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	<title>mare &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La casa al mare &#8211; Luca Lucchesi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Sep 2017 12:00:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La casa al mare racconto inedito di Luca Lucchesi &#160; Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame. Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni. – Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke! Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em><strong>La casa al mare</strong></em></h3>
<h3 style="text-align: center">racconto inedito di Luca Lucchesi</h3>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-69768 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg" alt="" width="390" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-300x206.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-768x528.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-1024x704.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi-100x70.jpeg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/09/Casa-al-Mare-Acquarello_Luca-Lucchesi.jpeg 1073w" sizes="(max-width: 390px) 100vw, 390px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mare è guasto. Ci risiamo. Ora di pranzo, sono sola, ho fame.</p>
<p>Gli schiamazzi arrivano dal ristorante. È chiuso. Un compleanno, dieci anni.</p>
<p>– Adesso tutti seduti! È arrivato il momento del karaoke!</p>
<p>Non c’è proprio verso di odiarli questi bambini. Anche se un po’ mi scoccia dover cucinare.</p>
<p>La prima che va al microfono è la festeggiata: abito da prima comunione, imbuto bianco rovesciato sulla vita, la testa in alto, strozzata. Il testo scorre sul televisore in alto ma lei non guarda neanche. Deve essersi preparata. La conosce a memoria. L’animatrice passa il microfono ad un bambino che per fortuna si vergogna. Per un po’ non canta più nessuno.</p>
<p>Io e Leonardo ci frequentiamo da sette anni. Sul nostro tavolo di ieri hanno messo i regali. Al posto di Leonardo c’è seduto un orso di peluche a grandezza naturale. La mia sedia l’hanno usata per ammucchiare le scatole vuote di tutte le fate e principesse in mostra sul tavolo. È una cosa strana da vedere. Come una metafora. Scatto una foto con il telefonino. Gliela mando. Mi poggio al muretto, guardo sotto: il mare si sta mangiando l’ultima striscia di spiaggia. Il messaggio non parte. Non c’è rete oggi alla scogliera.</p>
<p>Ieri era domenica ma il mare era calmissimo. Con Leonardo siamo stati in acqua fino al tramonto. Poi siamo venuti qui a mangiare la pizza. “Un rosso di sera bel tempo si spera, per favore.” Il cameriere ci ha messo un po’ a capire. Ha fatto una risata di cortesia. Ci ha portato il rosso della casa. Leonardo non è di queste parti. Io ci vengo solo d’estate. Sono di qua. Ma nessuno ci scommetterebbe.</p>
<p>Risalgo a casa. Non so se spalancare le porte all’afa o innalzare una trincea di serrature e imposte. Devo decidermi e fare montare il condizionatore.</p>
<p>Un signore accorcia la cenere della sigaretta sui gerani dei miei vicini. Deve essere uno che ha portato il figlio alla festa di sotto. Mi alzo di scatto e gliene dico due. Lui si scusa ma non lo so da dove mi è uscito il coraggio.</p>
<p>La mia vicina è morta la settimana scorsa. La casa è bellissima, grande. Sembra costruita per custodire un tesoro. È proprio attaccata alla mia.</p>
<p>Magari la trovavo che stendeva la biancheria. Poi un discorso tirava l’altro. Era bello parlare con la signora. Era facile.</p>
<p><em>Dentro</em> casa non ci siamo invitate mai. Rimanevamo solo in piedi, così, come due vicine di casa appoggiate alla ringhiera che separa i loro terrazzini.</p>
<p>Da me ci sono le belle-di-notte. La signora me le annaffiava quando non c’ero. Io non mi sarei mai permessa di ricambiare il favore. Quei gerani sono davvero una cosa preziosa.</p>
<p>Ho incrociato l’avvocato ieri mattina. Io e Leonardo ci prendevamo il caffè in terrazza. Gli ho fatto le condoglianze. Non sono brava in queste cose. Mi ha detto che non viene più volentieri adesso che è solo. Preferisce rimanere in città. I figli non scendono più come prima. Il lavoro, i nipoti. Le cose che la vita mette davanti.</p>
<p>“Senza di lei questa casa è un ulivo marcio”. Ha detto così. Io non l’ho mai visto un ulivo marcio. Mi sono commossa. Leonardo mi ha abbracciato, ma era una di quelle cose teatrali sue, come al solito. L’avvocato poi ci ha chiesto se lo accompagnavamo a cena stasera. Ma Leonardo è andato via stamattina presto. Ci andrò da sola.</p>
<p>La moglie dell’avvocato se la sarebbe presa subito casa mia. “Tu sei sola, che ci fai qui? È un posto per famiglie! Pigliati qualcosa in un posto più alla moda!” E rideva.</p>
<p>Certo sarebbe un bell’affare se decidesse di venderla. Sfondando la parete della cucina potrei allargare. Casa mia è proprio minuscola. A malapena sono riuscita a mettere un divano-letto per gli ospiti. Forse Leonardo si convincerebbe pure a portare Nanni.</p>
<p>Lei è rimasta in cinta quando già ci frequentavamo da più di un anno. Dopo Nanni io mi sono allontanata. Lui si strappava i capelli. Per quattro anni è andata avanti così. La solitudine si mangiava ogni giorno un pezzo della mia rabbia. Poi lo scorso inverno mi è venuto a trovare a lavoro e mi ha detto che aveva chiesto il divorzio. Secondo me però è stata lei a chiederlo. La causa dovrebbe chiudersi quest’autunno. Sono cose lunghe.</p>
<p>Quando passo la mano sui fianchi sento la seta che si spettina. Ho messo il vestito leggero, quello turchese. Adesso non ho più un granello di rabbia addosso. Mi è rimasta solo una solitudine grassa nel cuore.</p>
<p>Abbiamo ordinato un antipasto della casa e una grigliata di pesce del giorno. L’avvocato dice che è fresco sicuro.</p>
<p>Leonardo non ha ancora risposto al mio messaggio. Gliel’ho rimandato di pomeriggio quando sono andata in paese a fare la spesa. Mi ha dato un passaggio il figlio di Concetta. Sono stata per più di un’ora in giro ma niente. Ho solo ricevuto un messaggino da Sara. È a Dubai a trovare la figlia. Lavora in uno di questi grattacieli. Mi ha mandato una foto con la vista dal suo hotel. Mi è venuta una vertigine a guardarla.</p>
<p>Un giorno farò anche io una figlia. Se ne andrà a studiare anche lei lontano e a lavorare se ne andrà ancora più lontano. Chissà quando la rivedrò a nostra figlia. Una volta all’anno. Magari qui nella casa al mare, una casa più grande, con uno squarcio nella parete della cucina.</p>
<p>La prima bottiglia se ne è andata. Sono un po’ brilla. Lo dico all’avvocato. Lui stringe i pugni sul tavolo, poi si mette a ridere.</p>
<p>– Tanto non devi guidare.</p>
<p>– Così ubriaca non sono.</p>
<p>– L’unico pericolo sono gli scogli e il mare in tempesta.</p>
<p>– Come vi siete conosciuti con la… <em>signora?</em></p>
<p>Sono molto imbarazzata. “<em>La signora</em>”, “<em>la moglie dell’avvocato”</em>. Non ci siamo mai presentate. Io ero la sua vicina di casa, lei la mia. Non c’era bisogno di chiamarsi per nome.</p>
<p>– …<em>Costanza.</em></p>
<p>Lo sussurra. Sembra anche lui sentire per la prima volta il suono di quel nome. Leonardo non mi chiama mai per nome. Io non faccio altro che dire <em>Leonardo</em>, <em>Leonardo</em>. Lui dice <em>amore</em>, <em>gioia</em>, <em>piccolina</em>.</p>
<p>– Tutto questo cemento è colpa di mio padre in un certo senso. O forse è grazie a lui se non è andata peggio. Seguiva i lavori alla marina. Costanza si metteva su quello scoglio quando smontava dalla tonnara. Io ero il figlio dell’ingegnere ma a lei non l’avrebbe intimorita nemmeno il figlio di dio in persona. Non dimenticherò mai l’odore delle mani di Costanza quando le ho baciate la prima volta…</p>
<p>Il vento è fastidioso. Per fortuna la veranda un po’ ripara. Mi giro istintivamente a contemplare le nostre due case.</p>
<p>– Voglio vendere. A <em>voi</em> interesserebbe?</p>
<p>– A <em>noi</em>?</p>
<p>– Sì, a te e Leonardo dico.</p>
<p>Poi dico una cosa stupida.</p>
<p>– Da qui sembriamo appoggiate l’una alla schiena dell’altra.</p>
<p>Il tavolo vibra, Leonardo finalmente. Il vento deve aver trascinato le antenne dal monte fino a quaggiù. Mi sento un burattino appeso ai fili elettromagnetici della Wind.</p>
<p>&lt; Che fai? &gt;</p>
<p>Chiedo al cameriere di farci una foto. La mando a Leonardo.</p>
<p>&lt; Salutami l’avvocato. Te l’ha regalato lui l’orso? &gt;</p>
<p>&lt; No era la festa di compleanno di una bambina stamattina… &gt;</p>
<p>&lt; Ah, OK &gt;</p>
<p>&lt; Che c’hai? &gt;</p>
<p>Il messaggio non parte, ci risiamo.</p>
<p>L’avvocato tossisce. Che figura. Gli faccio vedere la foto, sorride.</p>
<p>– Potreste essere tu e Leonardo fra quarant’anni. Lui, se è fortunato, invecchia come me. Su di te invece non ho alcun dubbio…</p>
<p>Arrossisco.</p>
<p>– Costanza si è ammalata l’anno scorso. Un bel regalo che ci ha fatto Gesù bambino per Natale. Sono entrato in salotto e ho visto l’albero: sulla punta, a mo’ di stella, c’era una bottiglia di alcool che ancora sgocciolava. Costanza era in cucina che preparava, come se niente fosse. Mia figlia si è spaventata, si è fatta il segno della croce. Mio genero ha tolto la bottiglia e ha portato l’albero fuori in giardino. Abbiamo fatto un falò. I bambini a piangere, non ti dico. Tumore al cervello non operabile. “Farà cose straordinarie, la troverete estrosa, una specie di pazza allegria. Poi il cancro andrà in giro e si prenderà il resto di lei. Un mese o un anno, non dipende da noi”. Sto medico è una cosa inutile. E noi ce lo siamo tenuti una vita. Di giorno Costanza dormiva, di notte la portavo a passeggio sul lungomare. Se c’era la luna piena si faceva il bagno, nuda, e voleva che la fotografassi. Io ovviamente non ci ho mai avuto il coraggio di scattare, facevo finta, prendevo il cellulare e lo puntavo verso di lei, facevo solo il gesto, così. Mi diceva: “Te le guardi quando ti senti solo”. Era una cosa bellissima: la luna piena; Costanza nuda che si tuffava in acqua…</p>
<p>Io ordino un caffè, lui prende un amaro.</p>
<p>Sono scesa in spiaggia. Un po’ sola, un po’ Concetta mi ha fatto compagnia. L’avvocato l’ho incrociato, ma niente più di buongiorno e buonasera. Ci siamo ripresi la nostra lontananza di vicini, come se nulla fosse. Mostrarsi vulnerabili è la cosa più difficile.</p>
<p>Faccio la valigia. Chiudo acqua e gas, stacco la luce. Di solito lasciavo le chiavi alla signora. Bussavo e gliele facevo scivolare sotto la porta.</p>
<p>Ora che ci conosciamo la potrei chiamare per nome.</p>
<p>Le direi: “io sono Anna. Costanza è un nome bellissimo. Se lo avessi saputo prima, il nostro sarebbe stato un rapporto diverso. Ti avrei invitata in casa, per cena. Ti avrei chiesto di svelarmi il segreto dei tuoi gerani”.</p>
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<hr />
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<p><i>Luca Lucchesi è nato e cresciuto (un po’) a Palermo. Dal 2009 vive a Berlino dove si occupa, sotto variegate spoglie, di cinema e televisione. Gli piacerebbe un giorno mettere la testa a posto e cominciare a scrivere sul serio. La Casa al Mare è un estratto dalla raccolta inedita di racconti “Nacusilia”.</i></p>
