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	<title>Lucio Anneo Seneca &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>ENZO MARI [ I fermacarte, solidi e stanziali, impediscono alle idee di volarsene via. ]</title>
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		<dc:creator><![CDATA[orsola puecher]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jan 2011 10:11:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Alain-Fournier]]></category>
		<category><![CDATA[Autoprogettazione]]></category>
		<category><![CDATA[design]]></category>
		<category><![CDATA[Enzo Mari]]></category>
		<category><![CDATA[Fermacarte]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Anneo Seneca]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160;&#160;&#160;&#160;di Orsola Puecher &#160; &#160;&#160;&#160;&#160;I fermacarte sono per chi ha carte da fermare. E cose scritte o disegnate fermate sulle carte. Idee da fermare su carte. Ci possono essere anche idee senza carte, per carità. Idee volanti. Carte senza idee, invece, ne svolazzano molte. &#160;&#160;&#160;&#160;I 60 fermacarte eclettici di Enzo Mari trattengono e tratteggiano una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe width="560" height="315" src="https://www.youtube.com/embed/E2T_1SQHlQk?rel=0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></center><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;di <strong>Orsola Puecher</strong><br />
&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I <em>fermacarte</em> sono per chi ha carte da fermare. E cose scritte o disegnate fermate sulle carte. Idee da fermare su carte. Ci possono essere anche idee senza carte, per carità.  Idee volanti. Carte senza idee, invece, ne svolazzano molte.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I 60 <em>fermacarte</em> eclettici di Enzo Mari trattengono e tratteggiano una percorso esistenziale di progetti.  Nelle loro diverse estetiche apparentemente casuali, in materiali nobili e meno nobili, riciclati e rivisitati, raccontano una metodologia di lavoro e una filosofia di vita. Non sarebbero <em>fermacarte</em> senza carte,  ma potrebbero essere nella loro concretezza di <em>forme</em> anche <em>fermaporte</em>, in caso, per dimore ventose con molte correnti d’aria. Oppure <em>fermalenzuola</em> stese ad asciugare sui prati, come si faceva ancora non molti anni fa in campagna. </span> <span id="more-37703"></span><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sarà perché, in questo scorcio di <em>dicembre&#038;gennaio</em> dal clima malinconico e silenzioso, ho molto a che fare con carte, quasi fossero persone che mi parlano e tornano vive, che comprendo così profondamente la rappresentazione attraverso di esse di tutta una vita. Molte carte: disegnate, scritte a mano, a macchina, a penna, a matita, a biro. Su quaderni e fogli sparsi. Minute di lettere di quando ancora se ne spedivano molte. Carta, busta e francobollo. Vergate con una calligrafia nervosa, da decriptare, sintetica a fregio ghirigoro ondulato per le doppie <em>esse</em>, le <em>enne</em>, le <em>emme</em> e le <em>erre</em>. Indistinta per le vocali. Che puoi pensarci per qualche ora, se quell’<em>anno</em> non sia magari un <em>asso</em> o addirittura un <em>atto</em>&#8230; o un <em>erro</em>&#8230; provando le diverse soluzioni nel significato delle frasi che si vanno riformando al senso. Frequenti le cancellature: quando si ha fortuna fatte con un solo tratto che lascia facilmente intravedere il cancellato, in altri casi con tale insistito accanimento, che ci vorrebbe un apparecchio per radiografie di tele di pittori antichi. E occorrono, quindi, fermacarte improvvisati, un sasso, un candeliere, una piccola scatola, un uovo d&#8217;alabastro per rammendare calze, che a mazzetti cataloghino provvisoriamente provenienze, epoche, argomenti.</span><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A volte, con fessure d&#8217;occhi zen e assenza/presenza sognante, le gatte Mizzi e Musetta, occhi di biglia turchina, fungono da fermacarte. I gatti amano starci accanto sui tavoli e fungere da fermacarte. Lo si sa.</span> <br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La carta ha fruscìi, odori anche, e  impresse impronte digitali, che, avendo il pennellino e la polverina apposita da investigatore classico, si potrebbero rilevare. Tracce di DNA. Vita propria. Vita.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Molto di un uomo resta nella sua calligrafia, che si muta negli anni, nasce, cresce e non muore.