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	<title>Lost &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;Italia che non è in me</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Sep 2010 10:13:00 +0000</pubDate>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-36558" title="Italia" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia-223x300.gif" alt="" width="223" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia-223x300.gif 223w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Italia.gif 394w" sizes="(max-width: 223px) 100vw, 223px" /></a>di <strong>Tommaso Pincio</strong></p>
<p>La questione è un terreno minato. Pertanto si preferisce eluderla o ammantarla d&#8217;altro. È che ne siamo troppo intrisi. È quello che siamo. A prenderla di petto, ci vedremmo costretti a gettare il bambino prima ancora dell&#8217;acqua sporca. Nondimeno, è giusto rammentare la verità vera di quando in quando. Quella sepolta dai tanti strati di verità di comodo. Di cosa sto parlando? Ma della causa primigenia, naturalmente. Di ciò che precede la televisione scosciata e caciarona dei tronisti e delle veline, la tivvù a cui siamo soliti imputare gran parte delle responsabilità dell&#8217;attuale degrado. Non che il più vituperato fra gli elettrodomestici sia esente da colpe, intendiamoci, ma se è riuscito a tanto è perché esistevano i presupposti, le condizioni ideali, il terreno giusto per fare di noi un paese civicamente irredimibile.<span id="more-36557"></span><br />
So bene che calcando la mano su un simile tasto mi accodo alla pletora strabocchevole dei grilli parlanti. Ma posso farmene una ragione, sono in nobile compagnia. Dall&#8217;Italia «non donna di province, ma bordello» di dantesca memoria al «tugurio i cui proprietari sono riusciti a comprarsi il televisore», che è come Pasolini vide l&#8217;Italia in un&#8217;intervista del 1963, l&#8217;invettiva contro il proprio paese è un genere di discorso antichissimo e mai caduto in disuso. Probabilmente, il genere italiano per antonomasia. È a tal punto italiano che neppure chi riveste cariche pubbliche sa resistere alla tentazione, fregandosene che il ruolo presupponga altro contegno.</p>
<p>Recente il caso di un ministro messo nell&#8217;angolo per via del putiferio scatenato del maldestro tentativo di appellarsi al legittimo impedimento. Qualcuno ricorderà: raggiunto telefonicamente da un&#8217;emittente televisiva, il ministro rilasciava la testuale e per nulla edificante dichiarazione: «È una cosa indecente. Non ho mai visto l&#8217;Italia, dopo che ha perso i mondiali, che se la prenda con me!» Mettere sullo stesso piano la squallida esternazione di quel ministro e i versi del sommo poeta potrà apparire blasfemo, nondimeno vi prego di seguirvi nel mio ragionamento, prestando attenzione alla lingua.</p>
<p>Preso dalla foga, mosso dall&#8217;indignazione, al ministro si è accartocciata la sintassi. Nelle sue accalorate parole, il soggetto della frase ha finito per comprendere ogni cosa. Nella parola Italia si sono trovati a convivere la nazionale di calcio e il popolo dei tifosi. Ma non solo, quel pronunciare «Italia» comprendeva pure il popolo tutto, e la parte di popolo che punta il dito contro un servitore dello Stato che vorrebbe tanto impegnarsi nel proprio dovere. L&#8217;Italia era poi anche la gente in senso ideale (ideale per il ministro, ovviamente), la gente che dovrebbe stare al suo posto e badare ai fatti propri o al massimo a quelli del calcio. L&#8217;Italia era infine la premessa per cui una tale considerazione degli italiani e della cosa pubblica, benché sconfortante, rientra nella normalità; la normalità italiana. Col suo pasticcio di grammatica l&#8217;ex ministro ha involontariamente espresso la ragione per cui ormai non ci indigniamo più, il motivo per cui diamo per scontato il degrado. Ed è la voglia di assoluzione, il motivo.</p>
