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	<title>Luca Ricci &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Quando ho bevuto una Tennent&#8217;s alle due di pomeriggio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Mar 2019 06:00:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Yari Riccardi (situazione) Mezza giornata. L’unica ditta che il 29 giugno a Roma decideva bellamente di trascurare i reverendi santi Pietro e Paolo e di restare aperta, seppur fino alle 14, era la mia. Quel giorno le attività nell’agenzia di onoranze funebri dove lavoravo, dopo le esequie del mattino, si erano improvvisamente fermate. Così, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-78088" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg" alt="" width="226" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra.jpg 226w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-152x300.jpg 152w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-200x394.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/birra-160x315.jpg 160w" sizes="(max-width: 226px) 100vw, 226px" /></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">di <b>Yari Riccardi</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(situazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mezza giornata. L’unica ditta che il 29 giugno a Roma decideva bellamente di trascurare i reverendi santi Pietro e Paolo e di restare aperta, seppur fino alle 14, era la mia. Quel giorno le attività nell’agenzia di onoranze funebri dove lavoravo, dopo le esequie del mattino, si erano improvvisamente fermate.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Così, borsa a tracolla, dopo aver preso nota dell’ultimo necrologio degno di interesse, esco dal mio ufficio con vista Ospedale San Giovanni. Vengo travolto dal sole di Via dell’Amba Aradam. Giacca nera poggiata su una spalla, occhiali da sole e sigaretta in bocca, mi dirigo verso Villa Celimontana. Lì avrei aspettato le 20, quando sarebbe arrivata Irene.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi piace lì. Mi piace perché non è caotica come Villa Borghese, non è radical chic e piena di punkabbestia come Villa Ada e non è snob come Villa Torlonia. Ci trovi i romani. Così prendo un fiore per Irene da Rosario – nomen omen – e una Tennent&#8217;s da Amin, da bere a digiuno e sotto il sole per sottolineare la mia ancora giovane età.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Entro nel parco, scorgo una panchina e a passo lento mi ci dirigo. Ingollando un altro, terribile, sorso di birra, crollo, non prima di aver tirato fuori il libro che avevo in borsa.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Passano le ore, che a me sembrano minuti, e mi ritrovo con il libro in faccia e la giacca sporca. Mi alzo, non senza fatica. Mi accendo una sigaretta. Mi riprendo la borsa a tracolla, il libro caduto per terra e vado verso il banco dei libri vicino al bagno. La birra e la prostata a una certa età non vanno d’accordo, così sento di dover accelerare il passo. Sono le 16 e 30, Irene arriverà tra tre ore abbondanti, e non la posso neanche chiamare, sta in consiglio comunale. Lei assessore alla felicità, io becchino. Siamo ovviamente fatti l’uno per l’altra.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Rivolgo la mia attenzione al banco dei libri. Apro, guardo, leggo, metto da una parte, ributto nel mucchio. A un certo punto una sensazione strana. Due occhi mi puntano, mi scrutano, mi osservano. “Sono il solito paranoico del cazzo”. Tiro fuori una sigaretta dalla tasca, la metto in bocca e faccio per accenderla. Una fiamma davanti a me. Non è il mio accendino.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(complicazione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un uomo di mezza età, baffi e capelli brizzolati. “Lei – prosegue lo sconosciuto – è Saviano, vero?”.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Ora, in effetti una certa somiglianza c’è. La barba, la testa pelata, l’occhio un po’ a mandorla. ”No, evidentemente no!”: sorrido cortese e me ne vado. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Sudo e me ne vado verso la mia panchina. Deciso a immergermi nella lettura, apro il libro che avevo portato – L’Ombra del Vento, di Zafon – e mi riprometto di non alzarmi fino all’arrivo di Irene. Mi corrono incontro due ragazzi. “Robè, ma ‘ca ‘ce faj’ ‘a Roma ? ‘A scort’ ?”<span style="color: #4472c4;">.</span> Basito, non trovo la forza di rispondere. Fanno la foto, mi abbracciano e se ne vanno. Tutto molto strano.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Apro Facebook dal cellulare. “Che ci fa Saviano vestito da Iena a Roma?”: la foto sulla pagina di Libero, quello sono io mentre esco dal bagno della Villa. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mi serviva la prova del 9. “Il buonista Saviano fa il punkabbestia” (Matteo Salvini)</span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Cazzo. Sono Saviano”. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Comincio a camminare, in preda all’ansia e alla Tennent&#8217;s. “A merda, hai finito di campà a spese nostre?”, me lo dice un giovanottone con una croce uncinata sulla guancia. E’ un seguirsi di incoraggiamenti, insulti, pacche sulle spalle e sguardi torvi. Dovrebbero essere le 19 e 30, sembra mezzanotte. Mi fermo per riprendere fiato. Mi appoggio all’obelisco. Sento qualcosa di freddo sulla tempia. </span></span></p>
<p>“<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Mo t’accir’”. Davanti a me una faccia vista solo su Fox Crime, nei tg, sui giornali. Davanti a me c’era Francesco Schiavone. Sandokan, i Casalesi. Gomorra. Mi colpisce sulle gambe, sono costretto a inginocchiarmi. Mi punta la pistola alla nuca. Immagino già i titoli dei giornali. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Un raggio di luce distrae il boss. Attendo una manifestazione dell’Onnipotente – anni di onorato servizio come chierichetto a qualcosa dovranno pur essere serviti – e mi preparo a una vita di redenzione in convento. Intorno il vento si mette a cantare “Che coss’è l’amor” di Vinicio Capossela. Dal raggio emergono 10 persone incappucciate. Quello davanti si rivela. “Francè, mo’ ‘a rutt’ o’ cazz’. Ce l’amma juocà ‘a pallon’ . Si vincimm’ tu te ne vaj’ a’ fancul’, assiem’ ‘e cumpagn’ tuoj’”<span style="color: #ff0000;">. </span>A parlare adesso è Saviano, quello vero. Mi abbraccia. Schiavone manda un messaggio dal cellulare. “V’accir’ ‘a tutt’ e’ doj’, sti fetient’!”. Escono 10 persone da non si sa dove. Ci sta uno uguale a me, solo con i capelli, muscoloso e magro. Mi guarda con aria di sdegno. Con lui ci stanno i cattivi per definizione. Erode, Hitler, Voldemort, Gargamella, Sauron, Darth Vader (senza respiratore), Totò Riina, il sergente Hartman e Ivan Drago. Ma Saviano non sta a guardare. Ecco che tutti si tolgono i cappucci. Gesù (che è uguale a Batistuta, come ho sempre sognato), Bob Geldof, Beppe Bigazzi, il subcomandante Marcos, Mario Magnotta, Fabrizio Frizzi, Gianni Morandi, Papa Francesco e il bidello Bruno (mi dava le sigarette a ricreazione). Sarà Buoni contro Cattivi.</span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Dal prato dietro l’obelisco spuntano fuori due porte. L’arbitro è un turista tedesco assoldato da Schiavone con la minaccia di legarlo sotto le Vele con il cartello Odio Napoli. I Cattivi partono forte. Il mio alter ego è ovviamente un funambolo. Il direttore di gara finge di non vedere i continui falli che subiamo. Solo io, Saviano e il Santo Padre tentiamo di ragionare, ma all’intervallo il punteggio è di uno a zero per loro. Torniamo in campo, mancano dieci minuti al termine. A un certo punto Bigazzi rilancia verso l’area avversaria, Roberto viene messo a terra ma si rialza e allarga verso Marcos, cross per Morandi, sponda di Gesù e rete di Magnotta. I due si abbracciano, sancendo finalmente la pace. Siamo pari. Sappiamo di potercela fare adesso. Bruno ruba palla a Erode, la allunga a Gesù che con un doppio passo si lascia dietro mezza squadra avversaria, palla a Roberto. Tunnel a Schiavone – ”Schifus’”, grida il boss, visibilmente affaticato – e cross verso di me. Stoppo di petto, guardo la porta. Ci sono io tra i pali. Io con i capelli. La palla tocca terra. Guardo il me stesso a venti metri. “O’ Sandokàn, ma vaffancul’!”, grido, in preda all’influenza del vicino Saviano. La palla si infuoca ed entra in porta, i Cattivi spariscono e il campo viene circondato dalla Digos, che si è venuta a riprendere Schiavone. </span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>(risoluzione)</b></span></span></p>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Irene mi trova mentre corro nel prato dietro la panchina dove ero crollato causa Tennent&#8217;s. Corro come Tardelli nel 1982. Mi guarda divertita e rassegnata. “Quante volte ti ho detto che non devi bere questa birra a digiuno, che sei anziano e certe cose non le puoi più fare?”. Io le racconto tutto, di Saviano, della partita, di Schiavone. Di Magnotta che ha finalmente avuto il perdono di Gesù. Ma lei niente, non mi crede. Mi prende per un braccio e torniamo verso il banco dei libri. Mentre lei guarda i volumi, io tento di riprendermi. Guardo in basso. C’è Gomorra. Il Saviano stampato sul retro mi fa l’occhiolino. Un pallone mi rotola vicino il piede. Lo prendo in mano. C’è una scritta. “Sii felice d’essere tu, così come sei”. Lo rilancio ai ragazzi che ci stavano giocando. C’è uno pelato che mi sorride. E’ vicino a uno con i capelli che mi somiglia. Torno da Irene. “Yà però basta Tennent&#8217;s. Soprattutto alle due di pomeriggio”. </span></span></p>
<p style="text-align: left;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gli invernali, capitolo primo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Dec 2018 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Pelliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. di Matteo Pelliti Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da libri instagrammabili &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><b><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg" alt="" width="314" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-160x200.jpg 160w" sizes="(max-width: 314px) 100vw, 314px" />Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. </b></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Matteo Pelliti</b></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.instagram.com/p/Bq26VkiBx5I/">libri instagrammabili</a></u></span> &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio di Ricci, mi è caduto in mano proprio quel libretto, &#8220;Metafisica della sessualità&#8221;, in cui il filosofo tedesco mette in fila le sue idee sui paradossi &#8211; e la natura &#8211; della coniugalità e della procreazione. Cercherò qui di capire il perché quel libro sia caduto dalla mia libreria proprio mentre leggevo l&#8217;ultimo Ricci e anche di spiegare come mai i suoi racconti vengano talvolta fraintesi: sembra che parlino di sesso e invece stanno parlando di scrittura. Milano è un pretesto perfetto, a partire dal titolo preso in prestito da Buzzati, e poiché a Roma l&#8217;inverno è inibito dal suo umidore mediterraneo, spostandoci dai recenti &#8220;Gli autunnali&#8221;, l’ultimo romanzo di Ricci là ambientato, non potevamo che ritrovarci nella capitale del Nord per vivere questo <b>apologo dark, sospeso sul &#8220;baratro dell&#8217;abisso&#8221; morale</b>, nella capitale morale, appunto.</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo sospetto che prende il recensore è quello di trovarsi di fronte al primo capitolo di una nuova raccolta di figure della contemporaneità censite da Ricci, <i>Gli Invernali</i> appunto, che costruisce narrazioni di <b>antropologia fantastica intorno al tema della coppia</b>, dell&#8217;amore, delle relazioni di forza (possesso, dipendenza) nelle infinite declinazioni dell&#8217;eros (la cui massima perversione, come è noto, sta nella monogamia). &#8220;In definitiva ciò che attira con tanta esclusività e con tanta forza due individui di sesso diverso l&#8217;uno verso l&#8217;altro è la volontà di vivere dell&#8217;intera specie la quale anticipa un’oggettivazione della sua essenza corrispondente ai suoi fini nell&#8217;individuo che quella coppia può generare”, e ancora: “L&#8217;impulso che nella coscienza individuale si manifesta come istinto sessuale in generale, e non si indirizza verso un determinato individuo dell&#8217;altro sesso, tale impulso è, in se stesso e fuori dal fenomeno, la semplice volontà di vivere. Invece l&#8217;impulso che appare nella coscienza come istinto sessuale rivolto a un determinato individuo, tale impulso è, in sé, la volontà che un ben determinato individuo ha di vivere. Ora, in quest&#8217;ultimo caso, l&#8217;istinto sessuale, che pure è in sé un bisogno soggettivo, sa assumere molto abilmente la maschera di un ammirazione oggettiva e riesce così a ingannare la coscienza: <b>la natura ha bisogno infatti di questo stratagemma per realizzare i suoi fini&#8221;</b>. Sembra un cinico filosofema di quelli che, solitamente, gli amanti di Ricci si mettono a fare a letto, monologando con le partner dopo un rapporto, invece è la voce di Shopenhauer. Il molestatore del nostro racconto riflette sulla perversione più grande che l&#8217;uomo abbia mai inventato, un atto di palese violazione di tutte le regole imposte da madre natura, cioè la monogamia, il decidere di vivere tutta la vita con un&#8217;unica persona; risuonano anche qui le pagine Schopenhauer: una natura che ci guida e ci tiranneggia. Quando Ricci fa dire al suo molestatore che la nostra follia sta nell&#8217;avere innescato &#8211; ingannati dall’eros &#8211; “il processo generativo” e non c&#8217;è modo di tornare indietro di “riportare il seme dentro i coglioni”, esprime in realtà questa vertigine: la consapevolezza che in ogni scopata fecondativa <b>siamo scopati dalla Natura stessa.</b> In questa illusione di seduzione vi è qualcosa di profondamente simile al meccanismo seduttivo della scrittura, al potere seduttivo che l’autore vuole esercitare sul lettori. Molto dense e perfettamente cesellate, poi, sono le pagine dove viene evocata la galleria di fantasmi dei progenitori dai quali deriviamo, e la nostra progenie come risultato ultimo di questa selva di fantasmi scomparsi (riemerge qui il tema, già presente in Manganelli, della famiglia come “associazione a delinquere”). Segnalo, a margine, alcune pagine di <b>densa prosa poetica</b> del racconto: un monologo del nostro protagonista intrecciato allo studio della tabellina del nove da parte della figlia prima di entrare a scuola, pagine che &#8211; a mio gusto &#8211; valgono l’acquisto del libro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-77011" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg" alt="" width="542" height="408" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg 542w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 542px) 100vw, 542px" />C’è una certa continuità tra i monologhi sul sesso, sulla coppia, come se queste coppie di amanti <b>trasmigrassero tra i letti nelle stanze di alberghi tra un libro all’altro per proseguire un unico trattato teorico</b> (vedi la figura bianciardiana di uno dei racconti de<i> I difetti fondamentali</i>, ma anche certe pagine de <i>Gli autunnali</i>) per le quali si può dire che esista <b>un unico libro che Ricci sta scrivendo, tessendo, con ostinata vocazione</b>. Al recensore si chiede, di solito, di dare anche un accenno di trama senza rovinare il gusto della sorpresa, e allora dirò solo che c’è una ragazzina violenta e nichilista che si fa molestare in metropolitana, uno sporcaccione fedifrago con moglie, figlia e amante storica che molesta la ragazza per un confuso male di vivere, una città capitale morale (ora non ricordo bene i dati sul consumo di cocaina a Milano, ma fa niente…) ritratta nel precipizio del <b>Natale, distopia dei buoni sentimenti commerciabili</b>, con una luce esatta (ecco un altro tratto caratteristico di Ricci: usare la luce per descrivere l’urbanità).</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;epoca del <b>#metoo</b>, quale migliore occasione che scrivere una favola natalizia scura che abbia come protagonista un molestatore? E riuscirà il nostro autore a difendersi dalle accuse di misoginia, sessismo, istigazione alla violenza di genere? Il recensore lo spera, appellandosi alla libertà della creazione letteraria e all’intelligenza, ormai poco diffusa, di capire che l’autore – in virtù di quella libertà &#8211; non necessariamente coincide con le azioni e i pensieri dei personaggi che s’inventa. Ma, si sa, viviamo tempi un poco dogmatici e scarsamente intelligenti, per questo abbiamo un gran bisogno di buona letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Questi fantasmi di un autunno romano, tra Manganelli e Hitchcock </title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Mar 2018 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Pelliti Luca Ricci approda al romanzo, Gli autunnali (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-72948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/03/28741383_10215904397192298_2063911694_n.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />di Matteo Pelliti</b></p>
