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	<title>lucia tozzi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Architettura e potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 09:00:42 +0000</pubDate>
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<p>In un libro che racconta di potere e architettura non si poteva tacere di Speer, di Pagano e Piacentini, di Iofan e Le Corbusier, del repertorio di cupole e colonnati, assi e scalinate monumentali che in diverse combinazioni hanno dato vita a progetti di mausolei e palazzi di governo, della “macchina da scrivere” piazzata sui Fori o della Große Halle rimasta sulla carta. Ma in fondo del blocco storico dell’architettura totalitaria anteguerra si sa già tutto, o per lo meno l’autore non ha molto da aggiungere. Deyan Sudjic non è uno storico da archivio, uno di quei pallidi ricercatori che estraggono prodigiose rivelazioni dai faldoni: è un critico di architettura che nel 1983 ha fondato insieme a Peter Murray la rivista Blueprint, e poi è stato direttore di Domus dal 2000 fino al 2004, della Biennale di Architettura a Venezia nel 2002 e del Design Museum di Londra dal 2006. Da decenni è letteralmente immerso nel mondo degli architetti, in una posizione dominante da cui nulla può sfuggirgli. Il suo è un sapere mondano e diretto, sofisticato proprio perché fatto di relazioni personali, di confidenze altrimenti inaccessibili, di un monitoraggio continuo del contemporaneo, e di infiniti concorsi, appalti, premi e giurie che gli hanno consentito di filtrare una mole imponente di informazioni sui meccanismi del potere.<span id="more-40312"></span></p>
<p>L’importanza e l’interesse del saggio (“<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B009UTUXKE/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B009UTUXKE&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Architettura e potere. Come i ricchi e i potenti hanno dato forma al mondo</a>”, Laterza 2011) aumentano quindi esponenzialmente con l’avanzare dei capitoli e della cronologia: molto più appassionanti le vicende dell’architetto Locsin che trasferì le proprie tetre competenze dalla coppia Marcos al sultano del Brunei, o di Saddam che condivise con Jacques Attali, l’ambizioso delfino di Mitterrand, i pacchianissimi Berthet e Pochy (che riempirono di soffitti a specchio tanto la sede londinese dell’odiosa quanto fallimentare EBRD, l’European Bank of Reconstruction and Development, che il terminal personale di Saddam nell’omonimo aeroporto internazionale), piuttosto che i soliti piani di Mussolini e Mao Tse Tung.<br />
Meglio ancora le pagine dedicate alle biblioteche presidenziali, un genere che negli Stati Uniti viene declinato in modo molto peculiare come parco a tema: la descrizione della Bush senior Library, ispirata alla Rotonda di Jefferson (e quindi discendente in linea diretta dal Pantheon) e ornata da cinque cavalli di bronzo lanciati in corsa verso un pezzo di muro di Berlino, opera dell’artista western Veryl Goodnight, sfiora il sublime. Superata l’allegoria della sconfitta del comunismo a opera di Bush, si paga un biglietto per attraversare un percorso che rivela a ogni stanza un oggetto simbolico della vita presidenziale: l’aerosilurante Avenger da cui precipitò in Giappone, il jukebox Wurlitzer che suona la hit Boogie Woogie Bugle Boy accanto alla Studebaker che lo trasportò in Texas per la nuova vita postuniversitaria, la riproduzione della Stanza dell’alloro di Camp David. Bellissime anche la Biblioteca Nixon, che svolge il tema dell’inconsistenza del caso Watergate, e la Biblioteca Reagan, dotata di una statua in bronzo di Ronald vestito da cowboy e della riproduzione del chioschetto dove incontrò Nancy per la prima volta, per non parlare della sequenza delle Oval Room dalla Kennedy Library alla Clinton Library (prevedibilmente priva di richiami all’unico evento che l’ha consegnata alla storia).<br />
Eccezionale la storia del reverendo Robert Schuller che riuscì a costruire un complesso ecclesiastico a Los Angeles composto dalla prima chiesa walk-in/drive-in al mondo, progettata da Neutra, dalla Crystal Cathedral di Johnson e da un centro visitatori di Meier. Nello stesso spirito ma con maggiore successo e buon gusto del suo epigono Don Verzè, Schuller ha sempre riposto la massima fiducia nel fatto che al finanziamento avrebbe provveduto Dio.<br />
