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	<title>Marshall McLuhan &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Orson Welles &#8211; Davanti alla legge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2015 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[di Alberto Brodesco i. “Siamo ricondotti al paradosso cruciale del Reale il quale, lungi dall&#8217;essere semplicemente l&#8217;In-sé inaccessibile, è simultaneamente la Cosa-in-sé e l&#8217;ostacolo che impedisce l&#8217;accesso alla Cosa-in-sé” (Slavoj Žižek, Meno di niente. Hegel e l&#8217;ombra del materialismo dialettico). ii. Orson Welles apre il suo Processo (Le Procès, 1962) raccontando e mostrando il celebre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe src="https://www.youtube.com/embed/pqPeI7-eVgc" width="420" height="315" frameborder="0" align="center" allowfullscreen="allowfullscreen"></iframe></center></p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Alberto Brodesco</strong></p>
<p style="text-align: left;"><em>i.</em><br />
“Siamo ricondotti al paradosso cruciale del Reale il quale, lungi dall&#8217;essere semplicemente l&#8217;In-sé inaccessibile, è simultaneamente la Cosa-in-<em>sé</em> e l&#8217;ostacolo che impedisce l&#8217;accesso alla Cosa-in-<em>sé</em>” (Slavoj Žižek, <em>Meno di niente. Hegel e l&#8217;ombra del materialismo dialettico</em>).</p>
<p><em>ii.</em><br />
Orson Welles apre il suo <em>Processo</em> (Le Procès, 1962) raccontando e mostrando il celebre apologo kafkiano <em>Davanti alla legge</em>. Il regista commissiona l&#8217;illustrazione del racconto all&#8217;inventore della tecnica dello schermo di spilli Alexandre Alexeieff. Una serie di diciotto quadri mette in scena quello stallo lungo quanto una vita.</p>
<p><em>iii.</em><br />
Il racconto è narrato dalla voce di Orson Welles. Come ne <em>L&#8217;orgoglio degli Amberson</em> (<em>The Magnificent Ambersons</em>, 1942), essa appare prima di qualsiasi personaggio. Il regista anticipa il racconto all&#8217;inizio del film, per poi riprenderlo e rimodularlo anche nella scena ambientata all&#8217;interno della cattedrale dove appare nel libro.</p>
<p><em>iv.</em><br />
Del confronto tra guardiano e viandante le illustrazioni con lo schermo di spilli restituiscono immagini grigiastre, a bassa definizione. Marshall McLuhan l&#8217;avrebbe definito un medium freddo. Anche in questo caso, come McLuhan insegna, l&#8217;attrazione per l&#8217;occhio esercitata dalla bassa definizione sta nel fatto che rimane allo spettatore il compito di completare l&#8217;immagine, in perfetta risonanza con l&#8217;enigma costituito dal racconto di Kafka.</p>
<p><em>v.</em><br />
La tecnica dello schermo di spilli combina semplicità e sofisticazione: è primitiva, così come l&#8217;opera che genera, ma richiede pazienza, precisione, lavoro, uno sforzo che sembra perdersi o volatilizzarsi in un prodotto finale incerto. Una tecnica fondata sull&#8217;evanescenza dell&#8217;oggetto illustra un racconto il cui senso continua da un secolo a sfuggire a ogni tentativo di cattura.</p>
<p><em>vi.</em><br />
Tutto si colloca sotto il segno della vanità e dello spreco: vanità, spreco di vita da parte del viandante; vanità, spreco di vita da parte del guardiano, custode di una porta ad personam che non sarà mai varcata da colui che ne è titolato; e poi, a livello rappresentativo, vanità del tentativo di Alexeieff e Welles: nonostante la tensione artistica li spinga a sfidare con il loro genio visivo quel racconto, entrambi sembrano in definitiva arrendersi all&#8217;impossibilità di rappresentarlo o semplicemente &#8220;vederlo&#8221;.</p>
<p><em>vii.</em><br />
Anche il tempo di riflessione cui questo apologo costringe il lettore e lo spettatore sembra porsi sotto il segno dello spreco – Medusa letteraria che paralizza davanti alle porte dell&#8217;interpretazione.</p>
<p><em>viii.</em><br />
Nella parte ambientata nella cattedrale il film ritorna davanti alla legge. Joseph K. si confronta con il suo avvocato, il quale gli narra la storia del viandante e del guardiano. K. la conosce già e lo dimostra all&#8217;avvocato, completando egli stesso il racconto. K. vorrebbe dare per risaputa la parabola, ma non è possibile, e lui lo sa, essendo una storia che cambia a ogni ascolto.</p>
<p><em>ix.</em><br />
Mentre <em>Davanti alla legge</em> viene di nuovo evocato, un proiettore riproduce le immagini di Alexeieff mostrate in apertura, sovrapponendole agli spazi della cattedrale e al corpo stesso di Joseph K. La parabola viene applicata al protagonista del Processo sia a livello di enunciato (l&#8217;avvocato esplicita verbalmente la pertinenza del racconto rispetto alla vicenda di K.) che di enunciazione (la figura di K. è intrappolata in quelle immagini).</p>
<p><em>x.</em><br />
Installazione, performance, compressione degli spazi tra le arti. Come nel labirinto di specchi de <em>La signora di Shanghai</em> (The Lady from Shanghai, 1947) il gioco di rifrazioni disorienta e affascina.</p>
<p><em>xi.</em><br />
Il ritorno delle illustrazioni di Alexeieff ha di nuovo a che fare con la loro evanescenza. Ma qui cambia la chiave di lettura, non c&#8217;è più niente di vano e di inutile. Si tratta di un mistero che descrive con precisione la ragnatela fragile ma tenace che intrappola Joseph K. Il paradosso interno al racconto non appartiene solo alla forma del sogno – come sostiene Orson Welles nel commento che segue la sua prima lettura della parabola –, ma espone in modo razionale e incomprensibile la trama della realtà. Non per niente, nella citazione che apre queste note, Slavoj Žižek si sta riferendo alla meccanica quantistica.</p>
<p><em>xii.</em><br />
Se Kafka riesce problematicamente ad accettare il dato di una realtà che concede cittadinanza al paradosso, Orson Welles non lo consente. Il suo finale anti-kafkiano mostra un&#8217;esplosione che fa saltare in aria non solo K. ma anche quel suo mondo da incubo.</p>
<p><em>xiii.</em><br />
Agli occhi di Orson Welles il guardiano della porta della legge può certo assumere la familiare fisionomia del produttore cinematografico.</p>
<p><em>xiv.</em><br />
La grande domanda di <em>Quarto potere</em> (<em>Citizen Kane</em>, 1941): questo è ciò che Kane (K.) ha fatto. Ma chi era? È una domanda solo apparentemente meno kafkiana di quella del <em>Processo</em>: questo è ciò che K. non ha fatto. Ma chi era?</p>
<p><em>xv.</em><br />
1915-2015: centenario della nascita di Orson Welles e della prima pubblicazione di <em>Vor dem Gesetz</em>.</p>
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		<title>L&#8217;iPhone e il re pallido</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:32:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Baricco]]></category>
		<category><![CDATA[Appple]]></category>
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		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino [all’arte] che non Infinite Jest di Foster [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/01/26/liphone-e-il-re-pallido/wallace/" rel="attachment wp-att-41472"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-300x200.jpg" alt="" title="wallace" width="300" height="200" class="alignnone size-medium wp-image-41472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace-120x80.jpg 120w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/01/wallace.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Dalla viva voce di Alessandro Baricco alle colonne del Venerdì di Repubblica: <em>Fondare una scuola, aprire un teatro, inventare un certo modo di fare televisione sono operazioni più simili all’arte che all’artigianato. L’iPhone, che è la risultante di molte cose, vi è certamente più vicino </em>[all’arte] <em>che non</em> Infinite Jest <em>di Foster Wallace</em>. Ok, diciamo pure che resto colpito da tale affermazione, ma colpito come una martellata sul dito più piccolo e indifeso. <span id="more-41471"></span>Metto il mignolo in bocca, e aspetto che il dolore si sciolga. Il dolore del tutto particolare e contemporaneo proviene dal fatto che per un attimo immagino che tale affermazione abbia senso e ragionevolezza e sia capace di registrare i limiti e la complessità del mondo, anche se non è vero. Il dolore da mignolo in bocca alle nove del mattino mentre mi soffermo su uno dei periodici più diffusi e influenti sul frastagliato territorio nazionale è quello di chi immagina che tale affermazione rilasciata da uno degli scrittori italiani più letti e amati sia tutto sommato anche abbastanza facile e abbordabile e condivisibile dalla maggioranza dei lettori, affermazione che non sposta alcuna intelligenza e che non mette nessuno in discussione. Dolore o, ancora meglio, piccolo fulmineo spasmo interiore che riporta nell’alto dei cieli la stella polare di una massima di David Foster Wallace, cioè che per essere onesti, e fare e/o dire e/o scrivere la cosa giusta, bisognerebbe sempre far parlare la Parte Di Te Che Ama invece che La Parte Di Te Che Vuole Essere Amata in seguito ad affermazioni facili e abbordabili e condivisibili in seno a una maggioranza di persone che ha già fatto di te un idolo a cui prestare attenzione e che indubbiamente a monte già pensa come te, di comune accordo, finendo per rafforzare non solo il carico indotto di amorevole attenzione che La Parte Dello Scrittore Che Vuole Essere Amato già di per sé richiede e pretende di attirare, ma in questo caso anche i luoghi comuni e le opzioni più scontate dell’opinione pubblica. Piccolo spasmo interiore che si disinteressa completamente della polemica e dell’opinione pubblica e che duplica e triplica nei giorni seguenti la sua portata proprio per come tale affermazio-ne ha ingiallito la figura di David Foster Wallace, a tutto discapito del suo lavoro e della sua generosità, del suo sforzo costante di fare il massaggio cardiaco ad ogni particella della nostra umanità che per disattenzione e pigrizia finirebbe per avvizzire, la cura e l’attenzione verso il prossimo in particolare, lo fatica quotidiana di capire cosa ci lega al nostro prossimo nonostante questo ci tagli la strada con il Suv o abbia un lunghissimo imbarazzante riporto o rida col risucchio in fondo alla parabola di un raccontino razzista o riveda la nostra dichiarazione dei redditi con i lineamenti ispessiti dalla più atroce noia mai comparsa in natura. Poi penso al walkman. Penso al vhs. Per ripulirmi dal wrestling, l’iPhone con il ginocchio schiacciato sullo sterno di <em>Infinite Jest</em>, ripenso al walkman, al vhs, a tutta la tecnologia sfornata sotto l’impulso di un incredibile intelligentissimo lavorio umano, il design o la fattura o i microchip della tecnologia che è stata espulsa una volta per tutte dall’orizzonte della nostra esistenza, o che è stata ridimensionata o rivista e corretta in ulteriori formati, i quali non potranno nulla contro l’usura del tempo e i plug-in della conoscenza e le rivoluzioni scientifiche. Se l’iPhone ci insegna qualcosa, è la convergenza e l’interconnessione, il fatto che ognuno di noi sia un piccolo grande nodo da cui passa e si raccorda il mondo. Ma questo già lo sapevamo. È pratica comune riconoscerlo nelle nostre avventure quotidiane regolate dalle <em>app</em> e dal touchscreen. È il medium il messaggio, diceva Marshall McLuhan, e questo non fa che sciogliere il dolore dopo tutti questi giorni. La letteratura, la vera letteratura, è un’altra cosa. Tra le tante, non si usura, non viene superata, sprigiona fantasmi incubi tenerezze anche dopo secoli, riconfigura il passato e il presente e il futuro, ci rende meno soli, ci mette in contatto con tutti ed ogni cosa, dirama il potere dell’empatia, ripopola la desertificazione a macchie della consapevolezza, allarga i limiti del nostro linguaggio che in fondo sono i limiti del nostro mondo, ma non ci consola né ci salva, questo lo sapeva benissimo anche uno tra i migliori scrittori che io abbia mai conosciuto. Finito <em>Il re pallido</em>, prima o poi riprenderò in mano <em>Infinite Jest</em>. Riposa in pace, David.</p>
