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	<title>Marc Ellis &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Palestinesi, un popolo di troppo &#8211; Intervista a Jeff Halper (2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Sep 2009 06:30:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[[La prima parte di questa intervista è apparsa qui] a cura di Lorenzo Galbiati &#8211; traduzione di Daniela Filippin Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev. In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg" alt="jeff-halper 1" title="jeff-halper 1" width="300" height="261" class="aligncenter size-medium wp-image-22726" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11-300x261.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/09/jeff-halper-11.jpg 368w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
<em>[La prima parte di questa intervista è apparsa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2009/09/17/i-palestinesi-un-popolo-di-troppo-intervista-a-jeff-halper">qui</a>]</em></p>
<p>a cura di <strong>Lorenzo Galbiati</strong> &#8211; traduzione di <strong>Daniela Filippin</strong></p>
<p><strong><br />
Jeff Halper</strong>, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e  insegna all’Università Ben Gurion del Negev.<br />
In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, <em>Israeli Committee Against House Demolitions</em> ( <a href="http://www.icahd.org">www.icahd.org</a> ), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che  forniscono supporto economico e materiale per  la loro ricostruzione.<br />
<strong><br />
Quali responsabilità ha l&#8217;Europa verso la condizione dei palestinesi di Gaza e l&#8217;attuale situazione politica che si è venuta a creare in Israele? Se non possiamo aspettarci molto in futuro dai nostri politici in relazione al raggiungimento di una soluzione pacifica, giusta e dignitosa per la questione israelo-palestinese, che cosa possiamo fare noi cittadini europei?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito trovate dei commenti che ho fatto recentemente in Germania riguardo a questo argomento.”<br />
<span id="more-22722"></span><br />
<strong>REDIMERE ISRAELE E L&#8217;EUROPA ATTRAVERSO I DIRITTI UMANI</strong><br />
(Pensieri di Jeff Halper alla ricezione del Premio 2009 Kant World Citizen, presso Friburgo in Germania)</p>
<p>Il mondo dell&#8217;attivismo politico è molto diverso da quello accademico (sebbene si spererebbe in una maggiore integrazione di questi due mondi). Prendendo in considerazione la rilevanza di Immanuel Kant per il nostro lavoro di pacifisti, la questione non riguarda se i suoi concetti, argomenti o proposte siano &#8220;datati&#8221;, la maggiore preoccupazione degli ambienti accademici. Piuttosto riguarda se possano portare a delle analisi che possano a loro volta poi essere applicate a situazioni nuove, comprese quelle politiche. Alla luce di questo, il lavoro di Kant &#8211; e per i nostri scopi, il suo trattato del 1795, &#8220;Per la pace perpetua&#8221; in particolare &#8211; può essere molto utile come guida. Fra le altre cose, Kant individua due principali questioni di grande rilevanza anche per i nostri tempi, questioni con le quali noi che cerchiamo la pace in Israele/Palestina facciamo i conti quotidianamente: (1) come fare in modo che gli stati accettino le proprie responsabilità nel perseguire la giustizia e opporsi alle ingiustizie; (2) come mobilitare la società civile nella causa della giustizia. </p>
<p><strong>L&#8217;irresponsabilità degli stati</strong></p>
