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	<title>Luther Blissett Project &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Fare l&#8217;indiano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 07:30:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo (Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45159" alt="ZIPPO-NATIVE" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/03/ZIPPO-NATIVE.jpg" width="96" height="140" /></a> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>(<i>Lo scorso anno mi fu chiesto da Ranieri Polese un pezzo per il suo Almanacco che quell’anno aveva come tema l’editoria. Decisi perciò di parlare della mia esperienza sul web. Le cose che ora riporto qui non sono una novità per i lettori della rete, ma furono scritte come compendio per quelli della carta stampata. Le condivido ora in prossimità del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/03/18/10-anni-fuori-dalla-pozzanghera-programma/">decennale </a>come viatico della festa.</i> G.B.)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il dibattito culturale nel web per me &#8211; che non sono uno storico, che racconto queste cose quasi a memoria, senza neppure andare a consultare alcunché &#8211; inizia con<a href="http://www.clarence.com/contents/cultura-spettacolo/societamenti/"> <i>La Società delle menti</i></a>, rubrica fissa del portale Clarence. Non ricordo neppure se era il 2001 o l’anno appresso. Ho saputo poi che di letteratura, sociologia, filosofia, arte, etc. se ne parlava già prima, prima ancora della diffusione del web, con le BBS, con il Luther Blissett Project e con tante altre esperienze e aggregazioni attorno al nuovo mezzo tecnologico, nuovo per davvero, oggi quasi non ce ne rendiamo conto: rammento, per dire, che mi sentivo quasi un iniziato quando andavo al Centro di Calcolo del Politecnico per potermi connettere nella rete universitaria (sarà stato attorno al 1990) e comunicare con un amico che studiava alla Pennsylvania State University. Roba da film di fantascienza. Ho visto nascere il World Wide Web, ho consultato Internet anche dopo essermi laureato, l’ho usata come una gigantesca edizione delle pagine gialle, da architetto come strumento di lavoro, ma mai come qualcosa di strettamente connesso al dibattito culturale. Da questo punto di vista ero ancora troppo legato all’idea romantica delle riviste cartacee che leggevo (Nuovi Argomenti, Alfabeta, Linea d’ombra) o alla “terza pagina” dei quotidiani. Terza pagina spostata sempre più in fondo, che diventava decima, ventesima, al punto che oggi aspetto solo che venga dislocata dietro le pagine sportive, in fondo, assieme all’oroscopo, per poi sparire del tutto, definitivamente.</p>
<p>Credo cercai su Altavista (Google ancora non aveva preso piede) qualcosa attorno alla raccolta di poesie <i>Nelle galassie oggi come oggi.</i> <i>Covers</i> di Montanari, Nove e Scarpa. Trovai un pezzo di Giuseppe Genna. Divenne il mio appuntamento quotidiano. Ogni mattina, a studio, prima di scartabellare pratiche edilizie o di mettermi a disegnare passavo dalla <i>Società delle Menti</i> a vedere che aria tirava. C’era nella gestione &#8211; al contempo pop e culta &#8211; dei temi trattati da Genna una passione che sembrava ormai scomparsa dalle succitate terze (ma sempre più in fondo) pagine culturali, che apparivano al confronto bolse, rigide, ingessate. Devo dire che a distanza di oltre un decennio Genna da una parte e il collettivo <a href="http://www.wumingfoundation.com/index.htm">Wu Ming </a>dall’altra, restano sempre un passo avanti nella scoperta e declinazione ad uso culturale delle nuove tecnologie (Facebook, Twitter, etc.). Ma quello che all’epoca non sapevo è che da lì a poco mi ci sarei ritrovato immerso fino alla cintola anch’io.</p>
