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	<title>Marco Franzoso &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>è tutto compresso in un istante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 10:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[2012]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[Einaudi]]></category>
		<category><![CDATA[il bambino indaco]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Franzoso]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[new age]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio La sera festeggiammo. Stappammo una bottiglia di vino rosso, lo stesso del nostro primo incontro, il Chianti, e io al terzo bicchiere dissi che volevo cambiare macchina. Il tipo di dettagli insignificanti che si ricordano con precisione anche dopo anni. Carlo e Isabel si sono incontrati perché Valentina, un’amica di lei, ha [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/07/perche-non-ti-conosco/img-2/" rel="attachment wp-att-41836"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-41836" style="margin: 8px;" title="img" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img.jpg" alt="" width="250" height="388" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/img-193x300.jpg 193w" sizes="(max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p><em>La sera festeggiammo. Stappammo una bottiglia di vino rosso, lo stesso del nostro primo incontro, il Chianti, e io al terzo bicchiere dissi che volevo cambiare macchina. Il tipo di dettagli insignificanti che si ricordano con precisione anche dopo anni</em>. Carlo e Isabel si sono incontrati perché Valentina, un’amica di lei, ha fissato loro un appuntamento al buio. Dice che sono fatti una per l’altro, anzi che lei è <em>tagliata per lui</em>. Un appuntamento al buio in una vecchia osteria di Treviso con tovaglie ricamate a mano e un pavimento di vetro sotto al quale l’acqua scorre. Carlo e Isabel si incontrano, si piacciono, e dopo poco vanno a vivere insieme. A Padova, a casa di lui, con i mobili di lei. Un tatami con un materasso in pura lana vergine, tende di lino, incensi, cuscini marocchini per il salotto, cd di musica etnica. Si sposano in fretta perché la felicità e gli incontri non hanno bisogno di carte, e nemmeno di cerimonie. Isabel è svizzera, è vegana, è bionda, ha gli occhi azzurri, lavora in un’erboristeria, la mattina fa gli esercizi di yoga e il pomeriggio quelli di reiki, Carlo ha trentasei anni, è socio di una piccola azienda, ha una casa con un terrazzo dal quale si vedono le colline. Lui beve una birra, lei una tisana, guardano il tramonto. Sono innamorati. Così quando Isabel esce dal bagno con il test di gravidanza listato d’azzurro, <em>indaco per la precisione</em>, Carlo l’abbraccia, poi prende il telefono e chiama Livia, sua madre. <em>Eccolo il mondo delle cose definitive. Ecco che siamo diventati come loro, come mia madre, com’era mio padre, ecco che siamo passati dall’altra parte, dalla parte degli adulti, dei genitori, dalla parte delle cose più preziose e definitive</em>.</p>
<p><span id="more-41835"></span></p>
<p><strong><em>Il bambino indaco</em></strong> (Einaudi, 2012) di Marco Franzoso è il romanzo secco e commovente, rabbioso e dolcissimo della tentazione della normalità alla quale tutti cedono, per sé stessi e per i figli eventuali o già passati. E questa normalità è purtroppo e sempre inaccessibile, perché l’unica normalità concepibile, nella fuga prospettica di futuro che un figlio regala quando neppure ha un nome, e forse pure senza, è la felicità. I personaggi di Franzoso vogliono essere felici. Isabel digiunando durante la gravidanza perché il figlio non sia insozzato dall’inquinamento e dalla bruttezza venefica del mondo, e Carlo standole accanto senza contraddirla perché pensa che lei sia l’estranea dalla quale ha deciso di farsi comunque toccare, mangiando