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	<title>maria cerino &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Tempo medio di percorrenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 05:00:46 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[maria cerino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Cerino Ninnella seduta aspetta l’ora del torcicollo. Tra un po’ prenderà a guardarsi le mani, a contarsi le linee tra i palmi e penserà a cosa potrebbe fare per distrarsi dal dolore che le pizzica, come se avesse le unghie, i nervi alla nuca. Sulle ginocchia il libro è fermo da novembre alla [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Cerino</strong></p>
<p>Ninnella seduta aspetta l’ora del torcicollo. Tra un po’ prenderà a guardarsi le mani, a contarsi le linee tra i palmi e penserà a cosa potrebbe fare per distrarsi dal dolore che le pizzica, come se avesse le unghie, i nervi alla nuca. Sulle ginocchia il libro è fermo da novembre alla pagina cinque e pure il titolo ricorda a sillabe mischiate; se lo tocca con le dita – dà piccoli colpetti per misurarne la consistenza, indovinarne il peso, impadronirsi della sfida: vincere qualcosa, perché no, chi glielo vieta, in fondo (spera) –: portare la brossura agli occhi le diventa impossibile. Ed è solo la raccolta di rosari per le preghiere alla Madonna, eppure una volta credeva di averle imparate, di conoscerla a memoria la definizione della parola augurata in copertina.<br />
<span id="more-31591"></span><br />
Ha la schiena dritta, Ninnella. La schiena di chi non si gira. E due accompagnatori, alla destra e alla sinistra, i braccioli.  Solo i braccioli misurano dalla  magrezza della pancia, la sua vita. I piedi – da quando le sono diventate pesanti le gambe e fa fatica ad alzarle a cinquanta centimetri da terra – non li ha più visti. Qualche volta le sale il dubbio che l’aria la stia divorando dolcemente prendendosi la carne partendo da sotto millimetro per millimetro, silenziosamente.</p>
<p>Giovanna manda Marco e Luisa a farle compagnia, i nipoti che Ninnella conosce di profilo. Marco ha il neo sotto al naso del padre e Luisa i capelli sottili con le doppie punte di ogni donna di famiglia. La ragazzina da qualche mese ha smesso di laccarle le unghie e le fa ribrezzo il pensiero che la zia possa – con uno scatto di due centimetri del mento a indicare lo smalto tenuto tra i biscotti, nella dispensa – richiederglielo. Ninnella ricorda ancora quanto lungo le era parso il tragitto, per le curve della carne, del piscio e quanto fosse rimasta più immobile di ogni volta che rimaneva immobile per fermare con la volontà il flusso d’urina. A raccoglierlo erano state le mani di Luisa tenute a coppa sotto l’alluce. Ci aveva provato Ninnella a tirarla via, a chiamare la gamba destra per farsi servire, E muoviti, smuoviti figlia mia. Poi aveva visto quella goccia, la prima,  fissare l’ovale del dito grosso, chiuderlo in una specie di luce il rosso fresco della vernice, con la nipote che restava paralizzata non dal puzzo rancido ma dall’annuncio di una qualche a lei estranea sconfitta. Ninnella non sposta il mento neppure per cacciare una mosca se in casa c’è Luisa.</p>
