, 2004. In principio era l’Ulisse, l’Ulisse era presso Sylvia Beach e l’Ulisse era Sylvia Beach. Ecco, così si possono sintetizzare le 559 pagine di un libro che un cultore di Joyce non può evitare di leggere. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72931" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce.jpg" alt="" width="320" height="494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce.jpg 320w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/libraia-joyce-194x300.jpg 194w" sizes="auto, (max-width: 320px) 100vw, 320px" />di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Noel Riley Fitch</b>, <i>La libraia di Joyce. Sylvia Beach e la generazione perduta</i>, Il Saggiatore, 2004.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">In principio era l’<i>Ulisse</i>, l’<i>Ulisse</i> era presso Sylvia Beach e l’<i>Ulisse</i> era Sylvia Beach. Ecco, così si possono sintetizzare le 559 pagine di un libro che un cultore di Joyce non può evitare di leggere. È la storia di una giovane americana che il 17 novembre di novantanove anni fa aprì una libreria in rue de l’Odéon, a Parigi, sulla riva sinistra della Senna. Lei si chiamava appunto Sylvia Beach, la libreria era la Shakespeare and Company. Attenzione, non la Shakespeare and Company tuttora esistente in rue de la Bûcherie. Quest’ultima, fondata da George Whitman nel 1951 e oggi gestita dalla figlia, Sylvia Whitman, venne inaugurata con il nome di Le Mistral e diventò Shakespeare and Company in onore di Sylvia Beach nell’aprile del 1964, due anni dopo la sua scomparsa. Certo, anche nella libreria di George Whitman (<span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://shakespeareandcompany.com/">qui</a></u></span> il sito) i nomi dei frequentatori sono da brivido: Allen Ginsberg, William Burroughs, Anaïs Nin, Richard Wright, Julio Cortázar, Henry Miller, Lawrence Durrell, giusto per citarne qualcuno.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ma lo splendido volume di Noel Riley Fitch, <i>La libraia di Joyce</i>, non fa cenno della libreria di George Whitman, nonostante arrivi all’anno della morte di Sylvia Beach. La Fitch si concentra sulla ricostruzione meticolosa e approfondita della biografia della piccola libraia americana a partire dal suo ambiente familiare e culturale – era nata a Baltimora, figlia di un pastore presbiteriano di Princeton – sino all’incontro con quelli che chiama i suoi tre amori: Adrienne Monnier, James Joyce e la Shakespeare and Company. È attorno a questi tre amori che ruota tutto il libro.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il primo è un amore discreto ma duraturo tra due appassionate di libri. Adrienne Monnier, scrittrice ed editrice, è la proprietaria della libreria La Maison des Amis de Livres, collocata sul lato opposto di rue de l’Odéon. Sylvia ne farà la sua compagna di vita per trentotto anni. Il secondo amore è uno scrittore conosciuto quasi per caso al ricevimento degli Spire nel luglio 1920. L’incontro è proverbiale: lo scrittore è seduto nella biblioteca, rifugiato lì per sfuggire all’imbarazzo di un pessimo scherzo che gli ha fatto Ezra Pound, anche lui presente al ricevimento. Sylvia gli si avvicina e chiede con timore:</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">– <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il grande James Joyce? </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">– <span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">James Joyce, – risponde lui, porgendole con fermezza una fragile mano.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">È l’inizio di un rapporto di amicizia e di stima reciproca, quella di Joyce talvolta un po’ opportunista, che porterà Sylvia Beach a pubblicare l’unico e il solo libro per cui la Shakespeare and Company darà il tutto per tutto e rasenterà più volte il fallimento: <i>Ulisse</i>.