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	<title>mandato sociale &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La letteratura italiana con gli occhi di fuori #2 : mandato sociale, posterità, riviste</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Dec 2018 06:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero. EDITORIALE A PIÙ VOCI MANDATO SOCIALE [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="size-medium wp-image-76915 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-1024x642.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2-160x100.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/DSC02361-2.jpg 1126w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori e Giuseppe Schillaci, ossia Il Cartello, hanno curato su invito di Luigi Grazioli un intero numero di &#8220;Nuova Prosa&#8221;, il 69. Presentiamo qui le ultime tre voci dell&#8217;editoriale scritto a otto mani e la nostra nota introduttiva sulle modalità di realizzazione del numero.</p>
<p><em>EDITORIALE A PIÙ VOCI</em></p>
<p>MANDATO SOCIALE (A. I.)<br />
Oggi si tende a fare questo ragionamento: una volta gli scrittori (narratori, poeti, drammaturghi) avevano un mandato sociale, la loro arte letteraria riguardava la nazione, o il popolo, o la formazione dei cittadini. Questo accadeva ancora nel Novecento.<span id="more-76810"></span><br />
Oggi le cose sono cambiate: la letteratura non è più la stessa e lo statuto sociale degli scrittori è stato revocato. Oggi lo scrittore ha soprattutto un mandato commerciale: egli interpreta adeguatamente il suo ruolo se riesce a persuadere un numero importante di lettori ad acquistare il suo libro. Uno scrittore che realizza il suo mandato commerciale può certo essere aspramente criticato per la fattura dei suoi prodotti, ma in definitiva nessuno può permettersi di mettere in dubbio il suo statuto. Bravo o non bravo, egli è un sacrosanto scrittore del XXI secolo. Uno scrittore che invece non realizza il suo mandato commerciale, uno scrittore, insomma, che non vende attira su di sé i più gravi sospetti. Bravo o non bravo, egli non è uno scrittore del suo tempo e, siccome l’epoca attuale non crede in alcuna forma di posterità, lo scrittore che non vende è uno scrittore del passato o di nessun tempo. È uno sfasato, forse interessante come curiosità, ma non pertinente come fenomeno propriamente letterario. Affronteremo nella voce successiva la questione della posterità, ma vediamo di capire meglio come funzioni il mandato commerciale. I critici più aggiornati, anche quelli di severa formazione universitaria, sono ormai d’accordo sul fatto che il mercato editoriale funzioni un po’ come l’inconscio popolare, e quindi le casse del libraio costituiscono la suprema istanza legittimante di un’attività letteraria. Un secolo e mezzo fa, Baudelaire aveva una visione un po’ meno angusta delle cose. Sosteneva che la fortuna letteraria è nelle casse dei librai e/o nella stima dei pari. Oggi naturalmente la seconda opzione assomiglia a un partito preso elitario e antidemocratico. Al di fuori dei grandi numeri, al di fuori di una maggioranza, non c’è salvezza. Dove c’è minoranza, c’è per forza un fenomeno di casta, di usurpazione, ecc.<br />
La nostra impressione, invece, è che l’osservazione di Baudelaire, inaugurando il regime moderno della letteratura e delle arti, rimane ancora oggi grandemente acuta e valida. Il mandato sociale di cui tanto si fantastica, infatti, è fin dall’inizio preso in una contraddizione tra universale e particolare, tra maggioranze e minoranze. In uno dei saggi raccolti da Guido Guglielmi in <em>Ironia e negazione</em> (Einaudi, 1974), leggiamo: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale”. Il mandato novecentesco, quindi, è sempre stato inficiato da questa interna contraddizione tra una universalità di principio e una particolarità di fatto. E i tentativi delle correnti letterarie progressiste di rimpiazzare la particolarità borghese con l’universalità proletaria non hanno sciolto il nodo. Oggi lo scioglierebbe il mercato: l’unica universalità indiscutibile è quella dell’acquirente. Contro questo principio, possiamo però continuare a difendere la visione baudelairiana, più chiaroveggente. Un libro prima di essere venduto, deve essere scritto. E la scrittura, prima di assumere definitivamente il rigore cristallino della merce, vive di scommesse, di fede, di reciproco riconoscimento tra cerchie ristrette di scrittori-lettori. Se il consumatore ha un inconscio, lo ha anche il produttore. Non solo ma, non pretendendo di risolvere la contraddizione tra universale e particolare tipica del mandato moderno dello scrittore, ci piace pensare che la scrittura sia il luogo non solo del consenso (lo scrittore in fase con i tempi), ma anche del dissenso (lo scrittore sfasato.)</p>