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		<title>Moby Dick, storie di mare e resistenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 08:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[balena]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Coletti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>testo e foto di <strong>Dario Coletti</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-005/" rel="attachment wp-att-47284"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47284" alt="mare 005" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-005.jpg 472w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sono in mare in prossimità di Porto Paglia, vicino Gonnesa, imbarcato su un vascello. È il dieci giugno 2010 e compio cinquantuno anni. Respiro profondamente. L’aria è fresca, il sole è tiepido, guardo l’orizzonte e sorrido. Guardo, respiro, sorrido. Sono esattamente dove ho voglia di stare con l’ambizione di fare quello che mi piace, sono io che ho voluto e progettato questo momento. L’ho desiderato tutte le volte che ho attraversato il mare per raggiungere quest’isola o per tornare a casa, ogni volta accompagnato da un’emozione diversa, o spinto da obiettivi e speranze sempre nuovi. Il bello del navigare è che da quando ci si lascia alle spalle la costa, anche di pochi decine di metri, si comincia immediatamente a rievocare storie universali che anche se fantastiche diventano plausibili e ti riconciliano con le motivazioni dei viaggiatori leggendari: Ulisse, Achab, Santiago, il vecchio uomo di mare o il cambusiere Ransome. La distesa dell’azzurro e il ritmo delle onde mi guidano in un altro viaggio, più profondo, in un luogo dell’anima dove tutto si annulla e dov’è possibile riscoprire l’andamento del moto universale. Inizio il mio viaggio nel tempo. Se sono qui nel blu e se respiro avidamente è perché il mio corpo ha bisogno di ossigeno quanto la mia mente di pace.</p>
<p>Tempo: due anni prima. Luogo: una stanza di ospedale con circa quattordici letti. Il protagonista sono io in un doppio ruolo: un primo io è in sospensione magica, intento a osservare un secondo io seduto su una poltrona accanto a un letto disfatto. Delle due presenze, la prima si manifesta come un flusso di energia trasparente, antropomorfa, la seconda ha una consistenza materiale, non sembrano dialogare tra di loro; c’è molta luce ed è tutto bianco in questa camerata. Gli altri abitanti di questo luogo si muovono dentro ai loro letti, lo fanno lentamente, sembrano immersi in un tempo che si chiama attesa. L’io seduto, quello ferito, legge un libro. Sembra che la lettura riesca a placare il dolore, quanto quel liquido trasparente che attraversando un congegno idraulico scorre nel suo sangue. Effettivamente sembra che le avventure dei balenieri riescano a portare la mente dell’io seduto fuori del corpo, a sospingerlo su ignote rotte alla ricerca di verità. A un tratto l’io seduto guarda verso il luogo dell’io sospeso ancora intento a osservare. Quando i due sguardi s’incontrano, una forza prepotente sembra attrarre l’ombra verso il corpo, l’aria verso la terra, fino a farli corrispondere, fino alla fusione. C’è una smorfia sul viso dell’io unificato, mentre nella coscienza affiora la promessa d’intraprendere, se salvo e appena possibile, la vita del mare, sia pur per breve tempo, sia pur solo per fotografare. È questo il pensiero che balugina nella mente dell’io unificato; luccica come il dorso argenteo di questi pesci stesi sul ponte del vascello al sole.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-13/" rel="attachment wp-att-47285"><img decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47285" alt="mare 13" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-13-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Riemergo dal passato e mi trovo in un’agitazione fatta di movimenti sincronizzati, urla e comandi, un caos che confluisce in un clamore unico, un boato che mi risveglia e ritorno di nuovo pienamente cosciente. In mare. Sapientemente, rispondendo agli ordini di un capo giovane dagli antichi saperi, uomini di mare ritmano il destino di un centinaio di tonni incanalati nelle reti. I tonnarotti a ritmo tirano le funi e chiudono definitivamente ogni via d’uscita a questo banco di tonni, escludendo qualsiasi spazio alla speranza. Urla ritmate e movimenti sincronizzati che caratterizzano l’azione sulla superficie del mare si contrappongono sotto il pelo dell’acqua a disperazione e disordine. Le pinne cominciano ad affiorare, il quadrato di mare che si stringe nella schiuma, emergono dorsi argentati; annaspando pesci di cento, duecento chili tentano di sfondare il perimetro di questa gabbia mortale. Cerco con gli occhi il vecchio rais siciliano dagli occhi chiari di normanno. È sul ponte della barca, lo colgo mentre scruta quel quadrato di mare agitato. L’aspetto è fermo ed eccitato, deciso e compassionevole. Sembra un giovane di 70 anni, consapevole del suo ruolo. Mi appare come un antico cerimoniere. Quando la camera della morte è chiusa, per un attimo tutto si ferma, i tonnarotti stanno immobili ai bordi delle imbarcazioni con rampini e ganci pronti alla raccolta. È un momento solenne che sa di preghiera, di richiesta di perdono per l’eccidio previsto e immanente. Un grido rompe quest’atmosfera, seguito da un clamore di voci. Comincia la mattanza. Le reti affiorano e i primi tonni vengono issati sul ponte. Si dimenano in un ultimo desiderio di vita. A breve tutto è sangue, il mare si colora di rosso, il ponte della barca e tutti noi siamo imbrattati di sostanza vitale.</p>
<p>Gli uomini scattano a un ritmo che ricorda la catena di montaggio: affondano ganci e funi nella vasca e tirano su enormi pesci. C’è eccitazione, esaltata dal clamore delle code che sbattono sulla superficie dell’acqua e sulle murate delle imbarcazioni e dal rosso del sangue che dilaga. Emergendo dal caos infernale che domina la scena, mi appare, come in un sogno, un tonnarotto: è saldamente ancorato sulla murata della nave e aggancia pesci medi e li trascina sulla barca. È la storia di un passaggio, un distacco dal proprio ambiente vitale, inteso come smarrimento, stupore per tutti, per il carnefice e la vittima. È qui che tutti comprendiamo il dolore.</p>
<p>A ogni arrivo, per suggellare la fine della storia, il vice rais affonda il coltello sotto la pinna del tonno a cercarne il cuore. Qualcuno s’immerge nel mare e nel sangue per far durare il meno possibile questa mattanza. L’eccitazione del sangue pervade i sensi, l’istinto è quello di gettarsi in acque limpide per purificarsi, e poi tornare verso la terraferma, pulito dal sangue degli animali sacrificati. Il pensiero è una via d’uscita per allontanarsi dal rumore della morte, per tornare alla normalità del calore del proprio focolare al buon vino bevuto al bar con gli amici di sempre. L’imperativo è allontanare il pensiero della morte.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/01/16/moby-dick/mare-76/" rel="attachment wp-att-47286"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-47286" alt="mare 76" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg" width="472" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/01/mare-76-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
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<p>Non è ancora il rosso e non è più il blu che comanda il pensiero dell’uomo seduto con il libro sulle gambe e gli occhi chiusi. Ora è il bianco della schiuma marina, dei ventri di questi pesci ammassa- ti nelle stive del vascello. È ancora il bianco della balena, simbolo dell’irrefrenabile istinto di libertà, indomito, che diventa vendicati- vo e terribile al solo pensiero di subire limitazioni. È il bianco del mistero che, quando diventa assoluto, quando ci circonda in ogni parte del nostro essere, quand’è fuori e dentro di noi, ci riporta all’immagine del mare bianco, immerso in un’immota nebbia che inghiotte Gordon Pym nel suo ultimo misterioso viaggio.</p>
<p>Ora nello stanzone è sera, l’uomo unificato è nel letto, poggiato su cuscini che lo tengono eretto, il capo all’indietro, gli occhi chiusi, e nella mente oscurata da questo buio cercato si affaccia una frase che sa d’incoscienza: io sono la balena bianca, indomita, se vuoi prendermi morte, fallo, ma non chiedermi il permesso.</p>
<p>Dopo la battaglia, durante il rientro, l’orizzonte blu ci accompa- gna discreto, ipnotico, catartico, conclusivo. Lo osservo, senza mai abbassare lo sguardo, per tutto il tragitto.</p>
<p>Al largo di Portoscuso, 10 giugno 2007</p>
<p><em>[Dario Coletti è fotografo professionista e coordinatore del Dipartimento di Fotogiornalismo dell’ISFCI a Roma. Il testo e le foto sono tratte da: “Il fotografo e lo sciamano, dialoghi da un metro all&#8217;infinito”, Edizioni Postcart, Roma, 2013]</em></p>
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		<title>Il male veniva dal mare (Marino Magliani intervista Giuseppe Conte)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2013 06:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Conte]]></category>
		<category><![CDATA[Il male veniva dal mare]]></category>
		<category><![CDATA[intervista]]></category>
		<category><![CDATA[liguria]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
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					<description><![CDATA[MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>MM Il mare. Dalla Liguria dei costoni rivolti all&#8217;opaco, è lì ma è più dei turisti che tuo. Troppo facile. Il mare non si risolve mica così, con una battuta. Alla fine quelli come me non ci si mettono neanche, manca il coraggio. Provo a dirmi: sei stato mozzo sul Corsica Ferry, qualche mese&#8230; Ma il mare? Non è andarci noi, esplorarlo, è farlo emergere. Era questa la sfida, Giuseppe Conte, dopo aver scritto<i> Il terzo ufficiale </i>con i vascelli carichi di schiavi e dolore, e <i>La Casa delle onde</i>, l&#8217;aria inzuppata che hanno respirato Shelley e Byron? Era<i> Il male veniva dal mare</i> (NdR: Longanesi, 2013), il romanzo al quale lavoravi da anni per chiudere la  grande trilogia del mare?</p>
<p>GC La Liguria ha due mari. Uno è quello dei turisti o peggio ancora dei bagnanti. Un mare qualunque, scialbo come la sagoma di un ombrellone, addomesticato, sempre un po’ freddo, totalmente insignificante. Poi ha un altro mare. È quello delle navi, della Repubblica di Genova, dei capitani di Porto Maurizio che partivano da qui per varcare Capo Horn, il mare grandioso e solitario che sta dirimpetto alle scogliere dei Balzi Rossi, che fronteggia le Alpi sino a Savona e poi il verde degli Appennini, che rende tutto verticale e fa di tutto una visione e un miraggio, un mare d’avventura e di metafisca, un mare interiore e terribile, che a noi non resta che guardare, contemplare, seguire nel suo movimento incessante. Io ho cominciato a capire il mare quando sono tornato in Liguria dagli anni passati nelle metropoli del Nord, a Milano soprattutto, e poi anche a Torino. Quando ero un adolescente, non me ne fregava niente del mare, come della campagna. I miei orizzonti erano esclusivamente urbani. Via Cascione a Porto Maurizio (allora era davvero una via viva) era la mia Oxford Street, il mio Boulevard Saint-Germain. Mi vedevo e sognavo in città. I miei parenti materni sono forse gli unici liguri che risiedendo in Liguria da più di quattro secoli non abbiano conservato un pezzo di terra. Poi, i terreni comperati da mio padre a Diano Arentino e a Baiardo e che ho ereditato li ho tutti venduti: ho commesso il sacrilegio di vendere gli alberi. Ma era fatale che prevalesse lo sradicamento. Io amo vincere la forza di gravità, avere radici verso l’alto. Il mare, come gli alberi e i fiori, li ho scoperti tornando. Allora mi aggiravo tra le ville di Sanremo a cogliere gli estremi sussulti di una vegetazione in splendore. Gli agapanti, gli acanti. Solo dei corrotti possono pensare che sono fiori e nomi preziosi, da bandire. Sono fiori comuni, democratici, selvatici alle volte, basta avere occhi selvatici per vederli. E poi pian piano la mia attenzione si è rivolta al mare. Mare padre, per il Montale di &#8220;Mediterraneo&#8221;. Mare madre, per chi pensa in francese. Mare delle origini, mare della vita. Nei miei romanzi , il mare c’è subito, penso al diario della mareggiata che corre lungo tutta la vicenda raccontata in <i>Equinozio d’autunno </i>ambientata a Baiardo. Una Baiardo che poteva anche essere in Irlanda, per me andava bene lo stesso. Ma certo nei miei ultimi romanzi il mare diventa davvero protagonista, non so se si tratta di una trilogia, caro Marino, ma tu hai colto bene il filo che passa dal <i>Terzo ufficiale</i> a <i>La casa delle onde</i> a questo <i>Il male veniva dal mare</i>. Un mare di libertà e di schiavitù (l’edizione greca del <i>Terzo ufficiale</i> ha intitolato: <i>Schiavi della libertà</i>), un mare scuola di vita, un mare rigurgitante di visioni e di miti, diventa il mare amato da Shelley e Byron, il mare dell’utopia e della bellezza. E infine questo mare, in <i>Il male veniva dal mare</i>, quello di oggi e di un futuro vicino, sempre più avvelenato, infestato da isole di plastica, teatro di morte e di distruzione. Il mare è il filo conduttore. Quello reale e quello fantastico, delle mitologie e delle visioni , che non può essere ucciso dalla avidità e dalla violenza dell’uomo. Il mio è un libro riparatorio. Un libro di resistenza. Senza moralismi e senza soluzioni pronte. Il mare è simbolo della stessa profondità, complessità, tempestosità dell’anima umana. Per chi crede che esista una corrente di energia spirituale che chiamiamo anima, e che esiste un fruitore di questa energia che chiamiamo essere umano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM È un mare che ci ha osservato, ci ha spiato (con le sue meduse, la grande invenzione del romanzo), e noi nel frattempo l&#8217;abbiamo sporcato. Una delle cose importanti di questo romanzo è stata quella di legare felicemente l&#8217;invenzione al grido di dolore oceanico: parlo tra l&#8217;altro dell&#8217;isola della spazzatura, la <i>Great Pacific Garbage Patch.</i></p>
