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	<title>Manuel Vázquez Montalbán &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>A ciascuno il suo Camilleri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jul 2019 12:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Non l&#8217;ho mai conosciuto. Non c&#8217;è amico scrittore, soprattutto di genere, che non abbia un aneddoto con Camilleri. Me ne hanno raccontati per anni. Il mio è, banalmente, che non l&#8217;ho mai conosciuto. Più di una volta ho vagheggiato un incontro in qualche festival letterario, oppure ho programmato un viaggio a Roma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79922" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri.jpg" alt="" width="607" height="344" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri.jpg 607w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri-300x170.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri-250x142.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/camilleri-160x91.jpg 160w" sizes="(max-width: 607px) 100vw, 607px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Non l&#8217;ho mai conosciuto. Non c&#8217;è amico scrittore, soprattutto di genere, che non abbia un aneddoto con Camilleri. Me ne hanno raccontati per anni. Il mio è, banalmente, che non l&#8217;ho mai conosciuto. Più di una volta ho vagheggiato un incontro in qualche festival letterario, oppure ho programmato un viaggio a Roma per il solo piacere di parlargli, ma niente da fare. Così oggi ho la certezza che Camilleri resterà quello che è sempre stato per me: un personaggio mitologico, inventato, ultraumano. E il nostro rapporto l&#8217;unico possibile, quello corretto, unanime. Da scrittore (lui) a lettore (io).</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo romanzo che ho letto di Camilleri non fu un Montalbano e questa, in un certo senso, è stata la mia fortuna di lettore. Lessi <i>Un filo di fumo</i>, libro pubblicato nel 1980 e, all&#8217;epoca, perfettamente dimenticato da tutti. Era il secondo romanzo di Camilleri, dove appariva per la prima volta una Vigata storica, di fine Ottocento. Rimasi affascinato, ovviamente, dalla lingua misteriosa: non italiano, non siciliano. Scoprii, così, un autore dotto, di nicchia, capace di raffinatezze linguistiche gaddiane.</p>
<p align="JUSTIFY">Poi l&#8217;autore di nicchia divenne autore di culto, così, d&#8217;improvviso. Capita, ogni tanto. Capita che un personaggio esploda fra le mani dell&#8217;autore e prenda una vita propria. Così fu con Montalbano, chiamato in quel modo in onore di un amico scrittore spagnolo (Manuel V<span style="font-family: Times New Roman, serif;">á</span>zquez Montalb<span style="font-family: Times New Roman, serif;">á</span>n).</p>
<p align="JUSTIFY">Camilleri, da questo punto di vista, aveva frantumato ogni luogo comune del mondo letterario dell&#8217;epoca. Non c&#8217;era bisogno d&#8217;essere un giovane talento per dire qualcosa di nuovo; non era vero che la scrittura dei gialli fosse piatta e senza ricerca; meno che mai che un giallo non potesse &#8211; come ipotizzavano Calvino e Savinio &#8211; avere scenari domestici. Il Camilleri dotto, il regista teatrale che aveva portato sulle scene per la prima volta in Italia Beckett e Ionesco, il delegato RAI che aveva curato il mitico Maigret con Gino Cervi, il giovane poeta già antologizzato da Ungaretti e Quasimodo, l&#8217;amico fraterno di Sciascia e di D&#8217;Arrigo, lo sapeva. Ma lo sapeva perché l&#8217;aveva compreso frequentando ad Enna, in gioventù, Francesco Cannarozzo, giallista che ambientò in Sicilia, ben prima di Sciascia, le storie del suo commissario. Che poi è la peculiarità del romanzo di genere italiano: non tanto trame intricate come partite di scacchi dove i personaggi sono pedine al servizio del plot, ma la trama come pretesto per scandagliare e raccontare l&#8217;umanità mutevole e dolente del nostro paese.</p>
<p align="JUSTIFY">Camilleri è stato determinante in Italia per smantellare i pregiudizi sul genere. Prima di lui, non ostate avessimo già avuto un autore della qualità di Scerbaneco, chi scriveva un giallo veniva trattato come uno scrittore di romanzi pornografici. Roba da malati, robaccia da edicola, da sala d&#8217;aspetto. Il fastidio della letteratura colta, quella col lauro in testa, a dover ammettere che si potesse lavorare sull&#8217;impasto linguistico e sulla trama contemporaneamente, che si potesse fare intrattenimento di qualità, che si potesse fare letteratura, insomma, anche con la narrativa di genere credo sia diventato rabbia smodata, dolore allo stomaco, ulcera perforata, quando, Camilleri in vita, apparve il primo <i>Meridiano</i> di Montalbano. Follia, vergogna, vituperio! Un giallista al pari dei grandi della letteratura patria! Chissà le risate che si sarà fatto Camilleri.</p>
<p align="JUSTIFY">Che poi ognuno ha il suo, di Camilleri. Ammetto che il mio non contempla la serie di Montalbano. Ne ho letti alcuni, mi hanno divertito, ma il culto attorno al personaggio, scatenato dalla serie televisiva, non mi ha mai particolarmente coinvolto. Il mio Camilleri è &#8211; colpa come dicevo del mio primo incontro con lui &#8211; quello storico. Quello della <i>Concessione del telefono</i> o, per dire, del <i>Re di Girgenti</i>. Non dimenticherò mai la sensazione di vertigine che ebbi tenendo fra le mani <i>Il birraio di Preston</i>. La certezza che stavo leggendo uno scrittore (all&#8217;epoca non ancora conosciuto) che era già naturalmente nell&#8217;empireo dei grandi. Già culto per me, già mito letterario.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto quello che è arrivato dopo, la sua fortuna (tradotto in 120 lingue, con una serie televisiva tratta dai suoi romanzi venduta in tutto il mondo), l&#8217;ho sempre trovato miracoloso, incomprensibile eppure meritatissimo. Perché fu per tutti noi, lettori prima che scrittori, un esempio di intellettuale sempre in prima fila, schierato, con la schiena dritta. Perché ci ha insegnato che studio, approfondimento, ricerca vanno pari passo con passione, divertimento, leggerezza. Questa la sua eredità, in una riga: essere curiosi e affamati del mondo, della vita. Fino all&#8217;ultimo giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>pubblicato anche</em> <a href="https://lampoon.it/editors-notes/andrea-camilleri/">qui</a>)</p>
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		<title>Dieci anni senza “Manolo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Jan 2014 07:30:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
		<category><![CDATA[Barcellona]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Vázquez Montalbán]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Pepe Carvalho]]></category>
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					<description><![CDATA[Manuel Vázquez Montalbán e le maschere delle città &#160; di Alberto Giorgio Cassani &#160; «Buon pro le faccia». Così, in quello che è rimasto l’ultimo romanzo della serie Carvalho, Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio  il detective privato più conosciuto di Spagna si era congedato dal mondo e dal suo pubblico, destinazione il carcere La Modelo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Cassani_immagine_MVM.jpg"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-47307" alt="Cassani_immagine_MVM" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Cassani_immagine_MVM.jpg" width="807" height="529" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Cassani_immagine_MVM.jpg 807w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Cassani_immagine_MVM-300x196.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/Cassani_immagine_MVM-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 807px) 100vw, 807px" /></a></p>
<p><strong>Manuel Vázquez Montalbán e le maschere delle città</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Alberto Giorgio Cassani</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Buon pro le faccia». Così, in quello che è rimasto l’ultimo romanzo della serie Carvalho, <i>Millennio 2. Pepe Carvalho, l’addio</i>  il detective privato più conosciuto di Spagna si era congedato dal mondo e dal suo pubblico, destinazione il carcere La Modelo di Barcellona. Con lui, ci aveva salutato anche il suo creatore, lo scrittore Manuel Vázquez Montalbán, per gli amici “Manolo”.</p>