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Il terzo amore di Sylvia Beach è proprio questa, la sua libreria. La Shakespeare and Company era una semplice libreria con funzioni di biblioteca, di quelle che, come si usava allora, non solo vendevano ma prestavano i libri dietro una forma di abbonamento. Ma era anche e soprattutto un centro di aggregazione di artisti, di scrittori, di letterati, di semplici bibliofili. Nei mitici anni Venti parigini la frequentarono, attratti da una sorta di magnetismo, personaggi come Thomas Stearns Elliot, André Gide, Ernest Hemingway, Ezra Pound, Gertrude Stein, Paul Valéry, persino musicisti innovativi come George Antheil. L’elenco si estenderà negli anni Trenta a nomi del calibro di Samuel Beckett, Simone de Beauvoir, Walter Benjamin, anche se gli effetti della grande depressione seguìta al crollo di Wall Street del ’29 e i venti di guerra che inizieranno a soffiare con l’avvento di Hitler ridurranno drasticamente l’attività della libreria.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><i>La libraia di Joyce</i> è dunque anche la ricostruzione del clima artistico-letterario di quel periodo, di una Parigi diventata patria culturale di decine di migliaia di cittadini americani. Lo scopo della Shakespeare and Company, in tutti i suoi anni di esistenza, sarà sempre quello di promuovere lo scambio culturale e l’amicizia tra gli autori americani e quelli francesi ed europei in generale. E fa davvero specie, così come emerge dal libro, vedere questo crogiolo di straordinarie potenzialità implodere lentamente e dissolversi di fronte al dilagare del nazismo. Sylvia Beach sarà una dei pochi americani che non lasceranno la capitale francese neppure dopo l’occupazione tedesca. Sapeva che a rischiare erano più che altro i suoi amici, e lei sarebbe rimasta per aiutarli. Ma a darle davvero forza era probabilmente la carica di ottimismo accumulata dopo aver affrontato un’avventura credo unica nella storia editoriale: la pubblicazione nel 1922 del più impubblicabile dei libri, l’<i>Ulisse</i>. </span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Che non fu una passeggiata, specie per una libraia che non era mai stata editrice, lo testimonia una molteplicità di aspetti. Si trattava innanzi tutto di realizzare un libro di una certa dimensione, con particolari caratteristiche editoriali che andassero incontro ai desideri di uno scrittore esigente come Joyce. Un libro già sotto processo per pornografia negli Stati Uniti dopo una pubblicazione parziale a puntate sulla rivista newyorkese <i>The Little Review</i>, un libro che nessuno aveva più il coraggio di pubblicare. Per trovare una tipografia disponibile, Sylvia Beach dovette andare sino a Digione, da Maurice Darantière, con cui si accordò per la stampa di una prima tiratura di mille copie, di cui cento su carta a mano olandese e con copertina di carta blu rilegata in marocchino dello stesso colore. Lavoro immane anche quello delle bozze, continuamente rifatte con correzioni e integrazioni di intere pagine aggiunte all’ultimo momento dallo stesso Joyce e ricopiate da tipografi francofoni che non conoscevano una sola parola di inglese. Poi c’era il lavoro di segreteria. Joyce incominciò ad utilizzare la Shakespeare and Company, quindi Sylvia Beach e le sue collaboratrici, come se fosse una struttura a disposizione sua e del suo <i>Ulisse</i>: inviti, spedizioni, contatti, fermo posta, richiesta di recensioni, presentazioni, e così via. La Shakespeare and Company fu coinvolta anche nelle questioni legali dovute alla pubblicazione di copie pirata, a partire da quella clamorosa dell’editore americano Samuel Roth. O, viceversa, al contrabbando di copie originali in nazioni dove ne era vietata la vendita.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-72932" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover.jpg" alt="" width="284" height="360" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover.jpg 284w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/Ulysses-cover-237x300.jpg 237w" sizes="auto, (max-width: 284px) 100vw, 284px" />Dalla storia della pubblicazione dell’<i>Ulisse</i> emergono due immagini contrastanti dei protagonisti: la tenacia e la generosità di Sylvia Bech e la fragilità di un Joyce pieno di ossessioni e spesso dedito all’alcol, squattrinato ma sempre pronto a vivere oltre le sue possibilità a scapito di amici e conoscenti, arrivando al punto di sfruttare le risorse economiche della stessa Sylvia e di “tradirla”, dopo undici edizioni, cedendo i diritti ad un importante editore americano.