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	<title>Lisa Ginzburg &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Sguardi incrociati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Feb 2020 06:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[distanza e stile]]></category>
		<category><![CDATA[Doris Lessing]]></category>
		<category><![CDATA[guardare da lontano]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; &#160; di Lisa Ginzburg &#160; Nel 1956, dopo sette lunghi anni trascorsi lontana, a Londra, Doris Lessing torna in Africa. Torna in Rhodesia (attuale Zimbabwe) lì dove dopo un primo trasferimento dalla nativa Persia (attuale Iran) ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Non sta tornando per desiderio, ma perché costretta; non osserva il paesaggio [&#8230;]]]></description>
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<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-82835" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/deserto-karoo.jpg" alt="" width="566" height="383" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di</p>
<p><strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel 1956, dopo sette lunghi anni trascorsi lontana, a Londra, Doris Lessing torna in Africa. Torna in Rhodesia (attuale Zimbabwe) lì dove dopo un primo trasferimento dalla nativa Persia (attuale Iran) ha trascorso infanzia e prima giovinezza. Non sta tornando per desiderio, ma perché costretta; non osserva il paesaggio in una condizione di felicità, con occhio infine ricompensato, bensì abitata da una strana euforia impastata di delusione. Preda di simili sentimenti misti attraversa i paesaggi del deserto del Karroo, a lei ben noti. <em>Going home</em>: quel breve ritorno lo ha voluto la vita, non lei; lei lo subisce. Lei che infelice e convinta di ritornare per sempre (non sarà così) si prepara a riabitare quegli stessi luoghi che faranno da sfondo a tante pagine della sua autobiografia.</p>
<p>Come si scrive se si torna, o invece si parte, o invece se si viaggia, si è in transito? Quali traiettorie controverse e ambivalenti legano l’ispirazione letteraria a sentimenti di appartenenza o non appartenenza a un luogo?</p>
<p>Stato d’animo dominante può essere la stizza, una rabbia incollerita nei confronti di “casa propria” e più forte di qualsiasi incantamento. Litigare con le proprie radici: quanto di più facile. Al contrario, si può guardare e scrivere entusiasti, pervasi da una meraviglia di “neofiti” stranieri. Quando i luoghi non sono le nostre radici, eppure belli tanto da farci preda di un innamoramento per il lontano – ora vicino – che acuisce le percezioni rendendole dicibili (dove il contesto straniero fa da stimolo per impressioni che già il solo scrivere fa sentire “a casa”).</p>
<p>Le traiettorie si intersecano: rotte di sguardi di viaggiatori, di ritornanti, di autoesiliati, di stranieri per necessità o invece per libero volere e desiderio proprio. Diverse anche le prospettive generate: c’è la visione di chi ritorna, quella di chi va via, e c’è lo sguardo di chi arriva in visita – occhi questi ultimi ammaliati dal luogo estraneo, una terra cui non si appartiene realmente e che invece per misteriose ragioni viene scelta come la più importante, la più intima, un posto nuovo ma che inspiegabilmente è nostro – parrebbe –  da sempre.</p>
<p>La “patria dell’anima” che per Gogol è stata l’Italia, tanto per intenderci. Gogol che a Roma si entusiasma, lavora come un pazzo a <em>Le anime mort</em>e; Gogol che tra i paesaggi italiani trova un se stesso del quale non aveva la più lontana idea. Gogol che in Italia si sente a casa come mai gli era accaduto in Russia. Non così diverso lo sguardo, questo anche straniero ed entusiasta, di Pavel Muratov, delle cui <em>Immagini dell’Italia</em> Adelphi pubblica il primo volume (a cura di Rita Giuliani, traduzioni di Alessandro Romano e Valentina Parisi, pp. 465). Cronaca di viaggio culturale, saggio di storia dell’arte, ode alla forza ispiratrice dello straniamento, esempio illumi<img decoding="async" class=" wp-image-82806 alignright" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1-300x282.jpg" alt="" width="347" height="327" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1-300x282.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1-250x235.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1-200x188.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1-160x151.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/venezia1.jpg 510w" sizes="(max-width: 347px) 100vw, 347px" />nante di quella particolare lucidità che è di una visuale di straniero il cui prisma ottico venga trasfigurato dall&#8217;arte.</p>
<p>Perché se uno scrittore osserva i luoghi considerandone non solo la bellezza, anche lo stimolo creativo che quegli stessi luoghi esercitano sul suo scrivere, l’occhio dello storico dell’arte partorisce invece un’altra forma di racconto. Le descrizioni di paesaggi e città italiani in Muratov prendono forma a partire dalle loro rappresentazioni in figura: dai quadri. Dove raffigurabilità è sinonimo di dicibilità: per essere stati magnificamente dipinti, ora quei paesaggi possono venire restituiti sulla pagina scritta con una prosa di meravigliose eleganza e bellezza. La grande passione per la laguna di Venezia arriva a Pavel Muratov da Giovanni Bellini, dal <em>San Giorgio</em> di Carpaccio, da Tintoretto, ed è utilizzando come bussola l’arte di questi pittori che lo studioso russo viaggia, esplora, rendiconta, infiamma il lettore di tutto quanto dell’Italia ha infiammato lui come visitatore. Tintoretto è “ultimo grande artista del Rinascimento italiano”, colui il cui sguardo appare a Muratov come il più limpido, simbolico di quanto lui come viaggiatore va scoprendo e amando. Il procedimento narrativo funziona per raffigurazioni successive, e ogni stile e maniera di dipingere si espande sino a includere (e narrare) il tempo storico in cui quelle tecniche sono maturate. La Venezia del Settecento dipinta da Pietro Longhi, in un’epoca in cui “la maschera è autorizzata e protetta dalla Repubblica” – ed ecco la Commedia dell’arte, ecco Tiepolo, Francesco Guardi, prima ancora la Toscana di Giotto che sarà poi l’altra, successiva, quella dipinta da Donatello e Masaccio. Oppure Padova, “dove si sta bene solo di sera dopo aver passato la giornata in compagnia di Giotto e Mantegna”.</p>
<p>Anni di studi e limpido osservare assumono così forma di memorie, e le immagini evocate si trasformano da tele in pietre miliari di ricordo: dietro la mirabile cronaca di quadri, di città, di paesaggi, sempre appostato c’è il Muratov autentico “spatriato”, che tutto annota e nel mentre scruta ogni particolare indaga se stesso. Perché ciascuna opera d’arte parla allo scrittore di qualcosa che va ben oltre quel che rappresenta; la raffigurazione si fa passaggio chiave di una profonda esperienza di spettatore/narratore. In un’osmosi tra sguardo e oggetto, fusionale come può essere per un artista di fronte a un materiale sublime, ecco il Rinascimento narrato da un rinascimentale, e l’Italia descritta da un aspirante italiano.</p>
<p><img decoding="async" class="alignleft wp-image-82838" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/02/73d9fcb64ace38ea75ce37539c136274_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpg" alt="" width="203" height="317" />Al centro c’è la realtà, ben più dei suoi pittori, per quanto lo sguardo di Pavel Muratov sa moltiplicarsi fondendosi con gli occhi di grandi artisti del passato. Diffrazione indotta, senza che il risultato in termini di resa sia meno potente; l’entusiasmo del coltissimo ricercatore è contagioso, tanto quanto inaspettato ed enorme fu il successo di <em>Immagini dell’Italia</em>. Libro “culto” negli ambienti degli emigrati russi (nella postfazione Rita Giuliani dice della grande ammirazione che per Muratov nutriva Joseph Brodskij). Una lezione di sguardo, e di sguardi incrociati. La visione di uno studioso d’arte si interseca con quella dei pittori, il guardare di chi scopre e s&#8217;innamora di un paese nuovo quasi si sovrappone a quello di chi ritorna là dove si è svolto il passato. Punto medio di ciascuna traiettoria, la nostalgia. Un moto illogico quanto del tutto poetico: dove il rammarico di poter solo ipotizzare un tempo raffigurato dall’arte converge con la nostalgia di un passato amato e odiato – quando si torna “a casa”, anche se per poco, e mai si sarebbe voluti tornare.</p>
<p>La nostalgia: che orienta gli sguardi e ne legittima l&#8217;intersezione, creando un effetto strabico, come strabico è l’osservare sia di chi veda il mondo attraverso le lenti delle sue raffigurazioni, preda della passione per nuove radici auto-attribuite, sia di chi, impaziente di volgersi al futuro, torni a visitare paesaggi che pensava salutati per sempre. Prospettive distorte come distorce i ricordi il sentimento, eppure vigili: punti di vista attenti a cogliere dettagli, gli occhi lucidi per quella febbre del racconto di cui certi sguardi incrociati sanno far ammalare.</p>
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		<title>Mots-clés__Alba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Nov 2019 06:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[alba]]></category>
		<category><![CDATA[Caspar David Friedrich]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[mots-clés]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Raquel Tavares]]></category>