«Quali che siano le loro intenzioni, alla fine l’attività degli architetti viene definita non tanto dalla loro retorica, quanto dagli impulsi che spingono i ricchi e i potenti a servirsi di loro per tentare di dare forma al mondo», questa è la conclusione del libro di Sudjic, elaborata dopo anni di contiguità con l’ambiente puttanesco dell’architettura. L’implicazione critica più importante, formulata in maniera scandalosamente ardita per un pluridirettore come lui, è che «Le Corbusier e Mies van der Rohe, Rem Koolhaas, Renzo Piano, Wallace Harrison, Frank Gehry non sono liberi creatori. Il loro lavoro dipende dal coinvolgimento nel contesto politico mondiale». Nessun altro intellettuale organico al sistema internazionale dell’architettura oserebbe equiparare in maniera tanto esplicita il ruolo servile di intoccabili icone come Koolhaas o Piano a quello di volgari gregari di regime. I racconti di maggior successo contenuti nel testo sono infatti quelli che mostrano il narratore onnisciente, vale a dire il gossip riferito da chi ha avuto accesso alle stanze più segrete del potere: le strategie combinate di Jencks e Koolhaas perché quest’ultimo si aggiudicasse il concorso del CCTV, il palazzo della propaganda televisiva cinese. I retroscena della relazione tra Thomas Krens, il piratesco direttore del Guggenheim, e Frank Gehry. Il patetico opportunismo di Libeskind a Ground Zero. Il lungo processo politico e legale contro gli sprechi per il Parlamento scozzese di Miralles. Le dimissioni da dandy che Aldo Rossi porse al vessatorio Eisner per il progetto di Euro Disney (“Certo io non sono Bernini, ma sfortunatamente lei crede di essere il re di Francia”). Piano à genoux alla corte di Agnelli. Fatti raccontati alle volte con un certo spirito, altre infiacchiti da commenti mitigatori (come quelli sul buon gusto di Agnelli) o da una prosa ridondante, appesantita da una traduzione non eccelsa. Anche dopo un pezzo di colore brillante su un qualche monumento grandioso, Sudjic non si stanca mai di ripetere quanto deliranti e psicopatologiche fossero le intenzioni dei committenti, e quanto pacchiani i progetti. È come se Proust si fosse sentito in dovere di precisare qua e là nella Recherche che Charlus è un finocchio.<br />
Al di là dei fatti, però, non esiste nessun impianto teorico: nessuna risposta sul senso dell’architettura, nessuna distinzione politica e storica, a parte una banale posizione contro ogni dittatura, e soprattutto neppure un caso positivo. Un vuoto che implica un rischio molto preciso, l’accettazione reazionaria dell’inesorabilità del sistema.</p>
<p>(pubblicato su Alfalibri, numero di ottobre 2011)</p>
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		<title>Solution 196-213. United States of Palestine-Israel</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 09:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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<p>Se non fosse il sesto volume della serie <em>Solution</em> curata dallo scrittore Ingo Niermann per Sternberg Press, il titolo di questo libro sarebbe sufficiente a fare esplodere qualsiasi conversazione senza neppure bisogno di aprirlo. Ma ricollocandolo nel contesto delle soluzioni paradossali proposte per la Scozia, Dubai, il Giappone, l’America e soprattutto per la Germania – con il libro dello stesso Niermann sulla Grande Piramide tedesca, la tomba più monumentale del mondo – le parole assumono immediatamente un senso più mite.<br />
«Le soluzioni in questo libro usano il pensiero e l’invenzione come tattiche critiche al fine di destabilizzare le solite identità antagoniste e di suggerire nuove alleanze e nuovi orizzonti» spiega il curatore, Joshua Simon. «Se si pensa al fatto che Theodor Hertzl, il padre fondatore del Sionismo, era uno sceneggiatore romantico, è facile vedere Israele come una fantasia gettata sul palcoscenico della storia». Un “décor” che prevedeva l’espulsione dei palestinesi, l’afflusso di ebrei e la costruzione di scenografici insediamenti turriti – prosegue Simon – e che ha creato una realtà fatta di occupazione e di separazione, i due elementi chiave dell’evoluzione storica della regione.<span id="more-40155"></span><br />
Per smantellare la rigidità dello schema geopolitico originato da questi elementi il ricorso al diritto internazionale, alla diplomazia e alla forza militare si è rivelato ugualmente inutile. L’esigenza politica di uscire dai vincoli che si sono cristallizzati negli ultimi decenni diventa sempre più urgente, e la risposta di questo libro appartiene a un genere molto diffuso nei circuiti globali dell’arte e della cultura, dalle mostre e dalle riviste ai dipartimenti universitari. Alla pura analisi critica viene sostituita una collezione di nuove narrazioni, differenti nella forma e in diverso grado paradossali, utopiche, metaforiche. Come in un padiglione di una qualche Biennale, autori spesso serissimi, attivisti, professori, mischiati a scrittori, cineasti, artisti vengono sollecitati ad abbandonare il piano letterale del discorso e a proporre un progetto o un’idea, indipendentemente dalla loro relazione con il reale. Quella che viene richiesta è una performance, uno sconfinamento più o meno profondo nel simbolico.<br />
