<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Mariano Deidda &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/mariano-deidda/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 19 Sep 2011 15:14:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Note, a pie&#8217; di pagina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 06:30:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Amor Fou]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Mariano Deidda]]></category>
		<category><![CDATA[musica pop]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Benvegnù]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Tre Allegri Ragazzi Morti]]></category>
		<category><![CDATA[Vasco Brondi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40127</guid>

					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Mariano Deidda, che canta poemi d’altri – Pessoa, Deledda, Pavese –, ama pensare che i grandi poeti abbiano scritto quei versi proprio perché lui li cantasse, né più né meno di come Mogol creava strofe per Battisti. Senza dover ricorrere a Deidda, fautore di un’intrinseca necessità letteraria nella musica leggera (e che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg" alt="" title="ppp" width="425" height="112" class="alignnone size-full wp-image-40128" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp.jpg 425w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/09/ppp-300x79.jpg 300w" sizes="(max-width: 425px) 100vw, 425px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Mariano Deidda, che canta poemi d’altri – Pessoa, Deledda, Pavese –, ama pensare che i grandi poeti abbiano scritto quei versi proprio perché lui li cantasse, né più né meno di come Mogol creava strofe per Battisti.<br />
Senza dover ricorrere a Deidda, fautore di un’intrinseca <em>necessità letteraria </em>nella musica leggera (e che peraltro appartiene a un’altra leva), è forte l’impressione che i cantautori delle ultime generazioni si nutrano di suggestioni poetiche e cinematografiche in maniera più netta, o forse più evidente, rispetto ai fratelli maggiori. Sarà la ricerca di una patente, o un plus di credibilità. Certo, prima c’era De André che metteva su disco l’<em>Antologia di Spoon River</em> o i vangeli apocrifi. Ci sono De Gregori, Fossati, Conte e Guccini, le cui canzoni sono sempre grondanti di travasi letterari. Ma il crossover tra la musica e la letteratura, il cinema, il teatro, sembra essere una delle cifre del cantautorato – <em>indie </em>o meno – anni Zero. <span id="more-40127"></span><br />
Prendete Pasolini. Entra e esce continuamente. Il feticcio dei suoi “occhiali neri” – o dei suoi “occhiali scuri” – è citato in due canzoni recenti di giovani cantautori, <em>Cercasi anima</em> di Francesco Di Martino e <em>Anidride carbonica</em> di Vasco Brondi. Nomination immancabile nel canzoniere dei Baustelle, tra i capostipiti di certe tendenze citazioniste della <em>nueva canción italiana</em> (da ultime, la scomparsa delle rane, la “gioia corsara”…), PPP è un idolo di cartone per i Tre Allegri Ragazzi Morti, che hanno realizzato un DVD dallo spettacolo-film <em>Pasolini, l’incontro</em>, dopo anni di date in giro per l’Italia. L’opera dei TARM è un documento fondativo per il percorso che stiamo esplorando: le parole del poeta di Casarsa vengono macchiate, deformate, cancellate, in una simbosi musical-letteraria inestricabile. La poesia, che non è merce, non deperisce, e risorge; oppure continua a scorrere come un fiume che non si essicca mai. Dice il disegnatore, cantante e chitarrista dei Tre Allegri Ragazzi Morti, Davide Toffolo, che ha realizzato anche i disegni dello spettacolo: «Pasolini è praticamente diventato uno del gruppo». Toffolo tratteggia e scrive, tenendo unito il filo narrativo. E scrive frasi pasoliniane, come “I maestri sono fatti per essere mangiati”.<br />
L’autore degli <em>Scritti corsari</em> è un chiodo fisso anche per Alessandro Raina degli Amor Fou, che riflette: «Pasolini era destinato suo malgrado a diventare un’icona, e quasi sempre, quando qualcuno diventa un’icona non fa in tempo a essere veramente capito che già si ritrova sotto forma di santino nelle macchine o sulle magliette che indossiamo». Raina non è tenero con il “<em>brand </em>Pasolini”: «In un’Italia povera di outsider Pasolini non poteva che diventare un adesivo multiuso, qualcosa che, per larga parte di chi è o si ritiene un intellettuale, non si discosta molto da ciò che rappresenta Padre Pio per la componente più popolare dei fedeli». Pasolini è stato anche un grande regista, e questo è un altro link forte: proprio gli Amor Fou hanno realizzato il videoclip del brano <em>Dolmen </em>utilizzando le immagini di <em>Milano Nera</em>, misterioso film di culto risalente ai primi anni Sessanta con la sceneggiatura di Pierpaolo Pasolini.<br />