<p><em>Questo testo fa parte di una rubrica bisettimanale</em>, Hashtag, <em>ed è stato pubblicato su Vicolo Cannery (http://www.vicolocannery.it/) </em></p>
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		<title>Censure: il passato davanti</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/05/02/censure-il-passato-davanti/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 May 2011 06:32:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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		<category><![CDATA[Giambattista Tirelli]]></category>
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		<category><![CDATA[Marshall McLuhan]]></category>
		<category><![CDATA[potere]]></category>
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					<description><![CDATA[Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli [In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come ebook, nei formati .epub e .mobi (file zip scaricabile qui)] Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche. Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h2 style="text-align: justify;">Censure: il passato davanti / Giambattista Tirelli</h2>
<p style="text-align: justify; font-size: 80%;">[In via sperimentale, Nazione Indiana mette a disposizione questo articolo anche come <em>ebook</em>, nei formati .epub e .mobi (<a title="articolo in formato .mobi" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/05/censure_il_passato_davanti_giambattista_tirelli.zip" target="_blank">file zip scaricabile qui</a>)]</p>
<p style="text-align: right;"><em>Al mio coraggioso Marco che onora le virtù civiche.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Svolgeremo alcune considerazioni motivate innanzitutto dalla volontà di comprendere se per le biblioteche pubbliche si pone, e in quali termini, una questione <em>censura</em>, la cui pericolosità potrebbe derivare dal suo svilupparsi <em>nelle cose</em>: da un’insufficiente comprensione della natura degli interessi che la ripropongono, nonché dalla mancata percezione dei possibili approdi cui potrebbero condurre le tecnologie della comunicazione istantanea globalizzata.</p>
<p style="text-align: justify;">Proveremo ad attualizzare qualche categoria analitica ampiamente utilizzata dagli storici che si sono occupati di censura libraria. Speriamo che lo sforzo di mantenere agganciati, entro un continuo argomentativo, passato e presente e futuro, non offra il fianco a fondate critiche di anacronismo.<span id="more-38915"></span></p>
<h3 style="text-align: justify;">1. “Con le stesse sinistre operazioni”</h3>
<p style="text-align: justify;">Un apprezzabile e essenziale lavoro di Mario Infelise, dedicato a evidenziare ragioni e forme della plurisecolare censura libraria, si conclude avanzando considerazioni che possono ben fungere da sostanziale asse metodologico di altri ragionamenti tesi a mettere in luce tanto le variabili quanto le costanti politiche e culturali che hanno motivato e motivano l’intervento delle forze dominanti &#8211; del <em>potere</em> – nei processi di comunicazione sociale al fine di influire su dinamiche e esiti della formazione intellettuale e morale dei governati, o per dirlo altrimenti, dell’opinione pubblica e quindi sugli orientamenti collettivi cruciali per il consenso ai governanti (considerati non solo sotto il profilo istituzionale).</p>
<p style="text-align: justify;">Va accolto l’invito a evitare valutazioni semplicistiche, e in ultima analisi cieche, ricorrenti a schemi interpretativi manichei, dove si confrontano in secca contrapposizione il bene e il male, l’oppressione e la libertà; dove si sottovalutano le questioni che fondano le legislazioni, o si dimenticano le sinergie del punire giuridicizzato col sorvegliare del conformismo sociale, delle intolleranze ideologiche (secolari e religiose) a danno delle minoranze ritenute devianti.<a name="testo1" href="#nota1"><sup>1</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Ben sappiamo che non è storicamente data governabilità equiparabile alla pura coercizione. Sempre si esprime, invece, tramite una miscela di costrizioni e persuasioni assai variamente dosate, condizionata dalla natura dei poteri vigenti e dalla loro articolazione più o meno complessa, nonché dall’efficacia delle autonome forze imperative. Non è riscontrabile censura che non sia affiancata da interventi positivi – compresi compromessi e studiate passività – a sostegno dell’ortodossia, o comunque utili a depotenziare gli antagonismi. Proprio così allora: “non è possibile definire una volta per tutte il quadro entro il quale la libertà di espressione può essere esercitata poiché esso tende a configurarsi in maniera sempre nuova, a seconda dell’evolversi delle tecnologie dell’informazione, in funzione dei sistemi istituzionali e di esigenze di carattere sociale”,<a name="testo2" href="#nota2"><sup>2</sup></a> dove le componenti economiche sono sempre presenti e rilevanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Sospettiamo tuttavia che cogliere come “spesso la repressione si sia manifestata in epoche [diverse e anche] lontane con le stesse sinistre operazioni”<a name="testo3" href="#nota3"><sup>3</sup></a> dia giustificato segno a non pochi sforzi storicizzanti, nel senso di necessitarne le conclusioni: a fronte di radicali cambiamenti, nel tempo, degli strumenti (i <em>media</em>) di diffusione delle idee registrate e quindi delle armi della battaglia culturale, gli aspiranti all’<em>egemonia repressiva</em> hanno messo in campo strategie (e tattiche conseguenti) sempre tese a realizzare un più o meno penetrante controllo, a seconda delle necessità richieste dalle circostanze, della disponibilità materiale e concettuale delle risorse informative rivolte a utilizzatori reali e potenziali. Insomma: che la critica ai novelli fautori della “licenza de’ superiori” possa con pertinenza ricorrere ad antiche obiezioni, forse è indizio di involuzioni conservatrici nella dimensione politico-sociale, più che di una pigrizia metodologica da ascrivere a chi le indaga.</p>
<p style="text-align: justify;">Vorrà pur dire qualcosa &#8211; l’esempio s’impone &#8211; che sia del presente ravvicinato (A. D. 2011, era della <em>rete</em>) la minacciata iniziativa di privare le biblioteche pubbliche del glorioso territorio veneto delle pubblicazioni dovute ad autori sgraditi a personaggi dell’amministrazione locale.</p>
<p style="text-align: justify;">La vicenda risulta tanto più preoccupante quanto più i suoi promotori sembra non ne colgano l’enormità, le implicazioni eversive rispetto alle logiche democratiche generali. Dalla stampa locale veneziana si apprende infatti che l’assessore regionale all’istruzione ribatte all’accusa di illiberalità rivendicando la liceità del proprio autonominarsi gestore della “censura morale”, e pure del dare “un indirizzo politico” a insegnanti e bibliotecari affinché non diffondano i libri di autori nemmeno giudicati per le loro opere, ma in ragione delle opinioni manifestate relativamente a un fatto politico-giudiziario specifico.<a name="testo4" href="#nota4"><sup>4</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’imperdonabile colpa dei reprobi è la stessa contestata dai coscritti romani &#8211; era il 25 d.C. &#8211; a Cremuzio Cordo, ossia di non aver chiamato anch’essi <em>bandito</em> chi ritenuto per diffusa opinione tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo storico accadimento è proprio Mario Infelise a ricordarcelo,<a name="testo5" href="#nota5"><sup>5</sup></a> a proposito di origini della censura, citando il Tacito degli Annali, dove racconta che il nostalgico delle virtù repubblicane Cremuzio, certo della condanna, “uscì dal senato e si lasciò morire di fame. I senatori decretarono il rogo, per mano degli edili, dei suoi libri; ma sopravvissero, prima nascosti e poi divulgati.”<a name="testo6" href="#nota6"><sup>6</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna qui sottolineare che l’auspicio dei nostri contemporanei insipienti veneti (tridentini espurgatori <em>ad honorem</em>) sarebbe di rendere indisponibili ai cittadini documenti già accessibili, cioè eliminarli funzionalmente: ancora roghi di fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Distruzione e occultamento dei libri sono azioni analoghe per scopo e risultato; almeno finché la segregazione è efficace e dà, a chi la mette in atto, l’accesso esclusivo ai supporti documentari in termini di consultazione e studio. Si pensi all’organizzazione delle biblioteche impiegate nella battaglia controriformista. Spesso previdero la realizzazione di ricetti <em>segreti</em> destinati a ospitare i libri proibiti ai fedeli, ma non ai custodi dell’ortodossia dottrinaria e perciò documentaria. L’obbiettivo, naturalmente, era il non impedirsi la conoscenza degli avversari necessaria a meglio contrastarli. Inscindibile conoscenza bibliografica e di contenuti.<a name="testo7" href="#nota7"><sup>7</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È evidente il prioritario scopo della censura applicata alla biblioteca: definire il profilo culturale &#8211; filosofico, scientifico, letterario – della raccolta e determinare così le condizioni della sua reale disponibilità (pubblicità).<a name="testo8" href="#nota8"><sup>8</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’episodio che vede affannarsi mediocri protagonisti risulta paradigmatico della variegata fenomenologia censoria prima tratteggiata, nella quale sembra ineluttabile che gli intolleranti riescano “solo a provocare disonore a sé e notorietà alle loro vittime.”<a name="testo9" href="#nota9"><sup>9</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">A noi immersi nei flussi gratuiti della comunicazione di massa è familiare l’effetto pubblicitario indotto dalle pressioni proibizioniste in generale, e in particolare da quelle esercitate in campo culturale. Per l’ostracismo librario la cosa è ampiamente provata e documentata (anche nelle carte dell’Inquisizione) per ogni tempo e luogo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a fronte delle dure repliche della realtà, le Chiese e gli Stati dovettero compiere una progressiva conversione strategica delle pratiche censorie e puntare più sulla risposta culturale che sulla non risolutiva azione repressiva preventiva. La Chiesa cattolica, in particolare, non lesinò i mezzi tipografici e le risorse intellettuali necessari a dispiegare in tale chiave una controffensiva che divenne permanente: inaugurata per contrastare la Riforma, si prolungò prima contro i Lumi e poi &#8211; ancora si manifesta &#8211; in antagonismo alle varie declinazioni della laicità (spesso tacciate di laicismo).</p>