<p>Perché il 18 ottobre 2003 un infarto l’aveva stroncato in un “nonluogo”, l’aeroporto di Bangkok; una morte sul lavoro, in uno dei tanti, forse troppo faticosi per lui che soffriva di cuore, <i>tour de force</i> internazionali fatti per reclamizzare il suo ultimo romanzo. Ironia della sorte, e davvero morte letteraria la sua, visto che la sua scomparsa è avvenuta nella città in cui lo scrittore aveva ambientato uno dei suoi primi romanzi della serie Carvalho, <i>Gli uccelli di Bangkok</i>. </p>
<p>Una di queste tappe pubblicitarie l’aveva portato, nel novembre del 2000, anche nella città in cui abito, Ravenna, in una serata in cui il ridotto del teatro Alighieri si era riempito all’inverosimile del pubblico dei suoi tanti ammiratori, per la presentazione de <i>L’uomo della mia vita</i>.  Qualche ora prima, <i>a las </i><em>cinco de la tarde</em>, al Museo dell’Arredo di Russi, nello spazio progettato da Ettore Sottsass, per la regia di Gianfranco Tondini e col supporto tecnico dell’architetto Alessandro Vicari, chi scrive, molto indegnamente, non essendo un attore, aveva reso un omaggio alla Barcellona di Pepe Carvalho, impersonando quest’ultimo in un breve monologo dal titolo <i>Il centravanti è stato assassinato questa sera</i>. </p>
<p>Con la scomparsa di Vázquez Montalbán, la Spagna e non solo essa, ha perso una delle voci critiche più profonde, intelligenti ed ironiche che abbia mai avuto. Perché “Manolo” non è stato solamente un grande scrittore “di genere”, ma un grande scrittore <i>tout court</i>, come dimostrano i tanti libri e saggi da lui pubblicati al di là della serie Carvalho. Basta leggersi <i>Il pianista</i> (<i>El pianista</i>, 1985, trad. it. di Hado Lyria, Palermo, Sellerio, 1990), o <i>Io, Franco</i> (<i>Autobiografía del general Franco</i>, 1992, trad. it. di H. Lyria, Milano, Frassinelli, 1993), per capire la sua qualità letteraria, la sua ricerca lessicale, il suo impegno intellettuale. Lunghissima la serie dei riconoscimenti, se i premi, come in questo caso, servono a confermare la grandezza di un autore: Premio Vizcaya de Poesía del Ateneo de Bilbao (1969), Premio Planeta (1979), Premio Boccaccio (1988), Premio Ciudad de Barcelona (1988), Premio Recalmare Leonardo Sciascia-Città di Grotte (1989), Premio Nacional de Narrativa (1991), Premio Europa (1992), Premio Flaiano (1994), Premio Nacional de la Crítica (1995), Premio Fregene, Premio Nacional de las Letras Españolas (1995), Premio Città di Scanno (1997), Premio Grinzane Cavour (2000). In suo onore, dal 2006, è stato creato il Premio Carvalho, dedicato alla produzione letteraria di genere poliziesco. A lui, la sua città natale, Barcellona, il 3 febbraio 2009, ha intitolato una piazza, tra la calle de Sant Rafael e la Rambla del Raval, vicino al luogo di nascita dello scrittore e all’amatissimo ristorante Casa Leopoldo.</p>
<p>Di uno scrittore, quando non c’è più, rimangono i ricordi di chi l’ha amato e conosciuto, ma, soprattutto, restano le opere. E queste vanno lette, rilette e studiate. Per ciò è nata l’Asociación de Estudios Manuel Vázquez Montalbán, di cui fanno parte sette studiosi, sei spagnoli e un francese, dedicata allo studio e alla diffusione della sua opera. <a href="http://asociacionvazquezmontalban.blogspot.it">L’Associazione ha creato un sito web </a>, che, tra le altre cose, contiene notizie, video, libri e articoli apparsi dal 2010 e convegni. Tra questi, l’Associazione ha organizzato, dal 2 a 4 febbraio del 2012 un primo Congresso Internazionale dal titolo: “Manuel Vázquez Montalbán: Nuevas perspectivas críticas”, svoltosi all’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona; un secondo, Extraordinario, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa, si è appena tenuto dal 17 al 19 ottobre, sempre presso l’Università barcellonese. Parte delle relazioni saranno pubblicate sulla rivista elettronica dell’Associazione «MVM: Cuadernos de Estudios Manuel Vázquez Montalbán».</p>
<p>“Manolo”, per tutta la sua vita, ha ragionato sul tema della Memoria. La città è il luogo che può conservarla o cancellarla. A Barcellona, protagonista di tutta la serie Carvalho, come in ogni grande città, entrano in gioco quattro città: quella della «Memoria», del «Deseo», della «Geometría» e della «Compasión».  Queste quattro città, in realtà, a ben guardare, sono soltanto “due”: la città della «Memoria/Compasión» e quella del «Deseo/Geometría». La prima è la città degli Storici e degli Scrittori che, come l’Angelo della Storia di Walter Benjamin, ha il volto rivolto all’indietro nel tentativo di ricomporre le macerie causate da quella bufera che si chiama Progresso e che soffia dal Paradiso; la seconda è la città degli Architetti, del Progetto e dell’Utopia, che guarda, invece, solo al Futuro. Quest’ultima tende a cancellare la prima. Occorre perciò fare opera di “resistenza”, tentando di salvare le tracce delle tante archeologie urbane. Vázquez Montalbán ce l’ha insegnato: la “ricchezza” di una città sono i suoi strati archeologici. Per questo Roma è una delle città più belle al mondo. Per la città non vale lo slogan del grande architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe: «Less is More». Per la città, il più è più.</p>
<p>Occorre però sgombrare il discorso da un possibile equivoco. È inevitabile che non si possa conservare tutto: senza oblio non ci sarebbe la possibilità di agire, di creare nulla. Si resterebbe paralizzati. Lo ha scritto, una volta per tutte, Nietzsche nella seconda delle <i>Considerazioni inattuali</i>: <i>Sull’utilità e il danno della storia per la vita</i>. Il problema, però, per Vázquez Montalbán, è che i vincitori non cancellino, <i>per sempre</i> e <i>del tutto</i>, le tracce dei vinti. Questo è il punto centrale. Perché questa sarebbe la seconda e definitiva morte. Si muore una volta, quando si cessa di respirare; e si muore definitivamente quando nessuno si ricorda più di noi. Ecco perché “Manolo” fa dire a Pepe Carvalho: «Quando muoio scomparirà la memoria di quei tempi e di quella gente che facendomi nascere mi hanno messo nella platea della loro rappresentazione»;  e ad un altro personaggio mette in bocca questa riflessione: «Ogni morto si porta via una parte della nostra immagine». </p>
<p>Purtroppo, la stragrande maggioranza di ciò che vediamo di una città sono le “maschere” dei vincitori di turno. Gli antichi romani adoperavano due parole assai incisive: <i>damnatio memoriæ</i>, la cancellazione completa di tutte le testimonianze di una vita vissuta. Il malcapitato non era nemmeno esistito. Vázquez Montalbán, al contrario, ci ricorda continuamente il <i>dovere di ricordare</i>. E lo fa utilizzando un mezzo indiretto, apparentemente inadeguato: un detective privato, ex comunista, in seguito killer di Kennedy al servizio della CIA, rientrato in Spagna, a Barcellona, per sbarcare il lunario come “annusapatte”. Com’è possibile? In realtà, Pepe Carvalho è il <i>flâneur</i> dei nostri tempi, che si muove nella città come in un paesaggio della memoria, registrando i mutamenti subìti dai luoghi della sua infanzia. Come scrive, infatti, Walter Benjamin (citato da “Manolo” ne <i>L’uomo della mia vita</i>)  «Se una persona scrive un libro sulla propria città, esso avrà sempre una certa affinità con le memorie; non per nulla l’autore ha trascorso la sua infanzia nel luogo descritto».  E il romanzo giallo diviene, per Vázquez Montalbán, un «mezzo di conoscenza sociale o psicologica» , anche della storia architettonico-urbanistica della città.</p>
<p>Seguendo le tracce delle vittime e dei carnefici, Pepe Carvalho incontra le diverse archeologie di Barcellona e scopre, assieme al suo autore, che il rischio serio che corre la sua città è che gli archeologici del futuro si troveranno di fronte solo a tre grandi ere «geologico-architettoniche»: «Gotico, modernismo e kolossalismo post-moderno».  Inoltre, sembra ormai che l’anno zero, <i>ante</i> e <i>post</i>, sia diventato il 1992, l’anno delle Olimpiadi, tanto da poter suddividere la storia di Barcellona in tre grandi epoche: Pre-Olimpica, Olimpica e Post-Olimpica. I “vincitori” hanno selezionato le diverse archeologie di Barcellona, rimuovendone quasi completamente alcune (le archeologie che “Manolo” chiama «maledette») e valorizzandone, a volte addirittura “inventandone”, altre.</p>