<p>POSTERITÀ (A. I.)<br />
La posterità letteraria pare una di quelle cose che non solo uno non si può più permettere oggi, ma a cui non ci si può appellare senza immediatamente coprirsi di ridicolo. Naturalmente è sempre stato presuntuoso appellarsi alla posterità, ma siccome gli scrittori sono in genere persone presuntuose lo hanno sempre fatto. Il problema è che l’industria culturale, e quella del libro in particolare, non può permettersi margini di posterità, in quanto quello che è stato prodotto, va anche consumato in tempi ragionevolmente brevi. L’obiettivo delle “scorte zero” tocca tutti i settori, quelli creativi e umanistici compresi. Poiché si consuma velocemente e in dosi massicce, tutto quanto non entra immediatamente nel ciclo del rapido e abbondante consumo non ha ragione d’esistere, se non come errore comunicativo, e quindi non solo è destinato a rimanere ai margini, ma lo resterà per sempre. Una qualche profezia (o una qualche previsione scientifica) vorrebbe che nel grande volume di ciò che si propone al consumo, non potrà mai essere riproposto qualcosa che è sfuggito in un momento dato alla voracità dei consumatori. Sembra questo un principio contro-intuitivo, anche dando un’occhiata al comportamento del mercato editoriale che vive non solo di novità nuove, ma di quelle novità ancora più gustose costituite dalle riscoperte, dai ripescaggi, con tutta la mitologia che ad essi si accompagna e che nutre la macchina commerciale. Il tentativo di sopprimere il concetto di posterità, un tentativo che è in qualche modo accettato, se non difeso persino dalla critica, ci sembra allora molto presuntuoso, almeno tanto presuntuoso quanto lo sono coloro che si appellano ad essa, per conferire una qualche legittimità di esistenza alle loro creazioni anche se non incontrano il favore commerciale, ossia il gusto dei tempi. Ci sembra piuttosto che la legge del rapido e massiccio consumo non faccia che produrre serbatoi di posterità, di cui l’editoria, e la critica letteraria stessa, faranno tesoro, l’una per rimpolpare l’urgenza di novità, l’altra per assegnarsi una patente d’esistenza. L’idea, poi, che un testo di una certa articolazione e complessità sia destinato a essere goduto e perfettamente spolpato in una finestra temporale assai breve, appare una concezione un po’ ingenua del funzionamento effettivo degli oggetti letterari. Si dirà che questi oggetti letterari “resistenti”, poco propensi ad essere assorbiti senza residui, sono frutto di pratiche elitarie e sorpassate, che poco hanno a che fare con ciò che detta l’inconscio commerciale. Ma su questo punto, rinvio alla voce precedente: “Mandato sociale”.</p>
<p><span style="color: #000000;">RIVISTE (F. F.)</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Far parte di una rivista letteraria significa frequentare e vivere con spiriti liberi. E quando si vivono esperienze del genere che si fanno sul filo degli anni e non tramite episodici incontri, qualcosa cambia davvero in te, innanzitutto come essere umano e poi scrittore. Ho partecipato alla creazione di riviste come “Paso Doble” in Francia e “Sud” in Italia, e al di là delle straordinarie partecipazioni, da Peter Handke a Yasmina Khadra, Erri De Luca o Ingo Schultze, e delle belle scoperte di giovanissimi autori, in oltre dieci anni di attività e quasi venti numeri sono innumerevoli i momenti di memoria poetica; uno su tutti l&#8217;happening a Procida, ai giardini Elsa Morante con Louis Sclavis, il jazzista francese che duettava con i poeti Biagio Cepollaro e Giuliano Mesa. Perché le riviste ancora