<p>GC Le meduse sono esseri misteriosi e bellissimi. Primordiali, dovevano essere sul pianeta alle origini dei tempi e della vita. Ci sono stupende immagini di meduse che flottano e pulsano in una sequenza enigmatica di <i>The tree of life </i>di Terence Malick. Io mi sono letteralmente innamorato delle meduse. Tutti le odiano sulle spiagge. Come se fossero loro ad attaccare l’uomo, e non l’uomo a sbattere contro di loro nello spazio che appartiene a loro. Mi sono innamorato della loro leggerezza, trasparenza, luminosità, capacità di pulsare e di danzare. Sono stato anche colpito dalla rapidità del loro degrado, un mutamento repentino dalla bellezza all’orrore è quello che capita a loro quando vengono catturate e gettate sulla sabbia; da creature splendide diventano orribili ectoplasmi. Come la Medusa della mitologia greca, ragazza dai capelli bellissimi che una maledizione degli dèi trasforma in mostruosi serpenti. Nel romanzo, le meduse portano notizie dalle profondità. Non solo dai fondali feriti dallo sversamento dei rifiuti tossici, ma anche dalle profondità dello spirito della vita. La vita è venuta dal mare. Se il mare muore, siamo tutti fottuti. E gli uomini, presi in un gorgo di corruzione, incoscienza, miseria spirituale, non se ne rendono conto. Allora una specie più evoluta di quella degli umani viene a ricordarci tutto. A farci pagare tutto. Certo, i due simboli chiave del romanzo sono le meduse e la meganave <i>Sirena</i>. La meganave che trasporta sedicimila anime e chissà quante migliaia di fusti di sostanza tossiche nel suo interno. Un Leviatano, una balena bianca senza nessun Capitano Achab, una che gli uomini stessi si sono costruiti, dopo avere cacciato e ucciso tutti i cetacei dal pianeta. La scoperta che nel Pacifico, ma ormai anche nell’Atlantico, esistono isole di rifiuti plastici, isole inabitabili e di morte, su cui si immolano a milioni uccelli di mare e pesci, grandi ormai come una parte degli stessi Stati Uniti, è stata capitale per la storia immaginata da questo romanzo. Che sembra un romanzo fantastico, forse lo è, ma contiene credo una dose di realtà superiore a quella ristretta di certi romanzi sedicenti realistici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Siamo nel terzo decennio del secolo XXI, a Nizza, sulla spiaggia, un barbone, a poca distanza di tempo, s&#8217;imbatte in due cadaveri. Due giovani donne di colore, bellissime e mutilate. A Cavallero, un commissario che annega la sua malinconia ingozzando salumi e formaggi, toccano le indagini. A Nyamé, un giovane giornalista tocca scriverne sul suo giornale. Il mare luccica e ribolle come popolato da distese di famelici piraña. È luce di meduse. Si muovono non distante da una grossa nave, la più grande della storia marina, che ha gettato l&#8217;ancora nella Baia degli Angeli.</p>
<p>GC Sì,  il romanzo contiene molti fatti, privilegia movimento e avventura, è una mia scelta precisa, antinovecentesca, meno ingenua di quello che i miei avversari credono (non si ricordano mai che a ventisette anni ho pubblicato  un libro, <i>La metafora barocca</i>, che oggi è in tutte le biblioteche europee e americane, e che da allora la mia consapevolezza del manufatto letterario è particolarmente acuta, ma forse è per questo che i miei avversari mi attaccano, perché “rompo” come ebbe a scrivere una volta Aldo Nove (in fondo il più simpatico tra quelli che mi detestano). Mi interessano poi le trame come disegni del destino e i personaggi come grumi di movimenti dell’anima. Poi ai miei personaggi dò anche corpo, linguaggio idiolettico, coscienza etica, rilievo simbolico, un gran lavoro, insomma. Anche questa volta. Quattro anni, non so quanti rifacimenti, quante parti sacrificate, lavoro sempre come un Don Chisciotte, quello di Unamuno e Turgenev, l’incarnazione di un idealismo utopico, che avevo da ragazzo e ho mantenuto. A 16 anni sognavo di cambiare la letteratura italiana. A 67 continuo in questo sogno del cazzo, che non vale niente. Ma io sono fatto così. E, almeno in Francia e in America, qualcuno crede che dopo <i>L’Oceano e il Ragazzo</i> (1983) la poesia italiana un po’ è cambiata. Col romanzo ci provo ancora. Con romanzi “fuori schema e fuori legge”, come ha scritto di <i>Il male veniva dal mare</i> Sette del Corriere della Sera. Mi piace essere un fuorilegge. Aspetto che gli sceriffi della legalità romanzesca vengano a catturarmi. Se ce la fanno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Racconta qualcosa dei personaggi, dei libri che amano.</p>
<p>GC Marlon, il senzatetto che sempre più lettori considerano centrale nel romanzo, legge soltanto due libri, <i>Le metamorfosi</i> di Ovidio e <i>Foglie d’erba</i> di Whitman. Una colossale enciclopedia di mitologie antiche e eterne e una colossale celebrazione della istantaneità della vita e dell’universo. Dice più volte che non ha bisogno di altro. Il commissario Cavallero, di origini piemontesi, legge Jean Giono. Mark Breton, il direttore del giornale dove lavora Nyamé legge Borges e ne tiene un poster in redazione. Il suo vice Zeno legge una scrittore immaginario, autore di un romanzo sulla crisi di impotenza creativa di un trentenne e un  quarantenne che si chiama Franco Andrea Corti.  Questo nome dovrebbe dire a qualcuno che l’autore è immaginario ma che forse rispecchia un autore reale, forse due.</p>
<p>Quanto alle mie letture , sinora le recensioni uscite hanno parlato di influenze di Borges,Verne, Conrad, Melville, Stevenson, Neihardt, Jack London, Philip Dick, Victor Hugo, Mario Soldati, Italo Calvino, Cormack McCarthy, Murakami.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>MM Ci parli di cosa hai fatto per ripulire la costa da mafie, cemento, corruzione?</p>
<p>GC Non certo tutto quello che basta. Ci vorrebbe una pulizia ben più radicale. Una tabula rasa. Non sono per i compromessi, in questa fase storica, ma per la lotta frontale, anche durissima. Ho soltanto scritto editoriali per il quotidiano di Genova. Senza paura e parlando chiaro, da uomo libero e da libero scrittore. Ma mafie cemento e corruzione sono ancora lì. Certe volte penso che scrivere sia poco. Ma poi mi dico che è tantissimo. Almeno per me. Che ho sempre vissuto per scrivere. Qualunque cosa, ma scrivere, che per me è come respirare e nutrirmi. Scrivere. Contrapporre la propria scrittura alle brutture e alle barbarie della società. Farne intravedere una migliore. Lascia che i miei avversari (spesso sono linguaioli che davanti a qualunque potere se la fanno ampiamente sotto) ridano. Io rido più di loro. E sono in buona compagnia.</p>
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		<title>Pesca e oceano nel Pacifico occidentale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 05:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alexander Hofford]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[greenpeace]]></category>
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					<description><![CDATA[Alexander Hofford è un fotografo di Hong Kong da anni molto attivo nel mondo della pesca industriale e della tutela delle specie naturali a rischio. Sono famose le sue campagne sui danni che l&#8217;industria delle pinne di squalo arreca all&#8217;ambiente marino. Nel 2011 ha viaggiato con Greenpeace nell&#8217;oceano Pacifico occidentale e a Palau, scattando una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-42233" title="an illegal Philippine 'mother ship' outrigger, fishing illegally in Palau waters." src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg" alt="" width="510" height="330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085.jpg 510w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/04/PacificPix-085-300x194.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 510px) 100vw, 510px" /></a><span id="more-42232"></span></p>
<p>Alexander Hofford è un fotografo di Hong Kong da anni molto attivo nel mondo della pesca industriale e della tutela delle specie naturali a rischio. Sono famose le sue campagne sui danni che l&#8217;industria delle pinne di squalo arreca all&#8217;ambiente marino. Nel 2011 ha viaggiato con Greenpeace nell&#8217;oceano Pacifico occidentale e a Palau, scattando una serie di fotografie di grande bellezza. Alcune sono da brivido, come le foto fatte in immersione all&#8217;interno di una tonnara, altre documentano cose che non sapevo, come l&#8217;uso dei corpi morti come aggregatori di pesce (FAD, fish aggregating devices).</p>
<p><a title="Alexander Hofford's Pacific photos with Greenpeace" href="http://www.alexhofford.com/node/2396" target="_blank">A Portrait of the Western Pacific Ocean &#8211; Industrial Fishing and Natural History.</a></p>
<p><em>Nella foto: an illegal Philippine &#8216;mother ship&#8217; outrigger, fishing illegally in Palau waters.</em></p>
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		<title>Da: Il mare alto. Inediti di Renata Morresi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Feb 2009 10:00:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Babino]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[mare]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Cristina Babino Il mare alto è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto. Questa raccolta di inediti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra.jpg" alt="infra" title="infra" width="520" height="371" class="alignnone size-full wp-image-14758" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra.jpg 520w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/02/infra-300x214.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 520px) 100vw, 520px" /></p>
<p>di <strong>Cristina Babino</strong></p>
<p><em>Il mare alto</em> è una linea d’orizzonte. Quella che si intravede in certi giorni dalle colline che ci sono familiari. Quella che si scopre all’improvviso, nella sua carica ovvietà, dalla prospettiva abbassata di una spiaggia. Che ci riconduce alla nostra infinitesima dimensione, che ci rimette al nostro posto.<br />
Questa raccolta di inediti è una cattedrale in costruzione. Non ha ancora una forma definitiva, né un numero di mattoni stabilito; è un <em>work in progress</em> di cui si possono però saggiare già la solidità delle fondamenta, i tratti caratterizzanti e le discontinuità di una ricerca stilistica che sa farsi cifra a un tempo individuale e indicativa di una via, di uno degli infiniti percorsi possibili di ricerca del senso, e della sua espressione poetica. Una <em>quȇte</em> fatta di un graduale, faticoso riconoscersi sempre più in se stessi e nella propria rappresentazione del mondo: per quanto fatta di scarti, di frenate, di sorpassi e ripensamenti emozionali, prima ancora che formali.<span id="more-14757"></span><br />