<p style="text-align: justify;">Le pretese di controllo culturale dichiarate dagli aspiranti censori padani presentano rozze caratteristiche da rimarcare: l’apparente inconsapevolezza intorno alla irrealizzabilità pratica dei limitati obiettivi prospettati &#8211; interdizione in una <em>Provincia sola</em> &#8211; dovuta innanzitutto alla molteplicità dei canali di comunicazione alternativi; la mancata promozione di <em>buoni maestri</em>. Si tratta, ci sembra, di eclatanti prove del fatto che si sentono impegnati non in una contesa per far prevalere autonome letture della realtà, ma solo a impedire l’espressione di quelle giudicate avverse; non nella controversia delle idee, ma nell’eliminazione dei termini di confronto.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la miltoniana Areopagitica possiamo ripetere che la loro proposta censoria non può “sottrarsi al novero dei tentativi inutili e vani. E chi avesse voglia di scherzare non potrebbe fare a meno di paragonarla alla trovata di quel bell’ingegno che pensò d’imprigionare le cornacchie chiudendo il cancello del parco”;<a name="testo10" href="#nota10"><sup>10</sup></a> eppoi ribadire che “la migliore e più ferma soppressione del falso ne è la confutazione.”<a name="testo11" href="#nota11"><sup>11</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Altri costruttori del consenso sociale, assai più avvertiti, sanno invece quali siano le leve su cui agire per stare nella partita per l’egemonia. Sì, non si può evitare di <em>buttarla in politica</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia però prima concesso rammentare che la nemesi della censura brandita da chi fu censurato è di antica data e sempre palesa le incoerenze degli immemori delle ingiustizie patite. Ancora John Milton non sbagliava, a metà Seicento, a cogliere la gigantesca contraddizione insita nelle misure di controllo preventivo della stampa disposte dai <em>riformati</em>, nonostante rivendicasse orgogliosamente d’esserne parte. Il poeta denunciava, con precoce sensibilità, un sopruso non nuovo e destinato a perpetuarsi nei secoli, fino a manifestarsi negli autentici tradimenti consumati da sedicenti epigoni del pensiero liberaldemocratico, dunque anche <em>sub specie</em> Popolo della libertà.</p>
<h3 style="text-align: justify;">2. Privatizzatori di risorse strategiche</h3>
<p style="text-align: justify;">Le grandi linee dell’effettuale e formale mutamento costituzionale cui ambisce la destra italiana, e persegue con aperta determinazione e qualche risultato, rivelano il disegno di spostare decisamente gli equilibri dei poteri a favore dell’esecutivo,<a name="testo12" href="#nota12"><sup>12</sup></a> appropriarsi dei principali spazi di iniziativa legislativa e piegare a domestiche priorità l’azione della magistratura.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro dell’autentico rivoluzionamento istituzionale è la frantumazione degli interessi per agevolare la preminenza delle alleanze che derivano potere dalla forza economica e dalla collocazione strategica nelle sedi dove si prendono le fondamentali decisioni sistemiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia a livello sociale che culturale lo scenario prevede il trionfo dei cosiddetti gruppi forti, rinvigoriti dal vantaggio di competere con concorrenti polverizzati (presupposto per evoluzioni oligopolistiche sovranazionali) e dall’estenuazione dall’immateriale condizionamento che promana dal comune sentire.</p>
<p style="text-align: justify;">La governabilità del processo necessita di una riunificazione in larga parte ideologica della rappresentanza sociale, anche cementata da un individualismo alimentato dal rapporto diretto con l’individualità mitica di un capo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’accreditamento della specialità individuale del <em>leader</em> è fattore della lotta per il consenso, necessariamente combattuta con le armi di persuasione collettiva e in primo luogo con i media di massa, nei quali la televisione ha ruolo cruciale.</p>
<p style="text-align: justify;">La linea scelta dalla destra governante, un ipotetico leniniano-mcluhaniano potrebbe riassumerla con la formula “Esecutivizzazione + mediasettizzazione”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è populismo senza quota di popolo abbagliato. E ben si badi: l’estensione sufficiente di questo segmento sociale sedato è, almeno nelle cosiddette democrazie rappresentative, quella che consente la vittoria elettorale; dunque una frazione non necessariamente grande di cittadini, il cui peso può essere reso più determinante attraverso i meccanismi elettorali che premiano la maggioranza relativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dividere per imperare è tattica sempre produttiva e mentre cerca di strutturare assetti neocorporativi, parallelamente destruttura gli istituti del pubblico interesse per creare i presupposti oggettivi della loro delegittimazione.<br />
La marginalizzazione del ruolo pubblico, in economia e nei processi educativi, attraverso la parcellizzazione degli interessi e della loro rappresentazione istituzionale, è la sostanza essenziale delle politiche di appropriazione privata della produzione sociale. Il loro inesorabile esito, ripetiamolo, è il trionfo dei soggetti forti, cioè un riassetto strutturale oligopolistico. Esempio clamoroso, leggibile quale esperimento di laboratorio, lo si è avuto con la riconversione postcomunista dell’ex Unione Sovietica. Lì l’inversione dell’economia si è appoggiata all’irresistibile azione dello Stato forgiato dal socialismo reale: interessi privati prima <em>creati</em> a tavolino e poi garantiti dalla cogenza della nuova legalità. In altri termini: utilizzare la forza autoritativa statale in direzione autolimitativa per aprire spazi ai processi di privativizzazione e in siffatto modo costituzionalizzarli a posteriori; fare acquisire a nuovi ceti, in una partita truccata, forza regolatrice (censoria) poco avversabile perché incorporata nei meccanismi di costruzione e espressione della rappresentanza politica. L’ordinario si fa costituzionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i nostri privatizzatori di risorse strategiche sembra agiscano secondo logiche orientali,<a name="testo13" href="#nota13"><sup>13</sup></a> certo adeguandole a uno scenario dove complessa è l’articolazione dei poteri e degli interessi consolidati, e dove la statualità forte affidata al primato dell’esecutivo (declinazione della statualità di parte, privatizzata) è in costruzione ma fortemente contrastata: proprio strani questi predicatori liberali che razzolano come neogiacobini (autoinvestiti della rappresentanza integrale del popolo sovrano).<a name="testo14" href="#nota14"><sup>14</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La privatizzazione forzata &#8211; garantita dallo Stato &#8211; non può sopportare riaggregazioni intorno a un ampio “per sé” proteso a raggiungere lo sbocco politico generale. Di qui la perseveranza con cui la destra lavora a minare le basi socioculturali favorevoli alla formazione di siffatta sintesi, a inaridire dunque il terreno da cui potrebbe trarre alimento. Ecco la contrazione degli spazi d’iniziativa economica pubblica di qualche rilevanza; la balcanizzazione della scuola e dei riferimenti pedagogici, con il lento e inesorabile ridimensionamento di quella statale (infatti la si vuole piegare alle convenienze delle imprese &#8211; necessariamente di breve periodo, vista la rapidità del mutamento del globale quadro economico in cui competono &#8211; utilizzando motivazioni derisorie degli studi interdisciplinari d’impianto umanistico). Di qui l’attacco all’unità sindacale dei lavoratori imperniato sulla promozione della contrattazione individuale; la diminuzione fino all’insignificanza del contributo pubblico a sostegno ai progetti culturali senza finalità di lucro, e così marginalizzare le produzioni indipendenti; l’indebolimento fino allo stremo dei canali pubblici di informazione/autoformazione, fra i quali si situano le biblioteche. Non si ipotizzano un altro teatro, un diverso cinema, biblioteche riposizionate, bensì drastici rovesciamenti o liquidazioni di tutto quanto non sia collocabile in sorvegliate dinamiche economiciste.</p>
<p style="text-align: justify;">L’opzione non prevede <em>entrismi</em> ma il più rapido smantellamento possibile degli istituti del pluralismo e di quelli concepiti per realizzare equilibri frutto del libero confronto che concretizza il <em>contratto sociale</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Risultato prevedibile? La moltiplicazione dei conflitti d’interesse conseguente all’esasperata granulare polarizzazione socioculturale.</p>
<p style="text-align: justify;">In tale contesto stanno le biblioteche pubbliche: scandalosamente gratuite, solo indirettamente produttive di ricchezza materiale, e <em>di tutti</em> per vocazione; intrinsecamente avversarie dei particolarismi, sia nella versione dei localismi identitari che degli specialismi strumentali; mezzi della cittadinanza consapevole.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso <em>queste</em> biblioteche la censura da attendersi dalle autorità neocorporative è la più radicale: il progressivo indebolimento fino alla consunzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Previsioni diverse potrebbero essere giustificate per il futuro di <em>altre</em> biblioteche: pubbliche solo per afferenza istituzionale e campo per ruoli innocui variamente interpretabili (compreso il ritorno a prioritarie funzioni celebrative del campanile).</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, qui giunti, è inevitabile interrogarci sul presente che viviamo, il quale suscita l’allarme di Giovanni Solimine fino a denunciare che “di questo passo si va inesorabilmente verso la chiusura.”<a name="testo15" href="#nota15"><sup>15</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">I giochi non sono fatti, almeno finché la lotta politica generale resta aperta a sbocchi alternativi. Anche per questo non sono accettabili ignavie di chi si dice pensieroso per le sorti delle biblioteche pubbliche, né incoerenze teoriche e operative.</p>
<p style="text-align: justify;">I bibliotecari presi dall’<em>economia della biblioteca</em> (come se fosse ambito di una indifferenziata <em>economia della cultura</em>), dalle mirabolanti virtù del mercato, quando non abbiano personali spinte all’innamoramento (comprese le ambizioni accademiche) temiamo non siano immuni dalla subalternità a un pensiero che ha fatto passi da gigante nel lavoro di disseminazione della sfiducia, del disprezzo anzi, verso ogni richiamo all’utilità non immediatamente monetizzabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure la biblioteca pubblica non può lavorare che rivolgendosi a tutti i cittadini, rifacendosi cioè a un canone culturale nemmeno indirettamente specialistico (proprio non orientato all’economicismo) e dunque confermando anch’essa, alla luce dei cambiamenti e dei bisogni generali della società servita, l’apertura privilegiata a ricontestualizzate istanze umanistiche, ch’è come dire democratiche: “non per profitto”.<a name="testo16" href="#nota16"><sup>16</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Non riteniamo perciò una forzatura polemica interpretare come frutto censorio l’opacità delle biblioteche pubbliche derivata da gestioni non all’altezza della loro missione: pseudoservizi che si autoperpetuano prescindendo dal valore d’uso. Sicché ai bibliotecari incapaci è giustificato imputare la connivenza coi censori in stretta accezione, sotto forma di oggettiva compartecipazione al sistema che questi costruiscono.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi combatte le interdizioni può legittimamente appellarsi alla deontologia professionale dei bibliotecari, ma ancor più deve pretendere da essi che la interpretino come dovere di onorare il <em>mestiere</em>.<a name="testo17" href="#nota17"><sup>17</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Quando poi volgiamo l’attenzione ai titolari istituzionali delle biblioteche &#8211; non di unica casacca &#8211; non di rado li vediamo disinteressati al loro produttivo funzionamento, o addirittura scientemente impegnati a minarne la vitalità.<br />