oggi? La parigina “Atelier du Roman”, a cui ognuno di noi del cartello collabora, la rivista fondata da Kundera, Lakis Proguidis e Massimo Rizzante è la prova vivente che non solo esiste in Europa una comunità letteraria, ma che questa comunità dispensa letteratura con una generosità che è arte del dono più che della “partecipazione al bel mondo”. Gli incontri si svolgono in bistrot incastonati tra un grand boulevard e una piazzetta, a ridosso dell’Odeon a St Germain de Près, e non accade mai nulla di particolare, che so una presentazione del numero della rivista, di un libro, un dibattito. C’è la consegna ai collaboratori della copia e poi si beve insieme un bicchiere. Milan Kundera, come del resto Fernando Arrabal, Petr Kral, Michel Dèon tra un sorso e l’altro ti tirano fuori davanti a un bicchiere un’osservazione che vale un intero seminario sul romanzo. Perché l’arte del romanzo è innanzitutto arte della vita.</span></p>
<p style="text-align: center;">⊗⊗⊗</p>
<p><em>REGOLE DEL GIOCO</em><b></b></p>
<p>Il Cartello (Francesco Forlani, Andrea Inglese, Giacomo Sartori, Giuseppe Schillaci)</p>
<p>Quando Luigi Grazioli ci ha investito dell’onore di curare un intero numero di “Nuova prosa” l’orgoglio ci ha ovviamente acciecati, rendendoci del tutto incoscienti degli oneri che una tale impresa richiede. Grazioli, lui, che questi oneri si accolla ininterrottamente da anni, ne sapeva diabolicamente qualcosa. Comunque la sfida non solo ci piaceva, ma anche si attagliava alla nostra irrequietezza nei confronti del mondo letterario, di quanto soprattutto vi è di più ufficiale, visibile, dato per ovvio in tale mondo. Almeno due di noi, poi, condividono con Luigi Grazioli questo tarlo, che consiste nel trarre grande nutrimento dal lavoro sempre esagerato della conduzione di riviste. In breve ci siamo divertiti. L’idea era innanzitutto di metterci in ascolto, di dare importanza a quello sguardo tra pari, che non è frutto né del calcolo editoriale né della distanza accademica. Se i libri per esistere in quanto libri hanno infatti bisogno sia dell’editoria sia della critica, per essere semplicemente <em>scritti</em> hanno bisogno di un terreno fatto di passione e amicizia, di curiosità e incoraggiamento, che non è garantito da nessuna economia in atto e nessun sapere codificato. Quindi ci siamo messi in ascolto, e ognuno di noi ha scelto alcuni autori che, per qualche ragione, fossero per lui esemplari di un percorso in movimento e nello stesso tempo di un’idea già realizzata di scrittura narrativa. Non ci siamo quindi dati limiti anagrafici o generazionali. Si è trattato, insomma, di invitare alcuni autori, domandando loro dei testi inediti. (Divenuti poi editi nel frattempo, in alcuni casi.) E ci siamo permessi di scrivere qualcosa su di loro, non da critici ovviamente, ma da compagni di strada, da lettori-scrittori più o meno prossimi alle loro ragioni di scrittura. Abbiamo voluto, però, aprire un confronto più ampio, anche con autori che avessero alle spalle un’opera ormai forte per ricchezza di titoli e considerazione di pubblico e critica. C’interessa ovviamente comprendere come la radicalità di certi progetti letterari possa prendere spazio sulla scena ufficiale e eventualmente modificarla. In questo caso, ognuno di noi ha invitato un autore, a rispondere a un’intervista che abbiamo redatto collettivamente – e l’interesse per i quattro autori invitati era altrettanto collettivo. Infine, sollecitati nuovamente da Luigi Grazioli, abbiamo accettato l’idea di proporre anche dei nostri inediti, dal momento, appunto, che fin dall’inizio l’intero nostro progetto per “Nuova prosa” ha funzionato come una conversazione, un dialogo tra pari, nell’interesse ovviamente di tutti coloro che sono innanzitutto, come noi pure sempre siamo, dei <em>lettori</em> di romanzi, prose, saggi, racconti, poesie, ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parigi, 19 /06/ 2018</p>
<p>*</p>
<p>Foto di Andrea Inglese tratta dalla serie <em>Pagine.</em></p>
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		<title>Sul mandato sociale degli scrittori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 May 2018 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[avanguardia]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgio Mascitelli]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura e mercato]]></category>