<p>Dal <em>Montjuïc</em>, come vuole la leggenda, Ercole aveva ammirato la bellezza del sito naturale, adatto perfettamente alla fondazione di una città; sul <em>Montjuïc</em> si mostrano, in tutto il loro conflitto, vita e morte, Memoria e Deseo, Geometría e Compasión. Sul <em>Montjuïc</em>, infatti, sono stati realizzati i nuovi templi dello sport per le Olimpiadi: il nuovo stadio, che ha sventrato quello vecchio lasciandogli soltanto la pelle, il Palazzetto dello sport di Arata Isozaki e la fiaccola olimpica di Santiago Calatrava. Al contempo, sul versante verso il mare, il <em>Montjuïc</em> mostra il luogo della Morte, il Cimitero nuovo e il luogo che dava morte, il Castello del <em>Montjuïc</em>, da dove, in occasione delle rivolte popolari, si sparava sulla città, presa tra due fuochi grazie al parallelo cannoneggiamento dal versante della Ciutadella.</p>
<p>Ancora una volta la città, le città, devono decidere se mettersi o togliersi la maschera, se nascondere o rimandare la verità elementare della vita e della morte, se cercare di mitigare l’angoscia nomade, inscritta nei cromosomi dell’uomo, con l’ordine della sua geometria, contaminando il passato con l’avvenire, ben sapendo che, prima o poi, «toda ciudad es o será arqueología». </p>
<p>L’altro insegnamento che ci ha lasciato Vázquez Montalbán è il pericolo che tutte le città diventino uguali, dopo un processo di “pastorizzazione” che le renda asettiche, ripulite di tutti i batteri nocivi al turismo culturale; cosa che è avvenuto a Barcellona dopo le Olimpiadi, riducendola ad una città «bella ma senz’anima». </p>
<p>L’Hotel W Barcelona, dai più chiamato Hotel “Vela”, di Ricardo Bofill, su cui “Manolo” avrebbe certamente puntato la sua penna tagliente se l’avesse potuto vedere, ha definitivamente fatto diventare Barcellona l’<i>alter ego</i> mediterranea di Dubai, la nuova città-icona del XXI secolo: una Nueva Dubai, una città senza “inguini”, senza radici, un «campionario architettonico di valore universale» , prendendo a prestito una frase di Vázquez Montalbán su Barcellona. Ciò che rischiano di diventare, sotto l’“effetto Bilbao”, tutte le grandi città contemporanee: un campionario di firme di archistar©, che ormai hanno preso il posto dei grandi stilisti della moda. Le città finiranno su «Vogue».</p>
<p>Dopo aver compiuto un viaggio intorno al mondo – che sembra l’ultimo desiderio di vedere cosa accade fuori della sua tana, dal suo guscio protettivo di Vallvidrera, dove Pepe Carvalho e anche “Manolo” abitavano – il detective, inseguito dalle polizie di tutto il mondo per l’omicidio dell’odioso sociologo Jordi Anfrúns, torna a Barcellona. Barcellona, malgrado lei, diventa per Pepe Carvalho la città «da cui non si voglia far ritorno».  Nel carcere La Modelo di Barcellona Carvalho era stato rinchiuso da giovane. E al carcere La Modelo ritorna, questa volta per sempre.  Carvalho non riconosce più la sua città: e dunque tanto vale restarsene chiuso dentro una cella, da cui addirittura rimpiange di «esserne uscito».  Vázquez Montalbán, da parte sua, stava per tornare a Barcellona, ma la morte l’ha colto distante da essa. Chissà se per lui Barcellona era quel luogo “da cui non voler far ritorno”.</p>
<p>A noi non resta che rendergli omaggio, un omaggio alla sua memoria (persino un vignettista satirico come Vauro, in Italia, gli ha reso uno struggente ricordo). Forse il migliore atto di riverenza che gli si possa fare è quello di nominare i luoghi di Barcellona che nessuno ricorda più. Come ha fatto lo storico dell’arte Juan José Lahuerta che, in un libro di qualche anno fa, ha riportato alla memoria due semplici soglie di una vecchia casa della Rambla di Santa Monica, oggi rimosse.  Due pietre consumate dall’uso con due strani buchi, provocati, nel corso degli anni, dal continuo battere dei tacchi a spillo delle scarpe delle prostitute. A “Manolo”, sono sicuro, sarebbe piaciuto molto questo ricordo.</p>
<p>«¿La arquitectura transformará las agonías?» , si era chiesto Vázquez Montalbán in <i>Ciudad</i>. No, se non imparerà anche a ricordare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<blockquote>
<h5><em>Nota dell&#8217;autore</em>:</h5>
<h5>Subito dopo aver pensato questo titolo, ho ricevuto dall’amico Antonio Pizza, docente di Storia dell’arte e dell’architettura all’Escuela Técnica Superior de Arquitectura di Barcellona, un articolo di Josep Ramoneda, pubblicato su «El País semanal», n. 1932, del 6 ottobre 2013, dal titolo: <i>Diez años sin Manolo: Reatrato impresionista de un amigo</i>. Evidentemente il vuoto lasciato dallo scrittore barcellonese, col passare del tempo, è l’elemento che più colpisce. Questo testo è apparso, in forma più ampia sulla rivista «Trova Casa Premium», n° 85, ottobre 2013, pp. 56-60. Ringrazio il Direttore Fausto Piazza per averne concesso la ripubblicazione.</h5>
<h5>La foto riproduce qualcosa che oggi non esiste più: la soglia di una casa di appuntamento all&#8217;inizio delle Ramblas coi segni dei tacchi delle prostitute che lì &#8220;battevano&#8221; appunto, coi tacchi, per il freddo.<em><br />
</em></h5>
</blockquote>
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		<title>Le tracce di Manolo. Inseguendo un simulacro di Manuel Vázquez Montalbán, a Barcellona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2013 08:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giovanni Dozzini Il ristorante dovrebbe essere da qualche parte dietro Plaça Sant Jaume, verso la cattedrale, io percorro l’ultimo tratto di Carrer Ferran cercando disperatamente di connettermi a questo meraviglioso servizio di wi-fi pubblico e gratuito che dovrebbe coprire tutta la città e che invece per qualche motivo pare funzioni solo nei pressi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giovanni Dozzini</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-46893 alignleft" alt="casa leopoldo" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/casa-leopoldo-944x1024.jpg" width="302" height="328" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/casa-leopoldo-944x1024.jpg 944w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/casa-leopoldo-276x300.jpg 276w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></p>
<p>Il ristorante dovrebbe essere da qualche parte dietro Plaça Sant Jaume, verso la cattedrale, io percorro l’ultimo tratto di Carrer Ferran cercando disperatamente di connettermi a questo meraviglioso servizio di wi-fi pubblico e gratuito che dovrebbe coprire tutta la città e che invece per qualche motivo pare funzioni solo nei pressi di Paral-lel, dall’altra parte del cuore vecchio di Barcellona, ai piedi del quartiere in cui vivono gli amici che mi ospiteranno in questi giorni appiccicosi di metà ottobre e appena oltre quello in cui è nato e cresciuto l’uomo che è il motivo stesso del mio piccolo viaggio. Sotto i palazzi del potere, tra la Generalitat e l’Ajuntament, riecheggiano le voci di un gruppo di persone in là cogli anni che protestano e sbraitano con più rabbia che convinzione, “No es crisis, es capitalismo”, in castigliano, e sono poche e quasi confuse con il buio e la gente che passa nemmeno troppo incuriosita, i mossos d’esquadra, con la loro fama di cattivi che la scorsa settimana hanno pensato bene di assecondare pestando a morte per strada un imprenditore omosessuale un po’ su di giri, li tengono d’occhio sbadigliando dall’angolo della piazza che secondo i miei calcoli, o per come me li ricordo, dovrebbe portarmi dalle parti del mio obiettivo di stasera. La cena del congresso, la prima delle due in programma, l’unica alla portata delle mie tasche: pago diciassette euro e mangio assaggi di paella e riso, e bevo vino, tutto buono, in potenza, tutta roba Slow Food. La gente che grida è un pezzo della Spagna che ci raccontano tutti da mesi, la Spagna che annega nella disoccupazione e cerca di venirne fuori smantellando lo stato sociale o dando corda alle peristalsi separatiste delle terre più ricche, la Catalogna ribollente su cui ora sto poggiando i piedi su tutte. Una povertà che mi riguarda ma che per ora mi costringo a tenere a bada, i miei problemi di budget al confronto sono nulla, e prima o poi dovrò fare i conti anche con questo.</p>