<p>Perché ancora non sapevo che nel novembre del 2001, dopo lo shock degli attentati terroristici dell’11 settembre, un gruppo di scrittori, poeti, intellettuali, aveva deciso di organizzare un convegno per fare il punto della situazione. <i>Scrivere sul fronte occidentale</i>, si chiamava quel guardarsi negli occhi. Decisero di utilizzare i proventi del libro che ne nacque per mettere on line una rivista, utilizzando uno strumento ancora poco frequentato in Italia, che permetteva a chiunque di pubblicare, “postare”, senza particolari conoscenze informatiche, contenuti sul web. Un blog. Inutile dire che a gestire l’operazione fu proprio<a href="http://www.giugenna.com/"> Giuseppe Genna</a>, il quale, all’ultimo, decise di defilarsi dal progetto per portare avanti una sua pagina personale. Così nacque Nazione Indiana, nel marzo del 2003. La cosa curiosa è che in teoria doveva essere rivista on line senza commenti. Ma per un errore di gestione i commenti furono lasciati aperti, credo se ne accorse Christian Raimo che ne lasciò uno, da casa sua a Roma.</p>
<p>Seguii subito Nazione Indiana come qualcosa di davvero nuovo, dirompente. Autori più o meno miei coetanei, che non riuscivano a trovare spazio nelle asfittiche pagine culturali, al posto di lagnarsi dello status quo intraprendevano percorsi alternativi, scevri da autocompiacimenti, reciproci favori, “marchette” editoriali. (Per inciso: ancora oggi vige su Nazione Indiana l’imperativo di non pubblicare recensioni che parlino di opere dei redattori o vicendevoli elogi, così come non abbiamo mai optato né per l’utilizzo di piattaforme gratuite, che implicavano la perdita della proprietà dei contenuti che abbiamo sempre considerato <i>Creative Common</i>, né abbiamo mai voluto pubblicità di alcuna sorta, sobbarcandoci gli oneri finanziari del progetto, rendendolo così libero da ogni eventuale, involontaria o meno, pressione esterna).</p>
<p>Il blog nacque in marzo. Solo a settembre, non ostante la frequentazione quotidiana, pubblicai il mio primo commento. Sentivo, ormai, di far parte di questa comunità che si disinteressava a quel principio di autorità (e autorialità) che bloccava il dibattito cartaceo e che invece, orizzontalmente, metteva assieme autori e lettori, scrittori e utenti. Il mio primo pezzo, nell’aprile 2004, fu pubblicato di rapina da Tiziano Scarpa. Si innamorò di un mio lungo e ironico commento e decise di trasformarlo in un post. In seguito postai i miei pezzi ospitato da Dario Voltolini, o da un giovane giornalista campano <i>free lance</i> che scriveva cose inaudite e rabbiose, Roberto Saviano. Pochi mesi dopo ricevetti l’invito di far parte della redazione. La cosa interessante è che io non conoscevo di persona praticamente nessuno. Lo racconto perché trovo in qualche modo esemplare, tipico, il modo in cui sono stato arruolato. Nel corso degli anni i redattori si sono avvicendati, alcuni, nel 2006 &#8211; fra cui Scarpa stesso, Antonio Moresco, Carla Benedetti (soci fondatori e appassionate anime critiche del blog) &#8211; lasciarono Nazione Indiana per contrasti interni. Contrasti espliciti, dichiarati, pubblicati sul sito stesso, nel quale nacque una discussione calda e coinvolta. Altri se ne sono aggiunti, invitati di volta in volta dalla redazione. Dei soci fondatori, dopo nove anni, sono rimasti solo Andrea Inglese e Helena Janeczeck. Eppure, non ostante la più antica critica al blog sia sempre stata che “Nazione Indiana non è più quella di una volta” (ce lo siamo sentiti ripetere già a pochi mesi dalla nascita), credo che lo spirito del blog, la sua tonalità, le sue modalità, i suoi intenti siano sempre gli stessi. Sogno, di mio, una Nazione Indiana dove nessuno dei presenti redattori sia a firmarlo, nelle mani di 20 giovani redattori, sconosciuti, pronti a portare avanti il progetto.</p>
