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	<title>maschilismo &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Diario parigino 6. Su islamofobia e bigottismo (a margine del costumone).</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 12:00:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Andrea Inglese &#160; Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questo intervento ha un obiettivo specifico. Voglio cercare di mostrare che combattere l’islamofobia, o forme di razzismo esplicito antiarabo, che prosperano nell’opinione pubblica occidentale, non implica disconoscere o mettere in sordina la battaglia per la laicità, che considero sia, ovunque nel mondo, attraverso espressioni che possono avere storie e forme diverse da cultura a cultura, una precondizione indispensabile per una visione radicalmente democratica della società.<span id="more-64161"></span></p>
<p>Potrebbe sembrare che sfondi una porta aperta, almeno presso dei lettori che si definiscono di sinistra. E me lo auguro. Seguendo però pezzi di dibattito, sviluppatosi in ordine sparso su stampa, blog e facebook, intorno alla questione del burkini sulle spiagge estive e sulla necessità o meno di proibirlo, mi sono sentito un po’ a disagio, leggendo alcuni interventi antiproibizionisti. Dico subito che i sindaci di destra che hanno deciso di legiferare a livello municipale, per vietare a un numero irrilevante di bigotte di entrare nell’acqua con il costumone copri-tutto, sedicente islamico, lo hanno fatto per ragioni di pura propaganda islamofobica. Quindi trovo condannabile tale decisione e trovo fuorviante che, in nome del femminismo o della laicità, si voglia accreditare la ragionevolezza di una tale norma municipale. Il nerbo dell’argomentazione, in questo caso, mi sembra essere questo: come è possibile giustificare in modo umanamente intelligibile che un costumone bigotto, sia esso indossato in spiaggia per motivi religiosi, idiosincratici, o semplicemente modaioli, possa costituire una minaccia all’ordine pubblico, all’igiene, o alla decenza dei comportamenti? Un’analisi non particolarmente accademica o specialistica dovrebbe mostrare a sufficienza come a monte di tale polemica e decisione politica vi sia una giustificazione di tipo islamofobico e stigmatizzante. Trovo quindi bizzarro che la giusta reazione antirazzista finisca in alcuni casi per concentrarsi sul diritto a infilarsi il costumone bigotto, attitudine che è interpretata come una forma di libera espressione contro ogni discriminazione e maschilismo, finendo in alcuni casi per divenire persino l’avanguardia di uno spirito anticapitalistico e anticonsumistico. Nessuno ha paura che un costumone turbi l’ordine pubblico, e nessuno può crede veramente che quattro tipe supercostumate abbiano questi magici poteri. Da qui a concludere che le critiche rivolte alla donna che si scopre sono equivalenti a quelle rivolte alla donna che si copre, ossia sempre illegittime, maschiliste, se fatte da uomini, e razziste, se fatte da donne, mi sembra un passo non necessario. Come non mi convince chi considera illegittima una valutazione del costumone, a meno che non passi, in qualche modo, per il vaglio dei soggetti che lo portano e che quindi sembrerebbero in ultima analisi gli unici depositari del suo significato sociale e pubblico.</p>
<p>Per contrastare questi sindaci sceriffi, come tanti ne abbiamo avuti noi in Italia, leghisti o meno, che legiferavano sul mangiare nei parchi o sullo sdraiarsi nell’erba, parrebbe sia necessario mostrare la rispettabilità, anzi l’auspicabilità dei costumoni coprenti, cercando di trovare nelle intenzioni di chi li indossa delle possibili virtù emancipatrici e magari pure anticapitalistiche. Magari è meglio di no. E soprattutto non ce n’è bisogno. Non c’è bisogno d’incoraggiare i rigoristi religiosi per denunciare degli atteggiamenti islamofobici e razzisti.</p>
