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	<title>magliani &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Del disumanarsi &#8211; su Marino Magliani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2008 08:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[disumanarsi]]></category>
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					<description><![CDATA[  di Marco Rovelli Sono felice di aver conosciuto Marino Magliani prima di leggere un suo libro, e di averlo conosciuto nel suo ambiente olandese, nella sua casa nel condominio di IJmuiden, nel suo studio stretto e ingombro, di aver camminato con lui sulle sue spiagge olandesi, tra i bunker in faccia al mare. Così [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: small;"><img fetchpriority="high" decoding="async" style="width: 215px; height: 151px;" alt="" src="http://alderano.altervista.org/032.JPG" width="2592" height="1944" border="0" /> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">di <strong>Marco Rovelli</strong></span></p>
<p><span style="font-size: small;">Sono felice di aver conosciuto Marino Magliani prima di leggere un suo libro, e di averlo conosciuto nel suo ambiente olandese, nella sua casa nel condominio di IJmuiden, nel suo studio stretto e ingombro, di aver camminato con lui sulle sue spiagge olandesi, tra i bunker in faccia al mare. Così ho potuto riconoscerlo, nel libro che ho letto solo dopo, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006B87ALW/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006B87ALW&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Quattro giorni per non morire</em></a>. E ogni cosa, qui, la dico del libro e di Marino insieme, c&#8217;è  come una soglia di indifferenza che mi impedisce di distinguere: perchè, in ambedue i casi, il discorso articolato è lo stesso. Un discorso che disumani.<span id="more-5422"></span></span><span style="font-size: small;"> </span></p>
<p><span style="font-size: small;">In quel mondo del margine, solitario, Marino dà forma ai suoi mondi: li forgia in quella solitudine, in un luogo che è totalmente altro da lui, dove non può essere radicato. E in quello sradicamento lui immagina e traccia le sue radici più profonde. Quel vuoto ha, tra le sue qualità, una noia che combacia con quella delle sue radici.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">In quel mondo totalmente altro Marino non può attecchire in radice, e per questo fiorisce mondi. E&#8217; solo lì che scrive, in quel posto arrovesciato: quando sono in Italia, dice, non scrivo una riga. Nella sua Liguria vive, viene da pensare, in Liguria vibra di quella terra in cui le sue radici sprofondano. Vive, e non scrive. Per scrivere ha necessità dell&#8217;esilio. E in realtà ha necessità dell&#8217;esilio anche per vivere davvero, viene da seguitare a pensare, perché è nello spazio della scrittura che trova la sua vita più vera. </span><span style="font-size: small;">La scrittura è un fatto esistenziale per Marino, e profondamente religioso. Forse per lui scrivere significa attingere a quella verità di una vita che sta altrove, che tanto più vive quanto più non è vissuta. Scrivere, per lui, è sperare. Marino si nutre del suo sradicamento, che poi è esser radicato in un totalmente altro. E&#8217; come se (e forse è proprio così) il totalmente altro fosse abitato ogni giorno da Marino, e solo da lì, da quella prospettiva rovesciata, riuscisse a estrarre il senso di quella vita non vissuta &#8211; vissuta a intermittenza, quando torna nella sua Liguria a nutrirsi delle sue rocce, dei suoi ulivi, dei suoi terrazzamenti, del suo mare.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Essere così vicini alla morte e non poter fare altro che seguitare a scrivere&#8221;, ha scritto Marino in <em>Quattro giorni per non morire</em>. Se qualcuno mi chiedesse di che parla il libro, risponderei senza esitare &#8220;della morte&#8221;. Ciò di cui in fondo tutto non fa che parlare, certo, e in queste pagine ne ho trovato una consapevolezza vera. Marino attinge alle altezze necessarie per articolare i paraggi della morte volando basso, radente il mare. Il libro è la vicenda di una fuga tentata, per espatriare dopo anni di galera. Un archeologo che era stato incarcerato per traffico di droga. Che quando viene mandato a casa per i funerali della madre prova a espatriare verso il Messico perché solo là possono salvargli la vita curandogli la malattia contratta in Sudamerica, se resta in carcere è quasi condannato. Questa, in tre righe, la trama. Dove ciò che conta è la fuga (il protagonista, Gregorio, e il maresciallo che lo sorveglia fuggono la noia della valle ligure: la stessa noia ritrovata a rovescio, nella sua verità, nel luogo totalmente altro dove Marino vive).</span></p>
<p><span style="font-size: small;">Si fugge, nel libro di Marino. Si fugge dalla vita, con &#8220;troppe pietre&#8221; addosso (sarebbe stato un titolo migliore per il libro, io credo, <em>Troppe pietre</em>). Le pietre sono anche l&#8217;origine del viaggio sudamericano di Gregorio e del suo amico Leo. All&#8217;origine, i segni sulle pietre. Li cercano in Sudamerica dopo averli trovati nella Tana delle Rane in Liguria, per provare la comunanza dei mondi, quasi a risalire all&#8217;indietro il tempo, le ere geologiche, fino alla prima pietra&#8230; Fino alla &#8220;felicità disumana&#8221; della pietra. E le troppe pietre sono il prezzo da pagare per sfuggire al troppo umano. E&#8217; dalle pietre che occorre passare per disumanarsi. Attraversando le pietre (come attraversando il mare, o il fitto di un bosco) si potrebbe incontrare una felicità disumana. Disumanarsi: divenir-pietra, divenir-mare, divenir-albero. E accedere forse a una luce ineffabile, che non può essere articolata se non nel nome dell&#8217;amata (&#8220;Lori&#8221;, dice Gregorio quando nelle foreste sudamericane sta tra la vita e la morte). E&#8217; la disumanità dei tempi geologici, quelli che gli archeologi non smettono di traversare, cercando &#8220;cose inutili&#8221; agli occhi degli umani (sempre troppo, troppo umani). Quella disumanità cercata, che incontri nella narrazione sotto forma di un corpo cadaverico come un albero, o nei gesti sacrali degli abitanti delle valli (liguri e sudamericane), che di quelle troppe pietre, e della loro disumanità, sono icona. La disumanità come altro dalla vita, e come &#8220;rincorsa verso la morte&#8221;, è onnipresente nella storia di Gregorio/Marino. Avvolge ogni cosa, destinalmente, macchinalmente. E&#8217; un universo ingranaggio, macchinale, che viene replicato negli incastri della narrazione stessa.</span></p>
<p><span style="font-size: small;">&#8220;Essere così vicini alla morte e non poter fare altro che seguitare a scrivere&#8221;. E poi: &#8220;solo all&#8217;alba si vede cosa c&#8217;è nella notte&#8221;. L&#8217;alba forse è scrivere in un luogo sradicato, rovesciato, e la scrittura è il luogo più vicino alla disumanità della morte.</span></p>
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