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	<title>marisa salabelle &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>L&#8217;ultimo dei santi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Sep 2019 05:16:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[appennino]]></category>
		<category><![CDATA[marisa salabelle]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Salabelle Le donne erano sedute in cerchio nella piazzetta secondaria di Tetti, non quella principale, all’ingresso del paese, con le panchine e i tigli e la fontanella dell’acqua, e nemmeno quella della chiesa, che una piazza della chiesa propriamente a Tetti non c’era, c’era solo il prato davanti all’ingresso e il monumento ai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marisa Salabelle</strong></p>
<p>Le donne erano sedute in cerchio nella piazzetta secondaria di Tetti, non quella principale, all’ingresso del paese, con le panchine e i tigli e la fontanella dell’acqua, e nemmeno quella della chiesa, che una piazza della chiesa propriamente a Tetti non c’era, c’era solo il prato davanti all’ingresso e il monumento ai caduti da una parte: l’altra piazzetta, quella oltre il vecchio lavatoio, nella zona chiamata Tetti Bassi. Avevano portato le sedie fuori dalle case e se ne stavano lì a godersi il fresco, badavano ai nipoti e applicavano toppe ai ginocchi dei jeans mentre si raccontavano a vicenda le solite vecchie storie.</p>
<p>Di quando Laura, la figlia della Maria Rosa, s’era fidanzata e si doveva sposare e aveva detto al babbo, «No, babbo, io Gianni a vivere con me non ce lo prendo», non perché  non volesse il fratello in casa, ma perché sapeva che la mamma non ne poteva più di stare a Tetti inverno e estate, e se lei avesse acconsentito a prender Gianni in casa, visto che da ottobre Gianni avrebbe cominciato a frequentare l’Istituto Professionale a Pistoia, la mamma non avrebbe avuto più nessuna speranza di convincere il babbo a trasferirsi in città almeno durante l’anno scolastico.</p>
<p>Di quando il vecchio Aurelio era stato trovato impiccato nella legnaia e nessuno aveva capito perché l’avesse fatto, ma qualche mese dopo s’era saputo che la su’figliola, Mafalda, era stata ricoverata in una clinica privata, sulle colline sopra Firenze, dove si diceva che avesse partorito un bimbo non normale, che era stato subito rinchiuso al brefotrofio.</p>
<p>Del tempo di guerra, quando c’erano i partigiani quassù, e si nascondevano a Bicocche e alla Casaccia, sì, proprio dove ora stavano gli Elfi, e dei Tedeschi, che rastrellavano la zona e requisivano tutto, le pecore, le mucche, i muli, al nonno Ugo gli avevano rubato l’orologio d’oro, alla Virginia gli orecchini.</p>
<p>Intanto i bambini scorrazzavano e le bimbe si davano da fare con pentolini e piattini e ortaggi di plastica, «tanto, c’è poco da fare», dicevano le nonne, «s’ha un bel dire, ma le femmine son diverse dai maschietti, a loro piace giocare a mamme, fare i mangiarini, è la natura, cosa ci si vuol fare.» Così si usava trascorrere il tempo, a Tetti, e anche se i racconti erano sempre gli stessi, le donne ci prendevano gusto, e ogni tanto si sedeva accanto a loro qualcuna delle più giovani, suggestionata da tutte quelle vecchie storie, mentre altre brontolavano, «mamma, nonna, zia, ancora con quegli aneddoti, ancora con quei ricordi che ci propinate da quando eravamo bambine, che si sanno a memoria, e non se ne può più, ormai.»</p>
<p>«La nonna non faceva niente, in casa» cominciò Bice, la figlia del povero Romolo. «Aveva cinque figli, due femmine e tre maschi. Le femmine erano le  più grandi, la zia Vanna e la zia Rina,  poi c’era il babbo, poi lo zio Alvaro, e lo zio Ermanno che era il più giovane. La nonna stravedeva per lui, era il suo cocco. Se c’era una coscia di pollo, un pezzettino di ciccia tenera, una fettina di castagnaccio o qualche altra ghiottoneria più rara, mandarini, banane, una ciocca d’uva, tutto era per lui. Lascia stare, diceva agli altri, è per Ermanno. E gli altri gonfiavano! Erano gelosi, si capisce.</p>
<p>Le mie zie, ci badavano loro al piccolino, che la nonna non faceva nulla, se ne stava sdraiata sul divano, me la ricordo ancora, quand’ero piccina, mi chiamava, mi voleva vicino a sé, io avevo un po’ di soggezione, però, non mi avvicinavo volentieri. La nonna aveva sempre un odore un po’ stantio, a furia di starsene lì, in quella cuccia, poi a quei tempi, non era come ora, l’acqua in casa non c’era, bisognava andarla ad attingere alla fonte, e poi scaldarla nel paiolo, la gente si lavava meno, specialmente d’inverno. Le zie me lo dicevano sempre: l’abbiamo cresciuto noi, Ermanno, e guai a dirgli qualcosa, la nonna gli dava sempre ragione su tutto, e lui era venuto su bizzoso, si capisce. Il mi’babbo, non è che ce l’avesse con lui, ma un po’ di rancore secondo me gliel’ha portato, senza nemmeno accorgersene. Povero babbo… E alla fine lo zio Ermanno è rimasto solo.»</p>