Tra le 18 soluzioni per gli “United States of Palestine-Israel” quelle di Ingo Niermann interpretano in maniera più esuberante di qualunque altra il ruolo provocatorio e immaginifico evocato da Joshua Simon: costruire insediamenti riservati a gay e lesbiche palestinesi su territorio israeliano servirebbe a mettere alla prova lo sciovinismo palestinese e contemporaneamente l’eterna immagine di Israele come unico paladino a difesa delle libertà civili in medioriente. O, meglio ancora, la fondazione di un secondo stato Israelo-palestinese speculare al primo su territorio tedesco abbatterebbe in un colpo solo lo spopolamento in Germania e la pressione demografica in Israele, trasfigurando lo stato nazione in una nazione-mondo.<br />
Il Jewish Renaissance Movement in Poland dell’artista e attivista Yael Bartana è un progetto visionario iniziato nel 2007, ora in esposizione nel padiglione polacco alla Biennale di Venezia: una trilogia video che utilizza il classico linguaggio della propaganda anni Trenta allo scopo di riportare 3 milioni di ebrei in Polonia, sperimentando un incontro in grado di procurare nuovo ossigeno a una società europea sempre più reazionaria e soprattutto agli stessi ebrei finalmente trasferiti al di fuori dei confini israeliani e delle loro dinamiche opprimenti.<br />
Ma la maggior parte delle proposte lavora all’interno dei confini, producendo scenari in cui a essere decostruiti sono i meccanismi della discriminazione. Noam Yuran pensa a uno stato ebraico in cui tutti i cittadini “di sinistra” si convertano burocraticamente all’islam, boicottando in questo modo la schedatura governativa dei cittadini per “affiliazione nazionale”, che identifica i potenziali nemici (arabi) in base all’etnia e gli amici ebrei secondo l’appartenenza religiosa. Sari Hanafi si spinge a concettualizzare un nuovo modello di stato-nazione fondato sulla flessibilità dei confini e della cittadinanza, negando perciò il principio territoriale che esclude il ritorno dei rifugiati. Nel “Decolonizing architecture” di Alessandro Petti, Sandi Hilal ed Eyal Weizman, si sperimentano nuovi modi di abitare e riutilizzare le costruzioni degli insediamenti sgomberati. Asma Agbarieh-Zahalka tenta di costruire un’alleanza solida tra lavoratori ebrei e palestinesi contro le forze del capitale, che hanno concentrato la ricchezza nazionale nelle mani di pochissime famiglie, e lo stesso Joshua Simon insieme a Ohad Meromi immagina di ripopolare i Kibbutz in rovina e trasformarli in laboratori di vita comune in vista della transizione anticapitalista: tentativi questi di svincolare il problema dalle strettoie etniche, religiose e securitarie per ricondurlo al discorso di classe e alle questioni proprietarie, cioè al diritto dei rifugiati del 1948 e del 1967.<br />
Di fronte a un sostrato critico radicale come quello contenuto in questo libro, dove la politica israeliana viene apertamente equiparata all’apartheid sudafricana, e in cui Arielle Azoulay dichiara in modo esplicito che “i cittadini di origine ebrea hanno trasformato la cittadinanza in una proprietà personale”, viene da chiedersi quale sia l’utilità del ricorso al simbolico, e quali gli elementi che hanno sancito il successo di un format che tende nella maggior parte dei casi a stemperare la forza degli argomenti, a nasconderli in una trama allusiva, associativa, nella sfera della <em>smartness</em> a scapito della chiarezza.<br />
Perché a un certo punto si è deciso che un’idea creativa è più costruttiva di un discorso razionalmente articolato? Perché un gruppo sempre più esteso di intellettuali politicamente impegnati, pur consci del costante affievolirsi del proprio ruolo e dell’influenza che riescono a esercitare sulla società, scelgono di affidarsi a una stratificazione di linguaggi sempre più autoreferenziali? Sono domande che in un momento storico come questo, in cui l’industria culturale novecentesca agonizza riversando le sue ultime energie in sistemi di scuole ed eventi completamente asserviti a un marketing a sua volta boccheggiante, vanno poste senza tregua.</p>
<p><strong>Joshua Simon (ed.)</strong>,<a href="http://www.amazon.it/gp/product/1933128917/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1933128917&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em> Solution 196-213. United States of Palestine and Israel</em></a>, 2011 Sternberg Press</p>
<p>[pubblicato su Domus, sett. 2011]</p>
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