<p>Giuro che non mi ammazzi, ripete mentre sente arrivare sulla nuca il pizzico del folletto invisibile. Ninnella a vent’anni aveva visto la malattia sulla faccia di Cristina mentre camminava per strada e la sorella s’era girata a parlarle. Aveva guardato il folletto fare le smorfie, pizzicarle la nuca, aprirla con un ago e soffiarci dentro bolle piccole di saliva. Una ad una, le aveva accompagnate tutte le cinque figlie del padre Andrea sulla via che fa il funerale. E ora le era davanti l’ultima superstite con lo sguardo stretto e asciutto del tumore. Non l’avevano ancora visitata ma Ninnella riconosceva, oramai nell’espressione, i lineamenti della fine nell’ombra che struscia sulla schiena.  Dalla madre nulla era cambiato, neppure l’odore del malato che smette di lavarsi quando capisce di dover morire. E le aveva viste tutte girarsi verso di lei mentre le camminavano avanti prima che cominciasse il declino. Come se la torsione del busto sprizzasse in testa ogni cellula impazzita e di colpo concedesse le sembianze alla malattia, permettesse alla presenza incarognita di trovare un’apertura nell’osso sacro e venire. Erano morte di cancro in nemmeno due anni, tutte e cinque. Sulla bara di Cristina, Andrea aveva preso a chiamarla Ninnella, Ninnella. Accompagnami a casa, ma Ninnella era rimasta ferma finché il padre non si era allontanato dalla sua schiena. Quel giorno stesso ha inchiodato il suo collo alla testa e alle spalle, dritto, imponendo alla paura di fabbricare impalcature fisse.</p>
<p>Così quando il sangue corre nell’arrivarle alla testa e ha l’impressione che le puntine allentino la presa, che lo gnomo crudele la pizzichi con mani più piccole ma più acute quasi a voler far credere di esser stanco e che morirà lui per primo e stringerla poi di sorpresa in un sussulto, mentre la vita le attraversa la gola, le viene di nuovo il terrore di finire. Ferma il sangue dalle gambe stringendo tra la carne le vene con le dita, beve dal bicchiere tenuto sul tavolo dell’acqua vecchia, quasi tiepida e respira piano. Fa bene attenzione, poi, a battito calmato, a non abbandonare la testa ad alcun sospiro. Poco importa che la sua faccia non sia da tempo più quella di prima, che la fine potrebbe raggiungerla e prenderla nelle rughe – nascondersi in quelle piaghette che ha alla schiena da cui escono e ammuffiscono carne e ossa vive –  e non nel sorriso, come avrebbe fatto una trentina di anni prima. Ninnella concentra il peso di tutto il corpo nel collo e a volte crede che il dolore da cranio spezzato siano solo le dita dei piedi che spuntano sotto la testa e che sia proprio questo, in assoluto, l’unico modo per andarsene via.</p>
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		<title>E in più tutto il peso delle foglie mentre toccano terra.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Jan 2009 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[maria cerino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Cerino Il rumore della portiera dell’autobus è l’unico suono che riesce a distinguere tra quelli sgraffignati nel passato. Si regge ad un sedile per restare in piedi nella rinculata che fa il mezzo dopo una brusca frenata. Stringe anche una ciocca di capelli lunghi e neri mentre si tiene aggrappato alla spalliera, nel [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Cerino</strong></p>
<p>Il rumore della portiera dell’autobus è l’unico suono che riesce a distinguere tra quelli sgraffignati nel passato. Si regge ad un sedile per restare in piedi nella rinculata che fa il mezzo dopo una brusca frenata. Stringe anche una ciocca di capelli lunghi e neri mentre si tiene aggrappato alla spalliera, nel frenare e sbalzare un po’ indietro e poi tornare con la schiena e la testa avanti sente la passeggera urlare. Si sposta, non si scusa e scende.</p>
<p>I rumori del centro lo investono. Gli arrivano tutti insieme allo stomaco, come un calcio; anzi, lui che di calci ne ha presi e dati, non penserebbe proprio a un calcio perché in quel caso il dolore ha una superficie d’interesse mentre ora sente le vibrazioni attraversargli il corpo, rintronargli la testa. Con le orecchie turate che lo allontanano e un altro foro – un foro che sembra cercarsi con le mani ma che non riesce a cogliere a tatto – dissociato a ciò che vede.<span id="more-13331"></span></p>