<p>Luca Ricci approda al romanzo, <i>Gli autunnali</i> (La Nave di Teseo, 2018) senza rinnegare il suo passo da raccontista convinto e, anzi, dedicando questo ultimo lavoro al suo nume Maupassant, l&#8217;autore che, a detta dello stesso Ricci, lo avviò sulla strada della scrittura durante una giovanile peregrinazione per i lungarni pisani in preda a una lettura capace di imprigionarlo fuori dal tempo fino a che non l&#8217;avesse conclusa. “Tornano, i morti?”, si chiede Maupassant nell’epigrafe del capitolo Ottobre. Evidentemente sì, se è vero che la letteratura è inesauribile dialogo coi morti (chi ha scritto prima di noi) e che questo romanzo è reincarnazione di alcune membra di racconti, smembrati (senza dolore) dell&#8217;autore per farne carne da romanzo. Specularmente a quanto aveva fatto appena poco tempo fa, sopprimendo romanzi per farne racconti (<i>I difetti fondamentali</i>, Rizzoli 2107) qui Ricci si auto-cannibalizza riusando suoi moduli propri (come dichiara esplicitamente nella nota a fine testo). Il risultato degli innesti è invisibile e riuscito (<i>Il piede nel letto</i>) e, dove in qualche punto qualche cicatrice pare riaffiorare sulla pagina (come nell’uso del racconto <i>Amici immaginari</i>), ciò costituisce un grumo narrativo posto a sbalzo, a render omaggio all’arte del racconto, come inserendo un quadro in un quadro. <span id="more-72947"></span></p>
<p>Ricci utilizza spesso la reiterazione nella forma di lista, compilando cataloghi che cercano di misurare il mondo nelle sue meschinità: l’invettiva contro Roma (che ricorda una famosa poesia di Remo Remotti, “Mamma Roma addio), l’elenco delle coppie alla clinica in attesa di partorire, il catalogo delle tipologie di critici letterari, l’ipotizzato trattato sugli uomini in attesa delle mogli davanti ai camerini prova nei negozi. Tutto questo forma l’antropologia tragica in cui Ricci è abilissimo ricercatore. Il protagonista (solo innominato tra tutti i personaggi) è un io-narrante psicotico, dalla coscienza ipertrofica e allucinata, capace di nominare il senso profondo delle cose, degli essere umani, delle stagioni, abitato cioè dalla &#8220;poesia&#8221;, che è in definitiva non una categoria letteraria ma una alterazione della coscienza che entra in contatto con l&#8217;essenza del Mondo. Scrittore a riposo, cinico cinquantenne, disincantato, iperbolico, marito in crisi e traditore seriale, descrittore in servizio permanente effettivo delle miserie delle coniugalità (viene in mente Flaiano: “All&#8217;occorrenza essere capaci di andare a <i>letto</i> con la propria <i>moglie</i>.”), massimo cantore dei tic posturali degli amanti, il protagonista si innamora di un&#8217;allucinazione, la foto di  Jeanne Hébuterne (<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%25C3%25A9buterne">https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_H%C3%A9buterne</a>) amata da Modigliani e morta suicida, incinta, dopo la morte del pittore livornese. <i>La donna che visse due volte</i> di Hitchcock riecheggia – per me &#8211; in alcuni angoli del romanzo, dichiaratamente ispirato alle atmosfere de <i>La chioma</i> di Maupassant, “governo ombra” del testo, per usare le parole di Ricci nella sua nota finale, dal quale racconto derivano le epigrafi dei capitoli de <i>Gli autunnali</i>. <i>La chevelure</i> (La chioma), presenta un personaggio che – come nel romanzo di Ricci &#8211;  impazzisce sedotto dal contatto con una chioma di donna ritrovata nello scomparto segreto di un mobile acquistato (come ne <i>Gli autunnali</i> sarà la foto di Jeanne a generare prima l’innamorato per un fantasma e poi l’ossessione per la sua sosia, Gemma). Maupassant nel suo racconto cita il sergente François Bertrand, figura realmente esistita, processato e condannato per profanazione di cadaveri di giovani morte. Amore e morte sono due lati della stessa ossessione anche nel romanzo di Ricci L&#8217;intarsio tra il feto crescente nella pancia di Gemma e le brutali violenze sulla prostituta appartiene allo stile geometrico della scrittura di Ricci, che costruisce su questi polittici il procedere della sua narrazione&#8221;. Ricci racconta l&#8217;erotismo “malato” dello scrivere in sé, il tentativo titanico di rispondere a un impulso di morte, che il vivente porta con sé, attraverso la Letteratura (amiamo i morti, amando gli autori che amiamo, come il ricordo degli amori che ci hanno lasciato o che abbiamo lasciato).</p>
<p>I fantasmi di cui parla Ricci – scrittore del fantastico &#8211; sono, in realtà, spettri di comportamenti possibili, non figure che ci vengono a trovare dall&#8217;aldilà della letteratura, siamo noi i fantasmi, stanno dentro di noi. Per questo Ricci è un scrittore antirealista proprio là dove sembra descrivere un deriva morale contemporanea nei rapporti tra uomini e donne: le sue figure della coniugalità sono casi limite ultraquotidiani e, per questo, invisibili: non ci accorgiamo più della dimensione tragica del quotidiano, del routinario. Quando Ricci sembra parlare di scopate, di perversioni, di follia sta parlando, invece, dell’unica attività erotica vera e propria che ritenga descrivibile: fare letteratura. Per questo, da circa dodici anni a questa parte Ricci batte efficacemente lo stesso tasto dell&#8217;abisso di abiezione che è la routine coniugale traendone, di volta in volta, nuove composizioni. In questo suo romanzo, in più, giganteggia Roma: è una protagonista necessaria del romanzo, e non luogo sostituibile con altri all’interno della storia. Nelle descrizioni romane del protagonista sembrano riecheggiare le parole definitive di Giorgio Manganelli sulla Capitale (“Certo, il clima è pesante; un sudore ignobile, notti da balconi spalancati, passeggiate in pigiama; poi, una tramontana a mano libera, iraconda e sprezzante…”, scrive nel <i>Lunario dell’orfano sannita</i>). Roma non è resa come è, ma è descritta come vive nella sua natura di “morto iperletterario”, di zombie fantastico che non sa morire, di cui l&#8217;autunno romano è il simbolo massimo, col suo umidore di vita e morte mescolate insieme, capace di creare una nuova epica cittadina contrapposta al “mito della montagna” (lieve evocazione ironica verso il collega Paolo Cognetti, ultimo Premio Strega?). La figura dell’amico del protagonista, infine, lo scrittore e giornalista Gittani, svolge una funzione di<b> </b>intermediazione tra realtà allucinatoria e pragmatismo, àncora il lettore agli elementi di realtà e, si rivelerà, (spoiler) <i>deus ex machina</i> dell’intera vicenda. O forse no, nel gioco di specchi che la narrazione costruisce (qui siamo dalle parti de “La finestra sul cortile”).</p>
<p>C&#8217;è un verso di Mario Luzi che a mio avviso, descrive perfettamente la psicologia del protagonista de Gli Autunnali: «La mia pena è durare oltre quest&#8217;attimo» perché esprime la vertigine della dimensione allucinatoria dell&#8217;amore, di quell’impossibilità della durata nel tempo espressa nell’impossibilità a finire di certi amori, ma nel poter solo “ricominciare da capo”.  L’epilogo è l’unica parte del romanzo scritta in terza persona, tramite il classico narratore onnisciente che prende distanza e congedo dalla materia che ha manipolato. Tutto il resto, invece, è un testo che “scrive” l’autore, dal quale l’autore è scritto, dettato dall’interno, come in poesia, come nell’invasamento poetico, discesa agli inferi e punizione (come nel Don Giovanni, in fondo), del “dissoluto punito”, e altissimo esercizio di reincarnazione: di racconti in romanzo, di amore in amore, di autore in autore, di Letteratura in Letteratura.</p>
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		<title>Gli abneganti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Dec 2017 13:02:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola del Libro]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Panepuccia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Simone Panepuccia Questo racconto è stato presentato e letto al corso della Scuola del Libro &#8220;Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker&#8221; tenuto da Luca Ricci &#160; Tutto iniziò con un capello più lungo del normale. Quella mattina Lucio Scolari si stava pettinando e, come tutte le mattine, lavorava al camuffamento del suo principio di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="page" title="Page 1">
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<p>di <strong>Simone Panepuccia</strong></p>
<p><em>Questo racconto è stato presentato e letto al corso della Scuola del Libro &#8220;Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker&#8221; tenuto da Luca Ricci</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="column">
<p>Tutto iniziò con un capello più lungo del normale. Quella mattina Lucio Scolari si stava pettinando e, come tutte le mattine, lavorava al camuffamento del suo principio di calvizie.<br />
La piazza scoperta sulla sua testa si allargava e la lacca, che doveva ridistribuire i pochi capelli rimasti, seguendo un algoritmo più efficiente, non bastava più.</p>
<p>Si era accorto, quella mattina, che uno dei capelli con cui era solito ombreggiare la chierica, si era fatto grosso, nero come un cavo elettrico, e lungo, molto più lungo degli altri.<br />
Gli fece fare due giri intorno alla piazza e lo fissò con un grappolo di capelli presi da un lato e paralizzati con diverse spruzzate di lacca.</p>
<p>Poi smise di pensarci e andò in ufficio.<br />
Simone Fibonacci, il suo project manager, lo convocò nel suo ufficio per informarlo della situazione: Globalware Italia, il cliente che foraggiava tutta l’azienda con le sue grasse commesse, richiedeva la presenza di un analista software nella sua sede di Milano.<br />
– È per quel problema che c’è stato lo scorso week end? – chiese Lucio. Fibonacci annuì. – La spiegazione che gli abbiamo dato non li ha convinti.<br />
– Infatti era un po’ debole.<br />
– Non potevamo dirgli che i loro siti web sono andati giù perché la nostra rete non ha retto il carico, che dici Scolari?<br />
– Dico che in questo caso non ci sono molte scuse che tengano. Forse dire la verità&#8230;<br />
– Non se ne parla. Ci fanno il culo a brani. Tu stasera parti per Milano e ti inventi una scusa migliore della nostra.<br />
Mentre stava per uscire dall’ufficio del Fibonacci, i suoi capelli cominciarono a forzare lo strato di lacca che li teneva congelati.<br />
– Scolari, una cosa&#8230; – intervenne il project manager senza alzare gli occhi dal notebook. – Ti ho girato un’email di quel coglione di Serafini, della Banca di Trento. Dagli una risposta, io non ci ho capito niente. Sempre a rompere i coglioni, quello lì. Un giorno o l’altro li mando a cagare, ‘sti pezzenti.<br />
Lucio annuì senza voltarsi, temendo che i suoi capelli stessero prendendo il volo e si infilò in bagno. Davanti allo specchio non c’era sentore di ribellione: la lacca stava tenendo, ma allora perché sentiva questa sensazione, questo formicolio? Si osservò meglio e vide che il capello anomalo si era ingrossato ancora, soprattutto sulla punta, dove stava emergendo un pezzetto di metallo. Lo infilò sotto il ciuffo e uscì dal bagno.</p>
<p>Prese il Frecciarossa Roma-Milano delle 19, perché fino alle 18 era dovuto rimanere in ufficio. Anche se non importante come Globalware, la Banca di Trento era comunque un cliente di rilevo, checché ne dicesse Fibonacci. A volte non capiva come potesse, uno come lui, fare il project manager: l’azienda aveva bisogno di dirigenti come un bambino ha bisogno della mamma. Lui sapeva che molte volte bisognava sacrificarsi per questo bambino, passare notti insonni, preoccuparsi se qualche server faceva i capricci, chiudersi in ufficio durante il week end finché il problema non era risolto. Invece il Fibo se ne andava, per dire, tranquillo in settimana bianca e lasciava a lui tutte le incombenze.</p>
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<p><span id="more-71576"></span></p>
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<p>Arrivato a Milano si comprò un cappellino perché durante il viaggio aveva sentito qualcosa muoversi fra i capelli. Era andato più volte nel bagno del treno, ma il cavo che aveva al posto del capello era rimasto lì. Curiosamente, però, all’estremità era comparso un connettore USB.</p>
<p>In albergo prese coraggio e infilò nel notebook il cavo che gli spuntava dalla testa.<br />
Si montò sul pc come un hard disk: dentro era pieno di file binari, illeggibili da qualsiasi applicazione. Quel cavo doveva essere l’accesso USB alla sua memoria.</p>
<p>Passò la notte ad hackerarsi. Capì che alcuni files erano parzialmente leggibili se aperti con un editor esadecimale. Vide, in quelle sequenze di numeri e lettere, spezzoni della sua vita recente. Alcuni files più vecchi erano compressi e, una volta espansi, contenevano del codice scritto in un linguaggio la cui sintassi gli era familiare. Lì c’erano codificati diversi algoritmi comportamentali di base: ad esempio quello per ruotare il cucchiaino nella tazza che prevedeva, come opzione di default, la rotazione oraria. C’erano migliaia di altri files come quello.</p>
<p>Era l’alba e fra poche ore avrebbe dovuto nuotare in una piscina piena di squali che aveva la forma di una stanza a vetri con un lungo tavolo bianco: gli squali si sarebbero disposti ai lati del tavolo e lui, da solo, sarebbe stato divorato a capotavola. Si mise a pianificare un’azione di difesa.</p>
<p>Nel taxi che lo portava alla sede di Globalware si ritrovò a pensare che, forse, con un accurato lavoro di autohacking, avrebbe potuto cancellare quella insana paura che aveva di Simone Fibonacci e, magari, sarebbe riuscito a prendere il suo posto. Con lui come project manager, l’azienda sarebbe cresciuta. Avrebbe lavorato tutti i week end e tutte le notti necessarie a rinforzare il settore di comunicazione con il cliente, avrebbe creato da zero un gruppo trasversale di risorse che si sarebbero occupate dell’integrazione fra le varie aree tecniche e&#8230;</p>
<p>Era arrivato. Scese dal taxi e si diresse verso le porte automatiche su cui spiccava la serigrafia del mondo accerchiato da una grande G rossa. Diede il suo nome alla reception e ricevette, in cambio, un badge da appuntare sul risvolto della giacca.</p>
<p>Lo fecero accomodare in sala riunioni: gli squali erano già tutti lì che si affilavano i denti. L’obiettivo era chiaro: indurre l’azienda fornitrice ad ammettere la sua colpa e sanzionarla con una penale che si sarebbe tramutata in un grosso sconto sulla prossima commessa. Praticamente avrebbero lavorato gratis per il primo semestre dell’anno e Lucio era l’unico che, in quel momento, poteva impedirlo.</p>
<p>– Ci dica come sono andate le cose, dottor Scolari.<br />
– È semplice: i certificati di sicurezza HTTPS associati ai domini internet delle vostre aziende sono scaduti.<br />
Gli squali si guardarono fra di loro corrugando la fronte.<br />
– E perché non sono stati rinnovati per tempo? – Chiese un giovane squalo che gli nuotava intorno in cerchio.<br />
– È un’attività a vostro carico. Ditemelo voi. – Lo dribblò Lucio.<br />
Il sorriso famelico del giovane squalo si congelò.<br />
– E questo che c’entra con il down subito dai siti web? Non si poteva accedere attraverso HTTP? – Intervenne un vecchio squalo che cominciava a volerci vedere chiaro.</p>
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<p>– È quello che è stato fatto, – disse Lucio. – Il nostro bilanciatore ha cominciato a deviare tutte le richieste verso la connessione non sicura, ma dopo un po’ i nostri sistemi hanno bloccato tutto: troppe connessioni non sicure, in genere, suggeriscono un attacco hacker.</p>
<p>Il giovane squalo tentò un affondo: – Perché non ci avete detto che i certificati erano scaduti?<br />
– La gestione dei domini non è un’attività di nostra competenza, non abbiamo nessuna visibilità al riguardo.</p>
<p>Il giovane squalo sudò e tacque.<br />
Il vecchio, invece, divenne accomodante e questo sancì la vittoria di Lucio. Anche su Fibonacci, volendo dire.<br />
Il resto della riunione fu di tutt’altro tono. I direttori tecnici dei vari reparti della Globalware approfittarono dell’occasione per fare diverse richieste a Lucio, il quale prese nota di tutto con la promessa di lavorarci sopra appena tornato a Roma.<br />
Poi chiese informazioni sul bagno.<br />
Si chiuse dentro e si infilò una mano nelle mutande: aveva lo scroto che prudeva da matti. Si grattò fino a scoprire diversi peli pubici ingrossati.<br />
Per fortuna i fili che gli uscivano dalle palle si erano mantenuti entro dimensioni ragionevoli. Erano, però, diventati trasparenti, come sottilissimi tubicini di vetro.<br />
Durante il viaggio di ritorno, fra gli scossoni del bagno del treno, Lucio si rese conto che quei fili si erano uniti in un fascio di fibre ottiche.<br />
