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	<title>Manoscritti economico-filosofici del 1844 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Nuova edizione dei Manoscritti economico-filosofici di Marx</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 05:13:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Peter Kammerer]]></category>
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					<description><![CDATA[di Enrico Donaggio e Peter Kammerer [Il 24 maggio esce in libreria per Feltrinelli una nuova edizione italiana dei Manoscritti. Diversamente dalle traduzioni italiane oggi ancora in commercio, risalenti a molti decenni fa, questa si basa sulla versione più recente e scientificamente verificata degli originali di Marx (MEGA 2). Aggiunge inoltre un nuovo quaderno &#8211; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-74247" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-768x1182.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-250x385.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-200x308.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def-160x246.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/Marx_Manoscritti_def.jpg 1875w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" />di<strong> Enrico Donaggio</strong> e <strong>Peter Kammerer</strong></p>
<p>[Il 24 maggio esce in libreria per Feltrinelli una nuova edizione italiana dei <em>Manoscritti</em>. Diversamente dalle traduzioni italiane oggi ancora in commercio, risalenti a molti decenni fa, questa si basa sulla versione più recente e scientificamente verificata degli originali di Marx (MEGA 2). Aggiunge inoltre un nuovo quaderno &#8211; le <em>Note su James Mill</em> -, dove Marx descrive con grande chiarezza cosa significa produrre in modo umano. Pubblichiamo qui le ultime pagine della postfazione dei curatori.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><em>Attacco frontale</em></p>
<p><em> </em>L’ampiezza, l’intelligenza e la violenza dell’attacco frontale che i <em>Manoscritti</em> sferrano all’economia politica sono tali da mozzare spesso il fiato. Sviluppatasi tra Seicento e Ottocento per abbattere l’economia feudale e la sua civiltà, questa nuova scienza ha presto rinnegato il suo passato rivoluzionario, i presupposti e la passione critica che l’hanno messa al mondo.<span id="more-74243"></span> L’esame approfondito della natura ideologica dell’economia politica porta Marx a queste conclusioni: a) si tratta di una scienza che rivela, ma al contempo mistifica, la composizione di una società divisa in lavoratori, capitalisti e percettori della rendita fondiaria. Il rapporto tra queste classi sul mercato è un gioco truccato dove la remunerazione del lavoro &#8211; il salario – in ultima istanza è sempre destinata a perdere; b) si tratta di una scienza che si occupa soltanto delle cose, non degli esseri umani. Anzi, che ha come scopo l’”infelicità della società”; infatti “con la <em>valorizzazione</em> del mondo delle cose cresce in proporzione diretta la <em>svalorizzazione</em> del mondo dell’uomo”; c) si tratta infine di una scienza dove “il lavoro compare soltanto sotto forma di <em>attività di guadagno</em>”. Un sapere muto e ostile per quanto riguarda l’attività umana essenziale, incapace perciò di concepire la ricchezza, così come la realizzazione di sé, in un modo che non sia puramente feticistico.</p>
<p>Questa serie di critiche percorre d’ora in poi tutta l’opera di Marx e colpisce alle fondamenta le scienze economiche e sociali moderne. Esse non hanno mai risposto all’attacco frontale marxiano con altrettanto rigore e profondità, limitandosi a riaffermare i propri presupposti, come se una critica denunciata e liquidata come “filosofica” non dovesse interessarle. Di conseguenza il loro ragionamento si è fatto sempre più specialistico e sofisticato, con un ricorso crescente a modelli astratti e formali che nascondono un progressivo allontanamento dalla società e dai suoi problemi. Una specie di beata impotenza accademica &#8211; in particolare dopo il 1989 &#8211; mentre tutto intorno riaffiorano ed esplodono i vecchi problemi del capitalismo come forma di vita, come modo di produrre e di esistere globale e apparentemente senza alternative. Questioni mai risolte, benché già trattate da Smith, Malthus, Ricardo, Mill: gli economisti classici che Marx qui critica a fondo.</p>
<p>Questo fatto conferisce ai <em>Manoscritti</em> una singolare e urgente attualità. Ma invano si cercherebbe un confronto con le loro pagine nel dibattito contemporaneo, ricco ma pure sconclusionato, sulla “fine del lavoro” &#8211; una profezia che viene rimessa in circolo, più o meno con gli stessi argomenti, in ogni epoca di metamorfosi radicale di questa fondamentale attività umana. E lo stesso vale per il dibattito sulle crescenti disuguaglianze tra ricchi e poveri; sui limiti ferrei di una politica di riforme che hanno gettato in una crisi profonda le socialdemocrazie europee; sull’impatto brutale delle nuove tecnologie che rivoluzionano in modo apparentemente inarrestabile stili e condizioni di vita producendo negli individui e nella società scompiglio e insicurezza; sulle distruzioni irreversibili della natura e del passato.</p>