<p>Quando noialtri sapientoni del ceto pensante ci scagliamo sui guasti prodotti dalle cosiddette armi di distrazione di massa denunciamo certamente uno stato di cose. Facciamo però anche altro. Sebbene non sia questo il fine cui tendiamo e sebbene sentiamo di non averne bisogno, facciamo in sostanza quel che ha cercato di fare il nostro: rivendichiamo il diritto di assolverci. Perché quando diamo del bordello o del tugurio all&#8217;Italia di fatto marchiamo un confine tra noi e il paese in cui viviamo. Al di qua ci siamo noi, che non siamo come voialtri. Al di là ci siete voialtri, che (purtroppo per noi) siete come siete. Non che manchi un fondo di verità. Se mancasse, una simile semplificazione non avrebbe potuto affermarsi tanto agevolmente. Il guaio è che nell&#8217;affidarci a spiegazioni di questa natura ci scordiamo di soppesare l&#8217;importanza dei simboli. Stigmatizzare un andazzo riprovevole, ricorrendo a metafore forti come quella di bordello, in sé non sarebbe un problema, anzi. Devastante è il modo in cui tendiamo a esprimerci, il riferirci al nostro paese in terza persona. È il dire, o meglio il premettere «Italia», il problema. L&#8217;Italia è un bordello, l&#8217;Italia è un tugurio, l&#8217;Italia se la prende con me.</p>
<p>«L&#8217;Italia è un&#8217;espressione geografica» diceva Metternich. Anche qui sussiste un fondo di verità, ma può andare bene per lo straniero che vede l&#8217;Italia come un luogo fisico, colmo di bellezze naturali e siti monumentali, degno di interesse a dispetto dei suoi abitanti. Noi che ci viviamo siamo costretti a una prospettiva diversa. Pur accettando e alimentando l&#8217;idea del Belpaese, dobbiamo fare i conti con ciò che che non va. E a forza di fare i conti, ci siamo abituati a pensare l&#8217;Italia come un luogo retorico, una metafora per mezzo della quale, a torto o a ragione, dare voce a ciò che, di volta in volta, avvilisce, indispone, indigna. La facilità con cui ci abbandoniamo all&#8217;invettiva scaturisce proprio dalla nefasta abitudine di usare l&#8217;Italia come un contenitore di immagini di ogni sorta. Ma un vaso che contiene di tutto può diventare tutto fuorché un simbolo. E infatti l&#8217;Italia non è simbolo di nulla o quasi. Quando la si nomina è sempre necessario precisare quale Italia: se l&#8217;Italia in quanto Stato, se l&#8217;Italia in quanto malcostume, se l&#8217;Italia in quanto nazionale di calcio e così via. Sottinteso e pleonastico resta però un punto: l&#8217;Italia non siamo noi.</p>
<p>Avete presente il modo in cui i protagonisti di Lost parlano dell&#8217;isola in cui hanno avuto la sventura di precipitare? Non ne parlano come di un semplice luogo in cui sono finiti, non la vedono come un pezzo di terra conficcato nel nulla dell&#8217;oceano. La chiamano l&#8217;Isola e si rivolgono a lei in terza persona. L&#8217;isola è questo, l&#8217;Isola fa quello. E quello che l&#8217;Isola è e fa è invariabilmente di natura malevola o comunque ambigua, sfuggente, anche quando sembra fare del bene ai suoi ospiti. L&#8217;isola è aliena agli isolani per caso. Ebbene, la maniera in cui noi ci rivolgiamo al nostro paese non è tanto diversa. Similmente ai naufraghi di Lost che si affannano alla ricerca di un sistema per andarsene, la Penisola è un luogo solo in apparenza abitabile e ubertoso, tant&#8217;è che abbiamo eletto a dimensione quasi eroica una categoria molto particolare di persone, quella dei navigatori, dei migranti, dei cervelli in fuga, di coloro che cercano il proprio destino altrove. Discorso a parte meriterebbe poi la figura dell&#8217;exul immeritus che da Dante a Craxi (mi si perdoni l&#8217;ennesimo accostamento urticante) è un altro filo rosso della nostra Storia e incarna il perenne conflitto tra l&#8217; individuo e le istituzioni avverse, ingiuste, inquisitorie.</p>
<p>Esiste una minoranza, peraltro esigua, poco propensa ad accettare di buon grado che nei luoghi in cui si svolgono attività fondamentali per la comunità, quali la trasmissione del sapere o l&#8217;amministrazione della giustizia, campeggi inamovibile qualcosa che con uno Stato di diritto ha poco da spartire: il crocefisso. Dubito fortemente però che abbiamo il diritto di dolerci se la nostra identità nazionale è rappresentata da un simbolo religioso. Le nostre sono lacrime di coccodrillo. Il parlare in senso figurato, così connaturato alla nostra lingua, al nostro pensare, ci ha reso certamente arguti e machiavellici. Ci ha però anche predisposti allo scetticismo, privandoci di simboli credibili, di luoghi in cui riconoscersi. Può forse Dante identificarsi in un bordello o Pasolini in un tugurio o un ministro in un paese che se la prende con lui?</p>
