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	<title>Marco Federici Solari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Mia madre è il Novecento. Dialogo con Natascha Wodin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jan 2019 06:00:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[l'orma editore]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori forzati]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Federici Solari]]></category>
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		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[Veniva da Mariupol]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Lo scorso dicembre Natascha Wodin ha presentato Veniva da Mariupol (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di Più libri più liberi. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Lo scorso dicembre Natascha Wodin <a href="https://www.lormaeditore.it/libro/9788899793586" target="_blank" rel="noopener">ha presentato <em>Veniva da Mariupol</em></a> (L’Orma editore 2018) a Roma, nell’ambito di <em>Più libri più liberi</em>. È stato il primo appuntamento italiano per l’autrice tedesca e il libro, dunque un&#8217;occasione per conoscerla e ascoltarla. Trascrivo qui stralci dalla nostra conversazione. Con una precisazione. Le mie domande erano preparate, quindi scritte. Mentre Wodin ovviamente ha risposto a braccio, ed è stata poi tradotta da Marco Federici Solari.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77145" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg" alt="" width="400" height="533" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/wodin-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></p>
<p>→ → → Natascha Wodin è nata in Baviera nel 1945 da genitori ucraini deportati come forza lavoro durante la Seconda guerra mondiale e ha trascorso l’infanzia in un campo per sfollati. Nella sua opera si è confrontata a più riprese con il materiale autobiografico. Ha conseguito, tra gli altri, i prestigiosi Hermann-Hesse-Preis e Alfred-Döblin-Preis. <em>Veniva da Mariupol</em> ha vinto il Premio della Fiera di Lipsia 2017. È il suo decimo libro. In Italia è uscito un altro titolo: <em>Avrò vissuto un giorno</em> (Einaudi 1995, traduzione di Paola Albarella). Poi una lunga parentesi che si chiude con la pubblicazione di <em>Veniva da Mariupol</em>, nella traduzione di Marco Federici Solari e Anna Ruchat.</p>
<p>Straordinario romanzo-ricerca sul passato, <em>Veniva da Mariupol </em>ricostruisce l’epopea di una famiglia di origini russe e ucraine prima incenerita dal regime sovietico, poi ridotta in schiavitù, insieme a migliaia di <em>Ostarbeiter</em>, nei lager e nelle fabbriche dei nazisti. È la famiglia della scrittrice. Sua madre, suo padre; e poi, lasciati indietro nel tempo e nelle geografie: cugine, zie, nonni ucraini, russi, italiani&#8230; Una storia che riemerge dalla memoria e dall’uso sapiente di Internet. Una vera e propria inchiesta digitale che consente all’autrice di ritrovare vicende e persone. Navigando su un sito internet russo, Wodin si imbatte in una traccia della madre, morta da decenni, di cui ignora pressoché tutto. Digita il suo nome e le appare un risultato che restituisce la sua data di nascita, il 1920, e il luogo, Mariupol, porto ucraino del Mar Nero. Inizia così una <em>quest</em> tanto appassionante quanto inevitabile per l’autrice tra le peripezie di una donna e della sua famiglia dispersa e travolta dalle guerre, dalla rivoluzione e infine dal crollo dell’impero sovietico. Per approfondire i temi del libro si vedano la recensione di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/12/13/il-trauma-e-le-radici-veniva-da-mariupol/"><strong>Valentina Parisi, <em>Il trauma e le radici</em></strong> (Nazione Indiana, 2018)</a>, e il saggio di <a href="https://www.doppiozero.com/materiali/mariupol-e-loblio-della-storia" target="_blank" rel="noopener"><strong>Paola Albarella, <em>Mariupol e l’oblio della storia</em></strong> (Doppiozero, 2017)</a>. ← ← ←</p>
