<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>mario schiavone &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/mario-schiavone/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 04 Dec 2016 18:20:15 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=7.0.1</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Ciliegie</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/12/18/ciliegie/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2016/12/18/ciliegie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Dec 2016 06:19:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=66108</guid>

					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile e raggiungo la fermata dell’autobus del primo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-300x157.jpeg" alt="ciliegie1" width="300" height="157" class="alignleft size-medium wp-image-66109" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-300x157.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1-470x248.jpeg 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/ciliegie1.jpeg 650w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Da circa sei mesi esco di casa tutti i giorni feriali e fingo di avere una vita che non ho più. Dopo la doccia mi vesto, poi  indosso la mia giacca ben stirata e prendo l’agenda. Scendo nel cortile del condominio metto in moto l’automobile  e raggiungo la fermata dell’autobus del primo quartiere che segue la zona in cui vivo, per non farmi notare dai vicini.<br />
Salgo sull’autobus e percorro la strada che una volta mi portava al magazzino di libri in cui lavoravo come capo magazziniere. Poco prima di arrivare al magazzino suono il campanello dell’autobus  e scendo alla fermata che sta all’ingresso del parco. <span id="more-66108"></span></p>
<p>Appena sono fra gli alberi mi metto a camminare cercando di non pensare ai miei problemi. La verità è che quando sono disperato e non voglio pensare alle cose brutte i pensieri negativi si presentano puntuali come un esattore delle tasse. Da quando non ho più un lavoro ho cominciato a conservare anche i centesimi che trovo nelle tasche degli abiti che non indosso più: sono diventato l’esattore del debito che ho nei confronti della mia vita.<br />
“La gente non compra più libri per concorsi, preferisce fotocopiarli o usare internet per scaricare i quiz”- mi ha detto un giorno il titolare della mia azienda. Due settimane dopo la consegna della lettera in cui annunciava il mio licenziamento. L’hanno data proprio a me che  lavoravo sentendomi come uno che doveva sistemare le pietre nel letto di un fiume secco. Lavoravo spostando per ore, giorni, mesi i libri che riempivano gli scaffali del magazzino in cui stavo per dieci ore al giorno. E quando arrivava l&#8217;estate mi pareva di stare inginocchiato in un fiume secco a sistemare i sassi che stanno sul fondo. Mi piaceva lavorare in quel modo. Era bello sentirsi artigiani di una grande costruzione. Poi è finito tutto.<br />
Quando la sera a cena l’ho detto a mia moglie si è chiusa in camera e non mi ha più aperto fino all’alba. Mi sono ritrovato a dormire sul divano della cucina. Tutto questo accadeva quando ancora avevamo una casa in cui ogni spazio aveva un proprio nome. Adesso io e mia moglie viviamo in una piccola mansarda il cui affitto è sostenuto dai soldi della pensione di mia suocera. Trenta metri quadrati di sottotetto in cui muoversi fra l’angolo del piano cottura della piccola cucina, il letto matrimoniale da una piazza e mezza e un bagno con una piccola doccia ricavata fra il water e il lavandino.  Il televisore lo abbiamo comprato ad un mercatino dell’usato e per fare le lavatrici ci serviamo di una grande valigia cinese con cui portiamo tutti gli abiti alla lavanderia a gettoni gestita da una famiglia araba che vive nel nostro stesso quartiere.<br />
 Da una grande casa a un piccolo bunker che ricorda i nascondigli dei latitanti, mentre noi che siamo persone senza problemi con la giustizia ci nascondiamo dai vecchi amici che ci cercano ancora. Vogliono  sapere come stiamo, quanti soldi abbiamo in banca, dove andremo in vacanza la prossima estate. Discorsi che io e mia moglie non possiamo più permetterci, perché sono un ricordo più sbiadito di vecchie foto sviluppate su carta di cattiva qualità. Come immagini che perdono la loro vivacità con il passare degli anni. A noi due, per perdere i colori della nostra vita sono bastati pochi mesi. E questo fotomontaggio di mondo in cui ci troviamo è triste e statico come un diorama costruito dalle mani di un artigiano ormai stanco.<br />
Ad esempio, stamattina, il prezzo delle ciliegie di prima scelta era di 4 euro al chilo. Per completare un pranzo bisognava avere in tasca almeno 4 euro con cui comprare un chilo di felicità formato frutta. </p>
<p>Succo alla pera per me (45 centesimi al litro, provenienza discount).<br />
Latte allungato con acqua di rubinetto per mia moglie( provenienza del latte: mucche dei pascoli di paesi dell’est  Europa).<br />
Questa la nostra colazione prima di scoprire che in casa non era rimasto altro da mangiare se non un panetto di burro scaduto, tre pezzi di pane ormai duri e due fette biscottate ammorbidite dall’umidità che si allarga a goccia dietro il mobile della cucina. Abbiamo contato quanti soldi erano rimasti nel salvadanaio di casa, il giorno dopo aver pagato una bolletta del metano da riscaldamento ormai scaduta da due mesi, per scoprire che in casa avevamo solo due euro.<br />
Dopo l’ennesimo litigio con mia moglie, che mi ha  accusato ancora una volta di non essere capace di trovarmi un nuovo lavoro con cui provvedere alla nostra sussistenza, sono uscito di casa con in tasca i due euro per cercare di comprare qualcosa da mangiare per il pranzo. Sono andato da Gino, il titolare di un negozio di generi alimentari aperto anche la domenica. Fuori al negozio, nell’angolo della frutta, ho notato due cassette di ciliegie.<br />
Su una c’era  un grande cartello battuto a computer con sopra scritto:<br />
Ciliegie di prima scelta, 4 euro al chilogrammo. Brillavano come piccole pietre preziose di colore rossastro.<br />
Sul secondo un piccolo cartellino marcato a penna blu faceva leggere:<br />
Ciliegie seconda scelta  1,50 euro al chilogrammo. Costavano di meno ma erano di un colore così spento che sembravano fatte di cartapesta.<br />
 Ho chiamato Gino e gli ho detto di darmi 2 euro di ciliegie economiche. Sono rientrato a casa e le ho mostrate a mia moglie.  Le ha subito immerse nell’acqua e mentre faceva la cernita per separare le macchiate dalle buone l’ho sentita prima singhiozzare, poi soffiarsi il naso.<br />
 -Ce la faremo, questo periodo buio passerà.- le ho detto io.<br />
-Non lo so. &#8211; ha risposto lei.<br />
Poi ha smesso di lavare le ciliegie è andata in bagno con fare veloce e inchinandosi sulla tazza  ha vomitato.<br />
Mentre lei vomitava ho assaggiato una ciliegia: era amara come un pezzo di fegato mal cotto. Ho bevuto  un bicchiere d’acqua di rubinetto, poi sono uscito di casa senza dire niente a mia moglie.  In strada un testimone di geova mi ha fermato e mi ha allungato un giornale chiamato Torre di Guardia. Sulla copertina un titolo in stampatello grande che diceva: LA VITA CHE SALVI POTREBBE ESSERE LA TUA. Ho piegato il giornale e l’ho messo in tasca senza dire niente allo sconosciuto che mi aveva fermato. Mi sono rimesso a camminare e mentre mi allontanavo pensavo. Ho passeggiato a lungo  per le strade della mia città fino al tramonto, quando il sole che cala dietro i palazzi lontani si porta via tutti i pensieri della giornata. Camminato per ore prima di rientrare,  per poi provare a contare le nuvole che mi apparivano come creature viventi nel cielo. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2016/12/18/ciliegie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">66108</post-id>	</item>
		<item>
		<title>les nouveaux réalistes: Mario Schiavone</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2016/05/14/les-nouveaux-realistes-mario-schiavone/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2016/05/14/les-nouveaux-realistes-mario-schiavone/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 May 2016 05:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61761</guid>

					<description><![CDATA[B come Batman, K come Ken il Guerriero di Mario Schiavone  Oggi, giorni miei: Aversa. Alcuni giorni vado da un bravo orologiaio che di professione aggiusta le lancette che segnano l’ora buona o cattiva nell’anima delle persone. Un giorno, questo bravo dottore dalla testa calva liscia e luccicante come quella del Professor Charles Xavier (Padre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-61768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-300x300.jpg" alt="marius" width="370" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/marius.jpg 1000w" sizes="(max-width: 370px) 100vw, 370px" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>B come Batman, K come Ken il Guerriero</strong></p>
<p style="text-align: justify;">di</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p> <em>Oggi, giorni miei: Aversa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni giorni vado da un bravo orologiaio che di professione aggiusta le lancette che segnano l’ora buona o cattiva nell’anima delle persone. Un giorno, questo bravo dottore dalla testa calva liscia e luccicante come quella del Professor Charles Xavier (Padre degli X Men), fissandomi con i suoi occhi lucidi e pungenti ben piazzati sul suo volto glabro mi ha guardato a lungo e con aria attenta; prima di farmi una domanda precisa:<br />
C’è un incubo ricorrente che lei fa quando sta male?<br />
Io l’ho guardato negli occhi, prima di muovere altrove lo sguardo. Qualche attimo dopo l’ho immaginato levitare nell’aria, mentre mi sentivo come un allievo mutante della Scuola-Casa Xavier per Giovani Dotati degli X-Men. Solo lasciando le mura dell’edificio X-Men (Graymalkin Ln, Westchester County 1407 North Salem, NY 10560) sono riapprodato con la mente nel suo studio medico per rispondere alla domanda.<br />
Certo, dottore. Anche io faccio incubi, un po’ come tutti… però ora le chiedo scuso, davvero non ricordo l’incubo più frequente.<br />
L’orologiaio non mi ha creduto ed è rimasto di nuovo in silenzio a guardarmi, cercando di leggermi nel pensiero. Io invece avevo la testa altrove, precisamente dalle parti in cui la mia mente ha conservato parte dell’immaginario onirico relativo al mio ultimo incubo notturno. Un vero e proprio film drammatico. In qualità di giovane “ospite” di un manicomio civile, un Joker travestito da medico legale(con quel sorriso marcio largo largo sulla bocca che tagliava la sua faccia colorata) mi leggeva il mio referto medico. Diceva qualcosa come: Il corpo qui presente è spirato in seguito a sopraggiunto infarto.<br />
Poi la sua voce s’interrompeva e risate forti accompagnavano il resto del mio viaggio con il mio corpo che sottoforma di vapore usciva dalla finestra di quella casa di matti quasi volando come uno spirito. Me ne andavo girando per una città che non conoscevo, fino a fermarmi davanti a un piccolo cinema. Lì ridiventavo umano e vestito da spiderman, costume completo ma con piedi scalzi, entravo senza fare il biglietto come unico spettatore di una grande sala cinematografica in cui veniva proiettato il mio funerale.<br />
Le immagini mostravano una bara con dentro la mia salma vestita da boy scout, mentre le grandi mani di Hulk in persona fissavano le viti del coperchio che stava per essere chiuso (si trattava di Joe Fixit, Hulk in versione grigia). Subito dopo ben quattro dei miei super eroi preferiti a trasportarla sulle spalle, durante la processione dalla chiesa al cimitero: L’Uomo Ragno e Flash, nei loro costumi stirati e luminosi, a reggere la parte in cui posavano i miei piedi e Superman e Batman dietro dalla parte delle spalle a portarmi con tanto di mantelli che sventolavano al vento. Poi, quella notte, qualche ingranaggio si rompeva, la proiezione si bloccava ed io mi risvegliavo nel mondo reale tutto sudato, con il cuore che faceva quindicimila chilometri l’ora pulsando come il motore di un’astronave supersonica.<br />
Anche se all’orologiaio-dottore non l’ho mai detto, fin da piccolo ho sempre creduto nell’esistenza dei super eroi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni di ieri l’altro, ormai trascorsi: Agropoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ha avuto inizio con la scoperta dell’Uomo Ragno verso i cinque anni, poi c’è stata una virata religiosa con San Francesco a dieci anni (agli scout ci avevano spiegato che parlava agli animali e alle piante e per me uno così non poteva che essere un vero super eroe) e a quindici anni l’amore rinvigorito per i “super eroi” giapponesi, prima con il muscoloso Ken Il Guerriero di Tetsuo Hara e Buronson e in seguito con l’astuto e preciso Jotaro Kujo di Hirohiko Araki.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni di ieri, a me più vicini: Torino</em></p>