Si sa della cura rivolta dalle organizzazioni censorie al controllo della vita quotidiana, del loro insinuarsi nell’intimità dei fedeli/sudditi affinché interiorizzassero il timore di inesorabili punizioni per ogni cedimento a tentazioni trasgressive, fra le quali avevano posto significativo le private letture. E particolarmente perniciosa era ritenuta la lettura di autori contemporanei non allineati, giacché il loro intervenire sul presente li faceva percepire come incombenti pericoli per l’ordine costituito e la sua credibilità. Fu così per i <em>philosophes</em> e, guarda caso, lo è per Roberto Saviano in alcune verdi contrade.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non stupisce che i dominanti siano assai sensibili a tutto ciò che contribuisce a plasmare i connotati della contemporaneità di cui partecipano, allora ben si spiegano le coazioni a ripetere verificabili nelle interferenze di non isolati amministratori locali nella scelta dei periodici da mettere a disposizione del pubblico nelle biblioteche comunali, e innanzitutto dei quotidiani e dei settimanali. Operazioni immancabilmente aperte dall’invocazione di maggiore pluralismo politico-culturale e altrettanto immancabilmente sfocianti nel suo impoverimento, nella riduzione dell’ampiezza e della varietà dell’offerta informativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Deprimenti criteri selettivi del personale impiegato nelle biblioteche pubbliche e tagli dei finanziamenti destinati al loro funzionamento ordinario, non sono tipici dei soli momenti di crisi economica generale; si registrano anche in fasi di relativa prosperità e perlopiù inaugurati decurtando le somme destinate al rinnovamento delle raccolte (scelta coerente di una volontà tesa a prosciugare le fonti della ricchezza ideale).</p>
<h3 style="text-align: justify;">3. “Se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”</h3>
<p style="text-align: justify;">La recrudescenza delle iniziative censorie è sempre contestuale all’importanza e all’intensità dei movimenti di antagonismo politico e culturale, ma acuisce parallelamente alla crescita quantitativa e all’efficacia della diffusione degli strumenti di comunicazione che li fanno conoscere. Lo si è visto nella fase di spettacolare dilatazione della produzione libraria dovuta alla stampa tipografica, quando i ceti egemoni si sono trovati a fare i conti con la necessità di controllare gli ampi effetti liberatori dovuti alla nuova tecnologia (<em>miracolosa</em>) presentatasi come radicale rottura delle pratiche artigianali di copiatura manoscritta. Bisogna tuttavia rilevare un dato importante: mentre la sorveglianza della pur ristretta e disseminata produzione calligrafica era sostanzialmente impensabile, la nuova stampa seriale offriva possibilità di controllo dovute al fatto che richiedeva una struttura tecnica e una organizzazione difficilmente occultabili. Solo la moltiplicazione e la diffusione territoriale delle officine di stampa ricostituirono condizioni di obiettiva incontrollabilità della produzione libraria e della sua circolazione: controprova di quanto più la produzione è concentrata, tanto più il suo controllo è facilitato. E si è già potuto constatare che ciò vale anche per la <em>rete</em>, per “Internet bifronte” che “aiuta i dimostranti e difende i regimi”.<a name="testo18" href="#nota18"><sup>18</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">C’è una dialettica <em>centralizzazione produttiva/controllabilità</em> cui è indispensabile porre attenzione. Ne è lontano esempio il rovesciamento funzionale conosciuto da famosissime opere d’informazione bibliografica.<a name="testo19" href="#nota19"><sup>19</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La circolazione dei documenti stampati è stata favorita anche dall’efficacia dei mezzi di segnalazione al pubblico, cioè dall’incisività informazionale dei repertori bibliografici: di quegli strumenti a lungo definiti “biblioteche”, a loro volta, proprio perché potenti disseminatori di notizie librarie, controllati dalle autorità custodi dell’ortodossia intellettuale e dei costumi.</p>
<p style="text-align: justify;">La <em>biblioteca repertorio</em> quale ideale progetto della raccolta reale insinua riflessioni angoscianti se volgiamo lo sguardo al futuro del controllo delle memorie registrate, del processo documentario di produzione/circolazione/fruizione, alla luce delle vicende del passato.</p>
<p style="text-align: justify;">Pensiamo al ribaltamento di finalità conosciuto dalla <em>Bibliotheca universalis</em> di Konrad Gesner: concepita dall’autore anche per aiutare “la costituzione di biblioteche pubbliche, ‘le sole &#8211; affermava &#8211; in grado di conservare i libri a lunghissima scadenza e, nello stesso tempo, a tenerli a portata di mano per l’uso immediato del lettore’”,<a name="testo20" href="#nota20"><sup>20</sup></a> venne cinicamente e proficuamente utilizzata dai censori cattolici. Nell’appassionato lavoro bibliografico gesneriano, pur ritenendolo eretico, essi trovarono, bell’e pronte, “già accuratamente raggruppate, grazie alla classificazione, le opere filosofiche e teologiche che si volevano inserire nell’Indice dei libri proibiti.”<a name="testo21" href="#nota21"><sup>21</sup></a> E non ci può confortare che a sua volta l’<em>Index</em> cattolico sia spesso servito a facilitare le ricerche (certo assai rischiose) operate dai <em>riformati</em>, oltre che dagli avidi di pagine rese ancor più desiderabili dai divieti di lettura totale o parziale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquietudine ci prende immaginando che a un attacco censorio incisivo possa essere esposto l’equivalente fisico della universale biblioteca repertorio, ed è accresciuta dall’ambivalente presa d’atto che le tecnologie digitali possono compattare il ciclo della <em>documentalità</em> al punto di far coincidere il momento della produzione dei contenuti con quello della pubblicazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tommaso Giordano, in un lucido recente intervento, ha proposto agli interlocutori di riflettere sull’urgenza di dare soluzione ai problemi che la conservazione di lungo periodo delle memorie registrate deve affrontare passando dal trattamento dei documenti analogici a quello delle risorse digitali. Ha formulato un chiaro quesito: <em>se</em> e <em>come</em> non banali virtù, storicamente accertate, della tradizionale organizzazione conservativa sperimentata in contesto analogico dovranno/potranno venire salvaguardate in ambiente digitale (da considerare in tutta la sua enorme novità e non solo sotto il profilo tecnologico). Egli risponde positivamente e sostiene la necessità di continuare a impegnare, in puntuali pratiche cooperative, molteplici soggetti istituzionali e biblioteche di ogni tipologia, con la consapevole ambizione di “tutelare la diversità culturale e la libertà intellettuale”.<a name="testo22" href="#nota22"><sup>22</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">Il vice direttore della Biblioteca dell’Istituto universitario europeo di Fiesole sembra convinto sia preferibile optare per assetti organizzativi distribuiti, e sia possibile farlo senza perdere i vantaggi che in termini di efficacia ed economie di scala possono venire dall’impiego delle tecnologie elettroniche.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quadro così abbozzato è tuttavia osservabile con ulteriori preoccupazioni se pensiamo alle implicazioni antropologico-culturali dei processi di conservazione delle memoria; se li riferiamo alla individuale capacità umana di memorizzare e mantenere l’accesso incondizionato al memorizzato, in altre parole di salvaguardare la sovranità su esso. Si tratta nientemeno dell’orizzonte ove ora si collocano le grandi questioni &#8211; queste sì permanenti &#8211; implicate dalla censura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mantengono formidabile forza euristica molti costrutti metaforici mcluhaniani, e rimane intatta l’attualità dell’invito a considerare che “possiamo, se vogliamo, riflettere sulle cose prima di produrle”<a name="testo23" href="#nota23"><sup>23</sup></a>: a farlo in anticipo sui punti di svolta oltre i quali non è più possibile il recupero di margini sufficienti a compiere scelte correttive sostanziali, dove il “<em>medium</em> […] ha il potere di imporre agli incauti i propri presupposti.”<a name="testo24" href="#nota24"><sup>24</sup></a> Infatti la strada su cui già siamo incamminati punta a una meta interpretabile come altro arrivo di tappa sul lungo percorso di esternalizzazione tecnologica della sensorialità umana: amputazione, per sostituirli, di organi non più in grado di svolgere in modo adeguato, per dimensione e velocità, le funzioni richieste dalla dinamica sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora una volta si tratta di surrogare facoltà intellettuali della specie. Di nuovo l’operazione prevede amputazioni degli organi di senso per convertirli in aggeggi (ora elettronici) con ingigantite capacità di stoccaggio e elaborazione. Ma la dolorosità dell’intervento reclama l’anestesia preventiva: narcosi che intorpidisca il corpo e con esso la coscienza di una perdita.</p>
<p style="text-align: justify;">L’astuzia insita nel processo sta nell’avallare l’assunto che non si tratterebbe di vere sottrazioni, giacché quei prolungamenti sarebbero sempre a libera disposizione. Però è lecito sospettare non sia così: avremo a che fare con un miraggio procurato, paragonabile alla sindrome nota in neurologia come dell’<em>arto fantasma</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Resteranno attive nelle teste le aree una volta dedite al controllo delle parti corporee protesizzate. Lì, allucinate, continueranno a percepire segnali in realtà dovuti a un’assenza. Proprio la condizione “di chi è ipnotizzato dal suo proprio essere, amputato ed estensivamente assunto in una nuova forma tecnica.”<a name="testo25" href="#nota25"><sup>25</sup></a> L’effetto è dovuto al marchingegno che ricorre a “una massiva riorganizzazione delle aree topografiche cerebrali [dove] le zone che controllano le parti del corpo rimaste intatte”<a name="testo26" href="#nota26"><sup>26</sup></a> integrano , entro un nuovo equilibrio, quelle ormai senza compiti informativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nulla sembra cambiato, ma tutto lo è: si è ridisegnato “contemporaneamente l’intero campo dei sensi”<a name="testo27" href="#nota27"><sup>27</sup></a>. Come nella testa di Ahab risarcito con un arto d’avorio, ma il cui “corpo dilaniato e l’anima squarciata sanguinarono l’uno nell’altra e, confondendosi, lo fecero impazzire.”<a name="testo28" href="#nota28"><sup>28</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">È ormai qui il tempo del sistema nervoso centrale fuori di noi, dell’intera memoria elaborata posta (migrata/amputata) sul web e da riattivare/rielaborare in <em>streaming</em>. E l’avvento dell’ebook ci sta dentro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito mantenuto nell’orizzonte della <em>rivoluzione materiale del libro</em> è puro diversivo, proprio in senso militare: scaramuccia per distogliere l’attenzione dal fronte dove si combattono le battaglie decisive con in palio la presa sull’encefalo del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi spianate, per lo più fatte di rassicurante plastica, non sono però caricate a salve. Nei conflitti avviati, o che incombono, non è certo l’acciaio che serve. Si manovrano attrezzi variamente siglati, tipo quanto “concepito per vivere esclusivamente su internet e per dominare [?] la grande nuvola di codici binari che sovrasta le nostre vite moderne”<a name="testo29" href="#nota29"><sup>29</sup></a>: cirri digitali di tessuto cerebrale.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che s’intravede ha poco da spartire coi timori di Ray Bradbury: non le memorie registrate messe al rogo, ma tolte quelle psichiche. E non si tratta di cronaca marziana.</p>