<p><strong>D.O.</strong><em> Possiamo definirlo un romanzo?</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> È il libro più autobiografico che ho scritto. Non c&#8217;è quasi niente di inventato. Ho fatto molte ricerche per scriverlo e tutto quello che ho scoperto l&#8217;ho messo nel libro. Ma, inevitabilmente,  la ricerca non era completa. Ci sono dei buchi che ho dovuto riempire con la fantasia. Con una fantasia, però, molto realistica, attenta alla verosimiglianza. Per questi motivi <strong>credo che si possa definire un romanzo</strong>.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Quando inizia questo viaggio nell’archeologia familiare? Forse potremmo trovare un indizio in una pagina del libro, dove lei racconta che i suoi genitori possedevano una scatola nella quale conservavano gli unici documenti salvati nella fuga dall’Ucraina, le uniche carte che provassero la loro identità e vita passate. Era una scatola preziosa, come immaginerete. «Un giorno &#8211; scrive Wodin -, a circa otto anni, decisi che non avevamo più bisogno di quelle vecchie cartacce, o perlomeno che non ne avevo più bisogno io. Quando per l’ennesima volta fui mandata in cantina a prendere il carbone commisi uno dei peggiori crimini della mia infanzia. Sollevai la scatola con i documenti e la gettai nel bidone della spazzatura nel sottoscala. Nessuna prova delle mie tanto odiate origini doveva sopravvivere, ogni traccia doveva scomparire per sempre». Forse il viaggio alla riscoperta delle sue origini inizia subito dopo quel gesto così lontano nel tempo, e così determinato nel volerle cancellare per sempre. Le origini: prima gettate nella spazzatura, da bambina e figlia di sfollati. Poi, per il resto della vita, inseguite e recuperate nella memoria e nella scrittura&#8230;</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> In realtà non è stato così. <strong>Da giovane non volevo avere niente a che fare con la Russia</strong>. Volevo eliminare dalla mia vita tutto ciò che riguardava la Russia. In quel tempo è come se avessi dormito. <strong>È stata la generazione del ‘68, il movimento, a risvegliarmi</strong>. Nella scuola tedesca ti insegnavano che era stata la Russia ad avere attaccato e invaso la Germania. Per questo sentivo la mia provenienza come una colpa. Solo a partire dal ‘68 si è cominciato a parlare in modo diverso dell’Urss, e ho scoperto che era stata la Germania a invaderla. Però è dovuto trascorrere molto tempo prima che riuscissi ad affrontare la storia dei miei genitori, che di loro stessi raccontavano solo di essere degli emigranti. Cinque anni fa, quando ho cominciato le ricerche per questo libro, già sapevo molto di più sulla mia famiglia. <strong>Sapevo che erano stati lavoratori forzati. Mi ero informata</strong>. Conoscevo la storia degli <em>Zwangsarbeiter</em> in Germania. Avevo cominciato a comprendere i numeri spaventosi di questo fenomeno. In Germania durante la Seconda guerra mondiale c’erano 42.500 campi. <strong>L’intero paese era un lager a cielo aperto. Nel lavoro coatto fu impiegata una percentuale molto alta di slavi</strong>, che erano considerati al livello più basso della società, appena prima degli ebrei. Ma per l&#8217;opinione pubblica tedesca questa storia quasi non esisteva. Abbiamo avuto moltissime riflessioni e testimonianze sulla Shoah, ovviamente, ma <strong>dell’enorme ingiustizia subìta dagli <em>Ostarbeiter</em> non si sapeva nulla</strong>. <strong>Mi sono detta: chi, se non io che ho questa storia alle spalle, può raccontare tutto ciò?</strong> Così ho pensato di scrivere la storia di mia madre, e attraverso la sua di raccontare la vicenda degli schiavi dei nazisti deportati dall’Europa dell’Est. Mentre pensavo a questo progetto, in una notte di mezza estate, ho davvero un po&#8217; per gioco digitato il nome di mia madre in un sito russo, e sono rimasta scioccata nel trovare informazioni su una donna nata settant’anni fa.</p>
<p><strong>D.O. </strong><em>Non posso soffermarmi su tutti i personaggi del libro. Ho pensato di proporvene solo due, a mio parere speculari. La madre, Evgenia. E sua sorella Lidia. Hanno due destini comuni ma opposti. Ci mostrano come di fronte allo sterminio, alla violenza, alla guerra non si hanno terze vie a disposizione: o si soccombe, o si lotta per sopravvivere. Insomma il codice di questa storia è binario. Evgenia soccomberà. Non resiste alla duplice violenza, prima sovietica e stalinista, e poi dei nazisti e dell’esilio in Germania. Lidia invece sopravvive al Gulag. Trova un compagno. Morirà solo nel 2001. Se una sorella si arrende e si toglie la vita, l’altra invece si ostina a durare.