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	<title>Luigi Malerba &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Malerba</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Mar 2017 06:00:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-67491" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/9788804669340_0_0_1642_80-183x300.jpg" alt="9788804669340_0_0_1642_80" width="183" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/9788804669340_0_0_1642_80-183x300.jpg 183w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/9788804669340_0_0_1642_80-768x1261.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/9788804669340_0_0_1642_80-624x1024.jpg 624w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/9788804669340_0_0_1642_80.jpg 1000w" sizes="(max-width: 183px) 100vw, 183px" />di <strong>Massimiliano Manganelli </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando le sue opere giungono a essere raccolte in un Meridiano, in genere vuol dire che quel determinato autore è più o meno definitivamente canonizzato. Non assunto in un ideale paradiso della letteratura, sia chiaro, bensì molto più semplicemente (e nel rispetto dell’etimologia) acquisito in un canone: diventa, in sostanza, un classico, o qualcosa di analogo. Perché Luigi Malerba diventasse un classico non era ovviamente necessario un Meridiano, che, pur meritevole, resta sempre e comunque una antologia; Malerba un classico lo era già. Anzi, sarebbe ora di dargli la giusta collocazione nel nostro Novecento, giacché almeno due dei suoi romanzi – Il serpente e Salto mortale – costituiscono delle tappe fondamentali nella storia del romanzo italiano del secolo scorso.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-67489"></span><br />
Nondimeno questo Meridiano, ottimamente curato da Giovanni Ronchini e munito di un corposo saggio introduttivo di Walter Pedullà, che a Malerba ha consacrato una “lunga fedeltà”, arriva davvero a proposito, perché, appunto, da un lato “sistema” Malerba nel quadro della nostra prosa più recente, ricapitolandone a grandi linee l’operato, e dall’altro – questo è almeno l’auspicio – lo rilancia verso il futuro. Rileggendo Malerba grazie a questo volume, infatti, si comprende meglio la vitalità della sua scrittura anche tra gli scrittori più giovani, per lo più appartenenti a quell’area emiliana dalla quale proveniva lui stesso, che scherzosamente si potrebbero definire, a vario titolo e in varia misura, i suoi “nipotini”. Tre nomi su tutti: Nori, Cornia e Cavazzoni, al quale si deve la quanto mai meritoria ripubblicazione parallela di alcune opere malerbiane in una delle migliori collane editoriali presenti oggi in Italia, la Compagnia Extra di Quodlibet.<br />
Il limite principale, che non si può certo addebitare al curatore ma è invece connaturato a una operazione del genere, sta nel fatto che in un Meridiano Malerba davvero non ci sta. E non ci sta non tanto per la produzione davvero copiosa, bensì soprattutto in virtù della molteplicità di forme che ha assunto la sua scrittura. «C’è più di un Malerba in Malerba», scrive giustamente Pedullà.<br />
C’è il Malerba che alla letteratura giunge dal cinema (secondo un percorso inverso rispetto a quanto accade spesso), provvisto di una dimensione autoriale tutt’altro che esile. C’è il Malerba scrittore per l’infanzia, almeno nella destinazione editoriale; e in quella produzione si trovano cose straordinarie che vanno dal delizioso Le galline pensierose (riedito appunto da Quodlibet) al Medioevo sporco e basso di Storie dell’anno Mille, opere che sarebbe davvero un peccato lasciare esclusivamente a un pubblico di giovani lettori. E quello stesso Medioevo, poi, esplode letteralmente nel Pataffio, il libro nel quale si scorge maggiormente quanto il Brancaleone di Monicelli fosse in debito, per ammissione del regista toscano, nei confronti di Malerba stesso (quello cinematografico di Donne e soldati, però). Gli stessi anni Settanta in cui esce Il pataffio, tra l’altro, sono quelli del revival di Pinocchio e della sua figura irriducibile, reinventata in chiave postproppiana da Malerba nel fulminante Pinocchio con gli stivali, che costituisce una sorta di contraltare comico e graffiante al tragico e altrettanto memorabile libro parallelo di Manganelli.<br />