<p style="text-align: justify;">Superato il momento del fascino per gli scontri corpo a corpo, i veri turbamenti dell’anima sono arrivati intorno ai venti anni quando ho scoperto un’edizione italiana del Batman di Frank Miller “reinventato” (e tratto dall’edizione usa degli anni ottanta) nell’albo che presentava il ciclo a fumetti il “Ritorno del Cavaliere Oscuro”.<br />
Una storia in cui, come molti sanno, Batman perde tutto e ricomincia da capo la sua lotta personale. Da lì in poi, da quell’albo così speciale, ho preso a immaginare tante volte di incontrare (e parlare) con quel Batman diviso fra il bene e il male; non più capace di ogni gesto, pur di affrontare le ingiustizie di questo mondo, ma di essere un Cavaliere Oscuro pensante e “gettato nella vita” come l’uomo heideggeriano.</p>
<p style="text-align: justify;">Anni fa quando abitavo a Torino, e vivevo un periodo davvero difficile per un comune mortale, nelle mie passeggiate solitarie lungo il fiume Dora, a lungo ho conversato con il Cavaliere Oscuro-Filosofico intrattenendo con lui amabili (e poco amabili ) discorsi sull’importanza di non sentirsi soli al mondo quando non si ha una famiglia alle spalle.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni intermedi dopo Agropoli, Torino e Berlino: quartiere di Tor Pignattara, Roma.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Per qualche anno,vivendo a Roma nel quartiere Tor Pignattara, ho fatto incontri miracolosi e osservato da vicino super eroi metropolitani capaci di compiere gesti divini.<br />
In una calda sera primaverile, verso l’ora del tramonto molto cara ai super eroi che si preparano per l’uscita notturna, ho conosciuto la doppia vita di Aurelio (così si faceva chiamare) il super eroe di origini indiane che aveva sei dita per mano. Di giorno usava le sue dita in più per riempire a gran velocità i sacchetti di frutta che le casalinghe, con tanta fretta e poco garbo, gli chiedevano nel negozio in cui lavorava. Di notte, quando indossava il suo costume, lavorava in una officina meccanica in cui assemblava motori rombanti da montare su bolidi dai colori sgargianti. Ero venuto a conoscenza della doppia vita di Aurelio in una lavanderia a gettoni col pavimento a scacchi e le pareti rosse. In quel luogo magico alcuni suoi assistenti, indiani anche loro, avevano messo a lavare il suo grembiule da fruttivendolo, la sua tuta da meccanico e dei guanti speciali che mostravano sei dita per mano. Considerati i miei orari di lavoro (sveglia alle cinque del mattino e rientro all’ora del tramonto) non era stato difficile osservare Aurelio e scoprire il divenire della sua vita segreta in orari insoliti.<br />
Un giorno si era presentato di persona in lavanderia, a ritirare i suoi abiti asciutti e a controllare le condizioni di alcune giacche da poco stirate.<br />
Io avevo guardato le lavatrici, per finta, cercando di spiare lui per davvero.<br />
Dopo una sua strizzata d’occhio furtiva, imbarazzato, avevo detto qualcosa come:<br />
-Ma quanti lavori fai tu, che ogni volta lavi tutti questi abiti?</p>
<p style="text-align: justify;">Lui mi aveva guardato senza dire niente. Si era avvicinato per rispondermi a bassa voce:<br />
-Io come fratellino di quello che vola come pipistrello. Fare tanti lavori per aiutare famiglia mia molto grande.<br />
-Fratellino di Dracula?<br />
-Scemo che sei. Dracula è cattivo. Io come fratellino di Batman, quello che si chiama Robertino.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni senza tempo, perché lunghi e pericolosi: Agropoli.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Squilla il cellulare in piena notte.<br />
-Pronto.<br />
-Pronto, ma sei tu? Vieni subito in ospedale.<br />
-Ma chi sei?<br />
-Sono Giusy, la mamma del tuo amico forzuto.<br />
-Scusami Giusy, che succede?<br />
&#8211; Il tuo Capitan America ha avuto un serio problema all’intestino, a causa di un incidente sul lavoro. Vieni, corri subito in ospedale. Ti aspettiamo al pronto soccorso.<br />
Quando arrivo all’ospedale il mio Capitan America è a letto in una stanza singola riservata solo a lui. In attesa, mi spiegano i suoi familiari, di un intervento d’urgenza allo stomaco.<br />
Saluto la madre Giusy e il fratello Fabio, poi mi avvicino e prendo la mano destra di Capitan America per stringerla nella mia. Mi viene quasi da piangere a vedere il mio amico, dopo anni di palestra e doppia vita segreta, ricoverato in un letto d’ospedale. Lui0 mi fa segno di avvicinarmi, poso l’orecchio dalle parti della sua bocca e con un filo di voce mi dice:<br />
-Non dire mai a nessuno il tuo segreto. Siamo tutti speciali, ma nessuno capirebbe. Se campo stavolta mollo lo scudo e continuo solo a fare le pizze.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giorni colmi di un tempo fatto di scoperta: 10 Maggio 2008, Ginevra.</em></p>
<p style="text-align: justify;">-Stiamo per dimetterla. Vedrà che si troverà bene fra la gente comune. Non dovrà fare altro che pensare a quanto è speciale e fortunato. Non diverso, se lo ricordi bene.<br />
-Dottore è sicuro di quanto sta dicendo?<br />
-Il nostro gruppo di lavoro ha avuto l’onore di incontrarla e aiutarla in un momento molto difficile. Crediamo di aver fatto un ottimo lavoro con lei. Ora può tornare lì fuori, e combattere ogni giorno. Solo una cosa ancora.<br />
-Mi dica. Che c’è?<br />
-Mantenga il segreto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tempo che vola via veloce: qui e ora; Aversa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, dopo tutti i super eroi amati da piccolo, dopo quelli incontrati intorno ai vent’anni e dopo l’incidente del 2008 a Berlino, con conseguente ricovero a Ginevra, davvero non posso svelarvi il mio segreto. Negli anni, per custodirlo gelosamente, ho cambiato più volte casa e città. Gettato via mantelli; e zainetti pieni di invenzioni speciali. Ho provato a rinnegare – per difendermi e non avere problemi di privacy- i contatti con ogni super eroe incontrato. Da quelli fatti di carta (americani o giapponesi) a quelli di carne e nervi (i veri super eroi che operano dalle mie parti). Ho dovuto seguire terapie riabilitative in Italia e all’estero. Ho incontrato medici che fino all’ultimo mi hanno dato per inguaribile. Solo negli ultimi tempi è pervenuta la diagnosi definitiva. Non è grave: stabilisce che io ho un super potere.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2016/05/14/les-nouveaux-realistes-mario-schiavone/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">61761</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Gramsci in liquidazione</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/06/21/gramsci-in-liquidazione/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/06/21/gramsci-in-liquidazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Jun 2014 14:18:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[antonio gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[l'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[libertà d'informazione]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[stefania scateni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=48331</guid>

					<description><![CDATA[(insieme al sottoscritto) di Mario Schiavone #iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata. Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(insieme al sottoscritto)<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/06/l_unita.jpg" alt="l_unita" width="196" height="250" class="alignleft size-full wp-image-48335" /></a></p>
<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><em>#iostoconlunita: Come da comunicato del CDR dell’Unità, prossimamente l’intero gruppo operativo del giornale avrà un incontro con i liquidatori della testata.</em></p>
<p>Da piccolo, e per anni, qui nella mia terra non c’era molto da fare, se eri un bambino un po’ troppo sveglio e con tanta vitalità dentro. Per tenermi a bada, i miei genitori quando non mi compravano giocattoli mi regalavano dei libri. Storie da leggere con cui distrarmi e sfogare quel mio essere un bambino frenetico e con i nervi spesso in tensione. Oggi, che non leggo solo libri e non sono più un bambino, scrivendo storie accade più o meno la stessa cosa: sto meglio, mi sento più vivo e meno arrabbiato con il mondo.<span id="more-48331"></span></p>
<p>Stamattina mi sono svegliato, ho sciacquato il viso. Sbrigate le faccende mattutine, sono andato in edicola ho chiesto <em>l’Unità</em>. Dopo aver pagato l’edicolante, ho cercato una panchina per sedermi. Non l’ho trovata. Così sono andato nella libreria che frequento di solito e lì rubando una sedia e un tavolino al libraio ho prima sfogliato il giornale per osservare ogni titolo, poi l’ho cominciato a leggere per davvero. I comunicati del CDR del<em>l’Unità</em> parlano chiaro:  la società a cui fa capo il quotidiano è in liquidazione, giornalisti e tipografi sono in stato di agitazione. </p>
<p>Un comico di ieri e rappresentante politico di oggi, qualche giorno fa ha festeggiato la cosa gridando a squarciagola un augurio di cattivo gusto. Io non gli rispondo. Non gli rispondo perché quelli che urlano come lui, per ragioni di problemi alla mia membrana dell’udito, diventano voci distorte che non riconosco. </p>
<p>Ho cominciato a scrivere verso i 17 anni per un giornalino di paese. Qualche anno dopo per un quotidiano della provincia di Caserta, poi per un quotidiano della provincia di Salerno. Da poco più di un anno, sono autore per il web come blogger per <em>Terra Nera, Mare Blu</em> uno spazio del portale <em>ComUnità</em> de <em>l’Unità</em>. </p>
<p>Oggi ho 31 anni e scrivere è ancora una cosa che mi rende felice. Per me scrivere significa dare spazio alla rabbia nei confronti del mondo, uno stato emozionale che tutti portiamo dentro e che ognuno impara a gestire in qualche modo. Io non so gestirla, non l’ho mai saputo fare fin da piccolo. Però da quando scrivo ho scoperto che concentrarmi nel gesto della scrittura è terapeutico, perché mi aiuta a tenere bada mostri interiori che, lasciati liberi, non mi permetterebbero di avere quella che molti chiamano &#8220;vita normale”. Quando scrivo faccio a pugni con le mie paure, e seppure in questo lottare non perdo né vinco, quando indosso i guantoni (ovvero quando mi metto a scrivere), veicolo energie che non posso contenere con una semplice camminata o leggendo un libro.</p>
<p>Se ho questo privilegio, se posso destinare le mie energie firmando articoli e racconti per il giornale fondato da Antonio Gramsci, devo soltanto ringraziare la redazione de <em>l’Unità</em> che mi ha permesso di farlo in piena libertà e autonomia; talvolta insegnandomi come usare questo o quel lemma, come tagliare un passaggio forzato, o come accorciare una storia troppo lunga.<br />
Le persone che mi hanno dedicato più tempo e passione si chiamano Daniela Amenta e Stefania Scateni. Si sono impegnate a capire che direzione prende certe volta la mia scrittura e a migliorarla, dandomi in fin dei conti l&#8217;opportunità di imparare un mestiere &#8211; non quello del giornalista, ma semplicemente quello di chi scrive: il che vuol dire che quel giornale ha un’anima, dei volti singoli che ci lavorano per trasmettere ai lettori un’idea di informazione nata da esigenze umane legate al sapere e al vedere il mondo in un certo modo (forse non il migliore, ma uno dei modi possibili)<br />
Daniela e Stefania, come altri de <em>l’Unità</em> con cui ho parlato o con cui ho scambiato mail, non le ho mai conosciute; eppure non sono solo voci che stanno dall’altro capo di un telefono ma persone che da tempo ormai –senza orari precisi, senza certezza di stipendio- sono in trincea per lottare affinché quel giornale continui a vivere e garantire l’esistenza di un luogo d’incontro e di dibattito, di uno spazio libero e aperto alla cultura intesa in modo così ampio e inclusivo da essere aperto anche al sottoscritto. </p>
<p>Come scrittore esisto (anche) perché esistono i giornali di carta e le loro espansioni web chiamate blog. La mia libertà come autore ha luogo  spazio e vita perché ci sono dei tipografi (e informatici) che prendono uno stipendio per fare un giornale. Far morire una testata giornalistica significa questo: aprire un buco nero e gettarvi dentro tutto quello che i giornalisti (testimoni della realtà, quando sono bravi) raccontano. Dopo i giornalisti, nella voragine del buco nero cadono tutti gli altri, tutti quelli che cercano di raccontare le loro storie, me compreso. Per questo mi auguro che quello spazio di carta aperto da Antonio Gramsci continui a vivere. Come mi auguro di poter ancora scrivere qualche pagina con cui tenere compagnia a chi, come me da piccolo, per scelta o destino ha avuto solo storie da leggere con cui addomesticare la rabbia che gli nasce dentro. </p>
<p><em>l&#8217;immagine raffigura il primo numero de L&#8217;Unità</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/06/21/gramsci-in-liquidazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">48331</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il lavoro, il carcere, la Coca-Cola</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/30/il-lavoro-il-carcere-la-coca-cola/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/30/il-lavoro-il-carcere-la-coca-cola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Oct 2013 07:18:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[carceri]]></category>