<p style="text-align: justify;">Induce qualche turbamento che proprio nella fase in cui sono venuti meno gli ostacoli materiali per la conservazione ravvicinata di immense risorse documentarie coordinate – impregiudicata la più ampia ed efficiente condivisione &#8211; si ipotizzi di spostare e concentrare le archiviazioni, e i software di elaborazione, in remoto, alla possibile mercé di pochi depositari sovrani (magari uno, onnipotente).</p>
<p style="text-align: justify;">Forse non è peregrina la messa in guardia affinché non ci si debba trovare, stupiti e inermi, a onorare una resa nemmeno trattata; a constatare di avere consegnato sensi e senso “agli interessi commerciali [dominanti], alle manipolazioni di coloro che cercano di trarre profitti prendendo […] i nostri occhi, le orecchie e i nervi [e scoprire che] in realtà non abbiamo più diritti.”<a name="testo30" href="#nota30"><sup>30</sup></a></p>
<p style="text-align: justify;">La chiara visione storica di quali sono stati i fattori organizzativi e istituzionali che hanno messo a rischio mortale la disponibilità delle fonti indispensabili all’esercizio e allo sviluppo della libertà di studio e ricerca e del diritto all’informazione attivo e passivo &#8211; e al contrario di quali ne hanno favorito la difesa e la crescita &#8211; dovrebbe fungere da bussola anche per le scelte strategiche di ristrutturazione del sistema di produzione, conservazione e trasmissione del sapere raccolto con tecnologie digitali.</p>
<p style="text-align: justify;">Crediamo allora sia indispensabile puntare all’assetto multipolare, nel quale sedi operative e fonti trattate abbiano autorità e gradi di ridondanza sufficienti a minimizzare le possibilità di interdizione (proibire) o manipolazione (espurgare) a opera di chiunque. Il suo obiettivo centrale non può che essere l’effettivo libero uso individuale e sociale delle risorse documentarie, a cominciare da quelle cumulate nella lunga era della registrazione analogica.<br />
I problemi pratici da affrontare sono certo complessi, ma la loro soluzione non può ricorrere a scorciatoie tecnicistiche, e ancor meno prescindere da un rigoroso principio direttivo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Segnaliamo la necessità di uscire dall’equivoco mascherato dal disinvolto uso della formula “possesso/accesso” per sottolineare l’essenzialità del secondo elemento della coppia rispetto alla presunta scarsa rilevanza funzionale del primo; come se la piena disponibilità di una risorsa fosse del tutto indipendente dalla sua effettiva titolarità. No, non è mai stato così. La sottovalutazione è forse stata coperta anche dall’equivoco linguistico, giacché l’accesso non è altro che possesso. La distinzione gravida di conseguenze è tra proprietà e possesso. Alla proprietà si connette il diritto di completa disponibilità delle cose.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione policentrica delle condizioni di conservazione e recupero delle memorie (ovviamente pensiamo alle raccolte pubbliche) dovrebbe basarsi sul mantenimento integrale della sovranità d’uso derivante dalla proprietà. Per le biblioteche le implicazioni di ciò sono manifeste, innanzitutto rispetto agli accordi con partner commerciali per la digitalizzazione e la messa a disposizione delle preesistenze analogiche, e nondimeno per la stesura degli articolati contrattuali d’acquisizione della disponibilità non effimera della produzione documentaria corrente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella contesa lanciata dai tagliatori di teste necessita tenere “conto della sterminata capacità che l’uomo ha di ipnotizzare se stesso fino a perdere la consapevolezza dell’esistente sfida [e] che, per sopravvivere, la forza di volontà è necessaria quanto l’intelligenza”<a name="testo31" href="#nota31"><sup>31</sup></a>, [p.76] giacché questa non si dispiegherà senza che quella l’incalzi.</p>
<p style="text-align: justify;">È il caso &#8211; ecco l’eco gramsciana &#8211; di appellarci a quell’intelligenza avvertita che “oggi […] abbiamo anche bisogno della volontà di essere straordinariamente informati e consapevoli”<a name="testo32" href="#nota32"><sup>32</sup></a> su come e dove si vuole montare la ghigliottina a cui intendono trascinarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma pure possiamo farci dare voce da un infuriato e lungimirante artista e ripetere con lui: “Ce l’ho con l’energia nera che ci sta sommergendo, con la perdita del pensiero, dell’anima, della consapevolezza. Con i direttori di riviste patinate che si credono giornalisti, con l’omicidio plurimo della cultura, con la delinquenza intellettuale. Perché se mi portano via i risparmi da una banca posso incazzarmi, ma se mi portano via i neuroni devo stare zitto?”<a name="testo33" href="#nota33"><sup>33</sup></a></p>
<p style="text-align: center; margin-top: 10px; margin-bottom: 20px;">* ** *** * *** ** *</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a name="nota1">[1]</a> Si veda, a riguardo di approcci problematizzanti: La censura nel secolo dei Lumi : una visione internazionale / a cura di Edoardo Tortarolo ; saggi di Patrizia Delpiano … [et al.]. – Torino : UTET libreria, 2011. <a href="#testo1">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota2">[2]</a> I libri proibiti : da Gutenberg all’Encyclopedie / Mario Infelise. &#8211; Roma : Laterza, 1999, p. 123. <a href="#testo2">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota3">[3]</a> Ibidem. <a href="#testo3">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota4">[4]</a> Non diamo ulteriore conto della questione (peraltro assai nota grazie all’eco avuta anche sulla stampa nazionale) per l’ovvio motivo che non può avere qui, da nessun punto di vista, oggettiva importanza. Chi volesse documentarsi veda, nel sito dell’Associazione italiana biblioteche, all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm" target="_blank">http://www.aib.it/aib/cen/stampa/c1101.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo4">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota5">[5]</a> I libri proibiti / M. Infelise, cit., p. 3. Anche Luciano Canfora ha in più d’una occasione ricordato l’episodio: Studi di storia della storiografia romana. &#8211; Bari : Edipuglia, 1993, p. 221-239 &#8212; Libro e libertà. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 1994, p. 64-65. <a href="#testo5">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota6">[6]</a> Riscontrabile in qualunque ed. di: Annali / Cornelio Tacito,  Libro IV, 34-35. <a href="#testo6">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota7">[7]</a> Sulla “necessità di conoscere gli scritti dei loro avversari per poterne dare confutazioni argomentate” (p. 41), si veda: Vicende censorie in Inghilterra tra ‘500 e ‘600 / Luigi Balsamo, p. 31-52, in: La censura libraria nell’ Europa del secolo XVI : convegno internazionale di studi, Cividale del Friuli, 9-10 novembre 1995 / a cura di Ugo Rozzo. &#8211; Udine : Forum, 1997. <a href="#testo7">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota8">[8]</a> A proposito di <em>condizioni di disponibilità</em> appaiono esemplari gli ostacoli frapposti dalla Chiesa romana controriformista alla stampa e alla circolazione della Bibbia volgarizzata. Sono illuminanti le ricerche dedicate a questo tema da Gigliola Fragnito: La Bibbia al rogo : la censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura : 1471-1605. &#8211; Bologna : Il mulino, 1997 &#8212; Proibito capire : la Chiesa e il volgare nella prima età moderna. &#8211; Bologna : Il mulino, 2005. <a href="#testo8">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota9">[9]</a> Annali / Tacito, cit., ibidem. <a href="#testo9">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota10">[10]</a> Rimandiamo a una delle recenti riproposizioni del celeberrimo testo miltoniano: Areopagitica : discorso per la libertà di stampa / John Milton ; introduzione, traduzione, note e apparati di Mariano Gatti e Hilary Gatti. &#8211; Milano : Bompiani, 2002, p. 35. <a href="#testo10">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota11">[11]</a> Ivi, p. 85. <a href="#testo11">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota12">[12]</a> Bisognerà pur dire che non è mancata la corrività dello schieramento opposto, promotore di una profonda revisione dell’Amministrazione locale nel segno dell’ampliamento non bilanciato dei poteri dei sindaci e dei presidenti delle giunte regionali, e dei loro assessori. L’operazione, nobilitata dal richiamo alla “governabilità”, ha dato i frutti che necessariamente produce ogni deriva dirigista che sente come inutile zavorra le procedure del controllo democratico formale e sostanziale. Gli inconsulti furori censori (o apologetici) di qualunque “governatore”, o sindaco, o assessore, sarebbero impensabili entro un quadro normativo dove i loro poteri personali fossero del tutto compatibili con i princìpi di <em>garanzia</em>. <a href="#testo12">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota13">[13]</a> È stato indagato con approccio eccessivamente psicologistico l’evidente trasporto berlusconiano verso le figure di conclamati oligarchi e per Vladimir Putin in primo luogo. <a href="#testo13">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota14">[14]</a> “Come giustamente è stato notato, l’intenzione del contrappeso del giudizio di costituzionalità non è di natura giacobina, ma moderata, in quanto i giacobini non ammettevano contrappesi all’esercizio del potere legislativo e spostavano tutto il discorso sul principio assoluto e non contrastabile del popolo sovrano.” Così a p. 32 di: Costituzionalizzare la censura / Antonio Trampus, p. 3-41, in : La censura nel secolo dei Lumi / a cura di E. Tortarolo, cit. <a href="#testo14">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota15">[15]</a> L’Italia che legge / Giovanni Solimine. &#8211; Roma ; Bari : Laterza, 2010, p. 51. <a href="#testo15">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota16">[16]</a> L’allusione, forse troppo scontata, evoca: Non per profitto : perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica / Martha C. Nussbaum. – Bologna : Il mulino, 2011. <a href="#testo16">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota17">[17]</a> Cfr.: La censura in biblioteca : ma non c’è l’etica del bibliotecario? / Fausto Rosa. &#8211; <em>AIB Notizie</em>, 2 (2010), p. 4-5. Disponibile anche all’URL: &lt;<a title="AIB" href="http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3" target="_blank">http://www.aib.it/aib/editoria/n22/0202.htm3</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo17">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota18">[18]</a> La citazione riproduce il titolo dell’articolo di Andreas Whittam-Smith, giornalista del quotidiano inglese The Indipendent, ripreso su L’unità del 7 febbraio 2011. <a href="#testo18">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota19">[19]</a> La nostra mente va alla valenza esemplare dei fondamentali studi dedicati da Luigi Balsamo all’opera di Konrad Gesner e alle opposte fatiche normalizzatrici del gesuita Antonio Possevino. Riviamo ad alcuni suoi magistrali lavori: La bibliografia : storia di una tradizione. &#8211; Firenze : Sansoni, 