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					<description><![CDATA[Alba di Lisa Ginzburg Raquel Tavares, Madrugadas serenas -&#62; play ___ &#160; ___ Wallace Stevens, Mattino domenicale, xiv, (Einaudi 1954 e 1988, a cura di Renato Poggioli) Prima un raggio, poi un altro raggio, e infine Mille raggi s’effondono nel cielo. È stella e globo; ed è tesoro Della loro atmosfera la giornata. Il mare appende [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Alba</strong><br />
di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p style="text-align: right;">Raquel Tavares, <em>Madrugadas serenas </em>-&gt; <a href="https://youtu.be/STpwcwdfSG8">play</a></p>
<p>___</p>
<figure id="attachment_80610" aria-describedby="caption-attachment-80610" style="width: 950px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-80610" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950.jpg" alt="" width="950" height="681" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950.jpg 950w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950-300x215.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950-768x551.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Caspar-David-Friedrich-Frau-vor-untergehender-Sonne_950-160x115.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 950px) 100vw, 950px" /><figcaption id="caption-attachment-80610" class="wp-caption-text">Caspar David Friedrich, “Donna all’alba”</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
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<p>Wallace Stevens, <em>Mattino domenicale</em>, xiv, (Einaudi 1954 e 1988, a cura di Renato Poggioli)</p>
<p>Prima un raggio, poi un altro raggio, e infine<br />
Mille raggi s’effondono nel cielo.</p>
<p>È stella e globo; ed è tesoro<br />
Della loro atmosfera la giornata.</p>
<p>Il mare appende a stracci le sue tinte.<br />
Banchi di molle bruma son le rive.</p>
<p>Si dice: un candeliere di Germania –<br />
Un cero basta a illuminare il mondo.</p>
<p>Chiaro lo rende. Anche a mezzogiorno<br />
Luccica in essenziale oscurità.</p>
<p>Rischiara a notte il frutto, il vino, il pane,<br />
Il volume e le cose come sono,</p>
<p>Dentro a quella penombra ove seduti<br />
Si sta suonando la chitarra azzurra.</p>
<p>__</p>
<p>First one beam, then another, then<br />
Thousand are radiant in the sky.</p>
<p>Each is both star and orb; and day<br />
Is the riches of their atmosphere.</p>
<p>The sea appends its battery hues.<br />
The shores are banks of muffling mist.</p>
<p>One says a German chandelier-<br />
A candle is enough to light the world.</p>
<p>It makes it clear. Even at noon<br />
It glistens in essential dark.</p>
<p>At night, in lights the fruit and wine,<br />
The book and bread, things as they are,</p>
<p>In a chiaroscuro where<br />
One sits and plays the blue guitar.</p>
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<p>[<em>Mots-clés </em>è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.<br />
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
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		<title>Abitare le lingue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[lisa ginzburg]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2019 05:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Brueghel il Vecchio]]></category>
		<category><![CDATA[goliarda sapienza]]></category>
		<category><![CDATA[Johann Wolfgang Goethe]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lisa Ginzburg &#8220;Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un&#8217;altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda. Si potrebbe coniare uno slogan divertente: ‘Studiate l&#8217;inglese, il francese, il tedesco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-79814" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg" alt="" width="647" height="488" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele.jpg 647w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-250x189.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/2babele-160x121.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 647px) 100vw, 647px" /></a></p>
<p style="text-align: center;">di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p>&#8220;Succede così anche per le lingue. Quando si è costretti a parlarne un&#8217;altra per molti mesi, come a me è accaduto, quando ritorni alla tua ti accorgi che la lontananza ti è servita per riscoprirla nella sua essenza più profonda. Si potrebbe coniare uno slogan divertente: ‘Studiate l&#8217;inglese, il francese, il tedesco per &#8230; imparare l&#8217;italiano’&#8221;. Goliarda Sapienza così scrive ne <em>L’arte della gioia</em>. Ben prima, Goethe aveva affermato qualcosa di simile parlando del suo amore per la lingua italiana: sposando stesso assioma secondo cui, un po’ come quando per conoscere qualcuno per davvero devi anche darti lo spazio e la distanza fisica e interiore per potere pensarlo da lontano, lo stesso accade con la propria lingua.   Distanziarsi in senso fisico e interiore aiuta a comprendere: affina i sensi, fa guardare e riflettere con maggiore attenzione. La lontananza è lente focale, il silenzio acuisce l’udito. Lontani, capiamo e apprezziamo tutto di più. Anche il nostro idioma.<br />
Da quando vivo all’estero in pianta stabile, cioè da una decina d’anni, i miei rapporti con l’italiano mia lingua madre si sono intensificati e sentimentalizzati. Quest’anno a Parigi ho tenuto un ciclo di brevi conferenze dal titolo “Sillabario italiano”, riflessioni su particolari lemmi ai miei occhi particolarmente rappresentativi della peculiarità linguistica del nostro idioma. Nel preparare ogni intervento mi scoprivo a entusiasmarmi, commuovermi persino, per etimologie e curiosi percorsi glottologici delle parole – io abitata da moti d’animo partecipi ai limiti del patriottico, sommovimenti interiori che mai nel mio passato esterofilo avrei potuto nemmeno solo immaginare possibili in me. Emigrare, allontanarmi insomma sì, ha aumentato l’amore. Ma cosa succede con le altre lingue? Perché con ognuna ho il senso di intrattenere un rapporto diverso. E come il tutto si riverbera sul rapporto con la <em>mia</em> lingua?<br />
Sui curricula scrivo di sapere cinque lingue e sono onesta quando lo affermo, non millanto. È vero, alla mia lingua madre se ne aggiungono altre quattro che parlo, alcune meglio altre peggio, tutte – è quel che conta – con l’orgoglio e la temerarietà un po’ incosciente dell’autodidatta. Non proclamo dunque un falso poliglottismo, né credo di vantarlo o sbandierarlo mai. Ne conosco tutta l’imperfezione: sono realista, tormentata da un senso di costante incompiutezza, perché avendo imparato da sola, l’apprendimento è lacunoso. Le sottigliezze della grammatica mi sfuggono, e scrivere mi è quasi impossibile. Il modo strampalato e raffazzonato con cui ho appreso a comunicare e parlare si traduce sulla pagina in maldestri tentativi, prove di un arbitrio compositivo troppo anarchico e del tutto fallimentare. La libertà audace di cui do prova nello scambio verbale, trasposta sulla pagina, è puro disastro.<br />
Anche nelle due lingue che parlo meglio, il francese e il portoghese, lo scarto tra parlare e scrivere è abissale. E questo mi azzoppa, mi imbarazza, mai mi dà quella sicurezza “secchiona” di chi una lingua straniera invece la possiede perfettamente, forte di corsi e frequentazioni regolari di scuole e corsi avanzati con relativi diplomi finali. E il rammarico crea in me un inestirpabile senso di inferiorità. Altro che i poliglotti “veri”. Ormai a scrivere in altre lingue dalla mia non provo nemmeno.<br />
Eppure del mio metodo di autodidatta vado fiera. Fatta eccezione per lo spagnolo, l’ultima lingua in termini cronologici che ho appreso, facilitata dal portoghese già acquisito e grazie a un biennio di rapporti di lavoro quotidiani con una équipe di ispano-parlanti, gli altri idiomi li ho imparati tutti nello stesso modo, usando lo stesso metodo. Leggendo romanzi e ascoltando musica.<br />
Leggendo: ho ricordi di me attonita e incuriositissima davanti a pagine di <em>Middlemarch</em> di George Eliot. È estate, sono in campagna, il caldo mi ottunde mentre osservo quei fogli fitti di una prosa composta di periodi molto lunghi, pochi punti e tante parole incomprensibili. Il più vivido è proprio il ricordo dell’impressione visiva: quei blocchi di frasi sconosciute ma la cui sequenza anche graficamente già di per sé mi affascina, mi ipnotizza. Termini ignoti che si avvicendano, seguo il filo delle parole, leggo e rileggo, mano a mano colgo il senso di un paragrafo, poi un altro, ma mi distraggo continuamente, troppi lemmi mi sfuggono. Annaspo. Eppure è proprio da quella ignoranza sovrana, dominante, che la voglia di capire si farà strada. Una voglia testarda, tenace: di decriptare, non aiutata da vocabolari e dizionari, ma per comparativo / deduttivo procedere della mia piccola testolina, lei da sola.<br />
In francese: “toutefois”, “car”, “souhaiter”, “apprivoiser”, “plenitude”, “l’arrosoir”. In inglese: “meanwhile”, “somewhere”, “feeeling”, “worst”, “despite”, “cosy”, “loneliness”. In portoghese: “agora”, “eu não sei”, “tomara que seja”, “leaozinho”, “madrugada”, “nunca mais”, “juba”. In spagnolo: “alma”, “espesura”, “amanecer”, “duerme”, “sin embargo”… Innamoramenti immediati, rapinosi, definitivi: tutti di natura puramente fonetica. Mi innamoro di parole, e la prima fascinazione, proprio come un primo amore, è viscerale, puro istinto, nessun criterio, non il minimo calcolo.<br />