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Tra le due sorelle c’era una grande differenza caratteriale, e anche di età (8 anni). Mia madre era l&#8217;ultima figlia. E’ stata per certi versi la cocca di casa. Se avesse vissuto almeno un poco del benessere e della sicurezza goduti dalla sua famiglia benestante, <strong>se avesse camminato su fondamenta più solide, la sua sarebbe stata un’infanzia protetta</strong>. Ma <strong>nacque in un mondo pericoloso</strong>, tre anni dopo la rivoluzione bolscevica, in un momento in cui essere ricchi e nobili equivaleva a un crimine e comportava la persecuzione come nemici del popolo, se non addirittura il rischio di perdere la vita. <strong>Quanto a mia zia Lidia, ho avuto la fortuna, o la bravura, di trovare tre suoi diari</strong> finiti in Siberia, su un armadio. Ricostruiscono la sua vita da studentessa a Mariupol, e poi gli anni della deportazione. Mi hanno consentito di raccontare la sua biografia accanto a quella di mia madre, e poi di <strong>raffrontare i due sistemi concentrazionari</strong>, quello nazista e quello sovietico, il che mi è parso molto interessante. <strong>Lidia fu senz’altro più fortunata di mia madre</strong>. Nonostante quanto passò nel regime stalinista. Visse fino a 91 anni. Di mia madre invece &#8211; e l’ho scritto anche nel libro &#8211; ricordo ancora la frase con la quale mi salutava ogni giorno prima di uscire: “Vado nell’acqua”. Come se stesse annunciando il suicidio. <strong>Mia madre davvero non resse a tutto quello che le toccò di vivere</strong>. La guerra civile dopo la rivoluzione d’ottobre, la perdita della madre, la distruzione di tutta la famiglia, il lavoro forzato, l&#8217;essere una sfollata. Soprattutto, una volta divenuta <em>displaced person</em>, ebbe la percezione netta che non ci fosse più alcuna prospettiva, che quello per lei fosse il capolinea. <strong>Una volta usciti dal lager, tutti noi eravamo come dei reietti nella società tedesca</strong>. Ci lanciavano addosso le pietre. Ci insultavano. Era una situazione insostenibile. E mia madre non ce l&#8217;ha fatta.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [<strong>Un ragazzo dal pubblico chiede a Wodin che rapporto abbia con la cittadinanza</strong>. Se si senta più russa o tedesca o italiana. A questa domanda aggiungo una considerazione che non ho avuto il tempo di fare]<em>. Si può trovare rifugio in una lingua. W. scrive che sin da bambina si ostina ad apprendere il tedesco perché le appare come «una corda sicura e resistente a cui aggrapparsi per saltare dall&#8217;altra parte». Allo stesso modo la storia della zia Lidia mostra come ci si possa trarre in salvo adeguandosi tra le lingue: il russo e l’ucraino tra i quali la donna oscilla per sopravvivere al nuovo potere rivoluzionario e alle sue regole. Dunque una lingua, seppure non quella materna, può essere la salvezza di una persona, e può diventare il suo territorio di asilo.</em></p>
<p><strong>N.W.</strong> Sono nata e cresciuta in Germania. <strong>Parlo tedesco. Penso in tedesco. Sogno in tedesco. Scrivo in tedesco</strong>. Da quando è caduto il Muro, però, ho anche una vita russa. Perché in Germania, a Berlino, sono arrivati molti russi. Così ho ripreso a parlare quella lingua ogni giorno. <strong>Ho la fortuna di vivere in due mondi contemporaneamente</strong>. Ma sono un po’ italiana, pure. Amo l’Italia e la sua lingua, che purtroppo non parlo bene come vorrei. E sento una forte affinità con l’Ucraina, paese di origine di una parte della mia famiglia.</p>
<p><strong>D.O.</strong> [Anche questa domanda, purtroppo, non ho avuto il tempo di farla. La aggiungo qui in conclusione]. <em>W. scrive: «Da che ho memoria, ho sempre avuto voglia di andare via, solo andare via, per tutta la mia infanzia non ho desiderato altro che diventare adulta per poter finalmente andare via. Volevo andare via dalla scuola tedesca, via da &#8220;Le case&#8221;, via dai miei genitori, via da tutto ciò che mi definiva e che mi sembrava un errore di cui ero prigioniera. Se anche avessi potuto sapere chi fossero i miei genitori e i miei avi, non avrei voluto saperlo, non mi interessava, non mi importava proprio, era una cosa che non mi riguardava in nessuna maniera. Volevo solo andarmene, lasciarmi tutto alle spalle, strapparmi da quel luogo e rifugiarmi in un&#8217;esistenza tutta mia che da qualche parte là fuori doveva starmi aspettando».<br />
</em></p>
