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	<title>Marilisa Moccia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>47: morto che parla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Nov 2019 06:15:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[cyop&kaf]]></category>
		<category><![CDATA[Detti. Viaggio tra i soprannomi del popolo napoletano]]></category>
		<category><![CDATA[Marilisa Moccia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marilisa Moccia Nota di lettura per  Detti di cyop&#38;kaf (Monitor edizioni) &#160; Le cose famigliari succedono,    e gli uomini non se ne preoccupano. Richiede una mente davvero insolita intraprendere l’analisi dell’ovvio. A.N. Whitehead. È uscita il 2 novembre, puntuale come una ricorrenza, la seconda edizione, arricchita con nuovo materiale fotografico, di Detti. Viaggio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-81442" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/74242751_10157019386738409_65505608542978048_n.jpg" alt="" width="384" height="289" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/74242751_10157019386738409_65505608542978048_n-160x119.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/74242751_10157019386738409_65505608542978048_n-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 384px) 100vw, 384px" />di</p>
<p><strong> Marilisa Moccia</strong></p>
<p>Nota di lettura per  <em>Detti </em>di cyop&amp;kaf (<a href="https://napolimonitor.it/detti/">M</a><span class="_5yl5">onitor edizioni)</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<h5 style="text-align: right;"><em>Le cose famigliari succedono,</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>   e gli uomini non se ne preoccupano.</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>Richiede una mente davvero insolita</em></h5>
<h5 style="text-align: right;"><em>intraprendere l’analisi dell’ovvio.</em></h5>
<h5 style="text-align: right;">A.N. Whitehead.</h5>
<p>È uscita il 2 novembre, puntuale come una ricorrenza, la seconda edizione, arricchita con nuovo materiale fotografico, di <em>Detti. Viaggio tra i soprannomi del popolo napoletano</em>, a cura di cyop&amp;kaf.</p>
<p><span id="more-81439"></span></p>
<p>Preceduto da una breve nota introduttiva dell’autore, <em>Detti </em>è un libro che raccoglie 353 manifesti funebri, 160 in più rispetto alla prima edizione, con una caratteristica comune: la presenza di un epiteto apposto sotto al nome secolare del defunto.</p>
<p>Ora, se l’oggetto rappresentato (il manifesto funebre), il suo contenuto (un soprannome talvolta di difficile decifrazione per il lettore) o perfino la smania classificatoria e la suddivisione in tipologie dei manifesti e i nomi stessi di queste (mestieri, corpi, anime, passioni, latitudini, appartenenze, misteri, scambi e minimi) possono indurre il lettore alla risata, la categoria dell’umorismo, seppur lecito, non è mai suggerita.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ciò che colpisce di <em>Detti</em> è il metodo etnografico con cui questo lavoro viene portato avanti: la registrazione fotografica, attraverso –immaginiamo- passeggiate a caccia di quella seconda pelle dei muri cittadini che il manifesto funebre diventa, non si accompagna con nessuna lettura. Il grande rimosso della cultura occidentale, viene qui esposto senza compiacimento né ostentata ricerca di un mitico orizzonte di napoletanità perduta. Gli autori non spiegano e soprattutto non emettono giudizio. Come a dire che il <em>medium</em> – la fotografia che si fa catalogo di umanità- basta a se stessa.</p>
<p>Era già successo. Se ne ricorderà chi ha familiarità con il lavoro poliedrico di cyop&amp;kaf. Nel film <em>Il Segreto</em> (2013) si ricostruiva la pratica del <em>Cippo ‘e Sant’Antuono </em>e la rivalità tra gruppi di adolescenti dei Quartieri Spagnoli per procacciarsi alberi di natale da incendiare il 17 gennaio. Anche nel film il regista non interveniva e, come nella migliore tradizione documentarista, la narrazione si costruiva intorno ad eventi che solo nel finale si organizzavano attorno a un epicentro di senso. L’affinità con <em>Detti</em> è evidente. Nessun folklore, nessuna suggestione interviene a mediare la fruizione delle fotografie, né dell’oggetto libro: il lettore è solo davanti alle immagini.</p>
<p><strong><img decoding="async" class="alignright wp-image-81441" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/detti_1.jpg" alt="" width="383" height="289" />Nome e identità </strong></p>
