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	<title>massimiliano governi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Carlo Coccioli / Presenza dello scrittore assente</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 04:30:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[In occasione dell&#8217;uscita di Davide si riprende il pezzo pubblicato in vibrisse] a cura di Giulio Mozzi Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta. &#8220;Quello con Carlo Coccioli [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[In occasione dell&#8217;uscita di </em><em><a href="http://www.sironieditore.it/libri/libri.php?ID_libro=978-88-518-0114-4" target="_blank">Davide </a>si riprende il pezzo pubblicato in <a href="http://vibrisse.wordpress.com/" target="_blank">vibrisse</a>]</em><span style="font-size: 11pt; font-family: &quot;Garamond&quot;,&quot;serif&quot;;"><br />
</span></p>
<p>a cura di <strong>Giulio Mozzi</strong></p>
<p><em>Parla una composita pattuglia di lettori di Carlo Coccioli: Franco Buffoni, Antonella Cilento, Giancarlo De Cataldo, Mario Fortunato, Bruno Gambarotta, Massimiliano Governi, Giuseppe Lupo, Marino Magliani, Sergio Pent, Alcide Pierantozzi, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta.</em></p>
<p>&#8220;Quello con Carlo Coccioli è stato un esemplare incontro mancato. Non siamo mai riusciti a stringerci la mano, eppure non potrei dire di non averlo conosciuto&#8221;. Comincia con queste parole il capitolo che dedica a Coccioli, nel suo bel libro <em>Quelli che ami non muoiono mai</em>, Mario Fortunato (Bompiani 2008). Mi ha colpito sentirmi ripetere più volte queste o simili parole &#8211; quasi un ritornello &#8211; quando ho provato a domandare a un po&#8217; di scrittrici e scrittori d&#8217;Italia chi sia per loro Carlo Coccioli. E, in effetti, <em>non l&#8217;ho mai conosciuto, ma è come se l&#8217;avessi conosciuto</em>, lo dico anch&#8217;io.<span id="more-13678"></span></p>
<p>Per molti più o meno della mia generazione, la via verso Carlo Coccioli è stata Pier Vittorio Tondelli. Che recensì con entusiasmo, nel 1987, <em>Piccolo Karma</em>; e inserì poi la recensione, ampliandola, in quel formidabile racconto degli anni Ottanta che è il volume <em>Un week-end postmoderno</em> (Bompiani 1987). &#8220;In nessun autore italiano contemporaneo&#8221;, scriveva Tondelli, &#8220;è presente una così grande tensione interiore, un&#8217;irrequietezza spirituale che poi si traduce in un nomadismo culturale e metafisico assolutamente originale, per non dire eccentrico&#8221;. Tuttavia &#8220;quello che si ama nell&#8217;opera di Carlo Coccioli non è solo, a ben guardare, l&#8217;incessante tormento teologico che lo ha spinto ora verso il cristianesimo ultraortodosso, poi verso l&#8217;ebraismo, quindi, fra gli Stati Uniti e il Messico, verso gli Hare Krishna della <em>Casa di Tacubaya</em> (1982), i riti indigeni, lo spiritismo, la psichedelia e gli Alcolisti Anonimi di <em>Uomini in fuga</em> (1973) e, finalmente, verso le filosofie e le religioni orientali, l&#8217;induismo e il buddhismo Zen [&#8230;] ma anche lo stile di vita appartato, l&#8217;amore per gli umili e i reietti, l&#8217;assoluta fedeltà alle ragioni della propria ispirazione e della propria scrittura che altro non sono, poi, che la ricerca ossessiva di una risposta, mai definitiva, alle ragioni del Bene e, più ancora, del Male. E poi, finalmente, la sensualità di molte sue pagine, l&#8217;erotismo, la predilezione omosessuale&#8221;.</p>
<p>In quell&#8217;articolo di Tondelli c&#8217;era anche lo zampino di Mario Fortunato. &#8220;Faceva un gran caldo a Milano, nell&#8217;estate del 1987&#8221;, racconta. &#8220;Pier Vittorio Tondelli e io eravamo stati a una festa. A ora tarda [&#8230;] Pier mi trascinò in uno dei bar che lui preferiva. Cominciammo a parlare fitto. [&#8230;] Scoprimmo di avere appena letto entrambi un libro strano, misterioso, misteriosamente bello: <em>Piccolo Karma</em>, di Carlo Coccioli. [&#8230;] Chiesi a Pier di scriverne per <em>L&#8217;espresso</em> e lui lo fece subito, [&#8230;] con la grazia misurata che aveva in dono&#8221;.</p>