		<category><![CDATA[fabio dito]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[ospedali psichiatrici giudiziari]]></category>
		<category><![CDATA[psichiatria]]></category>
		<category><![CDATA[stopopg]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46810</guid>

					<description><![CDATA[di Dr.Fabio Dito (Stopopg Campania) e Mario Schiavone Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro. Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Dr.Fabio Dito</strong> (<a href="http://www.stopopg.it/">Stopopg Campania</a>) e <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg" alt="9684" width="380" height="300" class="alignnone size-full wp-image-46811" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684.jpg 380w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/10/9684-300x236.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 380px) 100vw, 380px" /></a></p>
<p><em>Un’ora di lavoro fra alcune mura delle carceri italiane frutta un compenso: vale meno del costo di due bottigline di cocacola pet da mezzo litro.</em></p>
<p>  Giovanni lavora da parecchi anni negli istituti penitenziari. Per non perdere traccia di quel che fa, scrive alcuni appunti: annota su foglietti ciò che lo colpisce di più.  Quei piccoli appunti lo portano ad osservare da vicino quanto accade oggi all’interno delle Carceri e degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. La contraddizione è così forte che gli viene in mente Freud.<span id="more-46810"></span><br />
  Un grandissimo Studioso che, come molti sapranno, ha praticamente spiegato che una persona fa le cose e poi dice che non le ha fatte. In seguito, non solo dice che non le ha fatte ma le rimuove e le colloca nell’inconscio.<br />
Giovanni sa bene che L’art. 20 della legge 354/75 “sostiene” che devono essere favorite in ogni modo le attività lavorative all’interno delle strutture carcerarie e degli Opg. Immagina nella sua testa un’indicazione chiara: molti detenuti lavorano e quando qualcuno fra i detenuti non possiede capacità tecniche può essere ammesso a un tirocinio remunerato. In cambio di una somma equa e giusta, ovvero – come previsto dalla norma- una paga oraria non inferiore ai due terzi di quanto previsto dai Contratti Collettivi Nazionali. Tutto torna?<br />
“Non tornano i conti” pensa Giovanni. – nel caos carcerario italiano i conti non danno mai risposte. Anzi, pensa Giovanni dentro di sé: “Mi faccio ancora più domande”.<br />
 La prima che uno come lui si pone è:<br />
“Se guardo il cedolino paga di un detenuto noto che la retribuzione oraria è ben al di sotto di quanto realmente dovrebbe percepire un detenuto. A quanto ammonta la sua paga? Un’ora di lavoro in carcere, (tra contributi a carico del lavoratore, quota di mantenimento e paga fissa e vincolata) vale meno del costo di un litro di cocacola: questa notizia,  retorica pubblicitaria a parte, seconda Giovanni andrebbe condivisa con tutti.<br />
 Eppure Giovanni pensa. Sa bene che pochi sanno che dal 1994 non vengono aggiornate le paghe orarie del lavoro svolto in carcere. Per rendere ancora più angosciante il fenomeno, aggiunge Giovanni, bisogna sapere che intorno alla posizione lavorativa di un recluso si cerca di far ruotare il maggior numero possibile di detenuti: una sorta di job-sharing.  Neanche Ken Loach, nel bellissimo film “In questo mondo libero” del 2007, aveva osato immaginare e narrare un sistema lavorativo tanto labile rispetto alle logiche sindacali di un tempo e alle promesse di recupero.<br />
Un giorno Giovanni, nella sua agenda, appunta un altro esempio. Quello che gli viene in mente è immediato e semplice:  c’è la crisi, non ci sono soldi e molti PRAP ribadiscono la necessità di sospendere l’erogazione dei sussidi di sostegno al reddito a favore dei detenuti e degli internati.<br />
Non siate malpensanti, direbbe Giovanni se dovesse raccontare dal vivo questa storia a degli amici.<br />
 Il malpensante è proprio lui, Giovanni. Perché nelle condizioni fin qui descritte, gli operatori che lavorano negli istituti penitenziari sanno che l’utilizzo di quei di quei pochi soldi destinati al lavoro in carcere diventano per alcuni una forma di welfare penitenziario.<br />
Questo significa che chi è solo (o non sa a chi chiedere un aiuto economico per acquistare il sopravitto) rimane con le mani “legate” cercando di sopravvivere.<br />
Spesso, quando legge i documenti del suo lavoro, immagina le domande dei tanti detenuti che ha incontrato in questi anni. Immagina ognuno di quei detenuti, alle prese con la sopravvivenza, chiedersi: Ma quanto “costa” la mia presenza in carcere? Non basta un sistema di correzione inclusivo a correggere i miei sbagli “sociali”, devo anche subire certe imposizioni?<br />
Talvolta gli sbagli sociali possono essere classificati e paragonati alle colpe mosse da un tribunale kafkiano: cittadini extracomunitari che hanno lavorato molti anni in Italia, con un regolare permesso di soggiorno, dopo aver perso il lavoro, in seguito alla legge studiata dai “gladiatori” dell’arena  politica italiana sopra citati, non hanno più niente… SOLO TANTE COLPE, SENZA SAPERE CHI O COSA LI ACCUSA.<br />
Finiscono così, quegli individui, relegati nel sistema carcerario in attesa di soluzioni alternative che a oggi nessuna forza politica contemporanea attiva in questo paese ha preso in carico con proposte legislative utili e urgenti.<br />
 E se neanche il carcere, così affollato, offre al detenuto una vita quotidiana decente perché un detenuto dovrebbe vivere o sopravvivere alla propria condizione in modo umano e diligente?<br />
 Dopo questa ulteriore domanda, Giovanni pensa di fare un salto in rete. Curiosa per i blog che trattano il tema degli assegni di disoccupazione. Con stupore legge commenti e lamentele sostenute da un pensiero unico e qualunquista: “ non ci sono soldi, piove governo ladro, perché pagare ai detenuti l’indennità di disoccupazione?”.<br />
Avverte Giovanni, osservando quei commenti in rete, un certo rammarico per l’indennità di disoccupazione erogata a chi ha svolto attività lavorative che temporalmente sono superiori alle 57 settimane lavorative negli ultimi due anni…<br />
Come dire: se sei detenuto oggi, perché ti spetta l’indennità di disoccupazione “solo” perché fuori dal carcere hai maturato il diritto a un supporto economico statale? Una Controdomanda per i tanti blogger anonimi dalla mano veloce e dalla mente lenta a comprendere Giovanni cel’ha: Chi ora si trova nella condizione di detenuto, perché poco prima della reclusione ha perso il lavoro, non merita comunque trattamento e dignità pari a un disoccupato non recluso? Anche perché con quello che ti passano in carcere si sopravvive, quando va bene.<br />
Oggi questo. E ieri? Giovanni fa un passo indietro, come in un gioco antico in cui bisogna saltellare usando un sol piede. Questo gesto gli ricorda il gioco della campana, disegnato col gesso bianco assieme ad altri bambini sulle strade di un Paese che non è più quello di un tempo.</p>
<p> In tutti questi anni, Giovanni ne è sempre più convinto, abbiamo assistito alla verticale diminuzione del budget economico destinato al lavoro svolto dai detenuti, a fronte di un’impennata del numero di reclusi.<br />
 La conclusione inquietante a cui pensa Giovanni è: Questo fenomeno ha determinato un aumento del lavoro all’interno degli spazi di reclusione, soprattutto per quei servizi irrinunciabili quali vitto, portavitto, pulizie. Di conseguenza, ai detenuti e agli internati -fortunati secondo alcuni perché lavorano- si chiede e si autorizza anche lo svolgimento giornaliero di alcune mansioni in qualità di volontario.<br />
Giovanni a stare fermo con la mente, a smettere di pensare, proprio non ce la fa: una domanda viene di ancora in mente, prima di raggiungere la base del gioco della campana: col suo discorso e le sue domande ha lanciato il sasso per indicare un obiettivo da raggiungere e poi – saltellando su quel piede- ha scoperto che il riquadro finale non era il punto di vittoria del gioco. Anzi, una zona capace di creare un forte dubbio: esistono le regole per arrivare alla casa-base? Se un internato viene ritenuto come persona incapace di intendere e volere perché “volontariamente” può-deve decidere di svolgere attività lavorative non retribuite?<br />
Pensa molto Giovanni, ma non sa rispondersi. Decide di così di osservare il problema lavoro negli OPG considerando in primo luogo la provenienza geografica degli internati. Anche in quel caso le cose non vanno bene.  Incontra una sorta di federalismo terapeutico. Un sistema, questo, carico di storture per niente utile quando bisogna ri-definire tutte le manifestazioni regionali del concetto di salute mentale.<br />
 Questo perché  nello stesso OPG le diverse Regioni italiane titolari dei progetti di dimissione degli internati con tanto di iscrizione anagrafica nel territorio di loro competenza prevedano percorsi differenti tra loro. Un internato sa che i suoi compagni di cella forse usciranno in maniera differente da lui.<br />
Alcune regioni prendono anche in considerazione attività di Borse Formazione Lavoro finalizzate all’orientamento lavorativo. E in alcuni casi, purtroppo pochi, al reinserimento lavorativo. Questo si verifica nella piena assenza di reali progetti di sviluppo di posizioni lavorative all’interno degli istituti penitenziari.  Ipotesi possibile: Alcuni internati potrebbero iniziare a lavorare già all’interno degli OPG. Quindi facendo uno sforzo di fantasia costruttiva, si dice Giovanni, se si tiene conto che bisogna prima sanare l’imbarazzante questione del lavoro svolto in regime di “volontariato” magari da affrontare con un fantasioso protocollo d’intesa, potrebbe concretarsi il rischio che a parità di prestazione lavorativa resa, la “retribuzione” percepita da un recluso sarà visibilmente differente perché i “datori di lavoro” sono due: quello penitenziario e quello sanitario. Accade qualcosa di simile nei cantieri navali di Monfalcone.<br />
Potrebbe accadere ancora in altri luoghi di reclusione.</p>
<p>In tanti anni di operato, a Giovanni è anche capitato, di incontrare in un OPG un internato che svolgeva una Borsa Formazione Lavoro sostenuta economicamente direttamente dalla famiglia di origine. </p>
<p>Adesso è tardi, lo sa bene Giovanni. Avvilito conclude così il suo discorso mentale: in assenza di circolazione di denaro dentro le carceri, questa quotidiana “lotta di classe” connotata anche etnicamente, avviene per il possesso e lo scambio di sigarette, bicchieri di coca-cola o aranciata e bustine di nescafé solubile. A lui pare davvero che il processo di discriminazione negativa, descritto da R. Castel, sia sempre in agguato, dentro e fuori dal carcere.  Giovanni è stanco di tutto questo. Ha deciso di pensare alla sua esperienza, di parlarne. Forse comincia a credere che per contrastare la crudele illusione del lavoro all’interno del sistema carcerario (e psichiatrico-giudiziario) non basta più domandarsi se ricorrono almeno le condizioni previste dal comma 2 dell’art. 16 della legge 300/70.<br />
“Come vedete, direbbe Giovanni a una sua platea di ascoltatori (cittadini comuni, colleghi sani, giornalisti, scrittori e legislatori di un tempo) a conti fatti, le leggi da osservare ci sono. I problemi da sollevare anche. Mancano le soluzioni propositive da attuare, subito. Arriveranno?”<br />
Giovanni se lo chiede, ancora oggi. Intanto continua a tenere appunti su foglietti e nella mente. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/10/30/il-lavoro-il-carcere-la-coca-cola/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">46810</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A casa della zia pazza</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Sep 2012 09:15:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[casal di principe]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43591</guid>

					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Qualche giorno fa sono andato a trovare mia zia Silvana. Ho preso l’autobus T51 e sono sceso alla fine di via Aversa, quasi al confine fra Casal di Principe e Villa Literno. La piccola casa appartenuta ai miei nonni è stata data a mia zia, solo perché lei sta poco bene in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/maccheroni-6/" rel="attachment wp-att-43597"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/maccheroni5.jpg" alt="" title="maccheroni" width="231" height="180" class="alignleft size-full wp-image-43597" /></a></p>
<p>Qualche giorno fa sono andato a trovare mia zia Silvana.<br />
Ho preso l’autobus T51 e sono sceso alla fine di via Aversa, quasi al confine fra Casal di Principe e Villa Literno. La piccola casa appartenuta ai miei nonni è stata data a mia zia, solo perché lei sta poco bene in salute. Avevano fatto un patto mio padre, primo fra i figli, e i suoi fratelli minori.<span id="more-43591"></span> Un accordo che da anni veniva rispettato senza che nessuno degli altri fratelli, i miei zii e le mie zie, avanzassero pretese. Così zia e il suo compagno, dopo la morte dei miei nonni, sono andati a vivere nella casa in cui ho trascorso gran parte della mia infanzia.<br />