<p>Nella mia esperienza di quasi mezzo secolo come attivista nella società civile, gli stati, sebbene possiedano la responsabilità e l&#8217;autorità del sistema mondiale moderno, non faranno la cosa giusta se lasciati a decidere per sé. Anche nei casi in cui la pace mondiale viene palesemente minacciata o quando esiste un&#8217;ingiustizia che influisce sulle vite di milioni di persone, i governi troveranno dei pretesti per perseguire qualche propria agenda politica, una combinazione di interessi interni e internazionali, che non hanno granché da spartire con il bene né dei cittadini (anche se poi le campagne sono invariabilmente impostate in quel modo), né per il bene della comunità globale. Il fatto che Israele ignori, e che gli sia permesso dagli stati amici di ignorare i diritti umani, le leggi internazionali, dozzine di risoluzioni ONU e una Corte di Giustizia Internazionale che sentenzia contro la costruzione del Muro durante l&#8217;occupazione degli ultimi 43 anni, la dice lunga sui fallimenti dei governi (in questo caso, quelli europei con quello americano alla loro guida). Racconta del loro fallimento nel costringere Israele a rispettare i propri obblighi. Se in agosto del 2008 ho dovuto rischiare la mia vita per portare una vecchia barca da pesca da Cipro a Gaza, sfidando la Marina Israeliana per rompere il crudele ed illegale assedio di due anni imposto ad una popolazione già impoverita e traumatizzata, era solo perché i governi, il cui lavoro dovrebbe essere di far rispettare le leggi internazionali e garantire un ordine mondiale pacifico, hanno abdicato nei confronti delle proprie responsabilità.</p>
<p>Il nostro pericoloso viaggio ha rappresentato ciò che viene chiamata la &#8220;politica della vergogna&#8221;, cioè il cercare di imbarazzare i governi mettendoli in una posizione di dover per forza fare il proprio dovere. Kant ipotizza una struttura sociale per la &#8220;pace perpetua&#8221; che, in effetti, contiene molti degli elementi del sistema mondiale attuale: stati liberi con costituzioni repubblicane come ideale condiviso da molti e, in molti luoghi, come realtà politica; una federazione di stati sovrani; infine, l&#8217;importanza assoluta della legge internazionale. Ma nell&#8217;ordine razionale di Kant manca l&#8217;elemento della buona fede da parte degli stati, che dovrebbe essere imposta dai cittadini organizzatisi in una società civile.  </p>
<p><strong><br />
Mobilitare la società civile</strong></p>
<p>L&#8217;irresponsabilità degli stati non è mai stata così evidente come col conflitto israelo-palestinese, che già da 60 anni sarebbe dovuto essere risolto, risparmiando in tutti questi anni decine di migliaia di vite e di case, e contemporaneamente evitando l&#8217;attuale tensione e polarizzazione fra relazioni islamiche e occidentali, portando dunque ad un crescente senso d&#8217;insicurezza percepito da tutti nel mondo. Quindi l&#8217;assioma che ho appena proposto &#8211; che gli stati di loro iniziativa non faranno la cosa giusta &#8211; ha una clausola: a meno che non vengano punzecchiati, spinti e, alla fin fine, costretti dalla gente ad agire. Ma come si fa a fare in modo che la gente spinga, e poi nella direzione giusta? Dopotutto, la società civile nel suo insieme è lontana dall&#8217;essere progressista. E&#8217; il contrario, se si considerano i governi che vengono spesso eletti. Israele è un esempio perfetto. Il 1948 segna il nostro anno d&#8217;indipendenza. Cosa importa se è anche l&#8217;anno della <em>nakba</em>, una catastrofe per il popolo palestinese, anno nel quale più di 700 000 abitanti indigeni che non presero parte ai combattimenti (almeno la metà della popolazione palestinese) furono cacciati dalle proprie case, che vennero poi demolite. Questa fu vista dagli ebrei come una cosa buona, e tutto ciò solo tre anni dopo l&#8217;olocausto. Oggi si testimonia come in Israele un&#8217;occupazione durata senza tregua per più di quattro decenni possa essere trasformata in una non-questione. Vien fuori che la gente, non meno i governi, ha la capacità di guardare l&#8217;ingiustizia dritta negli occhi e continuare comunque a negarla o minimizzarla, persino giustificarla o non vederla affatto. Questa capacità ricorda l&#8217;evocativa descrizione di Ralph Ellison su come i neri d&#8217;America furono resi invisibili:</p>