<p>Gabriele ha gli occhi verdi quando si mette sotto la luce del sole. Ed ha due gambe che si muovono leggere verso casa. Nei cinque minuti trascorsi ha già imparato a tenere di nuovo gli spazi, ad essere abbastanza lontano ma anche sufficientemente vicino ai corpi. La possibilità di sfiorarne uno, di sfiorarlo per caso, è l’unica ragione che lo ha portato a prendere il pullman invece che telefonare e accertarsi che qualcuno di sua vecchia conoscenza lo riaccompagnasse. Vuole passare in maniera fortuita su una storia, sgusciare tra un gesto banale, magari impigliarsi con la chiusura del braccialetto nei fili di lana dell’abito di una sconosciuta, trattenerla, aspettare che se ne accorga gli sorrida e cacciando il metallo dal vestito gli dica: &#8211; Non è nulla, mi capita spesso. Pur non essendo vero: la cortesia. E poi vederla allontanarsi mentre continua a stiracchiare il tessuto lì dove si è fatto un nodo, un tumore di lana. Una traccia di sé che l’accompagnerà per la giornata. Senza turbarne alcuna decisione. L’invadenza.</p>
<p>Ha quarantadue anni meno quindici, Gabriele. Se gli si chiedesse quando è nato risponderebbe: &#8211; Dipende, sono nato almeno tre o quattro volte. L’ultima un quarto d’ora fa salendo sulla linea H delle 13.30; sulla sua nascita ha riflettuto spesso, soprattutto dopo la condanna. Sente d’aver avuto una nuova vita in più occasioni e non intesa come potrebbe intenderla chiunque, cioè come un’ennesima possibilità per far bene e far male, ma piuttosto come il ritrovarsi improvvisamente in un luogo che esisteva prima di te ma che aspetta te per compiersi e compierti in un gioco di reciproca incoscienza. È nato quando finanche la madre di Gabriele sapeva nulla più del nome; è nato quando non capiva ancora di poter decidere la variazione di secondi per far di un’ombra un testimone; è nato quando gli hanno annunciato la parola condanna senza che la condanna avesse nella definizione qualcosa di diverso dalla parola come rumore; è nato quando pubblicamente è stato deciso che a casa sua si arrivasse con l’H e non più con il 57. A volte gli è sembrato un ragionamento astruso ma con il passare del tempo se ne è convinto. Anche adesso che si porta le mani in tasca e gli appare quasi necessario quel gesto per scoprirsi un chiunque che cammina all’ora di punta tra la gente. Un uomo che attende d’essere. La signora con la spesa gli si ferma accanto, posa il carico e si passa la mano sulla guancia. Pensa: &#8211; Chissà se immagina chi ha di fronte? Se un giorno, per caso, uno che doveva sparare Enrico avesse sparato Gennaro, suo marito (non sa quale sia il nome del marito della signora della spesa, ma non gli importa: sta sceneggiando), l’avrebbe capito che ha davanti, l’uomo che le sta controllando le banane, un assassino? Gabriele pensa, ha imparato a pensare in quei lunghi giorni in cui non aveva altro da fare. Altro oltre a controllarsi l’odore. Aveva fatto l’amore due ore prima che l’arrestassero, s’era trascinato dietro Filomena, non lavandosi per una settimana. Sapeva sempre meno di lei la sua pelle e sempre un po’ più di lui, la distanza. Aveva preso a lavarsi, quindi e inizialmente percepiva il tanfo benevolo che rilascia il corpo quando dopo un po’ di mancanza ritrova il desiderio e poi viene rimesso a digiuno. Come se chiamasse quel fisico che gli hanno tolto di dosso, come se Filomena potesse girarsi di schiena, nuda, di nuovo; per Gabriele solo. La signora delle banane ha un leggero sudore sulla fronte e Gabriele, sì Gabriele, da anni più alcun odore. Continua a camminare, il suo passo è impercettibilmente più veloce, solo che accusa