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Carta canta.</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Per decifrare carte e scritture bisogna accantonare l’asettica esistenza dei <em>file</em> e dei loro alfabeti standard, ci vuole pazienza da frate amanuense, saldezza delle emozioni e una discreta intelligenza. Ma un’intelligenza particolare: enigmistica per incrociare parole, atletica, per corse fra righe, e acrobatica per salti di vocali e consonanti. Un’intelligenza <strong>FABER</strong>, che può anche essere frutto dell’essersi costruiti con le proprie mani una sedia su cui stare seduti a pensare e a scrivere e leggere cose intelligenti negli anni in cui l’intelligenza si forma.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non c’è soddisfazione e felicità più grande che <strong>auto</strong>costruirsi cose.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Auto</strong> è il suffisso della nostra adolescenza negli anni ‘70.  Noi che non abbiamo fatto il &#8217;68 e forse abbiamo perso molti treni. A un certo punto tutto un movimento si è dissolto, ma almeno ci siamo subiti il <em>trash</em> degli anni ‘80 <strong>auto</strong>coscienti e non supini.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Auto</strong>gestione, <strong>auto</strong>coscienza, <strong>auto</strong>cura</span> . <span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;"><strong>Auto</strong>analisi. <strong>Auto</strong>critica. E siamo ancora qui ad <strong>auto</strong>macerarci: felici di <em>fermacarte</em> e un po’ nostalgici e sensibili ai sospiri dei grilli.</span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p align="center"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/chair_enzomari.jpg" width="450" height="300"/></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questa bellissima sedia progettata da Enzo Mari nel 1974 è stata la mia sedia <em>pensante</em>, la mia <em>cadréga à pensée</em>.</span> </p>
<p><center><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/cadrega.png"/></center></p>
<p><span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fino agli esami di Maturità, la sedia a lamelle di Enzo Mari ha tradotto con me lirici greci, le <em>Lettere a Lucilio</em> di Seneca</span> <span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">, studiato Bergson, letto <em>Le Grand Meaulnes</em> e Roth</span> . <span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">Poi qualcuno decise di disfarsene a mia insaputa, durante un&#8217;estate di lontananza, accampando scuse che si era schiantata, che era pesante e strana, e così tornò ad esser quattro assicelle, forse bruciate in qualche camino come i piedi di Pinocchio, o in qualche altro nobile riciclo. Assolutamente non inquinante.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma certe cose non si dimenticano, più del primo amore dell’asilo e della prima volta che si va in bici senza rotelle.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<em>Ho una sedia in me.</em><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Su indicazione, credo, di un articolo di Linus,  si spediva a Mari la richiesta per ricevere lo smilzo librettino, <strong>AUTOPROGETTAZIONE?</strong>,  quasi una  piccola dispensa universitaria, e, con una molto modica cifra in Lire, che non ricordo più, esso arrivava per posta dopo pochi giorni in tutta la sua austera, quasi calvinista, forma essenziale e sostanza unica di progetti di design d&#8217;autore di sedie, letti, tavoli e armadi, messi liberamente a disposizione di chiunque volesse costruirseli.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si trovava un falegname &#8211; scettico &#8211;  <em>la sarà minga &#8216;na cadréga quella roba lì?</em> &#8211; a cui far tagliare e levigare le tavolette necessarie dello spessore e nelle misure richieste dal semplice progetto dell’oggetto scelto, un letto un tavolo, una sedia che fosse, e in pochi gesti con qualche chiodo ben piantato, seguendo lo schema, si poteva avere il proprio mobile.</span><br />
<span style="font-size:14pt; font-family: &quot;Garamond&quot;;color: #000000;">&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Bello e pronto, con ancora nei nodi e nelle venature un po’ di spirito – d&#8217;essenza <em>terebinthos</em> &#8211;  della conifera da cui proveniva e che con ìl passare del tempo scuriva e stagionava.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Fa bene ascoltare Mari e la sua forza, la sua inventiva affilata, critica, intatta e combattiva.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Etica da cui viene estetica.<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Grazie della sedia e di tutto il resto.</span><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br />