E ancora, c’è il Malerba sistematico annotatore di sogni che, quando la letteratura, italiana e non solo, comincia ad abbandonare – per lo meno in apparenza – il territorio onirico pressoché costantemente perlustrato dalle avanguardie, surrealismo in primo luogo, mette in piedi un intero libro fatto della sostanza dei (propri) sogni, quel Diario di un sognatore che rappresenta uno snodo della sua scrittura, forse mai davvero riconosciuto nella sua crucialità. Vi si rinvengono molti frutti del suo lavoro precedente, ma soprattutto i semi di cose che verranno più avanti, in particolare del vero grande romanzo politico di Malerba, Il pianeta azzurro, sicuramente l’assenza più evidente e dolorosa di questa pur lodevole antologia.<br />
È invece molto ben rappresentato l’autore di racconti, genere frequentato con insistenza da Malerba: si può dire anzi che il racconto rappresenta il nucleo originario della sua scrittura (il libro d’esordio è La scoperta dell’alfabeto), che in Testa d’argento, per fortuna incluso nel Meridiano, trova la sua espressione più compiuta. C’è poi il Malerba che si divertiva a giocare con la storia, ad attualizzarla, a renderla in qualche modo viva (Il fuoco greco, Le maschere) o che, proiettandosi in avanti, in un futuro assai prossimo, negli anni Novanta scrive, con Le pietre volanti, una sorta di vie d’artiste alquanto inedita nella sua produzione. Perché Malerba spiazzava spesso i propri lettori, anche i più assidui, non solo scombinando i “fatti” con la letteratura, ma soprattutto facendo di ogni nuovo libro un esperimento. Che questi esperimenti siano riusciti o no, c’è una cosa che davvero non si può imputare allo scrittore, cioè di essersi ripetuto, di essersi adagiato in una routine fatta di modelli consolidati. Esistono, certamente, dei motivi ricorrenti (Pedullà parla di «continuità sotterranea fra gli opposti») ed è palese la compattezza della trilogia composta dai primi tre romanzi, tuttavia la scrittura di Malerba gioca tutte le sue carte soprattutto nella dialettica incessante tra continuità e discontinuità. Ed è proprio per questo che bisogna leggerlo oggi.</p>
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		<title>Il viaggio fermo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 06:00:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Non facevo in tempo a odiare nessuno di quelli che passavano lì davanti, non ce n&#8217;era proprio il tempo, è come dal finestrino del tram, mi dicevo, che non si fa in tempo a odiare quelli che vedi passando. Con la differenza che in quel caso è il tram che si muove e la gente [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non facevo in tempo a odiare nessuno di quelli che passavano lì davanti, non ce n&#8217;era proprio il tempo, è come dal finestrino del tram, mi dicevo, che non si fa in tempo a odiare quelli che vedi passando. Con la differenza che in quel caso è il tram che si muove e la gente sembra ferma, qui invece è la gente che si muove e passa e tu sei fermo dietro la vetrina.</p>
<p style="text-align: justify;">(Luigi Malerba, <em>Il serpente</em>)<span id="more-52332"></span></p>
<p>video di <strong>Andrea Fasciani</strong></p>
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		<title>Che cosa la letteratura ha imparato dai matti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2010 10:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Ermanno Cavazzoni Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-32300" title="SIR" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR-300x120.jpg" alt="" width="300" height="120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/03/SIR.jpg 450w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><strong>di Ermanno Cavazzoni</strong></p>