<p>Capita che il malessere per lo stato in cui versa la nostra parola emerga in quella frangia del ceto pensante che più è sensibile al problema, gli scrittori. In un molto discusso memorandum di qualche tempo fa, Wu Ming 1 affermava la necessità di rigettare il «perdurante abuso» dell&#8217;ironia, tipico di un certo tipo di letteratura. Ancor prima, in occasione del convegno Scrivere sul fronte occidentale, Tiziano Scarpa prendeva le distanze da atteggiamenti ironici e autoironici. In entrambi i casi (e non sono gli unici), il ripudio dell&#8217;ironia scaturiva da una contingenza precisa, l&#8217;esautoramento della cosiddetta metafiction di stampo postmodernista. In senso più ampio, ed è questo l&#8217;aspetto più interessante, ripudiando l&#8217;ironia si reclamava un parlare più vivo e partecipe, meno anaffettivo. Empatico, per dirla con una parola che, malgrado mi risulti indigesta, rende bene l&#8217;idea. L&#8217;esigenza era e resta motivata. Ma il bersaglio non è del tutto centrato. Contingenze a parte, l&#8217;ironia non è mai stata un piatto forte della nostra cultura. Dal Pasticciaccio di Gadda a Niccolò Ammaniti, che comunque lo si voglia considerare è tra gli autori più rappresentativi di questo tempo, il vero tratto dominante è il grottesco, al massimo velato di sarcasmo. Una nota di colore che ritroviamo a profusione pure nel cinema, in quel genere specificamente nostrano, nonché l&#8217;unico vero sopravvissuto alla moria del grande schermo, noto come commedia all&#8217;italiana. L&#8217;ironia è cosa diversa. Scarseggia ed è poco tollerata.</p>
<p>Dietro la grande diffusione del grottesco, che è poi l&#8217;altra faccia dell&#8217;invettiva contro l&#8217;Italia, è per l&#8217;appunto acquattato il male che ci ammorba, la morale cattolica. E qui poco c&#8217;entrano Chiesa e fede religiosa, giacché, ripeto, è solo all&#8217;etica che mi riferisco, alla morale che ha intriso tanto credenti che laici e di cui entrambi hanno imparato a servirsi per uso personale, in spregio all&#8217;interesse comune. E in soldoni, la morale è questa: il libero arbitrio assoluto non esiste. Ci è concesso soltanto un arbitrio di tipo condizionato perché per natura (oserei dire, per costituzione) siamo peccatori. Il riscatto passa perlopiù per la strada dell&#8217;Ego me absolvo: ammetto alcune colpe (quelle che io considero tali), ma ammettendole le faccio anche mie, ovvero le spiego e le giustifico, elevandole di fatto al di sopra del comune peccare, al peccare dell&#8217;Italia che non sono io e che nonostante le mie colpe seguito a biasimare.</p>
<p>Ma se davvero sono un peccatore, quanto può valere la mia condanna del male? E quanto il mio pentimento? In pochissimi paiono porsi il problema, ma la nostra stupefacente abilità nell&#8217;inventare figure retoriche deriva proprio dal fatto che siamo noi stessi i primi a dubitare della nostra parola. È questo scetticismo che ci rende allergici all&#8217;ironia e al contempo malati di grottesco. Finché seguiteremo a parlare della Penisola come i naufraghi di Lost, il destino è segnato. Ed è un destino poco rassicurante: ha il volto rabbioso di un novello crociato che urla all&#8217;Italia, raccolta nel proprio tugurio davanti al televisore. «Possono morire, possono morire, possono morire, il crocifisso resterà nelle aule delle nostre scuole» strepita il crociato dimenticandosi dei tribunali, anch&#8217;essi addobbati col crocefisso. O forse no. Magari lui e i suoi amici hanno in programma di chiuderli. In fondo, in un paese di peccatori disposti ad assolversi sono uno spreco di denaro pubblico. E lo dico senza ironia.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Manifesto&#8221;, 1 settembre 2010.</em></p>
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