Rispetto ai precedenti (rintracciabili in rete, tra l’altro, <a href="http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article477">qui</a> e <a href="http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2008/01/18/reanta-morresi-album-di-famiglia-ii/">qui</a>), questi nuovi testi di Renata Morresi ci affrontano con la nitidezza di un verso rifinito, ricercato non più nella sontuosità ingegnosa del gioco di lingue e di parole, nell’abilità evidente e mal dissimulata del mestiere, ma nell’esattezza di un dettato qui scarnificato, asciugato come per lavorio di una marea fatta d’indagate inflessioni e riflessioni. Un procedimento “a levare” che ad ogni verso si fa chiarezza, ma stratificazione di senso e consapevolezza al tempo stesso. Così nella prima sezione della raccolta,  <em>Dominio delle cose</em>, sono gli oggetti nella loro banale quotidianità a parlare dai luoghi che gli sono abitualmente propri, e da cui traggono ogni giorno giustificazione al loro uso e al loro essere. La tv, la tavola, persino il vino parlano per <em>monologhi</em> che contrappongono alle istanze di un “io” oggettuale insospettabile &#8211; e ora disvelato &#8211; un “voi” che tutti ci identifica, ci livella, ci contiene. E’ il canto dispiegato delle cose che scuote noi involontari interlocutori, lasciandoci nello sbigottimento appeso di <em>«grucce / rimaste a dondolare»</em>, che ha la dolenza di un rimprovero, un andamento a tratti astioso e fermo, quasi d’invettiva: <em>«che cosa potete sapere / del perdersi se / è sempre il vicino / che guardate morire»</em>.  Altre volte invece è la prospettiva stessa delle cose, la loro usata materialità, a penetrare commosse per osmosi in un recinto tutto umano e personale di sentire, solidificate in immagini d’un  concretismo quotidiano, privatissimo: <em>«Si girava / bene la città con gli strani / famigliari, senza perdersi / nulla, la forma di carriola / in pancia, molte ossa / in giuntura mobilissima / di mollette da bucato»</em>.<br />
La sezione centrale, <em>Il mare alto</em>, s’allontana dalla dimensione d’ogni giorno, entra nella realtà parallela e sospesa della vacanza estiva, della vacanza dalle consuetudini di sempre, per farsi però paradossalmente nuovo ciclo di azioni ripetute, d’una routine soltanto traslata e ricomposta. Così il campeggio, eletta quinta vacanziera, si fa microcosmo ricreato ancor prima che ricreativo, somma di monadi e universi che di tenda in tenda raccontano il carapace chiuso delle proprie solitudini, il tentativo di conservazione della specie attraverso la conservazione delle proprie rassicuranti abitudini, dalle quali si finge però,  almeno una volta l’anno, di fuggire. La vita del campeggio fatta di numeri seriali, di immatricolazioni, di date d’arrivo e partenza, di regole condivise per il bene del vivere comune, di gesti quotidiani spiati ai vicini (<em>«un cocciare di stoviglie schiuse»</em>), di presenze d’un tratto stranamente familiari (<em>La signora delle pulizie</em>), di telefonate a casa («<em>tuo padre / che sta dentro il quadrato del telefono / come quando sei nato»</em>), e persino della teoria di ciabatte parcheggiate fuori dalle tende, <em>«né da uomo né da donna. Ciabatte / umane, buone al viaggio verso Marte»</em>: oggetti, di nuovo, semplici, banali persino, che nell’assemblaggio si caricano, con slancio rinnovato e quasi dadaista, di significati straniati, inaspettati. Proprio come la strada che apre il capitolo <em>Dal treno</em>,  una strada a cui si dà del tu perché conosce ognuno dei nostri passi di bambini, i prodigi di un’immaginazione incontenibile, i luoghi normalissimi che sembravano incantati, straordinari: <em>«Strada di cartelli che via eri /  (…) portavi all’officina di babbo / portavi la mia ferramenta / di sogni e Rumi, tutti rotando / come dolcissimi cannoli.» </em>C’è tutta una vita &#8211; una bellezza &#8211; nelle cose, che solo nella chiarezza matura e disadorna dello sguardo di chi la sa vedere si fa restituire.</p>
<p>Da <em>Dominio delle cose</em></p>
<p>Monologo del vino: </p>
<p>“Sono stato nella terra<br />
quando ancora io non era</p>
<p>Credimi: la terra è una porta<br />
che porta al nostro nulla</p>
<p>Sulla sua soglia crescono<br />
case fatte di posti, rovi, cervelli<br />
vestaglie gonfie di fantasmi<br />
giorni lunghi esattamente<br />
spaesate<br />
	    case<br />
		  di saponette<br />
rinsecchite e grucce<br />
rimaste a dondolare. </p>
<p>Voi io voi io voi io<br />
che cosa potete sapere<br />
del perdersi se<br />
è sempre il vicino<br />
che guardate morire?</p>
<p>Se noi stiamo insieme<br />
vi farò quasi bene<br />
vi farete lontano.”</p>
<p>*</p>
<p>All&#8217;una</p>
<p>Dall&#8217;una a mezzanotte all&#8217;una,<br />
mescolate le parti<br />
mandate a memoria<br />
i sé distorti dal vizio<br />
di parlare, tutti i pezzi<br />
di parenti, di polente,<br />
sogni spossati<br />
come fantasmi di pietra </p>
<p>			   si girava<br />
bene la città con gli strani<br />
famigliari, senza perdersi<br />
nulla, la forma di carriola<br />
in pancia, molte ossa<br />
in giuntura mobilissima<br />
di mollette di bucato.</p>
<p>Compiaciuta d&#8217;elevarmi<br />
per nessuno senza<br />
mollare alcuna crepa<br />
o rottame o il chilo<br />
di mezzanotte,<br />
il chilo dell&#8217;una. </p>
<p>*</p>
<p>Da  <em>Il mare alto</em></p>
<p>Campeggiatori</p>
<p>Intorno brulica l&#8217;attività<br />
segreta della specie, occultata<br />
in un cocciare di stoviglie schiuse.</p>
<p>*</p>
<p>Ciabatte</p>
<p>Ciabatte sparse fuori dalla tenda<br />
né da uomo né da donna. Ciabatte<br />
umane, buone al viaggio verso Marte.</p>
<p>*</p>
<p>La signora delle pulizie</p>
<p>Rosamarina spazza profumata<br />
di selva rumena. <em>Mulsumèsc</em><br />
mi insegna e io credo alla radice</p>
<p>slava, mil-, alle lievi scorribande<br />
di luglio fino alla Lettonia,<br />
l&#8217;amore che t&#8217;insegna a sillabare. </p>
<p>*</p>
<p>Regole</p>
<p>Dalle 2 alle 4 è in voga la quiete<br />
e come d&#8217;abitudine s&#8217;affoga.<br />
La regola di scrivere non spiega</p>
<p>altro ma le rive sassose e la falesia<br />
potrebbero perfino non vederla,<br />
non distinguere il granaio del mare</p>
<p>dalla frutta disposta per colore<br />
o il cocomero nell&#8217;acqua fresca<br />
dalla divisa uncinata del sole.</p>
<p>*</p>
<p>Posizione</p>
<p>C&#8217;è una tenda verde così alta da starci<br />
in piedi e due amache messe a fianco<br />
a strisce rosse e azzurre dove non ho</p>
<p>mai visto nessuno dondolare, stare<br />
in piedi. La posizione orizzontale<br />
sul mare ci livella frontali al cielo</p>
<p>increspature in superficie, miracolo<br />
del morto contro tesi darwiniane,<br />
muscolo a medusa, cuore di derive.  </p>
<p>*</p>
<p>Telefono</p>
<p>Alle sette chiamiamo tuo padre<br />
che sta dentro il quadrato del telefono<br />
come quando sei nato</p>
<p>come nel quadrato del miracolo<br />
che costruimmo senza un lato</p>
<p>*</p>
<p>Mare alto</p>
<p>Sulla groppa del bufalo notturno,<br />
costone ricciuto del promontorio,<br />
il mare alto si beve il mio sguardo. </p>
<p>Se lo beve per intero, mi sta<br />
sopra non come a riva dove arriva<br />
schiacciato sotto i fianchi. Chi lo sa</p>
<p>come si vede il mare? Come finge<br />
di stare per una ed essere molte<br />
figure che non una sa capire.</p>
<p>*</p>
<p><em>Dal treno</em></p>
<p>Strada di cartelli che via eri<br />
dalle casi popolari di San Marone<br />
lungo i pioppi verso ovest<br />
portavi all&#8217;officina di babbo<br />
portavi la mia ferramenta<br />
di sogni e Rumi, tutti rotando<br />
come dolcissimi cannoli.</p>
<p>Dal treno ti vedevo, salutavo,<br />
per scherzo il fazzoletto appeso<br />
al finestrino volò fuori, sul campo<br />
volò avvolgendosi a se stesso, spinto<br />
di nuovo in alto gonfio d&#8217;aria<br />
girando in vortici volò lontano<br />
lo persi di vista sopra il campo perfetto. </p>
<p><em><strong>Renata Morresi</strong> è laureata in lingue e dottore di ricerca in letterature comparate; attualmente insegna lingua e letteratura inglese d’America all&#8217;Università di Macerata. Si occupa di poesia, critica culturale, femminismo e letteratura angloamericana. Sue poesie sono pubblicate in “Nodo sottile 4”, a cura di V. Biagini e A. Sirotti (Crocetti, Milano, 2004), “Lo stormo bianco”, Premio Tina Accardi, (D&#8217;if, Napoli, 2004) e “L&#8217;opera continua”, a cura di G. Vincenzi, (Perrone, Roma, 2005). Nel 2005 ha curato con Marina Camboni la raccolta di saggi e traduzioni “Incontri transnazionali: modernità, poesia, sperimentazione, polilinguismo” (Le Monnier, Firenze). La sua prima monografia critica, “Nancy Cunard: America, modernismo, negritudine”, è stata pubblicata nel 2007 per i tipi di Quattroventi, Urbino.</em></p>
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		<title>Lo stato delle cose in Occidente II</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 12:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Massimo Rizzante «All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;» Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica. La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Massimo Rizzante</strong></p>
<p>«All’inizio il dono dell’arte si manifesta attraverso la malattia. A volte mi sento una creatura in cui coesistono innumerevoli spiriti: l’artista 1, l’artista 2, l’artista 3&#8230;»<br />
Di ritorno dal Sud Tirolo, trovo queste parole registrate da una voce umana nella mia segreteria telefonica.<br />
La riconosco: è quella di Nedko Serbajenov, un «essere scelto», un «eletto», un «veggente», un «pittore» sintonizzato con ’universo. Ogni sua opera possiede un suo stile. Non ho dubbi: Serbajenov rappresenta a mio avviso l’ultima frontiera dell’arte visiva: nessuno, neppure Serbajenov, è in grado di stabilire quando il suo essere sarà sequestrato da uno dei suoi innumerevoli spiriti. Chi sarà l’autore del suo prossimo quadro? L’artista numero 1? L’artista numero 2? O l’artista numero 3, 4, 5&#8230;?<span id="more-13259"></span> Senza contare le combinazioni possibili tra i singoli elementi di ogni artista con quelli di tutti gli altri.<br />
Quando si contempla una delle sue tele, si approda in un isolotto lontano da ogni arte concettuale dei nostri giorni: da tutta questa diarrea artistica che ha trasformato il talento (<em>talant</em>, in russo) in un marchio scioccante e ripetitivo il cui solo senso coincide con il suo valore commerciale: tutti questi piccoli Damien Hirst, tutti questi geni del box-office del terrorismo visivo.<br />
Serbajenov non si ripete mai. Non può farlo. E come potrebbe? La collezione di spiriti che si dibattano nella sua anima è infinita e sconosciuta.<br />
Ho detto «anima», ma la parola è inadeguata. Il dono dell’arte, secondo Serbajenov, non ha nulla a che vedere con le nostre profondità. Egli, in realtà, subisce uno slittamento di ciò che nel nostro linguaggio puerile chiamiamo «stato di coscienza». È precisamente in quel momento che uno dei suoi «antenati» lo trasporta sotto la sua ala e lo separa dal mondo di quaggiù. La pittura, la poesia, non sono altro che una manifestazione sciamanica. Lo scopo dell’arte non è quello di scioccare o di ferire, ma di placare quella massa confusa di tristezza e di dolore che ogni persona sente mordere nelle fibre del suo corpo. Il corpo visibile e il «corpo invisibile», come dice Serbajenov. È quest’ultimo che ci lega ai nostri «antenati»: la vita di un uomo incomincia prima della sua nascita e non termina con la sua morte. Ciò significa che ogni uomo è sempre circondato da una grande aureola di corpi invisibili che fluttuano come foglie autunnali nel vortice del tempo.<br />
Lo scopo sciamanico di ogni artista del XXI secolo è perciò quello di prender su di sé la sorda sofferenza di ogni uomo, diventare il catalizzatore del Male accumulato nel corso dello sviluppo diabolico della storia del XX secolo ed educarsi a entrare in contatto con i corpi invisibili dei suoi antenati. Pena: la morte.<br />