<p><em>La vita dipende dal movimento. Tutta la genealogia di questa famiglia si regge sul movimento. Si muovono gli antenati: i nonni italiani, navigatori e commercianti. Si muove Lidia per salvarsi dal regime staliniano. Si muovono il padre e la madre dell&#8217;autrice. È una giostra di fughe, di traiettorie nella storia, nella guerra, nella geografia. Anche lei, l’autrice, come emerge dalla citazione che ho letto, avrebbe forse desiderato movimento. Ma la sua voce, che si prende sulle spalle questa storia, appartiene invece a un presente fermo, che ha il privilegio dell&#8217;immobilità, della calma, che naviga e si muove solo nella rete virtuale, un presente dunque che può essere introspettivo, che può concedersi il tempo del racconto. A me pare che ci sia un equilibrio necessario tra il movimento delle storie, le fughe illustrate, e la calma statica della voce narrante, della stessa autrice. Ma è davvero così?</em></p>
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		<title>Fine di una storia a Berlino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2014 07:30:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[berlino]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Mazzoni]]></category>
		<category><![CDATA[Jan Peter Bremer]]></category>
		<category><![CDATA[L'investitore americano]]></category>
		<category><![CDATA[l'orma editore]]></category>
		<category><![CDATA[le parole e le cose]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Federici Solari]]></category>
		<category><![CDATA[muro di berlino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Davide Orecchio Un miliardario americano sorvola Berlino. Non la bombarda. La compra. Specula. Acquista immobili. Li restaura. Aumenta l&#8217;affitto. Mette in fuga inquilini. Mette in crisi uno scrittore inquilino. Causa fantasie, impotenze, furore creativo, incubi. È una persona buffa. È un homeless. Vive nell&#8217;alto dei cieli. Dimora su un aeroplano. Mangia solo cioccolata. Non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>
<p>Un miliardario americano sorvola Berlino. Non la bombarda. La compra. Specula. Acquista immobili. Li restaura. Aumenta l&#8217;affitto. Mette in fuga inquilini. Mette in crisi uno scrittore inquilino. Causa fantasie, impotenze, furore creativo, incubi. È una persona buffa. È un <em>homeless</em>. Vive nell&#8217;alto dei cieli. Dimora su un aeroplano. Mangia solo cioccolata. Non ha un volto né un nome. È il cambiamento che cambia Berlino. <img decoding="async" class="alignleft wp-image-48385 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Jan-Peter-Bremer-investitore-americano.jpg" alt="Jan-Peter-Bremer-investitore-americano" width="275" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Jan-Peter-Bremer-investitore-americano.jpg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Jan-Peter-Bremer-investitore-americano-187x300.jpg 187w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /></p>
<p><strong>Jan Peter Bremer è uno scrittore berlinese</strong> nell&#8217;humour, nello sguardo, nella chioma riccia rossissima, nella giacca di tweed demodè, negli anelli, nella borsa a tracolla; parla quanto basta, non si dà le arie, scrive quanto basta, detesta i libri troppo lunghi. Vive nella Berlino che forse adesso sparisce; la città libera all&#8217;ombra del Muro, la città che fantasticava l&#8217;avvenire sulle macerie del Muro.</p>
<p><strong>Adesso è il tempo de <em>L’investitore americano</em></strong>, non-personaggio che titola il suo primo romanzo tradotto in Italia (<strong><a href="http://www.lormaeditore.it/libro/9788898038114" target="_blank">L’Orma Editore 2013</a></strong>, traduzione di Marco Federici Solari. Edizione originale Berlin Verlag 2011. Vincitore dell&#8217;Alfred-Döblin-Preis 2011). A Bremer è successo davvero. Nel 2009: iniziava la recessione, un’impresa comprò lo stabile dove Jan abitava con la famiglia, lo ristrutturò, aumentò l&#8217;affitto e lo scrittore se n&#8217;è dovuto andare (forse oggi ritorna, ma l&#8217;affitto è più caro). Dall&#8217;innesco reale è nato il romanzo, una costellazione di ipotesi, storie, lettere, gesti che uno scrittore berlinese (il protagonista) compie dal suo appartamento di Kreuzberg reagendo alla manipolazione che arriva per travolgerlo. <strong>Qui si narra una crisi</strong>: un padre, un marito, troppe birre, una pagina bianca, un cane depresso, un miliardario che vola lassù, il pavimento del bagno all&#8217;improvviso s&#8217;inclina e la vita domestica scivola verso il non-più-come-prima.</p>
