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	<title>lipari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Calafiore &#8211; Arturo Belluardo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Apr 2019 06:00:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><strong>Incipit del secondo romanzo di Arturo Belluardo</strong></p>
<p><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-78737 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/Belluardo_Calafiore_low-191x300.jpg" alt="" width="265" height="402" /></strong></p>
<p class="primariga"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Quando ho aperto gli occhi, gli occhi non mi si sono aperti. Eppure sono certo di aver sollevato le palpebre, ma davanti a me solo un muro nero. Ho difficoltà a respirare, come se un foglio mi si fosse appiccicato alle labbra e alle narici. Provo ad alzare una mano per passarmela sul viso, ma le mani non ne vogliono sapere di muoversi, quasi fossero tenute ferme dietro la schiena da una morsa di ferro. Anche i piedi sono bloccati e il culo, il mio enorme culo roseo, non riesce a spostarsi da questa sedia. Ne sento il metallo attraverso la ridicola djellaba che Mauro mi ha costretto a indossare.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro, quel finocchietto bastardo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mauro: ma è stato lui a portarmi qui?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Mi sento stringere la pancia in rotoli, come quando provo a farmi entrare a forza i pantaloni della stagione precedente.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Non posso muovermi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">E sono sveglio, sono sveglio, non è un incubo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Grido, ma riesco solo a proiettare un rantolo impastato, zucchero filato dalla paura, terrore distillato in purezza.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .2pt">Tremo, scuoto i miei muscoli, il mio grasso, cercando di liberarmi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi sento di nuovo feto nel ventre, minacciato dalla madre che contrae la placenta per schiacciarmi, per espellermi da sé, per condannarmi alla luce.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Voglio piangere, per oppormi di nuovo alla nascita.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Invece rantolo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Poi, d’improvviso. Poi, daccapo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: -.05pt">La bocca e gli occhi mi si spalancano, accecati da un neon verdastro. E uno schiaffo, che mi fa colare saliva e sudore.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Dove sono? Dove sei? Mamma?</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Adesso statti muto, se non ne vuoi un altro”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La voce è femminile, giovane, quasi affettuosa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Non distinguo le figure, la luce è violenta, non mi accoglie.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Apri la boccuccia, da bravo”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Un batuffolo di ovatta mi danza davanti, giro la faccia di scatto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E su, non fare i capricci”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza cerca di artigliarmi le guance, ma il sudore le impedisce la presa.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Ma come?”, con il tono stucchevole di chi si rivolge a un neonato. “Ti sei mangiato tutti quei tramezzini e fai tante storie per un po’ di cotone? E no, no, no, non si fa così”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi chiude il naso con le dita e mi costringe ad aprire la bocca.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il cotone idrofilo mi arriva quasi in gola e le labbra mi vengono incollate con il nastro adesivo marrone da imballaggi. Come quando chiudevo gli scatoloni di pratiche estinte da mandare all’archivio remoto di Anticoli Corrado. Dieci anni, poi il macero.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Respiro rumorosamente dal naso, mi cola muco grigioverde, mi sembra che il cervello mi stia uscendo dalle frogie, gocciolando dai peli sporchi di caccole.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Lo sguardo mi si va schiarendo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT" style="letter-spacing: .1pt">Sono in un deposito per mobili, enorme, la saracinesca chiusa, un telo impermeabile sotto la sedia a cui sono legato. Cavi elettrici dall’anima di rame mi insaccano davanti e dietro, dall’alto in basso, torno torno la mia pancia, mi chiudono in un viluppo agganciato a un anello di ferro del pavimento.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Vicino alla parete, un ragazzo sta affilando un grosso coltello con una pietra rotonda e grigia, sembra pomice di Lipari. Le labbra increspate rivelano una fessura tra gli incisivi, zigomi e mento dolci, alla Kurt Cobain.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza mi guarda con un sorriso di scherno, la testa inclinata di lato, i ciuffi di capelli, azzurro improbabile, raccolti a ballonzolare, le orecchie curiose, quasi triangolari, da elfo. Sembra la fotocopia in piccolo di Cersei Lannister, una dea crudele nel corpo erotico di una nana. Mi sta riprendendo con un iPhone a pochi centimetri dal mio naso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Non accendi il fuoco?”, le vocali dilatate e strascicate del ragazzo me ne fanno riconoscere l’origine. È siciliano come me. E questo mi aumenta la confusione, la paura.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“È presto ancora, vero tesoro?”, mi fa la ragazza puntandomi sulla pancia un piede rivestito da un calzino di spugna girocalcagno. Mi ha usato la gentilezza di togliersi l’anfibio bordeaux Dr. Martens. Ciononostante.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Mi piscio addosso.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Le dita di Cersei stringono l’inquadratura sulla pozza gialla che si forma ai miei piedi, sulle gocce che si intersecano ai peli e alle varici dei polpacci.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Che cattivone. Alla tua età ancora non trattieni la pipì? Hai bisogno dei pannolini? Un omone così grande, immenso. Hai paura?”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza piega la testa, scende con il suo sorriso alla mia bocca, i ciuffi di capelli che mi asciugano il sudore sulle sopracciglia. Faccio di sì con la testa, dilatando gli occhi.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">La ragazza scoppia a ridere, poi il sorriso si contrae in un ghigno, a lasciare scoperti canini di perla.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“E fai bene”.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Il neon si riflette sulla lama che mi scorre sulla pancia aprendosi un varco sulla tunica di cotone grezzo, sui peli, sulla pelle. E l’iPhone a due centimetri dallo squarcio che riprende tutto.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">Alla prima riga di sangue, cerco di gridare, svengo.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">E nel buio che mi risucchia all’indietro, dall’artiglio che mi trascina per la nuca, sento ripetere, soffice, il mio nome.</span></p>
<p class="paragrafo"><span lang="IT">“Calafiore. Calafiore…”.</span></p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Arturo Belluardo</strong> è nato a Siracusa. Vive e lavora a Roma. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Nottetempo e dal Goethe-Institut e sulle riviste Lo Straniero, Mag O, Succede oggi e Nazione Indiana. Con la sua opera prima, Minchia di mare (Elliot, 2017) è stato finalista al POP 2017, al Premio John Fante e al Premio San Salvo.</p>
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