<p><em>Sono l&#8217;uomo invisibile&#8230; invisibile, capiscimi, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. E&#8217; come se io fossi circondato da specchi di duro vetro distorto. Quando mi si avvicinano vedono solo ciò che mi circonda, se stessi o immagini provenienti dalle loro immaginazioni. In effetti, vedono tutto e qualsiasi cosa fuorché me&#8230;</em><br />
 <br />
Questa descrizione potrebbe essere applicata ai palestinesi, per non parlare dei miliardi di altri poveri, immigrati e persone &#8220;illegali&#8221; sparite dalla vista.</p>
<p>Dunque, perché non mobilitare l&#8217;Europa? Non è un compito facile, soprattutto visto che è un continente ancora tormentato dai sensi di colpa per l&#8217;olocausto e risucchiato dagli interessi politici di una grande potenza mondiale, Israele. Io non ho mai capito come l&#8217;espiazione per l&#8217;olocausto, che tutt&#8217;oggi sussiste in molte parti d&#8217;Europa, sia collegata alla nascita di un&#8217;Europa nella quale la lezione sia stata appresa &#8211; in particolare, che nell&#8217;ambito della politica estera sia resa una priorità assoluta alla traduzione sotto forma di leggi per il rispetto per i diritti umani e degli accordi internazionali a protezioni dei popoli. Questo è un punto cruciale, visto che l&#8217;Europa avrà un ruolo costruttivo nel risolvere il conflitto israelo-palestinese. Se l&#8217;Europa confonderà il sostegno per le politiche di occupazione d&#8217;Israele con l&#8217;espiazione, diventerà al contrario un ostacolo alla pace. </p>
<p>L&#8217;Europa, con la Germania logicamente in testa, è davvero arrivata lontano in ciò che io chiamo un processo di &#8220;redenzione&#8221;, fase che ogni stato precedentemente coloniale e oppressivo dovrebbe attraversare. Ha riconosciuto la terribile ingiustizia inflitta al popolo ebraico (fra gli altri) ed ha accettato le proprie responsabilità. La comunità internazionale ha riconosciuto che la Germania nazista ed i suoi alleati avessero perpetrato questi crimini; sotto forma di giustizia ristoratrice, la nuova Europa si è ricostituita come unione democratica assumendo un ruolo di responsabilità negli affari mondiali. L&#8217;Europa ha anche offerto un notevole sostegno ad Israele dal giorno della sua concezione (sebbene a volte sia stata persino troppo notevole, come nel caso della Germania che ha provveduto a far avere ad Israele dei sottomarini trasportatori di testate nucleari). L&#8217;Europa costituisce il principale compagno di scambi commerciali, donando ad Israele uno status privilegiato. Tuttavia, ad un certo punto del processo di redenzione, un paese, un continente dovrebbe raggiungere un momento nel quale poi evolvere, momento in cui il bisogno di provare sensi di colpa per passate azioni sia poi sostituito dall&#8217;assunzione di un ruolo negli affari internazionali, in cui le lezioni apprese e le responsabilità accettate saranno tradotte nel contributo a perseguire un ordine mondiale più giusto e basato sui diritti umani.</p>
<p>Scegliere di aiutare Israele a districarsi da un conflitto sempre più in deterioramento, che mette sempre di più a repentaglio la propria stessa sicurezza, suggerirebbe il più vero e significativo atto di espiazione e redenzione. Un atto di tale portata e significato richiederebbe, tuttavia, che l&#8217;Europa indirizzi con fermezza, ma anche con spirito costruttivo le violazioni di diritti umani subite dai palestinesi per mano israeliana. In effetti, la redenzione di Israele e dell&#8217;Europa dipende allo stesso modo dal riuscire a far raggiungere l&#8217;autodeterminazione palestinese. Per i primi perché risolverebbe una volta per tutte le paure per la sicurezza d&#8217;Israele, rimuovendo proprio la fonte delle proprie paure, cioè l&#8217;oppressione dei palestinesi da parte di Israele. Per i secondi perché l&#8217;Europa avrebbe finalmente mantenuto le promesse fatte al mondo intero dopo l&#8217;Olocausto: che avrebbe assicurato la giustizia, la riconciliazione fra i popoli e un ordine mondiale pacifico. Assicurarsi del bene di Israele e contemporaneamente assumere un ruolo centrale come voce post-Olocausto per una moralità degli affari politici si avvicina alla visione di Kant della Germania e anche dell&#8217;Europa, una forza motrice dietro ad un nuovo ordine politico dedicato alla pace perpetua. </p>