<p>Nella maggior parte dei casi gli scritti che vengono dal mondo psicotico non hanno molto interesse, da un punto di vista diciamo artistico, o anche solo di efficacia e forza espressiva. Ho fatto una ricerca negli archivi manicomiali, vari anni fa, e sostanzialmente prevale quella povertà di parola, quella stereotipia e convenzionalità che è la norma dei colloqui quotidiani e dei carteggi umani. Ossia un ricoverato del diciannovesimo e ventesimo secolo non ha mediamente maggiore interesse e originalità di coloro che circolano liberamente e si professano benpensanti assennati.<br />
Quindi mi verrebbe da sconsigliare chi, per diventare ad esempio scrittore o poeta o qualcosa di simile, cerchi preliminarmente di diventare schizoide o paranoie o deficiente.<span id="more-32281"></span> Prima di tutto perché questo sforzo può richiedere tante energie che un individuo mediamente dotato potrebbe esaurirsi tutto nel tentativo di un’artificiosa pazzia, che non gli lascia tempo poi di praticare le arti. Ed è questa una situazione assai disgraziata, di grande e disperata fatica, cercare di farsi paziente psichiatrico per essere artista; perché per questa via uno sentirà di non essere mai impazzito abbastanza, e l’arte sarà sempre un po’ oltre il suo sforzo, come ci fosse una soglia che avanza, mano a mano che avanza la sua ingrata fatica. Poi, in secondo luogo, se mai costui giungesse al culmine e accedesse alla totale pazzia del suo essere, è probabile che a questo punto giaccia avviluppato completamente da questo suo stato, tanto da scordarsi che voleva un tempo far lo scrittore o qualcosa d’analogo. Quindi sconsiglio questo percorso, perché arte e pazzia forse non appartengono alla stessa carriera; anzi in un certo senso sono due professioni diverse, con un loro inquadramento specifico, una progressione distinta e un culmine di grado inconciliabile e indipendente.<br />
Certo è possibile, entro certi limiti, il doppio esercizio; ma allora la carriera di paziente psichiatrico deve fermarsi ai primi livelli, ad esempio ad una nevrastenia blanda; e qualora cresca il suo coefficiente, consiglierei l’esercizio della nevrastenia nei tempi morti, come seconda attività di complemento. Perché qualora lo stato di paziente psichiatrico si espanda, non lascia più spazio all’esercizio dell’arte neppure negli intervalli d’insania.<br />
Diciamo invece che chi scrive (e forse più in generale chi si dedica a un’arte) può imparare qualcosa (forse parecchio) dai matti. Uso ogni tanto la folcloristica parola matto, perché più consolidata e non tecnica, e perché rinvia a qualcosa di privatistico e semi illegale; mentre il paziente psichiatrico sembra un matto sindacalizzato che non riserva sorprese (ho sentito che lo chiamano anche, con orrendo eufemismo, utente dei servizi).<br />
Che cosa dunque si può imparare? Ho pensato a tre aspetti notevoli.<br />
Si può imparare innanzitutto il guasto della parola. Da un signore che parla l’italiano forbito, diciamo da uno speaker radiotelevisivo, non si impara niente, o molto poco. Non si impara ai fini dell’esercizio delle belle lettere. Costoro, i parlatori ufficiali, sono come un mare senza le onde; hanno una loro maniera, uniforme; e così dicasi degli scriventi convenzionali di giornali, libercoli e romanzucoli. Niente da imparare, se non la quiete della parola, le convenzioni lessicali e grammaticali. Invece il cosiddetto paziente psichiatrico può essere un oggetto di gran meraviglia. Questo guasto della parola è probabilmente un fenomeno più facilmente osservabile nel discorso orale. Ma io ricordo quei rari documenti scritti, trovati in archivio, come preziose, misteriose reliquie alle soglie del significato. In genere chi scrive, nel manicomio come nel mondo di fuori, si sforza di uniformarsi ai modelli (spesso scolastici), si sforza di far bella figura. Gli archivi sono perciò abbastanza monotoni, perché le scritture diligenti, ripetitive, banali, cioè normali, prevalgono. Solo