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	<title>Marco Pasi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il silenzio di Miłosz</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2015 05:36:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di Marco Pasi &#160; Ho appena finito di leggere Vado a vedere se di là è meglio, di Francesco M. Cataluccio.[1] Per chi ha fatto certi viaggi oltrecortina a una certa età, e ama la letteratura dei paesi slavi, è una lettura non solo piacevole ma direi indispensabile. Nel 1977, poco più che ventenne, Cataluccio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Marco Pasi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho appena finito di leggere <em>Vado a vedere se di là è meglio</em>, di Francesco M. Cataluccio.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a> Per chi ha fatto certi viaggi oltrecortina a una certa età, e ama la letteratura dei paesi slavi, è una lettura non solo piacevole ma direi indispensabile. Nel 1977, poco più che ventenne, Cataluccio se ne andò a studiare filosofia a Varsavia. Era l’inizio di un amore per la Polonia che col tempo ha reso Cataluccio uno dei conoscitori più fini e sensibili in Italia della storia, della cultura e della letteratura di quel paese. Non se n’è servito per una carriera accademica, il che torna a suo merito, ma piuttosto per portare da noi come traduttore e curatore quanto di buono si è scritto e pensato laggiù negli ultimi cento anni. <span id="more-55133"></span>Il libro è pieno di aneddoti e storie raccontate con brio e intelligenza, di viaggi e incontri letterari non solo in Polonia ma anche in altri paesi slavi, e fa pensare più di una volta all’inarrivabile A.M. Ripellino. In un capitolo, Cataluccio parla di un convegno di scrittori che si tenne a Budapest nell’estate del 1989. In quei mesi migliaia di tedeschi orientali, presentendo la fine dell’Impero dell’Est, raggiungevano la capitale ungherese, nella quale passavano qualche giorno prima di procedere verso la frontiera con l’Austria. Presto si sarebbero aperte le cataratte dell’oceano sovietico, e l’Europa intera avrebbe conosciuto il suo primo momento di euforia collettiva dalla fine della guerra. Ma prima che ciò avvenisse, si teneva su quelle stesse rive del Danubio questo stupendo concistoro letterario, la cui lista di partecipanti fa oggi una certa impressione. C’erano alcuni grandissimi dell’Europa centrale e orientale: Czesław Miłosz, Danilo Kiš, Josif Brodski, Milan Kundera, ma anche superstar letterarie di altre latitudini, come Nadine Gordimer e Salman Rusdhie. C’erano i nostri Claudio Magris e Giuseppe Pontiggia. E c’era Cataluccio, che ne ebbe dunque esperienza diretta. Alcuni aneddoti che riporta sono gustosi, come la sua serata con Miłosz nella stanza d’albergo di Kiš, scolandosi una damigiana di whisky da cinque litri che il premio nobel polacco aveva portato dall’America (dal che si desume che le restrizioni sull’importazione di alcolici erano stranamente poco rigide nell’Ungheria tardo-comunista, o che qualche eccezione poteva essere fatta per il vincitore di un premio nobel). Mentre leggevo mi sono però reso conto che avevo già sentito dire qualcosa su quel convegno. Ma dove? Ci penso, mi torna in mente: era nel bel libro di Emmanuel Carrère su Eduard Limonov uscito qualche anno fa.<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> Lo riprendo in mano, ed effettivamente trovo subito il passo in cui si parla del convegno di Budapest. Anche lo scatenato Limonov a quanto pare vi aveva partecipato, e Carrère narra le sue gesta in quell’occasione, tra cui una simpatica rissa con uno scrittore inglese che aveva osato parlare male dell’Unione Sovietica. Limonov in teoria era uno scrittore russo dissidente, ma i suoi rapporti con il regime sovietico e con la storia del suo paese erano un po’ più complicati di quelli della maggior parte dei dissidenti di allora. Non che casi come il suo non si siano mai visti: il tipo che se vive in un regime totalitario rischia continuamente di essere deportato in qualche campo di lavoro, ma se poi il regime scompare non se ne fa una ragione, si dispera e comincia a gridare al complotto. Come se gli avessero tolto la sedia da sotto il sedere. Ah, nostalgia della disciplina che non abbiamo mai potuto sopportare!</p>