<p>Proliferano infatti oggi patologie sociali che i <em>Manoscritti</em> hanno descritto, nelle pagine penetranti, non sempre difficili e perfino commoventi, sull’estraniazione e sull’alienazione. Una diagnosi sino a pochi decenni fa talmente inflazionata da risultare sfibrata e inservibile, e che oggi solo poche voci isolate cercano di riscattare dall’oblio. Una critica &#8211; questo è il suo grande merito – che cerca di andare alla radice di una miseria del mondo moderno che viene apparentemente negata da incredibili progressi nel “mondo delle cose” e da un modello del tutto specifico di sviluppo economico.</p>
<p>Non si tratta qui di fare del facile pessimismo culturale, un atteggiamento psico-politico al quale, del resto, i <em>Manoscritti</em> non concedono spazio alcuno. Va invece ammesso e meglio indagato il fallimento della speranza comunista che Marx aveva riposto nel movimento dei lavoratori: quella di poter imporre con la loro prassi e le loro lotte una nuova economia politica basata sulla liberazione del lavoro e sulla soppressione della proprietà privata. Una speranza che, con il Novecento alle spalle, si può considerare fallita ovunque &#8211; in Occidente, in Unione Sovietica, in Cina &#8211; nonostante gli sforzi enormi che hanno segnato la storia del secolo scorso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La radice di ogni cosa</em></p>
<p>Alla radice del mondo moderno sta la proprietà privata. Il suo movimento segna e compie la storia umana. Questo concetto è il nodo centrale che – dal punto di vista filosofico come da quello politico &#8211; divide i comunisti da tutti gli altri movimenti socialisti e riformatori. La proprietà privata, per Marx, non riguarda tanto le cose e il loro regolamento giuridico, quanto l’ordine materiale e sociale della produzione, la separazione dei lavoratori prima dalla terra, poi dal capitale e la loro subordinazione al comando dei proprietari dei mezzi di produzione. Solo la soppressione di questa dipendenza potrà liberare il lavoro per farne la “proprietà attiva” di chi lo svolge. Per questa ragione la necessità di superare il lavoro salariato percorre come un filo rosso i <em>Manoscritti</em> e, da quel momento in poi, tutta l’opera di Marx.</p>
<p>È quasi superfluo notare che, a livello mondiale, nessuna forza politica oggi scrive sulle proprie bandiere la richiesta della soppressione della proprietà privata. Circostanza che fa capire quanto fuori luogo, e dunque difficili o addirittura incomprensibili, possano risultare ai nostri giorni i <em>Manoscritti</em>. Eppure la questione rimane di capitale importanza. Poiché concerne non solo l’esclusione di masse crescenti dal mercato del lavoro o la loro condanna a una precarietà degradante, ma la capacità degli uomini di decidere coscientemente non solo come si producono le cose, ma anche con quali tecnologie e che cosa si produce.</p>
<p>Una scienza economica che affida decisioni di questa portata alle forze anonime ed estraniate del denaro e del mercato non potrà mai risolvere questo problema capitale in modo umano. Trattare infatti il lavoro soltanto nella forma di un’attività retribuita, di mera fonte di guadagno, significa astrarre dalla sua natura reale e complessa. Considerarlo esclusivamente in questa prospettiva &#8211; renderlo cioè compatibile con il mercato &#8211; implica ridurre l’essere umano a <em>homo oeconomicus:</em> il mostro dell’economia politica che Mary Shelley descrive nel suo <em>Frankenstein</em>, pubblicato non a caso nel 1818, un anno dopo <em>On the Principles of Political Economy and Taxation </em>di David Ricardo.</p>
<p>Una scienza e una società che ignorano cosa sia il lavoro realmente umano – il tema sottotraccia di tutti i <em>Manoscritti</em> &#8211; non potranno mai risolvere le questioni brucianti del non lavoro, della precarietà, dell’esclusione dal mercato, della realizzazione di un’esistenza piena e dignitosa. Per Marx il lavoro è un processo attivo e cosciente tra l’uomo e la natura per produrre gli oggetti necessari alla vita. E, nel corso della storia, l’uomo stesso. Sulla base di questo postulato, nel manoscritto su James Mill, egli può chiedersi: cosa significa produrre “in quanto uomini”? Domanda che a un economista moderno non potrebbe mai venire in mente, interrogativo destinato quindi a non avere risposta da parte della religione del nostro tempo. Sorprendente è invece quanto afferma Marx, contraddicendo non poco l’immagine che di lui si è imposta: il lavoro che realizza l’essenza dell’uomo è godimento e amore.</p>