Metodo del tutto empirico e rudimentale che da allora, da quell’estate in compagnia di <em>Middlemarch</em>, uso sempre: a forza di comparare parole, giustapporle, raffrontarle, provare a decifrarle, incomincio a dedurre le lingue, poi a leggerle via via un po’ meglio, infine a parlicchiarle. Prendo insomma ad abitarle. In ogni lingua prendo dimora, e una dimora diversa.<br />
“Abitare le lingue”: intitolai così un convegno che organizzai a Venezia nell’aprile del 2011, in veste di direttrice di cultura di un organismo internazionale oggi non più attivo, l’Unione latina. Si trattava di due giornate dedicate al tradurre poesia, ospiti poeti di diverse nazionalità. Per la brochure scegliemmo con i miei collaboratori una riproduzione del quadro “Storia della Torre di Babele” di Brueghel il Vecchio. Più che la torre, sghemba e massiccia in primo piano, mi colpiscono di quel quadro le figure umane sulla sinistra della tela: un gruppo di persone interdette davanti alla vastità di opzioni linguistiche, ma determinate a intenderle e a intendersi tra di loro. Si lavorava con i colleghi della Unione latina sull’intercomprensione, una forma molto funzionale di comunicazione nonostante ogni locutore si esprima nel suo idioma. Ritrovavo un filo con il mio amore adolescenziale per l’empiria dell’apprendistato linguistico, quell’intelligenza solo intuitiva che può condurre a un abitare personale e personalizzato, perché conquistato grazie a mezzi e strade proprie.<br />
Abitare le lingue. Il tema continua a interpellarmi, mi riguarda da vicino. Abito ognuno di questi idiomi parlati “a modo mio”, ma soprattutto sono loro ad abitare me. Ciascuno risvegliando un lato della mia personalità, ho l’impressione.<br />
Già. Ogni lingua mi vive dentro in una sua maniera, riecheggia toccando determinate corde e non altre. Parlo con me ad alta voce quando devo capire, sviscerare, e qualcosa fa resistenza allo scavo interiore, o quando sento l’urgenza di sdrammatizzare, di prendermi sanamente un po’ in giro. Allora, mentalmente o in più solenni soliloqui ad alta voce, mi servo di volta in volta di una lingua o un’altra a seconda dei frangenti dei miei stati d’animo.<br />
Per capirsi: l’inglese è la lingua di un sentire delicato, poetico. Il portoghese la lingua del cuore per come parla a se stesso nella forma più diretta, non mediata. Lo spagnolo, l’idioma del vigore appassionato ma lucido. Il francese, lingua del ragionamento minuzioso, razionale sino all’esasperazione. E l’italiano… l’italiano, quando “parlo con me”, è in senso letterale lingua madre: lo uso per rimproverarmi o per aiutare me stessa a vedere quel che non voglio vedere, proprio come faceva mia madre la cui voce mi manca ogni giorno.<br />
Anche se imperfetto, conquistato secondo traiettorie troppo personali per poter parlare di autentico poliglottismo, il plurilinguismo supporta e avalla la prismaticità del sé. Aiuta a essere contemporaneamente più nature, non una univoca soltanto. Argomenta la babelica coesistenza (civile) di sfaccettate parti di noi stessi, bisognose ognuna di esserci e di venire ascoltata. E conferma l’idea goethiana, poi di Goliarda Sapienza: che alla propria lingua si “torni” meglio dopo avere viaggiato tra altre.<br />
Quando scrivo, cioè quando il mio rapporto con la lingua è più frontale, e intenso, e per me importante, allora abito esclusivamente l’italiano. Non credo cambierà. Lì è casa mia, e sebbene mi diverta ancora moltissimo a viaggiare, vagabondare tra altre lingue e abitarle, è a casa mia che voglio tornare.</p>
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		<title>La linguamare. Divagazioni intorno a un libro di Nancy Huston</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Sep 2018 05:11:41 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p><em>Prologo</em></p>
<p>Una sera in albergo ho conosciuto due sorelle sulla sessantina; le ho sentite parlare tra loro in francese, inglese e portoghese. Incuriosita, quando è capitata l&#8217;occasione ho chiesto da dove venissero: la risposta si è diluita in due biografie parallele e intercontinentali che mi hanno confuso le idee piuttosto che chiarirmele. Ci ho riprovato il giorno seguente, chiedendo specificamente dove fossero nate: una in Austria, l&#8217;altra in Brasile. Al che ho finalmente posto la domanda che mi interessava: &#8220;Qual è la vostra lingua madre?&#8221;. La prima mi ha risposto immediatamente: &#8220;Non ho nessuna lingua madre&#8221;; la seconda si è persa nei suoi pensieri. Ho insistito ancora una volta, ormai con un tono simile a quello di Nanni Moretti nella famosa scena delle sigarette in <em>Ecce bombo</em>: &#8220;Ma qual è la lingua che parlate senza accento?&#8221;. Risposta &#8211; prevedibile, a questo punto: &#8220;Ho un accento in tutte le lingue&#8221;.</p>
<p><em>Nord perdu</em><em> </em></p>
<p>La questione dell’accento, del carattere d’estraneità che riveste le lingue parlate è affrontata da Nancy Huston in un piccolo libro autobiografico intitolato <em>Nord perdu </em>(Actes Sud, 1999; inedito in italiano). Huston, canadese anglofona trapiantata a Parigi, si interroga sulla sua conduzione di esule; il titolo rinvia esplicitamente all’espressione <em>perdre le nord</em>, cioè essere turbato, disorientato. In un testo strutturato in capitoli brevi, dall’andamento frammentario, l’autrice esplora il sentimento identitario, concentrandosi in modo particolare sul proprio rapporto con le sue due lingue, l’inglese e il francese, e mettendo a fuoco alcune delle insofferenze tanto familiari agli <em>expats </em>(pur seguendo un&#8217;altra traiettoria, non sono pochi i punti di contatto con il più recente <em>Buongiorno, mezzanotte. Torno a casa </em>di Lisa Ginzburg, già recensito <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/04/07/buongiorno-mezzanotte-sullultimo-libro-lisa-ginzburg/">qui</a>).<br />
A proposito dell’accento e dei suoi ritorni in Canada, Huston scrive:</p>
<blockquote><p>Torni <em>lì </em>e la gente non crede alle proprie orecchie. Sarebbe <em>questa </em>la tua lingua materna? Ti rendi conto in che condizioni è? Cioè, non è possibile! <em>Hai un accento! </em>Non fai altro che infilare parole francesi in inglese. È ridicolo! […] Parla normalmente! [trad. mie per le sue citaz.]</p></blockquote>
<p>Ma cosa vuol dire «parlare normalmente», si chiede l’autrice, quale sarebbe il <em>suo </em>inglese? Quello di Calgary, la città dove è cresciuta, quello del Bronx o di New Orleans, dove ha abitato? O magari quello semplificato che ha a lungo insegnato? Constatando l’accento britannico che, quasi senza volerlo, adotta durante le letture pubbliche dei suoi testi, Huston si sente disonesta. «Ma forse riesco a sopportarmi soltanto nelle vesti di “straniera”», conclude, prima di passare dall’analisi dell’inglese parlato a quella del francese in cui scrive.<br />
Dicevo che in questo testo Huston sceglie una prosa composta di frammenti; non stupisce poi tanto, dunque, scoprire che ha studiato e si è laureata con Roland Barthes. L’incipit di <em>Nord perdu </em>ricorda molto da vicino la prosa barthesiana, tanto da rassomigliare a quegli esempi raccolti in <em>Le Roland-Barthes sans peine</em>, il manuale di Burnier e Rambaud (di cui ho già parlato <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/05/26/parlare-roland-barthes-frammenti-un-pastiche/">qui</a>) che costituisce di fatto una brillante e spietata collezione di pastiche dell&#8217;autore dei <em>Fragments</em>. Ecco le prime righe di Huston, che stavolta lascio in francese per meglio sentirne le sonorità barthesiane:</p>
<blockquote><p>Se désorienter, c’est perdre l’est.<br />
Perdre le nord, c’est oublier ce que l’on avait l’intention de dire. Ne plus savoir où l’on est. Perdre la tête<em>. </em>Une chose qui ne se fait pas. Une chose qui ne s’évoque qu’au négatif, pour la nier, pour dire qu’on ne l’a pas faite. On dit : «Il ne perd pas le nord, celui-là».<br />
Jamais : «Ça y est. Il l’a perdu, le nord».<br />
Perdre le nord. <em>To be all abroad, </em>propose comme traduction mon excellent dictionnaire français-anglais. […]</p></blockquote>
<p>L’amore per le etimologie, l’impiego frequente di virgolette e corsivi, il ricorso alle traduzioni di un’espressione in altre lingue: stilemi tipici della prosa barthesiana. Huston lo ammette chiaramente, mentre per inciso lo ringrazia e al contempo lo maledice: in questo suo stile ricco di parentesi, due punti, punti e virgola e frasi un po’ troppo lunghe, «Barthes y est pour beaucoup» (ma lo stesso Barthes è affettuosamente descritto altrove come l’uomo «fin et désabusé» che le ha insegnato a leggere i testi, e a leggere il mondo come testo: «Barthes aveva una grazia e una generosità di pensiero che appartenevano soltanto a lui. Se mai ho avuto un maestro, questi è senz&#8217;altro lui, che pure aveva rinunciato a qualsiasi titolo». Si veda <em>Douze France, </em>nello stesso volume).<br />