<p>Quell&#8217;articolo, anche grazie al fascino che emanava, ed emana tuttora, la figura di Tondelli, fu importante per molti di noi, della nostra generazione (io sono nato nel 1960). Marino Magliani, scrittore ligure mio coetaneo che da più di quindici anni vive in Olanda a IJmuiden, sulla costa del Mare del Nord, racconta: &#8220;Ho capito meglio chi ero leggendo un saggio di Pier Vittorio Tondelli su Carlo Coccioli, dove Tondelli definiva Coccioli un <em>autore assente</em>. Ecco, chi sei anche tu, mi son detto. Certo lo sapevo da sempre, ma non avevo mai trovato la parola secca. Cosí cominciai a informarmi su questo scrittore che era andato via dall&#8217;Italia molto prima di me, anzi prima che io nascessi, aveva vissuto a lungo a Parigi e poi in Messico, scriveva brillantemente in francese e spagnolo, e ogni volta che appariva qualcosa in rete &#8211; poiché altre cose era difficile trovarle &#8211; qualche racconto o qualcuno che ne parlava, mi ci fermavo, come ci si volta quando ci chiamano per nome o con un nome che ormai ci appartiene. Autore assente. Presto vidi che non ero il solo, anzi mi fu chiaro che stavo interessandomi a Coccioli esattamente perché altri l&#8217;avevano cercato prima di me e lo stavano cercando mentre lo cercavo io. Per ultimo, mi accorsi che tutti quanti stavamo cercando l&#8217;autore che forse più di ogni altro e ovunque aveva cercato Dio&#8221;.</p>
<p>Dal Nord al Sud. Anche Antonella Cilento, scrittrice napoletana, è arrivata a Coccioli via Tondelli: &#8220;Scrivendo la tesi di laurea su di lui e leggendo gli articoli che lo riguardavano o che aveva scritto sugli autori che lo appassionavano trovai più volte il nome di Coccioli e mi incuriosì il fatto che in biblioteca potevo trovare a stento <em>Fabrizio Lupo</em>&#8220;. Ma perché a uno scrittore che può suscitare tanto amore in chi lo legge è spettato un destino di assenza, di marginalità, addirittura di scomparsa dalle biblioteche? &#8220;Coccioli&#8221;, dice ancora Cilento, &#8220;dichiarò spesso di aver lasciato l&#8217;Italia perché esisteva un <em>establishment</em> culturale moraviano che impediva la rappresentazione di altre scritture. Leggendone le poche pagine che ho potuto rintracciare ho riconosciuto almeno uno dei temi, la creaturalità, l&#8217;infinito e ossessivo amore per gli animali e i piccoli della terra che lo avvicinano ad altri autori, per lo più donne, che in Italia hanno vissuto negli stessi anni di Coccioli una <em>reductio</em> di lettura critica e di pubblica&#8221;.</p>
<p>Massimiliano Governi, autore di pochi e non allineati libri (ricordiamo <em>L&#8217;uomo che brucia</em>, 2000; <em>Parassiti</em>, 2005, entrambi per Einaudi) è il più secco e diretto: &#8220;Coccioli per me è il più grande scrittore italiano del Novecento&#8221;, dichiarò ancora anni fa. Alla domanda: perché?, oggi risponde: &#8220;Perché mi ha insegnato a dire la verità, tutta la verità&#8221;.</p>
<p>E anch&#8217;io, a proposito del dire la verità, in un articolo del giugno 2004 scrivevo: &#8220;La ragione del fascino di Carlo Coccioli, nonché la buonissima ragione per cercare i suoi libri e leggerli, è tutta qui. Coccioli parla di Dio con la massima impudicizia. Lo desidera, lo vuole. Mettendo in ordine i libri sul mio scaffale potrei ricostruire &#8220;le fasi della ricerca spirituale&#8221; di Carlo Coccioli: prima cattolicissimo (ma curioso delle culture orientali e mediorientali), poi in conflitto con il cattolicesimo (perché la Chiesa respingeva lui, innamorato di Dio e omosessuale), poi, dopo la fuga in Messico, [&#8230;] affascinato dal sincretismo messicano; poi fulminato da Sai Baba; poi folgorato a Disneyland (giuro: in <em>Piccolo Karma</em>, libro che andrebbe letto anche solo per questo, Coccioli vede Dio a Disneyland); poi quietato finalmente, credo, nell&#8217;immagine tenerissima e assurda del Dio-caramella: un Dio da tenere in bocca, da succhiare sempre, dolce, regressivo. Questa impudicizia è costata a Carlo Coccioli l&#8217;ostracismo&#8221;.</p>
