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	<title>Marisa Fasanella &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Da «Il male in corpo»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Dec 2019 07:00:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marisa Fasanella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Fasanella [Pubblichiamo una pagina dal romanzo di Marisa Fasanella Il male in corpo, Castelvecchi 2019]. *** Mercoledì, 18 maggio. La stanza della memoria Alle sei del mattino, nella clinica dormono tutti. L’infermiera veglia sul suo sonno, seduta sul letto è la sua ombra. È allarmata come un faro, va avanti e indietro e cerca [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marisa Fasanella</strong></p>
<p>[<em>Pubblichiamo una pagina dal romanzo di Marisa Fasanella </em><a href="http://www.castelvecchieditore.com/prodotto/il-male-in-corpo/" target="_blank" rel="noopener"><strong>Il male in corpo</strong></a><em>, Castelvecchi 2019</em>].</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p align="center"><strong>Mercoledì, 18 maggio. La stanza della memoria</strong></p>
<p>Alle sei del mattino, nella clinica dormono tutti. L’infermiera veglia sul suo sonno, seduta sul letto è la sua ombra. È allarmata come un faro, va avanti e indietro e cerca il cellulare.</p>
<p align="justify">Svuoto gli armadi e mi porto via i vestiti con tutte le grucce: non c’è tempo. Le guardie chiamano il direttore e l’infermiera grida che non posso portarmelo via senza prima parlare con lui. Le valigie sono spalancate, piego ogni cosa con cura. Poi sono chiuse, sono gonfie come barili, sono pronte. Alzo mio padre e lo siedo sulla carrozzina: guarda fuori dalla finestra e non cede alla mia voce né ai miei sguardi. Frugo nel legno dei cassetti, nell’armadio, apro ogni pertugio, sotto il materasso nelle pieghe dei cuscini, osservo le cuciture con cura. Guardo persino dietro i quadri appesi alle pareti, dietro lo specchio, ma pesa come un morto. «Mi aiuti, non se ne stia lì impalata» grido alla guardia. Lo depositiamo sul pavimento e dietro c’è un vuoto, una nicchia, ci sono i suoi disegni arrotolati e chiusi in una federa. L’infermiera ha trovato il cellulare e si allontana, la fermo.</p>
<p align="justify">«A chi sta chiamando?» chiedo.</p>
<p align="justify">«A nessuno», e sceglie una delle tasche del camice per liberarsi le mani.</p>
<p align="justify"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-81434" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella.jpg" alt="" width="457" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella.jpg 457w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella-250x350.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/fasanella-160x224.jpg 160w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></p>
<p align="justify">Mio padre trema, si aggrappa alle mani dell’infermiera come un naufrago. Gli infilo la giacca e gli infilo i pantaloni sul pigiama, gli copro la testa col cappello e le mani con i guanti. Esco nel corridoio, trattengo le lacrime, nascondo gli occhi dietro un paio di occhiali scuri. L’uomo di paglia allunga il passo sul viale, si passa le mani nei capelli. L’ho chiamato. Gli ho chiesto di venire. All’infermiera, ieri, è sfuggito il suo nome.</p>
<p align="justify">Scompaio dietro una colonna e aspetto: parla con l’infermiera, gesticola, chiede di me, dei disegni, del disordine. Abbraccia mio padre, gli sussurra qualcosa nell’orecchio, spiana le sue rughe.</p>
<p align="justify">Con le punte delle dita accarezzo i disegni: la carta è ruvida, strati di polvere mi separano dal tratto della matita. Perché non erano con gli altri?</p>
<p align="justify">Il direttore della clinica ha ceduto all’uomo di paglia e ci lascia andar via. Le mani di mio padre si agitano e la sua testa ciondola e digrigna i denti e grida e l’infermiera dice: «Arrivederci!».</p>
<p align="justify">I facchini dispongono la sua vita nel bagagliaio della station-wagon di Fabio: è di colore grigio con i sedili reclinabili e il tettuccio apribile, non ha più la vecchia cabriolet.</p>
<p align="justify">Mio padre ha gli occhi stretti e si lascia trasportare sulla sedia a rotelle e sale sull’auto e segue con lo sguardo il dito di Fabio che gli indica il cielo. L’infermiera si sporge dalla portiera e ripete ancora quella parola: «Arrivederci!». Guardo la clinica fino a quando non svoltiamo in una piazza e ce la lasciamo alle spalle.</p>