Purtroppo la zia non ha cura della casa: la sua abitazione appare come un’isola in mezzo alla città. Le mura di un rosa spento si alzano davanti ad un cortile circondato da siepi mai curate e da alberi mai potati. Al centro del cortile un grande albero di noci da cui cadono ciclicamente i frutti che nessuno raccoglie da diverse stagioni. Ho aperto con una spinta leggera il cancelletto senza serratura e sono entrato camminando a piccoli passi sul tappeto di noci che c’è davanti casa.<br />
 Raggiunto l’uscio di casa non ho bussato subito alla porta, ma ho fatto un giro nella parte posteriore dell’abitazione, per potermi avvicinare al forno in cui i miei nonni facevano il pane che vendevano o regalavano ai vicini.<br />
 Guardo la bocca del forno, è coperta da un coperchio di latta ricavato da un bidone d’olio svuotato e abbandonato in una parte del cortile. Le pareti che ricordavo essere di un bianco sporco, ormai sono nere di fuliggine. In un angolo vicino alla legna marcia c’era il vecchio stringitoio per l’uva con il perno centrale senza grasso e striato di ruggine perché fermo da troppo tempo. Ogni cosa pare immobile, senza vita, come svuotata dall’interno. Geometricamente fedele a un quadro che non ho dipinto io, una sorta d’immagine bidimensionale. Più mi avvicino all’uscio di casa e più mi pare di essere entrato in un libro pop up di cartone: sfogliando le pagine di quel tipo di libro per bambini vedi gli oggetti in apparenza capaci di muoversi con una leggera vibrazione della mano, ma allo stesso tempo legati e incastrati nella loro dimensione statica.<br />
 Abbandonato il retro della casa, sono tornato davanti alla porta e ho bussato il campanello per due volte, senza sentire alcun suono. Ho bussato con insistenza battendo le nocche di indice e medio sulla porta.<br />
“Chi è ?” ha domandato una voce che non ho riconosciuto subito.<br />
“Sono Mario, c’è zia ?”. Ho risposto io.</p>
<p>Poi, dopo un macchinoso rumore di serratura, la porta si è aperta e di fronte a me è apparsa zia con i capelli secchi spessi e lunghi come tralci di vite morti al sole.<br />
Sulle spalle un piumino nero, sgualcito, per coprire la maglia di una tuta verde. I pantaloni con le toppe sulle ginocchia e tirati sopra le caviglie.<br />
 Ai piedi porta delle scarpe da ginnastica senza lacci. In una mano un fico secco ricoperto di cioccolato. Mentre lo mastica, le guardo i denti scuri, che fanno apparire color fango l’intera bocca.<br />
“Sei proprio tu, Mario?”<br />
Non sapendo che cosa dire ho annuito con la testa.<br />
“Vieni, entra. Mettiamoci vicino al fuoco del camino ora che c’è ancora della legna.”<br />
Ha detto mia zia.</p>
<p>Sono entrato nel corridoio di mattonelle a scacchi e dopo il terzo o quarto passo ho sentito una voce rauca che diceva:<br />
“Chi è questo seccatore? Chi è che vuole venderci ancora delle pentole!”<br />
“Pino non gridare che Mario si mette paura. Non lo avevo neanche riconosciuto. Ti ricordi di mio nipote?”<br />
Ha detto la zia al compagno. Lui non ha perso tempo in saluti e ha cominciato a gridare.<br />
“Hai della pasta Mario? Siamo pieni di pentole. Siamo pieni di cucchiai. Ci serve della pasta. Mangio pane secco e pomodori da giorni, voglio la pasta, capito?”<br />
Dice ancora Pino in tono lagnoso. La sua voce attraversa il corridoio e arriva fino alle mie orecchie come se venisse da un altro mondo.<br />
Camminiamo lungo il corridoio a elle e quando arriviamo nel soggiorno vedo un uomo seduto vicino al camino. Da un mobile della cucina la tv muta passa delle immagini di gente che batte le mani mentre due ballerini si muovono su un palco. Vicino al televisore decine e decine di vhs con i titoli scritti a penna: E-tim, Magnum Piai, Meggaiver.<br />
 Sono alcuni dei titoli che leggo posando gli occhi velocemente su alcune vhs prima di girarmi a guardare il marito di mia zia. </p>
<p>Ha i capelli brizzolati, la carnagione scura e guardandolo in faccia noto che le sue pupille si muovono libere e senza controllo, quasi come gli occhi di un camaleonte. Un occhio si muove verso destra, l’altro accenna un tremore verso sinistra. La palpebra destra si alza, la sinistra si abbassa. La testa chinata da un lato all’inizio, poi dall’altro. Tesa come quella di un pupazzo appena zia dice qualcosa. Il compagno di mia zia non vede, ma io l’ho appena scoperto.</p>
<p> Mia zia mi allunga una sedia e prima di sedermi mi guardo attorno, noto che tutta la casa è composta da pezzi che appartengono ad altre case, altre vite. I mobili appaiono disordinati e parte di un insieme poco decoroso, come denti cariati incastrati fra loro. Una credenza grigia al centro di due armadi: uno nero grafite, l’altro giallo banana.<br />
“Mario, ma come stai?” Mi domanda mia zia.<br />
“Sto bene. Grazie. Voi come state?”<br />
“Come stiamo, eh…come stiamo. Stiamo come due che mangiano poco. Hai della pasta con te?Eh? Hai della pasta?”<br />
Mentre zia parla osservo Pino. L’ho sempre chiamato per nome senza aggiungere le tre lettere di rispetto parentale. Fin da piccolo ho atteso che si unissero in un matrimonio che non è mai avvenuto, ora che sono un po’ cresciuto lo vedo lamentarsi mentre gira la testa a destra e a sinistra come una gallina stordita dall’acqua piovana.<br />
“Pino stai zitto adesso, comportati bene. Oggi è venuto a trovarci mio nipote, comportati bene almeno oggi.”<br />
Ha detto la zia a Pino. Poi si è leccata l’indice e il pollice ancora macchiati di cioccolato. In fine mi ha guardato facendomi un sorriso e poco dopo si è rimessa a fissare il vuoto.  I minuti passavano, Pino muoveva la testa a scatti e zia non diceva niente.<br />
“E tu come stai zia, adesso? Le senti ancora quelle voci che si parlano fra loro?”<br />
Ho domandato a zia.<br />
“Le sento, ogni tanto. Meno rispetto a prima. Adesso va meglio, mi faccio un’iniezione di Haldol una volta al mese. Solo cinque milligrammi iniettabili intramuscolari e tutto passa. La testa mi aiuta di più e s’inceppa di meno.”<br />
Ha spiegato zia sorridendo e gesticolando.</p>
<p>“E’ pazza tua zia, è pazza. Parla sempre male di me a tutti quelli che vengono a trovarci.”<br />
Dice Pino.<br />
Io lo guardo senza replicare, perché dopo due tentativi di dir qualcosa la bocca si è fatta secca.<br />
“Invece di piantare il grano. Con il grano puoi fare la farina e con la farina puoi fare la pasta. E la pasta si mangia ogni giorno a tavola, non come fa lei che nasconde la pasta pur di non cucinarmi.”<br />
Grida di nuovo Pino, prima di tirarsi sulla testa lo scialle che gli copre appena le ginocchia.</p>
<p>“Il fatto è che viviamo con pochi soldi. La mia pensione, da invalida mentale al settanta per cento, è di appena cinquecento mila lire al mese. Lui prende più di me, perché ha questo grave disturbo agli occhi che gli fa vedere solo delle ombre. Ma sua madre, di quei soldi, mi lascia pochissimo.”<br />
Mi spiega zia a bassa voce.<br />
“E cosa fa con i soldi della sua pensione?”.<br />
Domando io abbassando ancor di più la voce.</p>
<p>“ Nasconde quei soldi perché dice che vuole conservare il denaro per comprare due occhi nuovi al figlio, farlo operare.  Non crede ai medici che le dicono la verità: Pino sta perdendo la vista e non si può fare più niente. Non si rende conto del fatto che forse prima degli occhi servirebbe al figlio una testa nuova.”</p>
<p>“Che fate? Che dite? Voi due mi nascondete la pasta. Andate a piantare il grano e con la vostra farina vi preparate la vostra pasta. Perché rubate la mia pasta, basta rubare. Andate via!”. Grida a gran voce Pino prima di mettersi a piangere.<br />
Mia zia si scusa con me, e dopo essersi alzata velocemente si avvicina a Pino e stringendogli la testa fra le palme delle mani piega il busto verso di lui e guardandolo fisso negli occhi gli dice:<br />
“Pino non piangere, non devi piangere. Pino non puoi piangere. Pino se piangi ti tappo il naso e le orecchie e ti getto in pasto ai maiali, Pino devi smetterla…hai capito basta, basta, basta.”<br />
Grida zia Silvana. Ora ha una voce quasi da indemoniata.  Sento freddo al petto. Non so cosa dire, non so da che parte stare quando zia si gira e fissandomi, di nuovo con voce dolce, dice:<br />
“La volete un po’ di acqua e zucchero? Adesso berremo tutti acqua e zucchero per sentirci meglio… meglio… meglio.”</p>
<p>“Tua zia non sta bene! È pericolosa.”<br />
Grida Pino a gran voce mentre io mi domando chi dei due fra lui e lei sia più pericoloso.</p>
<p>“Vado a prendere l’acqua con lo zucchero.”<br />
 Dice la zia con un tono di voce allegro.</p>
<p>Mentre lei cammina verso la cucina, non appena è nel corridoio, Pino si abbassa in avanti con la testa e portando una mano sul taglio della bocca, quasi a estrarre una a una le parole che sta per pronunciare, dice:<br />
“Di notte vengono degli uomini a trovarla. Ballano e cantano con lei fino a tardi e non mi lasciano mai dormire. Sai come l’ho scoperto? Parcheggiano una cosa che fa molto rumore, tipo un’astronave aliena, nella piazza lì vicino la Chiesa dello Spirito Santo, poi scendono e vengono a bussare vicino alla fines…”<br />
Pino non finisce il suo racconto che zia è già di ritorno con due bicchieri d’acqua nelle mani. Mi guarda sorridente e dice:<br />
“Prendete e bevete, questa è la mia acqua con lo zucchero. Fa bene alla salute!”<br />
Provo a rifiutare, dicendo in tono poco convinto e con la paura nel cuore qualcosa come:<br />
“Grazie zia, ma io…Io ti ringrazio ma…”<br />
“Su… su… non fare i complimenti mio bel nipotino. Bevi questo bicchierone di acqua con lo zucchero e ti farà bene.”<br />
Prendo il bicchiere fra le mani e dico:<br />
“Ne vuoi un po’ zia?”<br />
“Io non posso berla, perché sono diabetica. Neanche Pino potrebbe, ma tanto Pino è ceco e ha già tutti i denti marci”.  Poi ride fino a farsi venire le lacrime agli occhi.<br />
Pino che è rimasto in silenzio fino a quel momento grida:<br />
“I denti i denti i denti…sei tu che hai fatto marcire i miei denti vecchia strega. Che possano portarti via quegli uomini strani, che possano rapirti con la loro astronave e portarti via per sempre.”<br />
La zia smette di ridere e guarda Pino, adesso ha il viso tirato e assume un’espressione da maestra di scuola infuriata, poi dice:<br />
“Pino sta zitto! Quante volte ti ho detto che la notte non devi ascoltare la radio. Quel programma di fantascienza ti fa stare male. Tu non mi vuoi proprio ascoltare, ma io so cosa fare per aggiustarti. Io so cosa fare per calmarti”</p>
<p>Suona la campana del pendolo appeso sopra il televisore. Copre la voce di mia zia e la casa pare entrare in uno stato di apparente quiete.<br />
 Sono le cinque in punto quando mi alzo e dico a zia:<br />
“Devo andare, è tardi. La prossima volta tornerò a trovarvi con della pasta”<br />
 “Dici davvero nipote mio? Ma per favore, non dirlo a nessuno.”<br />
“No zia, rimarrà una questione di famiglia. Tutta tra noi.”<br />
“Voglio anche io la tua pasta”- grida Pino.<br />
 “Ti accompagno alla porta”- dice zia.<br />
Mentre cammino verso l’uscita, proprio all’altezza dell’angolo del corridoio, Pino grida un’ultima volta:<br />
“C’è pasta per tutti a questo mondo, c’è pasta per tutti. Datene un po’ anche a me.”<br />
La zia muove il mento indicandomi la porta, io affretto il passo e non appena sono fuori la zia chiude subito la porta senza dire niente.</p>
<p>Esco dal cortile e vado alla fermata dell’autobus.  Sulla panchina sotto la pensilina della fermata una signora di mezza età mi allunga un giornale dal titolo: “Torre di Guardia”.<br />
Poi dice: “Leggilo, fa bene leggere.”<br />
Senza dire niente guardo la prima pagina e noto la scritta in stampatello che dice: “Aiuterai il tuo prossimo?”<br />
Ingoio tutta la saliva che ho in bocca e respiro forte per mandare via il nodo che ho in gola. Mi giro e vedo la signora del giornale allontanarsi lentamente, come una lumaca che striscia sulla corteccia di un albero ha preso a camminare sul marciapiede facendo piccoli passi sulla crosta di cemento corrosa dalla pioggia.<br />
Guardo di nuovo la copertina del giornale che ho in mano e comincio a piangere.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2012/09/22/a-casa-della-zia-pazza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>14</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">43591</post-id>	</item>
		<item>
		<title>A casa della rana</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/11/10/a-casa-della-rana/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/11/10/a-casa-della-rana/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 07:48:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[nuova letteratura italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=40655</guid>