1984 &#8212; Il canone bibliografico di Konrad Gesner e il concetto di biblioteca pubblica nel Cinquecento, p. 77-95, in: Studi di biblioteconomia e storia del libro in onore di Francesco Barberi / a cura di Giorgio De Gregori e Maria Valenti con la collaborazione di Giovanna Merola. &#8211; Roma : Associazione italiana biblioteche, 1976 &#8212; Antonio Possevino S. I. bibliografo della Controriforma e diffusione della sua opera in area anglicana. &#8211; Firenze : Olschki, 2006. <a href="#testo19">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota20">[20]</a> La bibliografia / L. Balsamo, cit., p. 29. <a href="#testo20">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota21">[21]</a> Ivi, p. 37. L’autore sottolinea l’imprevisto uso fatto delle <em>Pandectae</em> a fini selettivi. <a href="#testo21">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota22">[22]</a> L’occasione è stata il convegno “L’Italia delle biblioteche. Scommettendo sul futuro nel 150º anniversario dell’unità nazionale”, Milano, Palazzo delle Stelline, 3-4 marzo 2011. Citiamo dal fascicoletto lì distribuito, riportante la versione provvisoria dell’intervento: Dalla memoria cartacea alla memoria digitale : verso nuovi modelli di riferimento / Tommaso Giordano, p. 7. <a href="#testo22">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota23">[23]</a> Gli strumenti del comunicare / Marshall McLuhan. &#8211; Milano : Garzanti, 1977, p. 54. <a href="#testo23">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota24">[24]</a> Ivi, p. 20. <a href="#testo24">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota25">[25]</a> Ivi, p. 15. <a href="#testo25">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota26">[26]</a> Lo spavento per l’arto fantasma / Bianca Fossati, p 18-20, in: <em>Occhio clinico : rivista di pratica medica</em>, 2 (feb. 2008), p. 20. Raggiungibile all’URL &lt;<a title="arto fantasma" href="http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf" target="_blank">http://www.occhioclinico.it/cms/files/oc080218.pdf</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Nel contributo si ricorda anche la sofferenza del capitano Ahab. <a href="#testo26">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota27">[27]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 51. <a href="#testo27">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota28">[28]</a> Moby Dick / Herman Melville ; introduzione di Vito Amoruso ; traduzione di Lara Fantoni. &#8211; Roma : La repubblica, 2004, p. 242. <a href="#testo28">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota29">[29]</a> Così all’URL &lt;<a title="Repubblica" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/12/27/news/prova_cr-48-10547730/index.html?ref=search</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011), sotto la firma di Paolo Pontoniere, a proposito del Cr-48 di Google. <a href="#testo29">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota30">[30]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 74. Qui sia permesso respingere quella che abbiamo inteso come intimazione alla concretezza. Alludiamo al passaggio conclusivo dell’ interessante articolo: Ebook, DRM e biblioteche : una mappa sintetica sulle prospettive del “digital lending” per libri e altri media in Italia / Giulio Blasi, in: <em>Bibliotime</em>, 3 (nov. 2010). Il contributo è raggiungibile all’URL &lt;<a title="Bibliotime" href="http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm" target="_blank">http://didattica.spbo.unibo.it/bibliotime/num-xiii-3/blasi.htm</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). Non sappiamo se anche il sociologo canadese soffrisse di “tic ‘crociano italico’”: propensione all’indugio del filosofare invece che fare, a occuparsi “di storia della tecnologia” piuttosto che innovare. Chissà. Azzardiamo tuttavia che la sua tensione a capire postulasse tutt’altro che l’immobilità. Ci piace pensare che esortasse, semplicemente, a valutare la pericolosità di ogni nuovismo acritico (tautologia, ovviamente). <a href="#testo30">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota31">[31]</a> Gli strumenti del comunicare / M. McLuhan, cit., p. 76. <a href="#testo31">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota32">[32]</a> Ibidem. <a href="#testo32">&uArr;</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a name="nota33">[33]</a> Così Alessandro Bergonzoni nella veramente bella intervista rilasciata a Sara Chiappori e apparsa, il 5 marzo 2011, nelle pagine milanesi del quotidiano <em>La Repubblica</em>. Titolo della conversazione: “Non sono soltanto un comico ma uno che ricerca l’invisibile”. Leggibile all’URL: &lt;<a title="Repubblica" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html" target="_blank">http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/03/05/non-sono-soltanto-un-comico-ma-uno.html</a>&gt; (ultima consultazione 01.05.2011). <a href="#testo33">&uArr;</a></p>
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		<title>LA PAGINA E LO SCHERMO. Frame da un discorso abbandonato. (I)</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 13:11:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani «Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? Una mano che gira la manovella. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo?» (Luigi Pirandello, Quaderni di Serafino Gubbio operatore) «Nell’era elettronica noi viviamo senza un corpo. Questo spoglia l’individuo della sua identità [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/beuystv.jpg" title="beuystv.jpg"><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/04/beuystv.jpg" alt="beuystv.jpg" /></a> di <strong>Stefano Gallerani</strong></p>
<p>«Siete proprio necessario voi? Che cosa siete voi? <em>Una mano che gira la manovella</em>. Non si potrebbe fare a meno di questa mano? Non potreste esser soppresso, sostituito da un qualche meccanismo?»<br />
(Luigi Pirandello, <em>Quaderni di Serafino Gubbio operatore</em>)</p>
<p>«Nell’era elettronica noi viviamo senza un corpo. Questo spoglia l’individuo della sua identità personale e porta all’emergere d’una personalità di massa.»<br />
(Marshall McLuhan, <em>Gli strumenti del comunicare</em>)</p>
<p>«Più tardi del suo solito, un mattino d’estate del 1984, Zoyd Wheeler si svegliò poco a poco alla luce del sole che filtrava attraverso un fico rampicante, dalla finestra, mentre uno squadrone di ghiandaie marine zampettava sul letto». Sebbene cominci con un risveglio, lo sguardo con cui, all’alba dell’ultima decade del secolo scorso, Thomas Pynchon scruta il 1984 in <em>Vineland</em> (1988), il suo quarto romanzo, quello più accoratamente civico, senza dubbio il più politico, è davvero lo stesso che il dormiente rivolge al mondo della realtà prima di arrendersi al sonno. Lo sguardo di chi, nell’abbandonare un universo materiale di oggetti concreti, tangibili, definiti nelle forme e circoscritti nei volumi, già comincia a vederli, queste forme e questi oggetti, così come li trasfigurerà il sogno, slabbrandone i margini, liquefacendone i contorni.<span id="more-5665"></span> Ancora pochi istanti e il senso di una realtà fatta di frammenti d’immagine e tensioni inesplose precipiterà in una nebbia indistinta. Ancora pochi istanti e il dormiente diventerà «uguale alla morte però differente»: Thanatoide, membro di una setta di devoti che «vivono tutti assieme in caseggiati thanatoidi, o in casette thanatoidi, in paesi e villaggi thanatoidi», senza «elettrodomestici, pochi stereo, poche o niente suppellettili, niente tappeti, niente quadri, perché non ne vale pena»; senza niente, insomma, salvo the Tube, la Televisione, l’oggetto della loro devozione, che venerano trascorrendo almeno «una parte di ogni ora da svegli con un occhio sulla Tivù»: «Non vi sarà mai una sitcom Thanatoide […] dal momento che non si vedrebbero, in essa, altro che scene di Thanatoidi che guardano la Tele». Degli zombi, questo sono i Thanatoidi: come morti ma diversi dalla morte, spersonalizzati come lo sono nel nostro immaginario i morti viventi. E questa, ci dice Pynchon, è la china che ha preso la società moderna: presto alla setta si sostituirà la religione, all’eccezione la regola e «un giorno», a dar retta all’annuncio di un buffone al Thanatoid Roast ’84 – la riunione ufficiale degli zombi catodici -, «li daranno pure alla Televisione gli Arrosti Thanatoidi». A questo punto, all’incrocio tra l’onnipresente schermo e l’odore di brace si accendono due spie che illuminano i nomi di George Orwell e Anthony Burgess: del primo è addirittura superfluo sottolineare la portata della profezia sociale del Grande Fratello contenuta in <em>1984</em>, del secondo, invece, sarà bene ricordare <em>1984 &amp; 1985</em>, un libro in cui, a quasi trent’anni di distanza, nel 1978, il capolavoro orwelliano è commentato (la sezione <em>1984</em>, appunto) e doppiato (la parte “datata” <em>1985</em>). In questa sorta di parabola politico-culturale, ascrivibile a pieno titolo al genere anti-utopistico di Huxley e Zamjàtin, Burgess non manca di rimarcare il nesso tra ricorso al medium televisivo e collettivizzazione psichica della società portando alla luce un elemento fondamentale del terrorismo ideologico dello Stato totalitario: non tanto e non solo il capillare controllo di ogni azione del cittadino, e dunque la presenza costante della macchina censoria, quanto la sua presente assenza, il suo fantasma. «È la <em>possibilità</em> di essere sorpresi dall’occhio elettronico che costituisce la vera intrusione», scrive l’autore di<em> Un’arancia a orologeria</em>. Non è un fatto nuovo, certo, si tratta, a ritroso, di una delle strategie che da sempre s’accompagnano all’esercizio del Potere, ma quello che richiama la nostra attenzione sulle pagine di Burgess – e, suo tramite, su quelle di Orwell – è la funzione svolta dal teleschermo: forse non esattamente una minaccia, ma di certo «una metafora della morte dell’intimità. Ciò che importa è che non può mai essere spento. È un perpetuo memento della presenza della grande società, lo Stato, l’anti-io». La Televisione ha definitivamente soppiantato il Partito: La Televisione <em>è </em>il Partito. Nel diagramma orwelliano (come in quello rivisto di Burgess), teleschermo come strumento di un controllo fittizio e, di conseguenza, immor(t)ale, e logocrazia, cioè «la capacità di contenere simultaneamente in un unico intelletto due concetti contraddittori e di accettarli entrambi» &#8211; secondo la <em>Teoria e pratica del collettivismo oligarchico</em> di Emmanuel Goldstein, il personaggio modellato su Leon Trotsky che, in <em>1984</em>, Orwell mette a capo dell’organizzazione segreta “Confraternita” –, teleschermo e logocrazia, dunque, costituiscono gli assi portanti del governo instaurato da un’oligarchia di intelletti raffinati che sa come manipolare il linguaggio e la memoria e, tramite questi dispositivi, la natura stessa della realtà percepita. Analizzando questa forma di governo, il <em>socing </em>&#8211; «il primo governo professionistico e pertanto l’ultimo» -, Burgess ne coglie il dato che rappresenta, allo stesso tempo, sia la contraddizione che la garanzia di perpetuità dello Stato in quanto macchina socializzante: l’essersi instaurato imponendo una visione della realtà che, poiché solipsistica (offerta a misura di ciascun uomo), sembrerebbe più appropriata ad una mente singola che ad una collettiva; ma anche l’aver spazzato dalla scena l’io individuale nel momento stesso in cui l’ha chiamato ad una forma qualsiasi di partecipazione alla vita pubblica. In breve: nell’aver sottratto con la mano sinistra ciò che ha elargito con la destra; ovvero, ancora Pynchon: il personaggio-uomo dell’<em>Arcobaleno della gravità </em>(1973), persosi nella Zona e scomposto dalla Storia, è dalla stessa ricomposto, quindici anni dopo, in <em>Vineland</em>,<em> </em>ma questa volta come simulacro davanti ad un schermo, nella figura di Spettatore, cioè di essere umano privo di spina dorsale o di una personalità contraddittoria.