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	<title>lotta politica &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il falso radicalismo dei radicali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 May 2012 05:05:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Domenico Lombardini Con la recente gambizzazione del manager dell’Ansaldo Nucleare di Genova è stato sùbito rievocato, per automatismo mnemonico, il periodo del terrorismo rosso e la teorizzata catena di cause ed effetti che avrebbe poi portato a creare l’humus indispensabile all&#8217;attecchimento del brigatismo. Parlo ovviamente della “strategia della tensione&#8221;, un periodo il cui esordio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Domenico Lombardini</strong></p>
<p>Con la recente gambizzazione del manager dell’Ansaldo Nucleare di Genova è stato sùbito rievocato, per automatismo mnemonico, il periodo del terrorismo rosso e la teorizzata catena di cause ed effetti che avrebbe poi portato a creare l’humus indispensabile all&#8217;attecchimento del brigatismo. Parlo ovviamente della “strategia della tensione&#8221;, un periodo il cui esordio fu fatto coincidere con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) e i cui effetti si riverberarono fino al termine della prima Repubblica. La rievocazione e lo studio della nostra storia recente è certamente utile al fine di individuare costanti e analogie storiche con il presente, tuttavia trovo che tale operazione sia molto spesso fuorviante, laddove è esercizio assai più arduo studiare ciò che accade ogni giorno piuttosto che attingere euristicamente alla memoria storica.  <span id="more-42581"></span>Se credo che, da una parte, non vi siano attualmente le condizioni minime indispensabili alla creazione di qualcosa che rassomigli ad una rete sovversiva simile a quella delle Brigate rosse, non dimeno ritengo non sia più possibile eludere una domanda fondamentale e rimossa su un nostro possibile agire politico: <em>come ci poniamo dinanzi all&#8217;uso della violenza come strumento di lotta politica?</em> E allorquando la considerassimo politicamente e moralmente accettabile, quale è la forma di violenza più efficace e quale è la struttura organizzativa più opportuna oggi affinché questa forma di lotta politica risulti efficace e non velleitaria? La mia tesi è che, oggi, ogni forma di lotta politica che includesse <em>questa</em> forma di violenza, proprio in ragione di una strabica ed errata interpretazione del presente, non sia soltanto velleitaria e inutile, ma avrebbe come risultato l’inasprimento del controllo di <em>tutti</em> i movimenti di opposizione, senza avere neppure un minimo effetto migliorativo, un risultato degno del disegno politico più retrivo e reazionario. Paradossalmente, sulla scorta di Slavoj Žižek, è un difetto di radicalismo, non un eccesso, che porterebbe alla totale sconfitta tali soggetti od organizzazioni che facessero della violenza uno strumento di lotta politica.</p>
<p>Nonostante tutto ciò, nell&#8217;angustia entro cui dobbiamo declinare il nostro agire politico, ossia il perimetro di <em>questa</em> democrazia parlamentare, che ha assunto negli ultimi decenni la forma di democrazia plebiscitaria eterodiretta dai mezzi di comunicazione (benché il berlusconismo sia uscito piuttosto malconcio dalle ultime lezione locali, penso conservi intatto il suo potere; ritengo inoltre vi sia al governo un patto del genere: Monti si occupi di risanare i “conti”, ma non si impicci di giustizia, televisione, RAI, ecc., in caso contrario noi ritireremo sùbito il nostro appoggio; è possibile, inoltre, che tale accordo sia stato direttamente discusso con la Bce), è letteralmente impossibile avere un effetto progressivo. Ciò perché ogni forma di agire politico, non importa quanto genuina sia, una volta avuto a che fare con il potere dei partiti ne viene inevitabilmente contaminata e fagocitata, con la conseguente neutralizzazione delle sue migliori forze innovative e potenzialmente rivoluzionarie. Ne risulta un’inevitabile <em>impasse</em> da cui è impossibile uscire. Che fare? Da qui, secondo il mio pensiero, derivano due correlati speculari di atteggiamento politico (o pseudopolitico): il primo, minoritario, è l’emersione di questi atti di violenza diretti a fini simbolici;  il secondo, in assoluto il più frequente, è il disinteresse nei confronti della cosa pubblica, da cui derivano a loro volta il qualunquismo del “sono tutti uguali&#8221; e il crescente <em>appeal</em> di soggetti politici con una forte enfasi populistica (vedi il movimento Cinque Stelle). Riassumendo: è impossibile cambiare lo stato delle cose stando <em>dentro</em> questa democrazia e, allo stesso tempo, ogni forma di violenza del genere succitato, che si chiami <em>fuori</em> dal perimetro democratico, ha un effetto del tutto opposto rispetto ai presupposti e alle intenzioni da cui aveva preso l’abbrivio.</p>
<p>Curzio Malaparte, “la più bella penna del fascismo” come lo definì Piero Gobetti, che da Mussolini fu tuttavia confinato e il cui <em>pamphlet</em> “Tecnica del colpo di stato” (recentemente ripubblicato da Adelphi)  fu bruciato nella pubblica piazza dai nazisti,  offre un intuizione su come sia possibile uscire da questa <em>impasse</em>. La violenza tumultuosa e informe di piazza, parafrasando Malaparte, e anche quella organizzata secondo i vecchi stilemi otto- o novecenteschi non può avere un reale impatto rivoluzionario. Oggi come ieri è necessario avere più tecnici (ingegneri, informatici, esperti di telecomunicazioni) e meno guerriglieri e uomini d’armi. Ciò è ancor più vero in un mondo così dipendente dalle reti informatizzate, la cui complessità è ad un tempo punto di forza (data la complessità) e ventre molle (proprio in virtù del fatto che tale complessità può essere facilmente perturbata con le giuste competenze) dell’intero sistema. Che effetto avrebbe una squadra ben addestrata di <em>hacker</em> che bloccasse i sistemi informatici dei ministeri, le transazioni finanziarie (da cui il nostro Stato dipende come un drogato), le reti informatiche di grandi aziende indispensabili allo svolgersi tranquillo delle attività del Paese, ecc.? E quale effetto potrebbe avere un approccio Gandhiano non violento, ad esempio con l’occupazione di spazi pubblici non solo simbolici ma vitali al funzionamento del Paese e, soprattutto, della burocrazia, portando alla momentanea paralisi di attività pubbliche? Qui parlo ovviamente di un salto di qualità, giacché non si trattata di gesti “mordi e fuggi”, ma di azioni finalizzate alla conquista del potere dello Stato: non è con le gambizzazioni e con il rapimento di un primo ministro che si fa un colpo di stato, qui starebbe il tragico errore strategico delle Brigate rosse. Lo stato detiene il monopolio della violenza, e mettersi sul campo militare è sin da sùbito fallimentare. D’altro canto, gambizzare il dirigente di turno (a prescindere dalla condanna morale per tali atti), quale fosse lui stesso il potere contro cui scagliarsi, o, ancor peggio, usandolo come sostituto simbolico di tale potere, oltre ad avere l’effetto nefasto di cui sopra, assolve ad un compito psicologico fondamentale, ovverossia illudersi di agire veramente nella direzione politica desiderata, laddove tale operazione è invece una <em>falsa azione</em> per difetto di radicalismo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><br />
</em></p>
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