<p>Per altro, prendere troppo sul serio le supercostumate con atteggiamento multiculturale aggiornato, finisce per fare sia il gioco della destra, da un lato, sia dei rigoristi più ottusi, dall’altro. Cosa fa la destra, in Francia, ma anche in altre parti dell’Europa, venendo spesso accompagnata, se non anticipata da partiti e governi di sinistra? Prende quattro gatte che girano in spiaggia con il burkini, e dice: “Guardate a che orrore di sopraffazione e barbarie nei confronti della donna conduce la religione musulmana”. Prende, insomma, un’attitudine di una piccola minoranza di persone nel grande calderone dei popoli di religione musulmana, e la erge a espressione di una tendenza profonda, se non addirittura dell’essenza di un cosiddetto islam, che si ripeterebbe identico dalle regioni africane subsahariane fino all’Indonesia. (Quando la destra propone un discorso più accorto, circoscrive questa essenza all’islam praticato nel mondo arabo.) Coloro che, per combattere questo razzismo, difendono il diritto delle donne musulmane a mettersi il burkini, prendono insomma per buona l’indebita e perniciosa generalizzazione iniziale. In questo modo, finiscono per confermare l’equivalenza burkini e islam autentico, dimenticando che c’è una marea di donne arabe o donne semplicemente musulmane che non hanno niente a che vedere con il burkini, siano esse praticanti o meno. E questa equivalenza va benissimo a coloro che, in occidente e nel mondo arabo (o in paesi di religione musulmana), credono nello scontro di civiltà, e nell’idea di una incompatibilità tra “noi” e “loro”.</p>
<p>Chi non ci crede a questa equivalenza, invece, considera che ogni cultura, e ogni religione, deve fare i conti con le proprie forme di bigottismo, che certo non si possono eradicare, perché in qualche modo connaturate con la cultura e la religione stessa, ma dalle quali bisogna sapersi difendere, spesso con l’arma “dolce” dell’umorismo e della derisione. Ancora una volta, c’è una bella differenza tra demonizzare e assecondare. Si può essere contrari a indebite demonizzazioni, senza per questo abbassare la guardia. Anche perché il rigorismo religioso su una spiaggia davvero può fare ben pochi danni, ma quando si sposta sul terreno della politica può essere pericolosissimo, come il caso del crescente peso del messianismo ebraico nella politica di Israele dimostra o quello del fondamentalismo cristiano durante i mandati di George Bush, per citare paesi occidentali considerati campioni di “democrazia”.</p>
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		<title>I MASCHI (autismi mitografici 2)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Dec 2013 07:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/12/04/autismi-mitografici-2-i-maschi/lauracraig-mcnellis_blackcoatwithpikaccents2010-11_51x46_rid/" rel="attachment wp-att-47050"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-47050" alt="lauracraig-mcnellis_blackcoatwithpikaccents2010-11_51x46_rid" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/lauracraig-mcnellis_blackcoatwithpikaccents2010-11_51x46_rid-300x268.jpg" width="300" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/lauracraig-mcnellis_blackcoatwithpikaccents2010-11_51x46_rid-300x268.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/lauracraig-mcnellis_blackcoatwithpikaccents2010-11_51x46_rid.jpg 706w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Qualche volta mi domando chi ce lo fa fare di sopportare tutti questi maschi che ci sono in giro. Testosteronici, assertivi, vanitosi, ottusi, tronfi, insulsi, psicorigidi, insensibili. E a guardar bene anche meschini, pavidi, opportunisti, profittatori, infidi. Il mondo trabocca purtroppo di insopportabili maschi. Basta aprire un giornale o navigare due secondi su internet, per appurare il loro arrogante dilagare, il loro strapotere. Dirigono