		<category><![CDATA[mandato sociale]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giorgio Mascitelli La progressiva sparizione delle istituzioni della società letteraria, il trionfo del mercato e la proliferazione delle forme di autopubblicazione in rete hanno messo in crisi il prestigio simbolico dello scrittore ingenerando talvolta una nostalgia per un’epoca in cui gli scrittori avevano un mandato sociale. Tale nostalgia rischia però di essere molto pericolosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giorgio Mascitelli</strong></p>
<p>La progressiva sparizione delle istituzioni della società letteraria, il trionfo del mercato e la proliferazione delle forme di autopubblicazione in rete hanno messo in crisi il prestigio simbolico dello scrittore ingenerando talvolta una nostalgia per un’epoca in cui gli scrittori avevano un mandato sociale. Tale nostalgia rischia però di essere molto pericolosa non solo perché ogni nostalgia lo è, quando cessa di essere dato privato e diventa categoria culturale aspirante a un’oggettività storica, ma perché la stessa nozione di mandato sociale è un concetto ambiguo e non privo di astuzie metafisiche.</p>
<p>La metafora del mandato sociale degli scrittori è per  sua natura semantica molto ingannevole e sfuggente perché tende a suggerire tramite il termine ‘mandato’ che sia esistita una delega precisa della società o di sue parti al mondo letterario come ‘organo della coscienza universale’ e che questa delega abbia una dimensione istituzionale stabile in termini di ruoli, scopi e durata. Per esempio quando Fortini, parlando della seconda metà dell’Ottocento, scrive che ‘la borghesia non toglie nel complesso agli scrittori il mandato sociale che aveva loro attribuito nei secoli precedenti’ ( <em>Verifica di poteri, </em>Milano,1965 ora 2017, p.123), sintetizza in una formula un fenomeno sociale di complessa decifrazione e tutt’altro che universale così da indurre l’impressione fallace  che si sia effettivamente avuta una delega precisa da qualche parte in qualche momento storico. Questa sintesi proietta nel passato mentalità e idee di una fase storica determinando  una serie di aspettative fuori luogo per il presente, cosa che accade tanto più se si usa questa metafora fuori dal contesto di un’analisi di classe marxista, come quella entro cui opera Fortini.</p>
<p>Ciò di storicamente concreto a cui rimanda questa metafora è una fase ben precisa dell’illuminismo settecentesco in cui un gruppo di autori riesce in effetti a incarnare e a rappresentare bisogni, valori sociali e scelte simboliche della borghesia in ascesa, per cui anche attraverso il dibattito su tematiche prettamente letterarie si discutevano nuovi modelli sociali e si sperimentava la critica del principio d’autorità presso il pubblico. La diffusione dei club letterari in Francia dà una dimensione di massa presso la borghesia al fenomeno e si connette con la nascita di un’opinione pubblica, ma esso è un fenomeno tipicamente francese con qualche propaggine tedesca e italiana, sensibilmente più circoscritte, visto che già in Inghilterra è difficile individuare un movimento analogo. Inoltre sotto il termine letteratura vengono rubricate questioni attinenti all’economia, alla politica, all’igiene, alla storia e alla pubblica amministrazione. Nel romanticismo, specie nei paesi in cui la borghesia non ha ancora preso il controllo dello stato o in cui si pone una questione nazionale, viene postulato sulla scorta dell’episodio francese l’esistenza di un rapporto profondo tra poeta e popolo, ma esso resta tutt’al più una petizione di principio o un’abile ricostruzione ex post, come nel caso italiano in cui sarà al massimo qualche opera lirica del solo Verdi a poter riflettere qualcosa di vagamente simile a un mandato sociale, in questo caso di tipo patriottico. Analogamente nell’Ottocento si possono osservare singoli casi di scrittori che raggiungono una posizione simbolicamente alta più per effetto del loro ruolo pubblico che per le loro opere, come Victor