i battiti alla gola: vorrebbe fermarsi ancora una volta, girarsi di spalle e vedere gli alberi che nascono dalla terra. In quindici anni le piantine diventano adulte, potrebbe così pensare di non aver perso niente di sé nel viaggio sul 57. Potrebbe tornare a casa, togliersi la giacca e baciare sulla testa Mena (la chiamerebbe così oggi perché se la immagina più grossa, con la caviglia doppia e il seno che stringe in un camice da lavoro). Ancora le mani in tasca: allunga l’indice, mette il pollice all’insù, mima la sua passata morte. Riprende l’urgenza del dover essere qualcosa, la continuità con la vita un passo avanti alla galera: una volta solo uccisore con in prestito il verdetto. Se dovessi sparare tu qualcuno saresti tanto stronzo da ammazzare per terzi? Questo vorrebbe chiedere al tipo che sta cercando di sbottonarsi il giubbino, stanco forse di sopportare il calore. Se devi vedere un uomo che muore è meglio guardarlo da assassino e non da testimone, gli risponderebbe l’estraneo che mal soffre il sole. Perché Gabriele si lascia seguire dalla colpa, con la colpa che non lo vede e cerca il responsabile. Prendimi, cazzo che aspetti?, si diceva – le diceva – di notte, ma la colpa cercava l’assassino e non la protesi dell’odio, l’ologramma della motivazione. Hanno scelto che morisse, Gabriele, e rinascesse, Gabriele, per una seconda volta senza che se ne rendesse conto. Voleva vederla, Filomena, non come vorrebbe vederla ora, Mena nella taglia senza la pausa né l’abbandono, ma Filomena che non-si-sa se aspetta il mio ritorno. Si metteva su un fianco, stringeva le palpebre come si fa da bambini quando si ha paura del mostro, del ladro, del buio, del dolore e il battito accelera e senti altri rumori, i rumori dei passi del mostro, del ladro nel buio, del dolore, i rumori abortiti dalle pareti dei sali e scendi del materasso e lo schienale che non si ferma e il battito che corre forte. Che si girasse Filomena e lo guardasse in faccia mentre riprendeva a fare l’amore, con un altro. Non vuole scoprirla, vuole vederla. In odore d’indignazione. Il respiro è quello di un uomo e si dice che uomo è, ora, sulla strada del ritorno.</p>
<p>Quanta gente gli passa accanto, tanta gente che neanche potrebbe, se volesse, mettersi in fila l’uno dietro l’altro, in fila per uno e guardarlo in volto. Eppure gli hanno tolto le chiavi di casa perché a quella gente, a tutta quella gente che vede appannarsi intorno poteva sottrarre un giorno, un mese, un anno, un incontro. Ma quanto peso ha un’esistenza se di quell’esistenza non si sa nulla di più di ciò che è stata e di ciò che è in un secondo? Se ti risparmiassi il peggio e ti fermassi nel tempo da vittima con tutti gli altri – compreso me – che ti piangono e ti amano e ti piangeranno e ti ameranno, escluso me troppo impegnato ad espiare la colpa? Come avete potuto pesare i miei giorni, ipotecandoli per i giorni senza ritorno di un cristo morto che forse neppure sarebbe vissuto più di un altro giorno? Le ore degli assassini hanno un’altra misura rispetto alle ore del morto ma lo sanno gli assassini solo e non di certo il morto. A chi ammazza dovrebbero concedere il peso del proprio vivere non sottrarre il non essere degli altri. Un delitto non dovrebbe coinvolgere più di due persone, neppure io c’entro niente, né io né la mia pistola che abbiamo un mandante. Tutto dovrebbe consumarsi in quell’unico odio, in quell’unico amore senza alcuna intromissione. Se gli altri evitassero pure di guardare non rinuncerebbero alla consolazione della vita, non baratterebbero l’equilibrio per la sicurezza. Se tutti gli altri non sparassero non ci sarebbe giudice; se tutti gli altri sparassero non ci sarebbe giudice uguale. C’è di nuovo la signora con la spesa, sembra mi segua con le sue banane. Di Filomena mi ricordo l’odore, potrebbe essere la signora con la spesa. Grassa con i capelli fermati in una coda. E nessun uomo le ha dormito accanto e nessuno l’ha girata di schiena, Filomena appartiene all’estraneo che le passa accanto con le dita messe a pistola e non se ne rende conto. Potrei spararle, spararle tra la folla ma non si può sparare ad una folla. E io non posso trovare Filomena.</p>