<p>L’identità del defunto è stabilita sì dal nome anagrafico ma i congiunti, la comunità dei pari, sentono la necessità di designarlo nel manifesto funebre anche col nome da essi stabilito, come a suggerire che il primo da solo non basta. È il soprannome a creare identità. Quell’identità interiorizzata nel corso della vita, breve o lunga poco importa, attraverso il processo di socializzazione, come nelle società arcaiche, in cui il nome coincide con il senso: <em>nomen omen et nomen vita est</em>. Così i defunti con i loro “detti” talvolta eredità familiari, restano nella memoria dei vivi che li hanno nominati fornendo loro, attraverso il nome, un orizzonte di senso.</p>
<p>Sono i vivi che nominano e creano tutte le cose. E sono ancora i vivi a detenere la memoria, non del defunto ma della sua vita e sono le biografie il vero mistero che piacerebbe cogliere dietro ciascun detto.</p>
<p>Vita dunque. 353 volte vita e mai, mai morte in questo libro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quando la città respinge. Sui rischi della speculazione turistica a Napoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 Mar 2019 05:44:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Marilisa Moccia]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[Set sud europa contro la turistificazione]]></category>
		<category><![CDATA[torretta-scalzapecora]]></category>
		<category><![CDATA[turistificazione]]></category>
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					<description><![CDATA[[SET &#8211; Sud Europa di fronte alla Turistificazione è una rete che coinvolge varie città, italiane e internazionali; i suoi obiettivi sono lo sviluppo di una riflessione critica sulla trasformazione che lo spazio urbano subisce a causa di modelli di turismo non sostenibili e la messa a punto di proposte alternative. Quello che segue è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_78250" aria-describedby="caption-attachment-78250" style="width: 3640px" class="wp-caption aligncenter"><img decoding="async" class="size-full wp-image-78250" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n.jpg" alt="" width="3640" height="2730" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n.jpg 3640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/03/54346755_1294040790752723_607418236622864384_n-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 3640px) 100vw, 3640px" /><figcaption id="caption-attachment-78250" class="wp-caption-text">Torretta-Scalzapecora, 2019 &#8211; foto M. Moccia</figcaption></figure>
<p>[<a href="https://www.facebook.com/reteset/"><em>SET &#8211; Sud Europa di fronte alla Turistificazione</em></a> è una rete che coinvolge varie città, italiane e internazionali; i suoi obiettivi sono lo sviluppo di una riflessione critica sulla trasformazione che lo spazio urbano subisce a causa di modelli di turismo non sostenibili e la messa a punto di proposte alternative. Quello che segue è un contributo emerso durante una delle riunioni periodiche dell&#8217;assemblea napoletana. <em>ornellatajani</em>]</p>
<p>di <strong>Marilisa Moccia</strong></p>
<p>A cinque chilometri dal comune di Villaricca (NA) esiste una frazione appartenente al comune ma senza che con esso vi sia un continuum geografico, se non attraverso un reticolo di strade, collocato oltre il comune di Qualiano e prima di quello di Quarto. Denominato dagli abitanti &#8220;Villaricca II&#8221;, questo luogo, dal nome evocativo, si chiama Torretta-Scalzapecora. Quando i miei alunni ne parlano lo fanno con spregio aggiungendo sempre: “ ‘Ccà nun ce sta niente!”. Un giorno mi hanno chiesto il motivo di quel nome che chiaramente deve aver a che fare con la vocazione un tempo agricola dell’area, oggi votata alla speculazione edilizia più scellerata. Ho chiesto loro di parlarne coi genitori e con i nonni che potevano magari conservare ricordi di un tempo in cui, immaginavo, ci fossero pecore portate al pascolo. A Mugnano è stato così fino agli anni ‘90. C’era un “capraro” che vendeva latte e si aggirava per il paese portando le capre a brucare fra le campagne incolte. Brandelli di una vita agreste che sopravvivevano tenacemente all’avanzata della colata di cemento che ha investito l’area a nord di Napoli dagli anni &#8217;80 in poi. A Torretta-Scalzapecora abitano 4383 persone. 2500 bambini hanno meno di 15 anni. Tolte le casematte visibili sulla strada per Quarto, gli edifici censiti fino al 1946 sono pari a zero. L’area è stata edificata massicciamente negli anni che vanno dal 1971 al 2005, quando sono stati costruiti 419 edifici a uso residenziale.<br />
Scopro presto che nessuno degli alunni, in una classe di 26 bambini, ha i genitori di Torretta-Scalzapecora e neppure di Villaricca, come invece mi sarei aspettata. La cosa mi incuriosisce. Chiedo ad altri ragazzi. Stessa risposta. Credevo che il quartiere fosse sorto per la spinta centripeta dell’espansione del comune di Villaricca ma non è così. Nessuno è di Torretta-Scalzapecora, pochissimi fra i loro genitori provengono dai comuni limitrofi. Da dove vengono allora questi bambini? Di quale terra sono figli i figli di Torretta-Scalzapecora?</p>