<p>È Giorgio Vasta, che lavora da anni nell&#8217;editoria e che ha appena esordito con il molto lodato romanzo <em>Il tempo materiale</em> (minimum fax 2008), a legare i temi dell&#8217;impudicizia e del nomadismo. &#8220;Prima di cominciare a leggere i libri di Carlo Coccioli&#8221;, racconta Vasta, &#8220;non conoscevo l&#8217;esistenza di una tonalità espressiva, e siccome quello che di un libro mi interessa di più è la tonalità generata dall&#8217;amalgama di lessico sintassi e figure della narrazione, avere conosciuto una tonalità che ignoravo è stato ed è ancora importante. Liberatorio. La tonalità che ho trovato dentro i libri di Coccioli che ho letto ha a che fare con il pudore, o meglio con il crinale tra pudore e spudoratezza. È un pudore del linguaggio e una spudoratezza delle immagini messe in scena, una frizione continua tra il desiderare di dire e il non poterlo fare del tutto. Questo contrasto, assunto e sviluppato, credo abbia dato luogo in Coccioli a una specie di santa oscenità dello stile. Leggo le pagine di Coccioli e ho a che fare con un italiano impressionante, una lingua all&#8217;interno della quale esistono ancora, e con vigore, espressioni perdute che in Coccioli non risultano mai museificate ma sempre vive presenti e intense e classiche e stranianti. È come se la sua lunga permanenza all&#8217;estero avesse funzionato da agente di contrasto, come se vivere per anni immerso in un paese nel quale si parla spagnolo avesse generato un&#8217;esaltazione dell&#8217;italiano più bello. Un italiano &#8220;santo&#8221;. Usato per costruire narrazioni serenamente oscene&#8221;.</p>
<p>Eppure, anche quando i suoi libri venivano pubblicati in mezzo mondo (e in quattordici lingue in tutto), Carlo Coccioli era una sorta di intoccabile. &#8220;Negli anni Settanta&#8221;, conferma Mario Fortunato, &#8220;quando lo scoprii per quell&#8217;istinto primario che illumina tante letture adolescenziali, era quasi una vergogna possedere i suoi libri. Coccioli era omosessuale, molto religioso e per giunta conservatore. I suoi romanzi li pubblicava Rusconi, un editore non proprio <em>à la page</em>. Lessi <em>Fabrizio Lupo</em>, un romanzone alluvionale, sovrattono, gremito di aneliti mistici che non mi appartenevano né punto né poco. Eppure quanta sincerità nella sua scrittura. Un&#8217;onestà intellettuale che rasentava l&#8217;autolesionismo. E poi: che meraviglia quella storia di un amore gay così melodrammatico. Per anni, divorai i libri di Coccioli quasi di nascosto. Di lui non sentivo parlare mai. Mai sui giornali. Mai da nessuna parte. Un fantasma&#8221;.</p>
<p>La parola &#8220;fantasma&#8221; torna anche sulla bocca di Bruno Gambarotta: &#8220;Io sono nato nel 1937. Da ragazzo, nel primo dopoguerra, leggevo dalla prima all&#8217;ultima pagina <em>La Fiera Letteraria</em> e <em>Il Mondo</em>. In quelle pagine compariva di tanto in tanto il fantasma di uno scrittore italiano che viveva in Messico ed era pubblicato in Italia da Longanesi&#8221;. Un altro editore non certo progressista. &#8220;Non c&#8217;erano mai sue foto. Era un irregolare, non classificabile sotto una delle etichette che predispongono i critici. Era uno come Antonio Delfini o Sergio Ferrero. Pare che scrivesse in un modo diverso dagli altri, che le sue storie non avessero niente in comune con quelle che circolavano in Italia&#8221;.</p>
<p>Ma oggi, finalmente, con la ripubblicazione di <em>Davide</em>, Carlo Coccioli comincia a tornare in libreria. Ovviamente ci auguriamo che sia possibile restituire al pubblico italiano non solo questo romanzo, ma almeno la parte più solida e sicura dell&#8217;opera di Coccioli. Ed è bello vedere che questo ritorno in libreria &#8211; dopo anni di ostracismo, di assenza, di vita fantasmatica &#8211; è salutato con favore da scrittori e scrittrici di tutte le specie e di tutte le età.</p>