nazioni, decidono e fanno guerre, trasformano le banche in pericolose bande a delinquere, o anche solo girano inutili film, scrivono romanzi inani, causano incidenti automobilistici, rubano, stuprano, assassinano. Un’inflazione di maledetti maschi che con la loro irresponsabilità e le loro intrinseche tare stanno mandando a scatafascio il pianeta. A ben vedere l’avidità del capitalismo neoliberale è l’avidità dei maschi, l’irresponsabilità della finanza è l’irresponsabilità dei maschi. Invece di prendercela con delle categorie astratte come il capitalismo neoliberale o la finanza dovremmo prendercela con loro.</p>
<p>Come si può constatare in qualsiasi nefasta riunione di famiglia, o anche solo di amici riprodotti, i maschietti rompono i coglioni a tutti già nei primi mesi di vita, e mano a mano che il tempo passa è sempre peggio. Le loro sorelline se ne stanno buone e tranquille (sono quasi sempre adorabili), loro devono a tutti i costi correre come ossessi, urlare, tirare calci, strattonarsi, danneggiare oggetti e indumenti. A scuola le ragazzine studiano, e sembra che abbiano dieci anni di più, loro non fanno niente, e paiono ritardati mentali. E se studiano è solo per assecondare una immoderata ambizione, il bisogno di padroneggiare: si preparano a fare i maschi dominatori. Senza veri sentimenti, senza fantasia, senza una comprensione profonda delle cose.</p>
<p>Gli adulti maschi, anche questo è sotto gli occhi di tutti (nonostante si dica e ridica che le cose sono molto migliorate rispetto al passato), sono limitati, egotistici, permalosi, invadenti, vanagloriosi, vacui. Interessati, desolantemente aridi, immaturi, e nel contempo immutabili, sclerotici, incapaci di adattarsi ai cambiamenti. A parità di età e di condizioni, dimostrano un’età psichica doppia rispetto alle loro coetanee. Quasi sempre non trovano di meglio che trincerarsi nelle loro funzioni e nei loro ruoli sociali, nascondendo la loro pochezza sotto la facciata sociologicamente opaca del lavoro. Impiego che molto spesso consiste nel martoriare qualcuno, o comunque nel perpetrare qualche danno. Nell’età avanzata le cose si aggravano ancora: diventano autentiche mummie, grottesche caricature di quella che è la autentica umanità.</p>
<p>Le donne anche a novant’anni, o a novantadue, sono capacissime di evolvere. Faccio l’esempio della madre di mia moglie, che per l’appunto ha novantadue anni, e per vicende che non sto qui a raccontare si è sempre considerata stupida e incolta. Considerandosi stupida e incolta, e anche per altre vicissitudini esistenziali per così dire accessorie, non ha mai letto un libro, non ha mai aperto un giornale. Ebbene, nella casa di riposo dove si trova ha conosciuto di recente un’anziana che legge un sacco di libri e ama ragionare su tutto (una donna davvero interessante). Ebbene, a novantadue anni si è messa anche lei a leggere libri e giornali, a ragionare su tutto. Nel corso delle lunghe discussioni con la sua nuova amica, considerata all’interno della struttura un punto di riferimento culturale, ha cominciato a usare la sua intelligenza, ha scoperto di essere molto intelligente. Adesso la sua amica è deceduta (in quel tipo di strutture le persone decedono purtroppo spesso), e quindi lei si ritrova a sostenere il ruolo dell’apprezzata intellettuale. Legge i giornali di sinistra (sospira che purtroppo non ci sono quelli di destra, ma solo per una fedeltà postuma al marito), e racconta alle altre anziane le sue analisi sull’attualità e sulla politica, o anche sul teatro e la letteratura. Tutto questo a novantadue anni. Se va bene un uomo a novantadue anni ripete le cose che diceva a ottantadue, che a loro volta erano quelle che sciorinava a settantadue. Ammesso e non concesso che a ottantadue anni sia ancora vivo, intendiamoci.</p>