Passò una notte agitata, piena di algoritmi e porzioni di programmi. Si ritrovò, nel sogno, a precipitare attraverso le linee di codice, giù fra le librerie del sistema operativo e poi sempre più giù, sempre più velocemente, fra le istruzioni del processore che venivano eseguite ad una velocità spaventosa, anche se quel che facevano era elementare: spostare byte da una porzione di memoria all’altra ed effettuare piccole operazioni matematiche, saltando incessantemente fra gli indirizzi.<br />
Poi si schiantò sui settori di un hard disk. Era tutto lì, tutto ciò che non era volatile era lì, scolpito su una superficie magnetica lastricata di piccoli ciottoli grigi un po’ sconnessi, qualcuno in piedi, qualcuno sdraiato. Era arrivato alla fine del viaggio: più giù dei bit non si poteva andare.</p>
<p>In piedi davanti allo specchio del bagno Lucio vide che ormai non c’erano più capelli da sistemare, né calvizie da nascondere. La sua testa era diventata glabra e la pelle bluastra con riflessi argentati. Al posto delle orecchie c’erano due piccoli microfoni, la bocca era collassata in dentro lasciando visibile solo una piccola feritoia nera. Con l’aiuto di un secondo specchio si guardò la schiena: c’erano diverse prese USB, una presa di rete ethernet e perfino una HDMI per collegare un monitor o una TV. C’era di che essere soddisfatti di quell’upgrade notturno.</p>
<p>Decise di andare in ufficio senza portarsi il notebook. Per strada qualcuno lo guardava con curiosità, ma la maggior parte delle persone aveva la faccia incollata allo smartphone e a malapena non gli andava a sbattere contro.</p>
<p>Giunto in ufficio si sedette al cospetto di Simone Fibonacci che non lo degnò di uno sguardo.<br />
– So tutto. Bravo. – disse da dietro lo schermo del pc, mentre controllava l’andamento dei suoi Bitcoin.</p>
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<p>– Ho portato alcune richieste da parte del cliente, – fece Lucio con la voce solo leggermente metallica. – Gli ho detto che potevamo occuparcene prima della fine dell’anno. Sempre se sei d’accordo.<br />
– Mh mh, – bofonchiò il Fibo.</p>
<p>– Vabbè, allora io andrei&#8230;<br />
Fu in quel momento che il buffer, in cui Fibonacci memorizzava le cose che gli altri dicevano mentre non li ascoltava, si rovesciò nella parte attiva della sua mente.<br />
– Aspetta, come sarebbe? Quali altre richieste? Siamo pieni a tappo fino a Natale. – disse mentre alzava lo sguardo su Lucio.<br />
– Cristo d’un Dio, Lucio! Ma che cazzo ti sei messo in faccia?<br />
Se Lucio avesse avuto ancora delle labbra, le avrebbe serrate per l’imbarazzo. Il Fibonacci si alzò, fece il giro della scrivania e andò a studiarlo più da vicino. – Ma questa roba è vera?<br />
– Sì.<br />
– E&#8230; funziona?<br />
– Sì.<br />
– Dio buono, Lucio, fammi vedere! – E prese il cavo del suo monitor e glielo infilò dritto nella schiena, proprio nella sua presa HDMI.<br />
– Fantastico! Che cazzo di sistema operativo hai? – disse da dietro il grande monitor con la faccia rotonda da bambino.<br />
– Ehm&#8230; non gli ho dato un nome. Devo averlo compilato stanotte.<br />
– Lo chiameremo Lucius 1.0. Fammi fare un’altra cosa. – Si attaccò al telefono e chiamò quelli del gruppo hardware.<br />
Manlio e Nello entrarono nella stanza con la solita aria annoiata. Ma quando videro Lucio, mezzo trasformato e attaccato al monitor di Fibonacci, strabuzzarono gli occhi.<br />
– Ma che è ‘sta roba? – fece Manlio.<br />
– Portatelo in sala server e trovategli un posticino comodo. Mettetelo in rete. – fece il Fibo. Poi rivolgendosi a Lucio: – Hai bisogno di stare seduto?<br />
– Non credo. Anzi, mi sa che entro stasera le gambe non mi serviranno più.<br />
– Puoi dirlo forte, bello!<br />
E così Lucio finì in una sala refrigerata, in mezzo ai moduli rack che compongono gli armadi dei server. Venne connesso in rete e si mise subito al lavoro. Poteva lavorare ininterrottamente giorno e notte (ma del resto anche prima non è che si riposasse molto) sempre in piena efficienza. Poteva svolgere in un’ora il lavoro di una settimana senza mai sentirsi in colpa perché non aveva dato il massimo e l’azienda non era mai stata così florida come da quando lui era mutato in macchina.</p>
<p>Passarono due anni e la sala macchine era tutto ciò di cui aveva bisogno. Negli ultimi mesi entrò in confidenza con Cristina, la donna delle pulizie. Passava tre volte a settimana, verso sera, quando non c’era quasi più nessuno. Quando aveva finito di pulire si sedeva su uno sgabello a chiacchierare con Lucio.</p>
<p>Una sera gli disse: – Ma tu sei felice di stare chiuso qui dentro?<br />
– So cos’è la felicità, ma non credo di averla mai provata.<br />
– Nemmeno quando eri&#8230; prima, insomma.<br />
– No. Ero soddisfatto quando davo il massimo per la mia azienda. – E adesso?</p>
<p>– Non più. Ora dare il massimo è normale, non è più motivo di soddisfazione.<br />
– E ti credo&#8230; – osservò lei. – Ormai ti sarai ridotto a pensare a sfilze di uno e di zero! Sai che allegria.</p>
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<p>– Non è esatto. – Replicò lui. – Sarebbe come dire che voi altri pensate solo a sfilze di neuroni che si scambiano impulsi elettrici. In realtà i miei pensieri autocoscienti sono ancora quelli di un essere umano, solo più razionalizzati. Scelgo l’algoritmo migliore, il più efficiente. Dovrebbe essere così per tutti.</p>
<p>– Perché fai quello che fai?<br />
– Per servire l’azienda che mi alimenta.<br />
Lei ponderò bene le prossime parole.<br />
– E se ti dicessi che esiste un posto dove ci sono molti come te? Solo&#8230; liberi? Come lui. Ma liberi. Ma come lui. Ma liberi. Ma come lui. Ma liberi&#8230;<br />
Gli algoritmi conversazionali di Lucio entrarono in loop e non seppero rispondere subito. Ovviamente non sarebbe andato in crash per così poco. Dopo un tempo limite stabilito dal sistema operativo, venne scelta la risposta che, euristicamente, era quella che poteva avere un peso maggiore. Agli occhi esterni di Cristina, comunque, Lucio ci aveva pensato su un bel po’.<br />
– OK. Liberi. Va bene, vediamoli.<br />
Accadde tutto nella stessa notte. Cristina aiutò Lucio ad entrare nel minivan dell’impresa di pulizie. Lo assicurò meglio che poté, ma non riuscì ad evitargli qualche scossone durante il viaggio.<br />
Scesero una rampa ed entrarono nel parcheggio di un supermercato abbandonato. Lucio venne scaricato dal furgoncino e si ritrovò in un grande open space in cui c’erano ammassati vecchi banconi e frigoriferi industriali.<br />
– Questo è Lucio. Lucio, questi sono i ragazzi del gruppo: Andrea, Ezio, Mirella, Roberto, Alessandra e Marco. – disse Cristina.<br />
Lucio li guardò con le webcam che gli spuntavano dalle orbite.<br />
Una ragazza con cuffie e microfono incastonati nella carne.<br />
Un ragazzo con il Codice Civile tatuato su tutto il corpo.<br />
Un signore grigio che puzzava di solvente.<br />
Un tizio con un lettore di codici a barre al posto della mano.<br />
Una donna che sputava scontrini dalla bocca.<br />
Un giovane prete con le stimmate.</p>
<p>– Prima erano come te. Adesso sono liberi.<br />
Sentì che il suo algoritmo di socializzazione, quello che aveva compresso e relegato in una pagina di memoria ormai dimenticata, stava tentando di formulare diverse strategie, nessuna delle quali, però, venne candidata per essere scelta.<br />
– Mi dispiace, devo andare. – Fu la risposta che uscì dal suo altoparlante.<br />
Poi cominciò a muovere a fatica le rotelle che negli anni avevano preso il posto delle gambe, salì la rampa e si mise sulla strada sotto lo sguardo impotente degli altri.<br />
Il GPS lo guidava nel suo tragitto. Stimava che entro due ore e diciassette minuti sarebbe arrivato a destinazione.<br />
Contava di essere al lavoro prima delle otto, prima dell’arrivo dei suoi colleghi. Prima che l&#8217;azienda avesse potuto soffrire per la sua mancanza.</p>
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		<title>Il festivaliero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 12:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Festival Mantova]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Ricci L’uomo aveva pianificato quella gita fuori porta già da parecchie settimane: gli piaceva di tanto in tanto prendere un treno e passare il tempo in un&#8217;altra città, meglio se di provincia, lontana dal caos. Quella volta a Mantova però qualcosa andò storto. Appena varcate le mura della cittadina un gruppetto di giovani [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Luca Ricci</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-69747" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/lr.jpg 1240w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />L’uomo aveva pianificato quella gita fuori porta già da parecchie settimane: gli piaceva di tanto in tanto prendere un treno e passare il tempo in un&#8217;altra città, meglio se di provincia, lontana dal caos. Quella volta a Mantova però qualcosa andò storto. Appena varcate le mura della cittadina un gruppetto di giovani gli si parò d’innanzi con aria entusiasticamente minacciosa: sarà che la sua calvizie da chierico gli dava un aspetto saggio, o che per quell’occasione aveva scelto una giacca di lino al contempo elegante e stropicciata da intellettuale, o che per caso o per sbaglio teneva sotto braccio un paio di supplementi culturali di quelli che in genere compulsano ossessivamente gli scrittori per sapere: chi-ha-scritto-stavolta-al-posto-mio?<span id="more-69746"></span></p>
<p>&#8211; E’ in ritardo!- esclamò uno dei giovani.</p>
<p>&#8211; Io?- chiese l’uomo, cadendo dalle nuvole.</p>
<p>&#8211; La presentazione del suo libro sui satelliti avrebbe dovuto iniziare cinque minuti fa!</p>
<p>Doveva trattarsi di uno scambio di persona, ma l’uomo non fece in tempo a spiegarsi, perché i giovani, con quel loro modo di fare appassionato (si definirono “volontari”, anche se l’uomo non capì a che cosa mai prestassero volontariamente la loro passione), lo trascinarono dentro uno spiazzo e lo issarono sopra un palco. Soltanto allora l’uomo si rese conto della folla accorsa all’evento.</p>
<p>Un volontario gli sussurrò all’orecchio: &#8211; Ha visto quanta gente?</p>
<p>&#8211; Ma veramente io…- provò a dire l’uomo, per tentare di togliersi da quella brutta situazione, ma venne subito zittito e fatto accomodare dietro a una specie di cattedra all’aperto.</p>
<p>Una voce all’altoparlante annunciò che finalmente la presentazione del libro <i>“L’occhio di alluminio, l’avventura dello Sputnik 1”</i> poteva cominciare. L’uomo a quel punto avrebbe voluto andarsene, ma l’applauso scrosciante della folla lo inchiodò alla sedia. Allora dette uno sguardo alla platea, per qualche istante guardò le facce di quella gente: tutti pendevano dalle sue labbra, qualunque cose avesse detto sarebbe stata accolta con simpatia.</p>
<p>&#8211; Grazie per il vostro calore,- esordì, avvicinando timidamente la bocca al microfono. &#8211; Invece di parlare della grande avventura dei satelliti e di quello che hanno significato per il progresso dell’uomo, vorrei chiedervi qual è il migliore ristorante della città.</p>
<p>Scrosciarono subito altri applausi, la gente sembrava letteralmente impazzita per quelle parole così bizzarre e informali.</p>
<p>&#8211; Okay,- continuò l’uomo, ora più sicuro di sé. &#8211; Se proprio volete che vi dica qualcosa riguardo al mio lavoro, sappiate che uno scrittore si dimentica quasi tutto dei libri che ha scritto, e così fa una fatica bestiale durante la promozione!</p>
<p>La presentazione andò avanti per un’oretta, intervallata da applausi a scena aperta per le battute che l’uomo, messo alle strette, era costretto a inventarsi (anche perché riguardo ai satelliti le sue nozioni si fermavano all’atlante di astronomia delle scuole medie). Dopodiché, al termine di un lunghissimo applauso finale, l’uomo venne immobilizzato alla cattedra da uno dei volontari.</p>
<p>&#8211; Non ho finito?- chiese l’uomo.</p>
<p>&#8211; Adesso c’è il firma-copie.</p>
<p>L’uomo alzò la testa e vide un’interminabile colonna di persone che dal palco si allungava fino al Palazzo Ducale, e oltre.</p>
<p>&#8211; La sua presentazione è uno dei 133 eventi principali delle 15,- precisò il volontario.</p>
<p>&#8211; Non c’è modo di evitare gli autografi?- chiese l’uomo impaurito.</p>
<p>Il volontario scosse energicamente la testa: &#8211; Non vorrà mica negarsi ai suoi fan?</p>
<p>Dopo che ebbe apposto il suo svolazzo di penna biro anche all’ultimo lettore, venne subito affiancato da una ragazzina smilza che si qualificò come suo Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; E’ molto difficile fare divulgazione scientifica, poi con un argomento così noioso come lo Sputnik, sei stato grandioso,- gli disse. &#8211; Ora c’è Pordenone.</p>
<p>&#8211; Pordenone?</p>
<p>&#8211; Be’, certo, poi a seguire Livorno per il Festival dell’umorismo.</p>
<p>L’uomo corrugò la fronte: &#8211; Ma il mio non è un saggio sui satelliti?</p>
<p>&#8211; Beh che c’entra, il tema dei festival è un pretesto, sono contenitori, e dentro ci finisce di tutto.</p>
<p>L’uomo non seppe come controbattere, anche perché non ne sapeva niente di festival.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter?</i>&#8211; chiese l’Ufficio Stampa. &#8211; Sono tutte vetrine importanti.</p>
<p>&#8211; Tutte vetrine importanti…- ripeté l’uomo a pappagallo.</p>
<p>&#8211; Dopo Pordenone e Livorno abbiamo il Festival Internazionale di Ferrara, Torino Spiritualità e la Fiera del Libro di Brescia.</p>
<p>&#8211; Davvero anche a Brescia c’è una fiera del libro?</p>
<p>&#8211; C’è una fiera del libro ovunque.</p>
<p>&#8211; No, guarda io&#8230;- cominciò a dire l’uomo, ma l’Ufficio Stampa l’aveva già preso sottobraccio per condurlo in uno degli alberghi più belli della città.</p>
<p>Quella sera, scrutando il cielo finemente stellato dal suo balcone panoramico, l’uomo ripensò allo Sputnik 1 e anche alla circostanza che, forse per uno scherzo del destino, lui stesso era stato sparato nel firmamento della cultura ed era entrato nell’orbita dei festival. Con un sorrisetto ebete estrasse il suo SmartPhone dai pantaloni e compose un numero.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?- rispose dopo appena un paio di squilli il suo Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; Non ho più intenzione di usare questo numero, troppi scocciatori. Domattina puoi procurarmi una nuova scheda telefonica?</p>
<p>&#8211; Nessun problema, ti sostituisco direttamente il telefono.</p>
<p>&#8211; La camera-attico è meravigliosa.</p>
<p>&#8211; Scrittore top, camera top.</p>
<p>&#8211; Grazie.</p>
<p>&#8211; Non devi ringraziare me, ma il Festival. La casa editrice non sborsa una lira in questi casi.</p>
<p>L’uomo chiuse la telefonata e poi, dopo averci riflettuto ancora per qualche istante (ma forse era solo la simulazione di una riflessione, per mettersi la coscienza a posto), spense il suo SmartPhone: fuori dai radar familiari sarebbe stato libero di vivere la sua nuova vita di scrittore satellitare. Ed in effetti era proprio così, il percorso dei festival di anno in anno aveva un tracciato prestabilito- si partiva con Milano (Salone del libro usato) per finire con Courmayeur (Noir in Festival)-, e agli scrittori non restava che agevolare quei moti inerziali e, perché no?, perfino celesti, per tentare di non cadere nel dimenticatoio. Quest’immagine del dimenticatoio gliela regalò al Pisa Book Festival un certo Andrea Sottomezzo, uno scrittore di racconti che si definiva un “cane sciolto” e un “pesce fuor d’acqua” rispetto al circuito ufficiale della promozione.</p>
<p>&#8211; Mi hanno invitato qui solo perché la direttrice è un’amica di mia cugina,- chiosò.</p>
<p>All’uomo in fondo Andrea Sottomezzo piaceva, perché anche lui si sentiva un intruso in quel circo barnum fatto di gente che si conosceva tutta, una compagnia di giro che sembrava una famiglia pronta a qualsiasi marchetta pur di auto-legittimarsi e sopravvivere.</p>
<p>&#8211; Vuoi che ti presenti qualcuno?- chiese l’uomo a Sottomezzo, quasi con fare paternalistico, visto che nel bene o nel male era in tour da quasi un paio di mesi, e nell’ambiente ormai lo stimavano in parecchi.</p>
<p>&#8211; Preferisco fare il mio show e togliermi dalle palle.</p>
<p>&#8211; Show?</p>
<p>&#8211; Beh certo, come altro vorresti chiamarlo?</p>
<p>&#8211; Ma tu mi hai detto che i tuoi racconti sono molto letterari, che si rifanno a modelli e procedimenti stilistici rigorosi.</p>
<p>&#8211; E con questo? La presentazione di un libro non è <i>mai</i> la sede opportuna per la presentazione un libro.</p>