<p>Ma Israele deve ancora iniziare il suo processo di redenzione, assumendosi la responsabilità per la terribile distruzione della società palestinese e la sua perpetua occupazione, durante la quale ha distrutto 24 000 case di civili innocenti (le case NON vengono distrutte per motivi di sicurezza!). Al contrario, Israele si trova ancora in uno stato di esaltazione nel suo tentativo di imporre uno stato esclusivamente ebraico sull&#8217;intero territorio d&#8217;Israele &#8211; cioè la Palestina &#8211; con crimini perpetui di pulizia etnica, occupazione, guerra e oppressione per i quali dovremmo prima o poi cercare la redenzione. Dunque, questa diventerebbe l&#8217;Europa dall&#8217;approccio diverso che io, come ebreo israeliano, spero di poter vedere, portando la pace fra la mia gente ed i palestinesi. Suggerisco quindi all&#8217;Europa che se ha davvero un &#8220;rapporto speciale&#8221; con Israele, non più basato sul ricatto dell&#8217;Olocausto, occupi dunque una posizione privilegiata per aiutarci a superare la sua ideologia dell&#8217;occupazione, aiutandoci ad adottare i valori post-Olocausto di rispetto per i diritti umani.</p>
<p>Anche Israele deve chiudere con l&#8217;Olocausto. Nelle mani di cinici politici, che lo usano per giustificare le proprie politiche di oppressione e ammutolire qualsiasi critica, soprattutto quella europea, il retaggio stesso dell&#8217;Olocausto diventa un pericolo da non sottovalutare, dissacrare o distorcere. Quanto sarebbe orribile se i giovani, in Israele, Europa e altrove venissero a considerare l&#8217;Olocausto come poco più che un pretesto per impedire ogni critica mossa contro Israele, svuotandolo del reale significato e potenziale per crescere come popolo. Come Avraham Burg, un ex speaker del parlamento israeliano e capo della Jewish Agency asserisce nel titolo del suo recente libro: <em>L&#8217;Olocausto è finito: solleviamoci dalle sue ceneri</em>. </p>
<p>Marc Ellis, un teologo della liberazione, ebreo, asserisce che l&#8217;ebraismo moderno è definito da ciò che ci è avvenuto durante l&#8217;Olocausto e ciò che stiamo facendo ai palestinesi. Questo si potrebbe dire anche dell&#8217;Europa. La prova per vedere se essa ha veramente superato il suo passato olocaustiano si determina constatando se sta sostenendo Israele nel suo compito più urgente, cioè quello di mettere fine a ogni conflitto con i palestinesi. Ecco come riconcilierebbe le responsabilità che le sono state imposte dall&#8217;Olocausto col suo ruolo di difensore e fautore dei diritti umani e della legge internazionale. Affinché la visione di Kant per una federazione di stati repubblicani sostenitori della Legge delle Nazioni possa avere un significato, la comunità internazionale &#8211; guidata dall&#8217;Europa, che si è mossa per redimersi dal proprio passato &#8211; deve salvare Israele da se stesso. Lo spettro dello stato ebraico che impone qualcosa che somigli anche solo vagamente ad un olocausto (o semplicemente a uno stato di oppressione permanente) su una popolazione palestinese indifesa è semplicemente troppo orribile da immaginare. Eppure gli ebrei israeliani eleggono ripetutamente dei governi che non solo espandono e rafforzano l&#8217;occupazione di Israele, ma senza fare di loro iniziativa ciò che sarebbe necessario per cessare il conflitto. Risolvere il conflitto israelo-palestinese richiederà una ferma asserzione di volontà e primato dei diritti umani da parte della comunità internazionale. L&#8217;Europa sarà fondamentale nel portare avanti le proprie responsabilità verso Israele e la comunità internazionale, o alternativamente tradirà e fraintenderà i propri obblighi post-Olocausto verso il popolo ebraico, sostenendo le politiche di occupazione di Israele a detrimento di tutti i coinvolti, prima di tutti gli ebrei israeliani stessi. Questo è il Categorico Imperativo Kantiano del giorno.   <br />