<p>Questo risultato &#8211; secondo i <em>Manoscritti</em> – sta alla fine della strada intrapresa dall’umanità lungo la storia. Una meta raggiungibile solo mediante l’affermazione e la soppressione della proprietà privata dei mezzi di produzione, un’oggettivazione dell’uomo che diventa estraneazione e alienazione, la perdita completa e un ritorno dell’uomo a se stesso. La realizzazione dell’essenza umana tramite il lavoro prevede dunque che si produca prima il suo contrario, cioè un mondo irreale e disumanizzato.</p>
<p>Questo pensiero, sorto da una fede nella dialettica, si è rivelato una speranza continuamente mortificata, deviata, ingannata dalla nostra storia recente. La strada della disalienazione pare sempre più ardua, quando non sbarrata una volta per sempre. La vecchia questione filosofica della vita buona e della felicità &#8211; come quella altrettanto antica del rapporto tra lavoro e libertà &#8211; si pongono dunque oggi in forme inedite. I <em>Manoscritti economico-filosofici</em> ci costringono a fare chiarezza su questi problemi inaggirabili. Continuando a sperare che nella terra di nessuno tra una realtà di fatto, che s’impone come l’unica possibile senza alternative, e una realtà sconfitta, che prometteva di realizzare la vera essenza dell’uomo, si trovino ancora giacimenti di nuove energie rivoluzionarie.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Una tassa sulla proprietà? . . . Noooooooooooo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2013 13:25:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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		<category><![CDATA[imu]]></category>
		<category><![CDATA[Karl Marx]]></category>
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		<category><![CDATA[proprietà privata]]></category>
		<category><![CDATA[William Shakespeare]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani «O padrone non lo fare siamo in pochi ma a lottare e per farla scomparire la maledetta proprietà». [Giovanna Marini, “Se ci avessi cento figli”, 1966] Volevo ben dire che in questo paese ci fosse permesso di tenere una tassa sulla proprietà. Vi rendete conto? Ho detto una tassa sulla proprietà, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Karl-Marx1.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-46298" style="float: left; margin: 0 15px 0 0;" alt="Karl Marx" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Karl-Marx1-300x278.jpg" width="300" height="278" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Karl-Marx1-300x278.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/08/Karl-Marx1.jpg 370w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>«<em>O padrone non lo fare<br />
siamo in pochi ma a lottare<br />
e per farla scomparire<br />
la maledetta proprietà</em>».<br />
[Giovanna Marini, “Se ci avessi cento figli”, 1966]</p>
<p>Volevo ben dire che in questo paese ci fosse permesso di tenere una tassa sulla proprietà. Vi rendete conto? Ho detto <em>una tassa sulla proprietà</em>, che è sacra e inviolabile: non saremo per caso pazzi, o, per dire, tutti kommunistacci e kommunistacce senza ritegno e rispetto per le cose sacre. Adesso l’ordine è stato ristabilito, alleluja.<span id="more-46297"></span><br />
Non vorremmo per caso rifarci a quei vetusti <em>manoscritti del ’44</em> (sì, intendo 1844, non dopo) che così recitavano (non scoraggiatevi, certe letture, o ri-letture, ogni tanto, rincuorano, fanno respirare, valgono tutti i minuti impiegati e anche più). Provate un po&#8217;:</p>
<p>K. Marx, <em>Manoscritti economico-filosofici del 1844</em>, <em>Primo manoscritto</em>, cap. XXV: in rete <a href="http://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/Lavoro%20estraneato.html">qui</a>:  </p>
<blockquote><p> Abbiamo preso le mosse da un fatto dell&#8217;economia politica, dall&#8217;estraniazione dell&#8217;operaio e della sua produzione. Abbiamo espresso il concetto di questo fatto: il lavoro estraniato, alienato. Abbiamo analizzato questo concetto e quindi abbiamo analizzato semplicemente un fatto dell&#8217;economia politica.<br />
Ora, proseguendo, vediamo come il concetto del lavoro estraniato, alienato, debba esprimersi e rappresentarsi nella realtà.<br />
Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, mi sta di fronte come una potenza estranea, a chi mai appartiene ?<br />
Se un&#8217;attività che è mia non appartiene a me, ed è un&#8217;attività altrui, un&#8217;attività coatta, a chi mai appartiene ?<br />
Ad un essere diverso da me.<br />
Ma chi è questo essere ?<br />