dunque fichi secchi e avocado, annusando incensi che arrivano via aerea da Ceylon, incensi che eliminano i radicali liberi del caffè che si spandono per casa e macchiano auree e polmoni. Oltre i denti. <em>Le ultime ricerche di neuropsichiatria prenatale dimostrano che il feto ha una sua propria vita emotiva, &#8211; mi comunicò con gravità. – è stato scoperto che il feto può piangere, capisci? – Beh, &#8211; dissi raddrizzandomi sulla sdraio. – il nostro non piangerà</em>. E una volta che Pietro è nato, Isabel vuole essere felice purgandolo perché i suoi organi non siano necrotizzati dal cibo che ha reso già morti tutti quelli che le camminano intorno e Carlo vuole essere felice vedendo che Pietro cresca forte e sano, o almeno, dopo un po’, che cresca e basta.</p>
<p>Il romanzo di Franzoso si apre quando ogni felicità è sopita. Isabel è sul pavimento, magrissima e rossa di sangue, Livia dorme un sonno chimico nella stanza da letto e Pietro che pure ha pianto a lungo per i morsi della fame, è stato già portato altrove. Lontano dal luogo del delitto. Il commissario Marino, alto e squadrato, non ha ancora trovato la pistola, ma sa già come è andata. Lo sappiamo tutti, anche senza perché. E poco a poco, proprio come un alone, il perché affiora e disturba. <em>La verità ultima. Il luogo in cui risentimento e gratitudine diventano la stessa cosa</em>. Il perché è la rivelazione che la maternità non è attributo esclusivo della femminilità, che essere madri è un principio di cura trasversale, e forse fantasmatico. <em>Stava giocando a fare il bambino con il padre. Io stavo al gioco e facevo il padre</em>. De Beauvoir ne <em>Il secondo sesso</em> si era scagliata contro l’istinto materno, lo aveva negato, aveva definito la funzione materna alienante per le donne. E in questa alienazione, in questa distanza tra i concetti di donna e di madre, Franzoso racconta di un padre per il quale, animalescamente, non esiste altro che il benessere del proprio bambino. Di un padre che è come una Leonessa. <em>Mi sentivo come sul tetto di un grattacielo: ovunque guardassi, era vertigine</em>.</p>
<p>E così in una storia di pianura e di Veneto, che ha qualcosa nel tono ineluttabile e pure quieto di certe storie di Carlotto, Marco Franzoso mette il lettore dalla parte del futuro, di Pietro, il bambino, anche se questo futuro esiste solo in quanto risultato di un delitto, e dunque procede storto. Ma crescere nonostante le circostante, e soprattutto nonostante l’amore e i suoi eccessi, è l’unico modo di crescere che mi viene in mente. In realtà e sulla pagina. <em>Mentre scompare il dolore scompare anche un pezzo di vita, certo. Ma non esiste altra salvezza che questa</em>.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/07/perche-non-ti-conosco/indaco/" rel="attachment wp-att-41853"><img decoding="async" class="size-full wp-image-41853" title="indaco" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco.jpg" alt="" width="242" height="245" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco-100x100.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/indaco-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 242px) 100vw, 242px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><strong>M. Franzoso, <em>Il bambino indaco</em>, Einaudi (2012), pp. 141, 16 eu.</strong></p>
<p><strong>a latere</strong></p>
<p><em>Il bambino indaco</em> è un romanzo costruito per simmetrie. E la simmetria è sempre consolatoria. Se dovessi fare un appunto direi che Franzoso ha ceduto alla tentazione della consolazione. Penso al padre e al bambino che salutano la mamma che è andata in cielo, ma forse sono io che non ho più la visione accogliente dei bambini. Penso a cibo/purga, omeopatia/allopatia, erboristeria/società di capitali, carne/acqua. La simmetria che più mi è piaciuta è certamente quella tra la madre colpevole e deleteria (Isabel) e la madre colpevole ma salvifica (Livia), perché, al netto dei fatti raccontati, la categoria maternità femminile è monda d’ogni peccato. Una madre ha salvato un figlio, anche se la faccenda rimane di articoli determinativi e pronomi possessivi.</p>