<p>Nel ristorante mi imbatto quasi improvvisamente, lo pensavo più in là e invece è già qua, e in vetrina un grande adesivo rosso conferma ciò che fino a un secondo prima era solo virtuale, come molte delle cose su cui ormai siamo abituati a fare affidamento nella vita: nel pdf inviatomi dagli organizzatori c’era scritto che la cena si sarebbe fatta al ristorante Allium di Carrer del Call, e ora ho la certezza provata che le cose andranno davvero così. Ma è ancora presto, le nove arriveranno tra mezz’ora, butto un occhio dentro e giro i tacchi, l’aria di Barcellona oggi è mezza avariata e la gola brucia di quella condizionata, e che non finirò mai di maledire, di Ryanair. Ho bisogno di sedermi, ho bisogno di bere qualcosa. In cima a Carrer Ferran c’è un vecchio bar che somiglia poco allo stuolo di locali in franchising o in fotocopia che si incatenano lungo il resto della via. Vado lì, e mi faccio una <em>cerveza clara</em>.</p>
<p>Mezz’ora dopo sono di nuovo davanti al ristorante, entro e chiedo del congresso, la cameriera dice che è ancora presto e mi fa bere un bicchiere di rosso che non me la sento di rifiutare. Nel tragitto da casa di Bea e David a qui ho già attraversato il cuore della Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán, il mio uomo, o perlomeno di quella che siamo abituati ad associare a lui e a Pepe Carvalho: il Raval, il Barrio Chino, il quartiere del popolo e dei pochi di buono, delle puttane e degli immigrati, coi suoi musei d’arte moderna e le sue piazze disinfettate da tre o quattro lustri di riqualificazione prepotente. Undici anni fa, quando studiavo qui, era l’altra faccia della Luna, dalla mia parte della Rambla c’era il Barrio Gotico e c’erano le viuzze medievali e i bar da giovani stranieri viziati, dall’altra sorgeva quel peccaminoso mondo fatto di rottami di palazzi e gente torva e scura frutto di secoli di mescolanze di sangue e di paure.</p>
<p>Nei mesi del mio Erasmus Vázquez Montalbán era ancora vivo, ma io pensavo di avere di meglio da fare che non andare a cercarlo o a cercare le tracce della sua letteratura così aderente alla materia, già amavo Carvalho e già sapevo che doveva aggirarsi in quelle strade, ma non potevo far altro che camminare e rubare occhiate fugaci, perché ero convinto, giovane presuntuoso dall’animo eccitato, che quella materia, la realtà, mi sarebbe venuta tutta addosso da sola.</p>
<p>E quindi oggi, più o meno un’ora fa, sono passato per la prima volta in vita mia – o per la prima volta coscientemente – nella strada in cui Manolo è cresciuto. Carrer d’En Botella è minuscola, corta, uguale a mille altre, poche decine di metri che si innestano nel corpo storto di Carrer de la Cera proprio laddove si torce, col buffo risultato di comporre una sorta di enorme Y fatta di asfalto e cemento. Una porta, l’altra, e quale finestra, non lo posso sapere e mi muove la fretta di mettere insieme più tracce possibili, quelle che da ragazzo avrei avuto tutto il tempo di cercare e riconoscere, così passo senza calma, guardo e registro, mi pare, ed è come fare una crocetta in un elenco della spesa stupido che almeno ho avuto il buon gusto di non mettere per iscritto. Poi mi perdo un po’, vado un po’ avanti e un po’ indietro finché non mi accorgo che dietro l’angolo comincia il grande vuoto della Rambla del Raval, quella col gatto grasso di Botero e i palazzi occupati e malandati, quella che un tempo non era così pulita e così piena di verde, o forse mi sbaglio, la memoria gioca già brutti scherzi, e i ritorni sono stati tanti, e mai con lo stesso grado di attenzione e lo stesso tipo di intenzione.</p>
<p>Seduto al bancone del ristorante Allium di Carrer de Call, un’ora dopo adesso, ripenserò alla vista dell’alto e scintillante cilindro ellittico che hanno piantato proprio al centro della piazza che dal 2009 porta il nome di Vázquez Montalbán, che è come un rigonfiamento della Rambla più plebea di Barcellona, un hotel di vetri viola che suona come un’astronave atterrata di corsa in mezzo alla vecchia suburra. Altri hanno già scritto dell’orrore che Manolo avrebbe provato a vedere il Barceló Raval Hotel fare ombra al suo nome, l’ho fatto anch’io fidandomi senza averlo mai visto coi miei occhi, e al momento di trovarmelo davanti, e sopra, non riesco a reprimere un sospetto di pulita e assurda bellezza che peraltro, è vero, difficilmente avrebbe potuto percorrere i nervi suoi, quelli di Manolo. Poco oltre c’è il ristorante in cui avevo pensato di pranzare sabato, tra due giorni, il giorno prima del ritorno in Italia, il ristorante che dicono fosse una sua seconda casa, o quasi, lo trovo e prima ancora di guardarlo mi faccio atterrire dalla cifra che campeggia in bella evidenza sul menu affisso alla porta vetrata: 45, come gli euro che mi costerebbe quel pranzo, e così non ho nemmeno il bisogno di decidere di accontentarmi di una perlustrazione da fuori, che quantomeno mi dà la soddisfazione di indovinare una foto di Montalbán su una parete, forse a ridosso del tavolo di Casa Leopoldo dove deve aver mangiato molte volte, lui come Carvalho.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-46894" alt="una clarita" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/una-clarita-656x1024.jpg" width="276" height="430" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/una-clarita-656x1024.jpg 656w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/una-clarita-192x300.jpg 192w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/11/una-clarita.jpg 1161w" sizes="auto, (max-width: 276px) 100vw, 276px" />Quando sarò a cena, e cioè adesso che ho buttato giù l’ultimo sorso di questo <em>vino tinto</em> eccellente che nel mio stomaco già fa a cazzotti con la <em>clarita</em> e di cui purtroppo la mia memoria smarrirà il nome, non avrò più il tempo di riflettere sulla mia goffa traversata del Raval, perché ci sarà da individuare commensali di pregio che diano senso alla mia presenza così velleitaria, così azzardata. E naturalmente è stupido, è scemo, scegliere un compagno di cena tra decine di sconosciuti sarebbe ancora più velleitario e goffo, ma ho la fortuna di incrociare lo sguardo di un biondo capelluto e appena barbuto che sorride e si presenta, e parla italiano anche se si chiama Andrei e vive nel Vermont anche se è russo, e domani terrà una relazione sul rapporto tra Montalbán e la Grecia, il che mi suggerisce di avere a che fare con un uomo con molti tasselli fuori posto, e di farmelo sedere accanto perché mi spieghi come poterli mettere insieme con un’idea di senso anche solo approssimativa.</p>
<p>Domani arriverò in ritardo alla sua conferenza, ma questo non lo posso sapere ancora, tardi per non aver ritrovato in tempo, nella corsa continua di questi tre giorni barcellonesi, una delle tante sedi dell’università che si presta al congresso, la Pompeu Fabra, gloria della Generalitat, tardi ma non così tanto da non poter ascoltare il finire dei suoi ragionamenti, che adesso, tra i risi e il vino, mi anticiperà solo fino a un certo punto. Poi ci sarà un messicano pingue emigrato in Andalusia che parlerà di Carvalho e il Messico, anzi di Carvalho e del detective Filiberto García e di Rafael Bernal, gente che io non conoscevo, mi confesso, poi ci sarà una tavola rotonda sul giornalismo con pezzi da novanta che conoscevo appena, due dei quali, per un caso che non voglio sminuire troppo, addirittura compaiono nel libro che tradurrò da qui a Natale, Spagna magica che gioca con me e mi fa un po’ trasalire.</p>