Serbajenov è nato nella Siberia estremo-orientale alla fine degli anni trenta del secolo scorso, precisamente a Jakutsk, capitale della Jakuzia. Suo padre era un fisico delle particelle elementari. Sua madre, Alejandra Pozharnik, era un’ebrea russa. La sua famiglia, allo scoppio della rivoluzione d’Ottobre, era emigrata in Argentina, a Buenos Aires, dove Alejandra è nata nel 1919. Dopo aver studiato alcuni anni con il pittore e poeta Juan Soro de Planas, nel 1937, spirito libero e nomade, decide di conoscere il paese dei suoi antenati visibili e invisibili.<br />
Nel 1938, in uno dei periodi più cupi delle purghe staliniane, sbarca a Vladivostok. Qui, durante una serata letteraria a casa del poeta Piotr Tvardoskij, incontra Boris Serbajenov, amico d’infanzia di Tvardoskij e suo fratello astrale (erano nati nello stesso giorno e alla stessa ora), che lavorava in una centrale nucleare. I due, dopo neppure un mese, a causa di una soffiata di un collega di Boris sulle «ambigue» origini di Alejandra, sono costretti a fuggire da Vladivistok. Alla fine di un viaggio inenarrabile, raggiungono nel marzo del 1938 Jakutsk, dove viveva uno zio di Boris, un discendente di una lunga genealogia di sciamani della regione. L’anno seguente, in una cantina, verrà alla luce Nedko.<br />
Ho conosciuto Serbajenov dieci anni fa. Viveva già da tempo a New York. Era diventato ricco. Fra i suoi adepti c’erano molti oligarchi della nuova Russia di Putin, i quali per avere i suoi favori gli inviavano una volta al mese un jet privato. Nedko, con il suo immancabile blazer blu, saliva la scaletta lentamente. Non era mai in ritardo. Non aveva perso tuttavia la sua scorta di umanità: un giorno alla settimana era consacrato a ricevere nel suo ufficio-atelier di Manhattan ogni genere di paria e di apolidi che vivevano come vermi nella polpa putrida della Grande Mela. E non dimenticava neppure le babuske di Brooklin, che non avevano mai appreso la lingua dei «nemici del popolo».<br />
È stato a Parigi. Saint-Germain-des-Près. Ero al bistrot “Bonaparte” con Pascale Delpech, la moglie francese di Danilo Kis, l’ultimo scrittore jugoslavo, morto nel 1989, un mese prima del crollo del muro di Berlino.<br />
Pascale, a quell’epoca, aveva già tradotto tutta l’opera del marito. Faceva la spola tra la Francia e Pristina, la capitale del Kosovo, dove lavorava come interprete presso il distaccamento delle <em>Kosovo Security Forces</em>. Le aveva dato appuntamento per discutere la traduzione italiana di una raccolta di saggi di Danilo, <em>Homo poeticus</em>. Durante la conversazione, un uomo dai capelli bianchi e arruffati, che contrastano con il suo impeccabile abito blu, si avvicina al nostro tavolo e si accomoda. Si presenta come «un artista di origine russa». Io e Pascale ci guardiamo un istante negli occhi. La conversazione riprende. Afferrato il nostro argomento, «l’artista di origine russa» tenta di estrarre dalla tasca della sua giacca un enorme taccuino, così smisurato che per estrarlo è costretto ad affondare la mano nelle più profonde profondità. Finalmente, dopo aver strappato la tasca, ce lo mostra trionfante: «Consigli utili per ogni evenienza!».   </p>
<p>«Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è ciò che non si vede a occhio nudo»<br />
«Non occuparti di economia, di sociologia, di psicanalisi»<br />
«Sii consapevole che l’immaginazione è sorella della menzogna, e perciò pericolosa»<br />
«Non credere ai profeti, poiché tu sei un profeta»<br />
«Sappi che quello che non hai detto nei giornali non è perduto per sempre: è torba»<br />
«Non esaltare il relativismo di tutti i valori: la gerarchia dei valori esiste»<br />
«Non creare nessun programma politico, non creare nessun programma: tu crei dal magma e dal caos del mondo»<br />
«Non lasciarti persuadere di non essere nulla e nessuno: tu hai visto che i principi hanno paura dei poeti»<br />
«Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a ogni discussione»<br />
«Chi afferma che la Kolyma è altra cosa rispetto a Auschwitz, mandalo al diavolo».</p>
<p>Io e Pascale ci guardiamo un’altra volta negli occhi. Restiamo di stucco: quello che Serbajenov nel suo francese un po’ metallico ha appena finito di snocciolare è una scelta dei <em>Consigli a un giovane scrittore</em> scritti in serbo-croato da Danilo Kis nel 1984, tradotti da Pascale nel 1992 e pubblicati nella versione francese di <em>Homo poeticus</em> nel 1993 da Fayard.<br />
Un anno dopo ero a Boston, a casa di Keith Botsford, colui che mi aveva iniziato all’opera di Saul Bellow e che una dopo l’altra, come fossero state ostie consacrate, aveva posato sulla punta della mia lingua queste parole immortali: «<em>Nature cannot suffer the human form. The visible world sustains us until life leaves, and then it must destroy us</em>» (La Natura non può tollerare la forma umana. Il mondo visibile ci sorregge finché la vita ci lascia, poi ci deve distruggere).<br />
Una sera di novembre, verso la fine del mio soggiorno, Keith era al pianoforte, un magnifico Bösendorfer a coda modello Chippendale. La testa leggermente reclinata, stava eseguendo la <em>Sarabanda</em> della <em>Suite inglese</em> n. 5 di J. S. Bach. Mentre lo ascoltavo, sfogliavo distrattamente l’inizio del suo romanzo <em>Collaboration</em>:</p>
<p><em>Nature has not primed man or beast for losing. It watches the predator, not the prey. Examples of losing abound: being callously rejected by the man one loves, being beaten senseless by thugs, having one’s soul-destroyng secrets laid out in the public prints, learning that one’s children connive at your early death&#8230;</em></p>
<p>(La Natura non ha programmato l’uomo o l’animale alla perdita. Si preoccupa del predatore, non della preda. Esempi di perdita abbondano: c’è chi è respinto senza pietà da qualcuno che ama, chi è ucciso senza alcuna ragione da un invasato, chi vede i propri segreti più intimi e inconfessabili esposti sulle pagine della stampa, chi impara che i figli possono convivere con la sua morte precoce&#8230;).</p>
<p>Il vecchio telefono di casa Botsford squilla. Keith risponde. Alla fine della breve conversazione in russo, sfiorando il corpo del suo pianoforte, m’informa: «Era Serbajenov. Vuole vederti domani per colazione all’“Anthony Pier 29”».<br />
«Allora, Nedko, raccontami com’è nata quella che una volta hai chiamato la tua “vocazione sciamanica”&#8230;».<br />
«Non ci si meraviglierà mai abbastanza dell’onnipresenza della natura nella Siberia in cui sono nato: cielo, uccelli, alberi, animali di tutte le specie, la notte, e la neve&#8230; Era inverno. Avevo dodici anni e passeggiavo con mio zio Ivan in un bosco di cedri. D’un tratto mi sono ritrovato con il volto affondato nella neve: il suo biancore accecante tempestato da lampi di sole&#8230; «È bene che testa e cuore s’allontanino/ Dalla notte che tace/Ho visto il mattino di neve/Dalle luci gialle, come un tempo/Un cesto di frutti amari/ O erano bocche di leone?», canta il nostro poeta&#8230;<br />
Un medico aveva diagnosticato una crisi epilettica. Mio zio mi ha accompagnato da un vecchio sciamano della sua tribù. Lo sciamano, vestito di piume d’uccello, ha acceso un fuoco, alimentandolo con la corteccia della betulla che s’innalzava al centro della sua tenda: simbolo dell’albero cosmico che congiunge i tre mondi. Poi mi ha piantato in gola un tubo di vetro e ha aspirato dal mio corpo un liquido nero: lo spirito maligno che mi possedeva».<br />
«E il rimedio è stato efficace?», gli domando.<br />
«Posso solo dirti che in quel momento ho compreso di essere stato scelto. Le crisi si sono manifestate ancora diverse volte, ma con il trascorrere degli anni ho imparato a governarle. Diciamo che ho imparato a smembrare e a ricomporre il mio corpo. Prima di restituirmi la mia forma originaria, il “Creatore ozioso”, che attraverso il vecchio sciamano, amico di mio zio Ivan, aveva cacciato lo spirito maligno, ha deposto in me un dono: un diamante».<br />
«Il diamante dell’arte?», gli domando, mentre fuori comincia a nevicare sull’Atlantico.<br />
«Il diamante della malattia, mio caro, di cui l’arte non è che una manifestazione, Il mio compito è quello di guarire gli altri. E per guarirli è necessario possedere il diamante della malattia, cioè il dono di catalizzare i mali degli altri, di veder i loro mali riflessi nel prisma sacro del mio diamante, di imprigionarli nella sua luce, di trasformarli grazie alla sua luce&#8230; L’arte, in questo Occidente spogliato di mistero, ha bisogno di risvegliarsi ai sogni. E il solo modo di risvegliarsi ai sogni è quello di rivelare il sonno nel quale siamo immersi. I nostri sensi dormono, mio caro, raggomitolati come cani bastardi impauriti e senza padrone agli angoli di tutte le strade di questa città in decomposizione e senza vie d’uscita che chiamiamo “intelligenza”. Ma l’intelligenza è solo un ingrediente, non la zuppa. Conosco diverse specie di uccelli in Siberia che possiedono un’intelligenza superiore a quella di molti miei amici russi che continuano fraternamente ad ammazzarsi per un seggio alla Duma».<br />
«Lo sai, di recente ho letto <em>L’origine dell’uomo e la selezione sessuale</em> (<em>The Descent of man and Selection in Relation of Sex</em>, 1871) di Charles Darwin. Anche lui, questo infaticabile uomo di scienza, ha dovuto ammettere che uno dei nostri antichi progenitori aveva imparato a utilizzare la voce e a emettere il suo primo canto imitando un fringuello. Sembra che questa attitudine imitativa abbia influenzato il suo cervello a tal punto da produrre la prima formazione del linguaggio articolato. I fringuelli possiedono la nostra stessa struttura ritmica, capisci? Senza ritmo, nessun linguaggio. Senza poesia, nessuna prosa. Darwin, naturalmente, nel suo libro non si domanda per quale motivo l’uomo civilizzato non riesca più a comprendere il linguaggio del fringuello, cioè, in fondo, di uno dei suoi modelli ancor oggi più imitati (come ti spieghi, se no, il nostro attuale tasso di inquinamento comunicativo!). Ma credo che tu lo conosca: l’uomo non è più in contatto fisico con l’universo. Pensa che tutto ciò che è fuori di lui, alberi, animali, pietre, fringuelli, sia una proiezione di se stesso, del suo <em>intellectus</em>&#8230;».<br />
«Quello che dici mi fa venire in mente Nadezda Stepanova, un’affascinante sciamana siberiana, nata sulle rive del lago Bajkal, il nostro “mare”. L’ho conosciuta grazie a mia madre. In seguito alle campagne antireligiose di Stalin, i suoi genitori, per timore di una sua deportazione in qualche campo della Kolyma, le hanno proibito di manifestare il suo dono. L’ho incontrata all’inizio degli anni ottanta in un asilo per alienati. Il dono della malattia, che l’essere scelto dagli spiriti protettori degli antenati deve necessariamente attraversare, si era trasformato a causa della proibizione in una malattia vera e propria, un cancro. Le avevano asportato un seno. La vedevo aggirarsi nei corridoi poco illuminati dell’edificio, semivestita, il cranio rasato: mostrava con noncuranza una grande cicatrice rossa sulla parte superiore del torace.<br />
“Mi riconosci? – le ho domandato al momento della nostra breve conversazione. Sono il figlio di Alejandra, la <em>porteña</em>. È grazie alle tue visioni che ha incominciato a dipingere&#8230;”. La pelle del suo corpo nudo emanava una luce gialla, come quella delle bocche di leone della mia infanzia semisepolta dalla neve.<br />
“Certo, Nedko. Il fatto di essere pazza non mi impedisce di ricordare. Ne vuoi una dimostrazione? “Lei è nuda nel paradiso/che è diventata la sua memoria/Lei ignora da dove vengono le visioni/Lei non ha paura di saper nominare/quello che non esiste/Di spiegare con parole di questo mondo/che da me partì una nave portandomi via”. È una delle poesie che tua madre mi ha recitato in spagnolo qualche giorno prima di suicidarsi, la notte del 26 settembre 1972. Il 26, per la Cabala, è uno dei numeri nei quali si nasconde Javeh, mentre il numero 9 è sinonimo di spiritualità o di sessualità sublimata. Il numero 19 – che si ottiene sommando i numeri che formano la data della sua morte –, secondo l’antico sapere sciamanico, è il numero che rappresenta la Vita. Gli scienziati del XX secolo, che arrivano sempre con secoli di ritardo, hanno scoperto che dal momento dell’inseminazione il periodo di gravidanza ha la durata di circa 280 giorni, o più precisamente di 266 giorni o 38 settimane: 266 e 38 sono multipli di 19. Senza contare che il testosterone, secretato dal tessuto interstiziale dei testicoli, è uno steroide a 19 atomi di carbonio. Non abbiamo bisogno dell’intelligenza, Nedko».<br />