<p>L’amore di mio padre e di mia madre, per me e le mie sorelle, non è mai stato aggettivato, colorato, definito da questioni di genere. Era amore e basta. Possesso e basta. Protezione e basta. Per me dunque, paternità e maternità sono state sempre, e certe volte bruscamente, sinonimi. Di questo, li ringrazio tanto. Se le patologie di certi sentimenti prescindono dal genere, allora pure i sentimenti.</p>
<p>In L. Carroll e J. Tober (1999), <em>The Indigo Children: The New Kids Have Arrived</em>, Light Technology, i bambini indaco vengono descritti come “dotati di grande empatia, curiosità, forza di volontà, e una spiccata inclinazione spirituale. Sono anche descritti come molto intelligenti, intuitivi, e insofferenti nei confronti dell&#8217;autorità”. Credo di aver conosciuto solo bambini indaco. Lo scetticismo che ci fece stupendi per variare, ancora una volta, su un verso di Pier Paolo Pasolini.</p>
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		<title>RITI DI PASSAGGIO a Padova</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2005/01/18/riti-di-passaggio-a-padova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jan 2005 08:46:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[giulio mozzi]]></category>
		<category><![CDATA[marco bellotto]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Franzoso]]></category>
		<category><![CDATA[marco mancassola]]></category>
		<category><![CDATA[Massimiliano Nuzzolo]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Ferrucci]]></category>
		<category><![CDATA[Romolo Bugaro]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Casadei]]></category>
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					<description><![CDATA[L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: Letteratura come verità. Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata: RITI DI PASSAGGIO Si parlerà e si leggerà di Sesso, Gioventù chimica, Esibizioni, Povertà, Viaggio senza ritorno. Qui di seguito trovate la presentazione e il calendario degli incontri. Si diventa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso un gruppo di narratori diede vita a una iniziativa di pubbliche letture intitolata: <strong>Letteratura come verità</strong>.<br />
Quest&#8217;anno tornano alla carica con un&#8217;iniziativa intitolata:<br />
<strong>RITI DI PASSAGGIO</strong><br />
Si parlerà e si leggerà di <strong>Sesso</strong>, <strong>Gioventù chimica</strong>, <strong>Esibizioni</strong>, <strong>Povertà</strong>, <strong>Viaggio senza ritorno</strong>.<br />
Qui di seguito trovate la presentazione e il calendario degli incontri.<br />
<span id="more-861"></span><br />
Si diventa adulti, da sempre, attraversando alcuni passaggi obbligati,<br />
rituali. Che però nel tempio cambiano. Non dobbiamo più attraversare la<br />
foresta, sopportare il dolore di una mutilazione, tener testa a un<br />
avversario più anziano. Dobbiamo invece prendere possesso del nostro corpo,<br />
imparare a sopravvivere nella società dell&#8217;esibizione, non farci<br />
terrorizzare dalla prospettiva della povertà, confrontarci con la chimica<br />
della felicità, addestrarci a vivere la vita come un viaggio che non ammette<br />
ritorno. Sette narratori, in cinque serate, cercano di mostrare che la<br />
letteratura, quella del nostro tempo e quella dei tempi trascorsi, parla<br />
anche di questo: dei passaggi rituali che ci conducono all&#8217;adultità, a noi<br />
stessi.</p>
<p>* <strong>Padova, </strong>Cinema Excelsior (vicolo Santa Margherita, tra via San Francesco  e via Cesare Battisti), da lunedì 24 gennaio a lunedì 21 febbraio 2005.<br />