<p>Mentre il mio riso, o forse la mia paella, tarda ad arrivare, non so che ascoltando quella gente e i loro racconti su Montalbán e il passato e il futuro della professione non sbadiglierò nemmeno una volta, come invece ormai faccio sempre da quindici anni, a volte ininterrottamente, quando mi siedo tra un pubblico chiamato ad ascoltare un qualsiasi oratore. Sentirò i loro dubbi e le loro idee sul giornalismo di domani, esposti in maniera così genuina e in fondo grossolana di fronte a una ventina di persone chiuse tra le quattro mura di una piccola aula della sede di Poble Nou della Pompeu Fabra, e inevitabilmente penserò ai panel e agli incontri super-referenziati del Festival del Giornalismo che ogni primavera viene ospitato dalla città in cui vivo, senza sapere che proprio in quelle ore starà divampando una polemica devastante sul suo, di futuro, non del giornalismo ma del festival. E avrò persino la presunzione di percepirlo migliore, questo sparuto consesso spagnolo, per gli sbadigli che non mi ha indotto e per il gusto del buon senso dell’esperienza, e dopo un <em>bocadillo</em> al maiale lungo una delle vie che portano verso il mare, mi siederò più o meno nello stesso posto di prima ad ascoltare un americano che ha scritto un libro sul calcio spagnolo e sui suoi conti in sospeso con la letteratura e il cinema e un catalano che riassume scientificamente e con qualche forzatura filo-indipendentista l’opera di Vázquez Montalbán dedicata allo sport.</p>
<p>Sarà la fine del congresso, per me, ma non sarà per quello che sarà valsa la pena di essere venuto a Barcellona. Quello capita già adesso, a cena, al ristorante Allium, lontano dal Raval e dal Poble Nou, cogli organizzatori del congresso seduti a un tavolo nella saletta di là e io seduto in mezzo a quindici, forse venti italiani più Andrei, né vecchio né giovane com’è, grossomodo come me. Davanti a noi una giovane donna che lavora per le edizioni di Slow Food e un vecchio cuoco toscano che ci fa lezione e ci ascolta, meraviglia tra commensali che succede di rado: la settimana scorsa ha cucinato per la moglie di Manuel Vázquez Montalbán nel suo locale ricavato in un vecchio borgo diroccato del basso Appennino aretino rimesso a nuovo un quarto di secolo fa bell’e apposta, per una serata organizzata come questa proprio da Slow Food, e adesso si fa la gita a Barcellona in compagnia. Staremo insieme fino a una ventina di minuti prima che cominci il giorno in cui Montalbán sarà morto da dieci anni esatti, ma nessuno ha il bisogno di rimarcarlo, mai, Mauro ci racconta del ristorante e del suo cucinare, dei suoi viaggi a San Pietroburgo e dei russi che parlavano napoletano, del Pci e delle tasse che ormai ammazzano l’impresa, del suo allievo giapponese che ha aperto a Kyoto riproducendo i suoi piatti e adesso, con il fisco che gli piglia solo il 10%, è uno dei più apprezzati del Sol Levante.</p>
<p>Mauro parla e beve e mangia, Andrei parla ridendo, a volte ridendo persino troppo, e quando si tratta di discutere di cibo questi due qua davanti, Mauro e la tipa di Slow Food, recitano un teatro che io afferro appena e che per forza mi affascina, abbiamo tutti fame e abbiamo tutti sete, più di quanto a giudicare dal poco che ci riempirà piatti e bicchieri ci converrebbe avere. Poi le righe si sciolgono, in strada, in pochi attimi una chiacchiera confonde più del dovuto e c’è chi è andato via e chi se ne sta andando, e prima di mezzanotte io sono già sulla Rambla, senza più sentimenti per la Barcellona che avevo così forsennatamente amato undici anni fa e senza troppi sentimenti, devo ammettere, per l’uomo di cui sono venuto a cercare le impronte e le ombre in quest’altra Barcellona che mi ritrovo a percorrere adesso. Forse è il cuore che si indurisce, forse è il tempo che prosciuga, ma sono i sensi e il cervello a godersi la felicità di essere qui, il riso, il vino, i racconti, quelle due ore di giro del mondo tra San Pietroburgo e il Vermont passando per la Grecia e il Giappone, e la Toscana.</p>
<p>Manuel Vázquez Montalbán è morto troppo giovane, come tutti, dieci anni fa, e io in questo momento sento più di ogni altra cosa la stanchezza e il riempimento di mezza giornata trascorsa muovendomi, sempre, così lontano dalle parole lette e da scrivere, così lontano dai giorni di tutti i giorni. Mi aspetta un letto che è un divano, in una casa sconosciuta, penso al sonno e al wi-fi di Bea e David che mi consentirà di riallacciare i contatti col mondo là fuori, con la donna che presto sarà mia moglie e con le immagini già vecchie dei giochi di oggi di mio figlio. Domani il congresso, altri viaggi e altre stanchezze, e poi niente ristoranti, basta Raval, ho deciso, Manolo è morto e ha scritto così tanto, ascoltare i discorsi dei relatori russi e messicani e americani e catalani, ascoltare i ricordi di Forges e di Enric González, andrà tutto benissimo, sarà sufficiente, varrà la pena, certo, è chiaro, lampante, sicuro. Con tutto quel che c’è da vedere, e da mangiare, e da bere, con tutte le parole che impara mio figlio, ogni giorno una nuova, macché una, cinque, dieci, di più, con tutto quel che può capitare mettendosi a cercare tracce di uomini, senza poterselo figurare, senza poterlo anche solo immaginare, più che altro rimpiango che Vázquez Montalbán non mi sia mai venuto a bussare alla porta, undici anni fa, quando ero giovane e passavo il mio tempo a Barcellona, per portarmi a mangiare a Casa Leopoldo e raccontarmi qualcosa, qualcosa che avesse a che fare col calcio o con la politica o con la letteratura, certo, o con l’amore, o con qualcuna delle altre innumerevoli maniere di esorcizzare la morte in cui tutti gli uomini sono chiamati a esercitarsi più o meno ogni giorno e ogni ora e ogni minuto delle loro faticose esistenze necessarie. Avrebbe pagato lui, naturalmente. Io ero solo un ragazzo, e avrei mangiato e ascoltato di gusto dall’inizio alla fine.</p>
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		<title>Pillole di filosofia carvalhiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 06:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giorgio Cassani]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura spagnola]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Vázquez Montalbán]]></category>
		<category><![CDATA[Pepe Carvalho]]></category>
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					<description><![CDATA[A quarant’anni dalla pubblicazione di Yo maté a Kennedy, primo giallo della serie Carvalho di Manuel Vázquez Montalbán di Alberto Giorgio Cassani  «La polizia garantisce l’ordine. Io mi limito a scoprire il disordine» Quintetto di Buenos Aires, 1999 Tutti i lettori di romanzi gialli, ma non solo quelli, sanno che José Carvalho Lario, meglio conosciuto come [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="center"><strong><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-43858" title="MVM_Foto_Jordi_Play" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/MVM_Foto_Jordi_Play.jpg" alt="" width="307" height="461" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/MVM_Foto_Jordi_Play.jpg 307w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/MVM_Foto_Jordi_Play-199x300.jpg 199w" sizes="auto, (max-width: 307px) 100vw, 307px" />A quarant’anni dalla pubblicazione di <em>Yo maté a Kennedy</em>, primo giallo della serie Carvalho di Manuel Vázquez Montalbán</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center">di <strong>Alberto Giorgio Cassani</strong></p>
<p style="text-align: right;" align="center"> «La polizia garantisce l’ordine. Io mi limito a scoprire il disordine»</p>
<p align="right"><em>Quintetto di Buenos Aires</em>, 1999</p>
<p>Tutti i lettori di romanzi gialli, ma non solo quelli, sanno che José Carvalho Lario, meglio conosciuto come Pepe Carvalho, è il detective più famoso di Spagna. Questa la sua biografia in breve, tratteggiata magistralmente, in pochi tratti, da lui stesso:<strong> </strong>«La verità è questa. Ho un’anima marginale. La mia fidanzata era una puttana da telefono, una squillo. Il mio consulente tecnico, cameriere, cuoco e segretario, era un ladruncolo di macchine che si chiama Biscuter. Il mio confidente spirituale e gastronomico è un vicino di casa, Fuster che è anche il mio amministratore. Amministratore di quel poco che mi può amministrare. Mi piacciono le famiglie impossibili. Detesto quelle possibili. [&#8230;] Detesto le famiglie possibili vive. Le famiglie morte, quelle le adoro» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>].</p>