<p>Se c’è insomma una cosa assolutamente da evitare sono gli amici maschi. Con gli amici maschi (ma forse sarebbe meglio dire “cosiddetti amici maschi”, vista la potente rivalità sempre latente) non c’è verso di parlare di qualcosa che non sia il calcio o la politica: potrebbe sembrare un luogo comune, e invece è drammaticamente vero. Le donne non ci credono quando glielo dici, ma è così. Tutto quello che i maschi dicono è per palesare che conoscono e sanno, per brillare di fronte a se stessi, convincersi ancora di più delle loro aprioristiche convinzioni, farsi belli, umiliare, dimostrare che sanno dominare, ottenere qualcosa. Due maschi possono passare dieci anni assieme su un’isoletta deserta, parleranno solo di calcio e di politica, cercando di dominarsi a vicenda, senza un accenno alla vita intima.</p>
<p>Gli unici maschi che frequento io hanno una parte femminile molto sviluppata: sono sopportabili per quello. Sono pur sempre maschi, e hanno imperdonabili impennate maschili, ma io mi rivolgo alla loro parte femminile, e ignoro quell’altra. Io stesso ho una parte femminile molto sviluppata, quindi mi viene facile. E per fortuna che in certi maschi la parte femminile è molto sviluppata, altrimenti staremmo freschi. Altrimenti non si saprebbe proprio dove sbattere la testa. Ma intendiamoci, a ben guardare la parte femminile dei maschi è lamentosa, viziata, appiccicosa, venata d’isteria. Sempre mille volte meglio di un’assoluta mascolinità, non dico, ma insomma restiamo lontani dalla perfezione.</p>
<p>Qualche volta mi domando perché diavolo devo sorbirmi la fetta maschile dei miei amici maschi, se quella che mi interessa è solo la femminile. Perché devo incassare le palate di merda, che pur essendo minoritarie sono pur sempre palate di merda? Perché non optare per individui senza quelle magagne, vale a dire delle donne? Sarebbe come ordinare un gelato alla fragola e al pistacchio, e poi mangiare solo la fragola, perché piace solo quella (io detesto il gelato al pistacchio). Perché non chiedere allora un gelato solo alla fragola, cassando una volta per tutte il pistacchio? Perché stare lì a soffrire? Per quanto mi riguarda credo proprio che d’ora in poi frequenterò solo donne. La vita è troppo breve per essere buttata via in malo modo.</p>
<p>Le donne sono notoriamente più capaci, più elastiche, più acute, più oneste. Migliori a mediare, a dirigere, a decidere, a governare, ma anche più precise e più accurate nei mestieri manuali. Non si impuntano come galletti, non devono sedurre tutto il pollaio, non hanno da dimostrare che hanno dei coglioni così e colà. Sono molto più brave a fare le infermiere, le dentiste, le giornaliste, le bariste, le hostess, le insegnanti, le presidentesse della repubblica, le regine, le deputate, le sacerdotesse, le fioraie, le contadine, le dirigenti d’azienda, le sommelier, le bagnine, le poliziotte, le impiegate agli sportelli, le astronaute, le scienziate, le guide turistiche, le commesse, le psicologhe, le ammaestratrici di animali, le spie, le occhialaie, le formaggiaie, le architette, le contorsioniste, le operaie, le geomorfologhe, le farmaciste, le scrittrici, le critiche letterarie, le rabdomanti. A ben vedere resta fuori molto poco. Forse allora gli uomini potrebbero essere adibiti a quei rarissimi mestieri dove non sono poi malaccio, come i becchini, i parcheggiatori abusivi, i raccoglitori di palle da tennis, gli asfaltatori, i sollevatori di pesi, i culturisti, gli informatici. E beninteso i pedofili. È chiaro che se uno vuole dei buoni pedofili (che poi anche come capri espiatori tornano sempre utili), i maschi sono meglio. Bisogna sapere essere imparziali, e riconoscere a cesare quel che è di cesare.</p>