					<description><![CDATA[di Mario Schiavone Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02-300x265.png" alt="" title="wunderkammer-02" width="300" height="265" class="alignnone size-medium wp-image-40664" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02-300x265.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/11/wunderkammer-02.png 497w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Quando andavo da mia nonna paterna mi sentivo come se mi avesse ingoiato una grande balena malata. Non volevo andarci in quella casa che stava in via Caserta, ero costretto a tornarci perché mio padre così voleva. Io accettavo la sua decisione come si accetta il dovere di svolgere una preghiera dopo una confessione. Le crepe  sulle pareti  della casa di mia nonna mostravano a me quell&#8217;abitazione con un altro aspetto: me le immaginavo come  ferite di una bestia marina con alle spalle anni e anni di vita. Il colore della vernice era passato dal bianco ad un giallo stantio che mi ricordava la carne dei pesci malati che muoiono arsi sotto il sole d&#8217;estate.La bestia però era ben sorvegliata da occhi ammalati ma sempre vigili: erano gli occhi della vecchia rana.<span id="more-40655"></span> “La nonna ti vuole bene, fai sempre quello che ti dice lei e non lasciarla mai sola, vedrai che lei non ti abbandonerà mai” – diceva mio padre, prima di allontanarsi per andare a trascorrere del tempo al circolo dei cacciatori. Non si sbagliava: la rana, mia nonna, cercava di controllarmi a vista quando trascorrevo le mie ore nel suo regno. Forse temeva che  scoprissi i suoi segreti o che la  derubassi dei suoi tesori. C’era, nella sua stanza da letto, un armadio di legno tenuto chiuso sottochiave. Era pieno di documenti, pietre preziose, denaro e – a volte- alcuni insaccati che la vecchia riceveva in dono dagli allevatori agricoli della zona. L’armadio era facilmente visibile, perché la stanza da letto, come ogni porta interna di cucina, bagno e soggiorno, non aveva alcuna chiave. L&#8217; unica chiave che la vecchia utilizzava era quella con cui chiudeva l&#8217;armadio segreto. Quella chiave era custodita dentro un fagotto di pezza tutto sudato che portava sempre addosso, legato ad una bretella del reggiseno. Dentro tintinnavano i soldi in moneta e  marcivano le banconote che mappava per  nascondere meglio la chiave dell’armadio. Fuori proveniva un odore cattivo che andava via solo quando le sue figlie, e mie ziee, decidevano di aiutarla per i suoi lavaggi corporei.  In quel mobile-forziere finivano per lo più: cibo (la nonna soffriva di diabete e i dolciumi li nascondeva, per poi mangiarli di notte quando nessuno poteva vederla) e  ricevute di cambiali pagate da vicini e parenti. Custodiva quei documenti fino a quando non passava un parente o un amico di famiglia per dirle che ormai erano scaduti. Non leggeva gli importi economici di quei documenti, ma li custodiva gelosamente dando loro una certa importanza forse distinguendoli  dal colore dell’inchiostro o dalla qualità della carta. L’avevo scoperto da come guardava in controluce quelle carte prima di nasconderle nella custodia di plastica che riponeva nell’armadio. Spesso  la vecchia si lamentava, diceva di non potersi affaticare neanche per le pulizie del proprio corpo ma io l’avevo vista alzare con estrema facilità interi prosciutti di maiale che contadini amici di famiglia le mandavano a mezzo ambasciata di figli e nipoti. Apriva quell’armadio in totale solitudine; per poterla osservare ero costretto a nascondermi sotto il lettone della sua camera. Dal mio nascondiglio potevo osservare diverse volte la rana che posava o prendeva soldi, cibo, documenti e altri oggetti che lei reputava preziosi. Fra i molti oggetti che la rana teneva fra quelle mensole di legno puzzolente, vi erano alcuni pezzi che ricordavano la vita di persone morte e altri che parevano annunciarmi la  morte futura di persone ancora in vita. Quell’armadietto puzzava di morte e custodiva gli oggetti di persone ancora in vita.  In uno dei tanti appostamenti vidi della carne fresca da cui gocciolava sangue: come un ventricolo di un cuore metà di quell’armadio perdeva sangue che scendeva lungo le pareti di legno e andava a impregnarle di un odore che avevo sentito solo quando per gioco, nella macelleria del padre di un mio amico, avevo infilato la testa nel secchio degli scarti di carne. La rana era brava a sottrarre quello che desiderava dalle case dei malati terminali con la scusa delle visite di cortesia.  Rubava oggetti dalle piccole dimensioni perché più facili da nascondere nel palmo di una mano. Non sapeva né leggere né scrivere, ma sapeva contare  i soldi ed era in grado di riconoscere i numeri telefonici che componeva sul vecchio telefono a disco ancora marcato sip. “Commare Delia, posso venire a trovare quel vostro parente malato?” domandava al telefono e poi partiva per andare a trovare le sue vittime. La rana era bassa, grassa e dalla pelle viscida e scura. Aveva mani tozze e capaci di avvinghiarsi ad ogni superficie in caso di pericolo: si muoveva a vista fra le case del vicinato ed il mercato rionale, con la sua grande pancia ovale e quel colore scuro della carnagione che le dava un aspetto ancora più animalesco. La nonna-rana si spostava in modo lento e goffo e quando non ce la faceva si fermava all’ombra di un albero o sulle sedie che i vicini lasciavano davanti i portoni delle case in attesa della compagnia degli altri abitanti del quartiere.<br />
Un giorno il postino si era fermato davanti al portone più del solito, perché fra la corrispondenza aveva confuso lettere indirizzate a persone con lo stesso cognome ma residenti presso un numero civico diverso. La rana era apparsa davanti al postino e dopo averlo guardato in faccia aveva gridato ad alta voce “Vattene, tu mi vuoi derubare. Vattene e fammi portare la posta da altri. Se torni ancora qui a via fiume ti cavo gli occhi e li do ai gatti del quartiere”.<br />
L’aveva fatto senza motivo, forse solo perché non gli piaceva la faccia di quell’uomo. Di queste cattiverie legate alle facce delle persone la rana ne combinava tante e nei luoghi più diversi.  Era accaduto che accompagnando uno dei miei cugini da un dentista, dopo ore di attesa, solo guardando in faccia il medico  aveva detto ad alta voce: “Non mi piace la faccia che tiene questo cavadenti, questo a te ti fa morire, nipote mio. Andiamo da un’altra parte”. Così aveva convinto  zia a cambiare il dentista di mio cugino. Quando toccava a lei andare dal dentista, cosa che accadeva di rado, ovvero solo in occasione di ascessi dolorosi che la tenevano sveglia tutta la notte, diceva sempre: “ Dottò pure stavolta mi avete tolto un dente e portato via un pezzo di salute, voi mi farete morire povera a me. Tanti denti nel mio armadio e pochi soldi in tasca”. Poi, con la scusa di raccogliere  il dente estratto, dava le spalle al medico e ne approfittava per  allungare la mano sulla vaschetta dei ferri del dentista e  rubare una piccola pinza o uno scovolino. La vecchia teneva a mente il proprietario di ogni oggetto e  se questo moriva, o se accadeva qualche disgrazia ad un suo familiare, lei si liberava di quell’oggetto per paura che la colpisse il malocchio. L’unico oggetto rubato ad una persona ormai defunta, ma che seconda lei non portava sfortuna, era una zuccheriera che non nascondeva più nell’armadietto. L’aveva rubata a Maria, una mia vicina di casa, nei giorni in cui faceva la chemioterapia.<br />
“Maria mi voleva bene a me, per questo mi tengo la sua zuccheriera in cucina. Penso a lei ogni volta che mi faccio il caffè”- diceva la rana. E se le dicevo: “Nonna ma tu soffri il diabete, non puoi mangiare lo zucchero.”, lei rispondeva: “Maria mi voleva bene a me, questo zucchero non mi può fare male se lo conservo dentro la sua zuccheriera”. Se l’armadio era il cuore pulsante di quella creatura in cui trascorrevo le mie ore, gli occhi erano i due televisori sempre accesi in casa: uno in camera da letto e uno in cucina. La rana, quando era a casa, trascorreva gran parte del suo tempo guardando  quiz-show dei canali nazionali o qualche sconosciuta soap opera passata dalle reti regionali. Odiavo quelle trasmissioni e passavo gran parte del mio tempo leggendo fumetti e romanzi d’avventura. Qualche volta mi toccava rimanere a cena dalla rana; imparai presto a diffidare della qualità del cibo con cui voleva crescermi: la pasta che comprava era di un giallo spento e sui pacchetti in cui era contenuta compariva la scritta: Aiuto cee, genere alimentare non destinato alla vendita. Per cucinare usava due tipi di pentolame: un set che faceva lavare alle sue figlie e che teneva sempre riposto in un mobile che apriva solo nei giorni di festa o in caso di visite di amici e parenti e un set unto e lercio per l’uso quotidiano. In una padella da uso quotidiano, mai sgrassata ma solo pulita in fretta e furia con una leggera passata di spugna umida, cuoceva della carne di suino livida e violacea.  Nemmeno l’acqua che bevevo mi appariva sana: le bottiglie che comprava dall’alimentari di quartiere non le condivideva con me ma le usava solo, come diceva lei giustificandosi “ quando prendo le medicine e quando viene a trovarci qualcuno”.<br />
Le bottiglie vuote si andavano ad accumulare vicino la cassettina che conteneva legna per la stufa, quando non venivano utilizzate per accendere il fuoco venivano riutilizzate come contenitori di acqua di serino che la vecchia rana raccoglieva da una fontana del cortile. Non era tanto il rubinetto(dalla bocca colore verde muschio)  del cortile a preoccuparmi, quanto le voci che giravano in paese sulla qualità dell’acqua delle condutture.  Diversi vicini dicevano che in quella rete idrica  qualcuno scaricava liquami tossici. Le voci andavano e venivano e a seconda dei mesi dell’anno, mentre il prezzo dell’acqua in bottiglia acquistata presso il negozio di generi alimentari del quartiere saliva o scendeva a seconda delle buone o delle cattive voci. Nel frattempo avevo costruito un minidepuratore utilizzando i consigli trovati in una rivista per boy scout che avevo preso in chiesa durante il corso di catechismo. Quando rimanevo da lei per tutto il fine settimana depuravo di notte l’acqua che mia nonna mi faceva imbottigliare di giorno e prima di berla dicevo sempre qualche preghiera. Col tempo cominciarono gli incubi notturni. Nel più brutto che feci vidi la vecchia che raccoglieva animali morti dal ciglio dell’autostrada. Gatti e cani randagi finivano in cucina, scuoiati e fatti a pezzi. La vecchia, dopo aver preparato quei pasti orridi, invitava tutto il quartiere a pranzo. Gli abitanti del quartiere fra grida di festa e versi mi spingevano per farmi sedere proprio a capotavola, poco dopo mi legavano e uno di loro prendeva un cucchiaio per imboccarmi.  Quando tornavo a casa, dopo un pomeriggio trascorso con il mio amico Lampadina e gli  altri,  se c’era un piatto pronto ad aspettarmi fingevo di mangiare con fame mentre la rana era assorta davanti al televisore. Non appena andava a letto, riempivo interi sacchetti con  quel cibo: buste di plastica che parevano delle vere e proprie molotov a base di sughi per la pasta e di poltiglie fatte con carne di maiale. Mi sbarazzavo di quelle bombe “alimentari” solo quando andavo a gettare la spazzatura in piena notte. Stavo bene attento a chiudere il secchio, in modo da impedire che cani e gatti randagi si nutrissero di quegli scarti. Una notte, a causa della fretta, dimenticai di chiudere il coperchio del secchio di quartiere. Il gatto della vicina, Nerino, riuscì a intrufolarsi nel secchione. Lo vidi uscire dal secchio con un lembo di carne marcia che gli pendeva dalla bocca tremolante come la coda di una lucertola appena presa. Il fine settimana successivo  Nerino venne a morire nel forno in cui la rana faceva  il pane con le mie zie. Lo trovammo raggomitolato su sé stesso, come se stesse dormendo. La vecchia lo sfiorò due volte con la scopa poi lo raccolse con la pala del forno e lo tirò via dal forno come una pagnotta di pane, solo che Nerino era duro e freddo. Il gatto portava legato al  collo un collarino con un campanello. La vecchia rana non ci pensò due volte: chiamò una delle sue figlie per farsi aiutare e tolse dal collo del gatto il collarino. Prima di riporlo nell’armadio si fece il segno della croce, sussurrando parole a bassa voce.   Probabilmente la vecchia rana sbagliò uno dei suoi scongiuri contro il malocchio perchè qualche mese dopo il ritrovamento di Nerino morì d&#8217;infarto, nel sonno, e finì al cimitero di fianco alla tomba del marito, mio nonno.  Quando le figlie delle rana, sorelle di mio padre, si ritrovarono per sistemare gli oggetti della vecchia a momenti si afferravano per i capelli. Tutte e cinque non vedevano l&#8217;ora di aprire l&#8217;armadio della rana nella speranza di trovare chissà quale quantità di denaro nascosta. Finì che trovarono diversi pezzi di carne insaccata e avvolta in stracci e divorata dai vermi, un nido di topi ( avevano fatto il loro ingresso attraverso un buco sul retro dell&#8217;armadietto) e tanti inutili cimeli che aveva rubato in giro: attrezzi del dentista, spugnette colorate, bottoni di grandezza smisurata, il collare di Nerino e altri oggetti di poco valore. In cima alla ricevute delle cambiali c’era la distinta  di un orafo: nel conteggio riportava il pagamento di diversi bracciali, orecchini e altri monili in oro che aveva acquistato dalla rana. Il tesoro della rana era finito nel cassetto di un orafo, i soldi probabilmente spesi prima in dolciumi per rendere quieta l’anima, poi in medicine per curare il sangue. Una delle figlie della rana, mia zia Lina, disse: &#8221; La vecchia ci ha derubate pure da morta&#8221; e le altre zie annuirono con la testa senza dire neanche una parola. </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/11/10/a-casa-della-rana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">40655</post-id>	</item>