<p>Meno noto è il fatto che Pepe è anche un non trascurabile filosofo. Un filosofo, però, non nel senso ironico-dispregiativo con cui lo stesso Carvalho apostrofa Carles Besté de Linyola – uno degli antagonisti de <em>Il centravanti verrà assassinato verso sera</em> – bensì un filosofo all’antica, un filosofo “delle origini”. Di quale corrente filosofica? Sicuramente di una setta cinico-scettica del XX secolo, come risulta evidente anche dal ritratto che si fa di lui nel romanzo <em>Il premio</em>: un uomo «tra il severo congenito e il disincantato storico» (anche se, bisogna dirlo, in <em>Quintetto di Buenos Aires</em>, Pepe si definisce un “marxista” della corrente «gastronomica»). Ma ciò che lo rende un filosofo a tutti gli effetti sono senz’altro le sue “sentenze”; infatti, la forma letteraria preferita da Carvalho è quella utilizzata dai suoi colleghi più antichi: la <em>brevitas</em> dei <em>dicta</em>.</p>
<p>Ecco alcuni dei tanti esempi che si potrebbero fare, suddivisi per grandi temi filosofico-antropologici. Sulle cose “più serie”: «Il sesso e la gastronomia sono le cose più serie che esistano» (<em>Tatuaggio</em>); su cui, anche: «Avrebbe barattato l’opera completa di Rembrandt per un bel culo di donna o un piatto di spaghetti alla carbonara» (<em>Tatuaggio</em>); e, infine: «Bisogna sempre desiderare le donne ed i piatti altrui» [<em>Assassinio al Comitato Centrale</em>]; nonché, in sequenza, a postilla, sul cibo: «Si beve per ricordare, si mangia per dimenticare» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; «In realtà nessun essere umano indifferente al cibo è degno di fiducia» (<em>Tatuaggio</em>); «Non si può mangiare con prudenza. Non si deve mangiare con prudenza. Se non si può mangiare non si mangia e basta» [<em>Il premio</em>]; «Per me non c’è poetica al di fuori di quella del palato» [<em>Il premio</em>]; «O penso o mangio» [<em>Assassinio al Comitato Centrale</em>]; «Mi sento sicuro solo al ristorante» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sulla vita: «È il ciclo della vita. Le colombe mangiano vermi, noi mangiamo le colombe e i vermi mangiano noi» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sulla vita terrena: «Non c’è nulla su questa terra che non sia drammatico in prima istanza e tragico in ultima. Il riso è sempre il camuffamento di un teschio […]» [<em>Pablo e Virginia</em>, in <em>Storie di fantasmi</em>]; sul mondo: «Tutto il mondo è una stazione termale, con limitate e onorate eccezioni, come il Libano o El Salvador» [<em>La rosa di Alessandria</em>] o anche: «Tutto il mondo è Disneyland o Disneyland è ormai tutto il mondo» [<em>La rosa di Alessandria</em>]; su uomini e donne: Un uomo guarda una donna e la donna dice sì o no. E alla rovescia. Tutto il resto è cultura» [<em>Tatuaggio</em>]; sull’amore: «Chi non teme di perdere quello che non ama?» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sulle parole: «Le parole hanno un padrone» [<em>Per una malafemmina</em>, in <em>Il fratellino</em>] e: «Le parole dette non bisogna bruciarle. Si bruciano da sole» [<em>Il centravanti verrà assassinato verso sera</em>]; sui libri, veri luoghi comuni della riflessione filosofica carvalhiana: «i libri non hanno ossa, né muscoli, né cervello, né fegato, né cuore, sono un prodotto da imbalsamatore, veri morti stecchiti» [<em>La rosa di Alessandria</em>] e: «[i libri] non mi hanno insegnato né a vivere né a invecchiare. Come non mi salveranno né dalla decadenza né dalla morte» [<em>Puzzles 1</em>, in <em>Il fratellino</em>]; sugli intellettuali: «Gli intellettuali sono più svergognati delle svergognate e soprattutto godono di maggiore impunità» [<em>Il collezionista</em>, in <em>Il fratellino</em>]; sui critici: «I critici sono ancora più parassiti degli stessi scrittori. A un lavoro improduttivo aggiungono una riflessione improduttiva» [<em>Pablo e Virginia</em>, in <em>Storie di fantasmi</em>]; sulle conferenze: «gli esseri umani si dividono in due grandi categorie: quelli che danno conferenze e quelli che le subiscono» [<em>Il centravanti verrà assassinato verso sera</em>]; sulla storia: «La Storia la vincono soltanto quelli che detengono il potere, qualunque sia» [<em>Il fratellino</em>]; sulla politica: «La politica è sicura solo quando smette di essere politica e si trasforma in boxe» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sui popoli: «Un popolo che non beve il suo vino e non mangia i suoi formaggi ha un grave problema di identità» [<em>La nave fantasma</em>, in <em>Storie di fantasmi</em>]; su vincitori e vinti: «Alcuni nascono per fare la storia e altri per subirla. Alcuni danno, altri prendono» [<em>Tatuaggio</em>] e: «I vincitori opprimono la memoria dei vinti, e quando i vinti riescono a recuperarla, la memoria non è più quel che era» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sulle dittature: «Il franchismo cominciò a crollare il giorno in cui Franco si mise a dire: “&#8230;Non che io&#8230;”. Un dittatore non può mai iniziare un discorso con una negazione che lo riguardi» [<em>I mari del Sud</em>]; sulla “coscienza di classe”: «materia dello spirito tanto delicata da volatilizzarsi come i gas più leggeri» [<em>Come eravamo</em>, in <em>Il fratellino</em>]; sui ricordi: «I miei ricordi non mi sopravviveranno» [<em>Il labirinto greco</em>]; sul futuro: «Il solo ad anticipare gli eventi è l’assassino» [<em>La rosa di Alessandria</em>]; sul vedere: «Dalla mia casa di Vallvidrera mi trattengo a volte a guardare le stelle. Se le vedo bene vuol dire che sono sobrio, se le vedo male sono ubriaco» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sul “silenzio pitagorico”: «Non dissero una sola parola, il che non era prova di intelligenza, in quei due ceffi tanto accigliati e massicci. Erano la chiara conferma che quando uno non parla è perché non ha niente da dire» [<em>Il fratellino</em>]; sulla povertà: «È preferibile la povertà sordida a quella mediocre» [<em>I mari del Sud</em>]; sull’arte: «Finché ci saranno puttane giovani, ci sarà arte contemporanea» [<em>Il centravanti verrà assassinato verso sera</em>]; sui poliziotti: «Un poliziotto non è una faccia. È uno stato dello spirito» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sui detective: «La polizia garantisce l’ordine. Io mi limito a scoprire il disordine» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>]; sulla città: «Tutte le città contaminano il passato e l’avvenire» [<em>Quintetto di Buenos Aires</em>] e: «le città nuove promettono l’avventura» [<em>Assassinio al Comitato Centrale</em>].</p>
<p>Impossibile trovare un filo conduttore in queste “pillole” di filosofia carvalhiana. Del resto l’autore stesso non vorrebbe che vi perdessimo un secondo del nostro tempo. Carvalho reagisce al mondo che lo circonda in una maniera ironico-cinica che nasconde, però, il suo carattere sentimentale. Proprio quel sentimento che, raramente, riesce a rompere la scorza da duro che Pepe ha voluto indossare e che si traduce, a volte, in pianti liberatori. Carvalho, come detective, scopre l’inutilità delle indagini: alla fine delle sue inchieste, il mondo non recupera mai l’armonia infranta dal delitto. Al contrario: quasi sempre gli assassinati non trovano giustizia e i mandanti, i veri colpevoli, rimangono impuniti. Il mondo, dopo la risoluzione del caso, non celebra l’ordine ricostituito e il motto «giustizia è fatta» non risuona nell’aria tersa di Barcellona. Il mondo non ritorna migliore, anzi, conferma ancora di più la sua spietata sordidezza. La soddisfazione, tutta intellettuale, per la scoperta dell’intreccio e del movente, si stempera e scompare completamente nell’amaro che rimane in bocca per l’inutile sforzo di Sisifo del detective. Il cinismo di Carvalho è il cinismo del tempo in cui egli si trova a vivere. In cui ci troviamo tutti a vivere. Una disillusione che scompare solo di fronte ad alcune bottiglie di Chablis o di Pardas Aspriu bianco e ad un piatto di <em>escudella i carn d’olla</em> (minestra e bollito catalani) o di <em>botifarra amb mongetes</em> (salsiccia con fagioli bianchi).</p>