Di frammento in frammento si arriva alla riflessione sul falso bilinguismo, che l’autrice distingue dal vero in quanto il primo non prevede l’acquisizione contemporanea delle due lingue sin da bambini: il falso bilingue, in cui Huston si identifica, ha un’unica lingua dell’infanzia. Così a lei, trapiantata in terra straniera, capita di ricordare alcune parole solo in una delle due lingue; ha un cassetto speciale nella mente che contiene tutti i numerosi termini francesi che finiscono in «-eau», dunque talvolta tira fuori a caso <em>tableau </em>(quadro) al posto di <em>rideau </em>o di <em>plateau </em>(tenda/sipario &#8211; vassoio). Le succede di non trovare alcune parole nel momento del bisogno (come <em>indigent, </em>o <em>empirique</em>), di avere un vuoto davanti a un termine francese pronunciato dai propri figli &#8211; loro, sì, realmente bilingui. Cosa vorrà dire <em>perron </em>(scalinata)? Ecco che, in una sfilza interlinguistica di associazioni foniche, le saltano in testa la congiunzione italiana <em>però, </em>il <em>perro </em>spagnolo, Evita Péron.</p>
<blockquote><p>Con il passare degli anni le cose non migliorano, anzi. E, dal momento che vivo con un transfuga da una lingua che non è l’inglese, ci capita di contemplare terrorizzati la prospettiva di una vecchiaia comune quasi autistica. In un primo momento la lingua francese ci abbandonerà poco a poco e le nostre frasi saranno costellate da buchi di memoria: «Mi prendi un attimo il…? Massì, il coso che sta appeso al… nel…».</p></blockquote>
<p>Scenetta divertente, soprattutto se si pensa che il marito transfuga in questione era Tzvetan Todorov, con il quale Huston è stata sposata fino al 2014.</p>
<blockquote><p>(Ci colpisce lo spazio specifico che la nostra memoria riserva ai <em>sostantivi</em>, la prima cosa che perdiamo nella lingua straniera – così come, nella lingua materna, chiunque si accorge che con l’età sfuggono i nomi propri. Il fatto è che la <em>designazione </em>e la <em>predicazione </em>sono due attività distinte, mi spiega giustamente mio marito, che qualche nozione di linguistica ce l’ha. I sostantivi somigliano ad ancore che ci tengono legati al suolo del reale; senza di loro andiamo alla deriva sulla superficie dell’acqua, sballottati dalle onde dei verbi e degli aggettivi). Alla fine del cammino, quando la nostra comune lingua adottiva sarà scomparsa, ce ne staremo seduti fianco a fianco su delle sedie a dondolo, a cianciare da mattina a sera, ognuno nella rispettiva lingua materna.</p></blockquote>
<p>L’immagine di queste incomprensibili chiacchiere fra anziani richiama alla mente il balbettio neonatale, quella fase del processo di acquisizione del linguaggio che termina con l’imporsi della lingua madre, come ricorda Adrian Bravi, via Daniel Heller-Roazen, nel suo bel libro <em>La gelosia delle lingue </em>(si veda <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/19/la-gelosia-delle-lingue-adrian-n-bravi/">qui</a>). Con questa ironica fantasia Huston sembra disegnare un cerchio: l’avanzare dell’età ricondurrebbe il falso bilingue alla lingua madre, poi al suo progressivo sgretolarsi, per far ritorno infine a una fase pre- (o post) linguistica.</p>
<p><em>Epilogo</em></p>
<p>Nel mio lessico familiare c’è una parola dialettale, “’nfrancesiare”, che finora non ho mai trovato altrove: si riferisce al parlare senza farsi capire, bofonchiando. Probabilmente è un uso ironico del termine &#8220;infrancesare&#8221;, cioè adottare termini o modi francesi. È una parola cui sono molto affezionata, forse perché è proprio dal francese, studiato, vissuto e insegnato come seconda lingua, che spesso muovono le mie riflessioni sulla lingua madre: il francese diventa lo strumento, l’alterità necessaria all’esplorazione dell&#8217;identità linguistica.<br />
Nel libro di cui ho parlato la lingua materna è vista dall’autrice come qualcosa di avvolgente, che cattura, che ha del maestoso. Lingua materna, <em>langue maternelle</em>: in francese i termini <em>madre </em>(mère) e <em>mare </em>(mer) sono omofoni; del resto, l’associazione del mare e della maternità attraversa i secoli, dalla mitologia greca fino a Jung. Così mi è venuto in mente: la <em>linguamare. </em>Per chi apprezza i <em>calembours</em>, dentro ce ne sono almeno altri due.</p>
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		<title>Buongiorno mezzanotte. Sull&#8217;ultimo libro di Lisa Ginzburg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Apr 2018 04:41:32 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_73201" aria-describedby="caption-attachment-73201" style="width: 618px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-73201" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/destaelfiesole.jpg" alt="" width="618" height="441" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/destaelfiesole.jpg 618w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/destaelfiesole-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/04/destaelfiesole-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 618px) 100vw, 618px" /><figcaption id="caption-attachment-73201" class="wp-caption-text">Nicolas De Staël &#8211; Fiesole, 1953</figcaption></figure>
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>È difficile descrivere una voce, circoscriverne il raggio e le modalità d’azione. Leggendo gli scritti di Lisa Ginzburg – che si tratti di romanzo, racconto o dei suoi numerosi articoli e recensioni – non si può far a meno di riconoscere, nell’andamento della narrazione, in un giro di frase o nel costrutto di un’immagine, un medesimo timbro.</p>
<p>Con l’ultimo <a href="http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?id=3347#"><em>Buongiorno mezzanotte, torno a casa </em></a>(Italosvevo, 2018), il cui titolo riprende nella prima parte un verso di Emily Dickinson, Ginzburg propone una esplorazione del vocabolario dell’esilio: <em>distanza, déplacement, transito, esitazione, non ritorno </em>sono alcuni dei lemmi a partire dai quali l’autrice indaga la nostalgia nervosa del dispatrio, un sentimento quasi speculare a quello racchiuso nel titolo del romanzo di Kundera <em>L’ignorance</em>, evocativo della sofferenza che sta nel non sapere cosa accade a ciò che si è lasciato. Qui il tormento nasce invece dall’incessante rovello sulla eventuale opportunità del ritorno: quello narrato è un esilio volontario, non mosso da ragioni concretamente drammatiche, ma tipico di molte vite plasmate sulla mobilità del XXI secolo, che mai esclude la possibilità del rientro in Italia &#8211; il paese più amato, continua ossessione di chi scrive.</p>
<p>In modo efficace Ginzburg associa l’idea del <em>déplacement </em>allo strabismo, spiegando come il disturbo ottico non sia una pulsione a guardare in direzioni opposte, bensì un’ostinata fissità che ostacola il cambio di prospettiva; così il termine francese viene a indicare «un dislocarsi fisico, senza che tuttavia al pensiero riesca di stare al passo con la transizione geografica». E, ancora, si legge: «Lontana dall’Italia, continuo a pensare all’Italia», lungi però dall’idea di concretizzare il ritorno.</p>
<p>Come si configura allora il rapporto con la terra ospitante, in questo caso la Francia? Il primo commento riguarda il polemico rapporto con la lingua: «Non mi sforzo di parlar bene al punto da mimetizzarmi e non lasciar trasparire il mio essere italiana. Mi esprimo al contrario con deliberata sciatteria, in segreto rallegrandomi con me stessa della mia imprecisione». In una città come Parigi, un atteggiamento di questo tipo rappresenta il supremo atto di resistenza a una forma di integrazione che la città pretende senza complimenti: restare significa inquadrarsi, anche linguisticamente, altrimenti la patina di straniero resterà il primo elemento identificante. Ginzburg &#8211; che è attratta dall’ossimoro perfetto, l’idea del transito duraturo, l’ebbrezza delle molteplici possibilità – si sottrae al gioco dell’incasellamento con la volontà di cogliere, invece, le occasioni creative che la libertà del vivere all’estero offre, nel momento in cui diventa possibile reinventarsi incessantemente e offrire così nuova linfa alla scrittura.</p>
<p>Nella prima metà di questo piccolo libro tutto sembra convergere verso l’idea che il ritorno resti incompiuto soltanto per la voglia di riservarsi tale possibilità per il futuro, suggerendo dunque che la nostalgia non sia altro che una raffinata forma di desiderio: finché non si torna, ci si può sempre gingillare con il pensiero del rientro; quale altrove immaginario resta invece a chi rimpatria?</p>
<p>Nella seconda parte, tuttavia, le carte si rimescolano. «A cosa servono le radici se non puoi prenderle con te?» diceva Gertrude Stein, citata da Susan Sontag, che commentava quanto un simile concetto fosse «very Jewish». Il nodo delle radici ebraiche è esplicitamente affrontato dall’autrice, che ad esse ascrive «l’ossessiva divagazione su distanza, nostalgia, autoascolto <em>versus </em>inventività quando lontana da “casa”»: ecco che il piano del discorso si sposta nettamente sulla creazione letteraria; compagni d’esilio dell’autrice diventano Ortese, Gogol, Joyce, Rhys. Quest’ultima scriveva: «non sarei mai appartenuta a nessun luogo, e lo sapevo, e sarebbe stato così per tutta la vita, cercare di appartenere, e non riuscirci». Attraverso il pensiero dei quattro autori, intervallato da suggestioni suscitate ora da una citazione, ora da una canzone, Ginzburg mette in luce il modo in cui la distanza «funziona come “fecondo tormento”», quando l’esilio – che è anche latitanza da sé stessi, e parziale vaccino al narcisismo – rovescia l’io al di fuori di sé, rendendolo più ricettivo ai sensori esterni, più attento e dunque più ispirato.</p>