«È ancora viva?», gli ho chiesto. Fuori la nevicata imperversava. In mare una nave da carico sembrava aver messo radici sotto la coltre bianca.<br />
«Non saprei. Ho sentito dire che agli inizi del periodo della Perestrojka Nadia guidava il movimento sciamanico a Mosca. Sotto l’ala dei suoi dei protettori e di qualche padrino politico ne resuscitava i rituali che in Russia per settant’anni non erano più stati celebrati. Era diventata anche Professore emeritus di sciamanesimo all’Accademia della Cultura di Ulan. In una delle sue conferenze – che ho potuto leggere grazie a una delle mie allieve, la figlia di una discendente di Madame Helena Petrova Blavatskij, la fondatrice della Società teosofica – , tenuta all’Istituto delle Religioni Liberate della capitale, affermava che nella nostra epoca gli sciamani non possono più operare in segreto. È venuto il tempo, diceva, che essi condividano il loro dono. Anch’io, per questa ragione, mi dedico a insegnare ai miei adepti come instaurare un legame con i loro spiriti protettori, integrando questa conoscenza con alcune pratiche di levitazione allo scopo di apportare la chiarezza e la forza alla vita di ogni uomo. È vero che nella maggior parte dei casi fallisco: solo pochissime persone si ammalano di quella malattia sciamanica che è il dono supremo (non dimenticare che per rivelarsi questo dono deve riposare come un diamante grezzo nel grembo genealogico). Tuttavia, grazie al mio lungo tubo di vetro, riesco talvolta a svuotarli di tutta la loro individualità maligna, a estirpare dalle loro profondità inesistenti quella superstizione chiamata “io” e così facendo li guarisco, cioè li preparo al risveglio dei sensi e dei sogni: come tanti sterminati prati siberiani in attesa della primavera. C’è chi al momento del risveglio diventa fisico delle particelle elementari, chi naturopata, chi campione di scacchi, chi  intraprende il cammino dell’arte, soprattutto della pittura: dipingono gli spiriti che sono dappertutto fuori di noi e che gli uomini, di solito, raggomitolati come cani bastardi e addormentati a tutti gli angoli della loro cosiddetta vita cosciente, non vedono mai. Alcuni di loro hanno appena costituito un movimento artistico. La loro prima uscita alla Bennet Strett Gallery di Atlanta ha riscosso un certo successo. Il critico Joseph W. Raphelsson, di origine islandese, che ha fatto conoscere agli americani il più grande artista islandese del XX secolo, Jóhannes S. Kiarval, senza dubbio un artista sciamano – basta osservare il suo <em>Syn vid Selfljót</em> (<em>Visione sul fiume</em>, 1950) per convincersene –, nella sua presentazione al catalogo (Mouth and Foot Painting Artists, Atlanta, 2007) ha definito la nuova corrente “<em>Shamanic Informal Art</em>”».<br />
Da quell’incontro a Boston non ho più rivisto Nedko Serbajenov. Ricevo di tanto in tanto delle cartoline postali con i suoi disegni, “Il dio protettore”, “L’albero dalle piume d’uccello”&#8230;, delle chiamate telefoniche nella notte – Nedko se ne infischia del fuso orario – , delle e-mail dove mi tiene al corrente dei suoi spostamenti nel mondo di quaggiù – di quelli negli altri mondi può parlarne e scriverne soltanto in lingua buryat – o dei nuovi libri sullo sciamanesimo –  Daniel C.  Noel,<em>The Soul of Shamanism: Western Fanatasies, Imaginal Reaities</em>; Thomas Dale Kowalskij, <em>Shamanism: as a Spiritual Practice for Daily Life</em>, ecc. Condividiamo un amore smisurato – smisurato come il suo carnet parigino pieno di consigli – per Mircea Eliade. Lo slancio verso la «realtà transumana» che, secondo Eliade, impregna il gesto più banale di ogni civiltà, così come agisce da medicamento segreto in ogni opera d’arte, è ciò che ci unisce, me e il mio amico Nedko. E anche un’altra convinzione: «Ogni verità non scompare, ma si degrada trasformandosi in superstizione». Solo che, sempre secondo il maestro Eliade, di solito quello che gli uomini chiamano «superstizione» non è che una verità più profonda e dimenticata che non appartiene a nessun individuo.<br />
«Allora, Nedko, io e te non siamo che un insieme di ricordi immemoriali e niente ci appartiene, neppure quel tuo diamante, la cui luce riflessa, dopo aver attraversato tundre glaciali e cumuli di morti, ti è giunta dalla notte dei tempi».<br />
«Forse sì – immagino che mi risponda. Ognuno di noi è un tubo di vetro attraverso cui tutti i suoi morti respirano, restano a galla, blaterano, esprimendo così tutto quello che hanno taciuto per pudore, ignoranza o soltanto per mancanza di vanità».  </p>
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		<title>off/on</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Aug 2008 04:30:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Franz Krauspenhaar off Con quella maglia di Snoopy versante calamaro mi viene da piangere Warhol minestra, da una siepe maestra nasconditrice di falsi. Sembri uscita da una lavatrice, da una confezione Zuegg o cornflakes, da una piramide di latte, da un fiore esploso. Mi sembra di conoscerti: non giudiziosa, cadaverica, spongea, matrale, cutrunuta, ringhiosa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://Nessuna"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-7011" title="p1120412" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/p1120412-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>di <strong>Franz Krauspenhaar</strong></p>
<p><strong>off</strong><br />
Con quella maglia di Snoopy<br />
versante calamaro<br />
mi viene da piangere Warhol<br />
minestra, da una siepe maestra<br />
nasconditrice di falsi.<br />
Sembri uscita da una lavatrice,<br />
da una confezione Zuegg<br />
o cornflakes, da una piramide<br />
di latte, da un fiore esploso.<span id="more-6997"></span><br />
Mi sembra di conoscerti:<br />
non giudiziosa, cadaverica,<br />
spongea, matrale, cutrunuta,<br />
ringhiosa e arbitrale.<br />
E arrabbattona, succulenta ai<br />
soldi, leccalecca ai non fastidi.<br />
Semplice da bere, come sciroppo<br />
d’acero abbattuto al breakfast.<br />
Mi sembri scemunita con scimmie<br />
da zoo calvo, da zio indegno,<br />
da Pino Insegno blatta &#8216;s speaking.<br />
Quando morì Stefano l’unico<br />
che mi scriveva lettere era un nazi.<br />
Non dimenticherò questo scherzo,<br />
che nel male c’è un pugno di bene<br />
a volte. Ascoltando Ladyhawke<br />
cantare, mi pareva di sentire<br />
una lavanderia a gettoni frinire<br />
male, con getti d’aria calda.<br />
La Nuova Zelanda è il paese<br />
del pesce bollito. Il brodo di serpente<br />
è il tuo prossimo beverone per pulirti.</p>
<p><strong>on</strong><br />
Come zio Renny, berrò beveroni al cacao<br />
prima del tennis, fino alla morte,<br />
lancio dell’anima nello spazio<br />
1999, a 80 anni, Stato di New York. Se ci sei<br />
batti un colpo, solleva una coscia<br />
al mare monstrum dei ricchi, allo yacht<br />
di George Clooney. Si alzi la matrace<br />
curvilinea mossa del mare sporco<br />
in una estate di scogli avanzati,<br />
di ciclopiche isole-davanzale, poste<br />
davanti a tramonti-mare estate 2008,<br />
con trent’anni di ricordi subissanti.<br />
Sei nell’oblio-mutanda fiore. Non hai<br />
che da scegliere il lingotto dove fondere<br />
le tue catene forza otto. La chiglia afro<br />
del mio orologio d’oro balena al sole,<br />
come orafo squillo di luce, nel ricordo<br />
d’un padre Nettuno, spoglio a falcata<br />
doppia dalle acque. Kalabrian sound<br />
nella sera sorda, rimembro il decollare<br />
dei sogni già finiti, confezione famiglia.</p>
<p>****</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/gianfranco-ferroni-autoritratto-215x300.jpg" alt="" title="gianfranco-ferroni-autoritratto" width="215" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-7044" /></a></p>
<p>Era leggendo il vittimario blog,<br />
pieno di raspe leccanti e velenosi<br />
piccanti ambasciatori del nulla,<br />
che mi venne l&#8217;idea del taglio.<br />
Stop, finis, <em>Ende</em>, <em>The end</em>, il curtain<br />
velo pietoso, su tutto e anche tutti.<br />
<em>Tristesse bonjour</em>, arrivederci Poma<br />
nel senso della via del delitto<br />
della mela bacata d&#8217;ingiustizie<br />
di giudizi trancianti da robespierri<br />
letterali. In culo al kilo, tutti quanti,<br />
pieni di bile e di bava d&#8217;impotenti<br />
l&#8217;ultimo cazzo ritto fu quello del padre<br />
quando ve lo <em>sfaccimme</em><br />
a vostra madre.</p>
<p>E così, quando il libro fu scritto<br />
e pronto alla distribuzione,<br />
si riaccese la pera Osram della luce.<br />
<em>On</em>, su tutta la mia vita bigia<br />
altezzosa, bassofondalica.<br />
Venne dalle rocce papà, nero<br />
tedesco e muto, soldato fantasma<br />
d&#8217;acqua marina sorto dai mulinanti<br />
fiumi centroeuropei, scuri, duri,<br />
dall&#8217;Elba. Comignoli tra l&#8217;acque,<br />
fumo di ciminiere e nere coltri<br />
di passato esploso in una guerra.</p>
<p>Oggi lo sogno ancora. Faccio -così-<br />
a cazzotti con i morti, i miei.<br />
Picchio mio padre, e mio fratello<br />
che lo seguì, quasi dieci anni dopo,<br />
nel loro triste regno, triste per chi<br />
non c&#8217;era. Morti che sorridono<br />
oltre la schiuma della vita, e dentro<br />
piangono. Quei morti siamo noi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/mi-calibro-9-300x170.jpg" alt="" title="mi-calibro-9" width="300" height="170" class="alignnone size-medium wp-image-7051" /></a></p>
<p>****</p>
<p>Fino al peso morto, stecchito<br />
della storia. Fino ai noi, i tutti<br />
superstiti. Dai Sessanta io<br />
vago in pena per il quartiere. Ora<br />
polpa di estraneità, cuori soltanto<br />
neri, gialli Cina e Indocina,<br />
come pesci, tra i coralli e la gomma,<br />
e nei bar, verso San Siro, Marocco, Algeri<br />
gutturale. Voi non ci siete più, da tempo.<br />
E&#8217; una piramide di parole secche e di ciglia, di gesti,<br />
mentre le mani gonfie toccano michette dei frati,<br />
alla mensa dei poveri. Il venditore indiano di fiori,<br />
il barista cinese col nome italiano, mai vacanza,<br />
mai imparata la lingua, e il marocchino sbronzo<br />
alle sette: mi dice che siamo della stessa razza,<br />
chissà; e parla di Lampedusa, come di una storia<br />
a fumetti. Che pena il quartiere, polpa di vecchi<br />
che sputano artrosi dalle vene, di stranieri ubriachi<br />
nel giardino, urlanti a notte brilla, dove noi bimbi, al dribbling<br />
successivo, sognavamo Pelè. Tempi sgretolati,<br />
voi c&#8217;eravate, giovani e assolati. Ora non siete più.<br />
Quartieri senza più quartiere, stranieri e vecchi smessi,<br />
vino che piscia dai cartoni, rosso come il corallo falso<br />
del sole a picco su mani sbianchite. E voi niente,<br />
non vedete più, morti e ciechi rimproverati dal tempo<br />
che scorre, che è scorso, che è morto.  </p>
<p>Non voglio più morire, qui<br />
&#8211; qui non sono mai nato.</p>
<p><em>(La prima immagine è di Giovanni Cossu. La seconda è di Gianfranco Ferroni &#8211; Autoritratto. La terza: inquadratura da &#8220;Milano calibro 9&#8221;, di Fernando Di Leo, 1972. All&#8217;amica Nina Maroccolo.)</em></p>
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		<title>Le ragioni del ritorno</title>
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		<dc:creator><![CDATA[max rizzante]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Aug 2008 09:30:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante Massimo Rizzante Comincerei da una delle tue ultime fatiche, Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-medium wp-image-6768" title="opereitaliane" alt="" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/uploads/2008/08/opereitaliane-300x120.jpg" width="300" height="120" /></a><strong>Eraldo Affinati risponde a Massimo Rizzante</strong></p>