Inizio alle ore 21. Ingresso gratuito.</p>
<p>* <strong>Lunedì 24 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Sesso</strong><br />
Marco Mancassola, Massimiliano Nuzzolo, Giulio Mozzi<br />
leggono testi di<br />
Tondelli, Salomone, Ballard, Kafka, Ellis, Dagerman e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 31 gennaio</strong><br />
Tema: <strong>Gioventù chimica</strong><br />
Marco Mancassola, Roberto Ferrucci, Massimiliano Nuzzolo<br />
leggono testi di<br />
Ferrucci, Welsh, Burroughs e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 7 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Esibizioni</strong><br />
Marco Bellotto, Giulio Mozzi, Romolo Bugaro<br />
leggono testi di<br />
Carducci, Amis, Franzen, Pontiggia, Debord, Lagioia, Flaubert, Pornosnob,<br />
Gattostanco e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 14 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Povertà</strong><br />
Marco Franzoso, Roberto Ferrucci, Umberto Casadei<br />
leggono testi di<br />
Baudrillard, gente comune e altri</p>
<p>* <strong>Lunedì 21 febbraio</strong><br />
Tema: <strong>Viaggio senza ritorno</strong><br />
Romolo Bugaro, Marco Bellotto, Marco Franzoso<br />
leggono testi di<br />
Dickens, Fitzgerald, Suskind, Bowles, Brodkey, Bugaro, Zolla e altri</p>
<p>Per maggiori informazioni e per seguire l&#8217;iniziativa:<br />
<a href="http://www.realvisceralisti.net"><span style="text-decoration: underline;">www.realvisceralisti.net</span></a></p>
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		<title>Edificazione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2003/11/29/edificazione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giuliomozzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Nov 2003 09:28:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Franzoso]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Franzoso Per la serata padovana Letteratura come verità / Edificazione Marco Franzoso ha preparato un breve intervento che a me sembra particolarmente interessante. Lo propongo qui per intero. [giulio mozzi] Buonasera. dividerò il mio intervento in tre parti. Prima parte. Edificazione. ecco, io adesso sono alle prese con il dire e il pensare [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Franzoso</strong></p>
<p><em>Per la serata padovana <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000264.html">Letteratura come verità / Edificazione</a> Marco Franzoso ha preparato un breve intervento che a me sembra particolarmente interessante. Lo propongo qui per intero. [giulio mozzi]</em><br />
<span id="more-221"></span><br />
Buonasera.<br />
dividerò il mio intervento in tre parti.</p>
<p>Prima parte.<br />
Edificazione.<br />
ecco, io adesso sono alle prese con il dire e il pensare qualcosa di intelligente nei confronti del termine &#8220;edificazione&#8221;.<br />
Io sono alle prese con il testo per la serata di edificazione.<br />
per farlo, per essere all&#8217;altezza del tema, per dire qualcosa di intelligente e adatto a questa manifestazione, a questi incontro tra scittori e ascoltatori in un cinema di provincia ho letto alcuni testi che ho amato.<br />
L&#8217;ho fatto perché qualcosa dentro di me mi diceva che io dovevo essere all&#8217;altezza. all&#8217;altezza di qualcosa: della serata, di voi che state ascoltando, degli amici che sono con me questa sera, ma soprattutto, dovevo essere all&#8217;altezza del tema.<br />
L&#8217;edificazione.<br />
Mi sono letto delle cose molto belle di Meister Eckard, per esempio il bel libro dal titolo “Dell’uomo nobile”, e poi mi sono ripreso una cosa che avevo letto molti anni fa di Raymond Carver su Santa Teresa, qualcosa che aveva a che fare con il peso, la responsailità delle parole, perché le parole fanno, hanno la forza di agire, sosteneva Santa Teresa. le parole non hanno, cioè, solo un significato, le parole fanno, agiscono sulla realtà.<br />