<p>Al di là del legame tra creazione e nostalgia, l’altrove è diventato un’utopia condivisa, come l’autrice non manca di rilevare nelle ultime pagine, compiendo quel salto dal dato biografico alla descrizione di una condizione collettiva, lo slancio sempre necessario dal particolare all’universale. L’inquietudine geografica nasconde in realtà una difficoltà storica: è il proprio tempo che è difficile abitare e questo poco ha a che vedere con la città che scorre sullo sfondo. Abitare il proprio tempo: una sfida che Ginzburg sembra vincere entrando nella dimensione del racconto, seguendo il movimento della parola, trovando infine casa proprio all’interno della voce citata in apertura.</p>
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		<title>Overbooking: Lisa Ginzburg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Oct 2016 12:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[gaffi editore]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[Spietati i mansueti]]></category>
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					<description><![CDATA[Allegri (ma non troppo) tropici di Francesco Forlani nota su Spietati i mansueti (Gaffi Editore) Cinque racconti, scanditi dallo stesso numero di pagine ( con minime variazioni) come i cinque sensi. Un&#8217;edizione graficamente ineccepibile a cura di Maurizio Ceccato. Cinque promenades della ville lumiére essenzialmente dislocate sulla rive droite. Quando ho cominciato a leggere i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-65045" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/cover-Ginzburg-jpeg-207x300.jpg" alt="cover-ginzburg-jpeg" width="207" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/cover-Ginzburg-jpeg-207x300.jpg 207w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/cover-Ginzburg-jpeg-768x1112.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/cover-Ginzburg-jpeg-707x1024.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/cover-Ginzburg-jpeg.jpg 857w" sizes="auto, (max-width: 207px) 100vw, 207px" /></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Allegri (ma non troppo) tropici</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: justify;">nota su<em><a href="http://www.gaffi.it/cgi-bin/front_end/libri?id=3026&amp;autori=1"> Spietati i mansueti</a> (Gaffi Editore)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Cinque racconti, scanditi dallo stesso numero di pagine ( con minime variazioni) come i cinque sensi. Un&#8217;edizione graficamente ineccepibile a cura di Maurizio Ceccato. Cinque promenades della <em>ville lumiére</em> essenzialmente dislocate sulla rive droite. Quando ho cominciato a leggere i racconti di Lisa Ginzburg il passo che vi ho riconosciuto è stato quello di <em>Vite di uomini non illustri </em>di Giancarlo Pontiggia. Negli <em>Spietati </em>vige lo stesso dispositivo narrativo usato da Pontiggia, deliricizzazione della lingua, delle situazioni, l&#8217;unico in grado d&#8217;illustrare (rendere illustri) vite altrimenti normali, poco significative, minime. Come in Pontiggia  si parte sempre da una persona nella sua singolarità, per restituirla alla comunità ignara di tali esistenze grazie a un&#8217;applicazione alla lettera della tecnica biografica, generalmente destinata alle vite famose e certamente fonte d&#8217;ispirazione ai necrologi familiari.</p>
<p style="text-align: justify;">Da una parte lo slancio vitale, che nella sensibilità dell&#8217;autrice si traduce con la passione che disordina (o al contrario organizza) le vite dei suoi personaggi, e dall&#8217;altra la micidiale finitudine e ineluttabilità del destino contro cui le lancette del tempo si spezzano, prima o poi. Esemplare da questo punto di vista il primo racconto, intitolato <em>Buonanotte gattina </em>e in cui la protagonista, Galia, a fronte della sua debordante vitalità deve far fronte al sostentamento compilando i necrologi di &#8220;uomini e donne non illustri&#8221;. Una domanda però sembra seguire nodo dopo nodo, racconto dopo racconto, la trama della tessitura dei personaggi: esiste un tempo prima della fine di un amore?<em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lisa Ginzburg si serve degli oggetti, delle cose per ricomporre tessera dopo tessera il mosaico di ogni mondo dove perfino un orologio da polso, un semplice mazzo di fiori può diventare il metronomo impietoso dello &#8220;still life&#8221; piazzato nelle stanze ordinarie di ogni amore, legittimo o illegittimo che sia. Del resto la rue du Paradis dove quelle stanze sono, non è forse l&#8217;incrocio di due strade, la rue de la Fidelité e l’impasse du Désir che illustrano meglio di ogni altra carta questo strano paesaggio? E come non pensare alla magnifica <em>ouverture</em> dell&#8217;incompiuto romanzo di Bobi Bazlen, <em>Il Capitano di lungo corso</em>,  dominata dalle piante di Ortensia sulle finestre, le stesse che il protagonista ritroverà appassite due pagine dopo o addirittura trasformate nel finale quando quegli stessi fiori, diventati di plastica, rinunciano alla propria natura e caducità, per trovare nel kitsch la propria salvezza e immortalità?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8221; Mi sono comportato come quei pittori che, cercando di evocare un colore, inventano aspetti del paesaggio&#8221;</em> leggo sulla quarta di copertina dell&#8217;opera di Giancarlo Pontiggia, nell&#8217;edizione Oscar Mondadori del 91. Questo è forse il maggiore antidoto alla deriva lirica del kitsch, trappola infernale per chiunque si avventuri nel mondo delle passioni, e questa la maggiore qualità di quest&#8217;opera di Lisa Ginzburg che con uno stile di grande eleganza e sottile ironia, racconto dopo racconto riesce  a trasportare il lettore nell&#8217;arena delle passioni senza cedere all&#8217;illusione di sconfiggere il tempo nè a quella ancora più terribile della resa ad esso.</p>
<p style="text-align: justify;">*Segnalo la presentazione a Parma, domani <span class="red-small">27/10/2016 &#8211; </span><span class="red-small">Libreria Piccoli Labirinti</span><span class="red-small"> &#8211; Ore 19.00 Via Gramsci, 5, Galleria Santa Croce, </span>del libro  <strong>Spietati i mansueti</strong>, Gaffi. Saranno presenti l&#8217;autrice e l&#8217;editore. Conduce l&#8217;incontro Gian Carlo Zanacca. <em>Letture a cura di Giuseppe Boles e Paola Ferrari</em></p>
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		<title>D&#8217;amore e morte. Sull&#8217;ultimo romanzo di Lisa Ginzburg</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2016 05:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[per amore]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani In portoghese, desencontro è una parola dolceamara, scivolosa e però irresistibile, che contiene la dolcezza di qualcosa che è passato e l’impossibilità amara di restare nell’incontro. «La vita, amico, è l’arte dell’incontro», cantava Vinicius de Moraes in Samba delle benedizioni, sebbene anche lui sottolineasse che l’esistenza è costellata di mille disincontri. Nella [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>In portoghese, <em>desencontro</em> è una parola dolceamara, scivolosa e però irresistibile, che contiene la dolcezza di qualcosa che è passato e l’impossibilità amara di restare nell’incontro. «La vita, amico, è l’arte dell’incontro», cantava Vinicius de Moraes in <em>Samba delle benedizioni</em>, sebbene anche lui sottolineasse che l’esistenza è costellata di mille disincontri. Nella versione italiana il termine fu tradotto con «disaccordo», che è solo una delle accezioni possibili, forse la più piatta, quasi che all’epoca dell’album, frutto della collaborazione tra de Moraes, Ungaretti e Sergio Endrigo, fosse sembrata prerogativa linguistica tutta portoghese quella di racchiudere, in una sola parola, molti mondi possibili.<br />
Il disincontro contiene il bene e il male, «meu bem meu mal», canta ancora Gal Costa, e Lisa Ginzburg non manca di ricordarlo nel suo ultimo romanzo <em>Per amore</em> (Marsilio, 2016), un libro di amore e morte, come è stato detto, che è anche la cronaca di un <em>desencontro</em> – sentimentale, culturale, sociale, geografico. Vitulca, documentarista italiana, si innamora di Ramos, un ballerino brasiliano sulla via del successo, incarnazione del carisma, della gioia di vivere e della <em>jouissance</em>, e seguace del Candomblé, religione afrobrasiliana. I due si sposano a Parigi, dove lei vive, nella mairie del XVIII arrondissement: si scattano le foto di nozze in place Jules Joffrin, accanto alla giostra, e in quel momento, quasi vi fosse salita per un giro, Vitulca volteggia fra la propria felicità e gli sguardi scettici degli invitati al pensiero che la loro relazione non durerà.<br />