<p><strong>Massimo Rizzante</strong><br />
Comincerei da una delle tue ultime fatiche, <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8860440955/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8860440955&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori</em></a> (Fandango, Roma 2006). Questo libro – anche se ha una parte letteraria dedicata agli scrittori che formano il tuo «museo immaginario» – assomiglia alle tue opere precedenti (spesso alla frontiera tra finzione e documento). Anche qui sei presente come autore e allo stesso tempo come protagonista. Da una parte, infatti, scrivi su altri scrittori, dall’altra non rinunci a essere quel personaggio-viaggiatore intento ad «agire», a toccare con mano luoghi e misfatti della storia del XX secolo. Potremmo proprio partire da qui, dalla memoria del secolo dei «totalitarismi», specificando che chi investiga e ricorda, come più volte hai scritto, non ha direttamente vissuto le esperienze fondamentali di cui narra e che in ragione di ciò si sente un «reduce» (l’etos del reduce, al contrario di quello del malinconico che viaggia cercando di smarrirsi nel paesaggio e nella Storia, è contraddistinto dall’entusiasmo di chi, sperimentato il limite, comprende il valore del ritorno a casa, il valore del ricominciare ogni volta dai propri limiti). Non è un caso, quindi, se all’inizio di Compagni segreti, troviamo il personaggio-viaggiatore in Giappone, a Hiroshima&#8230;</p>
<p><strong>Eraldo Affinati</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è effettivamente un libro di viaggi in cui racconto i miei reportage da alcuni luoghi resi tristemente noti dagli eventi della seconda guerra mondiale: Hiroshima, Nagasaki, Stalingrado, Cassino, Berlino<span id="more-6766"></span> sono alcuni dei luoghi che ho esplorato, pur non essendo uno storico di professione. C’è un elemento «familiare» in questi miei spostamenti. Mio nonno era un partigiano. Fu fucilato dai nazisti nel 1944. Mia madre fu arrestata, nella tragica estate del 1944 e riuscì a fuggire da un treno che probabilmente l’avrebbe condotta in Germania. La mia scrittura perciò è una sorta di risposta a una malattia profonda del XX secolo. È come se volessi continuamente ricucire la ferita che ho sentito in me dal momento in cui ho capito che se lei non fosse riuscita a fuggire da quel treno io non sarei nato. La mia è in questo senso un’opera di ricomposizione. Questo elemento mi ha portato nel corso degli anni a visitare tanti luoghi del Novecento, primo fra tutti Auschwitz, da cui è nato il mio libro <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804585862/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804585862&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Campo del sangue</em></a> (1997). Poi sono andato sulle tracce di uno dei più grandi teologi del secolo scorso, Dietrich Bonhoeffer, e ho scritto un libro su di lui (<a href="http://www.amazon.it/gp/product/B005SZ53A4/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B005SZ53A4&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Un teologo contro Hitler</em></a>, 2002). Compagni segreti è molto legato a queste mie esperienze. Che cosa volevo capire andando a Hiroshima? Volevo soprattutto parlare con i ragazzi di quella città. Mi interessava capire che cosa significhi vivere in una città di plastica, una città che ha l’età di un uomo: sessant’anni! Hiroshima e Nagasaki sono città ricostruite da cima a fondo perché, come Cassino, sono state completamente distrutte. Volevo capire cosa significa per un ragazzo di sedici o diciassette anni vivere in una città senza passato. Pensavo che se fossi riuscito a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroshima, avrei compreso anche le ragioni della letteratura. Per me le «ragioni della letteratura» sono illuminate dalle «ragioni del ritorno» (e viceversa). Dobbiamo comprendere chi sono i nostri genitori, non solo quelli biologici, ma soprattutto quelli storici. Chi sono i nostri padri? Quali sono le nostre vere radici? La memoria – l’ho detto tante volte – è una certificazione di identità. Pongo il timbro di conferma su quello che penso di essere soltanto nel momento in cui vado a visitare quei luoghi, vado a scoprire quelle ferite a cielo aperto del Novecento. Quando mi metto in viaggio so già tutto – ci vado, cioè, dopo aver letto dei libri, dopo essermi documentato. Non voglio scoprire cose nuove. Voglio porre il timbro di conferma su quello che ho creduto di sapere. Infatti, non mi fido del tutto della conoscenza intellettuale. Vorrei sempre essere in grado di rafforzare la conoscenza teorica che ho delle cose con un’azione personale.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E sul titolo, <em>Compagni segreti</em>, hai qualcosa da dirci?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
<em>Compagni segreti</em> è un titolo conradiano, tratto dal celebre racconto <em>Il coinquilino segreto</em> dei <em>Racconti di mare e di costa</em>. I miei compagni segreti sono gli scrittori che mi hanno idealmente guidato in questi viaggi. Accanto ai racconti di viaggio ci sono molti testi letterari che ho raccolto nel corso degli ultimi anni. È come se avessi voluto creare una «famiglia estetica». Sono tutti scrittori contemporanei: Philip Roth, Don De Lillo, Ian McEwan, ma anche giovani promesse come Jonathan Raban e Rubén Gallego, nei quali sento una vera forza letteraria. Considero questo mio libro come un mio piccolo «canone» della letteratura contemporanea.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
A proposito di «famiglia estetica», mi sembra di poter affermare che fin da <em>Veglia d’armi</em> (1992) hai sempre fatto riferimento a Tolstoj. Anzi, mi pare che la tua «famiglia estetica» abbia sempre avuto due rami genealogici, quello russo e quello americano, a volte strettamente legati fra di loro. Mi sbaglio?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Tra la letteratura americana e quella russa c’è un nesso profondo, che sempre, fin da ragazzo, ho sentito mio. Se ci pensiamo bene la <em>short story</em> è già presente nei <em>Racconti di Belkin</em> di Puskin. È come se molti scrittori americani del XX secolo avessero realizzato ciò che i grandi scrittori russi dell’Ottocento avevano prefigurato: una presa sulla realtà. Non una scrittura che nasce dalla sperimentazione di tipo stilistico, ma da un’esperienza profonda, che va concepita a mio avviso come l’ultima stazione di un lungo viaggio di conoscenza. Per me la scrittura mette alla prova quello che noi crediamo di aver compreso dalla vita. A volte lo smentisce. Tuttavia, che lo smentisca o lo confermi, essa è un momento risolutivo in cui incappi in una crisi o in ciò che già sapevi.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
Chi riconosci fra gli scrittori contemporanei come un fratello maggiore o un maestro?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Un autore per me molto importante è W. G. Sebald. Questo grande scrittore tedesco, morto pochi anni fa in un incidente stradale, mi ha insegnato una letteratura fondata sul rapporto tra finzione e documento alla quale io credo molto. Oggi più che mai chi scrive sente la crisi del romanzo tradizionale. Perché? Perché quello che un tempo veniva assicurato dal romanzo, oggi è portato alle menti da altre fonti. Se andiamo su Internet, troviamo una deflagrazione informativa, ma non troviamo gerarchie di valori. La scrittura narrativa oggi vede erodersi le fonti primarie, quelle dell’esperienza. Chi scrive si deve porre questo problema: ritrovare le gerarchie. Deve, inoltre, cercare un’esperienza nuova, diversa. Stanno cambiando i luoghi della letteratura e stanno cambiando le forme della scrittura. Uno scrittore come W. G. Sebald può darci un esempio di come la scrittura debba rinnovarsi, debba cercare di misurarsi con una diversa percezione della realtà.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
W. G. Sebald è un romanziere essenziale nella storia dell’arte del romanzo di questi ultimi anni. Nelle sue opere ci sono «documenti fotografici» che spesso hanno relazioni allusive con quanto si racconta, ma c’è soprattutto una catastrofe storica che tutti i personaggi hanno sperimentato o conosciuto, ma di cui non si parla. Penso a un libro come <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B00D6F9UBQ/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B00D6F9UBQ&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Gli emigrati</em></a>composto da quattro biografie delle quali solo in maniera latente il lettore – guidato nel cammino da un pellegrino-viaggiatore – scopre a poco a poco da che cosa sono unite. Lì, credo, ci sia una forma nuova in cui l’esperienza storica (la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, l’oblio colpevole della Germania) è sempre all’opera, ma per scorci, per dettagli, per messe a fuoco improvvise (il pellegrino-viaggiatore di Sebald è un po’ fotografo e un po’ archivista). C’è, tuttavia, un altro punto a te molto caro, quello dell’educazione. Nel tuo caso direi che lo scrittore e l’educatore coincidono. L’insegnamento della letteratura all’epoca della «deflagrazione informativa» è ancora possibile?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Io insegno in una realtà molto speciale: la «<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804573562/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8804573562&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Città dei ragazzi</a>» (che è il titolo del mio ultimo libro). Si tratta di una repubblica dei ragazzi nata grazie all’intuizione di un sacerdote irlandese che nel secondo dopoguerra raccoglieva gli orfani dalle macerie e cercava di dar loro un tetto. Oggi la frequentano adolescenti stranieri che raggiungono l’Italia da tutto il mondo, dall’Afghanistan, dall’Africa nera, dal Marocco, ecc. Osservandoli, mi accorgo, di come stia cambiando la percezione del testo. La scrittura non è solo un mezzo ma – come ci hanno insegnato i grandi filosofi del XX secolo – è la casa del nostro pensiero. Noto nei giovani con cui lavoro come stia cambiando il modo di scrivere. Il loro pensiero è sempre più frammentario, con tuttavia delle possibilità nuove, più creative rispetto a quelle delle generazioni precedenti. In quanto educatore e scrittore – per me queste due cose si identificano – devo misurarmi con questo cambiamento.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
La formazione romanzesca del mondo di cui le generazioni precedenti si erano alimentate e nutrite non ha più corso. Se ho capito bene il tuo compito sia di scrittore che di educatore è precisamente quello di metterti alla prova rispetto alla nuova percezione della realtà (e del testo). Quando affermi che il pensiero e la parola dei tuoi adolescenti sono sempre più frammentari, ciò non sembra scoraggiarti. Anzi, intravedi nuove possibilità per loro e per te un ulteriore balzo di responsabilità&#8230;</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Il problema è importante e difficile. Albert Camus una volta disse che lo scrittore nel XX secolo doveva scrivere in nome di chi non poteva farlo, doveva dare la parola a chi non l’aveva. Ho sentito in modo molto forte questa frase. Mia madre non era mai riuscita a raccontarmi quello che era accaduto quel giorno in cui riuscì a scappare dal treno, evitando di essere deportata in un campo di concentramento. Per raccontare la sua storia, ho dovuto trovare le parole che non era riuscita a dirmi. Credo che lo scrittore debba riflettere molto sul tema della responsabilità, non quella giuridica, rispetto alla legge, ma quella umana che deriva dallo sguardo altrui. Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me. Si tratta di una responsabilità «pre-giuridica». È questo che mi ha insegnato la riflessione sulla Shoah. È noto che tutti i carnefici durante i processi del dopoguerra si difesero dicendo: «Ho eseguito gli ordini». Ad Auschwitz la responsabilità giuridica non fu disattesa. Ciò ci deve insegnare qualcosa sulla nozione di responsabilità. Credo che soprattutto lo scrittore debba porsi il problema di rispondere attraverso la propria scrittura a una «chiamata» della parola. L’educatore e lo scrittore invitano alla medesima responsabilità nei confronti della parola. È una questione importante. Scrivere, per me, significa anche avere una certa condotta di vita. Nel XX secolo gli scrittori si sono spesso isolati e hanno lasciato campo libero all’uomo d’azione. Il nazista, ad esempio, era un uomo d’azione orfano di quella nozione di responsabilità che avrebbe dovuto illuminare il suo cammino. Io sento che devo essere presente di fronte al ragazzo afgano che oggi viene in Italia con mezzi di fortuna, che è analfabeta nella sua lingua madre, ma che vuole imparare la lingua italiana. Perché lo vuole? Perché vuole ricostruire i cocci rotti della sua vita.</p>