<p>Progetto che, sinceramente, agli albori era visto dalla critica ufficiale, accademica, come qualcosa di curioso e poco interessante. Poco più di un covo di letterati freak frustrati. La stessa modalità dei commenti aperti, la critica spesso ingenerosa ai pezzi pubblicati che ne nasceva, inorridiva la vecchia guardia. E tutt’ora urtica. Anche perché, ammettiamolo, una sorta di male interpretata idea di libertà che circola dalla sua nascita su Internet trasforma, spesso, il web in un <i>far west</i> dove tutti possono dire tutto, trivialità, insulti, aggressioni, nascosti dietro l’anonimato non tanto del nome (mai avuto problemi a relazionarmi coi nickname) ma del corpo. Discutere così, a botta calda, senza guardarsi in faccia aiuta i livorosi – i “leoni da tastiera” li ha chiamati Wu Ming 3 &#8211; a scatenarsi, trasformando, spesso, lo spazio dei commenti, in tutti i blog, in un defecatoio dove c’è chi, per fare un esempio, spiega il teorema di Pitagora e chi, come se fosse sensato, dice di non essere d’accordo col filosofo greco. Ma altrettanto spesso non è così. Per me molte discussioni con gli utenti si sono trasformate in luoghi di arricchimento, di scoperta, di condivisione. Ecco, quest’aspetto giustifica, da sempre, la ragione dei commenti aperti, anche se per noi redattori significa una continua attenzione a evitare che le discussioni deraglino nell’insulto gratuito, spesso nei confronti dei meno bellicosi (io ho una procedura standard: gli insulti a me rivolti li tengo tutti, ma se viene maltrattato un mio ospite non ho problemi a cancellare il commento ingiurioso).</p>
<p>Parlo di Nazione Indiana ma questo racconto andrebbe allargato all’intero sistema di blog e siti letterari e culturali che nel frattempo stavano nascendo in quegli anni. Ognuno con la propria identità. Come <a href="http://vibrisse.wordpress.com/">Vibrisse </a>di Giulio Mozzi (precursore e grande pioniere del mezzo), <a href="http://www.zibaldoni.it/">Zibaldoni</a>, <a href="http://www.carmillaonline.com/">Carmilla on line</a>, nata per trasferire in rete una rivista cartacea diretta da Valerio Evangelisti, o come <a href="http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/">Lipperatura</a>, blog di Loredana Lipperini dal taglio giornalistico, <a href="http://www.minimaetmoralia.it/">Minima et Moralia</a>, <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/">La poesia e lo spirito</a>, <a href="http://rebstein.wordpress.com/">La dimora del tempo sospeso</a>, <a href="http://www.absolutepoetry.org/">Absoluteville</a>, <a href="http://www.ilprimoamore.com">Il primo amore</a>, fondato dagli autori che uscirono da Nazione Indiana, e tanti altri. L’elenco, il blogroll, è lungo e meriterebbe di essere fatto per intero. Anche perché l’insieme dei blog culturali ha da subito “fatto rete”: autori di un sito hanno pubblicato su un altro, oppure si sono spostati da una redazione ad un’altra, ci si è letti a vicenda, anche polemizzato, ma più spesso collaborato. Cercato, cioè, di fare massa critica.</p>
<p>Il “vecchio mondo” &#8211; fatto di critici, giornalisti, scrittori, editori &#8211; legato a ritualità novecentesche, iniziò, con lentezza e farragine a sentire il peso di questa avanguardia sgangherata che dibatteva animosamente in rete. Me ne resi conto un giorno, in libreria, quando vidi il libro di un giovane scrittore che nella quarta di copertina al posto di citare firme prestigiose della carta stampata metteva in bella evidenza i commenti positivi ricevuti dai lit-blog. “Ormai al mattino” mi disse un redattore di una grande casa editrice “iniziamo la nostra rassegna stampa accendendo il computer: cosa pubblica oggi Nazione indiana? Cosa Carmilla?”</p>