Col matrimonio inizia anche la giostra di tentativi per reggere un rapporto che costringe ad attraversare di continuo le frontiere (oltre alla Francia e al Brasile, anche Birmingham, Roma, Bitonto, Siviglia), fra voli intercontinentali, telefonate Skype, sfiancanti altalene fra il vuoto e il pieno di una storia a distanza; dopo un po’ anche la presenza diventa faticosa, decisamente troppo piena se per Vitulca passare due mesi in Brasile con Ramos, nel bairro popolare dove lui vive, significa essere quasi costantemente circondata dalla sua tribù, composta da una famiglia numerosa e da un corteo di gente varia, amici, conoscenti opportunisti, ammiratori sempre pronti a «vampirizzare» la sua allegria. Ma è ai sentimenti che Vitulca bada, e in fondo lo ha sempre saputo che «un amore da lontano le si addice»; se è vero che, da documentarista, è abituata a osservare il dato di realtà, dall’altro conosce la regia e il montaggio, strumenti prodigiosi dell&#8217;ambiguo: così, l’inquadratura che sceglie di privilegiare vede lei e Ramos in primo piano, il resto sullo sfondo.<br />
Sotto l’abbagliante bagliore della sua vitalità, del suo intenso desiderio di godere della vita, Ramos nasconde però un segreto forse taciuto anche a se stesso, una tragedia intima, un destino «fatale» nel senso di oggetto di interesse da parte del fato, il quale com’è noto solo s’interessa a esseri straordinari. È questo destino che l’autrice ripercorre, con una sintassi a tratti sincopata che rende bene il faticoso lavorio della ricostruzione, il viaggio a ritroso nel tempo che la protagonista s&#8217;impone per ricomporre i tasselli di una relazione durata anni. Ricostruire, leggere i segni che in passato si sono trascurati, è un’operazione ossessiva, perché nella realtà i segnali del fato si palesano solo a tragedia già avvenuta, e nondimeno danno luogo a ipotesi diverse, verità molteplici – vari mondi possibili, come detto in apertura.<br />
La tour di Montparnasse, dove Vitulca e Ramos trascorrono uno degli ultimi momenti insieme, è un palcoscenico perfetto per il disincontro: pur offrendo uno dei più bei panorami parigini, è un luogo immensamente tetro, non felice; come se la bellezza lì davanti agli occhi fosse già passata, già ricordo. Nel disincontro però restano, già etimologicamente, i frammenti dell’incontro che è stato, e che in quanto incontro è fondativo, determinante a livello umano, emotivo e identitario. «In fondo, le nostre vite sono i nostri morti»: la splendida citazione di Jesmyn Ward posta in esergo al libro è anche il sigillo ideale di questo romanzo appassionato eppure ostinatamente lucido, il cui ritmo nel finale precipita, stringendosi in una spirale quasi soffocante, subito prima di sciogliersi in una scena tinta di serenità e di cauta, silenziosa speranza.</p>
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		<title>Verdure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2009 05:44:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Lisa Ginzburg]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lisa Ginzburg Aspetto una bambina, e causa valori della glicemia un poco alterati seguo una ferrea dieta a base principalmente di proteine e verdure: dal fruttivendolo vado di continuo. Il migliore, nel mio quartiere, è egiziano. Il negozio è grande, a vendere sono in diversi ma il capo è lui. Anche lui è in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lisa Ginzburg</strong></p>
<p><!-- 	 --></p>
<p align="justify">Aspetto una bambina, e causa valori della glicemia un poco alterati seguo una ferrea dieta a base principalmente di proteine e verdure: dal fruttivendolo vado di continuo. Il migliore, nel mio quartiere, è egiziano. Il negozio è grande, a vendere sono in diversi ma il capo è lui. Anche lui è in attesa di una figlia, la sua seconda, e ogni volta mi racconta della moglie, delle sue stanchezze o energie, dei movimenti fetali,  come questa femmina pare scalmanata a paragone del maschio che nella pancia era tranquillo &#8220;e invece adesso che ha tre anni è &#8216;na peste&#8221;. Io ascolto e a mia volta dico di me, più titubante per la nessuna esperienza, ma desiderosa come sono ormai da mesi di scambiare e carpire il maggior numero di informazioni possibile su parti, allattamenti, gestione di questa lunga fase così eccezionale per corpo e spirito che mi sta capitando di vivere.<span id="more-17872"></span></p>
<p align="justify">Conversazioni che di solito imbastisco con donne &#8211; commesse, colleghe, amiche, compagne di tragitti in autobus e metropolitane. Dopo il mio ginecologo lui, il fruttivendolo, è il solo uomo con cui parlo tanto della mia gravidanza. C&#8217;è la mediazione della moglie, sempre assente termine di complice paragone con me. Ma anche altro: una sua autentica partecipazione al mio stato, un rallegrarsi e condividere le mie giornate, quelle in cui sono più energica e sorrido tanto, quelle più faticose e lunatiche. Quando entro nel negozio (affollatissimo, la merce è ottima e i prezzi pure) ci salutiamo da lontano con un cenno contento: parleremo delle nostre bambine, che se il cielo vuole e tutto andrà bene nasceranno a poche settimane di distanza una dall&#8217;altra.</p>
<p align="justify">Il mio ginecologo, primario di rinomata competenza divenuto un amico, dice ridendo che &#8220;ormai se sei incinta pari un&#8217;extracomunitaria&#8221;. Se lui la spara come boutade, io invece la riscontro come assoluta verità, considerando le diverse reazioni al mio stato. Quel che nelle donne italiane è partecipazione felice ma subito ansiosa (&#8220;come ti stai organizzando? dove partorisci? hai già comprato xyz? hai trovato chi ti aiuterà? e il nido? e il latte artificiale?&#8221; e via così, un fiume in piena di programmi preoccupati), nelle africane, asiatiche, sudamericane che incontro è un sorriso di pura fiducia. Ciò che nella maggior parte degli uomini è affettuoso ma distante coinvolgimento, negli stranieri è vera commozione, unita a una strana forma di gratitudine che prescinde dalla realtà per rivolgersi a una forza suprema, trascendente: la forza della creazione. &#8220;Resti qui con noi, bella signora!&#8221; mi chiede l&#8217;aiutante del capo, il ragazzo egiziano che ogni volta mi aiuta a caricare i sacchetti pieni di verdure in macchina. Non è galanteria la sua, simpatia piuttosto, ma anche qualcosa di più alto. L&#8217;idea che una donna incinta è manifestazione in terra di una benedizione, una ricchezza, una luce. Qualcosa a cui stare vicino. Nella nostra cultura la gravidanza è quasi una malattia: e allora viene voglia di rivolgersi altrove, lì dove è intesa invece come salute, vita. Vita che esplode e vince.</p>
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		<title>Vivere e scrivere tra le lingue</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/01/28/vivere-e-scrivere-tra-le-lingue/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jan 2009 06:37:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[antonella anedda]]></category>
		<category><![CDATA[Camilla Miglio]]></category>
		<category><![CDATA[Dieter Hornig]]></category>
		<category><![CDATA[Festival della traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
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		<category><![CDATA[Helena Janeczeck]]></category>
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		<category><![CDATA[Marco Ottaiano]]></category>
		<category><![CDATA[silvio perrella]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Di Rosa]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Orientale di Napoli lancia il Festival della traduzione Saluto del Rettore dell’Università di Napoli “L’Orientale”, Lida Viganoni e del Pro-Rettore Elda Morlicchio “Il ruolo dell’Orientale: Traduttori di culture” Presentano il progetto “Europa Spazio di Traduzione” Camilla Miglio (coordinatrice), Johanna Borek e Dieter Hornig (co-organizzatori) Incontro con alcuni tra i più importanti scrittori-traduttori italiani Tavola Rotonda [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">L</span><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">’<em>Orientale</em></span></strong><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><em> </em>di Napoli lancia il Festival della traduzione</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Saluto del</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Rettore dell’Università di Napoli “L’Orientale”, Lida Viganoni e del Pro-Rettore Elda Morlicchio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">“Il ruolo dell’Orientale: Traduttori di culture”</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></strong></p>
<h4 style="text-align: center;">Presentano il progetto</h4>
<h4 style="text-align: center;">“Europa Spazio di Traduzione”</h4>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Camilla  Miglio</span><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> (coordinatrice), Johanna Borek e Dieter Hornig (co-organizzatori) </span><strong></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></strong></p>