<p><strong>M. R.</strong><br />
E perché tu vuoi essere presente di fronte a lui quando raccoglie i cocci della sua vita?</p>
<p><strong>E. A.</strong><br />
Perché non voglio essere assente dal luogo delle operazioni. E perché ogni mia opera, come dicevo, è un’opera di ricomposizione. In questo senso, io non invento mai una storia. Ritorno sulle sue ragioni.</p>
<p>Nota<br />
Il dialogo tra Eraldo Affinati e Massimo Rizzante, di cui qui si pubblica un breve estratto, si è svolto nel marzo del 2007 alla Biblioteca comunale di Trento.</p>
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		<title>Zoria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2008 11:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[   di Esther Grotti Zoria Sua Signoria permette? &#8212; emersa da rimasugli di memoria sporca e regale come sempre mi inviti urlando gentilmente di servirti un vassoio di carta per i tuoi sogni possenti da disegnare tutti d&#8217;un fiato &#8212; mi inerpico nei bar e nelle panetterie a cercare la tela da te preferita con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/pblake-untitled-97.jpg" title="pblake-untitled-97.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/pblake-untitled-97.thumbnail.jpg" alt="pblake-untitled-97.jpg" /></a> </p>
<p> di <strong>Esther Grotti</strong></p>
<p>Zoria</p>
<p>Sua Signoria</p>
<p>permette?</p>
<p>&#8212;<span id="more-5494"></span></p>
<p>emersa</p>
<p>da rimasugli di memoria</p>
<p>sporca e regale come sempre</p>
<p>mi inviti urlando</p>
<p>gentilmente</p>
<p>di servirti un vassoio</p>
<p>di carta per i tuoi sogni possenti</p>
<p>da disegnare tutti d&#8217;un fiato</p>
<p>&#8212;</p>
<p>mi inerpico nei bar</p>
<p>e nelle panetterie</p>
<p>a cercare la tela da te preferita</p>
<p>con due scatolette per i gatti</p>
<p>che albergano il cemento</p>
<p>insieme a te</p>
<p>regalmente</p>
<p>gattescamente</p>
<p>&#8212;</p>
<p>anche oggi</p>
<p>non sono una mignotta</p>
<p>ma una serva bionda alla tua follia</p>
<p>quanto mi manca oggi</p>
<p>Zoria</p>
<p>la tua follia</p>
<p>che faceva di</p>
<p>Viareggio un&#8217;opera d&#8217;arte</p>
<p>più del liberty</p>
<p>più del carnevale</p>
<p>più della lecciona del mare</p>
<p>&#8212;</p>
<p>cammino oggi</p>
<p>nel freddo che taglia la memoria</p>
<p>Zoria ancora fossi</p>
<p>Zoria</p>
<p>ancora amica</p>
<p>mia</p>
<p><em>(Immagine: Peter Blake &#8211; Untitled, 1997)</em></p>
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		<title>Anteprima Sud n°11- crocevia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 02:39:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[foto di Emiliano Bartolucci Siamo strade di Davide Vargas Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' title='2-1.JPG'><img src='https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/03/2-1.JPG' alt='2-1.JPG' /></a><br />
foto di <em>Emiliano Bartolucci<br />
</em><br />
<strong>Siamo strade</strong><br />
di<br />
<em>Davide Vargas</em></p>
<p>Agli occhi umidi degli uccelli, occhi speciali che possiedono coni che più degli uomini  sanno distinguere i colori, a quegli occhi larghi che sanno riconoscere persino tra i vapori che salgono dalla terra i colori dei sogni degli uomini che il sole ha seccato lasciando loro soltanto il respiro pesante, vapori che vanno a ingrossare le nuvole nel cielo lontanissime dalla terra, agli occhi di uccelli migratori che hanno preso il volo da piste inospitali per una navigazione verso sponde mai viste, a quegli occhi che seguono le nuvole gonfiarsi come una pasta appetitosa e poi si rivolgono verso i territori che stanno lasciando, a loro appaiono sottili spaccature nella terra tracciate con il filo a piombo.<br />
A quegli occhi schierati in parata che inseguono il presagio di luoghi leggeri e caldi appaiono tra le fenditure di sotto i miraggi dei colori rosati della sabbia.<br />
<span id="more-5505"></span><br />
Invece siamo strade. Grigie strade.<br />
Ci allunghiamo tra case, ci incrociamo ad angolo retto, ci ripetiamo in una scacchiera poggiata sulla campagna come una tovaglia da picnic.<br />
Non siamo strade per il viaggio. Non andiamo da nessuna parte.<br />
Tu ci vedi oggi in questa mattina di fine anno, con l’aria che il gelo ha scolorito calarsi tra i cornicioni e spinta da un vento di traverso avvolgere le nere impalcature degli alberi superstiti fino a spezzettarsi tra gli infiniti rami come pezzetti di carta. E poi bagnare la nostra pelle scabrosa.<br />
Tu qui puoi solo girovagare.</p>
<p>Ma noi abbiamo visto crescere sui nostri fianchi le case. Una dopo l’altra come in una storia a puntate occupare i lotti quadrati immergendo nel suolo le punte cementizie delle proprie radici con la forza del tuono quando rompe il silenzio, e spazzare via i peschi viola fino a sollevarsi nel vuoto come un iceberg capovolto.<br />
Abbiamo visto noi stesse avanzare metro dopo metro come  una faina acquattata al suolo e divorare i colori dei cavoli e gli spruzzi dorati dei fiori di zucchine.<br />
Il nostro dorso sassoso e inzaccherato si è ricoperto pezzo dopo pezzo di una pelle nera. Abbiamo sentito il raschio della tavola di legno che distendeva il pigmento fumante e il peso del rullo di ferro, tra la soddisfazione degli uomini fermi a guardare.<br />
E poi quegli stessi uomini hanno tagliato la nostra pelle e ricucita.<br />
Ci siamo avvicinati sempre più alla città schierata come una famiglia trepidante sull’uscio e rassegnata all’invasione. Incuranti siamo andate avanti. Come pezzi di ferro incandescenti ci siamo infine saldati.<br />
Abbiamo visto lo spazio finire.</p>
<p>Tu pensi a una fondazione, un disegno, una sapienza, qualcosa che contenga una coerenza. Non è così. Roba da poveri. Altri tempi quando gli uomini smazzavano per costruire soltanto la casa e l’uomo incurvato con la falda del cappello piegata sulla fronte, la barba tante linee nere come parole su un foglio di giornale – hanno ammazzato il giovane presidente americano si leggeva sul giornale  che avvolgeva il pane imbottito di peperoni succosi – l’uomo posava in terra la cardarella vuota e col dorso della mano sollevava di un’ombra il cappello per togliere via la crosta di sudore e polvere. Sui basoli della strada i cerchi ferrati dei carrettoni martellavano come su un incudine, la bestia tra le sponde di legno perdeva fieno. Nel vicolo davanti alla bottega del pane le mosche sbattevano impotenti sui fili di plastica della tendina di mille colori.<br />
Roba da poveri, i due giovani, lui ha la testa ricciuta e lei due occhi grandi, seduti sotto il fico guardano soddisfatti la cucina dove mangeranno e il resto della casa. Lì mettiamo la televisione.<br />
Decisamente roba da poveri. Intonaco e basta.<br />
Vedi là il tempio. La sua irritante parodia. Le gru appostate proprio qui hanno posato sul fronte colonne cave e poi pompe gocciolanti hanno versato cemento. E sopra timpani improbabili.<br />
Abbiamo visto piantare palme dal tronco di sfoglie dove una volta c’erano le nespole.</p>
<p>Tu sai che sotto la punta di un iceberg affondate nei freddi mari galleggiano nascoste masse di ghiaccio profonde centinaia di metri. Una specie di intimità nascosta. Come un uomo che custodisca le proprie riserve. La sua cantina inaccessibile. Lo sai che ci sono cose che gli uomini vogliono per forza tenere solo per sé e non spiattellarle davanti a tutti. Come fanno questi stucchi, colonnine, capitelli, losanghe di pietra e quant’altro ciarpame. E sono pure false. Come puttane in una città di mare. Il tempio. Non sanno cosa è il tempio, cosa custodisce come uno scrigno silenzioso. Senza insuperbirsi mai della sua grandezza. Qui la protervia della finzione esce allo scoperto come verità di una condizione. Che non c’è. Veramente non c’è se non nel riflesso della televisione. Credono questi uomini senza pensiero di personalizzare il viso della propria dimora, ignari di essere avvolti nella massa come in un mantello. Tenuti lì come in un barattolo.<br />
Così diverse, sono tutte uguali queste case.<br />
Tu non lo sai, ma si udivano tra i cantieri recintati dalle lamiere ricoperte di manifesti, avvisi alla città e offerte del supermercato, le voci di uomini col dorso brunito dal sole mentre piantavano picchetti, salivano su ponteggi malfermi, piegavano ferri e gettavano cemento.<br />
E su esse altre voci più roche dare ordini e poi mostrare a mogli ruffiane e bambini distratti dallo squillo del cellulare la casa che avrebbero abitato.</p>
<p>E poi abbiamo visto questi uomini scolorirsi e ritirarsi nei propri recinti come si ritira la luce alla fine del giorno dai cavalcavia anneriti dalla sera, dalle fabbriche chiuse, dagli alberi spogli. Rimanere racchiusi in una bolla remota, un sacco colmo di cianfrusaglie, lasciando a noi strade lo spettro di un paesaggio deserto. E dopo uscire racchiusi in automobili dai vetri scuri come palombari.<br />
Vedi anche tu che sul nostro dorso passano ora soltanto automobili. Altre sono ferme sui bordi. Non ci sono bambini che giocano, non ci sono giovani che tornano a piedi in casa. Vedi anche tu questa patina straniante che si stende intorno come un’irrealtà rarefatta. E vedi anche tu che quando una figura umana appare, quasi un’incongruenza nel disegno, porta sul viso il sorriso di un defunto. Lo vedi tu e nessun altro, dissimulato com’è tra gli abiti alla moda.<br />
Vedo.</p>
<p>E mentre vado verso uno sbocco, oltre lo stop e oltre la strada grande che mi porterà fuori di qui, due uomini ravvolti in giubbe imbottite schizzate di cemento stanno legando pannelli di lamiera alla rete che richiude un altro grande pezzo di campagna dove rare foglie colore del miele resistono sfibrate al vento attaccate ai rami degli ultimi tigli.<br />
Fanno un lavoro minuzioso piegati ad annodare il filo di ferro e a spezzare le cime con le tenaglie, hanno gomitoli di filo imprigionati in un nastro rosso e berretti di lana calati sulle orecchie.<br />
Al centro un albero spoglio allunga il suo tronco divaricandosi una volta, e poi ancora in cento braccia. Le punte estreme ricadono sotto il peso dei mille rametti come braccia stanche. Ho la mia città già assediata alle spalle e davanti oltre la recinzione che si materializza, oltre la campagna, ancora il profilo delle prime case di un altro paesino, le parabole le canne fumarie i torrini delle scale.</p>
<p>Metto a fuoco e distinguo un’antica pietra miliare e proprio a partire da essa tra lembi di terra trascurata ormai dalle semine le orme dei vecchi tratturi che trattengono disperati la terra secca scrollata dai passi di tutti i contadini che li hanno attraversati prima di cedere battuti e condannati a ricoprirsi di una bava di asfalto.<br />
Passerò di qui e troverò ogni cosa  unita in un unico mortale amplesso.<br />
Mentre invoco una moratoria, qualcosa che blocchi il manovratore, un pezzo di ferro maligno infilato nella rotella dell’ingranaggio, mentre immagino una delicata colata di bianco che ricopra ogni intemperanza, da un cancello esce a retromarcia veloce come un insetto una piccola macchina che mi crolla nel fianco.<br />
Come uno schiaffo.</p>
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