<p>Bergmanstrasse, Meringdamm, la gentrificazione di Kreuzberg, il nuovo mondo modifica e mortifica lo scrittore che vive nello stabile con la moglie, una figlia, un figlio e appunto il cane. <strong>Lo speculatore acquista il palazzo. Lo scrittore va in tilt.</strong> Non scrive più. Non vive più. S’immagina nella compilazione di lettere e reclami, in conversazioni, petizioni, traslochi, piccole rivolte o nell’atto di porre argini alle forze che lo travolgono. S’immagina, appunto, ma <em>non fa</em>. Su questa fantasia <span style="text-decoration: underline;">senza</span> voce, scrittura (in apparenza) <span style="text-decoration: underline;">priva di</span> narrazione cresce <em>L’investitore americano</em>: 150 pagine di un libro unico e magistrale nell&#8217;offrire una mappa di storie possibili, una piccola enciclopedia di sogni proibiti. L’aspetto politico di questo testo letterario e fiabesco è che mostra il conflitto tra un individuo radicato terrenamente nella sua città, quartiere, abitazione e una forma di potere liquida, intangibile, talmente volatile da volare sul serio; un dio e artefice <span style="text-decoration: underline;">senza</span> domicilio né fabbrica, <span style="text-decoration: underline;">senza</span> volto né nome (e dunque, per scelta o necessità, tradotto dalla sua vittima in una lingua iconoclasta e che si nega il potere di nominare). <strong>Col personaggio investitore cosmopolita dominus della troposfera Bremer inventa la sembianza letteraria della crisi, o delle nuove divinità economiche dei nostri anni</strong>; che è tutta una storia effettuata da cause anonime, grandezze finanziarie metafisiche. Bremer ha scritto un romanzo sull&#8217;impotenza di &#8220;noi&#8221;, persino di &#8220;io&#8221; come vita manipolata immediatamente, cioè <span style="text-decoration: underline;">in assenza di</span> mediazioni politiche e sociali, dall&#8217;interventismo del capitale sulla vita; l&#8217;odierna belligeranza permanente anonima <span style="text-decoration: underline;">senza</span> faccia ma sfacciata del forte contro il debole; talmente forte da assurgere a signoria celeste, immateriale.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Estratto numero uno</strong><br />
<em>Lo scrittore immagina che l&#8217;investitore gli parli</em></p>
<blockquote><p>«Guardami, <em>my friend</em>! Temi il futuro, la caduta libera e il progresso che ti schiaccerà. Hai paura della cassetta sotto l’ala sinistra come di quella sotto l’ala destra. Ma più di tutto hai paura che là sotto un nuovo cameriere mi attenda, un uomo che ormai da settimane guarda il cielo pieno di desiderio, fremendo di energia. Oh, come vorrei stringere la sua lettera tra le mani! Ma devo avere pazienza. Devo avere pazienza con lui e devo avere pazienza con la città in cui vive, perché è grande e vuota e gli uomini ci camminano silenziosi e grigi, invecchiando per le strade deserte. Nessuno che saluti o che sorrida. Nessuno che ti regali uno sguardo di conforto. Non c’è pietà in questa città. Neanche per un’anziana signora. Ha quasi cent’anni, un’età incredibile. Da un’eternità non riceve più visite, nessun parente che passi per un saluto a portare un po’ d’allegria, nessun vicino che vada anche solo a bussare alla sua porta, nessun portiere che venga a sincerarsi che stia bene. Vive dimenticata dietro le tende ingrigite e l’unico che si vuole prendere cura di lei è l’uomo di cui ora ti racconterò. Vive a solo due passi da quell’appartamento, nell’edificio accanto. In questo momento è steso sul suo letto, fissa il soffitto e cerca di mettere ordine tra i suoi pensieri. Perché esita ancora? Perché non salta su e non corre allo scrittoio? Non ha fiducia nelle proprie parole?»</p></blockquote>
<p><strong>Estratto numero due</strong><br />
<em> Fedele alla sua missione</em></p>