<h4 style="text-align: center;"><span>Incontro con alcuni tra i più importanti scrittori-traduttori italiani</span></h4>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Tavola Rotonda “Vivere e scrivere tra le lingue”</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Antonella Anedda, Laura Bocci, Franco Buffoni, Gabriele Frasca, Lisa  Ginzburg, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano, Silvio Perrella<span id="more-13671"></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><sup><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></sup></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><em><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Modera</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Valentina Di Rosa</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Segue </span></em><strong><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Buffet</span></em></strong><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> offerto da Royal Group</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Il 29 gennaio 2009 l&#8217;Università di Napoli <strong>&#8220;L&#8217;Orientale&#8221;</strong>, nella sala conferenze dell&#8217;Hotel Royal di Napoli, presenta e inaugura il progetto <span>Biennale E.S.T.,</span><strong> &#8220;Europa Spazio di Traduzione – Incontri Internazionali e Festival della Traduzione&#8221;</strong>. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">La conferenza stampa sarà accompagnata da una tavola rotonda sul tema &#8220;<strong>Vivere e scrivere tra le lingue</strong>&#8220;. L&#8217;incontro, moderato da Valentina Di Rosa, raccoglierà attorno al tavolo alcuni tra i più importanti scrittori-traduttori italiani: Antonella Anedda, Franco Buffoni, Laura Bocci, Lisa Ginzburg, Gabriele Frasca, Helena Janeczeck, Marco Ottaiano, Silvio Perrella. Centro della loro riflessione sarà il loro lavoro situato nel punto di intersezione fra scrittura e traduzione, al crocevia fra spazi linguistici, culturali e politici non solo italiani, ma anche europei.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Il progetto E.S.T.</span></strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">, finanziato dalla Comunità Europea (<em>Programma Cultura 2007-2013</em>), è ideato e coordinato dall’Università di Napoli,<span style="color: red;"> </span>“L’Orientale”, in collaborazione con le Università Paris VIII (Dieter Hornig) e Vienna (Johanna Borek); con la partnership delle Università di Bucarest (George Gutu), Dresda (Walter Schmitz), Istanbul (Sakine Eruz);<span style="color: red;"> </span>con il patrocinio di: Fondazione Premio Napoli, Accademia Tedesca Roma &#8211; Villa Massimo, Goethe-Institut Neapel, Istituto Cervantes, Institut </span><span class="notegras1"><span style="font-size: 7pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; font-weight: normal;">Français</span></span><span class="notegras1"><span style="font-size: 7pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></span><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">de Naples Le Grenoble, Forum di Cultura austriaco, Teatro San Carlo di Napoli,<span> </span>Fondazione Morra, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Consolato di Polonia, Don Juan Archiv, Scuola Europea di Traduzione Letteraria SETL (Magda Olivetti), Übersetzergemeinschaft di Vienna. Il comitato scientifico napoletano è composto da Michele Bernardini, Guia Boni, Giovanni Chiarini, Francesca Maria Corrao, Valentina Di Rosa, Camilla  Miglio e Giusi Zanasi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Europa Spazio di Traduzione</span></strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> parte da una riflessione sul ruolo della traduzione nelle sue più varie implicazioni. L&#8217;idea di fondo è rendere finalmente visibile il grande lavoro della comunità dei traduttori nei diversi contesti, favorendo una circolazione di esperienze e competenze. Dalle versioni di letteratura e poesia al doppiaggio, dalla sotto- e sopratitolazione alle letture e trasposizioni, dalle riscritture e narrazioni orali al lavoro editoriale, agli adattamenti musicali.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">“L’Orientale” stesso si profila nelle parole del Rettore Viganoni, come “soggetto traduttore di culture”. L&#8217;intera città, tra il 22 e il 29 novembre 2010, accoglierà il <strong>Festival della Traduzione “Tradurre (in) Europa”</strong> nei suoi spazi: i cortili, il porto, le navi, teatri e palazzi, università e scuole. Napoli diventerà quindi la cornice di un incontro proiettato su diverse direzioni, a metà strada tra Oriente, Europa e Mediterraneo.<span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">La biennale E.S.T.</span></strong><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> tradurrà a Napoli una prospettiva di carattere internazionale, eliminando le barriere che spesso s’interpongono tra l’attività accademica e il dinamismo culturale presente nei vari strati della società civile.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 35.4pt;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Contatti </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Coordinamento stampa Progetto EST<span> </span>Addetto Stampa “L’Orientale”</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Giovanni Chianelli <a href="mailto:giovannichianelli@gmail.com"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">giovannichianelli@gmail.com</span></a><span> </span>Ugo Cundari <a href="mailto:uffstampa@unior.it"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">uffstampa@unior.it</span></a></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><span> </span><span> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 318.6pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Fax Ufficio Stampa “L’Orientale”</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-left: 318.6pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">081 69 09 129</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Responsabili<span> </span>Stampa Progetto EST</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Stefania De Lucia <a href="mailto:stedelu@inwind.it"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">stedelu@inwind.it</span></a><span> </span>328 55 47 378</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Domenico Ingenito <a href="mailto:pessoa1982@gmail.com"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">domenico.ingenito@gmail.com</span></a><span> </span>339 82 14 201</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Maria Rosa Piranio <a href="mailto:mariarosa.piranio@yahoo.it"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">mariarosa.piranio@yahoo.it</span></a><span> </span>328 41 31 720</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Comunicazione</span></em></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Loredana Mazzei <a href="mailto:lomazzei@yahoo.it"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">lomazzei@yahoo.it</span></a></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: center;" align="center"><span style="font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Notizie sui relatori</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 7.5pt 0cm; background: white none repeat scroll 0% 0%;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">Antonella Anedda Angioy </span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin: 7.5pt 0cm; background: white none repeat scroll 0% 0%;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">È saggista, traduttrice e poetessa. Si è laureata in Lettere moderne e perfezionata in Storia dell’arte medievale e moderna all’Università La  Sapienza di Roma, dove, dal 2005, tiene seminari presso il Master di Traduzione; è stata docente di Lingua francese presso l’Università di Siena (sede di Arezzo) e attualmente insegna lingua e traduzione inglese alla Sapienza di Roma.<br />
Tra i suoi saggi: <em>Cosa sono gli anni</em> (Fazi), <em>La luce delle cose</em> (Feltrinelli), <em>La lingua disadorna</em> (L’Obliquo), <em>Fazzoletti. La traduzione del testo poetico</em> (Marcos y Marcos), <em>S come solitudine</em> (Donzelli), <em>Nomi distanti</em> (Empiria).<br />
Ha tradotto poesie e prose di Philippe Jaccottet e di vari autori anglofoni, e pubblicato raccolte di versi: <em>Residenze invernali</em> e <em>Notti di pace occidentale</em> (Donzelli, insignito, nel 1999 del Premio Montale opera edita), entrambe tradotte in spagnolo, <em>Il catalogo della gioia</em> (Donzelli, finalista Premio Viareggio 2004), <em>Dal balcone del corpo</em> (Mondadori, insignita del Premio Napoli).</span>
</p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Laura Bocci</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Germanista, traduttrice letteraria e autrice, nasce e lavora a Roma. Traduce testi a carattere tecnico scientifico e letterario per numerose case editrici. Si ricordano le sue traduzioni di grandi autori romantici tedeschi, tra cui Hoffmann e Kleist (Garzanti, Rizzoli) e la recente cura, con Camilla Miglio, della <em>Fiaba del Reno</em> di Clemens Brentano (Donzelli).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Nel 2004 pubblica per Rizzoli il romanzo <em>Di Seconda Mano &#8211; Né un saggio né un racconto sul tradurre letteratura</em> che consegue il premio Rapallo e Procida-Elsa Morante come opera prima, nonché i premi Vittorini e Argentario. Sempre nel 2004 riceve il Premio Nazionale per la Traduzione (per la lingua tedesca) del Ministero dei Beni Culturali, conferito dal Presidente della Repubblica. Nel 2006 scrive il suo secondo romanzo <em>Sensibile al dolore</em> (Rizzoli). Attualmente è professore a contratto presso l&#8217;Università dell&#8217; Aquila.