<p>Grazie alle parole di Sottomezzo l’uomo capì che la gente dei festival non era interessata ai suoi libri di divulgazione scientifica- che peraltro non aveva mai scritto- ma solo e soltanto allo <i>showman</i>. La gente non voleva seguire un filo logico, quanto piuttosto gustare l’andamento di un arco emotivo, perdersi dentro uno schema drammaturgico, voleva essere consolata (il trionfo dei vecchi cari buoni sentimenti) o, al limite, spaventata (complottismo e catasfrofismo). L’uomo ci prese gusto, ormai sapeva che tutto il potere era nella mani di chi teneva il microfono, un potere che gli dava alla testa, che lo faceva sentire come un Dio, che creava dipendenza. Appena scendeva da un palco (con gli applausi che un poco alla volta scemavano) non vedeva l’ora di salirne un altro. Poi una sera, a tarda notte, su un canale della tv satellitare (che beffarda ironia!), vide Sergio Natoli, il professore di cui aveva preso il posto, tenere una lunga intervista. L’uomo si rizzò sulla testiera del letto come se avesse visto un fantasma, prima di cominciarlo a studiare in ogni minimo dettaglio. La somiglianza fisica era indubbia, ma il professore quanto a parlantina era solo la sua brutta copia. Era la sua versione tronfia e accademica, spesso perdeva il filo del discorso, farfugliava, addirittura all’uomo sembrò che balbettasse. Subito afferrò il suo Smatphone e compose un numero.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?- rispose prontamente l’Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; In tv c’è il vero Sergio Natoli.</p>
<p>&#8211; E allora?</p>
<p>&#8211; Niente, sono sotto shock.</p>
<p>&#8211; Non devi, il professor Natoli risiede all’estero e non potrebbe fare ciò che fai tu per il suo libro.</p>
<p>&#8211; Davvero?</p>
<p>&#8211; Ma certo, è tutto sotto controllo.</p>
<p>&#8211; Quali dei due Sergio Natoli preferisci?</p>
<p>&#8211; Tu sei decisamente il più festivaliero dei due.</p>
<p>&#8211; Domani voglio leggere tutte le sue opere, compreso il libro che stiamo presentando in questo tour promozionale, <i>“L’occhio di alluminio, l’avventura dello Sputnik 1”</i>.</p>
<p>&#8211; Sei sicuro? Guarda che non sei obbligato.</p>
<p>L’uomo ormai era riconosciuto e perfino stimato da tutta la compagnia di giro dei festival. Il massimo di quel piacere mondano lo ottenne al Salone del libro (che nel frattempo si era diviso in due- prima Milano, poi Torino- raddoppiando quell’orgia di salamelecchi), dove in pratica passò il tempo a dire e a sentirsi dire: “Ciao splendido come stai tutto bene tutto ok grande come va ciao grande come stai splendido tutto bene grande splendido come va tutto ok come stai tutto bene splendido tutto ok grande come stai tutto ok splendido come va tutto bene ciao grande tutto ok come stai splendido grande tutto bene ok come va ciao tutto ok tutto bene grande come va tutto bene come stai splendido”. In quel tripudio narcisistico si concesse il lusso della magnanimità offrendo ad Andrea Sottomezzo di condividere la camera-attico che l’organizzazione del Salone gli aveva garantito.</p>
<p>&#8211; Per un errore mi hanno dato una doppia con letti singoli,- aggiunse.- C’è una vista su Torino mozzafiato.</p>
<p>Andrea Sottomezzo- che era stato invitato solo perché un suo lontano parente era nella giunta comunale, e con la prospettiva di dormire sul treno che lo avrebbe riportato a casa &#8211; non se lo fece ripetere due volte. Ma nel cuore della notte un urlo lacerò la pace e la tranquillità della camera-attico.</p>
<p>&#8211; Che c’è?- domandò l’uomo, ancora mezzo addormentato.</p>
<p>Andrea Sottomezzo andò in bagno a lavarsi la faccia, poi tornò sul letto, con gli occhi ancora sbarrati dall’orrore: &#8211; Da qualche tempo faccio un incubo ricorrente, tanto più spaventoso quanto più è verosimile, almeno per certi aspetti. Tu sei un divulgatore scientifico, non puoi lontanamente immaginare come se la passa uno scrittore…</p>
<p>&#8211; E allora raccontami l’incubo.</p>
<p>&#8211; Sei sicuro di volerlo sapere?</p>
<p>L’uomo annuì.</p>
<p>In pratica l’incubo cominciava come il più trito dei film horror. Nel bel mezzo di una notte di pioggia la macchina di Andrea Sottomezzo si guastava proprio davanti a un maniero gotico che però, nella circostanza, era una casa editrice.</p>
<p>&#8211; Ho la macchina in panne e la batteria dello Smartphone a zero, potrei fare una telefonata da voi?- chiedeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; Questa è una casa editrice,- gli rispondevano dall’interno.</p>
<p>&#8211; E lavorate anche la notte di Halloween?</p>
<p>&#8211; Lavoriamo sempre, caro amico, la cultura non si ferma mai.</p>
<p>A quelle parole Sottomezzo veniva introdotto in una specie di salone le cui pareti erano tappezzate di libri.</p>
<p>&#8211; Wow, che strana coincidenza- esclamava. &#8211; Anch’io scrivo.</p>
<p>Chi l’aveva fatto entrare allora si qualificava come Capo editor e subito gli chiedeva: &#8211; Mi racconti del suo commissario.</p>
<p>&#8211; Commissario?</p>
<p>Il Capo editor faceva una faccia strana: &#8211; Non ha detto che era uno scrittore?</p>
<p>&#8211; Sì, ma non scrivo gialli.</p>
<p>&#8211; Allora scriverà noir.</p>
<p>&#8211; Neanche.</p>
<p>&#8211; Thriller?</p>
<p>&#8211; No.</p>
<p>&#8211;  Se non scrive gialli o noir o thriller, allora che diavolo scrive?</p>
<p>Mentre parlavano il Capo editor portava Sottomezzoa fare un giro per la casa editrice. Gli uffici si rivelavano pieni di stanze a doppiofondo e corridoi circolari come in un quadro di Escher.</p>
<p>Il Capo editor si fermava davanti a una porta denominata “Progetto 666”, e con un’espressione particolarmente soddisfatta diceva: &#8211; Qui dentro ci sono i giovani più promettenti del panorama nazionale, quelli che si sono distinti in campo umanistico già in precocissima età.</p>
<p>&#8211; E’ bellissimo che coltiviate i talenti,- rispondeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; E’ un investimento che ci sta particolarmente a cuore.</p>
<p>Passavano in rassegna altre porte, ma il Capo editor sembrava molto attento ad aprirne solo alcune, e a lasciarne chiuse altre, la maggior parte.</p>
<p>&#8211; Nelle porte chiuse cosa c’è?- chiedeva Sottomezzo.</p>
<p>&#8211; Caro amico, lei è troppo curioso. Piuttosto mi vuol dire cosa diavolo scrive? Forse lei è un cantante o uno sportivo? Nel caso le chiedo scusa per non averla riconosciuta.</p>
<p>&#8211; No no.</p>
<p>&#8211; Non è qui per farsi scrivere una biografia da uno dei nostri ghost-writer, il successo raggiunto dopo tante difficoltà, un padre dispotico magari?</p>
<p>&#8211; Macché.</p>
<p>Il Capo editor faceva una smorfia di dolore: &#8211; Mi dice allora cosa diavolo scriverebbe?</p>
<p>Sottomezzo si schiariva la voce con un colpo di tosse e diceva: &#8211; Storie inventate, <i>letteratura</i>.</p>
<p>Proprio in quel momento un tuono rimbombava nel salone d’ingresso, e il Capo editor impallidiva: &#8211; Ma è pazzo? Abbassi la voce.</p>
<p>&#8211; Perché? Che ho detto di male?</p>
<p>&#8211; Non pronunci mai più la parola <i>letteratura</i> qui dentro, mi ha capito bene? Loro potrebbero sentire.</p>
<p>&#8211; Loro chi?</p>
<p>Il capo Editor si avvicinava con fare minaccioso verso lo zainetto di Sottomezzo: &#8211; Mi dia il suo dattiloscritto.</p>
<p>&#8211; Perché dovrei?</p>
<p>&#8211; Faccia il bravo, voglio solo dare un’occhiata.</p>
<p>I due si spintonavano e Sottomezzo buttava a terra alcuni libri che tappezzavano le pareti: erano leggeri come piume, di polistirolo.</p>
<p>Il Capo editor sghignazzava: &#8211; E’ la nostra collana più prestigiosa, ha visto?</p>
<p>A quelle parole folli Sottomezzo lo ribadiva: &#8211; Io scrivo <i>letteratura</i>!</p>
<p>Un altro tuono rimbombava nella sala e un rumore di passetti svelti e ridicoli risuonava per i corridoi.</p>
<p>&#8211; Gliel’avevo detto, non doveva pronunciare più quella parola,- diceva il Capo editor. &#8211; Ora si sono arrabbiati, ora stanno venendo qui.</p>
<p>&#8211; Chi sono?</p>
<p>&#8211; Sono i Managers.</p>
<p>Proprio in quel momento la sala si riempiva di pinguini dai becchi insanguinati. Andavano di qua e di là, prendendo di mira lo zainetto che custodiva il pericoloso dattiloscritto. Sottomezzo cercava di seminarli correndo per i corridoi della Casa Editrice, infine rinchiudendosi dentro la stanza denominata “Progetto 666”. Pensava tra sé: “Lì sarò salvo, lì ci sono i giovani talenti, il nostro futuro”. Appena il tempo di chiudersi la porta alle spalle e poi la scena si rivelava: gli scrittori erano ridotti ad amebe, gli occhi bianchi, i crani aperti che lasciavano scoperti i cervelli punzecchiati da elettrodi. Ciascuno di loro guardava uno schermo sul quale passavano a ripetizione le seguenti parole: “Storytelling”; “Mass Market”; “Best seller”.</p>
<p>Dopo quella notte torinese, l’uomo si ripromise di non frequentare più Andrea Sottomezzo: lui non aveva niente a che fare coi narratori sfigati che non sapevano nemmeno come ottenere un adeguato rimborso spese. Per di più, era alle porte la bella stagione, con un’infinita teoria di festival lunghe le coste della penisola. Una vera pacchia, in teoria, ma l’uomo sottovalutò il fatto incontestabile che ormai il suo libro era uscito da un po’ di tempo, e non fosse più l’ultima uscita, l’eccitante novità appena sfornata. E tutto sommato, ormai il pubblico conosceva le sue battute politicamente scorrette a menadito, e l’effetto che otteneva dalle folle che accorrevano a vederlo non era più lo stesso dei primi festival. Tuttavia affrontò con lo stesso entusiasmo La grande invasione a Ivrea, il Taobuk Festival di Taormina e L’isola delle storie a Gavoi, in Sardegna. Fu a Il libro possibile di Polignano a Mare che qualcosa andò veramente storto. L’uomo si convinse che l’organizzazione del Festival non avesse scelto per lui la migliore camera possibile. Il letto poteva andare, così come il panorama, ma il bagno era di infimo livello, con delle piastrelle da quattro soldi e un box doccia da puffo (ebbene sì, l’uomo aveva un negozio di sanitari ben avviato in una città del centro-nord).</p>
<p>&#8211; Scrittore top camera top, me l’avevi detto tu!- piagnucolò al telefono con l’Ufficio Stampa.</p>
<p>&#8211; <i>What’s the matter</i>?</p>
<p>&#8211; Ma perché cazzo lo devi dire sempre in inglese, ma non puoi dire semplicemente “Che c’è?”?</p>
<p>&#8211; Ok capo, che c’è?</p>
<p>&#8211; C’è che non siamo più al top.</p>
<p>L’ufficio Stampa se ne uscì con una risata nervosa: &#8211; Ma che dici, la nostra agenda è ancora piena zeppa di appuntamenti!</p>
<p>Eppure, nonostante le rassicurazioni, le cose andarono progressivamente e inesorabilmente peggiorando. Al Festival Collisioni, nelle Langhe, non gli riservarono la degustazione dei vini che aveva richiesto, mentre a Capalbio libri gli venne negato l’accesso alla piscina della hotel riservata ai relatori di prestigio.</p>
<p>A ripensarci col senno di poi, tutto doveva essere iniziato al Salone del libro di Torino con l’assegnazione di una doppia con due letti singoli fatta passare come uno spiacevole contrattempo!</p>
<p>Al Festival della Mente di Sarzana, l’uomo, ormai in preda a una crisi di nervi e viziato più di una rock star, si lagnò con l’organizzatore per il pernottamento a tre stelle.</p>
<p>&#8211; Qual è il problema?- gli disse l’organizzatore a brutto muso.</p>
<p>&#8211; Non dormo in una topaia del genere, ma lo sa che le mie presentazioni fanno sempre il tutto esaurito?</p>
<p>Allora l’organizzatore scaracchiò per terra dalla stizza e poi gli disse: &#8211; Lei non conta niente, caro amico. Ai festival chiunque fa sold out, gli scrittori di best seller e gli intellettuali, i filosofi e i cuochi, gli scienziati e i comici. Ma lo sa che l’altro giorno per vincere una scommessa ho invitato perfino Andrea Sottomezzo, lo scrittore sfigato, e c’era la piazza piena, ho dovuto aggiungere le sedie, avremo fatto 200 persone?Tutto ruota intorno ai festival, sono i festival lo spettacolo!</p>
<p>Fu allora che l’uomo ebbe come un pentimento, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il suo vecchio SmartPhone, e con un groppo in gola lo riattivò. Non ebbe neanche il tempo di vedere la gragnola di messaggi e chiamate perse che il display s’illuminò.</p>
<p>Sua moglie gli disse in un piagnisteo inviperito: &#8211; Renato, ma dove cazzo eri finito? Ho chiamato i carabinieri, la polizia e pure <i>Chi l’ha visto</i>!</p>
<p>L’uomo sulle prime non seppe controbattere, poi disse soltanto: &#8211; Amore perdonami, ero entrato nell’orbita dei festival.</p>
<p>Poi abbassò lo sguardo, quasi rientrò nei suoi panni, e gli venne da pensare che anche lo Sputnik 1 era ripiombato sulla terra, disintegrandosi quasi del tutto nel momento dell’ingresso nell’atmosfera, lasciando dietro di sé quella che lui s’immaginò come un’impalpabile polvere di stelle.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote><p>* <i>Una versione più breve di questo racconto è apparsa su La lettura del Corriere della Sera, ed in seguito è stata letta pubblicamente al trentesimo Salone Internazionale del Libro di Torino. </i></p></blockquote>
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		<title>Luca Ricci. È fondamentale avere dei difetti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 Jun 2017 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
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		<category><![CDATA[Horacio Quiroga]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani  In pochi mesi, nel 1925, Horacio Quiroga, scrittore uruguiano e tragico, stilò, sulle pagine del settimanale illustrato “El Hogar”, il Decalogo del perfecto cuentista, il Manual del perfecto cuentista e, infine, Los trucos del perfecto cuentista; tre sintetiche emanazioni di un magistero che, tutt’ora, fa di Quiroga uno dei massimi scrittori di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Stefano Gallerani </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-68879" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg" alt="" width="169" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-169x300.jpg 169w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1-577x1024.jpg 577w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/unnamed-1.jpg 640w" sizes="auto, (max-width: 169px) 100vw, 169px" /></p>
<p>In pochi mesi, nel 1925, Horacio Quiroga, scrittore uruguiano e tragico, stilò, sulle pagine del settimanale illustrato “El Hogar”, il <i>Decalogo del perfecto cuentista</i>, il <i>Manual del perfecto cuentista</i> e, infine, <i>Los trucos del perfecto cuentista</i>; tre sintetiche emanazioni di un magistero che, tutt’ora, fa di Quiroga uno dei massimi scrittori di racconti del novecento. Da Quiroga, Cortázar sviluppò l’idea della circolarità del racconto – o, più esattamente, della sua sfericità: un sentimento che, tenuto conto dell’intrusione nel racconto del suo autore, “deve preesistere in qualche modo all’atto di scrivere il racconto, come se il narratore, sottomesso dalla forma che adotta, si muovesse implicitamente in essa e la portasse alla sua tensione estrema, conducendola così esattamente alla perfezione della forma sferica”. Che a dirsi – e a citarsi – è facile ma in pratica è più complicato che risolvere un’equazione differenziale in cui la funzione incognita sia un rebus teologale.</p>
<p><span id="more-68450"></span>Non a caso, William Faulkner riteneva il racconto ben più difficile del romanzo e secondo solo alla poesia, perché, data la misura, come nella lirica non c’è spazio per sbagliare, non c’è la possibilità romanzesca di riprendere fiato o rimediare a dieci pagine scadenti nelle cinque, mirabili pagine successive – cui possono seguire quindici interlocutorie prima di riprendere le montagne russe della tensione per altre venti. Con Roberto Bolaño, poi, dai dieci comandamenti di Quiroga si arriva al dodecalogo, che al secondo punto recita: “la cosa migliore è scrivere racconti a tre a tre, o a cinque a cinque. Se ve la sentite scriveteli a nove a nove o a quindici a quindici” perché (punto terzo) “la tentazione di scriverli a due a due è pericolosa come mettersi a scriverli a uno a uno, e per di più si porta dentro il gioco piuttosto appiccicoso degli specchi amanti: una doppia immagine che mette malinconia”. Tra gli autori consigliati dal cileno, oltre Quiroga, una schiatta ragguardevole: Felisberto Hernández, Jorge Luis Borges, Cortázar e Bioy Casares, ma anche Jules Renard, Marcel Schwob, Alfonso Reyes, Edgar Lee Masters, Pseudo Longino, Villa-Matas, Marías e, su tutti, Edgar Allan Poe. Ma più ancora, Čechov e Raymond Carver, perché (dodicesimo punto) “uno dei due è il più grande scrittore di racconti che abbia dato” il novecento. Pure, entrambi, il russo e l’americano, sono campioni nel medesimo campo da gioco, quello del racconto realistico (lo stesso in cui gioca “Papa” Hemingway), ma l’idiosincratico – e canonico &#8211; Harold Bloom invita a non trascurare la corrente di segno uguale e contrario, quella del racconto fantastico, che fa capo proprio a Borges e passa, per metterci un po’ d’Italia, anche per Landolfi. Tra i dieci comandamenti e i dodici precetti, però, probabilmente il numero magico del racconto è nove, come le <i>Nine Stories</i> di J.D. Salinger, tra le massime vette del genere. Quello che è certo, ad ogni modo, è che il racconto, la <i>short-story</i>, di sicuro non è, come spesso si potrebbe pensare, il parente povero del romanzo, anzi. Che poi tra i due possa esistere una relazione e che non è escluso che uno scrittore possa eccellere tanto nell’uno che nell’altro… beh, in questo senso basta sfogliare Maupassant o passare in rassegna la bibliografia di James Joyce e João Guimarães Rosa… L’<i>Ulisse </i>non nasce dopotutto dall’idea di un racconto che avrebbe dovuto far parte di <i>Gente di Dublino</i>? E <i>Il grande sertão</i> cos’è se non un’appendice elefantiaca delle raccolte <i>Sagarana</i> e <i>Corpo di ballo</i>?&#8230; E in fondo, non sono forse romanzi sotto vuoto, cioè privati dell’aria della narrazione, i cento micro-racconti di Manganelli che l’autore stesso consiglia di leggere “nelle tenebre esteriori, meglio se allo zero assoluto, in smarrito abitacolo spaziale”?&#8230;</p>