<a href="http://www.corraini.com/admin/tmp/files/copertine/62.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/01/62-150x150.jpg" alt="" title="62" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-37706" /></a><em>Enzo Mari</em><br />
<strong>AUTOPROGETTAZIONE?</strong><br />
Dimensioni: cm 23.0&#215;16.0<br />
Pagine: 64<br />
Illustrazioni: 39 disegni e foto b/n<br />
Rilegatura: Spirale<br />
Collana: Design e designers<br />
Prezzo: € 15.00<br />
Edizione: 2a ristampa, Maggio 2010<br />
<a href="http://www.corraini.com/scheda_libro.php?id=62"><strong>Edizione Corraini</strong></a><br />
&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ultimo viaggio di Seneca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[piero sorrentino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Dec 2010 17:04:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[De Ira viaggio all'Averno]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Saponaro]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Anneo Seneca]]></category>
		<category><![CDATA[piero sorrentino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesco Saponaro (da Lucio Anneo Seneca) Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo. Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg" alt="" title="DSC_0074" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-37528" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/DSC_0074.jpg 495w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Francesco Saponaro</strong> (da Lucio Anneo Seneca)</p>
<p>Ho conosciuto uomini potenti, ricchi, molto influenti e fortunati. Ho visto oppressori di deboli, rapitori, calunniatori, scacciare dalle loro case i vicini, altri sconfinare violentemente dai loro confini. A volte mi chiedo se anche Dio vede tutto questo.<br />
Tutti questi uomini si circondano di beni illusori, ingannando i loro spiriti vuoti con la promessa di un lungo sogno; si coprono d’oro, d’argento, d’avorio e brillano impettiti, come fiaccole al vento, a far mostra di sé. Bevono in coppe gemmate e vomitano tutto quanto hanno bevuto, ruminando tristi la propria bile. Sono ben curati in superficie, come le pareti delle loro case; ma è solo apparenza, una patina esterna, e per di più sottile. Sembrano felici, ma se si guardano più da vicino sono meschini, volgari, turpi; dentro non hanno nulla di buono.<br />
S’ingozzano di ogni ben di Dio. Posseduti dalla follia impazzano fra le risate. Rallegrano le orecchie con feste e baccanali, gli occhi con spettacoli, il palato con buoni sapori. Le loro belle case li rendono arroganti. Lodano l’eloquenza, si inchinano davanti all’autorità, esaltano il potere. Giocano, oziosi, senza prevedere i rischi incombenti del destino. Vivono sotto la minaccia del rimorso e marciscono in mezzo ai beni materiali senza pensare a quanti accidenti pendono loro sul capo.<br />
<span id="more-37526"></span><br />
Dissipano patrimoni, rovinano gli amori nei postriboli, perdono il Senato, il Foro e tutti i luoghi dedicati alla pratica pubblica; occultano i registri dove la loro cupidigia, illusa, aveva vergato una falsa fonte di ricchezza; piangono, si lamentano.<br />
Impostori, percuotono cembali, gridano menzogne su ordinazione e venerano il vizio come una divinità e coloro che la professano come sacerdoti. Cambiano continuamente direzione; si fanno tormentare la coscienza dalla mutevolezza e dalla vanità dei desideri. Ondeggiano, scegliendo ora un oggetto ora un altro, lasciano ciò che hanno cercato, cercano di nuovo ciò che hanno appena abbandonato e in loro si alternano continuamente desiderio e rimpianto. Sono schiavi del giudizio altrui e apprezzano soltanto ciò che gode il favore della folla. Corrono, come le formiche, che vanno su e giù per gli alberi e salgono e poi discendono, senza motivo e senza una meta.<br />
Questi stolti, questi inquieti, ignorano il sommo bene, la fermezza di un animo nobile che non si spezza, che è insieme previdenza, grandezza, salute morale, libertà, armonia, bellezza.<br />
Davanti a questi conquistatori di città, le mura crollano, le torri sprofondano d’un tratto nei cunicoli e nelle gallerie sotterranee; ai loro ordini si alzano bastioni d’assedio per raggiungere i più alti baluardi; ma tutti questi uomini non hanno ancora trovato una macchina da guerra capace di scuotere un animo forte.<br />