<strong><br />
Come valuti la pratica del boicottaggio verso Israele? E, se la sostieni, quali tipi di boicottaggio auspichi? </strong>  </p>
<p>Halper: “Noi dell&#8217;ICAHD sosteniamo il Boicottaggio/Disinvestimento/Sanzioni (BDS); in effetti, siamo stati il primo gruppo israeliano ad appoggiarlo. Ecco la nostra dichiarazione.”</p>
<p>27 gennaio, 2005</p>
<p><strong>SANZIONI CONTRO L&#8217;OCCUPAZIONE ISRAELIANA: SAREBBE ORA</strong></p>
<p>Dopo anni di sforzi diplomatici e politici atti a indurre Israele a interrompere la propria occupazione, mentre al contrario la si osserva diventare più forte e radicata, ICAHD sostiene un&#8217;articolata campagna di strategiche sanzioni contro Israele <em>finché non cesserà l&#8217;occupazione</em>; in altre parole, una campagna che prenda di mira l&#8217;occupazione israeliana e non Israele stesso.  Noi crediamo che nella maggior parte dei casi, semplicemente applicare leggi esistenti, internazionali ma anche interne, renderebbe l&#8217;occupazione inattuabile e porterebbe Israele in linea con gli accordi sui diritti umani. Noi favoriamo anche un selettivo disinvestimento e boicottaggio come strumenti di pressione economica e morale.</p>
<p>Visto che le sanzioni sono un mezzo potente, non-violento e popolare per contrastare l&#8217;occupazione, una campagna di sanzioni ci sembra il prossimo e più logico passo da compiere fra i tentativi internazionali per far cessare l&#8217;occupazione. Sapendo che il processo sarà articolato nel tempo, attualmente l&#8217;ICAHD sostiene i seguenti elementi:<br />
Vendita e trasferimento di armi ad Israele devono essere condizionati dall&#8217;uso che ne verrà fatto e in modo che non perpetrino l&#8217;occupazione o violino i diritti umani e le leggi umanitarie internazionali, violazioni che sarebbero interrotte se il governo applicasse leggi e regolamenti esistenti riguardanti l&#8217;uso delle armi, in concordia coi diritti umani;  <br />
Le sanzioni di commercio contro Israele dovute alle sue violazioni dell&#8217;“Association Agreements”, firmato con l&#8217;UE, che proibisce la vendita di prodotti fabbricati negli insediamenti come “Made in Israel”, come anche per le violazioni di altre clausole sui diritti umani; <br />
Disinvestimento da compagnie che traggono profitto dal proprio coinvolgimento nell&#8217;occupazione. In questa vena l&#8217;ICAHD dà il proprio sostegno a iniziative come quelle della Chiesa Presbiteriana degli USA, che prende di mira le aziende offerenti contributi materiali verso l&#8217;occupazione. Certamente sosteniamo la campagna contro i bulldozer Caterpillar, che demoliscono migliaia di case palestinesi. <br />
Boicottaggio dei prodotti provenienti dagli insediamenti e delle aziende che danno alloggio ai coloni o che hanno un ruolo di rilievo nel perpetrare l&#8217;occupazione; <br />
Boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane che non hanno adempiuto alle proprie responsabilità per sostenere la libertà d&#8217;espressione dei loro omologhi palestinesi, comprese le università, le facoltà e gli studenti. Il nostro invito ad un boicottaggio accademico delle università israeliane si oppone all&#8217;organizzazione di conferenze accademiche internazionali in Israele e collaborazioni internazionali in progetti di ricerca. Non si applica però al boicottaggio di studiosi individuali o ricercatori.<br />
Individui quali politici e amministratori, personale militare che obbedisce ad ordini altrui, ma personalmente responsabili per violazioni di diritti umani, compresi processi davanti a tribunali internazionali e proibizioni a viaggiare in altri paesi.   </p>
<p>L&#8217;ICAHD lancia un appello alla comunità internazionale: i governi, i sindacati, le comunità universitarie, religiose e più in generale la società civile deve fare tutto il possibile per far gravare il peso della responsabilità dell&#8217;occupazione su Israele. Mentre invitiamo anche le autorità palestinesi ad aderire alle convenzioni per i diritti umani, la nostra campagna per l&#8217;applicazione di sanzioni selettive contro l&#8217;occupazione si concentra in particolar modo su Israele, che da solo ha il potere di mettere fine all&#8217;occupazione ed è il solo a violare le leggi internazionali riguardo alle responsabilità che spettano ad una potenza colonizzatrice.  </p>