<blockquote><p>«Chiuse gli occhi. Da quell’inverno sarebbe riemerso trasformato e con una forza incontenibile, si sarebbe seduto con muscoli massicci alla scrivania, uno spirito libero che contemplava in ogni momento audaci visioni ed era accolto dalla moglie con sguardi amorevoli quando usciva dal suo studio con passo molleggiato. Sarebbe stato uno scrittore a cui il figlio avrebbe guardato con rispetto per poi raccontare orgoglioso di lui alla maestra di fronte a tutta la classe. Mio padre è un uomo, signora maestra, che è fedele alla sua missione».</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Eppure, <strong>proprio per il fatto d&#8217;essere fedele alla sua missione, Bremer mette in scena un&#8217;impotenza</strong> che – come ha spiegato egli stesso <strong><a href="http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-b0774c8b-c0b8-4484-9f34-ee7835214159.html" target="_blank">in un&#8217;intervista a Radio3</a></strong> – è tema connaturato alla letteratura stessa, non semplicemente a questa storia. Dall&#8217;impotenza nasce un libro che dobbiamo intendere come contestazione (e quindi reinvenzione) della realtà. Una rivolta. Dagli anni &#8217;90 a oggi ci siamo abituati a testimoniare i cambiamenti dell&#8217;edilizia pubblica berlinese. Le trasformazioni di Mitte. La nuova, mediocre Potsdamer Platz. Il quartiere della burocrazia e della politica sorto al lato del Bundestag. E via elencando. Bremer ci porta invece nel teatro dell&#8217;edilizia residenziale, al centro di processi di espulsione della cittadinanza dai quartieri, dove ciascuno è chiamato a confrontarsi privatamente con un avversario che non può sconfiggere.</p>
<figure id="attachment_48386" aria-describedby="caption-attachment-48386" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="wp-image-48386" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2007IV-768x1024.jpg" alt="Beuys" width="500" height="667" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2007IV-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2007IV-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2007IV-900x1200.jpg 900w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-48386" class="wp-caption-text">Joseph Beuys. Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart – Berlin</figcaption></figure>
<p><em>L&#8217;investitore americano</em> racconta l&#8217;impossibilità che la Berlino di un tempo possa proseguire. E lo fa con l&#8217;inserirsi nel <strong>clima letterario di una tradizione</strong> (così da tenerla in vita, nonostante tutto) dalla quale eredita molte creature e figure: la pigrizia oblomoviana, l&#8217;inadeguatezza kafkiana, l&#8217;ironia, il surrealismo e le fantasticherie che ricordano Bichsel e Walser. Affiorano poi gitani, musicisti di strada, mendicanti, una condomina centenaria: personaggi ed echi della Berlino <em>bohémienne</em>,<em> </em>proletaria, espressionista di Döblin o Isherwood che persistono al prezzo di indossare abiti leggermente monodimensionali; come se Bremer ci avvertisse: «Ecco, io nella nuova Berlino tengo in vita la vecchia, ma vi accorgete che si sta dissipando, che il peso del mondo la schiaccia nello spessore di un ricordo?»</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Questa specie di recensione l&#8217;ho scritta qualche mese fa. Ma non l&#8217;ho terminata. Sinceramente, non me ne importava nulla di terminarla. Ero semplicemente soddisfatto di aver letto il libro e conosciuto il suo autore. Non sentivo l&#8217;urgenza di dire la mia sul romanzo. Poi, leggendo <em>Berlino alla fine della storia</em> di Guido Mazzoni (su <strong><a href="http://www.leparoleelecose.it/?p=15041" target="_blank">Le parole e le cose</a></strong>, LPLC, 19 maggio 2014) ho cambiato idea. Il saggio di Mazzoni (notevole, e ampiamente letto e discusso sia su LPLC sia altrove) sfrutta fino in fondo le possibilità cognitive dello sguardo da fuori (nutrito, inevitabilmente, dalla consapevolezza e dall&#8217;acume di colui che vede). Lo sguardo del turista o visitatore che <strong>osserva Berlino come teatro dove le potenze si mettono in mostra</strong>, usano lo spazio pubblico per il pubblico discorso monumentale, museale, o (parafrasando rozzamente Mazzoni) per il discorso pubblicitario (quasi totalitario, per paradosso) che porta il privato/consumatore al centro di una scena ex storica, post politica – quindi in un campo di macerie. Scrive Mazzoni:</p>