<p>Tutte queste cose – e molte altre – le sa bene Luca Ricci, autore, da ultimo, de <b>I difetti fondamentali</b> (Rizzoli). Pisano, classe 1974, Ricci è, tra gli scrittori italiani contemporanei, sicuramente il più fedele al racconto. Fedele quasi al limite, se non del paradosso, probabilmente dell’ossessione. Come autore, certo, ma anche come lettore. Una fedeltà che, al giorno d’oggi, è anche una presa di posizione estetico-ideologica. Ma come, nell’epoca del romanzo per l’estate, del libro di natale, della lettura di pasqua, perché ostinarsi a scrivere raccolte di racconti? I racconti &#8211; sembrano dire, nei fatti, gli editori &#8211; non si vendono bene, non si possono sintetizzare in una bandella, hanno poco fascino. Come si può costruire un caso, con auspicabile per quanto deprecabile ricaduta commerciale, su un oggetto che per sua natura ha mille facce e almeno due interpretazioni per ciascun lettore di ogni singolo racconto (il che vuol dire che se la raccolta in cui è ricompreso il racconto supera la soglia dei mille lettori, siamo almeno a duemila interpretazioni; se poi i racconti, secondo la regola Salinger, sono almeno nove, le interpretazioni diventano diciottomila)… Come si può, dicevo? Si può, eccome. E <i>I difetti fondamentali </i>sta lì a dimostrarlo. Si può, innanzitutto, perché la letteratura italiana è, storicamente, una letteratura di tradizione, oltre che lirica, novellistica. Una tradizione risalente che, per rimanere al secolo che ci siamo appena lasciti alle spalle, annovera Palazzeschi e Pirandello, Buzzati e Soldati (vincitori, entrambi, del Premio Strega – il premio degli editori! – proprio con due raccolte di racconti), Moravia e Fonzi, Tondelli e Mari. E si può, anche, perché la letteratura egemone dello stesso secolo – il novecento – ovvero quella americana, ha cresciuto molti dei suoi più importanti esponenti a pane e racconti (Fitzgerald, Malamud, e Cheever, tanto per fare solo tre nomi). E si può, ancora, più che per qualsiasi altro motivo, perché il successo di una raccolta di racconti non è frutto di un algoritmo ma solo di un paio di elementi difficilmente clonabili nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte: costanza e bravura. Elementi che Ricci ha coltivato – il primo – sin dai suoi esordi (con i microracconti di <i>Duepigrocoerre d’amore</i> e i racconti de <i>Il piede nel letto</i>) e affinato – il secondo – nei successivi titoli (<i>L’amore e altre forme d’odio</i> e <i>La persecuzione del rigorista</i>), scrivendo un romanzo che non è se non un racconto lungo (<i>Mabel dice sì</i>), un pamphlet narrativo (<i>Come scrivere un best seller in 57 giorni</i>) e inanellando ora quattordici difetti fondamentali. Ma quali sono questi difetti fondamentali, a chi corrispondono? Ciascuno intestato a un prototipo, i racconti di Ricci gravitano tutti intorno a un asse che è qualcosa di più e di diverso che un punto d’equilibrio tematico. Si tratta, infatti, di un sentimento comune più che di un tema: un paesaggio emotivo – quello del mondo che a diverso titolo gravita intorno alla “cosa letteraria” (scrittori, aspiranti tali, editori, giornalisti, mondani culturali sempre meno divini etc.) – che condiziona le esistenze individuali dei suoi protagonisti e connota un’identità collettiva. Per quanto marcata, però, non si tratta, a ben vedere, che di una cornice entro la quale lo scrittore si muove con sguardo rapido e curioso, sarcastico ma partecipe (un po’ alla maniera del Bernhard di <i>A colpi d’ascia</i>, ovvero con lo stesso affetto spietato che si nutre per i propri simili): attento ai riflessi condizionati delle mode (“Il rothiano”), alle piccole manie che creano dipendenze (“Il rifiutato”) e al bozzetto di costume (“Lo stregato” o “La canonizzata”); ma anche all’intrusione del fantastico nella realtà (“Il suggestionabile”, “L’eccitato” o “Il folle”) e alla grammatica dei sentimenti (“L’adultero”, “L’invidioso” e “Il manierista”). Tutti insieme, i suoi personaggi sono spesso ritratti alle prese con speranze elementari, poco favoriti dal destino e molto dall’imprevisto, colti con una partecipazione ironica che non esclude la fermezza del giudizio. Pure, in questi racconti non c’è ombra di satira, bensì lo scarto tipico e non lineare della mossa del cavallo nel gioco degli scacchi: quando prepara una strategia (delineando un setting, dandoci delle coordinate), sotto sotto Ricci già ne elabora una opposta e alternativa che fa provare alla nostra attenzione una vertigine di senso: la ridesta, la porta alla soglia di stanze impreviste. La satira, invece, presupporrebbe una pagina bidimensionale e, per quanto divertente, un po’ scontata, mentre nell’universo di Luca Ricci, <i>perfecto cuentista</i>, così come anche nei suoi libri precedenti, i confini tendono a dissolversi e, con poche parole, alle volte appena con una torsione della frase, a aprire squarci che, delle storie che racconta, ci dicono più di quanto non faccia il loro contesto. Alla fine, le pagine si confondono, lavorano lentamente nella coscienza del lettore, lo mettono come di fronte a uno specchio che gli restituisce l’unica possibile immagine di sé: un’immagine scontornata di cui è impossibile – e forse ozioso – dire se sia fantastica o verosimile; un’immagine che è l’insieme dei difetti fondamentali di cui siamo fatti, perché l’essere umano – come la Letteratura &#8211; cos’è “se non una splendida rovina?”</p>
<figure id="attachment_68880" aria-describedby="caption-attachment-68880" style="width: 203px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-68880 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png" alt="" width="203" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-203x300.png 203w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-768x1134.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80-694x1024.png 694w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/9788817092173_0_0_0_80.png 1000w" sizes="auto, (max-width: 203px) 100vw, 203px" /><figcaption id="caption-attachment-68880" class="wp-caption-text">[Finalista al Premio Chiara 2017]</figcaption></figure>
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		<title>I perfetti conosciuti de “L’amore e altre forme d’odio” di Luca Ricci</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/10/09/perfetti-conosciuti-de-lamore-forma-dodio-luca-ricci/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Oct 2016 05:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
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		<category><![CDATA[L’amore e altre forme d’odio]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
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					<description><![CDATA[di Matteo Pelliti Nel settembre del 2006 usciva un libro strambo, racconti urticanti su coppie in procinto di scoppiare, gioghi coniugali retti dall&#8217;esasperazione del silenzio, bambini dallo sguardo spietato affacciati sulle inadeguatezze di un mondo adulto costantemente in affanno nella gestione degli affetti, delle relazioni, delle emozioni. Il quotidiano portato al parossismo, ai limiti del [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_64637" aria-describedby="caption-attachment-64637" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-medium wp-image-64637" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-300x236.jpg" alt="© Stephan Schmitz" width="300" height="236" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-300x236.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI-768x605.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/alternativa-Ricci-NI.jpg 848w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption id="caption-attachment-64637" class="wp-caption-text">© Stephan Schmitz</figcaption></figure>
<p>di <strong>Matteo Pelliti</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nel settembre del 2006 usciva un libro strambo, racconti urticanti su coppie in procinto di scoppiare, gioghi coniugali retti dall&#8217;esasperazione del silenzio, bambini dallo sguardo spietato affacciati sulle inadeguatezze di un mondo adulto costantemente in affanno nella gestione degli affetti, delle relazioni, delle emozioni. Il quotidiano portato al parossismo, ai limiti del fantastico. Sintassi chirurgica, per una anatomia patologia dei rapporti di coppia.<span id="more-64633"></span><br />
Il titolo, &#8220;<a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/luca-ricci/l-amore-e-altre-forme-d-odio/978880618238">L&#8217;amore e altre forme d&#8217;odio</a>&#8220;, l&#8217;editore illustre (Einaudi), il talent scout sapiente (Guido Davico Bonino), la collana prestigiosa e classica (l’Arcipelago) portavano alla ribalta nazionale delle lettere uno scrittore allora poco più che trentenne ma già completamente formato nelle sue ossessioni, nei suoi stilemi, nella sua visione di opera e di mondo, il pisano Luca Ricci. Cosa resta di quel libro a dieci anni dall&#8217;uscita? Allora non usavamo ancora Twitter, o Facebook, nella forma pervasiva e ipodermica con cui li usiamo oggi; così, l&#8217;armamentario di tradimenti possibili, dispetti, litigi, assenze, prossimità condominiali, di sguardi e malintesi che popolano quei racconti appartengono a un mondo &#8220;alto&#8221;, rarefatto, pre-social. Le rovine e le perversioni della comunicazione amorosa erano già tutte lì, raccontate, pronte a trovare uno strumento giusto per farle meglio e prima deflagrare (vedi la risonanza ottenuta da un film come “Perfetti sconosciuti”).<br />
Ecco, i personaggi de “L’amore e altre forme d’odio” sono, per converso, dei perfetti conosciuti, maschere nelle quali dieci anni fa avevamo paura a specchiarci per il rischio concreto di riconoscervi dentro uno o più destini personali possibili. Oggi sorridiamo delle nevrosi, delle doppiezze amorose, delle vite plurali custodite negli smartphone, mentre allora rimanevamo raggelati da un testo che aveva la forza di affrontare la coppia in termini assoluti, mostrandone una nudità quasi matematica, geometrica. (Andrea Cortellessa aveva parlato di quei racconti paragonandoli a “meccanismi”, origami perfettamente funzionanti). In fondo questo fa la letteratura, e uno dei motivi della fortuna di quel libro, io credo, sta proprio nella sua appartenenza consapevole ai compiti della letteratura: mostrare i “fondamenti”, dare parole alle fondamenta delle nostre relazioni vitali. Tra i temi che, per me, rimangono più attuali e letterari al tempo stesso, vi è quello della casa/corpo, in una linea di continuità ideale che passa da Poe a Cortàzar. Ci sono molte case &#8220;ammalate&#8221; nei racconti di Ricci, case che finiscono per assorbire/esprimere i disagi di chi le abita. Camere conservate, depredate, come porzioni del male e dei lutti delle coppie<br />
Le pareti delle case, nei racconti di Ricci, sono il Golem di creta sul quale iscrivere le parole &#8220;vita&#8221; e &#8220;morte&#8221;, &#8220;anima&#8221; e &#8220;sangue&#8221;. Il corpo-casa malato, imperfetto, è l&#8217;immagine del corpo imperfetto dei suoi abitatori e della relazione-comunicazione malata tra i suoi abitatori. Ricci fa esattamente questa operazione di messa a fuoco: aguzza lo sguardo su scarti morali, piccole viltà, omissioni sgradevoli della comunicazione affettiva. Disegnava, così, con precisione una specie di &#8220;città dis-ideale&#8221; o deidealizzata, dove la casa, le case, diventano la metafora vivente di un corpo famiglia in progressiva disgregazione eppure coeso, raggrumato nei silenzi. Il Murales del racconto omonimo (da poco disponibile anche in traduzione spagnola qui Link: http://manualdeusocultural.com/mural/ ) costituisce una chiave interpretativa centrale, per la sua esplicita e consapevole, metaletteraria, simbologia del tema corpo-casa. Il murales interno, come interiorizzazione, somatizzazione del male, che segue/anticipa i malanni, le mancanze dei corpi che rappresenta. La casa è viva ed è tomba proprio perché corpo vivente, mimetico, dei suoi abitanti. La carta da parati viola, dell&#8217;omonimo racconto, come incantesimo proiettivo della vecchiaia, è solo un corollario del teorema esposto in Murales.<br />
La raccolta di Ricci, in questi dieci anni, ha vissuto di un fitto passaparola tra appassionati lettori: libro introvabile &#8211; seppur sostenuto da un ampio consenso critico, e Premio Chiara 2007 – avrebbe meritato una riedizione tra i tascabili, per una più ampia circolazione “popolare”. Un po’ come si fa con le vaccinazioni. Niente. L’editoria, spesso, teme la letterarietà dei suoi prodotti. E allora li mette in speciali forme di quarantena. Poi il libro è riemerso in copie fantasma, residue, fondi di magazzino che, proprio nella condivisione di un social network, via Twitter, canale in cui Ricci è molto attivo e seguito, hanno ritrovato visibilità in una specie di caccia alla copia rara. Dieci anni sono un tempo lunghissimo per i ritmi della nostra editoria di consumo, ma molto brevi per quelli della letteratura. Dopo dieci anni, insomma, di un libro vero ci si dovrebbe chiedere non cosa è stato, bensì cosa comincerà ad essere. E quei racconti di Luca Ricci hanno molto da dire, soprattutto ai tanti perfetti sconosciuti che provano ancora a vivere d’amore, o di altre forme d’odio.</p>
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		<title>La coda di Ferragosto</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/08/14/la-coda-ferragosto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Aug 2016 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Ferragosto]]></category>
		<category><![CDATA[Il Messaggero]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Ricci&Capricci]]></category>
		<category><![CDATA[scritture]]></category>
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					<description><![CDATA[di Luca Ricci L’uomo, mettendosi in macchina a Ferragosto- benché avesse programmato con largo anticipo una partenza a un orario cosiddetto “intelligente”-, sapeva che sarebbe stato vittima di un evento ineluttabile: la coda per raggiungere il mare. Gli era già capitato un migliaio di volte di restare imbottigliato, eppure sul suo volto si dipinse uno stupore [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><b>di </b><b>Luca Ricci</b></p>
<p style="text-align: justify;"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-64037" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-234x300.jpg" alt="Friedrich-Viandante_mare_nebbia" width="234" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-768x983.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia-800x1024.jpg 800w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/08/Friedrich-Viandante_mare_nebbia.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 234px) 100vw, 234px" />L’uomo, mettendosi in macchina a Ferragosto- benché avesse programmato con largo anticipo una partenza a un orario cosiddetto “intelligente”-, sapeva che sarebbe stato vittima di un evento ineluttabile: la coda per raggiungere il mare. Gli era già capitato un migliaio di volte di restare imbottigliato, eppure sul suo volto si dipinse uno stupore infantile mentre scalava le marce dalla quarta alla prima. Subito dette la colpa a tutta una serie di circostanze nefaste: la seconda colazione al bar, il rifornimento superfluo di giornali all’edicola, il lavavetri che si era avventato sul parabrezza con il semaforo verde… <span id="more-64036"></span></p>