<p>Fatto sta che i resoconti dei due libri sembrano procedere su due binari paralleli: Cataluccio di Limonov non fa proprio parola, mentre Carrère cita Miłosz solo di sfuggita come uno dei partecipanti al convegno. Affascinato dalla figura di Limonov e allo stesso tempo perdutamente innamorato di Miłosz, devo assolutamente sapere di più su questo eccezionale sabba letterario in limine mortis sovieticae. Comincio quindi a spulciare internet, e salta fuori quasi subito un articolo pubblicato all’epoca sul <em>New York Times</em>, in cui si dice che uno dei momenti notevoli del convegno fu un acido battibecco tra i due durante una discussione plenaria…<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> Un battibecco proprio tra Limonov e Miłosz, ho letto bene? Una scena troppo bella per essere vera. Possibile che Cataluccio, che sa tutto di tutti, e nel suo libro ne racconta di belle sulle sue avventure, se lo sia perso? E se non se lo è perso, come mai non ne parla? Ma non è il suo silenzio (né quello, speculare, di Carrère) che mi interessa qui.</p>
<p>Sembra quindi che durante la lezione inaugurale del convegno Miłosz abbia parlato del patto Ribbentrop-Molotov del 1939 come del peccato originale dell’Europa contemporanea, cosa certo comprensibile per un polacco. E soprattutto per un polacco che aveva vissuto quegli eventi in prima persona e che, dopo tanti anni di amarezze personali e di esilio, ancora ne subiva le conseguenze. Era con quel patto, o meglio con un suo segreto codicillo, che Hitler e Stalin si erano messi d’accordo per spartirsi le spoglie di una Polonia smembrata per l’ennesima volta. Da lì era cominciata quella spaccatura dell’Europa che nel 1989 ancora durava, e di cui non si era certi allora di poter vedere la fine, nonostante la fine fosse ormai così prossima. Quale occasione migliore per ricordarlo di un convegno che, per circostanze fortuite, si teneva proprio nel cinquantesimo anniversario di quel sordido preludio allo scoppio della guerra? Durante la successiva discussione Limonov prese però la parola e, di fronte a un’assemblea attonita, rinfacciò a Miłosz che la Polonia non si era certo comportata diversamente quando, nel 1938, la Cecoslovacchia era stata fatta a pezzi da Hitler. La Polonia aveva in effetti partecipato all’osceno banchetto, approfittando della situazione per papparsi un pezzettino di Slesia meridionale che apparteneva al suo disgraziato vicino. Con che coraggio poteva fare la vittima per quello che le era successo dopo? Quale dignità morale poteva rivendicare di fronte alle armate naziste e sovietiche che la invadevano, se lei stessa si era comportata in modo simile appena un anno prima con un vicino inerme? Limonov aggiunse poi che era tempo di smetterla di dare le colpe di tutto all’Unione Sovietica, dimenticando troppo spesso che furono le sue armate a liberare Auschwitz.</p>
<p>Questo diceva Limonov nella calda, fatidica estate del 1989 a Budapest, di fronte a un pubblico di scrittori non proprio noti per il loro filosovietismo… Sostiene il resoconto del <em>New York Times</em> che, di fronte alle stoccate polemiche di Limonov, Miłosz tacque. Il poeta premio Nobel, invitato tra i più prestigiosi e autorevoli del convegno, non rispose, non disse nulla. Ma perché? Non c’era davvero nulla da dire? Limonov parve forse a Miłosz un esagitato, magari anche un provocatore, figura non rara nei paesi d’oltrecortina durante l’era sovietica? Per questo, se ne dovrebbe desumere, non volle degnarlo di una risposta? Difficile pensare invece, soprattutto per chi come me è in preda al più tenero innamoramento nei suoi confronti, che Miłosz si sia trovato davvero in imbarazzo, che non abbia saputo cosa dire. Forse non ricordava il comportamento della Polonia durante la crisi cecoslovacca del 1938? No, questo semplicemente non è possibile, non per uno che conosceva così bene la storia del suo paese, e che visse quegli avvenimenti in presa diretta. Forse era annebbiato da un piccolo, improvviso rigurgito di nazionalismo, che gli impediva di ammettere le malefatte del suo paese dopo averne appena ricordato il ruolo di vittima simbolica della storia europea contemporanea? No, del tutto assurdo, se se ne conosce tanto l’opera quanto la biografia. Ci deve essere un motivo se Miłosz rimase in silenzio. Un motivo che sicuramente non saprò mai, a meno che Miłosz non l’abbia in seguito detto a Cataluccio durante la serata trascorsa con lui e Kiš sorseggiando whisky, e Cataluccio non si decida un giorno a dirmelo. Nel frattempo, non posso fare altro che immaginare quello che Miłosz <em>deve</em> aver pensato dopo la sparata di Limonov, anche se non lo disse. In fondo, non importa che non lo disse. Forse non importa nemmeno il motivo per cui non lo disse: io so che lo pensò.</p>