<p>Antonella Cilento: &#8220;È giunto il momento che l&#8217;Italia lo recuperi&#8221;. Bruno Gambarotta: &#8220;Ho sempre desiderato conoscere la sua opera e finalmente si presenta l&#8217;occasione di colmare il vuoto. Farò il possibile per far circolare la notizia che il fiume carsico Coccioli ritorna finalmente in superficie&#8221;. Alcide Pierantozzi: &#8220;Quella dell&#8217;uscita di Davide è una notizia splendida&#8221;. Giuseppe Lupo, che ha annotato i carteggi raccolti in <em>La storia dei &#8220;Gettoni&#8221; di Elio Vittorini</em> (a cura di Vito Camerano, Raffaele Crovi e Giuseppe Grasso, Aragno 2007): &#8220;È un&#8217;operazione molto importante, l&#8217;idea di recuperare e rilanciare un autore come Coccioli&#8221;. Giacomo Sartori, altro scrittore che vive la maggior parte della vita fuori dall&#8217;Italia (a Parigi): &#8220;Adoro &#8211; letteralmente &#8211; Coccioli, che avevo scoperto già molti anni fa da solo&#8221;. Sergio Pent: &#8220;Concordo sull&#8217;importanza di riscoprire il <em>Davide</em> di Coccioli e anche le altre sue opere ormai da tempo introvabili&#8221;. Giancarlo De Cataldo si proclama lettore di Coccioli &#8220;da tempi immemorabili&#8221;. E così via, ormai la mia casella della posta è tutta un fiorire di incoraggiamenti.</p>
<p>Ma la gioia per il ritorno in libreria di un autore così paradossalmente amato e dimenticato, e l&#8217;apprezzamento per la sua opera, non possono trasformarsi in acritica lode. Trovo molto interessante quanto mi ha scritto il poeta romano Franco Buffoni: &#8220;Saluto con gioia l&#8217;uscita di <em>Davide</em> nelle edizioni Sironi. Anche per ragioni anagrafiche sono un coccioliano <em>d&#8217;antan</em>. Naturalmente ritengo superata la posizione di Coccioli nei confronti del mondo abramitico (salvezza, eternità, afflato), ma ammiro sempre il suo coraggio per avere affrontato &#8211; in anni difficilissimi &#8211; la tematica omosessuale. Per questo ti invito a ripubblicare anche, per esempio, <em>Fabrizio Lupo</em>. Erano quelli gli anni duri democristiani, in cui Coccioli lavorava e pubblicava in Francia, in Messico. Mentre il Coccioli di <em>Davide</em> nel 1978 già venne accolto in un clima diverso, come testimoniano l&#8217;attenzione critica e i premi ricevuti. Ricordo però il commento del rettore di un noto liceo cattolico milanese: &#8220;Peccato, è il libro che darei in mano a tutti i nostri allievi. Non fosse per quella esplicita carica erotica omosessuale&#8221;. Ecco &#8211; seguendo l&#8217;esempio coraggioso di Coccioli &#8211; noi oggi lottiamo anche perché un liceale possa innamorarsi del compagno di banco senza doversene vergognare. Ma paradossalmente l&#8217;ostacolo che incontriamo è proprio in quell&#8221;ordine del Creato&#8217; tanto caro anche allo stesso Coccioli. Sono ormai convinto che una vera e profonda accettazione dell&#8217;omosessualità nelle nostre società non possa che conseguire all&#8217;affrancamento dal retaggio abramitico. Quel retaggio in virtù del quale si ritiene che un &#8220;creatore&#8221; abbia voluto generi e specie così come sono, immutabilmente. Da tale retaggio viene l&#8217;ottuso trincerarsi di molti dietro a un feticcio chiamato &#8220;diritto naturale&#8221;. Da qui i feroci attacchi da parte dei vari fondamentalismi abramitici &#8211; <em>in primis</em> quello vaticano &#8211; contro il movimento omosessuale. Dunque in <em>Davide</em> assistiamo a mio avviso a uno scontro paradossale: Coccioli <em>vs</em> Coccioli&#8221;.</p>
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		<title>Poveri sì ma bischeri mai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Sep 2007 11:03:41 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[intervista]]></category>