<p>Sono di Napoli. Quartieri popolari e popolosi: Sanità, Stella, Quartieri Spagnoli. Una media di 20 ragazzi per classe. Non un campione significativo, certamente, ma un sintomo. Il sintomo di una città che si svuota, che sradica e non assorbe coloro che fra le sue mura hanno vissuto per generazioni, respingendoli nella provincia o nella periferia della provincia.<br />
Il costo in termini sociali è altissimo: chi vi abita è in una condizione di alienazione rispetto ai luoghi. Non vi sono infrastrutture. La scuola è un’oasi nel deserto. Il pomeriggio i ragazzi si incontrano nei parchi privati o nella villetta comunale; il sabato pomeriggio frequentano i centri commerciali come luogo di svago. Il territorio è conteso fra le diverse confessioni religiose: l’unica chiesa cattolica presente è una costruzione prefabbricata, la chiesa evangelica sorge in un garage poco distante e i testimoni di Geova fanno proselitismo all’uscita di scuola.<br />
Se nel centro storico di Napoli la scuola media rispecchia i legami dei quartieri in cui tutti conoscono tutti, qui invece, tolti i casi di emigrazione di interi nuclei familiari (famiglie di coppie di fratelli spostatesi in blocco) che si ricongiungono per vivere insieme la solitudine della periferia, le relazioni parentali sono assenti. La contropartita è che nella periferia il tessuto sociale si sgretola e la marginalizzazione può generare casi di devianza.<br />
Torretta-Scalzapecora è solo uno dei tanti hinterland cresciuto negli ultimi trent’anni eppure offre un punto di osservazione privilegiato per considerare un altro fenomeno dalla portata preoccupante: la turistificazione di Napoli. Un evento massiccio che rischia di mettere a repentaglio la sopravvivenza del centro storico e dei quartieri a esso contigui. La crescente richiesta turistica non si è accompagnata adeguatamente a politiche di regolamentazione delle locazioni.<br />
A Napoli sono presenti 7169 annunci sul portale Airbnb e di questi il 59,3 % si riferisce non a stanze, ma a interi appartamenti locati talvolta da singoli soggetti che ne gestiscono più d&#8217;uno, godendo di regimi fiscali agevolati. La diretta conseguenza di questa improvvisa richiesta di appartamenti nel perimetro Unesco e nei quartieri limitrofi ha generato un rialzo dell’offerta, la compravendita è aumentata (fonte Tecnocasa) del 41% negli ultimi quattro anni. Gli appartamenti acquisiti dai gruppi immobiliari vengono locati di preferenza ai turisti generando l’espulsione degli abitanti storici che non riescono ad adeguarsi al rialzo dei prezzi. L’effetto è l’aggravarsi dell’emergenza abitativa in città e il conseguente numero di sfratti cui abbiamo assistito negli ultimi mesi. Ben inteso, il problema non è il turismo, veritevole fonte di sviluppo e lavoro, ma la ricaduta che una mancanza di programmazione delle politiche abitative e di controllo delle piattaforme esercita sugli abitanti dei quartieri più appetibili di Napoli.<br />
La nascita di Torretta Scalzapecora non si è di certo verificata a causa della recente turistificazione, come mostrano le date di costruzione degli stabili, eppure la turistificazione può accelerare l’edificazione di quartieri-satellite in altre zone periferiche della provincia, se non si inverte la preoccupante rotta che l’espansione acritica dell’industria turistica sta operando a Napoli. Se la situazione fotografata a Napoli è l’ondata di turismo <em>prêt à manger</em> con la proliferazione degli Airbnb, il negativo di questa condizione napoletana è la crescita bulimica della sua provincia e le pressioni sociali che essa vive.</p>
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		<title>un buco nella rete</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Oct 2013 13:42:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[Baudrillard]]></category>
		<category><![CDATA[chirurgia plastica]]></category>
		<category><![CDATA[Courbet]]></category>
		<category><![CDATA[guy debord]]></category>
		<category><![CDATA[Il corpo delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[Marilisa Moccia]]></category>
		<category><![CDATA[pornografia]]></category>