<em> </em>Con le loro visioni <em>en abîme</em>, Orwell, Burgess e Pynchon hanno squarciato la realtà, e solo fermandoci all’apparenza o alla mera didascalia – ovvero leggendole in chiave allegorica piuttosto che, come dovremmo fare, in prospettiva critica &#8211; potremmo ritenere mancati o falliti i loro vaticini. Il fatto che né il 1984 né il 1985 siano stati, almeno nelle fogge, come li hanno immaginati non prova che la validità, in termini logici, della lettura che questi autori hanno fornito di una tipica condizione novecentesca: quella, subdolamente democratica, dell’imperturbabilità dell’immagine virtuale, dell’equivalenza degli opposti (proprio nel secolo dei grandi conflitti!) e dell’identità, nella perdita del valore e dell’eccellenza, tra azione e non azione. In <em>Gli strumenti del comunicare</em>, Marshall McLuhan distingue antifrasticamente i media in freddi (che richiedono un’alta partecipazione degli utenti) e caldi (autoreferenziali, o a struttura chiusa), inscrivendo la televisione tra i primi. Ebbene, questo discrimine, a suo modo valido allora, nel 1964, è tuttora calzante o merita un ripensamento? Nel ’99, sulle pagine di “Nuovi Argomenti”, Massimiliano Capati ne ha proposto una modificazione <em>storica</em>, che non distingue tra media, ma individua nell’evoluzione di ciascuno di essi il passaggio da una fase all’altra e, progressivamente, una loro perdita di potenza persuasiva. Pochi anni e anche questa modificazione merita un correttivo sul piano se non storico, almeno <em>dinamico</em>, perché il medium televisivo, che dovrebbe a tutt’oggi ritenersi freddo, è invece un medium caldo che ha assorbito al proprio interno anche lo sforzo di integrazione richiesto al pubblico dei suoi fruitori, lo ha uniformato inducendolo, rendendolo meccanicamente ripetibile. È proprio facendo leva sull’individuo, infatti, ora isolato in una catarsi voyeuristica, che la Televisione, già data per spacciata dalla pervasività della Rete, ha spinto al massimo climax la crisi d’identità dell’uomo moderno &#8211; l’uomo inconscio di Freud, il proletario di Marx -, sempre più estenuato dall’hegeliana dialettica servo/padrone. Ogni spazio guadagnato è, in realtà, uno spazio concesso. Sostituendo al bisogno personale un mercato di necessità e di desideri collettivi, il mezzo ha esaurito in sé, autarchicamente, qualsiasi domanda e qualsiasi offerta, rendendoci tutti membri indistinti (elementi) di un’unica massa (macchina) di consumatori: «i <em>clichés</em> sarebbero scaturiti in origine dai bisogni dei consumatori: e solo per questo sarebbero accettati senza opposizione. E, in realtà, è in questo circolo di manipolazione di bisogno che ne deriva, che l’unità del sistema si stringe sempre di più». È un passo tratto dal penultimo capitolo della <em>Dialettica dell’illuminismo</em> di Horkheimer e Adorno, quello sull’illuminismo come mistificazione di massa. <em>Massa </em>e<em>Potere</em>, appunto, l’altra dialettica egemone del novecento. </p>
<p>Di fronte a questo manifestazione di forza &#8211; l’onnipotenza di un medium che ha esautorato ogni contrasto nella falsa identità tra particolare ed universale &#8211; la letteratura, la sua funzione <em>eccentrica</em>, si trova oggi in grave difetto. Come ne <em>Il caso dello scrittore sfumato</em>, la novella di Juan Marsé in cui il protagonista, R.L.S., porta significativamente le iniziali dell’autore, Stevenson, che alla lacerazione dell’identità ha innalzato uno degli inni più accorati, “evocati” dal medium gli scrittori di oggi (<em>legislatori </em>di ieri) rischiano di scomparire insieme alle loro opere nell’enorme maelstrom televisivo, definitivamente sfumati, <em>disleidos</em>. Finché ha promosso i valori che avrebbero dovuto governare la coscienza morale di una società “proba”, finché, cioè, ha interpretato un ruolo pedagogico e istituzionale, come un qualsiasi insegnante – emanazione per antonomasia di un sapere autoritario &#8211; anche la televisione è stata il detonatore di una reazione, fonte di un’energia uguale e contraria a quella che esprimeva. Fino a quando ha presupposto una scelta di campo, è stato, se non salvaguardato, sicuramente consentito lo sviluppo della coscienza di un’alterità, di una dialettica, il germe di un potenziale conflitto. Ma uno stato di cose del genere non poteva sopravvivere a lungo, nella sua granitica fragilità, al tramonto della televisione monocanale e monocolore e all’avvento dell’emittenza privata: l’apertura di un mercato fino allora autosufficiente ha prodotto un’inflazione che solo in apparenza, e per fini strumentali a discorsi dissimili, è stata considerata – in Italia è accaduto verso la fine degli anni Ottanta &#8211; un duopolio. Agli osservatori più attenti dell’universo televisivo non è sfuggita la spinta centripeta che l’apertura delle dogane dell’etere ha esercitato sull’immaginario mediatico, sempre più attestatosi su una posizione di normazione autonoma, camaleonticamente omogenea nel suo sviluppo: si ha un bel parlare di moltiplicazione di prodotti e pluralità di opinioni o linguaggi, ma il risultato ha coinciso col prevalere di un monolinguismo coatto e della versione pratica del pensiero unico. Con rapidità tale da lasciare l’impressione che nulla si muovesse – come quando si osservano i raggi di una ruota fatta girare ad elevata velocità – il medium si è evoluto assumendo su di sé obiezioni e giustificazioni, in un processo autoironico che dribbla ogni possibilità di interpretazione (senza che di questo progresso si potesse intravedere, poi, il contenuto darwiniano che solitamente accompagna qualsiasi evoluzione). Per David Foster Wallace, che muove dalla profonda influenza esercitata dalla televisione sulla narrativa americana a partire soprattutto dagli anni Settanta, ciò è dipeso in gran parte dal «fatto che il riutilizzo, da parte della tv, dell’ironia postmoderna è diventato in concreto una soluzione ispirata al problema del tenere Joe [lo spettatore medio] al tempo stesso estraneo e a parte di quella folla di milioni di occhi» che fissa contemporaneamente la stessa immagine che fissa lui; sebbene televisione e letteratura trovino un punto di incontro proprio nella capacità di destituire di fondamento qualsiasi affermazione o giudizio, riguardo al medium televisivo la ragione del fallimento “critico” dei narratori «immaginisti» o iperrealisti – i quali, a differenza degli scrittori postmodernisti non usano più l’immaginario pop come <em>referente</em> o <em>simbolo</em>, ma come <em>materiale</em> &#8211; è, «semplicemente, che la tv li ha battuti sul tempo. La realtà è che, da almeno dieci anni a questa parte [Wallace scrive queste pagine nel ’90, <em>nda</em>], la televisione astutamente assorbe, omogeneizza e ripropone la stessa cinica estetica postmoderna che una volta incarnava la migliore alternativa alla seduzione della letteratura bassa, commerciale, ultrasuperficiale», e con ciò mina alla base ogni irriverenza o singulto eversivo che tenti di trasfigurarne la portata: non c’è più valico tra cultura popolare e cultura seria dove si inoculano il virus <em>ironico </em>e il suo antidoto, l’autoironia consapevole. </p>
<p>Questo scarto temporale nel diverso atteggiarsi del rapporto tra letteratura e televisione, l’impasse che ne deriva e una possibile via d’uscita sono ben rappresentati in quattro romanzi usciti in Italia a stretto giro di tempo l’uno dall’altro, quasi a completare una sorta di microciclo esemplare di <em>scrittura </em>del fenomeno (la chiusura di questo microciclo è senz’altro arbitraria ma sembrano sufficientemente eloquenti sia l’esemplarità delle scelte, che in qualche modo ne “esauriscono” le prospettive critiche, che la loro concentrazione in un preciso momento dell’esperienza mediatica, quello che vedrebbe la tv cedere il passo alle nuove tecnologie). Quattro romanzi sulla televisione non tanto, o comunque non solo, perché abbiano in qualche modo ad oggetto (come orizzonte, come protagonista o come metafora) la televisione stessa, ma in quanto romanzi sulla messa al bando del personaggio-uomo dallo spazio virtuale e sull’interpretazione degli eventi che la tv &#8211; e per essa l’attitudine al pensare televisivamente, cioè mediatamente &#8211; ci ammannisce. </p>
<p>«Né pace han mai, né tregua i caldi affanni/Del mio libero spirto, ov’io non vergo/Aspre carte in eccidio dei tiranni» (Vittorio Alfieri, <em>Della Tirannide</em>)</p>
<p>Nel primo di questi romanzi, <em>Il Duca di Mantova</em>, pubblicato all’inizio del 2004, Franco Cordelli parte subito, <em>d’après coup</em>, a mo’ di violentissimo esergo, scoprendo le carte della sua irrequietezza e del suo risentimento. «Gli scrittori, dunque. Gli scrittori e gli editori. O gli scrittori e la televisione. Come non notare che da quando le televisioni si sono moltiplicate, da quando si sono moltiplicate le storie, da quando non si vendono altro che emozioni, si sono a dismisura moltiplicati gli scrittori? Si sono moltiplicati e non ve ne sono più, non dicono niente, tutti affatturati, dalla smania di raccontare una storia, più spesso la propria, il proprio ignobile nulla, o il proprio ignobile senso di colpa; affatturati, annichiliti, privi di prestigio – il potere, benché ambito, non l’hanno avuto quasi mai e quelli che proprio l’hanno voluto in genere vi hanno lasciato le ossa. La televisione, ovvero l’impero delle storie televisive, ogni notizia è diventata una storia, ha alfabetizzato il popolo italiano, secondo il modello americano; e il nostro popolo, privo di fondamento, ha cominciato a rispondere. Ad ogni azione corrisponde una reazione: alle storie televisive corrispondono in uguale, nutrita dovizie, le inutili storie scritte. Perché leggere quando si può vedere? Vedere non è più economico che leggere?». La citazione è lunga ma rileva un aspetto fondamentale della questione: l’espansione dell’impero televisivo, appunto, a scapito di quello romanzesco. Un occhio ai palinsesti ed uno alle gazzette – o, semplicemente, uno sguardo d’insieme –, la tesi è inconfutabile e il teorema inquisitorio già perfettamente dimostrato nell’enunciazione del capo d’accusa. Il crimine – d’ordine morale, innanzitutto &#8211; è aver invaso un campo «inquinandolo, inflazionandolo, togliendo alle parole valore»: le parole non contano più perché la loro moltiplicazione infinita non crea altro che un’eco sorda. E l’imputato ha un nome ed un cognome storici precisi, si chiama Silvio Berlusconi, ma non è più il Cavaliere (nemmeno quello Nero), non l’imprenditore, costruttore e proprietario di una squadra di calcio, bensì l’editore, il Principe e «proprietario dell’azienda costituita dal nostro Paese». Il Principe sì, quello melodrammatico non quello machiavellico, perché il colpevole – la sentenza si scrive da sé &#8211; oltre ad avere un’identità anagrafica ineludibile ne ha pure una archetipica, funzionale ed onnipervasiva, quella di Duca di Mantova: un’alchimia di caratteri strapaesani, tracotanti, debordanti, fuori luogo e in ogni luogo, buoni per tutto sedurre e tutto abbandonare. Insomma, nell’era del <em>socing reale</em> – in cui si sottomette dissuadendo &#8211; il Duca, Berlusconi, è diventato il Grande Seduttore, il Regista («colui che decide, colui che opera, colui che fa») e perciò il «maggior romanziere vivente, il