<p>«Come, solo, e le sue sorelle?»</p>
<p>«Ci sarebbe ancora la zia Rina, ma è andata a stare dalle suore, da quando la zia Vanna è morta. Non che sia vecchia, la zia Rina, avrà ottant’anni al massimo, ma è sempre stata cagionevole di salute, e un po’ zoppina, poverina; finché ce l’ha fatta, è stata in casa insieme a lui, che non si sono sposati, né l’uno né l’altra, ma poi lei ha cominciato a perdere un po’ la testa e ha voluto a tutti i costi ricoverarsi dalle suore, giù a Porretta.»</p>
<p>«E perché non è rimasta col fratello?»</p>
<p>«Mah, e come faceva, lui… non se ne sarebbe saputo occupare, che vuoi, non è mai stato abituato!»</p>
<p>«E ha messo la sorella al ricovero? Dopo che lei l’ha allevato?»</p>
<p>«Be’, che poteva fare… Ermanno non era adatto, devi capire…»</p>
<p>«Mah! Mah! Che mi tocca sentire! La Rina al ricovero, dopo tutto quello che ha fatto per lui! O quant’è?»</p>
<p>«Eh, saranno due anni, almeno… o quant’è che non venivi a Tetti?»</p>
<p>«Eh, un pezzetto… un pezzetto, di sicuro. Mah, che mi tocca sentire…»</p>
<p><strong>Tratto da <a href="https://www.tarka.it/tarka-shop/libri/l-ultimo-dei-santi/">Marisa Salabelle, <em>L&#8217;ultimo dei santi</em>, Tarka libri 2019</a></strong></p>
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		<title>L&#8217;estate che ammazzarono Efisia Caddozzu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 05:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[marisa salabelle]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Salabelle Tra i compagni Efisia trovò per la prima volta l’amore o qualcosa che almeno vagamente gli somigliava. La faccia di Carmine Signorello s’intravedeva a stento, tra capelli, barba e baffi, tutti neri e ricci. Portava un paio di occhialetti alla Trotszki, l’eskimo di ordinanza, jeans con le borse alle ginocchia, maglioni a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di <strong>Marisa Salabelle</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Tra i compagni Efisia trovò per la prima volta l’amore o qualcosa che almeno vagamente gli somigliava. La faccia di Carmine Signorello s’intravedeva a stento, tra capelli, barba e baffi, tutti neri e ricci. Portava un paio di occhialetti alla Trotszki, l’eskimo di ordinanza, jeans con le borse alle ginocchia, maglioni a trecce che gli faceva sua nonna. Durante le riunioni parlava e gesticolava molto. Era uno studente fuori corso della facoltà di scienze politiche, andava a lezione sì e no una volta la settimana, non dava mai esami ma girava sempre con grossi libri sotto il braccio. Una sera lui ed Efisia erano andati ad affiggere volantini nelle vie più buie e meno frequentate del centro: lei li portava nella tasca del montgomery, lui li attaccava ai muri con abbondanti spennellate di colla liquida. Improvvisamente posò il secchio della colla,  le si avvicinò, le sbottonò gli alamari e le afferrò le poppe con entrambe le mani. Efisia fu presa talmente di sorpresa che non riuscì a proferire parola. Carmine le tirò su la maglia, le sbottonò la camicia, trovò il reggiseno, ne estrasse una mammella e cominciò a succhiarla avidamente, mentre con la mano libera le palpava il culo attraverso la stoffa della gonna.</p>
<p style="text-align: justify;">«Ehi che cavolo» cominciò lei ma venne sopraffatta dall’eccitazione: si addossò al giovane e si lasciò tastare, leccare e sbaciucchiare. In mezzo alle gambe sentiva un ardore, una frenesia:  aveva bisogno di qualcosa di grosso e duro che le entrasse dentro, ora, subito, e ciò che non capiva era da dove venisse questa necessità, visto che mai prima di allora lei aveva avuto la pur minima esperienza sessuale. A volte, la sera a letto si toccava, prima di addormentarsi, gliel’aveva insegnato Letizia, le aveva fatto vedere come fare per provare piacere, bisognava immaginarsi delle storie eccitanti, abbassarsi il pigiama sotto le lenzuola, mettere le mani lì e premere, sfregare, stropicciare&#8230; dopo un po’ di lavoro il godimento arrivava, irresistibile, e dopo che era finito sopraggiungeva una sonnolenza, ci si addormentava molto meglio. Efisia aveva delle fantasie, provava a immaginare come sarebbe stato farlo con qualcuno dei ragazzi che conosceva, ma si trattava soprattutto di un gioco che faceva con se stessa, niente fino a quel momento le aveva fatto presagire che un giorno, all’improvviso, il desiderio, quello vero, di un maschio in carne ed ossa si sarebbe presentato così implacabile, perentorio, come un ordine cui bisogna obbedire senza indugio. L’avrebbe fatto lì, addossata al portone di una casa, incurante delle rare auto che passando illuminavano quell’angolo nel quale loro due consumavano nefandezze. Trovò un po’ di fiato per dire <em>aspetta un momento, non possiamo, qui siamo in mezzo a una strada</em>; Carmine la prese per un braccio e la trascinò in un cortile dove lo fecero in piedi, come due selvaggi.  