Inizierò proprio da qua.</p>
<p>bene.</p>
<p>quello che mi ha sempre colpito della parola “edificazione” è che ha a che fare con un costruire, con un fare, certo, ma sempre in positivo.<br />
parlare di edificazione però significa fare un ulteriore passo in avanti e chiedersi in che senso e in che modo le parole possono avere anche in sé la forza di costruire.<br />
cioè: non tanto e non solo nel significato che custodiscono e che trasportano, non tanto nel senso di quello che dico, ma nelle parole stesse, dentro di loro, nel loro corpo e nella loro carne.</p>
<p>E così mi sono chiesto se potevo trovare l&#8217;edificazione proprio andando a scavarvi dentro, entrando quasi fisicamente dentro le parole. facendo cioè l&#8217;opposto di quello che richiedeva Santa Teresa, cioè: recidendo, tagliando il contatto tra le parole e il mondo (quello che comunemente si chiama significato) ed eliminando alla base il loro utilizzo funzionale di “dire” qualcosa che corrisponde a qualcosa del mondo, ma sapendo, io individuo, diventare così piccolo da potermi inserire dentro le parole come un minuscolo insetto, per rovistare e vedere se dentro la loro carne si possa annidare l&#8217;edificazione.</p>
<p>Perché il linguaggio umano e alcune delle sue più manifestazioni concrete come la letteratura, il racconto, ma anche il suo fondamento di base, cioè il “significato”, si sa, sanno essere ambigui: possono essere manipolati, possono essere veri ma anche falsi, o finti o ambigui. Basta che cambi di poco qualcosa (il tono, la sequenza delle parole, il tempo verbale, o anche uno stesso aggettivo) e il gioco è fatto.</p>
<p>Per questo mi sono domandato se è possibile chiedersi se le parole in sé hanno la possibilità di edificare. cioè: lasciando da parte gli scopi della parola (il significare e il comunicare), lasciando da parte l&#8217;oggetto del discorrere (il che cosa), lasciando da parte anche le finalità estetiche del parlare, è possibile ancora pensarela parola come edificante?</p>
<p>Sto parlando della parola nuda, spoglia, scarnificata, spogliata dall&#8217;usura della pratica.<br />
Ecco,<br />
io<br />
mi riferisco proprio a questa parola che adesso ho davanti agli occhi e che voi mi sentite pronunciare con le vostre orecchie. o meglio: quello che è rimasto della cioè, in che modo la spoglia parola può (se può) edificare?</p>
<p>Qui mi sono fermato.<br />
non sono più riuscito ad andare avanti.<br />
E allora ho fatto un passo indietro. mi sono chiesto quale parola edificante mi venisse in mente, in qualsiasi senso.</p>
<p>di primo acchito, quando mi sono messo a pensare alla parola edificante, ho pensato ad un tipo di parola molto pesante. anzi mi è venuta in mente la più pesante delle parole. mi è venuta in mente la parola “morale”. quella che ti dà delle regole e delle costrizioni. quella che ti indica un cammino. anzi che ti indica il cammino: l&#8217;unico percorribile, quelloc he elimina tutti gli altri.</p>
<p>Non so perché (o forse lo so bene), ma nella mia mente la parola &#8220;edificazione&#8221; è associata al catechismo, è associata alla parola non tanto &#8220;religiosa&#8221;, quanto proprio alla parola pronunciata al catechismo.<br />
il concetto di edificazione, nella mia mente è associato al parlare di un prete e comunque associata ad un periodo della mia vita che è l&#8217;ultima fase dell&#8217;infanzia e i primi momenti della giovinezza, dell&#8217;adolescenza.<br />
è forse la prima parola pensante che mi sia arrivata al cuore.<br />
pensante e pesante, gravida, gravosa, pietrificata, di marmo, cibica.<br />
Collegata non solo nel suo senso di costruire al concetto di peso, ma anche e comunque una parola collegata all’idea della colpa.<br />
Sì.<br />
Perché la parola edificazione, nella mia mente è da sempre collegata a un qualcosa di &#8220;negativo da superare”.<br />