<p align="justify">Nella corte solo qualche gatto randagio, la attraversiamo e parcheggiamo sotto le finestre, nessuno bada a noi. Fabio lo solleva, ha il peso di una creatura, i farmaci dell’assenza lo hanno risucchiato. Lo siede sulla carrozzella e lo trasporta all’ascensore. C’è solo il mio appartamento e la scala che sale in soffitta e l’ascensore che si ferma al piano e guardo la cabina salire e mi affanno e lo guido nella casa. Abiterà la stanza degli ospiti, è di fianco alla mia e ha il bagno in camera. Rebecca e Cecco hanno dormito qui, ma in un’altra vita. Vado avanti e indietro, apro l’armadio, i cassetti, rimetto ordine nella vita che pesa nei cartoni e nelle valigie, rifaccio il letto. Il signor B non segue il mio periplo, si acciambella sulle ginocchia ossute e lo tiene caldo, lecca le sue mani artritiche.</p>
<p align="justify">L’uomo di paglia apre il frigo e scuote la testa: «Vado a fare la spesa, per farti perdonare mi inviterai a cena. Cucinerò io, naturalmente».</p>
<p align="justify">Non lo fermo, lo guardo dalla finestra, sale in auto, scompare. L’uomo di paglia conosce l’infermiera. L’uomo di paglia ha sempre saputo dove trovare mio padre. L’uomo di paglia legge le sue labbra.</p>
<p align="justify">Nessuno aveva pensato alla sua lingua, dopo l’incidente, la tata aveva curato con le sue erbe quello che sembrava il morso di un cinghiale, ma non era un morso. Maria Schiavone, dopo la morte di Margherita, era andata a trovarlo, la sua lingua era sporta dalla bocca come la bava di una lumaca e ne mancava un pezzo. L’aveva riferito alla tata quando era tornata, me lo ricordo come fosse oggi, e la tata si era segnata la fronte e aveva chiuso le finestre come per un nuovo lutto.</p>
<p align="justify">L’uomo di paglia ci proteggerà, padre: ha dato lavoro all’orfana di Margherita, l’ha allontanata dalla verità, ha bruciato l’archivio della fabbrica per non permetterle di frugare tra le vecchie carte. Custodivano la firma di Mimì Ferraro? Allunga le mani sulle ruote della carrozzella e si avvicina alla finestra, guarda attraverso le tende i tetti delle case e una forma di azzurro che forse è il cielo. La barba di un giorno cresce spaiata sul viso rinsecchito, sono peli bianchi distanti l’uno dall’altro, spoglio le finestre. Che succede, padre? Sono un animale notturno, solitario, ma sto guardando il cielo.</p>
<p align="justify">Mi siedo sul divano, prendo i disegni dalla borsa e li apro, la carta è ruvida, liscio i fogli a uno a uno, guardo con attenzione: gli agnelli camminano in coppia, ma su righi diversi, il caprone li guida. Gli altri disegni, quelli che si sono portati via, erano solo pecore smarrite, scancellate. Si alza, all’improvviso, e cammina sbilanciato in avanti, si ferma davanti alla libreria, guarda gli scaffali, si volta e i suoi occhi sono sguardo. Un attimo dopo trema, muove la testa, faccio appena in tempo a metterlo seduto e svolta gli occhi. Preparo una fiala di Valium e gliela inietto. Va tutto bene: parlo agli occhi sbarrati, alle pupille ferme. L’uomo di paglia avrà cura di noi, padre, quelli là fuori si fidano ancora di lui, è il custode della tua memoria. Massimo era uno dei tuoi agnelli? Se n’è andato, padre, è morto. Hanno ucciso anche Margherita. Non può ascoltarmi, il Valium lo ha fatto suo.</p>
<p align="justify">Raccolgo i disegni, li chiudo in una cartella, li affido alla prima vita, nella stanza della memoria. La porta ha la consistenza del muro, dello stesso colore bianco delle pareti, nessuno è mai entrato in quella stanza.</p>
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		<title>L&#8217;arrivo dell&#8217;Uomo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Apr 2014 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Marisa Fasanella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Fasanella (Le prime pagine di Nina, il romanzo di Marisa Fasanella pubblicato da Editori Internazionali Riuniti, 2014) L’Uomo arrivò alla città dei due fiumi con la cremagliera delle diciassette e quaranta. I barellieri, quando scese dal treno, si portavano via i restituiti dal fronte sulle lettighe, tra i batticuori patriottici dei soldati, una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marisa Fasanella</strong></p>