<p style="text-align: justify;">A ogni modo ormai c’era poco da fare: sulla famigerata SS1, meglio conosciuta come Aurelia, già all’altezza della discarica di Malagrotta, si era ritrovato a procedere a passo di tartaruga, le macchine incolonnate una dietro l’altra come un torpedone gigante di cui non riusciva a vedere la fine. All’inizio aumentò l’aria condizionata e ascoltò alla radio la certificazione dell’incubo in cui era precipitato: “Rallentamenti e code lungo l’Aurelia, in direzione di Ladispoli, Fregene, Santa Marinella, verso Civitavecchia e l’imbocco per l’autostrada A12”.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo qualche imprecazione, abbassò il finestrino per scambiare una parola con i suoi vicini di supplizio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Scorre la fila?” chiese stupidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non esiste una coda più lenta di questa,” gli risposero, sconsolati.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un paio d’ore, inaspettatamente, l’uomo invece di spazientirsi cominciò a provare una sensazione quasi piacevole. Come se fare la coda fosse una peculiarità dei romani, addirittura un privilegio.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno aprì la portiera della macchina e scese sull’asfalto bollente: “L’altra settimana ho fatto tre ore di coda”.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro ribatté vanaglorioso: “Io sono arrivato a farne cinque di seguito”.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe parsa un’ostentazione incomprensibile, ma per chi viveva nella capitale la coda- alle poste, dal medico, al supermercato- era un segno di riconoscimento e di appartenenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso le due o le tre del pomeriggio avevano fatto sì e no un paio di chilometri, e in diversi avevano deciso di stendere i teli di spugna direttamente sui tetti delle macchine, o aprire le sedie pieghevoli, o gonfiare i canotti dei bambini. Insomma, venne improvvisato uno stabilimento balneare lungo la  strada. Al tramonto quella baraonda non era ancora finita, ma qualcuno decise di allietare la serata accendendo un falò e suonando la chitarra.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso il secondo o terzo giorno d’ingorgo- le macchine si muovevano di qualche <i>centimetro</i> all’ora- l’uomo perse i sensi. Non era tanto il caldo (aveva pur sempre l’aria condizionata di serie) quanto l’aver cominciato a riflettere sulla lunghezza teorica della coda: chi aveva provato a risalirla a piedi non era più tornato.</p>
<p style="text-align: justify;">“Possibile che non arrivino i soccorsi, che non si sia ancora vista una volante della polizia o sentita una sirena di un’ambulanza?” si domandò nel silenzio del suo abitacolo, e quello fu l’ultimo tentativo di razionalizzare la situazione nella quale era venuto a trovarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo cominciò a vivere come un automa- a volte dando un piccolo colpo di acceleratore col piede destro, quel tanto che bastava per colmare il poco spazio che si liberava davanti a lui-, mentre lungo la strada si era formata una vera e propria comunità. La gente cercava di darsi una mano come poteva, quando non era impegnata a inveire contro la coda. Così un’ostetrica offrì la sua esperienza per fare partorire la donna di una macchina situata qualche chilometro più su rispetto al punto  dove si trovava lei. In genere per le emergenze partiva una sorta di rapidissimo passaparola tra le macchine, favorito dal fatto che già si trovassero in una posizione ottimale per il tam-tam, incatenate l’una all’altra com’erano. Erano molto impegnati fisioterapisti e osteopati (la guida protratta aveva procurato ai <i>cittadini</i> della coda una sfilza di acciacchi posturali, colpi della strega e via dicendo) e, purtroppo, cardiologi (vista la situazione, gli attacchi di cuore si sprecavano). Qualcuno- forse un sociologo col pallino della matematica- tentò di rasserenare la coda diffondendo alcuni calcoli realizzati con significative approssimazioni e arrotondamenti (nessuno conoscendo esattamente la densità del traffico e l’estensione del guaio):  sommando il cibo contenuto nella totalità delle borse frigo delle famiglie rimaste imbottigliate, il livello del benessere si sarebbe mantenuto decente ancora per molto tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">I ragazzini giocavano insieme, per bande, spesso sul limitare della strada, ogni tanto avvicinandosi pericolosamente ai guard-rail. Una volta due o tre di loro- più per il gusto di commettere una bravata che per la reale volontà di chiedere aiuto- si fecero largo tra la vegetazione bassa del Lazio, tra campi di grano e allevamenti bovini e ovini, fino alle prime fattorie che costeggiavano l’Aurelia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Siete quelli della coda?” gli domandarono da laggiù, quasi che la strada e la campagna circostante ormai corressero su piani paralleli ma non più comunicanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ai ragazzini non venne dato neppure il tempo di rispondere, perché dalle finestre delle case partì subito una fitta sassaiola, fatta apposta per ricacciarli indietro, da dove erano venuti. Tutta quella ferocia era assurda, a maggior ragione se messa in contrapposizione allo sguardo bonario della mucche che assistevano indifferenti e con le bocche affondate nelle mangiatoie.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera non troppo afosa l’uomo accostò la macchina e decise di fare una passeggiata per sgranchirsi un po’ le gambe. Sarebbe voluto tornare indietro dopo poco, i suoi intenti non erano avventurosi come quelli di chi abbandonava l’auto per tentare di scoprire la <i>verità</i>, ma a mano a mano che camminava restò affascinato da come cambiavano gli usi e costumi della gente. In realtà la coda era costituita da segmenti diversi, il gruppo di riferimento di ciascuno non si estendeva che per un paio di chilometri, e dopo partivano altre facce e altre storie.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto durò quell’ingorgo epocale e mostruoso? Un giorno qualcuno bussò al finestrino dell’uomo. Era troppo stanco e spossato per camminare da solo, quindi lo aiutarono a scendere e lo accompagnarono fino alla spiaggia. Non si sentiva più le gambe, e in generale gli pareva di essersi incurvato, perfino imbiancato.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiese: “Ce l’abbiamo fatta, è finita la coda?”</p>
<p style="text-align: justify;">Annuirono senza troppa convinzione, ma cercando di risultare rassicuranti. Sorrisero proprio come si fa con i vecchi. L’uomo restò lì in piedi sulla sabbia, cercando di osservare la scena. Ed ebbe improvvisamente freddo, si accorse che quello era un mare d’inverno.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>*Questo racconto è apparso per la prima volta sul Messaggero, nella rubrica culturale Ricci &amp; Capricci. Si ringraziano testata e autore.  </i></p>
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		<title>Scrittori e storia, una conversazione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/09/scrittori-e-storia-una-conversazione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 05:00:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Daniele Giglioli e Davide Orecchio Questo dialogo via mail tra Daniele Giglioli e Davide Orecchio si è svolto fra il 20 dicembre 2014 e il 14 gennaio 2015* D.O. – Caro Daniele, in una giornata d’inverno romano che invece sembra portegno – con l’umidità, la pioggia, quindici gradi di temperatura media, il cielo basso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-54232" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/partigiani1-e1432741799277.jpg" alt="Partigiani" width="640" height="425" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/partigiani1-e1432741799277.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/partigiani1-e1432741799277-300x199.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/partigiani1-e1432741799277-120x80.jpg 120w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p>di <strong>Daniele Giglioli </strong>e<strong> Davide Orecchio</strong></p>
<p><em>Questo dialogo via mail tra Daniele Giglioli e Davide Orecchio si è svolto fra il 20 dicembre 2014 e il 14 gennaio 2015*</em></p>
<p><strong>D.O.</strong> – Caro Daniele, in una giornata d’inverno romano che invece sembra portegno – con l’umidità, la pioggia, quindici gradi di temperatura media, il cielo basso da fine (geografica) del mondo (<em>finis terrae</em>; fatta salva, io spero, l&#8217;umanità) – la mia compagna mi passa una pagina del <em>Domenicale</em> e commenta: “Forse t’interessa”, senza aggiungere altro. Da questo episodio nasce, qui e ora, il mio tentativo di conversare con te. <strong>La pagina ospita un articolo di Sergio Luzzatto. È un&#8217;invettiva</strong>. <strong>Lo storico accusa. Tutti</strong>. Scrittori, registi di film, documentari e serie tv, persino i musei: costoro – argomenta Luzzatto – <strong>hanno ridotto la storia a una “maionese impazzita”</strong> dove gli elementi didattici e cognitivi della disciplina, e i suoi valori che Cicerone riassunse nella formula della <em>magistra vitae</em>, sono ora “mischiati e rimischiati senza criterio, come in un cocktail dell’assurdo”. La scienza cede il passo alla testimonianza, la storia alla memoria, il sapere alla rappresentazione, alla sceneggiatura, allo <em>storytelling</em>. Scrive Luzzatto: “Non c’è oggi testimonianza che non venga contrabbandata come verità; non c’è messaggio che non venga spacciato per magistero; non c’è memoria che non venga confusa con la storia”.</p>
<p>Anche tra gli scrittori, salvo alcune eccezioni (il collettivo Wu Ming, Javier Cercas, Emmanuel Carrère), Luzzatto non salva nessuno, e condanna ogni “narratore travestito nei panni di un buono o di un cattivo del passato”. Né risparmia i critici letterari, che non provano “davvero a distinguere, se non l’olio dall’uovo, il grano dal loglio”. Va detto che Luzzatto sceglie la solitudine, visto che anche nella sua disciplina non vede che “libri illeggibili” per chiunque non sia uno storico di professione, monografie destinate a poche decine di lettori, un “fossato” che si allarga tra lo scrivere e il farsi leggere, il sapere e la sua trasmissione. <strong>Ciascuno, a suo modo, sbaglia: per dilettantismo, per troppo spettacolo, per eccesso di specialismo</strong>. Le parti lese sono due: la storia stessa e i giovani (i “figli”) che la vorrebbero, e dovrebbero, apprendere.</p>
<p>Tu questo pezzo l&#8217;hai letto? Sono quasi certo di sì. Per questo m&#8217;è venuto in mente di coinvolgerti. Anzi, credo che tu sia già coinvolto. Affiorano, mi pare, i temi di <em>Senza trauma</em> e <em>Critica della vittima</em>. I sintomi che hai segnalato stanno anche nella diagnosi di Luzzatto, o no? Sul <em>Corriere della Sera</em>, un paio d&#8217;anni fa (vado a memoria), pubblicasti un articolo che, seppure a un grado minore di polemica rispetto a Luzzatto, esponeva <strong>perplessità simili rispetto all&#8217;ossessione per la storia di certi narratori, alla patologia delle fonti, degli archivi, della documentazione esorbitante</strong>. Luzzatto, dalla prospettiva dello storico, mi pare voglia mettere in guardia dalla narratività; per lui la maionese impazzisce a causa di uno “<em>storytelling</em> spendibile alla fiera della creatività letteraria”. Tu, dalla prospettiva della “critica letteraria <em>e</em> sintomatica”, <strong>segnalavi la patologia del documento, l&#8217;acribia comunque e sempre imperfetta</strong>, perché lo scrittore non sarà mai uno storico e, insomma, dove vuole arrivare, perché lo fa? Vorrei farti una domanda diretta: pensi che sia il momento di smetterla? Solo l&#8217;astinenza può guarire dalla malattia storica? Ma, anche se volessimo, potremmo davvero disintossicarci dall&#8217;ossessione per la storia?</p>
<p><strong>D.G.</strong> – Caro Davide, nel frattempo è arrivato l’inverno, come se la nostra conversazione seguisse i ritmi dei carteggi di una volta: il freddo atlantico e ora il <em>Burian</em> siberiano. Faremo fronte, come abbiamo fatto fronte un po’ inquieti un po’ contenti al calduccio anomalo di un lungo autunno riottoso ai suoi doveri di stagione. Riscaldamento globale a parte, non ha senso prendersela col clima. Come mi sembra faccia invece Luzzatto nell’articolo che citi: piove, governo ladro, tanto per rovistare nello stesso registro delle frasi fatte della maionese impazzita (come mai ti è piaciuta tanto?). <strong>Per quanto ne so, la maggior parte degli storici sono più preoccupati da internet, dal cinema Blockbuster e dalle playstation, e non vedono nella letteratura un pericolo mortale</strong>: chi legge un libro ha in sé già tutti gli anticorpi della ricezione critica – e ricezione critica, a pensarci bene, poi, di cosa? Del passato “per come veramente è stato”? Del suo uso inevitabilmente ideologico, della sua appropriazione da parte del presente a fini non conoscitivi ma vitali? <strong>Nella rampogna di Luzzatto si coglie del resto l’eco di una contrapposizione antichissima</strong>: Michel De Certeau ha scritto una volta che la storiografia “scientifica” nasce sempre, fin dai greci, come gesto polemico contro il mito, la leggenda fondativa, la diceria incontrollata, proponendosi come spazio di sapere non contaminato da interessi che non siano l’accertamento della verità. In questo stanno la sua forza (ciò che la spinge ad affinare continuamente le sue tecniche, i suoi metodi, i suoi riscontri e i suoi dispositivi di controllo), e insieme<strong> la cecità che le impedisce di vedersi appunto come un discorso rivale, un discorso tra i discorsi, che trae forma e senso proprio perché si colloca in un orizzonte dove i discorsi sul passato sono tanti</strong>. Tra Berta filava e la storiografia scientifica odierna ci sono innumerevoli stadi intermedi; ma la storiografia tutta non esisterebbe senza Berta, grazie a Berta e contro Berta. Nell’articolo di Luzzatto si rinnova in fondo quel gesto originario, addizionato però a una certa malmostosità che forse deriva, più che dalla preoccupazione per la rovina della patria, dall’inquietudine di certi suoi tentativi recenti (per esempio il libro su Primo Levi), che in effetti non sono né storiografia né letteratura.</p>
<p><strong>D.O.</strong> – Daniele, mi chiedi perché mi sia piaciuta la metafora della maionese impazzita. Non è che mi sia piaciuta, è che ho paura di far impazzire la maionese! Immagino succeda a chiunque affronti imprese domestiche, a lungo solitarie. Per coincidenza, poi, proprio mentre usciva l&#8217;articolo di Luzzatto un&#8217;amica ha paragonato un mio libro alla maionese fatta in casa che “all&#8217;inizio allappa – sostiene lei – e ti chiedi come possa uscirci qualcosa di buono. Ma continui a girare e il limone profuma ed è aspro, però ci sta proprio bene e non puoi smettere di mangiarla”. Lieto fine a parte (perlomeno nel giudizio dell&#8217;amica), il timore resta e ho l&#8217;impressione che troppe maionesi mi circondino.</p>
<p>Tu, per nulla convinto dall&#8217;articolo di Luzzatto, accenni, tra gli altri temi, a un presente che cerca di appropriarsi del passato “a fini non conoscitivi ma vitali”: temo di essere costretto a parlare ancora un po&#8217; di me. Sebbene Luzzatto non abbia probabilmente idea di chi sono e polemizzasse con (o elogiasse) altri scrittori, mi sento coinvolto. Sto nel mezzo. <strong>Quando studiavo storia e frequentavo gli archivi, le pratiche di narrativizzazione alla Hayden White erano l’avversario</strong> (dei miei maestri e, di conseguenza, il mio). Adesso che mi sono messo a scrivere libri che adoperano la storia per raccontare storie, mi chiedo: sono forse diventato il nemico? Eppure ho cercato di essere onesto, ho provato a rendere evidente al lettore il gioco col mestiere di storico, la manipolazione letteraria delle fonti, l’invenzione stessa delle fonti. Per evitare d’essere fuorviante, sono arrivato ad adottare gerarchie di virgolette che consentissero di orientarsi tra le citazioni fittizie e quelle vere. Insomma ho esposto la strumentazione dello storico in un organismo però letterario, senza pretese cognitive o “scientifiche”. Ma forse tutto questo, caro Daniele, non basta a mantenere il controllo della maionese.</p>
<p>Perché lo faccio? Me l’ha chiesto, qualche mese fa, la rivista <em>Lo Straniero</em>, che ha aperto le sue pagine al contributo di oltre sessanta scrittori chiamandoli a spiegare le ragioni del loro interesse per la storia recente, per i “nostri ieri”. I testi saranno raccolti in un libro curato da Goffredo Fofi, in uscita in questi mesi per Contrasto, che dovrebbe intitolarsi <em>Il racconto onesto</em>. Come vedi,<strong> torna il tema dell’onestà: nella peggiore delle ipotesi siamo animati da buone intenzioni.</strong> Quanto a me, per spiegarti riprendo il ragionamento che facevo su <em>Lo Straniero</em>: forse ho una carenza di orientamento, forse ho perso la coscienza di una direzione nel presente e verso il futuro. <strong>Quanto più il mio oggi è (o mi appare) privo di storicità, tanto più cerco rifugio nei trascorsi alla ricerca ostinata di un senso</strong>. Mi sembra che dalla paralisi odierna (molto occidentale, molto italiana) fiotti una pesca nei depositi della storia accaduta. In genere una società dinamica e storicamente protagonista s&#8217;impossessa del passato per volgerlo, anche distorcerlo, ai fini non sempre commendevoli del presente. Ma se l&#8217;epoca s&#8217;impaluda nella stasi, o peggio ancora nel regresso, può accadere al contrario che il passato assuma il dominio e i viventi gli si affidino così da prendere una loro rincorsa, e che si guardino indietro per non stare fermi, per darsi slancio, superare l&#8217;ostacolo e riprendere il cammino. Più di un indizio mi dice che “lo faccio” per questo motivo. Il “come” lo faccio credo dipenda da un’ulteriore difficoltà autobiografica che il Novecento mi crea. Nei miei studi universitari scelsi di occuparmi di secoli leggermente distanti: il Settecento, l’Ottocento. Il passato prossimo, la contemporaneità, invece m’intimoriva. Solo dopo, abbandonati da tempo aule e archivi, ho trovato il coraggio di (provare a) narrare epoche più recenti e decisive per me. È curioso, insomma, che giusto in un’operazione letteraria e di tradimento del metodo io sia riuscito a occuparmi della storia contemporanea. Ma perché ho dovuto inventarmela, questa storia, e in parte tradirla? Forse – molto banalmente, penserai, più a fini vitali che conoscitivi – perché l’ho avuta in casa, incarnata in una figura paterna dalla quale ero distante, anagraficamente, più di mezzo secolo. Un uomo che aveva attraversato il fascismo da giovane, che poi era stato partigiano, infine giornalista comunista nell’Italia democratica e repubblicana; ma che a me non raccontava nulla. Quasi una sfinge. <strong>La fonte primaria era muta. Persona del secolo breve, e colui che mi aveva generato: rifiutava di spiegarmi quel secolo</strong>; a volte lo sussurrava con un tono di fondo da <em>Poltergeist</em>, altre volte lo formulava in aforismi e teoremi orfani della dimostrazione. <strong>Questo è il mio ieri: un discreto silenzio</strong>. Dunque ho dovuto inventare.</p>