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					<description><![CDATA[&#160; Quando i gioielli sono discreti: per un’estetica della vulva di Marilisa Moccia Chi avrebbe mai pensato ad una estetica della vulva? Eppure, la sempre maggiore esposizione cui sono sottoposti gli organi genitali, di qualsiasi sorta di esposizione si tratti, sembra proprio aver fatto nascere l’esigenza di una vagina che è chiamata a rispondere a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/diderot.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class=" wp-image-46580 alignleft" alt="diderot" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/diderot.jpg" width="468" height="306" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/diderot.jpg 668w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/diderot-300x196.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 468px) 100vw, 468px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quando i gioielli sono discreti: per un’estetica della vulva</strong></p>
<p>di<br />
<strong>Marilisa Moccia</strong></p>
<p>Chi avrebbe mai pensato ad una estetica della vulva? Eppure, la sempre maggiore esposizione cui sono sottoposti gli organi genitali, di qualsiasi sorta di esposizione si tratti, sembra proprio aver fatto nascere l’esigenza di una vagina che è chiamata a rispondere a rigidi dettami di bellezza come estrema pratica igienica. Via tutti i peli, per lasciar vedere più dettagli e soprattutto via le piccole labbra troppo lunghe e pendenti si ricorre infatti alla chirurgia estetica per aggiustare le imperfezioni di una vulva “in disordine”, dalle labbra troppo lunghe o irregolari. Il diktat estetico imposto dall’industria del porno a cui molte donne si rifanno, e rifanno, seguendone gli stilemi, anche il look alla propria vagina, impone che la vulva debba, insomma, somigliare sempre più a quella delle bambine, glabra e nelle cui grandi labbra tutto possa racchiudersi e nulla fuoriuscire. Le pratiche di bellezza di repressione autodisciplinante approdano all’autolesionismo. Il corpo è consacrato nella sua astrazione asettica, quasi asessuata.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/courbet.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-46579" alt="courbet" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/courbet.jpg" width="315" height="261" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/courbet.jpg 450w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/courbet-300x248.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 315px) 100vw, 315px" /></a><br />
In passato, fatta eccezione per Courbet, a nessuno interessava cosa ci fosse là sotto. Nel Rinascimento non esisteva un termine anatomico per descrivere nei particolari il sesso femminile. La vagina veniva percepita come una variante rovesciata del sesso maschile, composta dagli stessi organi ma disposti in maniera differente. E se fino all’avvento massiccio dell’immagine pornografica la vagina era relegata  “là sotto” come una questione poco interessante se non nella sua funzione di “buco” (nei porno degli anni 80 il pube è peloso), adesso tutti sanno come è fatta e in cosa differiscono le une dalle altre. L’invasione delle immagini ha sdoganato il processo di un’operazione di giudizio e paragone che ciascuno può operare tra ciò che si possiede e ciò che appartiene agli altri. Esibizione d’altronde rima con inibizione.</p>
<p>Il problema però non è il porno di per sé ma il modello di identificazione che dalle immagini scaturisce nella spettacolarizzazione della vulva, poiché come ci ha insegnato Debord «lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini». La novità di questi ultimi anni è che l’identificazione, processo rimasto per anni appannaggio maschile, ora sta cedendo lo scettro (per restare in tema di simbologia fallica) al gentil sesso. Per le donne il problema dell’identificazione è forse maggiore rispetto agli uomini. Non c’è molta possibilità di confrontare la forma della propria vulva con quella delle altre donne, data la conformazione anatomica,  mentre per i maschi il rapporto di paragone è molto più naturale e quotidiano, si pensi alle docce dopo le partite di calcetto. Ciò sta a significare che l’unica occasione data alle donne per vedere altre vagine è soltanto quella dell’immagine pornografica.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/bild.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright  wp-image-46578" alt="bild" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/bild.jpg" width="336" height="239" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/bild.jpg 480w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/bild-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/bild-100x70.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 336px) 100vw, 336px" /></a><br />
In Australia è nato un <a href="http://largelabiaproject.tumblr.com">blog</a> , in cui sono state raccolte foto di vulve inviate da donne da ogni parte del mondo. La maggior parte di esse ringrazia per aver posto l’attenzione sull’argomento poiché non immaginavano che l’irregolarità delle loro labbra fosse “normale”.<br />