<p>Le indagini di Carvalho, però, sono spesso anche un pretesto per descrivere i cambiamenti subiti dalla sua città, Barcellona. «Le città si accettano perché sono un rifugio, come le patrie o i ricordi», sentenzia Pepe in <em>Assassinio al Comitato Centrale</em>. Ma la Barcellona “città dell’infanzia” e “paesaggio della sua memoria” è inesorabilmente mutata davanti ai suoi occhi a causa delle speculazioni olimpiche e post-olimpiche. Una volta avviato, il volano della “distruzione ricostruttiva” non si ferma più (salvo che per le periodiche e sempre più ravvicinate crisi del sistema capitalistico). Barcellona, grazie ad uno scientifico processo di “pastorizzazione”, ha eliminato tutti i germi che la caratterizzavano come città portuale mediterranea, per diventare una vetrina olimpica al servizio del turismo di massa, nonché un «campionario architettonico di valore universale», come profetizzato da Montalbán in <em>Il centravanti verrà assassinato verso sera</em>. Non c’è architetto contemporaneo che non abbia lasciato il suo segno – positivo o negativo resta da vedere – a Barcellona. Perché, oltre all’intreccio della trama, propria del genere, i romanzi “gialli” di Carvalho sono molto di più: appartengono al tentativo di «trasformare il romanzo in mezzo di conoscenza sociale o psicologica, alla maniera di Sánchez Bolín o di Patricia Highsmith, per esempio», per usare in positivo le parole messe in bocca da Montalbán a due giallisti comprimari de <em>Il premio</em>.</p>
<p>Le sentenze carvalhiane, naturalmente, non possono nulla contro questo destino di Barcellona. Come un Diogene moderno, Carvalho si rintana sempre più nella sua “botte” di Vallvidrera, una villa moderatamente <em>modern style</em>, sempre più in decadenza e in balia dell’azione del tempo. Fino a finire i suoi giorni in una botte ancora più piccola: la cella della prigione del carcere Modelo, dove Pepe viene rinchiuso – per la seconda volta, dopo una prima detenzione durante la dittatura franchista – per l’omicidio, sul finale de <em>L’uomo della mia vita</em>, dell’odioso sociologo Jordi Anfrúns (i filosofi non hanno mai amato molto questi ultimi). Carvalho accetta di buon grado, verrebbe da dire come un Socrate catalano, la sentenza dei giudici, al punto da dichiarare che da quella prigione non sarebbe mai dovuto uscire.</p>
<p>A noi piace pensare che, pur dentro quella prigione, Carvalho continui a rimanere l’“anima critica” di Barcellona, lasciando al commissario Lifante il compito «di mantenere il disordine» di un mondo diviso «in vittime e carnefici, talvolta chiamati detenuti e carcerieri, bombardati e bombardatori, globalizzati e globalizzatori» [<em>Millennio: 2. Pepe Carvalho, l’addio</em>].</p>
<p>Grazie di essere esistito, Manolo. Grazie di continuare ad esistere, Pepe Carvalho.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Bibliografia</strong></p>
<p><em>Romanzi citati:</em></p>
<p><em>Assassinio al Comitato Centrale</em>, Palermo, Sellerio, 1984</p>
<p><em>Il centravanti è stato assassinato verso sera</em>, Milano, Feltrinelli, 1991</p>
<p><em>Tatuaggio</em>, Milano, Feltrinelli, 1991</p>
<p><em>Il labirinto greco</em>, Milano, Feltrinelli, 1992</p>
<p><em>I mari del Sud</em>, Milano, Feltrinelli, 1994</p>
<p><em>La Rosa di Alessandria</em>, Milano, Feltrinelli, 1995</p>
<p><em>Il fratellino</em>, Milano, Feltrinelli, 1997</p>
<p><em>Il premio</em>, Milano, Feltrinelli, 1998</p>
<p><em>Quintetto di Buenos Aires</em>, Milano, Feltrinelli, 1999</p>
<p><em>Storie di fantasmi</em>, Milano, Feltrinelli, 1999</p>
<p><em>L’uomo della mia vita</em>, Milano, Feltrinelli, 2000</p>
<p><em>Millennio: 2. Pepe Carvalho, l’addio</em>, Milano, Feltrinelli, 2005</p>
<p>(tutte le traduzioni dallo spagnolo, ad eccezione di quella di <em>Assassinio al Comitato Centrale</em>, che è di Lucrezia Panunzio Cipriani, sono di Hado Lyria)</p>
<p><em>Testi critici:</em></p>
<p>Quim Aranda, <em>Piacere, Pepe Carvalho: Biografia autorizzata dell’investigatore più famoso di Spagna</em>, Milano, Feltrinelli, 1997</p>
<p>Alberto Giorgio Cassani, <em>Le Barcellone perdute di Pepe Carvalho</em>, Presentazione di Manuel Vázquez Montalbán, Milano, Edizioni Unicopli, 2000 (2011, nuova edizione ampliata dal titolo: <em>Barcellona: Sulle tracce perdute di Pepe Carvalho</em>).</p>
<p>(tratto da <em>GialloLuna NeroNotte</em>, Catalogo del festival, Ravenna, 21-30 settembre 2012, Ravenna, PA•GI•NE Associazione Culturale, 2012, pp. 21-26)</p>
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		<title>Bruciati vivi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Oct 2012 11:29:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Ceci]]></category>
		<category><![CDATA[Iosif Brodskij]]></category>
		<category><![CDATA[Manuel Vázquez Montalbán]]></category>
		<category><![CDATA[Reinaldo Arenas]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Francesca Ceci “Ci sono crimini peggiori del bruciare i libri. Uno di questi è non leggerli”. Iosif Brodskij C’è un filo conduttore, che mi piace pensare sia di colore rosso, che del resto non potrei immaginare di nessun altro colore. Unisce, o forse divide, le vicende e i punti di vista che ruotano attorno all’idea [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft  wp-image-43848" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/libri_bruciati-1024x1024.jpg" alt="" width="294" height="294" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/libri_bruciati-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/libri_bruciati-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/libri_bruciati-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/10/libri_bruciati-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 294px) 100vw, 294px" /></p>
<p><strong>Di Francesca Ceci</strong></p>
<p style="text-align: right">“<em>Ci sono crimini peggiori del bruciare i libri. Uno di questi è non leggerli</em>”.<br />
Iosif Brodskij</p>
<p style="text-align: left">C’è un filo conduttore, che mi piace pensare sia di colore rosso, che del resto non potrei immaginare di nessun altro colore.</p>
<p style="text-align: left">Unisce, o forse divide, le vicende e i punti di vista che ruotano attorno all’idea di libro in sé, al potere che le pagine sono in grado di generare e alle paure che le parole di altri messe per iscritto riescono a creare. A pensarci bene, appare inverosimile l’enorme differenza che assumono i concetti nel momento in cui vengono scritti o solo pronunciati, con netta prevalenza dei primi sui secondi, come se altrimenti, una volta espressi, evaporassero nell’aria con ciò che volevano significare. Come se gli stessi concetti, pensati e discussi a tavola, in assemblea o semplicemente tra sé e sé, cominciassero ad esistere solo nel momento in cui gli viene data forma concreta ed evidente. Col rischio che inizino a vivere di vita propria.<span id="more-43847"></span></p>
<p style="text-align: left">Probabilmente ciò che ha da sempre spaventato e terrorizzato l’altro &#8211; questa entità generica in grado di assumere le forme di chiunque, dal vicino di casa al regime di stato &#8211; è l’idea stessa di vita propria, della relativa indipendenza o della conseguente presumibile capacità di diffusione e condivisione che assumono quelli che erano solo pensieri astratti una volta impressi – per lo più, o forse ormai non più? – sulla carta.</p>
<p style="text-align: left">È stata la paura la caratteristica costante di ogni stato evidentemente o velatamente autoritario, ogni uomo – generalmente autoproclamatosi – dittatore ha riconosciuto nel libro il proprio peggior nemico, non in un volume specifico o in un singolo né gruppo di autori, bensì nell’idea stessa di libro quale contenitore di qualcosa di esule dal proprio volere e controllo, quasi sempre a questi opposto. Ulteriore riprova della non conoscenza dei testi medesimi, da condannare in gruppo.</p>
<p style="text-align: left">E da tale concezione alla conseguente soluzione il passo sarà sembrato breve.</p>
<p style="text-align: left">Come in sasso\carta\forbici il sasso vince sulle forbici e la carta sul sasso, il filo rosso ci porta in modo naturale ad immaginare che sulla carta vinca sempre il fuoco o, per continuare a giocare, che su di essa prevalgano comunque le forbici della censura.</p>