		<item>
		<title>due passi ( fare )</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/17/due-passi-fare-9/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/17/due-passi-fare-9/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2009 17:45:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[Gaja Cenciarelli]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=20507</guid>

					<description><![CDATA[Mario Primo passo &#8220;Signorina R, stiamo arrivando&#8220;. Mi comunicano da un luogo lontano. Per farlo usano il telefono che non ha la spina nel muro. Risperdal® E&#8217; indicato nel trattamento delle psicosi schizofreniche acute e croniche. Somministrazione giornaliera: 0,5 mg. Tempo: Passaggi del Sole sul meridiano. Luogo e tempo: Dormo nel letto di una stanza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mario</strong></p>
<p><em>Primo passo</em></p>
<p>&#8220;<em>Signorina R, stiamo arrivando</em>&#8220;.<br />
Mi comunicano da un luogo lontano. Per farlo usano il telefono che non ha la spina nel muro.<br />
Risperdal®<br />
E&#8217; indicato nel trattamento delle psicosi schizofreniche acute e croniche.<br />
Somministrazione giornaliera: 0,5 mg.<br />
Tempo: <em>Passaggi del Sole sul meridiano.</em><br />
Luogo e tempo: <em>Dormo nel letto di una stanza chiusa a chiave, con le mani legate da fodere di cuscini bianchi. Ai piedi del mio letto un tavolino: regge un televisore che trasmette l&#8217;immagine fissa di un mezzobusto in camice bianco. La tv pare un teatrino, lui un burattino senza anima, io un corpo mal-animato e senza mani.</em><br />
 <em>&#8220;Non siate spettatori della vostra vita: seguite le cure del personale curante. Non siate spettatori della vostra vita&#8230;&#8221; </em>ripete lui sempre uguale, ricorda una centrifuga di lavatrice.<br />
 <em>&#8220;Sta buono tu, che sei rinchiuso in quella scatola parlante!&#8221;</em>&#8211; grido io.<br />
Tempo futuro:<br />
Dalla brochure di accoglienza del centro salute mentale &#8220;Il girasole&#8221;:<br />
<em>-Riceverete oltre a questo opuscolo anche l&#8217;informazione sul diritto di ricorso e i nostri numeri di telefono.</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/untitled-1.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/untitled-1-300x270.jpg" alt="untitled-1" title="untitled-1" width="300" height="270" class="aligncenter size-medium wp-image-20508" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/untitled-1-300x270.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/untitled-1.jpg 444w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p><strong>Gaja</strong></p>
<p><em>Secondo passo.</em></p>
<p><em>&#8220;Non trattarmi male: io ti seguirò sempre, sono con te, non ti lascerò. Non sarai mai sola. Riempiti gli occhi di me. Mi vedi? Guardami. Cos&#8217;è la libertà? È stare chiusi in una scatola. La libertà è confine. Cos&#8217;è la libertà? La libertà è limite. È assenza di pensieri. Tu non devi scegliere. Pensiamo a tutto noi. Questo è libertà. Assenza di pensieri&#8221;.</em><em><br />
Luogo e tempo: dal letto della mia stanza chiusa a chiave osservo il mezzobusto in camice bianco che sorride. È un sorriso rassicurante. Non rispondo più e ascolto.<br />
</em><em>&#8220;Guardami. È bello stare rinchiusi. Fare significa sbagliare. Muoversi significa pensare. La libertà è assenza di pensieri. Io sono felice di stare qui dentro. Fuori è la terra del forse. Resta con me. Qui non ci sono incertezze. Qui c&#8217;è il sempre e il mai. Fuori è paura. Dentro è difesa&#8221;.</em><br />
Continuo a guardarlo.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/17/due-passi-fare-9/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>27</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">20507</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Train de vie</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/06/train-de-vie/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/06/train-de-vie/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Aug 2009 09:34:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[francesco forlani detto il furlen]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=20035</guid>

					<description><![CDATA[Binario 24 di Mario Schiavone &#8220;Se ne va mamma gatta che ci tiene tutti al caldo nel suo ventre e arriva la bestia a sputare freddo e pioggia&#8221;, mi rivela Frank Barbery la sera del trentuno agosto, mentre cominciamo una partita a scacchi. Muoviamo pezzi fatti in Cina, usando come tavolino la sua panchina-letto. Siamo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/14-binario-morto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/14-binario-morto.jpg" alt="14-binario-morto" title="14-binario-morto" width="254" height="345" class="aligncenter size-full wp-image-20038" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/14-binario-morto.jpg 254w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/08/14-binario-morto-220x300.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a><br />
<strong>Binario 24</strong><br />
di<br />
<strong>Mario Schiavone</strong></p>
<p><em>&#8220;Se ne va mamma gatta che ci tiene tutti al caldo nel suo ventre e arriva  la bestia a sputare freddo e pioggia&#8221;,</em> mi  rivela  Frank Barbery la sera del trentuno agosto, mentre cominciamo una partita a scacchi.  Muoviamo  pezzi fatti in Cina, usando come tavolino la sua panchina-letto. Siamo al binario ventiquattro della stazione ed è quasi sera: lui è l&#8217;uomo del ventiquattro, io sono il ragazzo della libreria della stazione. Frank ha il suo binario, io i miei libri. I binari diventano caldi, ma non danno calore. I libri si fanno leggere ma non leggono te stesso.<br />
Aveva una famiglia, ma l&#8217;ha persa quando il suo lavoro è andato male. Pure io avevo una famiglia: l&#8217;ho persa quando qualcuno ha deciso di affidarmi al signore.<br />
Lì sul momento non  capisco la  profezia che parla di una gatta. Poi lui  alza  la testa per guardare il cielo,  io lancio una occhiata veloce al suo borsone e vedo le felpe con il cappuccio, i pantaloni lunghi e un ombrello dal telo bucato infilato fra abiti, pentolini, libri, giornali. Una borsa che usa come contenitore di ogni suo effetto personale, un guscio con cui si protegge dalle intemperie, dai ladri notturni e dai topi che circolano lungo i binari. Topi affamati in cerca di cibo e scarti di rifiuti alimentari che i passeggeri abbandonano nei cestini della spazzatura.<br />
<span id="more-20035"></span></p>
<p>&#8220;<em>L&#8217;altro giorno osservavo la signora che parla da sola vicino al binario uno. Che differenza c&#8217;è fra un essere umano matto che si fa domande e uno sano di mente che non trova pace per le risposte che la vita gli ha dato?&#8221;</em>&#8211; mi chiede Frank muovendo il cavallo al centro della scacchiera.<br />
<em>&#8220;Dimmelo tu&#8230;&#8221;</em>&#8211;  replico io muovendo un pedone per aprire la strada all&#8217;alfiere.<br />
&#8220;<em>Quella signora vive qui da prima di me, forse morirà qui dentro. Fra migliaia di vite che passano ogni giorno e nessuno si ricorderà di lei perchè la gente ha fretta di partire e arrivare. Si va avanti, si torna dietro e non ci si guarda mai attorno.&#8221;</em></p>
<p>Prima di diventare l&#8217;uomo del binario faceva altro il mio avversario. Ed io ogni volta che lo ascolto imparo qualcosa di nuovo. In cambio gli porto degli abiti o del cibo, ma lui accetta solo se insisto: gli dico che prima o poi mi restituirà tutto, che sono prestiti e non regali le cose che gli offro: finge di credere alla mia bugia e accetta.<br />
 Lo chiamo Frank,  a lui non dà fastidio. Questo nome mi venne in mente quel giorno che mi raccontò dei tappi auricolari che usa per isolare i timpani dai rumori assordanti del binario:<br />
<em>&#8220;Una mattina  sono andato nei bagni della stazione, senza togliere i tappi  auricolari, guardandomi allo specchio sembrava che avessi pure io i punti di innesto sui seni frontali, quelli che  aveva Frankestein per ricevere l&#8217;impulso elettrico vitale. E a pensarci bene, con i tremendi mal di testa che ho a causa dei campi elettrici di questa stazione, un giorno o l&#8217;altro mi alzerò senza accorgermene e comincerò  a muovermi come un mostro pure io.&#8221;</em></p>
<p>Frank è grosso, peserà circa novanta chili ed è alto quasi due metri, roba che per trovare dei pantaloni che gli stiano bene devo girarmi tutte le bancarelle del mercato che montano nel mio quartiere gli ambulanti una volta la settimana.  Nemmeno i cinesi producono pantaloni tanto lunghi. E poi devono essere anche larghi: dentro ci devono stare le sue gambe e i fogli di giornale con cui imbottisce il suo corpo per prottegersi dal freddo.<br />
<em>&#8220;Tocca a te ragazzo,  attento a dove vai con quell&#8217;alfiere. Potrei staccargli l&#8217;elmo da cavaliere che si ritrova.&#8221;</em>&#8211; minaccia Frank, additando l&#8217;alfiere.<br />
Faccio l&#8217;arrocco e rimango pure io immobile come la torre, pensando più al contenuto del borsone di Frank che al campo di battaglia.<br />
&#8220;<em>Martino apri questa, ma mantieni il segreto</em>&#8220;- dice il mio avversario allungandomi una cartellina plastificata.</p>
<p>La apro. Contiene pezzi di una vita che non c&#8217;è più, documenti di un passato che non conosco. Un forziere colmo di carte che tocco piano piano, per paura di tagliarmi le dita sui bordi di  quella carta vecchia ma ancora affilata. Il passato degli altri è come un acaro della polvere,  entra dentro di noi e si mette a scavare. Non lo sentiamo nè lo vediamo, ma ce lo portiamo dentro  a lungo.<br />
Ritagli  di riviste di comunicazione, foto che ritraggono Frank con una donna e una bambina seduti su una barca, e poi ancora fotocopie di documenti aziendali, e  una targa metallica rettangolare su cui leggo: &#8221; Il mezzo minuto d&#8217;oro, per il miglior spot televisivo,  a &#8220;Francesco Barbery&#8221;, direttore creativo dell&#8217;agenzia &#8221; <em>Bar-adv&#8221;.</em><br />
Quello che resta di una vita ormai andata, lui lo sta mostrando a me, ma la verità è che non si è &#8220;perso&#8221; solo lui qui in questa stazione: siamo in due ad esserci persi e nessuno ci ha insegnato cosa fare quando ci si &#8220;perde.&#8221;<br />
 <em>&#8220;Frank cosa sono tutti questi fogli in inglese?</em>&#8220;- domando osservando una risma di fogli in formato a4  fitti di righe battute a computer e immagini a colori di oggetti casalinghi di di ogni genere e forma.<br />
<em>&#8220;Piani di lavoro, per gare pubblicitarie mai vinte. Avevo una agenzia pubblicitaria, ero un direttore creativo. Prima che finisse tutto, l&#8217;ultima settimana del caos che ha sconvolto la mia vita,  creavo  quei piani di lavoro che hai fra le mani. Li usavo per far credere a mia moglie che l&#8217;agenzia avesse ancora lavoro, non mi capacitavo del fatto che non contavo più nulla.&#8221;</em> &#8211; dice Frank.<br />
<em>&#8220;Tuo padre sa che vieni qui al binario quasi ogni giorno?</em>&#8220;- domanda Frank  guardando la scacchiera.</p>
<p><em>&#8220;No, ma lui non sa quasi nulla di quello che faccio. L&#8217;ultima volta  che sono andato a trovarlo era il giorno del mio compleanno. Gli avevo chiesto che giorno fosse, per provocarlo. Lui aveva guardato il calendario e mi aveva risposto che doveva andare in posta, a pagare la rata del fuoristrada con cui gira. </em>&#8220;-  confesso io.<br />
<em>&#8221; Da quando vivo al ventiquattro ho capito che esistono uomini capaci di vivere come regine degli scacchi: si muovono in ogni direzione;  spesso non hanno un piano in mente&#8221; </em>&#8211; risponde lui.<br />
<em>&#8220;Sentito tua figlia di recente?&#8221;</em>&#8211;  domando io.<br />
<em>&#8220;Sì. Le ho fatto una telefonata due giorni fa. Non sa che vivo qui, sua madre le ha detto che sono scappato all&#8217;estero. Mi ha chiesto dei soldi in prestito, le ho detto che non potevo mandarglieli. Mi ha detto &#8211; Papà non ti somigli più- e poi ha agganciato il telefono </em>&#8221; &#8211; risponde lui.<br />
<em>&#8220;Hai parlato anche con la donna che non è più tua moglie?</em>&#8220;- domando io spingendo un pedone.<br />
<em>&#8220;No, credo abbia paura di me; paura di perdere la sua vita:  di dover mettere piede in un discount alimentare per la prima volta &#8230;  di non avere più due carte di credito e  una vacanza garantita ogni estate&#8221; </em>&#8211; dice Frank,  che ora si tormenta i<br />
capelli con la mano, prima di scuotere la testa fissando le scarpe.<br />
<em>&#8221; Quando ti sei accorto che stava andando tutto storto?&#8221;</em><br />
<em>&#8220;Li vedi quei ritagli di giornale nella cartellina? Contengono le avvisaglie del primo crollo in borsa delle multinazionali che avevamo come clienti. Mia moglie appena capì il problema fece le valigie dicendomi che portava nostra figlia dalla nonna per una settimana. Mai più viste.&#8221;</em></p>