<figure id="attachment_45277" aria-describedby="caption-attachment-45277" style="width: 700px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-45277 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg" alt="Storia" width="700" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-1024x574.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/chilanti01-300x168.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /><figcaption id="caption-attachment-45277" class="wp-caption-text">Gerarchi fascisti passano in rassegna le truppe. Archivio Storico Cgil Nazionale</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vorrei aggiungere che da giorni, caro Daniele, ho messo in un cassetto col clima portegno anche l’articolo di Luzzatto, dal quale ero partito per dialogare con te, e ho ripreso in mano tutti i contributi pubblicati su <em>Lo Straniero</em>. Non so se tu abbia trovato il tempo di leggerli. Penso che la raccolta ti potrebbe incuriosire. <strong>Questi scrittori (escludo me dal giudizio) mi sembrano tutti molto seri, responsabili, &#8216;onesti&#8217; appunto nell’enunciare le ragioni del loro volgersi alla storia</strong>. I contributi possono offrire spunti nuovi, e anche conferme, alla tua critica letteraria e sintomatica. Credo che la maggior parte degli autori condivida con te la presa d&#8217;atto che “mai, nel corso della sua storia, l&#8217;umanità si è trovata a vivere un tempo così radicalmente controrivoluzionario” (cito da <em>Critica della vittima</em>). E molti di loro cercano nei “nostri ieri” quella spinta cui accennavo sopra, quanto serve per &#8216;andare avanti&#8217; e superare l&#8217;ostacolo.</p>
<p>Penso ad esempio a Helena Janeczek, che spiega di avere avvertito, “negli anni successivi a <em>Lezioni di tenebra</em>”, “il bisogno sempre più chiaro di passare dalla Memoria alla Storia”. “Ricordare com’erano gli uomini e le donne di oltre mezzo secolo o qualche decennio addietro, forse significa anche proiettare delle diverse possibilità di esistere sul nostro futuro”. Alessandro Leogrande invece scorge “un paesaggio di orfani”; e per lui “rivolgersi al passato” serve a trovare “ciò che in una data epoca inferno non era, nel mezzo di un inferno più vasto, ed è stato poi soppresso”. Vittorio Giacopini ragiona sul romanziere “come storico degli ‘atti mancati’”, perché – spiega – “chi voglia parlare dell’Italia (…) dovrà fare i conti col carattere guasto del tempo storico sfalsato di un paese ‘incompiuto’ e ‘irrisolto’ proprio in essenza”. La crisi di orientamento pragmatico nel presente storico, che è poi una crisi di identità politica, la vedo nitida anche nelle pagine di Francesco Pecoraro. Al suo riguardo in <em>Senza trauma</em> scrivevi di una “vulnerabilità preventiva” rispetto alla sconfitta. Ti cito solo questo passaggio dal suo testo uscito su <em>Lo Straniero</em>: “È esattamente nel momento in cui, non ostanti gli sforzi compiuti per restare al passo, percepisci una diversità tra quello che sei e ciò che prevalentemente ti circonda, che capisci che per tutto il corso della tua esistenza sei vissuto nella Storia, inzuppato di Storia, trascinato dalla Storia. E capisci anche che proprio in quel momento lì, tremendo, di percezione dell’estraneità totale del contemporaneo, la Storia ti ha abbandonato ed è andata in una direzione talmente diversa da quella che ti aspettavi”.</p>
<p>Credo anche che alcuni testi pubblicati da <em>Lo Straniero</em> confermino quel “forte impulso risarcitorio” rispetto alla storia che tu stesso riconoscevi in <em>Senza trauma</em>. Forse – ma qui vorrei sapere cosa ne pensi – non solo per “giustificare i fallimenti e l&#8217;impotenza del presente”, il “non è colpa nostra” che individuavi, ma anche per <em>capire</em>. Una “controstoria dell&#8217;Italia contemporanea” – sempre tua la formula – che però in questi autori (penso a Igiaba Scego e Wu Ming 1) si spoglia dell’abito paranoico (il complotto a tutti i costi) e sceglie di vestire un esercizio cognitivo, certamente un progetto meno emotivo rispetto al sentimento della sconfitta e della perdita, e con una sua radicale lucidità. <strong>Emergono letture alternative e forse più veritiere, senz&#8217;altro più oneste delle vulgate, dei miti, dei discorsi pubblici</strong>. Affiorano a volte dall’ignoranza forzata. Scego ad esempio ammette di aver “imparato proprio poco” dalla scuola, di storia. “Quello che sapevo mi veniva dalla famiglia e dalla curiosità personale”. Dev&#8217;essere per questo che, con<em> Roma negata</em> (Ediesse 2014), la scrittrice italo-somala ha voluto rivelare la topografia coloniale (monumenti, piazze, persino cinema) che i romani hanno dimenticato.</p>
<p>“<em>Roma negata</em> – spiega Scego – è un libro nato per colmare delle lacune. Riempire di senso una storia che non ci è stata tramandata”. I luoghi del colonialismo italiano a Roma sono “poco conosciuti, luoghi spesso nel degrado e nell’abbandono. Luoghi che però ci parlano di una relazione tra l’Italia e il Corno D’Africa. Era importante far capire che la presenza di somali, eritrei, etiopi in Italia non era casuale”. Non diversamente Wu Ming 1 spiega che il suo collettivo (tra i pochi a convincere Luzzatto, ti ricordo) pesca le storie “dai &#8216;luoghi oscuri&#8217;, dai coni d’ombra e dai rimossi della storia”. Per loro si tratta di “stare tra l’archivio e la strada”. “Su quel materiale ci sforziamo di esercitare uno sguardo il più possibile &#8216;obliquo&#8217;, sghembo, spiazzato”. Il progetto narrativo, anche per loro, parte spesso dal togliere la maschera al monumento <em>bolso, tronfio, ridondante</em> se non del tutto bugiardo. Il monumento è la storia come impresa soggettiva di pubblica menzogna, lettura fuorviante. Il libro, la letteratura secondo Wu Ming 1, si prende il compito di offrire un altro sguardo: “Se un monumento lo aggiriamo, può capitarci di scoprire una storia diversissima, una storia alternativa. Non la consueta, banalissima, &#8216;storia nascosta&#8217;, esoterica, occulta, quella che piace ai complottisti, ma la storia del conflitto che viene ogni volta rimosso, del molteplice ricondotto a forza all’Uno”.</p>
<p>Sono solo alcuni, pochi qui per ragioni di spazio, degli autori che riesco a citare; ma quasi tutti mi hanno convinto (per il fatto di assumere una postura che entra nel ritratto collettivo, che non discorda; ciascun punto si ficca nel tragitto di una parabola geometricamente raffigurabile). Certo enunciano, mentre sono le opere che dobbiamo valutare, non gli enunciati. Ma su questo lascio a te l&#8217;ultima parola.</p>
<p><strong>D.G.</strong> – Forse siamo d&#8217;accordo su questo:<strong> che gli scrittori di romanzi si volgano alla storia è un fatto, un indizio, un sintomo da interpretare. Di che cosa sia sintomo è la cosa che interessa</strong>. Tu mi dirai che il sintomo rimanda immediatamente al tema della malattia, ed è vero. Ma non si tratta certo di una malattia squisitamente letteraria, come tu stesso hai scritto qui sopra. E’ vero che anche io mi ero interrogato sul fenomeno; ma per capirlo, non per deplorarlo. Come che sia, non sono certo i sintomi ma le cause che ci si deve sforzare di curare. Il sintomo è un segnalatore d’allarme, e in quanto tale parte essenziale di una possibile guarigione.</p>
<p>Guarigione da cosa? Ti sei già risposto, e con te tanti scrittori interpellati da <em>Lo Straniero</em>. Anche io ho trovato molto oneste nel complesso le risposte che hanno dato. Anche troppo, sinceramente. Buone intenzioni, buoni sentimenti, scrupoli morali, pensose preoccupazioni civiche. Ottime cose, quelle che sempre ci si augura di trovare in qualcuno quando bisogna farci assieme la dichiarazione amichevole di sinistro dopo un tamponamento. Ma confesso, dammi pure del romantico o dell’ingenuo, che <strong>da uno scrittore io mi aspetto che sia almeno ogni tanto anche un po’ predone, pirata, mistificatore: scrivo di storia perché mi piace, perché lo so fare, perché lo fanno anche altri e vedo che funziona, perché sono poi alla fin fine fatti miei.</strong> Un po’ più infantile, insomma, per non perdere del tutto quello stupore che ci faceva guardare da bambini i film in costume. Un eccesso di responsabilità raffredda i muscoli.</p>
<p>Ma sto divagando, e non è giusto ciò che dico: quelle preoccupazioni ci sono, anch’io le condivido e anch’io voglio mostrarmi altrettanto educato nel porgere la zampa alle interrogazioni, alle lodi e alle eventuali rampogne: perché lo fate? Bravi, è utile (o inutile, o dannoso). Accantono il senso di ribellione che non so perché mi sorge e provo a risponderti.</p>
<p>Di cosa è sintomo questo volgersi alla storia lo hai già detto tu benissimo. <strong>Senso di paralisi, atrofia del presente, panico da isolamento</strong>, sospetto lievemente paranoico di aver passato tutta la vita dietro ad uno schermo, <em>reculer pour mieux sauter</em>, recuperare i conflitti e i rimossi, dar voce agli esclusi, cercare alternative a un presente che si presenta appunto come monolitico, inscalfibile, infessurabile. Più profondi delle intenzioni politiche mi sembrano però due moti passionali, opposti ma affini: la paura e la speranza. Entrambi hanno a che fare con il tempo, generano una miscela sempre diversa di presente e di futuro: in che senso li si può declinare al passato?</p>
<figure id="attachment_54627" aria-describedby="caption-attachment-54627" style="width: 880px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-54627" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/soldati-russi-in-fuga.jpg" alt="Soldati russi in fuga. Da Internet Archive Book Images https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/" width="880" height="390" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/soldati-russi-in-fuga.jpg 880w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/06/soldati-russi-in-fuga-300x133.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 880px) 100vw, 880px" /><figcaption id="caption-attachment-54627" class="wp-caption-text">I guerra mondiale. Soldati russi in fuga. Da <a href="https://www.flickr.com/photos/internetarchivebookimages/" target="_blank">Internet Archive Book Images</a></figcaption></figure>
<p><strong>Vediamo prima la paura. Paura del presente, più forte di quella del futuro</strong>. <strong>Paura che il presente non ci basti, ci imprigioni in una finzione di realtà che ci sottrae qualcosa che non mi riesce di chiamare altro che “la vera vita”.</strong> Quella vera vita che viene a torto o a ragione attribuita al passato. Quelli sì erano tempi, lì sì che c’era qualche cosa da narrare. Non importa che gli eventi di cui ci si occupa siano in genere tragici, luttuosi, sanguinari (pensa alle tante narrazioni che si esercitano sul Novecento delle stragi, delle guerre, delle deportazioni; lo sai meglio di me). Anche il dolore più feroce aveva senso, quel senso che oggi sembra evaporato. L’effetto nostalgia è secondo Fredric Jameson una componente fondamentale della postmodernità: si può aderire o no alle sue spiegazioni, ma il fenomeno è innegabile. Agli uomini e alle donne è stato dato un tempo di vivere di meglio, dovesse anche quel meglio essere stato una catena di lutti: il vero lutto è quello di oggi, è la paralisi di cui tu hai messo a fuoco i tratti. In questo senso, prendendo a prestito una espressione di San Paolo che Carl Schmitt ha messo al centro della sua teologia politica, <strong>ho l’impressione che il passato venga convocato in scena come <em>katechon</em>, ovvero come ciò che ritarda, che trattiene, che contiene lo scatenarsi di qualcosa</strong>. Di che cosa? Dell’anticristo, pare volesse dire Paolo (o i suoi interpreti, che variamente vedevano il <em>katechon</em> come figura della chiesa, o dell’impero). E come definiva Paolo l’anticristo? Lo definiva il figlio dell’“<em>anomia</em>”, dell’assenza di <em>nomos</em>, legge, norma, senso. <strong>È l’anomia contemporanea che ci fa paura, il mondo e le vite interamente in preda all’insensata irrazionalità mercantile e finanziaria, una forza sterminata, una deriva inarrestabile che nessuna morale (la chiesa, ovvero l’ideologia) e nessuna spada (l’impero, ovvero la politica) riesce più a trattenere.</strong> Nel Novecento dei conflitti (e nei secoli precedenti che gli fanno da allegoria) si lottava ancora. Oggi la lotta è persa, l’anticristo è arrivato. Ti pare che esageri? Va bene, si tratta di metafore. Ma il senso di spavento senza fine (e senza nemmeno quella promessa della fine che era la paura dell’apocalissi nucleare, cui nessuno pensa più), quello è vero e reale. Che ci si volga al passato, che si trattenga il passato, ci si trattenga (e ci si intrattenga) al passato, è da questo punto di vista perfettamente comprensibile. Come se si sospettasse che dar forma coi materiali del presente a quella che a metà Ottocento Marx e Baudelaire avevano chiamato la poesia della vita moderna sia un’operazione già battuta in breccia, un autoinganno colpevole (salvo poi adorare le serie televisive americane, che a quanto pare ci riescono).</p>
<p><strong>Qui si vede del resto come la paura sia strettamente legata al secondo moto passionale di cui ti dicevo, la speranza</strong>. Molti degli autori interpellati da <em>Lo Straniero</em> hanno citato Benjamin e la sua idea che la ricostruzione di un frammento di passato andato sommerso (la storia degli sconfitti senza storia, affidata unicamente a una memoria soggettiva sempre rimossa dalla narrazione ufficiale) sia in realtà qualcosa che redime insieme il passato da conoscere e il presente che conosce: lo <em>Jetztzeit</em>, il “tempo ora”, il “tempo-che-è-ora”, il famoso balzo di tigre nel passato, il ricordo che balena nel momento del pericolo. Forse non tutti i conti sono chiusi. <strong>Forse il nemico non ha ancora vinto. Forse in quello che è andato storto si annida una potenzialità ancora vitale, un bivio a cui è possibile tornare. Ma pur sempre di tornare, come si vedi, si tratta</strong>. Non è mica un caso se Spinoza diceva che paura e speranza sono tutte e due passioni tristi. Un tempo contro il tempo, dunque, risentito, che non accetta che il passato sia andato come è andato perché non riesce a modificare il presente che gli ha fatto seguito.</p>
<p>Non so quanto tu condivida ciò che dico, e quanto lo sottoscriverebbero i tuoi colleghi. Forse è solo una proiezione soggettiva. In ogni caso, ora che l’ho detta mi si chiarisce meglio il fastidio per il modo virtuoso e fin troppo perbene con cui mi sembra che molti scrittori affrontino la questione. Ci sono in gioco cose enormi. Di queste cose enormi avvertiamo tutti la presenza nella nostra vita quotidiana. Perché non essere allora un po’ più radicali? Se la letteratura ha un vantaggio (anche produttivo!; nel senso che la si fa a costi contenuti) è quello di poter guardare in faccia l’abisso. Non varrebbe la pena provarci?</p>
<p><strong>D.O.</strong> – Guardare l&#8217;abisso. Hai ragione, varrebbe la pena di provarci ad averne la capacità e la forza. Ma di cosa abbiamo davvero paura? Ti avverto: dove scrivo c&#8217;è il pieno dominio dello choc. Poche ore fa, nella redazione di un giornale parigino, dodici persone sono state assassinate. Anche questo è il presente: la strage dei satiristi di <em>Charlie Hebdo</em>; è senz&#8217;altro vero, come segnali anche tu, che non mi basta e che m&#8217;imprigiona (preferisco parlare solo a mio nome), ma non sembra incapace di ferocia e lutto, di morte, di fattualità; quello che gli manca è la facoltà di lasciarsi comprendere. Ossia manca a me. Ossia: <em>nonostante me</em>, un&#8217;altra storia sta accadendo ma, a differenza di quanto poterono i miei nonni e i miei padri con <em>la loro storia</em>, io non solo non la agisco, non solo la subisco, ma la subisco senza mappe ideologiche né navigatori satellitari. Sono dunque ammalato di una <em>Orientierungskrise</em> che sembra aggravarsi: è questa la mia autodiagnosi, che già ti citavo sopra con una formula di Koselleck. Allora l’abisso (che potrebbe anche essere l’<em>ostacolo</em>), nell’indigenza del codice per decrittarlo, induce a rinculare nel territorio conosciuto, nel Novecento degli schemi e dei conflitti trasparenti e ormai tradotti; attitudine e medicina di cui non mi sfugge la natura palliativa, visto che<strong> il presente (e più che mai il futuro) lo si conosce solo nella misura in cui lo si fa</strong>.</p>