<p>(<em>Le prime pagine di </em>Nina<em>, il romanzo di Marisa Fasanella <a href="http://www.editoririuniti.net/shop/contemporanea/nina/" target="_blank">pubblicato da Editori Internazionali Riuniti</a>, 2014</em>)</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-47931 alignright" alt="nina" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina.png" width="312" height="312" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina.png 580w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina-150x150.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina-300x300.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina-60x60.png 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/04/nina-144x144.png 144w" sizes="(max-width: 312px) 100vw, 312px" /></p>
<p>L’Uomo arrivò alla città dei due fiumi con la cremagliera delle diciassette e quaranta. I barellieri, quando scese dal treno, si portavano via i restituiti dal fronte sulle lettighe, tra i batticuori patriottici dei soldati, una folla oceanica, e il grido solitario di qualche anarchico irriducibile. Camminava indietro rispetto agli altri e nessuno avrebbe scommesso un pidocchio sui suoi gradi. Indossava una camicia pulita, un cappello di paglia, e aveva l’aria di un viaggiatore qualsiasi. Il suo passo zoppo, in contrasto con la fermezza dello sguardo, finiva col diventare un dettaglio di poco conto. Era più alto della media e sembrava possedere nelle braccia la forza che gli mancava nelle gambe. Attraversò la stazione e seguì i barellieri all’istituto chirurgico, dove era stata allestita una sala operatoria per i feriti più urgenti. Quando si presentò al distretto e dichiarò di essere l’ufficiale medico che aspettavano, il Superiore della compagnia lo guardò serio come un morto e concluse che aveva poco del soldato. Gli assegnò un letto in una camerata grande come una piazza e un cesso in comune, in uno dei convitti requisiti e trasformati in alloggi per un migliaio di soldati afflitti dalla blenorragia dalla diarrea e dalle cimici che per motivi di disciplina e di strategie militari, ignote alle truppe, stazionavano nella città.</p>
<p>Si portava dietro una valigia con la biancheria e due vestiti, pesante e leggero, il baule dove erano custoditi i libri, le lettere di sua madre e i ritratti di famiglia, un sacchetto di cuoio con la sabbia del deserto e delle vecchie pianelle di almeno tre numeri più piccole.</p>
<p>Il Superiore lo ragguagliò sui comportamenti che un ufficiale era tenuto a osservare, soprattutto in tempi di guerra e in una città che si era mostrata sin da subito ostile. “Un buon soldato gira armato, indossa l’uniforme e si presenta al comandante del distretto” gli disse. “Non si lasci abbindolare dalla folla che ha visto alla stazione, ci caccerebbero via a pedate, se potessero”.</p>
<p>L’Uomo gli rispose che amputare arti e sbrogliare viscere mal si adattavano alla costipazione di una divisa e in quanto ai rivoltosi, se avessero deciso di tendergli un’imboscata, di sicuro non li avrebbe fermati una giubba con le stelle appuntate sul bavero. Si sarebbe cercato un alloggio e avrebbe denunciato le miserevoli condizioni di vita dei soldati: in quell’ambiente ce n’era abbastanza per un’epidemia di colera, con tutti quei germi che galleggiavano nei cessi, i pidocchi e le divise lerce.</p>
<p>Il Superiore, quand’era fresco di studi, aveva partorito egli stesso un seme di rivolta, e sapeva come domarlo. “Accetterà come tutti gli altri quello che non potrà cambiare” gli disse, e lo lasciò al suo periplo.</p>
<p>L’Uomo si affacciò alla balaustra del balcone e lo seguì con lo sguardo nella piazza, dove si scaricavano discese e gradinate come lavine e le donne richiamavano dalla strada i figli svogliati e magri come chiodi e le porte delle botteghe si richiudevano sulla mercanzia. Gli mancò il letto della sposa bambina, morta il giorno dopo le nozze per il morso di una scarpa che le piagò il calcagno e nessuno curò a causa dei ricevimenti che prima della cerimonia nuziale erano andati avanti per giorni fino all’alba.</p>
<p>Gli venne in mente la biblioteca di suo padre e le cosce umide delle serve che lo avevano liberato dal piacere solitario. Un esercito disfatto invase l’edificio come uno sciame d’api e si riversò nelle camere in silenzio sui materassi fradici di sudori raffermi senza spogliarsi.</p>
<p>La caffetteria alle spalle della chiesa madre serviva ancora un goccio di rosolio e un caffè allungato agli ultimi clienti della notte: redattori e copisti che aspettavano la pagina del giornale ancora in stampa e commentavano le notizie. L’Uomo ordinò una tazza di acqua bollente dove sciolse una punta di tè, poi accese un mezzo sigaro e ascoltò i loro discorsi. Discutevano della necessità di chiudere le porte ai mendicanti, venivano dai paesi vicini e si azzuffavano agli angoli delle strade invocando il domicilio di soccorso.</p>