L’edificazione è, innanzitutto, ciò che non devo fare.</p>
<p>La sequenza logica dell’edificare, per me è:</p>
<p>“Io tenderei di natura a fare questo.<br />
ma questo è male.<br />
io questo non lo devo fare.<br />
Solo così farò il bene.&#8221;</p>
<p>cioè, la parola edificante è associata a un costruire integro e forte.<br />
proprio della pietra scartata dai costruttori: perché è proprio attraverso quella che si può e si deve costruire (edificare) la testata d&#8217;angolo, quella che saprà sostenere tutto.<br />
edificare va bene, sì, ma la pietra più importante dell&#8217;edificio sarà proprio quella che gli altri hanno buttato via.<br />
l&#8217;edificare per Nostro Signore, infatti, sembra essere sempre stato collegato al male, allo sbagliato, all&#8217;erroneo. Allo scartato.<br />
cioè, si tratta di costruire, sì, ma forse su elementi incerti, a meno che quegli elementi base, per un rovesciamento che prima per cecità noi non avevamo colto, non contemplassero al proprio interno anche la solidità.</p>
<p>si tratta di costruire con una pietra che altri hanno eliminato.<br />
si tratta di chiedere a noi stessi uno sforzo enorme, per essere edificanti. si tratta di portare su noi stessi (e portare anche noi stessi, perché siamo o dovremmo essere proprio noi la pietra che il costruttore ha scartato) a diventare la pietra modello, quella che può sostenere tutto l&#8217;edificio.<br />
E si tratta di farlo con materiali di seconda scelta.</p>
<p>la parola &#8220;edificante&#8221; è la parola che attraverso l&#8217;esempio magistrale sa trasformare ciò che veniva buttato via in ciò che va addirittura da seguie per quanto è bello e perfetto.<br />
La parola che edifica è la parola che mi poneva di fronte al modello, e nei confronti della quale io dovevo avere la forza di portare il peso. Anche a costo di andare contro la mia stessa natura.</p>
<p>Mi chiedo, in questi ultimi anni del mio percorso, se sia proprio questo l&#8217;intimo senso della “parola edificante”.</p>
<p>oppure se la parola non si faccia, piuttosto edificante nel momento in cui mi si mostra.<br />
Cioè, non nel suo senso edificativo, ma in sé e basta.<br />
mi sono sentito portato ad avvicinarmi ad una parola (il Logos: non a caso, in principio era il Verbo; proprio il Verbo, lui, e il Verbo era in Dio e il Verbo era presso Dio. E il Dio non ha un senso: il Dio è il senso).<br />
mi sono sentito portato a cercare di avvicinarmi alla parola e basta, al qui e ora.<br />
Al parlare e basta.</p>
<p>ma mi sono chiesto se per caso non si potesse pensare che edificante è proprio l&#8217;osservare la parola in sé. l&#8217;ascoltarla.<br />
Così come non si tratta di parlare del Verbo, ma di guardarlo, di viverlo, momento dopo momento.</p>
<p>forse, anche il Verbo ha scelto di manifestarsi non tanto come significato del verbo, ma si manifesta anche nel verbo stesso.</p>
<p>seconda parte</p>
<p>“Gesù ha detto: se digiunate vi attribuirete un peccato, e se pregate, sarete condannati, e se fate l&#8217;elemosina, farete del male ai vostri spiriti. e se entrate in quelche paese e andate nelle campagne, se sarete accolti, mangiate quello che vi metteranno davanti, curate quanti fra loro sono malati.<br />
Infatti, ciò che entrerà nella vostra bocca non vi contaminerà; ma ciò che esce dalla vostra bocca, questo vi contaminerà.”</p>
<p>È la parola a contaminare.<br />
È proprio la parola, il suo senso, il suo potere, la sua potenza, il male.</p>
<p>terza parte</p>
<p>anni fa ho scritto questa specie di intermezzo, una specie di racconto.<br />
ve lo leggo.<br />
si intitola: Le parole</p>
<p>&#8220;Le parole stanno attaccate alla pagina.<br />
Talmente incollate che se piego il libro e lo alzo<br />
e lo metto in verticale, alcune, le più deboli,<br />
si staccano per cadere e frantumarsi sul tavolo,<br />
mentre altre, le più tenaci,<br />