<p>Il lavoro di scouting fatto dalla rete in questi Anni Zero, dove l’editoria classica sembrava sempre più ridotta a fare cassa inseguendo gli umori del momento e chiudendo perciò tutti gli spazi possibili a scritture altre, differenti, è stato enorme. Pensiamo solo a come la più reietta, dall’editoria, delle attività di scrittura, la poesia, abbia trovato uno spazio dove esprimersi per davvero. Dalla rete sono nati autori che poi hanno trovato sbocchi editoriali. La rete ha dato attenzione ad autori che altrimenti rischiavano la smemoratezza. Anche autori internazionali, di enorme spessore (e qui, con un orgoglio un po’ beota, non ho vergogna a ricordare le traduzioni inedite di autori straordinari fatte su Nazione Indiana e poi ripubblicate, senza autorizzazione, dalla carta stampata. O i premi Nobel sconosciuti dalle pagine culturali nazionali che da noi avevano da tempo trovato spazio e recensioni).</p>
<p>Insomma, qualcosa era cambiato. Agli albori capitava sovente che pezzi pubblicati sui quotidiani venissero poi riproposti dalla rete. Nel tempo accadeva sempre più spesso il contrario: discussioni scaturite dalla rete diventavano argomenti della carta stampata. Esemplare il dibattito sul New Italian Epic che nacque in rete dal testo dei Wu Ming e che si propagò ben oltre il web diventando tema di convegni universitari non solo nazionali. E sempre più spesso autori, critici, accademici curiosi iniziarono a guardare alla rete con maggiore attenzione, intervenendo dapprima magari con automatismi professorali subito cassati da chi in rete ci stava da anni (e che ora un po’ si atteggiava da carbonaro detentore della netiquette) e poi sempre più vicino ai nuovi linguaggi e modalità. In questo modo sono nate altre realtà come <a href="http://www.doppiozero.com/">DoppioZero</a>, <a href="http://www.leparoleelecose.it/">Le parole e le cose</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/">Alfabeta2</a>, etc. così come chi aveva battuto da subito la strada del virtuale ha nel tempo cercato altre inclusive pratiche di scambio culturale: iniziative editoriali “tradizionali” &#8211; Il Primo Amore che diventa rivista cartacea, così come lo è Alfabeta2 &#8211;  “miste”, come le Murene, librettini pubblicati da Nazione Indiana ai quali abbonarsi on line (senza cioè la classica distribuzione in libreria) – ebook, performance, manifesti – penso all’attività del movimento <a href="http://www.generazionetq.org/">Generazione TQ</a> -, marce da nord a sud del paese – il “Cammina Cammina” organizzata da Il Primo amore -, ritrovi &#8211; penso alle Feste Indiane svolte al Castello di Malaspina in Lunigiana e all’Arci Bellezza di Milano -, e tanto altro ancora.</p>
<p>Questo per dire che ormai quelle che apparivano barriere pregiudiziali che definivano spazi incapaci di comunicare fra di loro, opposti quasi, si sono dimostrate fortunatamente fragili, creando così un modo inclusivo di concepire il campo della cultura, più ampio, variegato, ricco. Fatto di continui feedback fra i vari dispositivi di diffusione della cultura non maggioritaria, non pacificata, non arresa ai modelli omologanti imposti da un centro politico e ideologico che in questi anni difficili ha banalizzato e reso marginale l’idea di cultura in Italia.</p>
<p>Nazione Indiana ha nove anni. Non so se ci sarà ancora fra nove anni. Non so neppure cosa farò io fra nove anni, magari mi dedicherò alla danza classica, chi può saperlo. Nove anni di vita, sul web, sono un’era geologica. So che questi nove anni, a guardarli ora, retrospettivamente &#8211; ora che mentre scrivo queste righe do un occhio alla posta elettronica, leggo un messaggio su skype, controllo gli aggiornamenti sui vari lit-blog, rispondo ad un commento &#8211;  a guardarli, tutti assieme, mi sembrano passati in un soffio. Gli oltre settemila post pubblicati e le decine di migliaia di contatti unici mensili, invece, mi ricordano il lavoro enorme di resistenza culturale che siamo riusciti, redattori, ospiti e lettori, a produrre, tutti assieme. Gratis, senza alcun tornaconto, per pura militanza, per pura, anarchica felicità. Per amore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<i>pubblicato col titolo</i> C’era una volta il blog. E poi gli indiani uscirono dalle riserve,<i> in:</i> Fare libri. Come cambia il mestiere dell’editore,<i> (a cura di) Ranieri Polese, Guanda, 2012</i>)</p>