<p>Il proprietario del caffè si avvicinò al suo tavolo per dirgli che non avrebbe servito altro e l’Uomo gli chiese dove poter trovare un alloggio. “Ne ho necessità” aggiunse.</p>
<p>“E tu a me lo vieni a chiedere? Dopo che le autorità si sono accollate il peso di alloggiarvi persino nelle scuole e pure nei convitti, e gli studenti non trovano ricetto e finiscono nei ricoveri delle puttane pronte a sverginarli per pochi spiccioli”.</p>
<p>“Sono un medico” affermò.</p>
<p>“Ma pure un soldato”.</p>
<p>[…]</p>
<p>Aveva scelto quel mestiere per obbligo verso il barone suo padre, militare di carriera prima di lui e dopo suo nonno, e lo aveva umanizzato con gli studi di medicina. Leggeva Marx con la complicità di sua madre, suonava Strauss e amava la poesia. Unico figlio maschio, nato dopo cinque femmine, era cresciuto tra le sottane delle donne, ma aveva anche camminato scalzo e si era sporcato di fango con i figli dei coloni, conosceva i sudori acidi della terra rivoltata di fresco, le braccia nerborute doloranti per il peso delle vanghe che scavavano buche profonde come pignatte. Il barone suo padre, quando era tornato a riprendersi la proprietà e si era messo a complottare con i braccianti riformisti, lo aveva esiliato in un convitto riservato ai figli dei militari, dove forgiavano i futuri allievi delle accademie, e l’obbedienza alle regole era diventata il suo rosario quotidiano, una violenza che era riuscito ad arginare con i libri e la scrittura. Leggeva alla luce di mozziconi di candele e scriveva lunghe lettere alla madre. Il suo futuro era stato già deciso, e il giorno che era tornato a chiedere il permesso di studiare medicina, il barone aveva ceduto solo dopo la promessa di dismettere gli abiti civili e di non avanzare pretese sul patrimonio di famiglia.</p>
<p>La moglie bambina l’aveva conosciuta durante una delle sue brevi visite alla famiglia, era la figlia del guardacaccia e abitava in uno degli alloggi della servitù. D’estate quelle casette diventa vano un forno e le donne cercavano sollievo dalla calura nei corsi d’acqua annegandoci con tutte le sottane. Durante l’inverno sbattevano i denti anche col fuoco acceso. L’Uomo l’aveva vista la prima volta curva sotto un fascio di legni secchi, un metro e una noce di ossa e pelle bianca ammantata di capelli corvini, e aveva deciso di sollevarla da quei pesi.</p>
<p>L’annuncio del suo matrimonio aveva colpito il barone come una frustata, sradicò l’albero più bello del giardino, una magnolia di duecento anni che aveva abdicato alla vecchiaia e partoriva ancora fiori candidi e profumati, e al suo posto piantò sette cactus. Gli disse che non gli sarebbe bastato il gineceo di un sultano per sollevare dalla povertà le donne bambine che si prostituivano ai lati delle strade, o che morivano di stenti nei sobborghi della città: “Lì c’era la vera miseria, non qui, dove il medico viene a visitarle e hanno pane a sufficienza”.</p>
<p>Il matrimonio fu celebrato nella cappella della residenza, ma il barone non si presentò. C’erano circa duecento invitati tra nobili e meno nobili, e una folla di poveri che si accalcò già dalle prime ore del mattino sul piazzale antistante il palazzo per godersi la rappresentazione di una favola destinata all’eternità. La moglie bambina durò un solo giorno. I suoi piedi si erano dilatati nelle pianelle che le costruiva il padre con cuoio riciclato e senza nervature. Quando glieli chiusero nelle scarpe di pelle nuova di capretto non riusciva a muoverli e camminava sulle punte, provvisoria come una foglia secca. Il calcagno si coprì di pustole purulente e provò un dolore più forte della povertà, ma non trovò il coraggio di lamentarsi e la sepsi se la portò via prima dell’alba. C’erano già i fiori bianchi del matrimonio e i confetti che le serve avevano raccolto dai gradoni della chiesa, e l’accompagnarono al camposanto ancora vergine.</p>
<p>La seppellirono nella tomba di famiglia, e il titolo di nobildonna consolò il guardacaccia, che ritornò a mangiare zuppa di cicoria annegata di lacrime, a cacciare lepri e fagiani per il padrone e a sorvegliare i limiti della proprietà altrui. Il barone, per ingraziarsi i coloni, dispose che le venissero resi gli onori riservati alle persone di famiglia, listò a nero il portone e ordinò al prete le messe perpetue per salvarle l’anima, ma il corteo funebre si disperse come un nugolo di vespe quando apparve dietro il feretro.</p>
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