ogni tanto brilla la dissennatezza verbale: dai piccoli tic, alle ridondanze coatte, a certe forme gonfie di magniloquenza gratuita, fino alla rovina del verbo, alla confusa logorrea e allo spezzettamento del discorso fino a polvere alfabetica. È come se in questi guasti si dispiegassero le varie figure della retorica che, secondo la classica definizione, sarebbero i movimenti, i contorcimenti (i guasti, dico io) che le diverse passioni e affezioni producono sul discorso. Il discorso viene cioè agitato da onde; e laggiù in manicomio sono onde, spume e spruzzi di un mare molto combattuto dai venti. Esistono utili studi classificatori di queste turbe verbali. Ma solo l’incontro diretto col foglietto manoscritto, con lo scarabocchio o con la pagina di verbigerazioni, sepolta in qualche cartella clinica, dà la sensazione di incontrare non una decifrabile e compiaciuta figura retorica, o un difetto, un errore: ma un nodo, un nodo verbale. Il guasto della parola sembra un intrico, e allora lo si legge e lo si rilegge come per scioglierlo, per accedere a un suo criptico significato. Si fa così con la poesia. Ma il nodo resterà sempre annodato. Però anche resta in mente; tutta questa galleria di stranezze con una logica; o meglio: con una promessa di logica nascosta.<br />
E dunque si può imparare per imitazione a fare nodi, cioè a scrivere non secondo le regole del giusto-sbagliato del tema scolastico, ma come pressati da una stortura, da un umore, da un pensiero indicibile direttamente, da un difetto segreto dell’anima. Tutti questi contorcimenti del discorso li si trova anche comunemente nel mondo (raramente scritti, se non negli illetterati) e già da questi si può imparare molto, più che da ogni maestro di scuola; si impara non a comandare il discorso, ma ad ubbidirgli. In manicomio o nei casi psichiatrici il contorcimento può andare verso l’estremo, questo il suo valore didattico, e il nodo farsi ancora più promettente e inestricabile. E perciò ricco e meraviglioso. Non sono, questi manicomiali, oggetti artistici; ma sono oggetti di grande suggestione, come qualcosa di esotico, e anche profondamente famigliare. Spesso si tratta di cose illeggibili, perché noiose, squinternate, vane; però, come dire? fanno scuola, in chi ha il gusto di leggerle. E tutta la migliore letteratura del ‘900 ha avuto come modello ispiratore nel sottofondo una mente in subbuglio.<br />
Un secondo motivo d’interesse per gli scritti (dico gli scritti) dei pazienti psichiatrici, di certi rari pazienti psichiatrici, è lo sforzo di dire l’indicibile. Queste persone, sottoposte a patimenti ed esperienze mentali particolarissime e lontane dal comune sentire, in qualche caso tentano di dire ciò che provano e vedono. Anche qui il ricorso agli stereotipi è il caso più frequente, e quindi anche visioni, allucinazioni, persecuzioni, reinvenzioni del mondo tendono ad essere nominate con nomi convenzionali (marziani, fantasmi, nemici, veleni, divinità) facendole per così dire sgonfiare verso il facile e il noto, verso l’approssimativamente comunicabile. Come quando si racconta un sogno, dove le parole sono sempre inadeguate, povere, noiose, e false, perché non sanno dire certe straordinarietà percettive, essenziali, di un sogno; se non con qualche generico paradosso («ti ho sognato, ma non eri tu», «correvo, ma stavo fermo») che già comunque hanno qualcosa di conturbante nella loro impotenza espressiva. Ecco allora che a volte negli scritti manicomiali un aggettivo insolito, una pignoleria lessicale, un neologismo, una turba sintattica, possono produrre una frase che brilla improvvisamente, e dà l’accesso, anzi, apre una piccola crepa nel rigido involucro linguistico abitudinario in cui siamo chiusi. Sono piccoli brillamenti che direi lirici, squarci che somigliano agli squarci poetici, aperture della vista, del senso. E, come in poesia, dicono qualcosa di nuovo, come se fosse però un riconoscimento (solo con gli ossimori si possono trattare queste questioni), dicono l’indicibile, danno una temperatura visiva a una parola altrimenti banale e cieca. Queste le virtù di certi rari, rarissimi, ma preziosi scritti manicomiali; di rinnovare la vista interiore, di riuscire a nominare qualcosa (una pena, una sensazione, una paura, uno stato delle cose) che si ritrova anche in noi, ma addormentato, in dose micrometrica, inoffensiva, e che sarebbe rimasto innominabile. In questo senso la parola del povero paziente psichiatrico può svegliare quel sotterraneo paziente disinnescato che abita in chiunque di noi (spero).<br />