Il cinema italiano è una fonte di ispirazione inesauribile. La musica è una colonna sonora immaginaria di un film sull’Italia dell’ultimo mezzo secolo. Il cinema entra nella musica e viceversa, in uno scambio di linfa. <em>Cocaina di domenica</em>, per restare agli Amor Fou, era il titolo del primo episodio (regia di Franco Rossi) di <em>Controsesso</em>, film del ’64. <em>Hermann</em>, l’ultimo album di Paolo Benvegnù, viene presentato dal suo autore come colonna sonora di un omonimo film, che però non è stato mai girato. Nessuna sorpresa, per un artista il cui album di debutto si intitolava già Piccoli fragilissimi film. I tredici brani di <em>Hermann </em>sono scritti e diretti come altrettanti ciak cinematografici, pronti per una fruizione visiva. Benvegnù ha messo insieme un mosaico di suggestioni letterarie (Melville, Sartre). Elemento fondante di un reticolato di rimandi e ammiccamenti, allusioni e link, il gioco della citazione letterario-cinematica è il tassello di una memoria condivisa. Un musicista post-moderno e colto come Rodolfo Montuoro non teme di mettere in musica l’incantamento provenzale di un sonetto dantesco, vestendo di suoni dark e post-rock <em>Guido i&#8217; vorrei che tu e Lapo e io</em>. E un cantautore pienamente immerso in una temperie pop come Dario Brunori confessa che tutto il suo secondo album <em>Poveri Cristi</em> è nato come una serie di corti, influenzato dal cinema neorealista, dai film di Germi, De Sica, Pasolini (ahi). I personaggi delle sue canzoni sono antieroi che sembrano uscire da uno schermo in b/n, come il protagonista di <em>La rosa purpurea del Cairo</em>. Secondo Diego Palazzo degli Egokid, «il citazionismo è un elemento fondante della composizione pop, al punto che non esiste pop music se non c&#8217;è citazionismo». Non la pensa allo stesso modo Alessandro Raina: «Non c’è mai stato citazionismo, almeno non volontario, nelle canzoni degli Amor Fou. Non è detto che citare sia il compito di chi fa musica; noi avevamo bisogno di confrontarci e citare certe cose per trovare una nostra identità e, probabilmente, arrivare a camminare sulle nostre gambe sentendoci meno dipendenti da un certo background».<br />
I cantautori di una volta diventavano a loro volta poeti, i letterati del domani, conquistando le pagine dei sussidiari scolastici. Entravano nella cultura ufficiale. Ma anche oggi alcuni autori sono un punto d’incontro potente di musica e arte letteraria, e forse, chissà, li leggeremo sui libri di testo del domani. Pensiamo a Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi.<br />
Trascinare il poeta «negli abissi della contemporaneità in cui persistono le nostre vite»: per Pierpaolo Capovilla del Teatro degli orrori la scelta letteraria è una avocazione dettata dalla credibilità. Capovilla ha scelto per la sua band un nome ispirato al “teatro delle crudeltà” di Antonin Artaud, parafrasandolo e non assumendolo in toto per una forma di rispetto verso l’originale. Il secondo album del gruppo si intitola come un capolavoro della letteratura del Novecento,<em> A sangue freddo </em>di Truman Capote. Il vate che sta dietro Capovilla è Vladimir Majakovsij, il poeta russo dal quale il leader del Teatro degli orrori ha tratto lo spettacolo teatrale <em>Eresia</em>. «Grazie a Majakovsij disveleremo gli antri bui della nostra epoca», scrive Capovilla nel libretto del DVD, «perché Majakovskji combatte anche oggi, nei nostri cuori e nelle nostre coscienze, le assurdità di ogni giorno». Portavoce di un bisogno di giustizia e essenzialità, verità e neo-fratellanza, l’omelia majakovskiana diventa in mano a Capovilla un’arma: odio salvifico per maledire milionari sudici, ladri e faccendieri. Il caso di crossover letterario e etico che ha per protagonista Capovilla è esemplare: si veicola il prestigio e la forza di un autore, un letterato del passato, per inviare un messaggio di semplicità e chirurgica esattezza, di affidabilità. La propria serietà innesca il corto circuito, facendo il resto. Capovilla è esemplare anche perché dà conto di un doppio canale sempre più frequentato, quello del frontman rock fortemente letterarizzato, ossia autore di opere <em>esplicitamente </em>letterarie. Emidio Clementi dei Massimo Volume è di questa tendenza la massima espressione, probabilmente. I suoi Massimo Volume sono la <em>Casa delle Culture</em> dell’art-noise italiano, le stanze dello <em>spoken word</em> del fine dicitore Clementi. Dopo dieci anni di silenzio, il gruppo è tornato a incidere dischi. Clementi ha pubblicato in poco più di dieci anni ben sei libri; nelle canzoni il suo ruolo non sembra tanto diverso da quello dello scrittore. Solo che con i Massimo Volume le sue parole abitano non dentro le pagine scritte, bensì dentro i suoni <em>ambient </em>creati dal gruppo. Per i MV la credibilità e il carisma sono insiti, la letterarietà è acquisita nel marchio di fabbrica, ma ciò non ha loro impedito di intitolare il pezzo iniziale del loro ultimo lavoro con il nome di uno scrittore, <em>Robert Lowell</em>. Con Pierpaolo Capovilla e Emidio Clementi siamo un poco più distanti dal pop, e più prossimi a territori <em>art</em>, teatralizzanti, iper-letterari. Capovilla, Clementi, Toffolo, Bianconi. Ma anche Cristiano Godano, Cristina Donà, Manuel Agnelli, Giovanni Lindo Ferretti. Musicisti che scrivono libri. L’indie-rock italiano è un bagno di note e pagine, nel quale sembra inevitabile sovrapporre i piani, aggrovigliare le urgenze e le suggestioni.  </p>
<p>[<em>Pubblicato su</em> Mucchio selvaggio <em>n. 686, Settembre 2011</em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/09/20/note-a-pie-di-pagina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40127</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 20:53:37 by W3 Total Cache
-->