Hugo in quanto oppositore di Napoleone III (e varrà forse la pena di ricordare che la borghesia  francese, di cui Hugo dovrebbe essere il mandatario, nella sua parte maggioritaria è saldamente schierata con l’imperatore e riscoprirà i valori rappresentati da Hugo soltanto all’indomani del disastro militare della guerra franco-prussiana ). Nel Novecento il mandato sociale degli scrittori è legato alla questione del comunismo e si profila quasi sempre come un rapporto, ora di adesione ora di critica, alla politica culturale del partito  perché il comunismo è l’unico movimento politico novecentesco che attribuisce una grande importanza alla letteratura e più in generale alla cultura, sia in positivo sia in negativo, come dimostra la persecuzione di tanti scrittori apolitici da parte delle burocrazie comuniste dei paesi del socialismo reale, che in altri regimi sarebbero stati ignorati o classificati come non pericolosi. Il lavoro degli scrittori per i comunisti è connesso con la lotta per l’egemonia culturale nell’ambito della lotta di classe: qui effettivamente lo scrittore ha un mandato di classe, che talvolta però rischia di confondersi con quello del partito. Finiti i partiti comunisti, tuttavia, è finita anche la possibilità concreta di richiamarsi all’idea stessa di un mandato sociale degli scrittori.</p>
<p>Al di là di questo ambito circoscritto e di quello molto classico di aperta subordinazione al potere politico di una letteratura di propaganda e di celebrazione dell’esistente ( una situazione ormai storica, visto che oggi simili funzioni sono passate alla cinematografia, alle serie televisive e all’estetizzazione dell’informazione), l’unica pratica di istituzionalizzazione di un rapporto con la letteratura, tipica di alcune società moderne democratiche e liberali, è stata la canonizzazione di alcuni singoli scrittori che sono sembrati incarnare determinati valori civili o patriottici. Ciò però è avvenuto in forma episodica e tendenzialmente postuma (peraltro anche il conseguimento del più prestigioso premio letterario internazionale ossia il Nobel non è condizione sufficiente per essere canonizzati come dimostrano le fortune di Nelly Sachs, di Vincente Aleixandre, di Quasimodo e della maggioranza dei premiati). Proprio la natura di questa canonizzazione spiega bene che lo sguardo della società o delle sue classi dirigenti è uno sguardo postumo, che sceglie e coglie a posteriori solo determinati valori simbolici ed eventi, spesso neanche quelli riconosciuti dalla comunità letteraria come i più significativi. Per esempio ciò che nella storia italiana è stato il più chiaro esempio di canonizzazione, la traslazione dall’Inghilterra alla basilica di Santa Croce delle ceneri di Foscolo il 24 giugno 1871, non fu dovuto al fatto che circa sessant’anni prima il poeta si sentì investito della missione di poeta vate della causa nazionale, ma che dopo il XX Settembre occorreva creare un ideale pantheon di ghibellini fuggiaschi per celebrare la natura laica dello stato liberale contro l’opposizione cattolica.</p>
<p>Questa breve carrellata pur nella sua sommarietà evidenzia che il concetto di mandato sociale tende a presentare come stabile e continuo ciò che è transitorio e raro e come regola sociale sistematica particolari operazioni culturali e politiche sulla letteratura o meglio su alcuni singoli autori.  Così perfino un evento meramente interno alla società letteraria come l’inclusione nel canone scolastico di un autore rischia di essere scambiata come il prodotto di tendenze sociali  o storiche oggettive. Nella situazione attuale il ricorso a questa metafora finisce per suggerire l’idea dell’esistenza di una sorta di età dell’oro della letteratura, di solito improvvidamente collocata nel romanticismo (data la abbondanza di fonti disponibili che smentiscono questa credenza), in cui la società pendeva dalle labbra dei poeti. Tale mito dell’età dell’oro finisce con il favorire due atteggiamenti opposti, ma complementari: da un lato la ricerca della visibilità mediatica come succedaneo del mandato sociale che non c’è più, dall’altro una sorta di nichilismo apocalittico in cui nulla conta più e tutto è amaro e fango nel mondo.</p>