<p>Si pizzica sotto il tessuto dei pantaloni la pelle ma nel tempo speso al niente<br />
si tagliava le unghie e la punizione è ancora una volta leggera, inconsistente.</p>
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		<title>Baciami, Marte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Sep 2008 04:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[maria cerino]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Cerino Non è che possa gettarla lì, lanciarla tra le due macchine parcheggiate proprio sotto la sua finestra, infilare le mani tra le serrande abbassate e i vetri che riflettono dentro la stanza il raggio dei tre quarti di mattinata, la mela. Alle quattordici e sedici – l’ora gliela scandisce a suoni di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Maria Cerino</strong></p>
<p>Non è che possa gettarla lì, lanciarla tra le due macchine parcheggiate proprio sotto la sua finestra, infilare le mani tra le serrande abbassate e i vetri che riflettono dentro la stanza il raggio dei tre quarti di mattinata, la mela. Alle quattordici e sedici – l’ora gliela scandisce a suoni di bip la sveglia elettronica a metà del comodino – tiene ancora il volto alto, aspettando dietro i buchi delle tapparelle che quella luce più forte le riappaia; ma è tranquilla, nel pomeriggio al massimo c’è il sole e nessun altro inganno. Poi, capita che giunta notte, con le lampadine che si spengono disordinatamente (sa, oramai, che Marta resta a leggere in salone mentre Giacomo si ritira a dormire) una macchina attraversi il viale vicino, svolti ad U e le punti i fari in faccia, allora si copre gli occhi grandi con le dita, Maria e conta fino a sei prima di riportare le braccia ai fianchi e intravedere dell’auto nulla di più del cofano, abbastanza in lontananza. Si è abituata ai rumori difficilmente percepibili: se una mosca le ronza intorno è lo stridio della sedia nell’appartamento di fronte ad infastidirla. Non che riesca ad ascoltare qualcosa di vivo in casa; <span id="more-8603"></span>l’ultima volta sono state le urla della madre a strapparla dai tre passi della sua attesa, “I ladri, i ladri! Mariaaa!”. Lasciando la porta aperta l’aveva raggiunta, la madre. Dall’altro lato della casa aveva premuto l’interruttore della corrente per dimostrarle ancora che nessuno le stava portando via nulla; le aveva visto nell’espressione del viso un altro terrore, diverso da quello dato dagli estranei nella propria abitazione ma identico a quello che le aveva coperto lo sguardo due o forse tre mesi prima: “Cosa ti è successo? I capelli, la pelle, gli occhi?”, l’aveva tirata via con un calcio, e inciampando nei vestiti dimenticati frettolosamente sul pavimento si era poi ritrovata sul letto, davanti alla sua finestra ricordando di quella luce di cui sapeva tanto poco raccontare.<br />