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Sylvia accettò tutto senza risentimento. Amava Joyce e le sue opere nonostante tutto. La sua soddisfazione non era soltanto vendere o prestare libri, di Joyce o di altri, ma aiutare la creatività e intrecciare una rete di amicizie. Fra le numerose prove di altruismo, l’aiuto e l’ospitalità che insieme ad Adrienne diede alla fotografa Gisèle Freund, giovane rifugiata ebrea di Berlino espulsa dalla Francia. Ma anche a Gordon Craig e alla sua famiglia, rinchiusi dai tedeschi e salvati grazie all’intercessione di un cliente della Shakespeare and Company che fece da tramite con la Gestapo e assicurò che i Craig non fossero di origine ebrea.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Joyce, dopo varie incertezze, rifiuterà alla Shakespeare and Company persino la sua prima edizione del <i>Finnegans Wake</i>, che uscirà contemporaneamente in Inghilterra e negli Stati Uniti il 4 maggio 1939, mentre Hitler attuerà l’invasione della Cecoslovacchia e della Polonia. Ma per mettere la parola fine all’esperienza della Shakespeare and Company e a tutto ciò che era stato bisognerà aspettare il 7 dicembre 1941, quando i giapponesi bombarderanno Perl Harbour e l’America entrerà in guerra. Lì Sylvia Beach incomincerà davvero a temere non tanto per sé, in quanto americana, ma per la sua libreria. E non avrà tutti i torti. Ecco come il libro della Fitch riporta le battute finali:</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">«Alla fine di dicembre (1941) l’ufficiale tedesco che voleva la sua unica copia di <i>Finnegans Wake</i> ricomparve alla porta della Shakespeare and Company. Chiese dov’era il libro e Sylvia gli rispose che l’aveva nascosto. Questa volta la sua resistenza fu vana: “Verremo a confiscare il suo negozio” annunciò l’ufficiale, tremando di rabbia. Non appena se ne fu andato, Sylvia corse dalla portinaia, che le concesse gratuitamente un appartamento libero al quarto piano. Sylvia si rivolse a Saillet, che le chiese se non poteva attendere l’anno nuovo per spostare le sue giacenze. Non poteva. Temeva la confisca di Shakespeare and Company più della prigione. A tempo di record (Sylvia racconta di averci messo due ore), usando scatole e cesti per la biancheria, lei, Adrienne, Saillet e la portinaia spostarono oltre cinquemila libri, migliaia di lettere, quadri, tavoli, sedie, insegne e perfino lampade, i fili per la luce e gli interruttori, portandoli al sicuro al quarto piano. Chiamò un falegname per smontare gli scaffali e un imbianchino per cancellare la scritta sulla facciata del negozio. Dopo anni di sogni, mesi di progetti e ventidue anni di ciò che lei chiamò “pilotare una piccola libreria attraverso due guerre”, Shakespeare and Company scomparve in un baleno».</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Ciò che ripetuti assalti di difficoltà economiche non erano riusciti a ottenere, riuscì invece ai nazisti. Alcuni mesi più tardi, i tedeschi arrestarono Sylvia Beach e la internarono prima nello zoo del Bois de Boulogne, quindi a Vittel. Ma i tesori della Shakespeare and Company restarono nascosti sino al momento della liberazione. La libreria non venne mai più riaperta, neppure a distanza di anni.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Di Sylvia Beach, per chi volesse farsene un’idea anche fisica, restano delle interessanti interviste registrate, in inglese o in francese, da lei rilasciate durante l’ultimo periodo della sua esistenza, quello degli onori. Con l’avvio delle ricorrenze annuali del Bloomsday (termine da lei coniato) e il diffondersi di un vero e proprio culto per Joyce, il suo nome tornò alla ribalta. <span style="color: #0000ff;"><u><a href="http://www.ina.fr/video/I10361985/james-joyce-a-montparnasse-video.html">Qui</a></u></span>, ad esempio, è un’intervista resa disponibile dagli archivi dell’INA, l’ente nazionale francese incaricato della conservazione delle documentazioni audiovisive. Sylvia parla ovviamente in francese, la sua lingua di adozione.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: medium;">Alla sua morte, nonostante le obiezioni dei suoi amici francesi e i suoi quarantasei anni trascorsi a Parigi, le sue ceneri vennero sepolte a Princeton, nel New Jersey.</span></span></span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">