<p>Da questo punto di vista, l’istanza tipica delle avanguardie di superamento dei confini tra arte e vita rivela un’analisi ben più realistica dello statuto effettivo della letteratura nella società. La lotta per il superamento della barriera riflette la consapevolezza, per quanto spesso in forma megalomane e soggettivistica, che nella società capitalistica ogni forma di legittimazione per tutta l’arte è precaria. In questo senso i più coerenti saranno i situazionisti, che, portando il discorso alle sue estreme conseguenze, propugneranno il superamento dell’arte verso la politica. Naturalmente per formulare un programma del genere bisogna avere una concezione unilaterale dell’arte come se fosse significativo solo il suo polo progettuale e utopico e non anche quello sensuale, immediato e quotidiano, per così dire; ma la sconfitta dell’avanguardia sia nella forma della sua istituzionalizzazione sia in quella politica, come i situazionisti nel maggio parigino, ha comportato  la perdita della consapevolezza dello statuto precario dell’arte.</p>
<p>Nella situazione attuale la trasformazione più significativa è il lento ma progressivo imporsi di un’estetica del profitto in opposizione al canone dell’originalità di origine romantica, che domina ancora largamente nel Novecento. Con questo termine non indico il fatto che la grande editoria privilegi il successo commerciale rispetto ai valori culturali perché ciò è sempre accaduto da quando è nata l’editoria moderna ( il che non ha impedito che talvolta venissero pubblicati testi scelti per il loro pregio letterario né lo impedirà nel futuro), ma la crescente convinzione, assolutamente spontanea presso il pubblico e presso molti addetti ai lavori,  che il successo di mercato di un’opera ne rifletta il valore estetico. Quanto all’effetto di appiattimento e banalizzazione prodotto dalla rete, dove chiunque può immettere i propri testi indipendentemente dal loro valore, esso può assumere un significato così drammatico per molti autori, in particolare poeti, solo in ragione del tramonto del canone dell’originalità, avvenuto non certo a causa di internet.</p>
<p>Così oggi, se dovesse esistere un mandato sociale verso gli scrittori, sarebbe quello di cercare il successo di vendita in ogni modo. Naturalmente, però, non esiste nessun mandato sociale, non solo per la sua natura storicamente mitica, ma perché nell’ideologia dominante attuale, come è noto, non esiste nessuna società, ma solo individui che compiono libere scelte sulla base di una razionale aspettativa di successo. Insomma, riassorbita l’esperienza delle avanguardie e sconfitto il comunismo, non c’è nessuno spazio per una validazione sociale dell’attività di scrittura, ma c’è solo il riconoscimento tributato al successo commerciale di singoli individui e di singoli libri.</p>
<p>Questa prospettiva per la letteratura in sé, per quanto poco esaltante, non è che la prosecuzione di una tendenza già presente nella modernità,  come dimostra la considerazione di Paul Valery ( morto nel 1945) che il problema di ogni libro innovativo è  quello di costruirsi il suo pubblico senza potersi avvalere di circuiti di ricezione predeterminati. Naturalmente il nostro tempo porta dei fattori negativi specifici quali l’accelerazione dei tempi di vita, che rende più labile l’esperienza della lettura, oppure il processo di subordinazione della scuola alle esigenze del mercato, che avrà come effetti collaterali un abbassamento del livello culturale che si ripercuoterà sulla pratica della lettura. Forse potranno esserci perfino difficoltà nella circolazione dei testi rispetto ad altre fasi della modernità, ma anche queste non insormontabili in una società ipertecnologica come la nostra. Insomma gli scrittori senza mandato dovranno cercare nuove forma di organizzazione culturale.</p>
<p>Per tutto il resto, bisogna rassegnarsi all’idea che la scrittura letteraria sia un’attività senza garanzie come lo è sempre stata e quel passato che sembra indicarci un percorso lineare e chiaro è soltanto l’illusione prospettica di un occhio troppo angosciato dal futuro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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