<p>Sfioro  i ritagli senza leggerne i titoli, gli occhi cadono subito sulla donna nella foto, è alta e formosa. Ha capelli scuri che spuntano crespi da un berretto, come fili d&#8217;erba di un vaso di fiori incolto.<br />
Un viso a foglia: leggero e ben disegnato. Ma guardando bene la foto scopro che quel ritratto ha qualcosa di ripetitivo. Le due<br />
donne ritratte indossano una maglia a manica corta che mostra il logo di una azienda famosa, lo stesso logo che hanno sul berretto . La ragazza  che le sta vicino, pare sua sorella ma con un seno maggiorato. Ha una smorfia sulla faccia, come se non le piacesse apparire in  foto. Dalla presenza di un Frank in Polo e pantaloni  bianchi deduco  che si trattano di sua moglie  di sua figlia.<br />
Penso ad una immagine particolare: manichini in posa statica, presi per raffigurare azioni quotidiane degli esseri umani in casa. Famiglie artificiali per case artificiali in  case usate per testare gli esperimento radioattivi.<br />
Un diorama da film dell&#8217;horror, impresso con acidi su carta fotografica.  Lo penso ma non dico nulla a Frank.</p>
<p>&#8220;<em> Quelle foto che ha in mano fanno parte di una vita da film, piena di effetti speciali, come al cinema. Ero parte dell&#8217; illusione che da pubblicitario avevo venduto ai consumatori per anni: tutto quello che vedi deve essere tuo, perchè te lo meriti .&#8221;</em>&#8211; confessa Frank con voce spezzata.<br />
<em>&#8221; E ci credevi veramente?&#8221;</em>&#8211;  domando io.<br />
&#8220;<em> Forse sì, ma ormai che importa? Ora, secondo mia moglie, vivo dentro un non luogo, sono diventato un non cittadino che ha una non vita.&#8221;</em>&#8211;  sbuffa Frank .<br />
<em>&#8221; E in questa vita al ventiquattro ci credi?&#8221;</em>&#8211; domando io.<br />
&#8220;<em>Mangio in una mensa per senzatetto, leggo qualche libro e aiuto i passeggeri con molti bagagli quando scendono dal treno. E&#8217; vita anche questa&#8221;</em>&#8211; risponde lui.<br />
<em>&#8221; Scacco matto!&#8221;</em>&#8211; grida Frank portando la torre in settima colonna e terminando la sua confessione.<br />
<em>&#8220;Maledetti scacchi cinesi&#8230;mi avete venduto al nemico!&#8221;</em>&#8211; esclamo io. </p>
<p>Frank era entrato nella libreria della stazione dove lavoro come commesso. Solo per una coincidenza aveva fermato me mentre andavo in pausa. Mi aveva fatto due domande: la prima riguardava la localizzazione del settore che espone i libri di mass media- comunicazione. La seconda, insolita ma non rara, riguardava l&#8217;orario di chiusura della stazione al pubblico.</p>
<p>Dopo qualche ora che lui aveva trascorso a sfogliare diversi annual pubblicitari un addetto della vigilanza grosso quanto lui gli aveva detto: &#8221; <em>Torna fuori&#8221;</em>.<br />
Frank non sel&#8217;era fatto dire due volte e senza dire nulla si era allontanato dalla libreria.<br />
Non era vestito male, anche se la maglietta e i pantaloni che metteva parevano usciti da un vecchio catalogo di abiti in stock degli anni ottanta. Non aveva importunato i clienti nè tentato un furto.<br />
Un cassiere  lo aveva  segnalato ai responsabili del piano saggistica, senza che ce ne fosse il motivo.<br />
<em>&#8220;Veste male entra spesso in libreria con un borsone sdrucito pieno di chissà cosa e non compra mai nulla.&#8221;</em>&#8211;  aveva riferito il cassiere spia al telefono.<br />
Ho colleghi di lavoro che hanno paura di ogni essere umano che popola la stazione, gente convinta che finire in miseria sia una malattia contagiosa da cui stare alla larga. </p>
<p>Tenevo le dita delle mani strette a pugno. Mi sentivo un playmobil. Volevo fare qualcosa, ma non potevo perchè troppi occhi elettronici riprendevano quella scena. Pochi minuti dopo uno dei responsabili della sicurezza aveva aggiunto al faldone con l&#8217;etichetta &#8220;finti-clienti&#8221; un frammento fotografico isolato da una ripresa delle telecamere. Il frammento ritraeva Frank di profilo di fronte al vigilante. Due giganti che si squadravano dall&#8217;alto in basso.<br />
 I nostri responsabili di ogni piano della libreria ci mostrano le foto del faldone ogni mattina, prima dell&#8217;inizio del turno di lavoro. Dicono <em>&#8220;serve  a difendere la libreria dalle intrusioni di soggetti pericolosi. Poi se entra in negozio un politico o un dirigente accusato di concussione molti dei mie colleghi assumono una postura da schiavo di colonia.&#8221; </em><br />
Pensi di lavorare in un luogo che ti aspetti diverso perchè pieno di libri scritti da uomini che hanno riflettuto a lungo sulla vita, ti accorgi di lavorare con alieni travesti da umani, creature che non hanno mai saputo leggere un solo carattere delle pagine di quei libri. Ed è un peccato, perchè come dice Frank: &#8220;<em>Non sanno cosa si perdono&#8221;.</em></p>
<p>Timbrato il cartellino sistemano libri come se lavorassero azionando un concegno automatico che li tiene in vita. Lo leggi nei loro occhi:  pupille che sembrano attaccate ad un volto di pezza. Le facce schifate se ne stanno al riparo, la maschera del volto protegge bene ogni espressione di indifferenza. Mani che spostano libri senza tastarne a fondo la consistenza, occhi che non riconoscendo migliaia di copertine vedono solo pagine bianche.<br />
 Mi sembra una  pratica da FBI, quella delle foto. Ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo ai responsabili della libreria. C&#8217;è  gente che è stata allontanata dalla libreria per molto meno:  non sono Yanez de Gomera e nemmeno l&#8217;uomo ragno, non posso permettermi decisioni da super eroe. Sono solo un aspirante libraio con dieci anni di vita da boy scout e sei di catechismo.  Sedici anni di regole da osservare, consigli e stili di vita a cui attenermi.<br />
<em>&#8220;Sono puri di pensieri, parole ed azioni&#8221;</em>&#8211; recita una legge scout.<br />
Nel momento in cui ricevo l&#8217;ordine di visionare il faldone delle foto  mi sento poco puro di pensiero, muto e immobile.</p>
<p>&#8220;<em>Tua madre è morta, ora ci penserà Dio a te&#8221;</em>&#8211; mi aveva detto mia nonna quando mio padre era andato a vivere con un&#8217;altra,  qualche mese dopo il funerale.<br />
Ed io avevo trascorso gran parte dell&#8217;adolescenza fra capi scout e catechisti, persone che mi dicevano di preoccuparmi per il prossimo. Ma io non li avevo mai visti andare ad aiutare davvero la gente che dormiva all&#8217;aperto.<br />
<em>&#8220;Dio ha un ombrello per tutti, coprirà anche quelli che a questo mondo non hanno un tetto&#8221;</em>&#8211; mi aveva detto Suor Angela al catechismo.<br />
Forse il problema è nelle dimensioni:  quell&#8217;ombrello è troppo picco e Frank che è un gigante non ci sta sotto.  Oppure Frank non fa parte di questo mondo.<br />
Qualche giorno dopo l&#8217;allontanamento di Frank dalla libreria ero andato su quel binario poco frequentato della stazione: il numero ventiquattro. Ci ero finito per caso, non sapevo che Frank vivesse lì.<br />
Un turista australiano, passato in libreria per comprare una guida dell&#8217;europa del nord, mi aveva offerto un liquirizia a forma di rondella, con al centro una ciliegia dolcissima. Mangiandola avevo sentito un sapore dolcissimo iniziale e una sorta di torpore sulla lingua e sotto il palato poco dopo averla finita di masticare: come la puntura dell&#8217; l&#8217;anestetico del dentista.</p>
<p>Avevo ricambiato il gesto del turista con un segnalibro, con l&#8217;intenzione di estorcergli informazioni sulla leccornia ricevuta in dono. Mi aveva detto che aveva comprato le Don Caballero all&#8217;ingresso del binario ventiquattro, presso un distributore automatico.<br />
Volevo capire se quel tale Tom Green (dichiaratosi  addetto vendita di un ingrosso di gomme per camion in ferie:  alla scoperta dell&#8217;Europa il nome del pacchetto di viaggio che aveva acquistato) mi avesse donato una vera liquirizia o qualcosa di simile ad un nuovo tipo di droga.  All&#8217;ingresso del binario ventiquattro, lungo quanto la costola di un dinosauro estinto non c&#8217;era nessun distributore di liquirizia o derivati alimentari simili, perciò decisi di percorrerlo fino alla fine, per quella curiosità che provo ogni volta che vedo un luogo isolato. E quel binario, nonostante le migliaia di viaggiatori ( e non) che affollavano le due gallerie commerciali, era davvero un luogo stranamente isolato all&#8217;interno di un grande nodo ferroviario.</p>
<p>Presi a camminare guardando le prime panchine vuote, i cestini della spazzatura appesi ai pilastri di cemento senza rifiuti all&#8217;interno, i monitor pubblicitari appesi ai pilastri che reggevano la copertura del binario spenti.<br />
&#8220;<em>Cosa ci fai sul mio binario?&#8221;</em>&#8211; farfugliò una voce secca alle mie spalle.<br />
Riconobbi subito il gigante. Averlo così vicino mi preoccupava: sembrava ancora più grosso che in foto. Lo guardai negli occhi, sembrava infastidito dalla mia presenza.<br />
<em>&#8220;Sono qui di passaggio, solo una camminata.&#8221;</em>&#8211; dissi io.<br />
<em>&#8221; Non si viene al ventiquattro per puro caso&#8230; Questo binario non è un luogo di passaggio, ma un punto definitivo di arrivo&#8230;cosa cerchi?&#8221; </em>&#8211; sentenziò e domandò l&#8217;uomo con più pause fra le parole che pronunciava.<br />
<em>&#8221; Niente, forse un modo per trascorrere il tempo da solo. Lavoro qui in stazione, vedo migliaia di persone. Mi va di stare un po&#8217; da solo&#8221;</em>&#8211;  commentai in tono pacato.<br />
<em>&#8221; E dove lavori?&#8221;</em>&#8211; domandò lui con aria quasi pacifica rispetto all&#8217;esordio.<br />
<em>&#8220;In libreria&#8221;</em>&#8211; dissi, aspettandomi una nuova domanda.<br />
<em>&#8220;E di libri ne leggi? Quali ? </em>&#8221; &#8211; indagò l&#8217;uomo del ventiquattro.<br />
<em>&#8221; Molti classici che la gente non compra più&#8221;</em>&#8211;  tagliai corto per non fare il saccente.<br />
<em>&#8221; Anche io leggo i classici, quando non mi cacciano anche dalla biblioteca. Mi chiamo Francesco Barbery. Benvenuto al binario di casa mia&#8221;</em> &#8211; disse Frank .</p>
<p>Feci spallucce, poi gli strinsi la mano nonostante fosse piena di screpolature e dissi: &#8220;Piacere di conoscerti, mi chiamo Martino Ventre&#8221;<br />
<em>&#8220;Siediti Martino, ti va un succo alla pera?&#8221;</em> &#8211; disse Frank indicandomi la panchina.<br />
<em>&#8220;Volentieri, se lo bevi anche tu&#8221;</em> &#8211; risposi.<br />
Frank aprì una busta di plastica che teneva nel borsone e tirò fuori due bottigline di succo alla pera in vetro. Ne stappò una servendosi del mazzo di chiavi che caccio dalla tasca e me la offrì.<br />
<em>&#8220;A cosa ti servono quelle chiavi?&#8221;</em>&#8211; domandai.<br />
<em>&#8220;Solo ad aprire le bottiglie con il tappo in alluminio. Le ho trovate lungo un binario&#8221;</em>&#8211; rispose il gigante.<br />
<em>&#8220;Hai diritto al prestito libri a lavoro?&#8221;</em>&#8211; riprese lui dopo un veloce sorso.<br />
<em>&#8220;Non proprio, perchè?&#8221;</em>&#8211; avevo risposto io.<br />
<em>&#8220;Vorrei rileggere un libro, ma in biblioteca non mi lasciano portare libri via. Potrei ripagarti con qualche panino della mensa in cui vado&#8221; </em>&#8211; disse lui.<br />
<em>&#8220;Che libro vuoi?&#8221;</em>&#8211; domandai secco.<br />
<em>&#8220;La montagna incantata&#8221;</em>&#8211; rispose l&#8217;uomo del binario.<br />
<em>&#8220;Penso di averne vista una copia guasta da qualche parta. Leggermente ingiallita la copertina, ma i caratteri sono ancora tutti chiari. Se vuoi posso portarti quella, poi me la restituirai con calma-</em> dissi io assaporando  la polpa di pera che sentivo sulle gengive.<br />
<em>&#8220;Davvero? Grazie&#8230;&#8221;</em>&#8211; mi disse Frank allungandomi la mano.<br />
<em>&#8220;Ora devo andare, a domani.&#8221;</em> -feci io dopo avergli stretto la mano.</p>
<p>L&#8217;indomani ero passato e Frank era seduto, a scrivere su un diario.<br />
Gli allungai il libro che mi aveva chiesto e  mi ringraziò abbracciandomi: puzzava di sudore  e piscio, ma non dissi nulla.<br />
Andai a lavoro e seppi che una collega era stata scippata scendendo da un treno. Alla fine della giornata andai nuovamente a trovare Frank per portargli una bottiglia d&#8217;acqua.  Gli raccontai della collega. Lui ascoltò e fece domande sul numero di binario e ora dell&#8217;accaduto. Parlammo d&#8217;altro e la serata finì presto. Così me ne tornai  a casa con l&#8217;autobus serale.<br />
Tre giorni dopo, uscendo da lavoro, sentii una morsa afferrarmi il polso. Mi volsi, era Frank.<br />
<em>&#8220;Vieni con me, debbo darti una cosa&#8221;</em>&#8211; disse lui a bassa voce.<br />
<em>&#8220;Cosa hai fatto all&#8217;occhio&#8221;</em>&#8211; gli domandai notando la tumefazione che non aveva la sera prima.<br />
 Lo seguii fino al suo binario dove mi disse:<br />
&#8220;<em>Qui le telecamere sono spente, ora posso dartela&#8221;</em>-disse Frank prima di allungarmi una borsa da donna verde smeraldo.<br />