<p>Noi crediamo che una delle più efficaci mire del BDS dovrebbe essere quella del commercio di armi fra i Paesi di tutto il mondo e Israele. Se i popoli del mondo potessero vedere fino a che punto i loro governi e le loro corporazioni sono coinvolte nell&#8217;aiutare Israele a mantenere militarmente l&#8217;occupazione, e soprattutto quante armi e tattiche di &#8220;contro-insorgenza&#8221; sviluppate e sperimentate da Israele nel proprio &#8220;laboratorio palestinese&#8221; arrivano anche ad essere applicate dalle forze dell&#8217;ordine dei propri Paesi, ne sarebbero sconvolti. Questo è un modo efficace per rendere il conflitto una questione anche propria, locale, mostrando come penetri anche all&#8217;interno delle proprie comunità, minacciandone le libertà civili. </p>
<p><strong>In quali modi la diffusione del sionismo dalla creazione di Israele in poi ha cambiato la percezione della propria identità di ebreo negli ebrei appartenenti alle comunità della diaspora? E in quali modi, di conseguenza, ha cambiato le forme di partecipazione degli ebrei diasporici alla vita civile e politica europea e americana?</strong></p>
<p>Halper: “Di seguito riporto l&#8217;articolo scritto dopo che mi fu negato il permesso di parlare in una sinagoga di Sydney, Australia. Parla esattamente degli argomenti di cui chiedi.”<br />
<strong><br />
GLI EBREI DELLA DIASPORA DEVONO SMETTERLA DI IDEALIZZARE ISRAELE</strong><br />
Jeff Halper<br />
(Pubblicato nel <em>Sydney Morning Herald</em>, 10 Aprile, 2009)</p>
<p>Una cosa buffa mi è accaduta mentre mi dirigevo verso la sinagoga di Sydney; la conferenza in programma è stata annullata. Lo scandalo alla sola idea che io parlassi di fronte ad una comunità ebraica in Australia, risultava veramente scioccante per un israeliano. Se è assai vero che io sono molto critico dell&#8217;occupazione da parte d&#8217;Israele e che metto in discussione la soluzione dei due stati (considerando fino a dove si estendono gli insediamenti israeliani), non è comunque una giustificazione per la demonizzazione a cui sono stato sottoposto nelle pagine dell&#8217;altrimenti rispettabile <em>Australian Jewish News</em>. Dopotutto, opinioni simili alle mie si possono prontamente trovare nei maggiori media israeliani. In effetti, io stesso scrivo spesso per la stampa israeliana e parlo regolarmente alla TV e la radio israeliane.</p>
<p>Qual è dunque il motivo per questa reazione isterica? Perché sono stato bandito dal tempio Emmanuel di Sydney, una sinagoga auto-definita progressista? Perché io, un israeliano, dovrei indirizzarmi alla comunità ebraica da una chiesa? Perché sono stato invitato a parlare in ogni università dell&#8217;Australia orientale eppure, alla Monash University, la cosiddetta università ebraica d&#8217;Australia, ho dovuto tenere una riunione clandestina con i professori ebrei in una stanza buia, lontano dalle sale dei discorsi degli intellettuali? E poi, perché gli israeliani che hanno partecipato alle mie conferenze, assieme agli ebrei australiani, quando i capi delle comunità ebraiche condannavano me e le mie posizioni, hanno al contrario espresso apprezzamento per il fatto che un &#8220;vero&#8221; israeliano stesse finalmente rendendo accessibile agli australiani le proprie vedute, anche nel momento in cui non le condividevano? Tutto ciò solleva delle domande inquietanti sul diritto degli ebrei della diaspora di poter ascoltare vedute divergenti sul conflitto degli israeliani con i palestinesi, i punti di vista spesso sostenuti dagli stessi israeliani. Questo è un fenomeno di censura che gli israeliani critici sopportano da parte degli auto-eletti paladini dell&#8217;ebraicità in altre parti del mondo.</p>