<p style="text-align: left">E quando non si sa esattamente a cosa servono queste forbici, per cosa si gettano i fiammiferi accesi e che cosa la censura esattamente si illude di proteggere, o meglio nascondere, si rischia la più ridicola conseguenza dell’ignoranza. Come in quella che è diventata la favola grigia dei militari cileni, che per ordine di Pinochet avrebbero dovuto bruciare i testi non graditi e che, per eccessiva solerzia, per paura di sbagliare o forse perche sfogliandoli avranno confuso le forme astratte con le onde del Malecón, finirono col dare fuoco ai libri d’arte cubista piuttosto che a quelli di storia cubana e castrista. Un tipico esempio di crasi incompresa.</p>
<p style="text-align: left">A immaginarlo dopo quasi quarant’anni l’aneddoto fa sorridere e scuotere la testa o chiudere gli occhi e restare in silenzio.</p>
<p style="text-align: left">E cosa ne avrebbero fatto, mi chiedo, gli stessi militari, se si fossero imbattuti invece nelle opere di uno scrittore cubano ostacolato e ingannato da quel medesimo governo di cui essi si trovavano a dover cancellare le tracce? Quale prepotenza sarebbe prevalsa, e in nome di quale principio, tra i due opposti, che pure si regolano allo stesso modo per l’eliminazione dei nemici di carta?</p>
<p style="text-align: left">Di Reinaldo Arenas, lo sposo del mare, impressiona la perseveranza e la passione, l’una il prosieguo dell’altra, la prima la causa della seconda o viceversa.</p>
<p style="text-align: left">Scrittore e omosessuale cubano, visse, scrisse e amò nello stesso tempo e in ordine sparso, ostacolato sotto ogni fronte. Non gli era riconosciuto alcun diritto di amare, tanto meno di scrivere, ancor meno di partire, eppure nella sua vita raccontata riuscì ugualmente in tutto questo. Innamorato dei suoi lavori controversi come di pochi dei tanti uomini che incontrò sulle spiagge di Cuba, fu costretto a scrivere dell’amore quotidiano, delle idee comprese e condivise con i compagni che sopravvivevano come lui e semplicemente e amaramente delle conseguenze del regime di Castro, nascosto nei parchi pubblici, arrampicato su un albero, con il solo aiuto della luce del giorno: “<em>Cominciai a scrivere le mie memorie sul quadernino che Juan mi aveva portato. Il titolo, appropriato, era </em>Prima che sia notte<em>: scrivevo fino a quando si faceva buio, aspettando la notte in cui sarei stato preso dalla polizia. Dovevo farlo prima che il buio scendesse, definitivamente, su di me; prima di finire in cella. Poi quel manoscritto, come quasi tutti gli altri che avevo scritto a Cuba e che non ero riuscito a portare fuori dal paese, andò perduto, ma in quel momento scriverlo era per me una consolazione; era un modo per rimanere con i miei amici quando non lo fossi stato più</em>”.</p>
<p style="text-align: left">Fu costretto a nascondere i propri manoscritti sottoterra nelle campagne da cui proveniva o sotto le tegole del tetto della camera che abitava, per evitarne la distruzione che, puntuale, avveniva ugualmente.</p>
<p style="text-align: left">Esprimeva idee spaventose o solamente le sue, ma così tenaci da essere ricopiate e ribadite allo stesso modo dopo ogni distruzione più e più volte, con le stesse parole e nello stesso volume che tornava ogni volta in vita. La persecuzione del suo io e l’annullamento delle sue parole non furono sufficienti ad assassinarlo, ma lo aiutarono ad uccidersi da solo, esule paradossale negli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: left">Cosa temere così fortemente da libri appassionati come quelli di Arenas e dalle sue tristi poesie?</p>
<p style="text-align: left">È la stessa domanda che mi sono posta tenendo il filo rosso dal capo opposto, soppesandolo per cercare di capire quando e come sia il singolo ad attribuirsi il coraggio di appiccare il fuoco ai libri che ha letto.</p>
<p style="text-align: left"> Pepe Carvalho è il personaggio di Manuel Vázquez Montalbán che definisce la propria biografia impresentabile: “<em>Ex rosso. Ex agente internazionale. Amante di una puttana più selettiva che seletta</em>”. È intelligenza, disincanto e cinismo allo stato puro e ognuna di queste sue qualità – impossibile definirle difetti – trova fondamento e concretezza nell’abitudine di scegliere dall’ampia libreria, talvolta a caso ma più spesso consapevolmente, nelle serate trascorse nella casa sulla collina, un libro destinato poco dopo a non esistere più.</p>
<p style="text-align: left">È l’uomo che dichiara tra le righe di preferire la letteratura alla vita, e allo stesso tempo è colui che non rimpiange di alimentare il caminetto con le pagine da lui stesso strappate da quei libri che pure lo hanno formato e accompagnato e dai quali, ad un certo punto del proprio percorso, sembra sentirsi tradito e deluso, come se si trattasse di persone viventi. Ed è per questo che li brucia vivi.</p>
<p style="text-align: left">“<em>Carvalho si mise in macchina e prese a salire il Tibidabo per tornare nella sua casa di Vallvidrera. Gettò nel secchio della spazzatura tutta la pubblicità trovata nella buca della posta, accese il caminetto con “La filosofia e la sua ombra” di Eugenio Trias, calcolando che avrebbe dovuto un po’ dosare il lento rogo della sua biblioteca. Gli restavano all’incirca duemila volumi, a un libro al giorno ne aveva per sei anni. Bisognava stabilire qualche pausa tra libro e libro, o acquistarne altri, e la semplice possibilità lo disgustava. Forse dividendo in due parti ogni tomo della “Filosofia” di Bréhier e facendo altrettanto con la collana dei classici della “Pleiade”, avrebbe potuto resistere più a lungo. Gli spiaceva bruciare i classici della “Pleiade” che riteneva piacevolissimi al tatto. Talvolta li prendeva in mano per accarezzarli e li rimetteva nell’inferno paralitico degli scaffali cercando di evitare il ricordo di passate letture che un tempo aveva creduto lo arricchissero</em>”.</p>
<p style="text-align: left">Diventa la sua abitudine nelle serate di solitudine, condivisa poche volte con le rare persone che hanno accesso alla sua casa e al suo punto di vista sulla disillusione creata dalla cultura, come se tutte le storie e gli uomini in essa racchiusa non aiutassero affatto a vivere.</p>
<p style="text-align: left">La prima volta che lessi le storie di Carvalho e cominciai a chiarirmi di che tipo di personaggio si trattasse, le reazioni furono discordanti e sospette, inconcepibile dar fuoco a uno scritto, gesto simbolico per antonomasia dell’insabbiamento e dell’appiattimento umano. Non reputavo in alcun modo pensabile che la difesa contro il personale disadattamento potesse essere la distruzione di quelli che consideravo la fonte di molti dei nostri pensieri, più forte talvolta degli spunti offerti dalla vita stessa. Continuando a leggere le sue avventure e le sue teorie, a incontrare gli stessi personaggi che incrociava lui, provenienti da tutti i mondi possibili, e soprattutto seguendo, talvolta condividendo, le riflessioni che da tutto questo scaturivano, ho iniziato a temere che tanta presunzione potesse celare una qualche effettiva ragione.</p>
<p style="text-align: left">Non avrei saputo dire quanti libri avevo letto da meritare addirittura il rogo, certo è che la lettura mi aveva aperto e ottenebrato la mente allo stesso tempo, mi aveva dischiuso alla mera bellezza delle parole e alle loro infinite inimmaginabili combinazioni, e contemporaneamente aveva creato nella mia testa ambizioni e miraggi, ingannevoli abbagli, forse allucinazioni, di storie che da qualche parte pure dovevano esistere, senza che riuscissi a capire esattamente dove.</p>
<p style="text-align: left">Avrei voluto discutere con lui di questo davanti al camino di Vallvidrera. Ma da lontano mi limito a fare un nodo a quel che resta del filo rosso, per ricordarmi di centellinare lentamente i libri che ancora mi restano da leggere e che lui, volente o nolente, non brucerà più.</p>
<p>(<em>Francesca Ceci &#8211; 1979 -, ha pubblicato racconti nelle antologie </em>Cose a parole<em>, </em>Giulio Perrone; Parole in corsa; 150 strade; Silenzio, parlano i libri; Roma da scrivere; Napoli Cultural Classic<em>. Un suo racconto, “Dieci volte forse”, è risultato terzo classificato nella I edizione del Premio “Io, Massenzio” nell’ambito del Festival delle Letterature di Roma</em>).</p>
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