Poi la portò a casa sua, viveva da solo, in due stanzette miserabili: la buttò sul letto e scoparono fino allo sfinimento. Quella notte Efisia non tornò a casa e quando suo padre, il giorno dopo, provò ad attaccare una delle sue filippiche, lei gli rispose con durezza che se non gli stava bene era pronta a fare le valigie e andarsene immediatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non ho capito se era talmente arrapato che si sarebbe fatto anche una capra», disse a Letizia il giorno dopo, «o se in un modo o nell’altro gli piaccio. Francamente, non riesco a crederlo.»</p>
<p style="text-align: justify;">«Perché devi pensare questo, non sarai una bellezza, ma chi lo è, e poi hai begli occhi, vorrei avere io i tuoi capelli al posto di questi tre peli sbiaditi.»</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema con Letizia era che non si capiva mai se era sincera o solo molto gentile.</p>
<p style="text-align: justify;">«Non vedo perché tu ti debba continuamente buttare giù, sono sicura che puoi piacere molto, ho notato che per la strada si voltano a guardarti.»</p>
<p style="text-align: justify;">«Sì, qualche vecchiaccio bavoso, camionisti in crisi di astinenza, non farmi ridere.»</p>
<p style="text-align: justify;">“Vorrei averle io le tue <em>puppe</em>, lo vedi come sono piatta, sembro un asse da stiro.»</p>
<p style="text-align: justify;">Le <em>puppe</em>, in effetti, erano quelle che avevano folgorato Carmine. Tutte le volte che si incontravano le sbottonava il cappotto, le palpava il seno e sussurrava <em>Fammi sentire se le tieni ancora</em>. Lei, che le sue tette enormi le aveva sempre odiate, gli era grata per la  sua devozione verso quelle ingombranti sporgenze. Si vedevano in ogni momento libero, scappavano dalle riunioni, si barricavano nell’appartamento di lui e sperimentavano pratiche sessuali che Efisia nel suo candore non aveva neppure sospettato potessero esistere. Bighellonavano per la città a notte tarda, con o senza volantini da affiggere; si sedevano sugli scalini del Battistero, mangiavano cartocci di olive e pane con salamino piccante o spesse fette di spalla, si facevano una birra o una canna. Tutto sembrava essenziale, necessario. I bambini della scuola di montagna, la lotta di classe, Marx e Don Milani, il sesso, le olive: ogni elemento si incastrava perfettamente nell’altro, non poteva essere altrimenti, la vita aveva finalmente senso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">da:<strong> Marisa Salabelle, <em><a href="http://www.edizpiemme.it/libri/lestate-che-ammazzarono-efisia-caddozzu">L&#8217;estate che ammazzarono Efisia Caddozzu</a> </em>(Piemme, 2015)</strong></p>
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		<title>La famiglia che perse tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 05:04:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[marisa salabelle]]></category>
		<category><![CDATA[maurizio salabelle]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marisa Salabelle Di tutti i libri pazzi e strampalati che ha scritto mio fratello Maurizio, La famiglia che perse tempo è forse il più pazzo e strampalato. L’ha scritto che avrà avuto, quanto, ventott’anni? Non lo so con precisione perché a noi non diceva nulla e in famiglia, che scriveva, l’abbiamo saputo in due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-52479 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina_salabelle_b.jpg" alt="copertina_salabelle_b" width="300" height="490" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina_salabelle_b.