Così, al ritmo crescente del 20% ogni anno, sempre più donne, nell’occidente lontano dal fantasma dell’infibulazione, ricorrono a interventi di labioplastica. A sentire i medici che pubblicizzano da youtube con una certa nonchalance e compiacenza i prodigi del bisturi corregge l’ipertrofia delle piccole labbra “fastidiose perché non consentono di indossare biancheria intima”, viene veramente da chiedersi: sì, ma chi l’ha deciso che sono troppo lunghe? I commenti ai video si dividono fra quelli di alcune donne che trovano assurda la pratica chirurgica e le “estasiate”, tra cui alcune che chiedono se è possibile farsi praticare la labioplastica pur essendo minorenni. Il target è nettamente diviso in fasce d’età: fra adolescenti disposte alle pratiche narcisistiche più estreme e le loro “sorelle maggiori”, formatesi evidentemente in un clima ancora post sessantottino secondo cui la legittima riappropriazione del corpo rispondeva a pratiche secolari di oscurantismo.</p>
<p>Liberati i corpi dalle censure interiori, è cominciata la loro colonizzazione. Nel 1970 Baudrillard scriveva «occorre che l’individuo si assuma lui stesso come oggetto, come il più bello degli oggetti come il più prezioso materiale di scambio, perché si possa istituire al livello del corpo distrutto, della sessualità distrutta, un processo economico di redditività»<br />
Ciò che sembra essere accaduto negli ultimi anni è un mutamento del narcisismo che non risponde più ad una logica diretta: IO  CORPO, ma è diventato indotto: DIKTAT DELL’IMMAGINARIO SOCIALE  IO  CORPO, in cui il soggetto non è altro che un mediatore/esecutore ed ha il compito di agire per modificare e uniformare. Il paradosso della labioplastica è che standardizza i genitali esterni rendendoli simili a quelli degli altri mammiferi, le piccole labbra sono infatti il tratto distintivo della specie umana. Viene da chiedersi se, prima di vedere il video, prima che la figura del chirurgo genitale contribuisse alla costruzione di una doxa estetizzante, qualcuna di quelle donne che richiede per sé l’intervento di labioplastica si era mai posta il problema dell’eccessiva lunghezza delle proprie labbra.<br />
Troppo semplice chiamare in causa la violenza simbolica e il dominio maschile, le donne imitano le donne o meglio, «si dà da consumare la Donna alla donna», la questione si fa più sottile e al contempo più sfuggente. Le pratiche narcisistiche paiono rispondere ad una sola logica: quella del capitale, non un capitale economico, ma un capitale estetico che potrebbe essere così formulato: il mio corpo vale le cure che gli propino.  Il taglio delle piccole labbra rientra allora in un &#8211; assurdo &#8211;  processo di capitalizzazione del corpo. Le labbra vengono immolate in nome del dio dell’estetica, del capitale estetico supplementare, che a quanto pare diventa più potente addirittura del piacere. Tagliare una parte delle labbra, ricche di terminazioni nervose e vasi sanguigni, vuol dire, infatti, ridurre inevitabilmente la porzione di superficie sensibile.<br />
In quest’ottica la presenza dell’altro da sé lungi dall’essere sminuita, si rafforza: l’altro non è più qualcuno con cui condividere il piacere erotico ma lo spettatore di un corpo monadico, sempre più individualizzato, che basta sempre più a se stesso.<br />
Poco male, dunque, se i “gioielli” sono bruttini e discreti, li si può sempre depilare, impreziosire con Swarovski (altra pratica che sta prendendo piede), trasformare chirurgicamente. Il fine ultimo non ha nulla a che vedere col potenziamento del piacere che dovrebbe essere il solo a interessare un sano rapporto col proprio organo genitale. Cosa resta allora della libera fruizione del corpo e del proprio piacere se non appena la vulva è stata liberata subito le si è costruito intorno una gabbia di costrizioni estetiche? Sembra che il concetto di “corpo” si sia evoluto secondo una parabola che va dal narcisismo alla medicalizzazione. Il corpo è diventato un feticcio che richiede un continuo intervento di manutenzione fatto di diete, fitness e autodisciplinamento. Il medico è colui che supervisiona l’operato dell’individuo e coopera al suo miglioramento e alla sua trasformazione estetica.</p>
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L’epoca moderna, che ha avuto il grande merito di liberare l’uomo dalla superstizione e da quella che Bauman ha definito «perdurante influenza della tradizione», ha formulato una religione del corpo, una sua sacralizzazione che travalica i confini dell’amor proprio trasformandosi in un amore malato che giunge fino alla nevrosi, all’autolesionismo, alla mutilazione.</p>
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