<p>C’è un altro aspetto che rilevi, quando scrivi: “Tutta la vita dietro a uno schermo”. È un sintomo grave, secondo me, della mia (della nostra) <strong>emarginazione dall’accadere.</strong> Lo schermo non è solo il monitor nel quale guardiamo, è lo scudo che ci tiene al riparo dalla realtà. In un incontro pubblico recente, <strong>Giorgio Vasta</strong> (scrittore cui non manca il coraggio di guardare l’abisso) ragionava sul fatto che sempre più va radicandosi in alcuni di noi <strong>una condizione psichica ed esistenziale di <em>claustrofilia</em></strong>, <strong>di benessere nel chiuso, nell&#8217;angusto, nel non andare fuori</strong>. Non è casuale che il tema intercetti un passo di Luca Ricci, l&#8217;ultimo che ti cito dall&#8217;inchiesta de <em>Lo Straniero</em>: “Sembrerebbe che la Storia – se non proprio la realtà – sia estromessa dalla mia letteratura, e forse è vero, eppure mi pare che indirettamente questo modo di procedere dica moltissime cose della mia generazione, di chi è nato nei settanta, è cresciuto negli ottanta e si è poi formato o deformato nei novanta del secolo scorso: siamo gente che è rimasta al chiuso, <em>console</em> (Intellivision o Atari), computer (Spectrum o Commodore 64, e poi Amiga 500), telefonino, note-book, tablet, smartphone”.<strong><em> Siamo gente che è rimasta al chiuso</em>. Surroghiamo l&#8217;esperienza <em>googlando</em> un divenire storico dal quale distiamo sempre più, avendo noi scelto di abitare un luogo e un tempo di conoscenze mediate</strong>, ossia multi e massmediali, iperreali, spettacolari che ci fanno sia inermi, sia illesi. Siamo entrati in un campo di concentramento, e nel Ghetto di Varsavia, grazie a un film di Spielberg o Polanski. Videogame e playstation ci portano nei territori della guerra. Ogni accadere, che sia odierno o passato, è per noi disponibile previo il filtro dello <em>schermo</em>. Persino nei musei che visitiamo la storia è tutta una resurrezione digitale e materiale di fossili: immagini, suoni, oggetti, <em>memorabilia</em>. <strong>Fingendo di riviverla, anche fisicamente, apprendiamo la storia. Ma è davvero questo il metodo giusto? Davvero dobbiamo <em>far finta</em>?</strong> E quanto influisce tutto questo sulla nostra letteratura, sulla sua timidezza oppure sul suo coraggio?</p>
<p><strong>D.G.</strong> – Caro Davide, in effetti gli appelli al radicalismo ti si gelano in gola non appena vedi con la bruciante concretezza di questi giorni cosa succede quando si arriva ad una stretta; e siamo solo all’inizio, purtroppo. Ho passato come immagino anche tu un sacco di ore incollato a internet a leggere articoli e commenti, patisco la tua stessa difficoltà di orientamento, e la cosa che più mi accora è il fatto che, se si dovesse tracciare un diagramma dei discorsi in campo, tutto sarebbe riconducibile a un’opposizione tra opinioni ottuse e opinioni decaffeinate. Queste ultime faranno senz’altro meno male al cuore, ma non lo curano di certo.</p>
<p>Mi chiedi se, alla resa dei conti, questo rapporto con la storia sempre un po’ difensivo, regressivo, rinunciatario (visto che non facciamo la storia di oggi, raccontiamoci almeno la storia di ieri, che aveva una forma e un senso, a differenza della nostra), non sia insidiato dal rischio della simulazione più o meno consapevole: far finta. Io penso di no. Io penso che l’impulso che lo muove sia fondamentalmente sincero, e veritiero. Un’ammissione di debolezza presuppone sempre un rapporto con la realtà (a far finta è chi si pretende forte quando non lo è). <strong>Ma forse, a sgomberare del tutto il campo dal sospetto, varrebbe la pena di recuperare almeno un assunto del tanto vituperato storicismo</strong>.</p>
<p>Noi siamo cresciuti tutti sotto la costellazione di Benjamin, e lo storicismo era la sua bestia nera: il tempo omogeneo e vuoto, la storia aggregata al carro dei vincitori, eccetera. Aveva ragione. Ma c’era una cosa implicita nella concezione storicistica che io credo sia male vada perduta, e cioè l’idea di una relativa inconfrontabilità dei tempi storici. Gli uomini e le donne del passato non erano come noi; possiamo paragonarci ma non identificarci, comprenderli (alla fin fine, diceva Vico, si tratta sempre di modificazioni della stessa mente) ma non conoscerli interamente, pena il fraintendimento, la mistificazione, l’uso allegorico più piatto e sempre in qualche modo violento: la storia in maschera. Dal sospetto di spianare l’eterogeneo non esce mondo nemmeno il metodo allegorico benjaminiano, anche nel caso in cui lo si eserciti dalla parte degli oppressi. <strong>Gli altri non sono noi. Le singolarità non sono sovrapponibili. E’ impossibile accostarsi al passato senza far intervenire un principio di analogia (altrimenti ci resterebbe interamente alieno). Ma altrettanto forte deve essere il gioco della differenza.</strong> Continuità e discontinuità devono essere tenute in una dialettica costante, altrimenti sì che dal “balzo di tigre nel passato” si arriva inevitabilmente alle playstation.</p>
<p>Gli altri non sono noi, d’altra parte, è un assunto purtroppo o per fortuna valido non solo nel tempo ma anche nello spazio, nella nostra stessa contemporaneità. Ci sono in giro, qui e ora, a casa nostra e altrove, molti altri che non vogliono essere come noi. Prova ad applicare il criterio delle analogie e delle differenze agli attentatori di Parigi. Da una parte vedrai dei classici emarginati di periferia; dall’altra delle persone che in nome di una idea sono disposti a fare una cosa feroce e stupida come uccidere e farsi uccidere. Tu lo faresti? No. Puoi comprenderli (il che non vuol dire giustificarli; ma smettiamola anche con questa perenne aura di tribunale)? Probabilmente sì, almeno in parte. Puoi pensare di fare qualcosa insieme a loro? Chi lo sa. Questo è il problema, no? Ma questo vorrebbe dire oggi fare la storia. Se la guardiamo così, la storia finisce davvero per apparirci il grande ballo delle differenze – differenze con cui, tra l’altro, è molto più facile scontrarsi che incontrarsi.</p>
<p>Se questo è vero, bisogna dire che la letteratura, in quanto discorso esente da un’immediata verifica fattuale, ha una bella carta da giocare. Può sperimentare l’alterità sapendo bene che una componente di finzione è inevitabile nel rappresentarsi l’altro, il che implica sempre in parte anche il rappresentarsi come altro. Finzione consapevole non equivale però a discorso menzognero. <strong>Il pericolo comincia quando il principio di analogia domina incontrastato e si rappresenta tutta la realtà, presente e passata, alla luce delle categorie etiche e affettive di chi la conosce oggi. Abbandonata a se stessa, l’analogia si riduce a tautologia: vediamo solo noi stessi</strong>, immaginiamo solo quello che sappiamo già, riformattiamo l’alterità che ci provoca, ci sfida e ci seduce insieme, negli schematismi del Blockbuster hollywoodiano (chi più gore, chi più eroico, chi più piagnone). <strong>Siamo monolinguistici. Ma a me viene in mente che secondo Proust i bei libri sono scritti sempre in una sorta di lingua straniera</strong>. E’ una cosa di cui abbiamo davvero un estremo bisogno, oggi più che mai, e dunque un bel compito che ti sta davanti, visto il mestiere che ti sei scelto. Tanti auguri allora, e un abbraccio.</p>
<p><em>* Pubblicato su Nuovi Argomenti (69, 2015), col titolo </em>Gli altri non sono noi<em>.</em></p>
<p><em>(nella foto in copertina: partigiani, Archivio Storico Cgil Nazionale)</em></p>
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		<title>In articulo mortis</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/02/25/in-articulo-mortis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Feb 2015 06:18:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Il dattiloscritto rifiutato  di  Luca Ricci Ai fini di questa storia- che forse non vuol dire nulla, tranne che siamo tutti miserabili, nessuno escluso, buoni e cattivi, vittime e carnefici- il mio nome conta molto meno della mia occupazione. Sono un editor, cioè un redattore editoriale che, tra le altre sue mansioni, si occupa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_51391" aria-describedby="caption-attachment-51391" style="width: 345px" class="wp-caption alignleft"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/johnsingersargentmanreading_1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-51391 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/johnsingersargentmanreading_1.jpg" alt="johnsingersargentmanreading_1" width="345" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/johnsingersargentmanreading_1.jpg 345w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/02/johnsingersargentmanreading_1-259x300.jpg 259w" sizes="auto, (max-width: 345px) 100vw, 345px" /></a><figcaption id="caption-attachment-51391" class="wp-caption-text">Opera di John Singer Sargent</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il dattiloscritto rifiutato</strong></p>
<p><strong> </strong>di</p>
<p><strong> Luca Ricci</strong></p>
<p>Ai fini di questa storia- che forse non vuol dire nulla, tranne che siamo tutti miserabili, nessuno escluso, buoni e cattivi, vittime e carnefici- il mio nome conta molto meno della mia occupazione. Sono un <em>editor</em>, cioè un redattore editoriale che, tra le altre sue mansioni, si occupa di tanto in tanto di leggere e valutare i dattiloscritti che giungono in casa editrice. Non ricordo come venni in possesso del libro di cui voglio parlare (oggigiorno poi quasi tutti inviano tramite e-mail), forse qualcuno l’aveva prelevato dalla portineria e l’aveva poggiato sulla mia scrivania per errore. A ogni modo si trattava del dattiloscritto di un ignoto, nessuna raccomandazione ne aveva preceduto l’arrivo.</p>
<p>Una lettera trascurabile scritta a biro- calligrafia dozzinale, senza dubbio maschile, un po’ incerta- accompagnava il plico. In calce, subito prima della firma dell’autore, campeggiavano due numeri telefonici: un fisso e un mobile. La vista di quei numeri m’irritò immediatamente, era un tentativo di farsi rintracciare che sembrava già una supplica. Sì, fu per la vista di quei numeri, credo. Afferrai il dattiloscritto, ne sfogliai qualche pagina distrattamente e poi sbuffando lo misi sotto a una pila di lavori più interessanti e urgenti. In quella posizione, cioè da ultimissimo, il manoscritto passò almeno un paio di mesi. Poi, del tutto casualmente, presi io la telefonata che il suo autore aveva osato fare alla casa editrice, ignorando la prassi che è quella di aspettare una risposta scritta che nella maggior parte dei casi suona più o meno così: “Abbiamo letto con vivo interesse il suo romanzo ma non rientra nella nostra linea editoriale…”.</p>
<p>&#8211; Posso esserle utile?- domandai scocciato, appena collegai quel nome al dattiloscritto.</p>
<p>&#8211; Volevo solo sapere se avevate letto il mio libro.</p>
<p>&#8211; Non ancora, non ancora.</p>
<p>A quel punto l’autore prese un tono lamentoso che lo fece definitivamente approdare nella categoria degli scocciatori: &#8211; Ma sono già passati più di due mesi da quando ve l’ho spedito.</p>
<p>Attaccai e per un momento ebbi chiaro l’impulso di afferrare il manoscritto e buttarlo nel cestino che era proprio lì, a due passi dalle mie gambe distese sotto la scrivania. Mi trattenne solo uno stupido senso del dovere, stupido perché in cuor mio sapevo benissimo che per quel libro era finita, il suo autore con quell’atteggiamento respingente ne aveva decretato l’insindacabile morte prematura.</p>
<p>Richiamò una settimana dopo, chiedendo esplicitamente di <em>me</em> a chi gli aveva risposto, perché ero stato talmente ingenuo da dirgli come mi chiamavo.</p>
<p>&#8211; Ci siamo sentiti una settimana fa,- mi disse.</p>
<p>&#8211; Mi ricordo perfettamente di lei, ma deve capire che le tempistiche editoriali sono lunghe, molto lunghe.</p>
<p>&#8211; Potrò richiamarla quando crede, mi dica solo una data.</p>
<p>Deglutii a fatica, quasi spezzai il lapis che stringevo tra le dita: &#8211; Non funziona così, guardi. Le spiego: la casa editrice legge con i tempi e i modi che le sembrano più consoni, e poi invia una risposta scritta. E questo è tutto.</p>
<p>Credevo di essermi spiegato, erano cose semplici da capire, ci sarebbe voluto solo un po’ di buon senso, invece dopo una settimana esatta da quel discorsetto l’autore era di nuovo alla cornetta.</p>
<p>&#8211; Ha capito che cosa le ho detto la scorsa settimana?- domandai, ormai fuori di me.</p>
<p>&#8211; Sì,- ammise l’autore, e poi raddolcì la voce in modo davvero subdolo. – Volevo solo sapere se avevate iniziato a leggerlo, magari anche solo una sbirciatina alle prime pagine.</p>
<p>Disse proprio così: <em>sbirciatina</em>. Con tutto quello che avevo da fare- la ridda di incontri, autori e testi che mi frullavano per la testa-, lui aveva il dubbio che io avessi potuto dare una sbirciatina, così, di sfuggita, al suo libro. Lo ammetto, fui molto scortese e gli attaccai quasi il telefono in faccia. Una settimana dopo richiamava, per quello che ormai era diventato una specie di appuntamento fisso tra noi: si andava di lunedì in lunedì, e non c’era modo che sgarrasse, non ne saltava neanche uno.</p>
<p>&#8211; Ha letto?- mi diceva, con un intercalare atono, difficilmente attaccabile.</p>
<p>Rispondevo secco: &#8211; Non ancora.</p>
<p>Passato qualche mese i nostri rapporti settimanali presero una piega bizzarra. Attraverso le nostre brevi frasi di servizio capii che l’autore non voleva avere effettivamente un giudizio, ma si crogiolava nell’attesa. Quel supplizio in fondo era un limbo rassicurante, fatto di speranza, prima che un sì o un no giungesse a modificare la situazione in modo permanente.</p>
<p>&#8211; Neanche questa settimana siete riusciti a leggere il mio libro, vero?- chiedeva l’autore, sapendo perfettamente quale sarebbe stata la risposta.</p>
<p>Dal canto mio ormai avevo recuperato il controllo della situazione, aveva capito che quelle telefonate non erano frutto di un’insistenza, avevo compreso che avrei potuto anche non leggerlo mai, quel dannato libro.</p>
<p>&#8211; Purtroppo neanche questa settimana ce l’abbiamo fatta,- gli dicevo, con un rammarico un po’ sadico di cui avrei dovuto vergognarmi.</p>
<p>&#8211; Oh, che peccato- diceva l’autore. &#8211; Magari sarà per la settimana prossima, altri sette giorni d’attesa in fondo cosa mai potranno essere?</p>
<p>&#8211; Infatti,- rincaravo la dose io. – Un altro po’ di pazienza e poi forse sapremo…</p>
<p>Quanto durò? Sette, otto mesi. Poi le telefonate cessarono di colpo. Per un paio di settimane mi sentii sollevato, poi cominciai a preoccuparmi. Che l’autore si fosse stancato di quel giochino? Che alla fine avesse perso la pazienza prima di me? Che- ed era l’ipotesi peggiore, quella che mi faceva letteralmente impazzire- qualche altro editore gli avesse dato la risposta che attendeva? Il terzo lunedì senza chiamate recuperai la lettera d’accompagnamento, che era ancora dentro la busta insieme al dattiloscritto. Composi il numero del telefono fisso col cuore in subbuglio e le mani che mi tremavano.</p>
<p>&#8211; Pronto?- domandò l’autore.</p>
<p>&#8211; Non si è fatto più sentire,- lo incalzai.</p>
<p>&#8211; Mi scusi,- farfugliò lui, un po’ in difficoltà. &#8211; Sono stato occupato in altre faccende, ma non voglio annoiarla.</p>
<p>Altre faccende? Ma come si permetteva di lasciare in secondo piano la valutazione del suo dattiloscritto, la cosa più importante della sua vita (che immaginavo in fondo assai grama e priva di altre attrattive che non fossero quelle assai vaghe di aspirare a una qualche gloria letteraria)?</p>
<p>&#8211; Lei non deve più permettersi di saltare neanche un lunedì!- urlai. – Sono stato sufficientemente chiaro?</p>
<p>Mi disse che avrebbe senz’altro ripreso a chiamarmi eppure il lunedì successivo il telefono rimase muto. Provai a fregarmene, in fondo mi ero liberato di un peso, non sarei dovuto certo essere io a provare la sua mancanza, era lui che dipendeva da me, nella Sindrome di Stoccolma è la vittima che ama il carnefice! Strano a dirsi, ma resistetti solo un’altra settimana. Cercai di nuovo i suoi numeri. Non mi rispose né al fisso né al mobile. Non so per quanti minuti ascoltai quegli squilli, ma di certo un numero sufficiente per attestare uno squilibrio. Sulla busta che conteneva il dattiloscritto c’era anche l’indirizzo dell’autore. Mi ricordavo che abitavamo nella stessa città, così appena terminato il lavoro andai sotto casa sua. Mi attaccai al citofono come un disperato. Venne avanti la portinaia indispettita e allora chiesi di lui.</p>
<p>Fece una faccia greve: &#8211; Un cancro, signore.</p>
<p>&#8211; E’ morto?</p>
<p>&#8211; Gliel’ho detto, signore. E’ morto.</p>
<p>Mi precipitai in casa editrice a leggere, con le lacrime agli occhi.</p>
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