<blockquote><p>«Ovunque, nei luoghi di Berlino che parlano della storia novecentesca, si assiste a un conflitto implicito fra due discorsi. Il primo è raccontato dai musei e dai monumenti ufficiali; esprime un ethos riflessivo e perbene. (&#8230;) Il secondo è rappreso nel paesaggio che circonda i musei e i monumenti ufficiali: nei pupazzi fosforescenti, nei manifesti che dicono Shopping is coming home, nelle agenzie immobiliari che scrivono «appartamenti con vista» davanti a ciò che resta del Muro (&#8230;). Pur essendo politicamente alleati, pur condividendo il giudizio implicito e esplicito sul XX secolo, sul nazismo e sul comunismo, questi due regimi simbolici confliggono. Il primo è tragico, responsabile e pianificato (&#8230;) Il secondo è ludico, irresponsabile e anarchico; è emesso dal capitalismo contemporaneo, dalla Western way of life così come si configura nella nostra epoca; si rivolge alle stesse persone fisiche cui si rivolge il discorso dello Stato, ma le immagina in un altro modo, non come cittadini ma come soggetti liberi da legami, come individui rilassati, come membri della middle class planetaria che consuma. Lo Stato connette: esige che la storia tragica del Novecento venga osservata responsabilmente (&#8230;) Il capitalismo disconnette: presuppone una vita psichica fatta di segmenti eterogenei che convivono o che si succedono a brevissima distanza senza che questo sia un problema; presuppone quella blanda schizofrenia di cui ogni occidentale del XXI secolo fa esperienza ogni giorno, e che costituisce l’equivalente psichico del consumo in quanto forma di vita e modo di essere nel mondo».</p></blockquote>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><strong>Digressione<br />
</strong>A proposito di ludico e tragico: <strong>giocare con la storia, in quella città, ha avuto e ha la sua importanza</strong>. Dipingere graffiti sul Muro era un gesto ludico ma serissimo contro la storia che stava accadendo, un gesto che poi è divenuto storia e infine monumento (il Muro e i graffiti sono un tutt&#8217;uno). Dopo l&#8217;89 ricordo almeno un momento in cui i due discorsi (il ludico e il responsabile) si sono intrecciati: nel 2009, quando si celebrarono i 20 anni dalla caduta del Muro con un domino infantile di tessere giocose dipinte da scolaresche, che cadevano lungo il percorso un tempo della cinta (il video amatoriale sotto è mio).</p>
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<p style="text-align: center;">***</p>
<p>Scrive ancora Mazzoni:</p>
<blockquote><p>«Non più la grande politica di massa col suo inevitabile sbocco bellico, ma la vita privata e l’indifferenza alla politica; non più l’epoca della mobilitazione generale o dell’impegno, ma la microanarchia in spazi controllati».</p></blockquote>
<p>Infine, in sede di commento e discussione coi lettori:</p>
<blockquote><p>«Il saggio è stato scritto dalla prospettiva del turista: non ho preteso né pretendo di parlare di tutta Berlino; mi pare normale che chi vive a Berlino (&#8230;) veda e colga altre cose. Visitatore superficiale per antonomasia, il turista è anche colui per il quale i monumenti e i musei sono stati concepiti, è il destinatario ideale del discorso che le istituzioni intendono svolgere attraverso i musei e i monumenti. In questo caso specifico, la superficialità del turista è un punto di osservazione legittimo e privilegiato».</p></blockquote>
<figure id="attachment_48387" aria-describedby="caption-attachment-48387" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48387" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Du-819x1024.jpg" alt="«Du», numero monografico su Berlino, &quot;Terra di nessuno&quot;, 1991." width="500" height="625" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Du-819x1024.jpg 819w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Du-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Du-900x1125.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/Du.jpg 1428w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-48387" class="wp-caption-text">«Du», numero monografico su Berlino,  1991.</figcaption></figure>
<p>Ho pensato che <strong>il libro di Bremer, questa lettera da Berlino</strong> col suo punto di vista residenziale che “vede e coglie altre cose”, fosse un buon interlocutore per dialogare dalle quinte – e attraversando la scena (anzi abbattendola) – col pubblico in platea. Sarebbe banale sostenere che, al di qua della rappresentazione urbanistica e pubblicitaria eretta per la persuasione di noi, e lasciata la sponda della “fine della storia”, le identità restano vive e battagliere, e che questo fa attrito, e che dove c&#8217;è attrito c&#8217;è una storia che seguita. Sarebbe banale; anche se è vero (e, del resto, lo scrive anche Mazzoni).</p>