Inizialmente, durante i primi giorni di coscienza, quando la madre (Rita, si chiama Rita) le portava da bere, &#8211; non da mangiare temeva che non avesse più i denti per masticare sotto quelle labbra sottili e tirate cianotiche come neppure le ore nell’acqua del mare &#8211; evitava di voltarsi, si reggeva il risvolto stropicciato delle lenzuola fino al naso, strisciando sotto più sotto che le riusciva. Non le era sempre facile portarsi la tazza alla bocca in quella posizione, faceva, allora, come con il coniglio se si rifiutava di bere dal beccuccio dell’erogatore, bagnava i polpastrelli delle dita e glieli lasciava leccare: lei succhiava i suoi, sapeva che le forze non avrebbero concesso oltre due viaggi, andata e ritorno, alla mano per inzupparla del latte caldo o del succo di mirtillo. Provava comunque a raccontarla la storia, strappando le sillabe alle parole, sola come restava in mezzo alle pareti. Cominciava sempre dalla luce, “è la prima e l’ultima cosa che so di ricordare”, poi lenta, lentamente arcuiva la schiena e sbirciava per qualche istante – il tempo di ricadere combattuta sul materasso – tra la metà della finestra aperta, prima che Rita facesse montare nuove serrande, “Se tornano a riprendermi non potranno vedermi”, aveva sussurrato Maria, “e non devono vederti”, aveva concluso Rita tirando a sé la maniglia della porta.</p>
<p>Ora si strofina con le mani le ginocchia, misura lo spessore della pelle perché i giorni le stanno portando via le cicatrici: non sente i segni delle cadute ripetute dalla bici quando di anni ne aveva sette – ne ha venticinque -; inginocchiata sotto al davanzale si affida all’ombra delle mura bianche che ha di fronte per catturare la luce e riacciuffare per i capelli la bellezza; come quando nei pomeriggi d’agosto, dopo il bagno, tornavano correndo nella villetta sul mare e ancora con l’acqua addosso, a stille tra le giunture, Marco le spostava il costume e mentre con una mano si reggeva ai fianchi con l’altra le tirava indietro il collo e lei davanti al balcone spiava nei riflessi la propria faccia.<br />
Dovranno tornare. Mi riporteranno il mio manto di pelle, le sopracciglia, la carne delle labbra e dei seni, i miei lunghi capelli, si dice. Sente, infine, muoversi nello stomaco qualcosa, pensa che è tardi che ancora non ha mangiato la mela, il suo pranzo. Non ha fame, non che sia l’attesa della luce a provocarle inappetenza. È altro, forse il ricordo dell’ago che le trapassa la schiena, quel discreto dolore di cui intuisce l’intensità quando impiega troppo tempo a sedersi. L’ago dalla punta doppia, il lettino, la posizione supina, di fianco, la lampada puntata in faccia e poi il sonno.</p>
<p>Dell’estate non sente niente, neppure gli odori; soprattutto, però non sente il sudore. Quando, dopo aver troppo sfregato la gamba con l’altra gamba, le vengono delle bolle grandi, prende uno spillino e le buca, si alza in piedi e chinando il capo osserva il liquido che scorre giù fino ai piedi. E si ricorda del sudore, e sente l’odore dell’estate.<br />
Pensa di averlo letto solo a metà quell’articolo di esobiologia, la testimonianza della donna obesa travolta da un fascio di luce ritrovatasi, dopo pochi minuti di trance, snella con qualche punto di sutura alla schiena, il titolo era (è certo) “Rapita dai marziani: mi sono risvegliata bella”. Non riesce a scovarla la rivista; la finestra rimane con le serrande abbassate ma i vetri spalancati. Maria tende il braccio, prende il flacone di  Glivec* e mette in bocca le ultime due compresse. Ha le cosce accavallate, tra le serrande si allungano i fari di un’automobile, porta le dita davanti agli occhi; anche stasera Marta non ha ancora finito di leggere, Giacomo nell’altra stanza dorme.</p>
<p><small><em>* Farmaco utilizzato per la cura di Leucemie Mieloidi, come chemioterapia per via orale.</em></small></p>
<p>*</p>
<p><small>Maria Cerino è nata a Salerno nel 1984.<br />
Pubblicista, scrive per “<a href="http://www.cafebabel.com/">Cafebabel.com</a> la rivista europea”.<br />
Scrive e conduce una rubrica sui libri per la webradio Unis@und.</small></p>
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