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Johanna Borek</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Nota, pluripremiata studiosa di letteratura italiana e francese e traduttrice, insegna Romanistik all’Università di Vienna. Traduce in tedesco dal francese (tra le altre opere di Diderot, Gide, Starobinski, Bandinter, Meschonnic) e dall’italiano (si ricordino in particolare le opere teatrali e narrative di Pirandello). Importanti i suoi studi di storia del teatro e di teoria e storia della traduzione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Franco Buffoni</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Poeta, traduttore e saggista, vive a Roma. Tra le sue raccolte di poesia ricordiamo: <em>Nell&#8217;acqua degli occhi</em> (Guanda), <em>Quaranta a quindici</em> (Crocetti ), <em>Suora carmelitana </em>(Guanda), <em>Songs of Spring</em> (Marcos y Marcos), <em>Il profilo del Rosa</em> (Mondadori), <em>Theios</em> (Interlinea), <em>Del Maestro in bottega</em> (Empiria), <em>Guerra</em> (Mondadori), <em>Croci rosse e mezze lune</em> (Quaderni di Orfeo, Como), <em>Noi e loro</em> (Donzelli).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Nel 1989 ha fondato e tuttora dirige il semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria «Testo a fronte». </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Per Marcos y Marcos ha curato i volumi <em>Ritmologia</em> e <em>La traduzione del testo poetico</em>. Per Mondadori ha tradotto <em>Poeti romantici inglesi</em> e curato opere di Byron, Coleridge, Wilde, Kipling. È autore di <em>Più luce, padre. Dialogo su Dio, la guerra e l’omosessualità</em> (Sossella,), del romanzo <em>Reperto 74</em> (Zona) e dei saggi <em>Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti </em>(Interlinea), <em>L’ipotesi di Malin. Studio su Auden critico-poeta</em> (Marcos y Marcos) e <em>Mid Atlantic. Teatro e poesia nel Novecento angloamericano</em> (Effigie). Vincitore del Premio Giacomo Matteotti 2008.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"> </span></p>
<p class="MsoNormal"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Valentina Di Rosa</span></strong></p>
<p class="MsoNormal"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Germanista e traduttrice, insegna Letteratura tedesca e Traduzione letteraria (tedesco/italiano) presso l’Università di Napoli “l’Orientale</span><span style="font-size: 8pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">”. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Ha pubblicato, fra gli altri, studi sul Romanticismo, sulla cultura ebraica del primo Novecento, su aspetti della ricerca lirica e teatrale delle avanguardie, saggi sulla poetica della traduzione, su traduzione e riscrittura (Kafka/Levi, Kafka/Fortini). Ha tradotto lirica, narrativa e saggistica. Fra gli autori: Alfred Andersch, Ernst Bloch, Christoph Hein, Elfriede Jelinek, Anselm Kiefer, Raoul Schrott, Ingo Schulze, Alfred Sohn-Rethel, Sigfried Unseld. Membro del Comitato scientifico del progetto europeo EST.</span></p>
<p><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Gabriele Frasca</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Scrittore, saggista e traduttore napoletano, insegna attualmente Letterature Comparate all’Università di Salerno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Tra i suoi scritti si ricordano le raccolte di poesie <em>Rame, Lime </em><span>e<em> Rive</em>, seguite, nel 2007, da<em> Prime </em>(insignita, nel 2008, del premio Napoli). <em>Frasca h</em></span>a scritto le “cinque tragedie seguite da due radiocomiche” raccolte nel volume <em>Tele,</em> e due opere di narrativa: <em>Il fermo volere</em>, <em>Santa Mira. </em><span>Ha pubblicato traduzioni di Philip K. Dick e Samuel Beckett <em>(</em>Einaudi<em>).</em></span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">Tra i suoi saggi ricordiamo invece:<em> Cascando. Tre studi su Samuel Beckett </em></span><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;">(Liguori); <em>La furia della sintassi. La sestina in Italia</em> (Bibliopolis); <em>La scimmia di Dio. L’emozione della guerra mediale</em> (Costa&amp;Nolan); <em>La lettera che muore</em> e <em>L&#8217;oscuro scrutare di Philip K. Dick</em> (Meltemi).</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><br />
<strong>Lisa Ginzburg</strong></span>
</p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Vive e lavora tra Roma e Salvador di Bahia, dove traduce dal francese, dall’inglese e dal portoghese. Tra le sue traduzioni: <em>Commento mistico al Cantico dei Cantici</em> di Jeanne-Marie Guyon, <em>Pene d’amor perdute</em> di William Shakespeare, <em>Leggende afro-brasiliane</em> narrate da Pierre Fatumbi Verger, e le lettere di Clarice Lispector. Collabora con Rai Radio3. Ha pubblicato il reportage <em>Mercati. Viaggio nell’Italia che vende</em> (Editori Riuniti), il romanzo <em>Desiderava la bufera </em>(Feltrinelli)<em>,</em> e la raccolta di racconti <em>Colpi d’ala, </em>per Laterza il reportage <em>Malìa Bahia</em>, per e/o la biografia di Anita Garibaldi, <em>Anita</em>. Collabora con giornali e riviste tra cui «Il Messaggero», «L’Unità» e «Repubblica Viaggi».</span></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Dieter Hornig</span></strong></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Noto e premiato traduttore dal francese a tedesco, dal tedesco al francese, dall’inglese al tedesco; insegna a Paris VIII nel Master di Traduzione ed è co-organizzatore del progetto europeo. Tra gli autori da lui tradotti, Braudel, Dumézil, Benveniste, Genette, Kristeva, Barthes, Ziegler, Ratzinger, e opere letterarie tra cui ricordiamo diversi volumi di<span> </span>Henri Michaux, Julien Gracq; e ancora testi teatrali di Marivaux, Schwab, Jelinek; e ancora, dall’inglese, Hazlitt. Saggi sulla poetica della traduzione. </span></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><em><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black; font-style: normal;">Helena Janeczek</span></strong></em></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">È nata a Monaco di Baviera in una famiglia di origine ebraico-polacca. Si è trasferita in Italia nel 1983; attualmente vive a Gallarate e lavora a Milano. Ha esordito come poetessa in lingua tedesca con la raccolta <em>Ins Freie </em>(Suhrkamp) e come narratrice in italiano con <em>Lezioni di tenebra </em>(Mondadori; Premio Bagutta Opera Prima e Premio Berto). Da allora ha partecipato con racconti e saggi a varie antologie e ha pubblicato il suo secondo romanzo, <em>Cibo </em>(Mondadori). Inoltre è redattrice di «Nuovi Argomenti» e «Nazione Indiana».<em></em></span></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Camilla Miglio</span></strong></p>
<p class="NormaleWeb1" style="background: white none repeat scroll 0% 0%; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: #222222;">Germanista e traduttrice, insegna Letteratura tedesca e Teoria e storia della traduzione all’Università di Napoli, L’Orientale. Project manager del progetto E.S.T., è co-fondatrice del sito di studi sulla traduzione “Il Porto di Toledo” <a href="http://www.lerotte.net/"><span style="font-family: &quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;">www.lerotte.net</span></a> . Ha tradotto autori tedeschi del Romanticismo e del Novecento, tra cui Brentano, Liebenskind, Kafka, Enzensberger, Waterhouse, Draesner. Tra le sue pubblicazioni si ricordano studi su Goethe, Bachmann, Kafka, Celan. Nel 2005 ha pubblicato lo studio <em>Vita a fronte. Saggio su Paul Celan</em> (Quodlibet) in virtù del quale ha ricevuto il Premio Ladislao Mittner del DAAD (Ministero Aff. Esteri tedesco).<strong></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">Marco Ottaiano</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-right: 0.9pt; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">Editor, ispanista e traduttore, è attualmente direttore di redazione della Fondazione Premio Napoli. Ha tradotto e curato, fra le altre cose,<em> La spassosa di </em>Miguel de Cervantes (ETS edizioni),<em> Venecia </em>di Jorge Accame (Pironti),<em> Cronaca di un tradimento </em>di Manuel Barrios (Controcorrente),<em> Poetesse d&#8217;Argentina </em>(Pironti),<em> Verso Napoli </em>(Colonnese),<em> Oración por Marilyn Monroe </em>di Ernesto Cardenal, <em>Una Modesta Proposta </em>di Jonathan Swift,<em> Grondante sangue </em>di Rafael Reig e <em>Voci migranti &#8211; storie di esili e di esiliati.</em> (tutti per Marotta &amp; Cafiero, casa editrice per la quale Ottaiano è consulente editoriale, editor, docente del corso di traduzione letteraria e responsabile della collana &#8220;Collezione di sabbia&#8221;<em>) </em></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><strong><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">Silvio Perrella</span></strong></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;; color: black;">Silvio Perrella è nato a Palermo ma vive e lavora a Napoli. Si occupa di Novecento letterario italiano. Autore, tra l’altro, di <em>Calvino</em> (Laterza, 1999) e di <em>Fino a Salgarèda. La scrittura nomade di Goffredo Parise</em> (Rizzoli, 2003), <em>Giùnapoli</em> (Neri Pozza 2006), e ha scritto l’introduzione ai <em>Sillabari di Goffredo Parise</em>, da lui curati, ad <em>Anna e Bruno</em> di Romano Bilenchi e a <em>L’aria della sera</em> di Silvio D’Arzo. Ha inoltre allestito e introdotto un’antologia di saggi di George Orwell (<em>Il ventre della balena</em>) e riedito <em>Il critico come artista</em> di Oscar Wilde. Collabora con riviste e quotidiani tra cui «Il Mattino» e<span> </span>«L’Indice», è inoltre consulente editoriale. Ha vinto il premio Bilenchi per la saggistica e dirige il prestigioso Premio Napoli.</span></p>
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