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		<title>Verifica dei poteri 2.0</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 10:41:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1.gif"><img fetchpriority="high" decoding="async" style="background-image: none; padding-left: 0px; padding-right: 0px; display: block; float: none; margin-left: auto; margin-right: auto; padding-top: 0px; border-width: 0px;" title="def 1" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/def-1_thumb.gif" border="0" alt="def 1" width="500" height="228" /></a></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p>[Verifica dei poteri 2.0<em> prova a ricostruire la storia del “web letterario” italiano, o meglio: delle pratiche di militanza letteraria che si sono sviluppate in Internet da una decina d’anni a questa parte. Oltre a dar conto dei luoghi, degli attori e delle discussioni principali, è un primo tentativo, necessariamente parziale e provvisorio, di mettere a fuoco gli interessi e le poste in gioco che li hanno animati. L’articolo, che esce in questi giorni sul n. 61 di «Allegoria», è stato inviato a scrittori e critici insieme ad alcune domande. Le loro risposte saranno pubblicate nei prossimi giorni su NI. La versione pdf è disponibile <strong><a href="http://www.leugenio.com/Verifica%20dei%20poteri%202.0.pdf" target="_blank">qui</a></strong>.</em>]</p>
<h2><span style="font-weight: normal;"><em> </em></span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;"> </span></h2>
<h2><span style="font-weight: normal;">Verifica dei poteri 2.0 </span></h2>
<p><span style="font-weight: normal;"> </span></p>
<h4><span style="font-weight: normal;"><em>Critica e militanza letteraria in Internet (1999-2009)</em></span></h4>
<p>di <strong>Francesco Guglieri</strong> e <strong>Michele Sisto</strong></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;"> </span></em></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Si tratta di registrare gli strumenti critici,</span></em><br />
<em><span style="font-size: xx-small;">di verificarne i poteri, di decidere a quale livello<br />
del mare cominciano i nostri calcoli,<br />
entro quale arco di meridiani e di paralleli<br />
consideriamo validi i nostri discorsi. </span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Franco Fortini, <em>Verifica dei poteri</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Produrre degli effetti in un campo,<br />
non foss’altro che semplici reazioni di resistenza<br />
o di esclusione, significa già esistervi.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">Pierre Bourdieu, <em>Le regole dell’arte</em></span></p>
<p><em><span style="font-size: xx-small;">Tutto ciò che so l’ho imparato da google.</span></em><br />
<span style="font-size: xx-small;">anonimo web</span></p>
<p>«I luoghi dell’opinione e del gusto letterario», scriveva Fortini nel 1960,</p>
<blockquote><p>sono stati sorpresi nel giro di pochi anni dall’insorgere ed estendersi di forme per noi nuove di industria della cultura che hanno mutato aspetto e funzione ai tradizionali organi di mediazione fra scrittori e pubblico, come l’editoria, le librerie, i giornali, le riviste, i gruppi politici e d’opinione. Alla motorizzazione la società letteraria ha resistito anche meno dei nostri storici centri urbani.[1]</p></blockquote>