Son forse gli dèi? Certamente, in antico non soltanto la produzione principale, come quella dei tempi, ecc., in Egitto, in India, nel Messico, appare eseguita al servizio degli dèi, ma agli dèi appartiene anche lo stesso prodotto. Soltanto che gli dèi non furono mai essi stessi i soli padroni. E neppure la natura. Quale contraddizione mai sarebbe se, quanto più col proprio lavoro l&#8217;uomo si assoggetta la natura, quanto più i miracoli divini diventano superflui a causa dei miracoli dell&#8217;industria, l&#8217;uomo dovesse per amore di queste forze rinunciare alla gioia della produzione e al godimento del prodotto.<br />
L&#8217;essere estraneo, a cui appartengono il lavoro e il prodotto del lavoro, che si serve del lavoro e gode del prodotto del lavoro, non può essere che l&#8217;uomo.<br />
Se il prodotto del lavoro non appartiene all&#8217;operaio, e un potere estraneo gli sta di fronte, ciò è possibile soltanto per il fatto che esso appartiene ad un altro uomo estraneo all&#8217;operaio. Se la sua attività è per lui un tormento, deve essere per un altro un godimento, deve essere la gioia della vita altrui. Non già gli dèi, non la natura, ma soltanto l&#8217;uomo stesso può essere questo potere estraneo al di sopra dell&#8217;uomo.<br />
Si ripensi ancora alla tesi sopra esposta, che il rapporto dell&#8217;uomo con se stesso è per lui un rapporto oggettivo e reale soltanto attraverso il rapporto che egli ha con gli altri uomini.<br />
Se quindi egli sta in rapporto al prodotto del suo lavoro, al suo lavoro oggettivato come in rapporto ad un oggetto estraneo, ostile, potente, indipendente da lui, sta in rapporto ad esso in modo che padrone di questo oggetto è un altro uomo, a lui estraneo, ostile, potente e indipendente da lui. Se si riferisce alla sua propria attività come a una attività non libera, si riferisce a essa come a un&#8217;attività che è al servizio e sotto il dominio, la coercizione e il giogo di un altro uomo.<br />
Ogni autoestraniazione dell&#8217;uomo da sé e dalla natura si rivela nel rapporto che egli stabilisce tra sé e la natura da un lato e gli altri uomini, distinti da lui, dall&#8217;altro. Perciò l&#8217;autoestraniazione religiosa appare necessariamente nel rapporto del laico col prete, oppure &#8211; trattandosi qui del mondo intellettuale &#8211; con un mediatore, ecc. Nel mondo reale pratico l&#8217;autoestraniazione può presentarsi soltanto nel rapporto reale pratico con gli altri uomini. Il mezzo, con cui avviene l&#8217;estraniazione, è esso stesso un mezzo pratico. Col lavoro estraniato l&#8217;uomo costituisce quindi non soltanto il suo rapporto con l&#8217;oggetto e con l&#8217;atto della produzione come rapporto, con forze estranee ed. ostili; ma costituisce, pure il rapporto in cui altri uomini stanno con la sua produzione e col suo prodotto, e il rapporto in cui egli sta con questi altri uomini. Come l&#8217;uomo fa della propria produzione il proprio annientamento, la propria punizione, come pure fa del proprio prodotto una perdita, cioè un prodotto che non gli appartiene, cosi pone in essere la signoria di colui che non produce, sulla produzione e sul prodotto. Come egli rende a sé estranea la propria attività, cosi rende propria all&#8217;estraneo l&#8217;attività che non gli è propria.<br />
Abbiamo sinora considerato il rapporto soltanto dal lato dell&#8217;operaio e lo considereremo più tardi anche dal lato del non-operaio.<br />
Dunque, col lavoro estraniato, alienato, l&#8217;operaio pone in essere il rapporto di un uomo che è estraneo e al di fuori del lavoro, con questo stesso lavoro. Il rapporto dell&#8217;operaio col lavoro pone in essere il rapporto del capitalista &#8211; o come altrimenti si voglia chiamare il padrone del lavoro &#8211; col lavoro. La proprietà privata è quindi il prodotto, il risultato, la conseguenza necessaria del lavoro alienato, del rapporto di estraneità che si stabilisce tra l&#8217;operaio, da un lato, e la natura e lui stesso dall&#8217;altro.<br />
<em>La proprietà privata si ricava quindi mediante l&#8217;analisi del concetto del lavoro alienato, cioè dell&#8217;uomo alienato, del lavoro estraniato, della vita estraniata, dell&#8217;uomo estraniato</em>.</p></blockquote>
<p>Dice: ma tu, Sparz, saresti disponibile a rinunciare alle tue proprietà, nel tuo privato particulare? Risposta: non possiedo beni immobili, ho un’auto, un pc e tanti libri che volentieri condivido con chi me lo chiede. Che cosa non vorresti condividere? Solo beni immateriali e poi, quelli sì, i piccoli regali, piccoli oggetti che contengono un volto, un sorriso, un ricordo, solo quelli.</p>
<p>Perfino il <strong>Bardo</strong> faceva dell’ironia:</p>
<blockquote><p><em>Property was thus appall&#8217;d,<br />
That the self was not the same;<br />
Single nature&#8217;s double name<br />
Neither two nor one was call&#8217;d</em>.</p></blockquote>
<p>[William Shakespeare, <em>The phoenix and the turtle</em>, 37-40]</p>
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