Questo è ciò che si può imparare e di cui si può far tesoro nell’uso estetico e mimetico della parola. D’altronde tutta la letteratura del ’900, almeno nella sua espressione più alta e caratterizzante, si è occupata di matti. Non nel senso di raccontare da un punto esterno e savio le avventure di un mentecatto o di un forsennato (cosa per altro molto antica). La novità del ’900 è stata entrare nella mente del matto, scrivere con la sua penna, passeggiare per il suo mondo individuale, come se le avventure nel comune mondo geografico non avessero più alcuna terra da scoprire, e si aprisse invece questa molteplicità di mondi mentali privati, come nuove regioni o, direi, nuovi pianeti solo ora esplorabili. La letteratura ha imparato dai cosiddetti pazienti psichiatrici; e anche, bisogna dire, da tutta questa vasta sollecitazione alla parola e alla parola scritta che è stato il manicomio e che è la psichiatria.<br />
Cos’è ad esempio, in questo senso, <em>Il Processo</em> di Kafka? Un meraviglioso delirio di persecuzione e impotenza con allucinazioni tribunalizie. Beckett, tutto Beckett è la farneticazione a fior di labbra di un mentecatto, di un catatonico che macina ragionamento. Si rilegga <em>Watt</em>, di Beckett, questo stupefacente, assillante delirio catalogatorio, enumeratorio, ragionatorio, chiuso tutto in una mente che è prigione e universo. O Thomas Bernhard: rimuginìo instancabile di chi sta in un mondo inospitale e nemico. In Italia facilmente si può pensare a Italo Svevo, ai suoi personaggi assillati dall’indecisione ad oltranza; ma anche a Federigo Tozzi. Pirandello si affaccia anche lui a questo ’900 con un’aria interrogativa, di meditazione sul tema. Più recentemente Giorgio Manganelli con la sua forsennata e lucida <em>Hilarotragoedia</em>; Luigi Malerba del <em>Serpente</em>, Volponi della <em>Macchina mondiale</em>, e potrei continuare a citare. Certo c’è anche una letteratura più pastorizzata, più ben scritta, nel senso di più lodevole, come si dice a scuola; e forse anche più conosciuta e venduta. Ma sono avanzi di secoli scorsi, o sono scritti di sordastri volenterosi.<br />
Come nel ’600 e ’700 il viaggio in mare col suo diario di bordo è stato il grande modello suggestivo della narrativa romanzesca nascente, dico che nel ’900 le confessioni del matto e il suo lavorìo mentale hanno fatto lezione; e la letteratura (com’è nella sua natura) ha immaginato molto di più di quanto alla fine non offrissero gli archivi e la miseria mentale di questo povero matto moderno. Ne è stato fatto un eroe, e le sue manifestazioni verbali sono state portate a quella grandezza e altezza che il paziente psichiatrico, proprio perché tale, ovvero fin che resta solo tale, non può raggiungere, o non ha ormai più interesse a raggiungere. Anche se, si potrebbe dire, oggi come non mai, questa contiguità sembrerebbe offrire una via di salvezza.<br />
Prima dicevo che non consiglio di diventar matto per diventare scrittore; adesso sembra che quasi il consiglio sia di diventare scrittori per non essere matti. Il fatto è che questa è la grande illusione dello scrivere (e dell’arte del giorno d’oggi), di essersi salvati per questa via, di conoscere bene qual è stato il rischio; e di saper bene cos’è la mente sofferente e guasta, e di saperla far parlare. Mi verrebbe da dire che lo scrittore (l’artista) del ’900 è un matto in pensione, come si potrebbe dire che il romanziere del ’700 era un navigatore in pantofole. Ma il contrario non è vero: il navigatore, per il fatto di navigare, non era più facilmente un narratore, ma finiva pieno di artriti e lombaggini su una sedia a guardare il mare in silenzio. Così il povero paziente psichiatrico non avrà alcun vantaggio sulla via dell’arte, anche se il suo psichiatra potrà facilmente (terapeuticamente) farglielo credere.<br />