<p>Rileggendo oggi viene naturale chiedersi come abbia reagito “la società letteraria” all’informatizzazione. E prima ancora alla progressiva concentrazione dell’editoria e dell’informazione sotto il controllo di pochi grandi gruppi.<a name="_ftnref2_8741"></a></p>
<p>Sì, ma quale società letteraria?</p>
<p><span id="more-38514"></span></p>
<h4>1. La crisi della critica negli anni ’90, tra industria culturale e “tradimento dei critici”</h4>
<p>Per provare a capire cosa ha rappresentato Internet nel campo letterario italiano, bisogna tenere ben presente il contesto in cui la rete ha fatto irruzione. Il panorama dei tardi anni ’90 appariva, a chi ci viveva, tanto desolante da far scrivere ad uno sconsolato Alfonso Berardinelli che, addirittura, «di industria culturale e dei danni connessi alla sua influenza non si parla quasi più». La situazione è così grave che «arrivato a un certo grado di inefficacia permanente, il pensiero critico e la cosiddetta <em>Kulturkritik </em>si arrendono. Non ci sono più né rimedi né alternative».[3] Se la “macchina” dell’industria culturale pervade tutto, ogni anfratto, ogni piega sociale e immaginaria, se neutralizza, perché la prevede e anzi la richiede, ogni critica e ogni tentativo di resistenza, allora non resta che abbandonarsi (non senza un pizzico di <em>ressentiment</em> o di cinica euforia) allo spettacolo del crollo (altri, parafrasando Žižek che a sua volta parafrasava un film di fantascienza,[4] qualche anno dopo avrebbero detto «al deserto del reale»). Questo il clima intellettuale, verrebbe da dire <em>emotivo</em>, che respirava chi, in quegli anni, faceva o si apprestava a fare critica.</p>
<p>Quello di cui si faceva dolorosa esperienza era (ed è tuttora) la progressiva erosione degli spazi nei quali classicamente si esercitava l’autonomia della critica. Chiariamoci: autonoma in senso bourdieusiano, ovvero che risponde principalmente alle regole del campo di produzione ristretta, a quelle che il sociologo francese chiamava le “regole dell’arte”. Ma allora a quale autonomia appellarsi se non solo non ci sono più i luoghi in cui esprimerla, ma sembra venuta meno l’idea stessa di un “campo di produzione ristretta”? In altri termini ci si può chiedere, come faceva appunto Bourdieu all’inizio degli anni Novanta, «se la divisione in due mercati, che è caratteristica dei campi di produzione culturale dopo la metà del XIX secolo – con, da un lato, il campo ristretto dei produttori per i produttori, e, dall’altro, il campo della grande produzione e la “letteratura industriale” – non sia minacciata di scomparire, dal momento che la logica della produzione commerciale tende sempre più a imporsi sulla produzione d’avanguardia (nel caso della letteratura, per esempio, attraverso i vincoli che gravano sul mercato dei libri)».[5] Le concentrazioni editoriali e le ristrutturazioni interne delle case editrici maggiori alleggeriscono il peso delle redazioni nelle scelte di indirizzo e ricerca. Le riviste letterarie (e cioè il veicolo principale del dibattito critico e militante del Novecento) scompaiono, e le poche superstiti sopravvivono a stento, scontando una marginalità a volte sofferta, a volte rivendicata. La critica militante, quella sui quotidiani e sui settimanali, è tollerata solo nella forma della recensione, o, peggio ancora, della ciclica polemica: ovvero come passaggio – e oltretutto sempre meno necessario – della vita commerciale del prodotto-libro. Una critica come guida all’acquisto, orientamento del gusto, che a volte fa assomigliare le terze pagine dei giornali a poco più che propaggini degli uffici stampa delle case editrici. Quando un giovane Tiziano Scarpa nel 1997 ironizzava sui recensori dei giornali (i vari D’Orrico, Pacchiano, ecc.) riproducendone i tic e i vezzi in un’irresistibile parodia, spernacchiava un giornalismo culturale con cui sentiva, come scrittore, di condividere poco o nulla.[6]</p>