Tra le spade scintillanti, in mezzo al tumulto dei soldati scatenati al saccheggio, tra le fiamme, il sangue e le macerie delle città distrutte, mentre i templi crollano con fragore sui loro dei, una via d’uscita da ogni dolore è sempre aperta.<br />
E allora cada pure ogni cosa sotto il potere di un despota, e le terre siano dominate dalle sue legioni e i mari dalle sue navi; vengano pure i soldati di Cesare ad assediare le mie porte; io so come uscirne: so aprirmi una strada verso la libertà.<br />
Non intendo più accettare alcuna costrizione. M’innalzerò al di sopra del tragico quotidiano, a guardare serenamente i dolori, le sventure, le ferite, le perdite e i grandi sconvolgimenti che mi circondano. Voglio arrivare là dove il sole risplende, è il destino a condurmi.<br />
L’armonioso movimento delle stelle, questo inalterabile moto dell’universo, della terra e dei mari; e gli astri, splendenti di luce propria, le piogge, le nuvole, lo scoppio violento dei fulmini, le fiamme lanciate dalle cime dei vulcani, le sorgenti di acqua calda in mezzo al mare, le nuove isole che spuntano nell’immenso oceano, i terremoti e tutti gli altri sconvolgimenti della terra, ebbene, tutti questi fenomeni, per quanto improvvisi, hanno tutti le loro cause, come le hanno quelli che, mostrandosi dove non ce li aspettiamo, sembrano un miracolo.<br />
Le cose umane non vanno più per il verso giusto. Sono vecchio, abbandonato; vedo attorno a me solo cose nemiche; eppure posso ben dire che tutti i miei beni sono salvi e senza danno; sono protetti da difese solide e inattaccabili, resistenti al fuoco e agli assalti, altissime, inespugnabili, elevate quanto le dimore degli dei e io conservo tutto, integro e intatto. La mia casa è piccola, silenziosa e modesta; e tuttavia, per questa soglia spalancata e libera, la sorte non passa: non c’è più posto per lei dove non c’è nulla di suo. Le sventure, i dolori, le umiliazioni, gli esili, i lutti, le separazioni, tutte queste cose – le ingiurie della sorte – non possono più travolgermi.<br />
Che la mia anima non si lasci più corrompere né dominare dalle cose terrene, ma ammiri solo se stessa, fidandosi solo del suo coraggio, artefice dell’unica via. Che la mia anima sieda giudice del lusso e delle vanità, perché non resti più nulla di turpe, nulla di equivoco, nulla in cui io possa urtare o cadere; sazia di tutto quello che suole dilettare i sensi si volga al passato e, ricordando i piaceri goduti, gioisca di quanto ha avuto e si avvii, al più presto, verso quello che sta per venire.<br />
Che la mia soluzione sia stabile, rapida, efficace e il mio principio incrollabile. Accetto la prova finale contro cui nulla possono nemmeno le leggi più dure e i tiranni più feroci. Accetto la prova finale e resto fermo, sicuro, come uno scoglio solitario di fronte al mare, che le onde flagellano da ogni parte senza riuscire a smuoverlo nonostante l’assalto dei secoli. Il mio spirito è pronto, mi lascio alle spalle la vita!<br />
E come in mare si allontanano i paesi e le città, così in questa corsa rapidissima del tempo mi lascio dietro la prima fanciullezza, l&#8217;adolescenza e poi tra giovinezza e vecchiaia quell&#8217;età che confina con entrambe e dopo, ancora, gli anni migliori dell’età senile; e ora, in ultimo, ecco l’approdo, il porto sicuro. Così come scelsi le navi quando mi toccò di andare per mare, e le case in cui vivere, ora scelgo la morte.<br />
Contro il mal di testa ricorrevo spesso a un salasso: aprivo una vena per diminuire la pressione del sangue. Non era necessario che io mi squarciassi il petto con una vasta ferita: era sufficiente un bisturi ad aprire la via: in fondo la mia serenità dipendeva da un piccolo taglio.<br />
Esca dunque la mia anima per quella strada che ha preso di slancio, avanzi decisa e spezzi le catene della sua schiavitù. Non importa morire presto o tardi, ma morire bene o male; perché morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male. È vergognoso vivere di rapina, morire di rapina, invece, è bellissimo. </p>
<p>(<em>dallo spettacolo De Ira, viaggio all’Averno. Versi Igor Esposito, ideazione e regia Francesco Saponaro, con Giovanni Ludeno (Nerone), Toni Servillo (voce di Seneca), Licia Maglietta (Sibilla), Peppino Mazzotta (Tenente). Produzione Teatri Uniti, Laila 2006. La foto è di Fabio Esposito</em>)</p>
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