<figure id="attachment_48390" aria-describedby="caption-attachment-48390" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48390" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012-865x1024.jpg" alt="Occupy Biennale, Berlino 2012" width="500" height="592" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012-865x1024.jpg 865w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012-253x300.jpg 253w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012-900x1065.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-48390" class="wp-caption-text">Occupy Biennale, Berlino 2012</figcaption></figure>
<figure id="attachment_48391" aria-describedby="caption-attachment-48391" style="width: 500px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48391" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012bis-1024x769.jpg" alt="Tenda Occupy. Berlino 2012" width="500" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012bis-1024x769.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012bis-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/2012bis-900x676.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption id="caption-attachment-48391" class="wp-caption-text">Tenda Occupy. Berlino 2012</figcaption></figure>
<p>È più interessante, però, <strong>il punto di contatto</strong> tra quanto argomenta Mazzoni riguardo alla microanarchia della vita privata, indifferente alla politica e cui la politica è indifferente, e quanto accade al protagonista de <em>L&#8217;investitore americano</em>, il quale con armi del tutto private, individuali e nevrotiche s&#8217;ingaggia in una &#8220;battaglia imbelle&#8221; che, in altri tempi o in questi tempi ma con strumenti diversi, sarebbe invece stata collettiva. Egli (grazie a uno stile e a una lingua) è il portavoce di quella tradizione storica, culturale, urbana che non esiste più o si va estinguendo. Ma è anche il testimone presente di un urto agli «spazi controllati» dove «la forma di vita vincitrice pianta le proprie insegne» (per citare ancora Mazzoni); nel senso che quegli spazi non sembrano più sotto controllo, il contratto sociale postmoderno è saltato, la pauperizzazione e spoliazione risvegliano bisogni politici primari e di cittadinanza. Direi di più: dal secondo dopoguerra a oggi Berlino (prima nella sua parte occidentale, poi nel suo complesso) è stato il luogo (e per noi spettatori il teatro) di una coabitazione tra autogestione e controllo, tra forme di vita autonoma e governo/economia liberale che ha consentito l&#8217;ossigenazione di un patto democratico mondiale. L&#8217;autodeterminazione degli individui e delle comunità, la possibilità di una vita <em>povera ma bella</em> all&#8217;ombra del KaDeWe erano un messaggio riguardo alla superiorità dell&#8217;Occidente. Quella era la lettera che Berlino mandava al mondo. Ora, con l&#8217;autolesionismo insito in ogni eccesso, la forma di vita vincitrice occupa il campo tentando di obliterare non solo la coabitazione ma persino la sua memoria (come ci mostra l&#8217;investitore di Bremer). Così saltano le regole del gioco, e il divenire si apre a quegli smottamenti che sono l&#8217;ingrediente principale di una storia che qualcuno farà e che qualcun altro, come Bremer, sarà chiamato a raccontare.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-48388" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-1024x1024.jpeg" alt="Exit" width="500" height="500" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-1024x1024.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-150x150.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-300x300.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-60x60.jpeg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-144x144.jpeg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/exit-900x900.jpeg 900w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<figure id="attachment_48389" aria-describedby="caption-attachment-48389" style="width: 800px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-48389" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/unnamed.jpg" alt="Potsdamer Platz da «Du», 1991." width="800" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/unnamed.jpg 1023w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/unnamed-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/unnamed-900x505.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 800px) 100vw, 800px" /><figcaption id="caption-attachment-48389" class="wp-caption-text">Immagini di Potsdamer Platz da «Du», 1991.</figcaption></figure>
<p style="text-align: center;">***</p>
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