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/04/copertina_salabelle_b-184x300.jpg 184w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />di <strong>Marisa Salabelle</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Di tutti i libri pazzi e strampalati che ha scritto mio fratello Maurizio, <em>La famiglia che perse tempo</em> è forse il più pazzo e strampalato. L’ha scritto che avrà avuto, quanto, ventott’anni? Non lo so con precisione perché a noi non diceva nulla e in famiglia, che scriveva, l’abbiamo saputo in due occasioni: quella volta che la mia amica Benedetta mi fece vedere un numero di una rivista, Erba d’Arno, dove era stata pubblicata una sua poesia, e poi la volta famosa che Giuseppe Pontiggia telefonò a casa e a rispondergli fu nostro padre, il quale non se lo sarebbe mai immaginato che Giuseppe Pontiggia potesse telefonare a casa per dire che aveva letto il manoscritto di Maurizio e che gli era piaciuto moltissimo. Quel manoscritto era, credo, <a href="http://www.quodlibet.it/schedap.php?id=2268#.VRwz3fmsWSo"><strong><em>La famiglia che perse tempo</em></strong></a>, che piacque a Pontiggia e a Ermanno Cavazzoni ma che per ragioni contingenti è rimasto inedito fino a ora.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia è quella di una famiglia di cinque persone, genitori e tre figli adulti, tutti nullafacenti, se si eccettua  il figlio maggiore, che è medico, e occasionalmente riceve qualche paziente, e il narratore, che risponde all’improbabile nome di Phatrizio e per un periodo fa l’autista di autobus. Oltre a questo, la madre di tanto in tanto cucina e il padre fa misteriosi esperimenti chiuso nella sua camera: per il resto i cinque si trascinano dal divano al letto, si incrociano nell’andito, spilluzzicano i cibi imbanditi dalla madre, guardano vecchi film presi a noleggio. Oltre che svogliati e oziosi, i cinque sono affetti da stranissimi disturbi: perdono periodi di tempo, soffrono di letargia, attraversano momenti di grave depressione. Per capire l’origine dei loro mali analizzano gli oggetti che hanno in casa, orologi che diventano fuligginosi e che non segnano più l’ora, brandelli di stoffa infetti da strani germi, libri e opuscoli che cospargono il pavimento, provenienti da chissà dove. Scrivono memorie, si intervistano l’un l’altro, improvvisano conferenze al tavolo di cucina. Cambiano spesso casa, sperando così di risolvere i propri guai, ma i quartieri in cui vanno ad abitare si rivelano di volta in volta sempre più tetri, squallidi, al punto che neppure sono segnati  nelle mappe della città.</p>
<p style="text-align: justify;">Se paragono questo romanzo ai successivi, che però sono stati pubblicati prima, vedo analogie e differenze.  Vedo innanzitutto che, rispetto alle altre opere, tutte caratterizzate da un’atmosfera surreale e da una trama fantastica, <em>La famiglia che perse tempo</em> è un romanzo ancora più rarefatto, astratto, paradossale. Non esiterei a definirlo un’opera altamente sperimentale. Vedo, però, anche le analogie con i romanzi successivi, in cui Maurizio mette in scena i suoi personaggi stralunati e le sue famiglie stravaganti. Padri sempre un po’ distratti, lontani dalla realtà, impegnati in attività bizzarre quali compiere esperimenti scientifici o consultare ossessivamente vocabolari; madri che svolgono in modo malcerto i loro compiti di accudimento, mettendo in tavola solo noccioline e patatine fritte, lavando le verdure col detersivo per i panni, inondando divani e poltrone di acqua saponata e così via. Fratelli e sorelle che vivono relazioni simbiotiche, uomini adulti stranamente impacciati con le donne o incapaci si svolgere lavori normali.</p>
<p style="text-align: justify;"> Ogni volta che leggo uno dei suoi libri, penso alla nostra famiglia, e riconosco alcuni particolari, alcuni comportamenti e modi di esprimersi, che mi fanno dire: siamo noi, eravamo così. Quindi penso che Maurizio abbia voluto raccontare, in chiave surreale, la nostra vita; altre volte invece penso che abbia creato i suoi romanzi e i suoi personaggi come in un gioco, un divertimento fantastico e bizzarro.</p>
<p style="text-align: justify;">E poi, naturalmente, c’è il suo linguaggio. Un lessico semplice, accessibile ma ricercato, parole a volte un po’ desuete, che lui sceglieva principalmente in base alla sonorità, un fraseggio caratteristico, con una sua musica interna, un suo ritmo ben preciso. «Nello scrivere, seguo una musica o un ritmo interno che è del tutto indipendente da ciò che narro» affermava infatti in un memorabile articolo, <em>Un romanzo è un apparecchio complicato</em>:  «È una musica poco appariscente e un po’ monocorde, che mi arriva non so da dove ma che sento di dover seguire e assecondare e che determina la lunghezza dei periodi, il numero di sillabe delle parole, la posizione dei segni di interpunzione.» E in effetti credo sia proprio questo senso rapsodico del linguaggio ciò che fa di Maurizio, veramente, uno scrittore. Che basta leggere una frase per dire, non c’è dubbio, è lui. Inconfondibile.</p>
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