<p>La critica accademica, per contro, riesce a sottrarsi a questo abbraccio solo al prezzo di un isolamento che a volte rischia di tradursi in uno sdegnato arroccamento. Negli anni ’90 appare cristallizzata soprattutto in dolenti analisi del proprio stato. Non solo in Italia, certo: da <em>Vere presenze</em> di Steiner al <em>Canone occidentale</em> di Bloom, fino al recente Todorov della <em>Letteratura in pericolo</em>, la bibliografia (anche limitandosi ai nomi più importanti e ai testi divulgativi) è lussureggiante. Nel nostro paese si passa dalle <em>Notizie dalla crisi </em>di Cesare Segre (1993), all’<em>Eutanasia della critica </em>di Mario Lavagetto (2005), fino al caso di un Ferroni che <em>Dopo la fine</em> (sottotitolo: <em>Sulla condizione postuma della letteratura</em>, 1996) torna a lamentare l’«evaporazione di una cultura critica» in <em>Scritture a perdere</em> (2010).</p>
<p>Sta di fatto che gli unici libri di critica ancora in grado di accendere un minimo di discussione pubblica, di smarcarsi dalla pubblicistica concorsuale e finire in mano a un lettore non specialista (o quantomeno ad arrivare alle pagine dei giornali e da lì a un più vasto “dibattito”), sono proprio quelli che hanno come oggetto la critica stessa: quasi che la critica possa darsi ormai solo in forma crepuscolare, nel suo venire meno.</p>
<p>Insomma, era questo clima che spingeva un giovane Emanuele Trevi sull’orlo di una crisi di nervi a scrivere:</p>
<blockquote><p>Avevamo di fronte un’“ufficialità” culturale, incarnata dall’Università e dal giornalismo di prestigio, dai salotti e dai premi letterari… In quella dimensione, la letteratura e l’esperienza estetica avevano (come continuano ad avere) la fissità marmorea e un po’ demente delle istituzioni. Macchine sociali produttrici di consenso, di prestigio, di modelli di affermazione esclusivamente individuali. Disperatamente, molti di noi cercavano altro.[7]</p></blockquote>
<p>Cercare altro, allora. E questo altro, per alcuni, è stato Internet.</p>
<p>(<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/03/24/verifica-dei-poteri-2-0/2/">segue alla pagina successiva</a>)</p>
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<p>[1] F. Fortini, <em>Verifica dei poteri</em>, in Id., <em>Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie</em>, nuova edizione accresciuta, il Saggiatore, Milano 1969, p. 41.</p>
<p>[2] I riferimenti d’obbligo per questo processo che, avviatosi negli Stati Uniti, ha investito Inghilterra, Francia e Germania prima di acuirsi anche in Italia, sono P. Bourdieu, <em>Une révolution conservatrice dans l’édition</em>, in «Actes de la recherche en sciences sociales», 126/127, 1999, pp. 3-32, e i due volumi di A. Schiffrin, <em>Editoria senza editori</em> e <em>Il controllo della parola</em> (Bollati Boringhieri, Torino 2000 e 2006).</p>
<p>[3] A. Berardinelli, <em>Dov’è finita l’industria culturale</em> [2004], in Id., <em>Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione</em>, Quodlibet, Macerata 2007, p. 83.</p>
<p>[4] Un film, <em>Matrix</em>, che, guarda caso, ipotizzava un’umanità segregata in un’illusoria realtà virtuale, schiava di un’acefala “macchina mondiale” computerizzata…</p>
<p>[5] P. Bourdieu, <em>Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario</em>, il Saggiatore, Milano 2005, p. 434.</p>
<p>[6] T. Scarpa, <em>Fantacritica (nel senso dell’aranciata)</em> [1997], in Id., <em>Che cos’è questo fracasso?</em>, Einaudi, Torino 1999, pp. 27-30.</p>
<p>[7] E. Trevi, <em>Istruzioni per l’uso del lupo</em>, Castelvecchi, Roma 2002, p. 10. La prima edizione – a cui queste parole della nuova <em>Introduzione</em> fanno riferimento – è del 1993.</p>
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