più letto, il più seguito e amato dai lettori»: lo Scrittore Supremo. Nondimeno – o per di più -, è anche «l’arguto storico, il modernissimo calcolatore» e, in fondo, un «tipo qualunque, con piccoli o grandi vizi, o perfino privo di vizi, […], un soggetto vile assurto in excelsis»: il Lettore Ideale. L’indistinta riferibilità di questa personalità cialtrona ed operistica ad ogni possibile inclinazione umana è la ragione stessa del suo successo; la sua vittoria più importante non l’aver deposto i vecchi <em>manes</em> (la vecchia repubblica del gioco delle parti) bensì assicurarsi che più nessuno si sieda sul trono e perpetui la corte. Il nuovo sovrano potrebbe essere chiunque eppure non è mai nessuno: un Duca dal dubbio lignaggio – non per sangue ma per guadagno, come i capitani di ventura di una volta -, che porta scritto sul cartiglio <em>Sono ciò che volete che io sia, volete ciò che io sono</em>. Ma contro il trionfo dell’ovvio cosa può l’individuo F.C. («un io-me, un io qualsiasi»)? Cosa può lo scrittore Cordelli &#8211; e con lui tutti i romanzieri inconcussi, defraudati, esautorati d’ogni potere, di un pur minimo, per quanto inconsistente, statuto esistenziale? Non c’è dubbio: «la televisione, il Leviatano, proprio perché non produce che gnomi, sia pure gnomi-demiurghi, gnomi-apprendisti stregoni, gnomi-mito, è il campo di battaglia. Il Leviatano lo si può affrontare» e quindi, ostinatamente, combattere. Ma come? Virando bruscamente sulla propria vita personale, riducendo in scala l’esperienza ed opponendosi alla quantità, che deforma la stima e <em>informa </em>il giudizio di valore, senza cedere alla lusinga aristocratica della qualità (bassa o alta che sia). E però, anche ripristinando il particolare, trascinando nel privato il pubblico per, così, plasmare la coscienza dei nomi e definire nuove aree di pertinenza. A ben vedere sembra proprio questo il senso del ricorso all’onomastica ed alla toponomastica nel <em>Duca di Mantova </em>(e, in un certo senso, nella recente riscrittura dell’opera prima di Cordelli, <em>Procida</em>). Che si tratti di nomi e luoghi fittizi o nomi e luoghi reali, poi, è irrilevante perché non è tempo di giocare con la realtà e la finzione (cioè di mistificare e, con ciò, rendersi complici, <em>rigoletti </em>di questo o quel <em>duca</em>), magari finendo, come spesso accade, col tradurre la prima, la realtà, in notorietà (Berlusconi e Previti o i grandi raduni di piazza San Giovanni e piazza Cavour) e la seconda, la finzione, in anonimia (o equinimia: chiamarsi, un personaggio, semplicemente Ascanio, Bruno o Mario; passeggiare solitario, il narratore, lungo viale Angelico o tra i campi dell’Acqua Acetosa). È tempo, piuttosto, di forzare la cerniera tra pubblico e privato per far emergere l’<em>autentico</em> e conferire credibilità sintattica al <em>verosimile </em>(il massimo di spettacolarità con il massimo di intimità, come enunciato in un vecchio titolo di Cordelli e Berardinelli, <em>Il pubblico della poesia</em>; ma se trent’anni fa il rischio era che tutti volevano essere poeti, oggi il meccanismo è talmente ben oliato, ed invertito, che anche gli attori sono spettatori cui è stato esaudito – o è stata data l’illusione che così sia – ogni più sciagurato desiderio). È tempo, insomma, di aprire un varco tra annientamento e preservazione, intenzione e pagina: un’invadenza assunta in tutta la sua paradossalità, fino a cancellare l’ombra del fantastico e gli effetti illusionistici del reale. Prospettare un’azione, uno svolgimento psicologico, questo è lo spazio su cui Cordelli lascia libero sfogo alla sua inquietudine romanzesca – la posta in gioco altissima, ma il gesto, sempre, deliberatamente gratuito, innecessario. Questo lo spazio <em>residuale </em>della democrazia compendiata nel <em>Duca di Mantova</em>: non un romanzo, ma neppure un diario, né uno zibaldone o un gotico taccuino (o tutte le cose insieme, come ogni vero, grande romanzo), piuttosto una <em>jam session </em>tra Henry Miller e Benjamin Constant. «La mia summa teologico-politica», scrive Cordelli del suo rapporto su una «minuscola e surrettizia comune» di amici spretati che «lavorano, invero, alla conoscenza della Scritture, dedicandosi, senza clamore, o in gran segreto, all’apprendimento del sapere» (come gli hooligan che in <em>1984 &amp; 1985</em> imbracciano i classici greci e latini per protesta contro l’establishment). E alla <em>bataille de la phrase</em>, al pensiero autoptico della frase – una logica serrata da cui nascono significati complessi – lo scrittore affida, da ultimo, la strategia di una <em>fratellanza </em>eroica<em> </em>che, nella temperie dei “puri spiriti” e nella condivisione di un’esperienza, anche quella di piazza, con tutto il suo male, con tutto il suo strazio, cerca «l’unica risposta non manieristica alla crisi della presenza». </p>
<p>«Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.»<br />
(Italo Svevo, <em>La coscienza di Zeno</em>)</p>
<p>Di segno contrario, regressiva e votata al martirio, è, invece, la strategia eversiva pianificata da Sandro, alias Top Banana, protagonista di <em>Fiona</em>, romanzo mimetico di Mauro Covacich – qui iperrealista nell’accezione stigmatizzata da Wallace &#8211; in cui attorno a un’unica vicenda – la crisi d’identità di Sandro e, di conseguenza, il collasso dei suoi rapporti sociali e famigliari &#8211; si intrecciano più storie, almeno quattro, tutte egualmente significative ma sgravate dal ricatto morale dell’esemplarità. Come prototipo della condizione generata dalle forze persuasive del <em>socing</em>, Sandro rappresenta, nella sua pienezza, la contraddizione dell’essere ad un tempo causa ed effetto della propria sconfitta come essere umano. In quanto <em>Sandro</em>, cioè, allestisce con la moglie Lena la versione moderna dell’infelicità coniugale: la convenzione borghese di perpetuare l’<em>esaurimento </em>dei sentimenti non per apparire come coppia ma per non sparire come individui. Si giustifica, così, anche la scelta di costituire un nucleo autosufficiente adottando una bambina haitiana, Fiona, appunto. Diventa presto chiaro ad entrambi, Sandro e Lena, che non è questione di essere genitori, ma di fuggire l’uno dall’altra tentando ciascuno, soprattutto lui, di instaurare un rapporto privilegiato, intimo, che si spera di confidenze taciute e richieste prevenute, con la figlia adottiva, che però non si lascia accostare, non si lascia baciare, non parla. In quanto <em>Top Banana</em>, invece, Sandro lavora per un grande network, è il direttore responsabile, l’autore degli autori di un reality show, Habitat (nel romanzo, non la versione del Grande Fratello orwelliano, ma del format della Endemol), studiato come un enorme acquario planetario (nella misura dell’ostensione mediatica) allestito non per studiare comportamenti ma per indurli (qui il Grande Fratello torna ad essere l’archetipo di <em>1984</em>). Attraverso i falsi specchi della casa in cui si muovono i concorrenti, gli spettatori finiscono per riflettersi negli schermi dei propri televisori non come sono ma come dovrebbero essere &#8211; e dunque come tenteranno di apparire il mattino seguente ai mille diaframmi che ne scrutano e registrano i movimenti quotidiani, dettando il tempo d’ogni passo (…circuiti chiusi nei supermercati…telecamere all’ingresso delle banche…apparecchi <em>en vedette </em>nei negozi di elettrodomestici…). Spettatori che «non sanno chi sono, eppure mi conoscono, seguono le mie opere alla tv. E io so chi sono?», si domanda Sandro, in equilibrio sul crinale che separa la mondanità pubblica dalla spiritualità privata, autore e spettatore a un tempo. «Sì, certo, sono un automobilista pordenonese gonfio di cibo e riscaldamento, diretto a Milano per lavoro. Un tizio innamorato di una donna nata dagli alberi di un asilo, sposato con una compagna di scuola esperta mondiale di imperatori bizantini, padre di una bambina non sua per la quale, in una baracca di campagna piena di canne da pesca ed esplosivi c’è un giubbetto nero che aspetta solo di essere indossato». Ma è, la sua, una stabilità solo apparente, assicurata dall’indecisione e dalla temporanea ricreazione che si concede nei fine settimana, quando, fingendo di interpretare il ruolo di pescatore dilettante e bricoleur tuttofare, in una baracca dell’hinterland metropolitano indossa i panni di Minemaker, il bombarolo anonimo che esegue mortali ricette esplosive. Niente più che la convenzione di un <em>civis</em> in cui il dislivello tra i piani ha insinuato nel tempo, silenziosamente, il germe della sua stessa insostenibilità, le personalità distinte di Sandro non si compongono, infine, per dare vita ad un nuovo Io strutturato, ma si dissolvono in un’ombra indistinta. Minemaker – o Unabomber -, l’autentico interprete – lui, non il <em>creativo</em> dell’emittente &#8211; dello “spirito dei tempi” incarnato dal cannibalismo delle merci (prodotti che servono, davvero, non a quello per cui sono venduti, puro pretesto della loro messa in commercio, ma a creare rudimentali e letali bombe casalinghe: «mina di crema di cacao: provvista di pelati. Mina di pelati: provvista di Shampoo. Mina di shampoo: provvista di polvere di cacao»); un cannibalismo cui fa eco l’indifferenza, <em>nel</em> consumo, <em>alla</em> persona, per cui quando un altro personaggio, il poco credibile professor Lentini &#8211; forse l’unica figura manifestamente romanzata, e dunque ingenua in un libro quasi mai tale, tutto misura, mimesi e interdizione al giudizio – risponde al suo posto alle domande di un giornalista, è comunque Sandro – lo sarebbe ugualmente – che snocciola la vulgata dell’enunciato ironico, parodico quasi, addirittura dogmatico: «oggi sul mercato ci sono moltissimi prodotti depurati della loro essenza nociva: caffè senza caffeina, panna senza grassi, birra senz’alcol. Ci pensi bene. Cos’è il sesso virtuale, se non il sesso senza sesso? Cos’è la guerra preventiva se non la guerra senza guerra? Cos’è il multiculturalismo se non l’altro privato della sua alterità? […] La realtà virtuale ha semplicemente generalizzato tutto ciò. Il caffè decaffeinato sa di caffè senza essere caffè? Bene, la realtà virtuale sa di realtà senza essere realtà. Tutto qui […] Ovviamente ciò che ci si aspetta alla fine di questo processo è che l’esperienza stessa della <em>realtà reale </em>diventi un’entità virtuale. È questo che ci si aspetta, giusto? Ebbene, eccoci. Noi vi mostriamo la fine». Ed è proprio l’esito della vicenda che Covacich, in un sussulto, esasperando la dissimulazione, sottrae alla pagina e, dunque, ci restituisce, lasciando solo ipotizzare (non <em>riflettere</em>, come in uno specchio, oscuramente)<em> </em>cosa potrà accadere nella casa di Habitat, il tempio dell’artificio dove Sandro si introduce, infine, assieme ad una Fiona imbottita di esplosivo nel disperato tentativo di portare il reale nel virtuale e azzerare, in un’enorme deflagrazione, la distanza incolmabile tra due termini ormai sinonimi. L’immaginazione sostituisce l’immaginario mentre sulla scena virtuale l’esperienza reale del tragico volge in dramma: Top Banana si immola come Minemaker il vindice; dietro il vetro, davanti allo schermo, assiste all’olocausto «una folla di <em>habitanti</em> […] con i loro tunnel carpali, i loro riflussi esofagei, le loro coliti spastiche, il loro immenso sovraccarico di energia autocombusta, offesa dal destino e ora finalmente sul punto di essere vendicata». </p>
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<p><em>[Il saggio è apparso su «Caffè Illustrato», anno VII, n. 35, marzo/aprile 2007, pp. 58-68.]</em></p>
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