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		<title>Mondi offesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 26 Apr 2014 06:30:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[crisi del libro]]></category>
		<category><![CDATA[libreria]]></category>
		<category><![CDATA[LIBRERIA DEL MONDO OFFESO Milano]]></category>
		<category><![CDATA[librerie indipendenti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi All’inizio di via Rovello, a Milano, c’era un’antica libreria antiquaria gestita da un bibliofilo per eccellenza, Mario Scognamiglio, presidente dell’Associazione Internazionale di Bibliofilia Aldus Club. La libreria ha chiuso i battenti il 29 dicembre 2012, i locali a tutt’oggi sono ancora vuoti. Poco più in là, nello stesso periodo, ha chiuso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/mondo_offeso.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47981" alt="mondo_offeso" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/mondo_offeso.jpg" width="454" height="324" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/mondo_offeso.jpg 454w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/mondo_offeso-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/mondo_offeso-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 454px) 100vw, 454px" /></a>di <b>Romano A. Fiocchi</b></p>
<p>All’inizio di via Rovello, a Milano, c’era un’antica libreria antiquaria gestita da un bibliofilo per eccellenza, Mario Scognamiglio, presidente dell’Associazione Internazionale di Bibliofilia Aldus Club. La libreria ha chiuso i battenti il 29 dicembre 2012, i locali a tutt’oggi sono ancora vuoti. Poco più in là, nello stesso periodo, ha chiuso la Libreria di Brera (su <a href="https://www.google.it/maps/place/Via+Mercato/@45.470995,9.184289,3a,75y,321.61h,88.19t/data=!3m4!1e1!3m2!1sUhtiZ6CKnZ6sJHNOILPF8A!2e0!4m2!3m1!1s0x4786c14ce992e593:0xa87bd4cb0dfef520">Google Maps</a> si può ancora vedere l’insegna). Al suo posto c’è un negozio di camicie. Se prosegui per corso Garibaldi, nell’interno suggestivo di un cortile trovi la vecchia sede della Libreria del Mondo Offeso. Ora è occupata dallo showroom di una piccola azienda artigianale di abbigliamento. La libreria ha traslocato più in periferia, verso l’Arco della Pace, dove insieme ai libri offre un servizio di caffetteria e tavola calda. Andando oltre, sull’angolo con via della Moscova, sino a poco più di un anno fa c’erano le vetrine della Libreria dell’Utopia, ora trasferita in zona Lambrate. Non reggono nemmeno i remainder: quello storico delle Librerie Riunite, nella centralissima via Dante, ha cessato l’attività nel febbraio scorso. Affitti e spese fisse li stanno decimando. Non solo a Milano, la sensazione è che il fenomeno sia generalizzato. A Pavia, la mia città, la Libreria il Delfino ha lasciato la prestigiosa piazza della Vittoria per una piazza più caratteristica ma più nascosta. I nuovi locali sono ora abbinati a un esercizio di bar e ristorazione. Il tutto con affitto inferiore, si intende.</p>
<p>La domanda è: cosa sta succedendo? Questa non è la crisi, è qualcosa di epocale, è la fine di un mondo e l’inizio di un altro. Colpa dell’e-book, dice qualcuno. Ma il libro digitale non c’entra, è soltanto un supporto diverso, e poi è appena partito, non ha ancora i numeri per poter influenzare il mercato. Colpa dell’abolizione delle licenze avvenuta nel 2006, dice chi ha l’occhio del commerciante, così finisce per comandare il dio denaro: le multinazionali arrivano e si comprano gli spazi che vogliono. Le librerie, con il loro modesto giro d’affari, non possono competere. Il fatto è che la libreria non è un negozio qualsiasi. È uno spazio per le idee, è l’habitat della cultura e degli strumenti che la diffondono. Certo, si possono vendere libretti più o meno erotici e best seller di grido sia in un negozio di intimo che tra i banchi di frutta del supermercato. Ma la libreria, quella dove c’è un libraio con cui parlare, dove anche i piccoli editori hanno il loro spazio, dove il successo di un libro non si misura dal numero di copie vendute, ebbene, la libreria è qualcos’altro. E questo qualcos’altro sta evolvendo. Verso quale forma, è ancora da capire. Ma prima di qualsiasi ipotesi bisogna rispondere a una domanda ineludibile: cos’è la libreria.</p>