<p>Nelle api e in tante altre specie animali i maschi tirano le cuoia subito dopo l’accoppiamento. Questa raffinata soluzione messa a punto dalla natura mi sembra essere quella ideale. Gli si dà un contentino, visto che ci tengono tanto all’accoppiamento, e poi fuori dalle palle. Probabilmente anche tra le api, in passato i maschi vivevano più a lungo, poi l’evoluzione ha aggiustato le cose. Il problema è che l’uomo con le sue trovate tecnologiche ha bloccato il processo evolutivo prima che si potesse arrivare a questo miglioramento, altrimenti saremmo certo approdati anche noi lì.</p>
<p>In realtà un rimedio ci sarebbe. Una soluzione già collaudata, e già in uso. Parlo dell’inseminazione artificiale, utilizzata da decenni nei bovini. Con quel sistema uno stesso toro può fecondare migliaia di mucche. Basterebbe insomma un uomo per mille o duemila donne (e con i progressi delle tecniche di diluizione forse anche meno). Già si migliorerebbero molto le cose, si ridurrebbe il problema (eliminando anche l’annoso dramma della disoccupazione). Certo qualche saccentone obietterà che le mucche fanno una vitaccia. E invece le mucche stanno benissimo. Sono felici, da quando non devono sottostare ai soprusi e all’ottusità dei tori.</p>
<p>Del resto da qualche anno per i bovini da latte si sta diffondendo un perfezionamento ancora più interessante. Il seme sessato, come viene chiamato, permette di far nascere solo femmine. Così si evita di mettere al mondo maschi dei quali bisogna poi sbarazzarsi (il che potrebbe far pensare a certe brutte cose successe nel passato). Si fanno nascere solo femmine, e quel piccolo numero di maschi strettamente necessario alla riproduzione artificiale.</p>
<p>Purtroppo il mondo attuale è quello che è, ci vuole molta pazienza. E molto coraggio, se si vuole battersi per migliorare le cose.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>(l’immagine: Laura Craig Mc Nellis, &#8220;Black Coat with Pink Accents&#8221;, tempera su carta, 2010-11)</em></p>
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		<title>Solo se giovani e belle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Mar 2011 06:10:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[editoria indipendente]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Il corpo delle donne]]></category>
		<category><![CDATA[maschilismo]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[Natalia Aspesi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Ho sempre ammirato lo stile di Natalia Aspesi. Durante gli anni dorati milanesi, nella città da bere, era una giornalista di moda temuta, perché scriveva articoli al vetriolo su certe sfilate, sulle trovate grottesche di alcuni stilisti, sull’uso becero dell’immagine femminile. Non era una finta trasgressiva, come ce ne sono tanti – [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p>Ho sempre ammirato lo stile di Natalia Aspesi. Durante gli anni dorati milanesi, nella città da bere, era una giornalista di moda temuta, perché scriveva articoli al vetriolo su certe sfilate, sulle trovate grottesche di alcuni stilisti, sull’uso becero dell’immagine femminile. Non era una finta trasgressiva, come ce ne sono tanti – troppi – in Italia, lo era veramente. E lo era dall’interno, non arroccata in uno spazio recintato di rifiuto sdegnoso. Ci andava alle sfilate, e talvolta ne scriveva pure bene, da brava giornalista di moda. Mi piaceva anche per questo, perché era <em>dentro</em>, era nel sistema, e mi piaceva quella contaminazione, forse quella contraddizione.<span id="more-38350"></span></p>
<p>Poi leggevo anche suoi articoli di cinema, e di nuovo studiavo il mix di ironia, di critica ma anche di eleganza; però il tempo scorre, e in seguito ho letto altro e altri. Ma ogni tanto la ritrovo, e allora non mi perdo mai un suo testo. E lei non ha certo perso lo stile.</p>