avranno bisogno invece di uno scossone più forte al foglio per capitolare sgretolandosi, una ad una.</p>
<p>Io poi le ritroverò, ormai singoli pezzi di parola,<br />
sul piano del mio tavolo.<br />
Mi avranno fatto l’ennesimo regalo, cadendo:<br />
di lasciare ancora il foglio bianco, com’era in origine.<br />
Permettendomi di vedere, ancora una volta, intatta,<br />
la pagina, nella sua bella e originaria forma bianca.&#8221;</p>
<p>Ecco, concludendo:</p>
<p>La parola è edificante quando mi mostra tutta la sua materia, il suo colore, la sua grana. quando atraverso una voce e tutti i suoi difetti, le sue inflessioni dialettali, i suoi stati d&#8217;animo, ha voglia di farsi accogliere da me.<br />
la parola è edificante quando mi mostra me stesso nell&#8217;atto di pronunciarla.<br />
la parola è edificante quando sento voi che la ascoltate. ora, proprio ora.<br />
…troppo tardi… è passata, è stata sosituita da un’altra.<br />
la parola è edificante perché è umile e transeunte. sa farsi da parte, senza doversi contraddire, ma già sapendo che la propria fine sarà, probabilmente, quella di essere prima o poi dimenticata.<br />
la parola è edificante quando mi manifesta il miracolo di esserci, ma non solo, mi illumina col miracolo della comprensione. quando allude a questo preciso istante e a nessun altro, quando mi diverte, quando mi si scaglia addosso come un&#8217;ondata travolgente di senso, la parola è edificante quando trascende se stessa e apre, squarcia il mondo e lo riempie di senso e illumina il nostro cammino incerto e oscuro, apparentemente casuale, contraddittorio, sempre in balìa degl eventi che ci sovrastano. la parola è edificante quando sbuffa e si chiude in se stessa.<br />
quando ha l&#8217;umiltà di non esserci, in certi momenti della vita, perché si è fatta da parte.<br />
la parola è edificante, quando scelgo proprio questo mezzo per raccogliere emozioni sparpagliate per terra e raccoglierle, unificarle, ordinarle e coordinarle in un discorso.<br />
La parola è edificante quando mi esce dalla bocca con la stessa forza e sincerità con la quale è entrata.<br />
Quando sa accogliere i pezzi, gli arti staccabili del corpo di un burattino per unirli, tenerli compatti e<br />
Facendo passare chi la possiede dalla frammentarietà del corpo del buratino all’unità dell’uomo.<br />
La parola è edificante quando fa di me che proprio qui e ora sto parlando, una persona.<br />
È la parola che ci rende individui.<br />
Per questo è edificante.</p>
<p>E per questo il verbo  &#8211; dio &#8211; ha scelto di essere parola per manifestersi. Perché senza la parola non ci sarebbe nemmeno il Verbo.<br />
grazie.</p>
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		<title>Letteratura e verità, 1: emozioni. Gli interventi.</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2003 15:08:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Giulio Mozz]]></category>
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					<description><![CDATA[I testi di Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Giulio Mozzi e Massimiliano Nuzzolo che saranno letti durante l'incontro <b>Letteratura e verità, 1: emozioni</b>, che si svolgerà a Padova  lunedì 3 novembre 2003.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I testi di Romolo Bugaro, Umberto Casadei, Roberto Ferrucci, Marco Franzoso, Giulio Mozzi e Massimiliano Nuzzolo che saranno letti durante l&#8217;incontro <a href="https://www.nazioneindiana.com/archives/000218.html"><strong>Letteratura e verità, 1: emozioni</strong></a>, che si svolgerà a Padova presso il Multisala Pio X (MPX) lunedì 3 novembre 2003, sono disponibili <a href="http://giuliomozzi.clarence.com/archive/images/Letteratura1.doc"><strong>qui</strong></a> in formato Word. (Non li posto direttamente in Nazione Indiana perché sono più di venti pagine).</p>
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