<p>Sono allora entrato in una delle “sopravvissute” citate più sopra: la Libreria del Mondo Offeso. Tra un’autorizzazione e l’altra è passato un anno, ma da alcuni mesi ha finalmente la nuova insegna. Tre vetrine, angolo caffetteria (in realtà quasi metà locale), un pianoforte, sedie, sgabelli, tavolini, tavoli espositivi, poster in bianco e nero sulla sezione alta delle pareti: Chaplin, Sordi, scene di vita ritratte dagli Alinari, e così via. Il resto, scaffalature e libri, compresi quelli per bambini. Prima, quando si trovava in corso Garibaldi, era libreria e basta, solo una macchinetta per il caffè accanto alla cassa. I muri con i mattoni a vista creavano un’atmosfera bohémien in perfetta sintonia con il nome, il Mondo Offeso, preso in prestito da Vittorini. Da qui ecco lo spunto per il primo tentativo di definizione: la libreria è un centro di materializzazione di fantasmi letterari. I personaggi che popolano la Libreria del Mondo Offeso sono appunto quelli di <i>Conversazione in Sicilia</i>. C’è l’arrotino, con la sua grande bocca da magro, la faccia nera e gli occhi scintillanti sotto il vecchio copricapo da spaventapasseri. C’è la faccia paffuta dell’uomo Ezechiele, gli occhi piccini che guardano intorno con tristezza. C’è l’immenso uomo Porfirio, occhi azzurri, barba castana e mani rosse. E poi Colombo, il nano delle miniere di vino. E poi gli uomini che cantano seduti su una panca. E i due giovani senza vino che piangono seduti per terra, nonostante il vino, in questa libreria, sia ampiamente disponibile.</p>
<p>Ma c’è dell’altro. Sulla vetrina è applicata la sagoma presa dalla vecchia insegna di corso Garibaldi: un gentiluomo di spalle con cappello e ombrello. Se in origine anche lui era soltanto il personaggio di un libro, Tristano, ora incarna il ricordo di uno scrittore che la Libreria del Mondo Offeso ebbe ospite nella sua vecchia sede e che è ormai scomparso da un paio d’anni. O meglio, non è scomparso. Antonio Tabucchi è qui anche lui, seduto ad un tavolino dell’angolo caffetteria come se fosse alla Brasileira di Lisbona. Sorseggia un caffè, sfoglia qualche libro, magari scambia un’occhiata di intesa con l’uomo Ezechiele e con l’uomo Porfirio. Eh, a guardare ce ne sono di fantasmi usciti dai libri, maggiori e minori… Tra i tavoli, ansioso di sedersi per mangiare un boccone, si aggira persino l’ispettore Ferraro, scappato fuori da un librettino basso basso, quasi sentisse il disagio di trovarsi <i>nelle mani di Dio</i> e volesse prendere una boccata d’aria. Arrampicato su una scaffalatura trovi invece Cosimo Piovasco di Rondò. È chiaro, lui non posa un piede per terra. Ma c’è anche il fantasma di un’armatura vuota che cammina davanti al bancone dei caffè, nonché un tale Marcovaldo che cerca di barattare la sua salciccia con un piatto caldo. Insomma, la fauna narrativa di Calvino al completo. Non per nulla sugli scaffali sfila la sua opera omnia, così come quella di Pasolini, di Bilenchi, di D’Annunzio, di Sciascia, di Scerbanenco, di Gadda, della Romano, di Soldati, di Pirandello e di altri mostri sacri del Novecento italiano di cui la libreria è fornita.</p>
<p>Con un accostamento che lascia un po’ perplessi, la Libreria del Mondo Offeso è specializzata in zuppe, risotti, taglieri di salumi e di formaggi, dolci artigianali, presentazioni di libri, incontri con autori, piccoli concerti. Andrea Tarabbia, Giorgio Falco, Andrea Bajani, Piersandro Pallavicini, Giorgio Manacorda, questi soltanto alcuni tra gli scrittori che sono di casa o quasi. Ecco allora lo spunto (a dire il vero suggerito da Tabucchi) per un secondo tentativo di definizione: la libreria è luogo dove si manifesta una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero al potere, qualsiasi esso sia. Come a dire, una libreria che fa la libreria mette insieme un mucchio di idee così eterogenee da fare scintille. Per di più non le lascia latenti, ci soffia sopra in modo che le scintille diventino un fuoco sempre acceso: il fuoco della cultura.</p>