Un terzo punto però ancora rimane; ed è una certa invidia che l’autore artista prova per il paziente psichiatrico, o per certe forme immaginose di paziente. Forse non è generale questa invidia. Ma un buon scrittore desidera sempre essere invaso da una forza più forte di lui che lo comanda, gli dà le visioni, le parole, il flusso verbale; desidera sempre essere, per così dire, sotto dettatura, come se una voce parlasse e lui ne fosse solo il trascrittore. Ciò è quel che sovente accade. Anche se poco, sempre troppo poco, a parere dello scrittore. E quando accade lo si riconosce poi dallo scritto, che è come in uno stato di grazia e facilità. Un tempo per questo fenomeno (che andava sotto il nome equivoco di ispirazione) c’erano gli dèi, le muse, sempre invocate; e non era propriamente una finzione, uno stereotipo vuoto; ma forse un’esperienza e una necessità. Oggi, che gli dèi si sono ritirati, è rimasta al loro posto la pazzia, come musa. Ossia l’aspirazione ad essere anche solo di tanto in tanto dei pazzi visitati dalle allucinazioni e dalle voci. Per questo l’invidia; e il fascino per le pazzie, unico stato ancora un po’ metafisico dell’essere. Comunicare con qualcosa di non governabile ma che ci governa. Il tema è antico: la pazzia, così come poesia e oracoli, era un dono degli dèi. Oggi che la pazzia si è laicizzata in utenza psichiatrica, viene però ancora immaginata (nella sua faccia positiva) come uno stato invidiabile di recettività, in cui si è visitati, e in cui fanno ingresso visioni, pene, esperienze, come fossero elargite dall’alto e immediatamente traducibili in opera.<br />
Forse questa invidia per il matto nasce da un mito; il mito dell’artista supremo, che sarebbe un matto in borghese, un matto che profitta di sé come un proprietario della sua miniera. Ma la piena pazzia la si può solo fantasticare; o guardarla riflessa in uno specchio appannato, come Perseo la Medusa; perché lo sguardo diretto, essere davvero questo paziente, pietrifica.</p>
<p>Il saggio è tratto dal volume <em>Al di là del genere</em> che raccoglie gli interventi che si sono tenuti tra l’autunno del 2007 e la primavera del 2008 nel quadro del Seminario Internazione sul Romanzo (SIR) svoltosi presso il Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici dell’Università degli Studi di Trento. Dopo la prima edizione, conclusasi nel 2008 con la pubblicazione in questa stessa collana del volume <em>Finzione e documento nel romanzo</em>, la seconda edizione del SIR, che ha visto la partecipazione di romanzieri, uomini di teatro, scrittori, saggisti italiani e stranieri quali Fernando Arrabal, Keith Botsford, Marek Bieńczyk, Dubravka Ugrešić, Benoît Duteurtre, Ermanno Cavazzoni, e l’organizzazione di un simposio in onore di Milan Kundera (con proiezioni cinematografiche tratte dalle sue opere e la messa in scena della sua pièce teatrale <em>Jacques e il suo padrone</em>), ha ruotato intorno a una domanda: è possibile tracciare i confini dell’arte del romanzo? Ciò che ha orientato il Seminario è stata la volontà di esplorare le relazioni tra il romanzo e le altri arti, in particolare, il teatro, la musica, il saggio, il racconto, la narrazione orale, il cinema, tenendo tuttavia ben presente l’idea che il romanzo moderno è un’arte con una sua data di nascita, una sua storia, una sua autonomia estetica e un suo modo specifico di conoscere il mondo. La sfida, perciò, è stata quella di cercare di comprendere e di segnare la frontiera delle diverse arti, piuttosto che soccombere all’ideale, oggi tanto in voga quanto illusorio, della loro contaminazione.</p>
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