<p>La controversia australiana solleva una questione ancora più grave, comunque. Quale dovrebbe essere la natura del rapporto degli ebrei della diaspora con Israele? Ho il sospetto che qualsiasi genere di minaccia io possa rappresentare, ha meno a che fare con Israele e tutto a che vedere con la paura che io possa mettere in discussione l&#8217;immagine idealizzata d&#8217;Israele, che io chiamo l&#8217;immagine “Leon Uris” d&#8217;Israele che, ammesso che sia mai esistita, certamente non esiste oggi. Ma loro vi si aggrappano con trasporto, direi anche disperazione, nonostante ciò che appare nei notiziari. Può sembrare una strana cosa da dirsi, ma non credo che gli ebrei della diaspora abbiano elaborato il fatto che Israele è un paese a loro straniero, lontano dalla loro versione idealizzata quanto l&#8217;immagine dell&#8217;Australia come un&#8217;unica, allegra terra dei canguri. </p>
<p>I paesi cambiano, evolvono. Cosa penserebbero i padri fondatori dell&#8217;Australia, persino quelli che fino al 1973, perseguendo una politica per un&#8217;Australia bianca, potessero vedere la società multi-culturale che è diventata oggi l&#8217;Australia? Beh, si dà il caso che quasi il 30% di cittadini israeliani non siano ebrei, e potremmo ben aver incorporato altri quattro milioni di palestinesi (i residenti dei territori occupati). Per di più, è chiaro che la stragrande maggioranza degli ebrei del mondo non emigrerà in Israele. Questi dati di fatto, in aggiunta al bisogno urgente che Israele faccia pace coi suoi vicini, vogliono dire qualcosa. Vogliono dire che Israele deve cambiare con modi che Ben Gurion e Leon Uris non avevano previsto, anche se è difficile da accettare per gli ebrei della diaspora. </p>
<p>Il problema pare essere che gli ebrei della diaspora usano Israele come pilastro della propria identità etnica, diffondendo l&#8217;immagine di un Israele perseguitato come modo di mantenere intatta la comunità. Ma questo non crea presupposti per delle relazioni sane. Israele non può continuare a essere concepito come un voyeuristico ideale da un popolo che, sebbene professi un impegno affinché Israele sopravviva, in realtà necessita di un Israele in guerra per la sopravvivenza interna della propria comunità. Ecco perché io, in qualità di israeliano critico, appaio così minaccioso. Posso sia concepire un Israele molto diverso dallo &#8220;stato ebraico&#8221; così affettuosamente accarezzato a distanza dagli ebrei della diaspora, sia concepirne uno pacifico. Paradossalmente, è proprio l&#8217;idea di uno stato normale che viva in pace coi propri vicini che pare così minaccioso agli ebrei all&#8217;estero, perché li lascia senza una causa esteriore contro cui galvanizzarsi.</p>
<p>Ma Israele non può incarnare questo ruolo. Gli ebrei della diaspora devono costruirsi una vita propria, rivalorizzare la cultura della diaspora (che il sionismo ha scaricato come effimera e superficiale), ritrovare dei reali, affascinanti motivi per i quali i loro figli dovrebbero voler restare ebrei. Sostenere ciecamente le politiche militari di estrema destra d&#8217;Israele non è affatto il modo di ottenere tutto ciò. Questo sostegno privo di qualsiasi forma di critica è in contraddizione con i valori liberali che definiscono l&#8217;essere ebreo della diaspora, allontanando la nuova generazione di ebrei pensanti.</p>
<p>Ecco la minaccia che io rappresento. Ciò che mi è accaduto in Australia è solo un minuscolo episodio in una triste saga di reciproco sfruttamento a danno sia degli ebrei della diaspora, che di Israele. Le lezioni sono tre: gli ebrei della diaspora devono lasciare andare Israele, costruirsi una vita (ebraica) indipendente, e tornare ad assumere un impegno storico a favore della giustizia sociale e dei diritti umani. Possono augurare il meglio a Israele, ma sperando in una cessazione dell&#8217;occupazione, sperando in una giusta pace per i palestinesi. Per quel che mi riguarda, io torno a casa mia a Gerusalemme per continuare la giusta lotta.</p>
<p>Jeff Halper, 24 luglio 2009</p>
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