<p>Ebbene, Miłosz pensò questo: “Caro Limonov, non è liberando Auschwitz che le armate sovietiche si conquistarono una qualche dignità morale. Auschwitz venne liberata semplicemente perché era sulla strada per Berlino, non perché era Auschwitz. E infatti, quante decine di Auschwitz erano sparse sul territorio siberiano, prima, durante e dopo Auschwitz? Quale sorpresa, quale indignazione poteva riservare la distruzione sistematica dell’uomo a chi ne aveva già da tempo prodotto e affinato i meccanismi altrove? Le armate sovietiche non liberarono Auschwitz per riscattare l’uomo in quanto uomo dalla sofferenza, dalla tortura, dalla morte violenta e ingiusta. Liberarono Auschwitz così come l’onda, nel momento in cui si rompe sulla battigia, solleva un pezzo di legno dalla sabbia per posarlo solo un po’ più in là. In una sabbia, oltretutto, già intrisa del sangue di Katyń. Quanto alla Polonia, hai ragione caro Limonov, le sue sofferenze non giustificano i suoi peccati, e in quell’occasione essa si comportò come un avvoltoio. Non è certo il fatto di essere polacco che mi impedisce di vedere il male che inflisse ad altri, il suo egoismo, la sua avidità, la sua colpevole ingenuità. Non cercherò attenuanti nella sua storia recente o lontana, che pure non sarebbero difficili da trovare. No caro Limonov, per quanto una parte di me sia legata in modo primitivo e viscerale alla Polonia, più importanti di lei sono i sentimenti di umanità che trascendono qualunque frontiera e che dovrebbero unirci tutti in una sola aspirazione al bene, dopo essere stati troppe volte traditi dal meglio. La Polonia ha certamente peccato nei confronti di quei sentimenti, in quel torbido, orrido 1938, così come molte altre volte nel corso della sua storia. Di questo ogni polacco dovrebbe essere cosciente. Ma in quanto uomo, e non in quanto polacco, so anche che il sistema sovietico fu l’esatta antitesi di quei sentimenti, ne fu la negazione e la scientifica distruzione. Nessuna vittoria militare, nessuna liberazione di un campo di sterminio potrà mai cambiare questo dato di fatto. Se noi oggi siamo qui non è per condannare o difendere questo o quel paese, che sia la Polonia o la Russia, entrambi vittime o carnefici in diversi momenti della loro storia, ma per affermare l’importanza di alcuni valori come unica zattera di salvezza per l’umanità, prima che la marea del nulla ci sommerga.”</p>
<p>Io so con assoluta certezza che Miłosz pensò questo, perché so che quello in cui credeva è agli antipodi esatti di questa Europa odiosa e insopportabile che oggi ci affligge e di cui però, stupidi sentimentali che siamo, non possiamo fare a meno. Non ne possiamo fare a meno perché abbiamo visto, toccato con mano e sognato, quando vedere, toccare e sognare erano ancora pieni di una magia e di una speranza che nessun Limonov avrebbe potuto spegnere. Per questo, non per altro, Miłosz è ancora vivo e può parlare oggi attraverso di me.</p>
<p>Nell’estate del 1989 anche io ero a Budapest, ma non seppi di quel convegno né allora né poi per molti anni. Sono sicuro di averne letto per la prima volta proprio nel libro di Carrère, e quindi non prima di un paio di anni fa. Ero troppo giovane, troppo distratto e immaturo per saperne qualcosa nel 1989, anche se una strana premonizione mi aveva portato là proprio in quel momento. Mi dà una certa pena sapere che avrei potuto assistere al dialogo sordo tra Limonov e Miłosz, essere partecipe già allora del detto e del non detto. Mi consola pensare che quello che non avrei potuto sentire allora con le parole, lo sento ora con la mente e con il cuore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>°</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Francesco M. Cataluccio, <em>Vado a vedere se di là è meglio. Quasi un breviario mitteleuropeo</em>, Sellerio, Palermo 2010.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Emmanuel Carrère, <em>Limonov</em>, Adelphi, Milano 2012.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-admin/post.php?post=55133&amp;action=edit#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Henry Kamm, “Writers, Meeting in Budapest, Warm to a Concept”, <em>The New York Times</em>, 22 giugno 1989. Disponibile presso: <a href="http://www.nytimes.com/1989/06/22/books/writers-meeting-in-budapest-warm-to-a-concept.html">http://www.nytimes.com/1989/06/22/books/writers-meeting-in-budapest-warm-to-a-concept.html</a> (consultato il 14 giugno 2015).</p>
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