<p>Sono tempi grami, per la cultura, appiattita sempre di più dai mezzi di comunicazione di massa che sfruttano il loro potenziale non certo per diffonderla ma per inseguire il gradimento dei fruitori. Del resto è più semplice ed economicamente produttivo adeguarsi al ribasso piuttosto che educare verso l’alto. In questo scenario, dove l’immagine fa da padrona, tutto ciò che è parola e ragionamento è considerato noia, pesantezza, inutilità. Remare contro il dilagare – non diciamo dell’ignoranza, ma della non cultura – è una delle funzioni della libreria. La libreria oggi è quindi anche questo: una scommessa. Molto difficile, visti i tempi. Anche se va detto che per le librerie, come del resto per l’editoria, i tempi sono <i>sempre</i> difficili.</p>
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		<title>Internet Slowbookfarm: nasce la prima libreria online di qualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Feb 2010 14:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La società editrice <strong>Pier Vittorio e Associati Srl </strong>vara <a href="http://www.isbf.it"><strong>Isbf</strong></a> , l’e-store che si rivolge a quei lettori ormai stanchi di un&#8217;offerta indifferenziata e fuori misura, facendo piazza pulita dei libri pubblicati solo per inseguire mode e fatturati, senza rispetto né per il gusto né per l&#8217;ambiente.</p>
<p><strong>No best seller No istant book No print on demand</strong><br />
<span id="more-30585"></span><br />
Un primo criterio di selezione è assicurato dal gemellaggio con le classifiche della qualità stilate ogni due mesi da <a href="www.pordenonelegge.it"><strong>Pordenonelegge</strong> </a>e <a href="www.premioletterariodedalus.it"><strong>Premio Dedalus</strong></a> , affidate a un gruppo di centoquaranta Grandi Lettori scelti fra scrittori, critici, giornalisti, editor, direttori editoriali e addetti ai lavori. La homepage del sito riporterà di volta in volta i libri delle Classifiche di qualità, in contemporanea con la pubblicazione su<a href=" http://dedalus.pordenonelegge.it/"> http://dedalus.pordenonelegge.it/</a>, tutti acquistabili con uno sconto del 10%. Il lancio del 17 Febbraio coincide con la messa online delle Classifiche di Febbraio.<br />
Ma la vera anima del sito è la sezione<strong> Farm market </strong>in cui viene presentata una vetrina con le pubblicazioni più interessanti della piccola e media editoria di qualità. La «rivoluzione silenziosa» di <strong>Isbf</strong>, rispetto agli e-store di tipo mainstream, consiste nella selezione di una rosa di editori di ricerca – rigorosamente a numero chiuso – con cui stabilire un rapporto commerciale mutuato sul modello dei farm market di prodotti biologici e delle economie di rete, che salta le dispersioni e le distorsioni della GDO (Grande Distribuzione Organizzata). <strong>All’interno del Farm market saranno ammessi solo quegli editori medi e piccoli che non accettano di pubblicare libri di narrativa a pagamento.</strong> Anche per i libri di questa sezione è previsto lo sconto del 10% che, insieme al meccanismo di Spedizione gratuita, contribuisce a rendere <strong>Isbf</strong> competitivo anche sul piano strettamente commerciale. Il rapporto paritario con i piccoli e medi editori farà di <strong>Isbf</strong> molto di più che un semplice e-store: sarà un vero e proprio polo di informazione sulle novità librarie italiane di qualità, attraverso file pdf con assaggi del libro, interviste esclusive agli autori, notizie e resoconti di presentazioni presso librerie ecc. <strong>Isbf</strong> coniugherà dinamicamente il negozio e il caffè letterario, il blog e la rivista, il club letterario e la libreria di fiducia.</p>
<p><strong>Internet Slowbookfarm</strong>: una bussola nel mare magnum delle novità librarie italiane, un altro mondo possibile per la piccola e media editoria di qualità.</p>
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