<p>L’ultimo articolo l’ho trovato su <em>Velvet</em> di febbraio/marzo. E’ una rivista con un poderoso inserto di moda, tipo <em>Vogue</em>. L’articolo di Natalia si intitola “Solo se giovani e belle”. E’ un argomento quanto mai attuale, l’immagine della donna in un paese che non è per vecchie. Un articolo semplice, condivisibile al cento per cento, anzi al 95 per cento, perché anche l’immagine dell’uomo tende al giovane e al bello, al palestrato, al “fico”, anche se in modo meno invasivo. Scrive Natalia che “ormai la sola immagine femminile accettata è quella della giovinezza”. E questo imperativo si ripercuote nel lavoro, nella carriera, nella televisione, dove per esempio alcune giornaliste vengono rimosse dal video perché “poco splendenti”. Scrive Natalia che “siamo circondati, oppressi, imprigionati da volti freschi, nudità perfette, sorrisi radiosi, capigliature fluenti, seni all’insù, natiche marmoree.” Vero. E’ come un ordine che non si discute, un <em>must</em> assoluto. Traccheggiando col telecomando ho notato che persino le concorrenti di alcuni giochi a quiz sono sempre giovani e scollate, tipo velina.</p>
<p>Poi ho fatto una curiosa scoperta. Sfogliando <em>Velvet</em> mi sono accorto che tutti gli elementi messi in luce da Natalia erano rappresentati in forma compiuta. Era composto da centinaia di pagine “bucate” da un tripudio di “sorrisi radiosi, capigliature fluenti, seni all’insù, natiche marmoree.” Il mondo stigmatizzato nell’articolo era celebrato da una folla di vestali giovanissime, modelle magre e splendenti, ma anche i personaggi dell’attualità erano perlopiù giovani, oppure, se appartenevano al passato, venivano comunque descritti e fotografati nei loro anni migliori. C’era anche un redazionale dal titolo <em>Quasi 40</em> con belle foto in bianco e nero dove si spiegava alle donne come combattere l’invecchiamento, perché “c’è un rimedio a tutto, anche alle rughe”.</p>
<p>Singolare, ho pensato, è come se un articolo sui danni dell’alcol venisse pubblicato in un giornale pieno di pubblicità di alcolici. Si dirà: ma la moda non è l’alcol, non fa male a nessuno. Di nuovo vero. Inoltre sfogliando le pagine  ammiravo alcuni servizi fotografici, per esempio il redazionale di Marcus Ohlsson, immagini in stile avantgarde molto interessanti. Oppure un servizio di attualità su Maripol e la New York <em>hot</em> degli anni ’80, i giovani artisti, i musicisti. Però la contraddizione sembrava palese, macroscopica.</p>
<p>Dunque era di nuovo all’interno del sistema Natalia? Stava forse mettendo in pratica quella <em>deterritorializzazione</em> di linguaggi minori all’interno di lingue dominanti che vengono scavate dall’interno? Forse lo era quando viaggiava nel mondo della moda e lo sbertucciava facendone parte. I suoi pezzi erano intrecciati al pezzo dominante, e lo sfibravano nella trama.</p>
<p>Invece mi è sembrato piuttosto un gioco di compartimenti stagni. Vi sono contenitori onnivori che inglobano qualunque cosa. In passato, negli anni delle contestazioni, si usava il termine <em>fagocitare</em>. Oggi nascono nuovi territori, vengono messi a disposizione terreni per qualsiasi coltivazione, senza entrare nel merito. E chi accetta di coltivare quel terreno lo fa pensando al proprio orizzonte, perché è libero, nel suo recinto. Spazi chiusi, appaltati, ignorati, e le lingue sono parallele, né minori né maggiori, ma cacofonie, linguaggi non comunicanti, non interferenti.</p>
<p>Ma questo può continuare a esistere finché esiste un contenitore-madre che ospita i territori minori che possono anche essere in aperta contraddizione, ma non costituiscono una minaccia. E’ la metropoli dove si parlano tutte le lingue e interagiscono tutte le razze e tutti i conflitti, ma esiste sempre uno strato profondo dove viene conservato il vero potere. E il potere non teme l’ironia, non teme il suo contrario, perché non teme le colonie. Non le teme finché sono sparse, recintate, e i loro recinti non entrano in contatto, e le staccionate non vengono abbattute, e il bestiame e le coltivazioni non diventano beni comuni.</p>
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