&#8220;<em>Mi dici perchè quell&#8217;occhio è così&#8217; gonfio?&#8221;</em>&#8211; domandai.<br />
<em>&#8220;Un ricordino di quelli che avevano la borsa della tua collega&#8230;</em>&#8220;- esclamò lui.</p>
<p>La polizia ferroviaria aveva raccolto la denuncia, i vigilanti che frequentavano la libreria promesso di contattare i loro canali &#8220;loschi&#8221;. L&#8217;unico a trovare davvero la borsa della mia collega era stato  Frank. Il quale non volle mai confessarmi perchè aveva rischiato così tanto per un estraneo, però quel gesto ci unì ancora di più. Nei mesi successivi ci vedemmo sempre di più, io esaudivo  ogni sua richiesta in quanto a  libri. Lui mi raccontava quello che accadeva in stazione. Alcuni giorni facevo anche degli straordinari: usavo quel denaro per comprare abiti e cibo che portavo a Frank.  Lui ricambiava i miei regali con dei  succhi  alla pera.<br />
Andavo da Frank e gli facevo domande difficilissime sulla vita, sulle cose che vedevo ogni giorno, sui libri che leggevo con difficoltà.<br />
Riusciva a rispondermi spesso, ma non sempre.<br />
Quando non ne poteva più delle mie domande diceva:<br />
<em>&#8220;Trovati un oracolo, ragazzo mio&#8230;io sono solo un imprenditore finito in miseria&#8221; </em></p>
<p>Certi giorni, senza parlare di questioni difficili, ci raccontavamo l&#8217;inizio, la metà e il finale della giornata, attenti e minuziosi nel parlare di insignificanti dettagli.  Pareva che descrivessimo apertura, mediogioco e finale di una partita di scacchi fra bambini che muovono i pezzi a caso.<br />
I mesi erano volati e l&#8217;estate stava finendo. Il mio mentore aveva vinto la partita, ma a un minuto dalla vittoria aveva la faccia di un condannato a morte.<br />
<em>&#8220;Che hai gigante?</em>&#8220;- gli domandai.<br />
&#8220;<em>Sta finendo l&#8217;estate, sono preoccupato.&#8221;</em>&#8211; fece lui.<br />
<em>&#8220;Perchè?&#8221;</em>&#8211; replicai io.</p>
<p>Frank si alzò dalla sua panchina, si avvicinò al binario e parlando di spalle disse: <em>&#8220;per mangiare c&#8217;è sempre una porta aperta alla mensa comunale, per gli abiti qualcuno mi aiuta anche se io accetto con un nido di passeri in gola per la vergogna. Ma dove dormirò? I dirigenti della stazione hanno deciso di bloccare l&#8217;accesso notturno alla sala d&#8217;attesa. Le stanze dei bancomat del binario uno  sono piantonate da guardie giurate.  Dove dormirò quando piove?&#8221;</em>&#8211;  domanda a entrambi il mio amico rimanendo di spalle, quasi singhiozzava fra una parola e l&#8217;altra.<br />
<em>&#8220;Ho visto un luogo che potrebbe fare al caso tuo&#8230;&#8221;</em> &#8211; dico io.<br />
<em>&#8220;Dove?&#8221;</em>&#8211; domanda lui.</p>
<p>Alla fine del binario ventitre c&#8217;è una cabina dei quadri elettrici ormai in disuso. E&#8217; spoglia all&#8217;interno, mel&#8217;ha spiegato uno della manutenzione che viene spesso in libreria. Lui la usa per nascondersi a fumare quando non è l&#8217;ora della pausa.<br />
Per un po&#8217; potresti stare lì, fino a quando non troveremo una nuova soluzione&#8221;- propongo io.<br />
<em>&#8220;Dici che sarà possibile dormire in quella cabina?&#8221;</em>  domanda il gigante e prende a grattarsi  la guancia.<br />
Mi piace sentire il rumore delle unghie che sfregano la barba, somiglia al suoni di microscintille che si formano al buio quando mi tolgo un maglione di lana. Quel suono mette in moto gli ingranaggi del cervello di Frank.<br />
<em>&#8220;Dovremmo solo sistemarlo&#8221; </em>&#8211; rispondo io.<br />
<em>&#8220;Ho sempre fatto lavori d&#8217;ufficio, non saprei posare una sola pietra nemmeno se mi donassero un braccio telecomandato&#8230;&#8221;</em>&#8211; ribatte lui.</p>
<p>Frank rimane in silenzio. Fissa il suolo e non dice nulla.<br />
<em>&#8221; Quando facevo gli scout costruivamo rifugi di fortuna nei posti più impensabili. Trovato il materiale necessario se cominciamo i lavori stasera finiremo prima dell&#8217;alba. Che ne pensi?&#8221;</em>&#8211; gli domando .<br />
<em>&#8220;Hai ragione, proviamoci&#8221;</em>&#8211; aggiunge il gigante appoggiando la mia proposta.<br />
Anche se Frank non ha denaro con sè, mano mano che cerchiamo quello che ci serve per sistemare la cabina ha  ben in mente dove chiedere senza ledere la sua dignità.</p>
<p>In stazione ci sono diversi negozi due uffici postali e altre attività dove Frank ha conoscenti con cui nel tempo ha stretto rapporti cordiali: in fondo è il suo vicinato.<br />
A Frank è capitato di dover trasportare i pesanti  bagagli di questo o quell&#8217;impiegato della stazione più di una volta e svolgendo questo compito, in cambio di nulla,  ha stretto amicizia con diverse persone.<br />
Andiamo al Mac Donald&#8217;s dove recuperiamo cartelloni pubblicitari da mezzo metro.<br />
Un impiegato delle poste che conosce Frank ci regala due secchi di colla  da cinque chili.<br />
La signora del negozio di tendaggi ha della vecchia stoffa di cui si libera volentieri donandola a Frank. Il gigante le promette  di ripassare per lavarle gratuitamente una vetrina.<br />
Penso al magazzino della libreria, anche se è sera qualcuno che ci lavora fino a dopo la mezzanotte c&#8217;è sempre.<br />
Penso a tutte  quelle copie di libri fallati e non rendibili a causa di una infiltrazione della pioggia. Al magazzino troviamo  un magazziniere con cui ho confidenza e  mi  offre quelle copie fallate di nascosto, in un sacco della spazzatura che Frank  si carica sulle spalle. Promettendo di non dire nulla a nessuno il magazziniere ottiene da me l&#8217;impegno di seguire per  uno o due pomeriggi a settimana, solo per un mese, il figlio che  frequenta le scuole medie: viene dalla Filippine, ha bisogno di esercitarsi tanto con le letture in italiano, mi spiega suo padre mentre lo porto al bar per un caffè. Pagandogli il caffè riesco ad accaparrarmi  due sacchi di segatura. Tutto ciò che recuperiamo come materiale necessario alla costruzione di una casa per Frank finisce nella cabina elettrica abbandonata. Le ultime cose che ci occorrono  le recuperiamo  al supermercato della galleria commerciale dove  compro due pennelli, un secchio di plastica, una scopa e una paletta.<br />
<em>&#8220;Potremmo recuperare ancora qualcosa&#8221;</em>&#8211; dice Frank.<br />
<em>&#8220;Cosa?&#8221;</em>&#8211; domando io.<br />
<em>&#8220;Ho visto degli elenchi telefonici abbandonati in una sala telefonica della stazione in disuso. Potrei chiedere ad uno dei responsabili della manutenzione se me ne lasciano prendere qualcuno&#8221;</em>&#8211; dice Frank.</p>
<p>Andiamo in uno degli uffici manutenzione del binario uno e scopriamo che non è difficile convincere uno dei responsabili: non vedono l&#8217;ora di liberarsi di quegli elenchi telefonici, perchè la ditta che doveva smaltarli ha preso i soldi per farlo ma non ha mai eseguito il ritiro. Abbiamo abbastanza materiale a disposizione, decidiamo di tornare al binario per cominciare i lavori.<br />
Entriamo nella cabina elettrica. E&#8217; sporca ma in condizioni accettabili. Il soffitto non mostra segni di cedimento e il pavimento e&#8217; isolato dal terreno con della guaina impermeabile. Non è molto grande come spazio: una quindicina di metri quadrati per poco più di due metri d&#8217;altezza. Spostandomi da una casa all&#8217;altra anche io ho imparato a misurare, in modo approsimativo ma utile, le dimensioni degli spazi. C&#8217; è un bocchettone dell&#8217;aria coperta da una griglia metallica, è la finestra di Frank. Mi rende più sereno quell&#8217;apertura, so che non  morirà  asfissiato.  </p>
<p>Iniziamo i lavori spazzando il pavimento e portando fuori dalla cabina i materiali abbandonati al suo interno: buste della spazzatura, un monitor di computer e dei tubi di plastica corrosi.<br />
<em>&#8220;Frank  cominciamo dalla pareti. In alcuni punti ci sono delle fessure da riempire, usiamo le pagine degli elenchi telefonici come isolante.&#8221;</em>&#8211; dico al mio aiutante.<br />
Mostro a Frank come arrotolare decine e decine di pagine degli elenchi, in modo da ottenere qualcosa di simile a cilindri lunghi e irregolari da cospargere di colla e segatura. Frank me le passa una per volta ed io le lavoro manipolandole in modo da adattarle a quelle fessure. I serpenti di carta che arrotola Frank assumono la forma delle crepe nelle pareti diventando parte del cemento.<br />
Questo lavoro ci impegna fino a mezzanotte, ora in cui molliamo il cantiere abusivo per  andare da mac donald&#8217;s e mangiare dei panini di carne. Ne offro un paio a Frank, pur sapendo che un gigante mangia molto di più. Lui mangia in silenzio, sembra preoccupato ancora, mi dico che forse pensa al rifugio. Torniamo al binario e ci rimettiamo all&#8217;opera: è già l&#8217;una di notte. </p>
<p>Nella stazione di notte risuonano  rumori metallici, alternati a latrati di cani che vagolavano senza meta. Fra i cumuli di rifiuti abbandonati nelle carcasse dei treni destinato al cimitero della manutenzione. Sanate le pareti ci diamo da fare dando inizio ad un lavoro geometrico e delicato.<br />
<em>&#8220;Frank ora passami i libri,  ricopriremo il pavimento in guaina per renderlo più alto rispetto al suolo, così sentirai di meno le vibrazioni dei treni che si muovono</em>&#8211; dico io.<br />
Frank annuisce  e mi passa i volumi. Incastro una copia di fianco all&#8217;altra, una dopo l&#8217;altra. Come a comporre un grande mosaico. Libro dopo libro costruiamo quel pavimento di fortuna sotto la luce dei neon dei binari. Usiamo gli stracci per foderare gli interstizi che rimangono fra un libro e l&#8217;altro.  Quando tutti i libri si trovano al posto loro, la guaina sul pavimento primario non si vede più.<br />
Impastiamo colla e segatura nel secchio per ricavarne una mistura capace di compattare i libri,  rendendo più morbida quella superficie. Frank la getta con il secchio ed io la stendo utilizzando la scopa.  Posizionamo infine i pannelli pubblicitari del macdonald&#8217;s sopra il getto di mistura: guardo i panini pubblicizzati sui cartelloni, si allargano sul pavimento della cabina come se il pavimento fosse un grande schermo capace di trasmettere immagini televisive.<br />
 Mi appare come una installazione di arte contemporanea, ma è pur sempre meglio di una panchina.<br />
<em>&#8220;Ora dobbiamo aspettare che il pavimento si asciughi&#8221;</em> &#8211; dico a Frank.<br />
Lui annuisce e ci sediamo sul terriccio fuori dalla cabina elettrica, guardando la panchina e il borsone di Frank.<br />
<em>&#8220;Sei stanco?&#8221;</em>&#8211; mi domanda Frank.<br />
<em>&#8220;Forse sì.&#8221;</em>&#8211; rispondo io.<br />
<em>&#8220;Questa è la prima notte da quando  vivo qui che qualcuno mi tiene compagnia, grazie. La notte qui in stazione non assomiglia all&#8217;idea di notte. Qui dentro, anche se ci sono i neon lungo i binari, è più buio rispetto alla notte che vedi tu fuori dalla stazione.&#8221;</em> &#8211; dice Frank prima di sbadigliare.<br />
<em>&#8220;A volte penso che ci sia buio ovunque. E che parlare con qualcuno serva ad illuminare questo buio che sembra non finire mai. Certi giorni, quando non vengo  a trovarti e penso a noi due mi sento come il personaggio di un cartone animato mal riuscito. Credo di non fare mai abbastanza per te&#8230;  Ti porterei da me se avessi lo spazio a disposizionem ma  pago un affitto enorme per una stanza più piccola della cabina elettrica. Spesso la caldaia non funziona e costruisco un muro di libri attorno al letto, per sentire meno freddo&#8230; &#8221; </em>&#8211; dico io.<br />
<em>&#8220;E funziona? Riesci a non sentire il freddo?&#8221;</em>&#8211; mi domanda Frank.<br />
<em>&#8220;A volte sì, forse è una illusione della mia testa. Ma certi momenti mi va bene così&#8230;&#8221;</em> &#8211; dico io.<br />
<em>&#8220;Tu sei stanco?&#8221;</em>&#8211; domando a Frank.<br />
&#8220;&#8230;&#8221;</p>
<p>Mi giro, lo vedo con gli occhi chiusi e le mani poggiate sulle ginocchia. Ha un&#8217;aria quasi serena. Senza farmi sentire raggiungo la panchina e prendo le sue cose. Le trasporto dentro la cabina, camminando sul pavimento di libri è come attraversare prato artificiale. Sfilo dalla  tasca dei miei pantaloni una banconota da dieci euro, usando la penna che trovo nel borsone di Frank ci scrivo sopra:<br />
<em>Fai una grande colazione domani, te lo meriti gigante. Ora hai un riparo di fortuna dove stare.<br />
Ci si vede al ventiquattro, dopodomani. ciao.</em><br />
                                                                       Martino.</p>
<p>Gli infilo la banconota dentro il taschino della camicia che indossa e me ne vado. So che tornerò, so che l&#8217;uomo del ventiquattro ha bisogno di me ed io di lui. Lui dormirà sui libri, io dormirò fra i miei libri. Abbiamo più cose in comune di quante io potessi mai pensare, per questo non abbandonerò il gigante.  </p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2009/08/06/train-de-vie/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>36</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">20035</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-07-14 06:02:19 by W3 Total Cache
-->