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					<description><![CDATA[Massimiliano Governi intervista Simona Baldanzi  Simona Baldanzi ci racconta la disumana e alienante esperienza del Premio Viareggio. Massimiliano Governi: Sei appena tornata dal Premio Viareggio. Per fortuna in conferenza stampa sei riuscita a parlare e a dire a tutti quello che pensavi. In un SMS che mi hai mandato c&#8217;era scritto: “Poveri sì ma bischeri [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a title="023albertomoraviaconpasolinial.jpg" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/023albertomoraviaconpasolinial.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" style="width: 346px; height: 205px;" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2007/08/023albertomoraviaconpasolinial.jpg" alt="023albertomoraviaconpasolinial.jpg" width="346" height="205" /></a></strong></p>
<p><strong>Massimiliano Governi</strong> intervista <strong>Simona Baldanzi</strong> </p>
<p><em>Simona Baldanzi ci racconta la disumana e alienante esperienza del Premio Viareggio.</em></p>
<p>Massimiliano Governi: Sei appena tornata dal Premio Viareggio. Per fortuna in conferenza stampa sei riuscita a parlare e a dire a tutti quello che pensavi. In un SMS che mi hai mandato c&#8217;era scritto: “Poveri sì ma bischeri mai”. Ci racconti cosa è successo?</p>
<p><span id="more-4383"></span>Simona Baldanzi: Mi hanno chiamato il 28 agosto per invitarmi a Viareggio il giorno seguente per la serata inaugurale dedicata alla poesia di Sobrino e il 30 agosto per la serata della premiazione. I nomi dei vincitori sarebbero stati comunicati soltanto durante la serata del 30 e non subito dopo la scelta della giuria (ridotta all’osso dopo le dimissioni di 9 componenti) come avveniva gli anni passati. Quando sono arrivata vari componenti della giuria si sono complimentati con me perché ero venuta senza sapere i risultati dimostrando umiltà. “Perchè gli altri?” mi chiedevo. Con me c’era anche Silvia Bre che appena arrivata le è stato comunicato di aver vinto (tanto era l’unica presente per la sessione poesia), mentre sul resto tutto taceva, almeno in mia presenza. Mi è stato poi comunicato che il 30 alle ore 12 ci sarebbe stata la conferenza stampa nell’albergo dove alloggiavo. La mattina ho fatto colazione al tavolo con intorno vari componenti della giuria e uno di loro mi fa “sono usciti i nomi dei vincitori su Repubblica”, ma senza commentare. Esco e prendo il giornale. Lo leggo e lì capisco che per l’Opera prima non ci sarebbe stata la premiazione perché Fallai e Colagrande non avevano i requisiti, io non ero neanche rammentata. Col giornale sottobraccio giravo in albergo, ma nessuno aveva coraggio di dirmi qualcosa. Solo quando ho parlato con Colagrande confrontandomi con lui sulla presa in giro che stavamo subendo, intorno qualcuno, compresa la presidente, si agitava dicendomi del regolamento. Io non contestavo il regolamento, ma le modalità e tutta la vicenda travagliata del premio: se non si hanno i requisiti si dovrebbero segnalare subito e se si prende la decisione che la premiazione non ci sarà si deve comunicarlo agli autori dar loro la possibilità di scegliere e non farli venire solo come oggetto di uno spettacolo che deve andare avanti pur non avendo più né gambe, né autorevolezza. Alla conferenza stampa mi hanno fatto sedere al tavolo della presidenza con i vincitori. La presidente Bettarini ha comunicato soltanto che per l’opera prima non c’era premiazione in quanto tutte e tre i libri finalisti non avevano i requisiti previsti dal regolamento senza spiegare quali fossero e senza scusarsi di non essersene accorta fino alla fine. Forse sono stata esclusa perché il 29 giugno ho vinto il Premio Minerva per la letteratura civile e in due mesi non se ne erano accorti? O forse perché ho pubblicato un racconto con cui ero finalista al Campiello giovani nel 1996 e che sta scritto sulla quarta di copertina? A quel punto mi sono sentita come se la disonesta fossi io, seduta in un posto che forse avevo rubato a qualcuno che invece quei requisiti li aveva. Mio nonno mi ripeteva sempre “poveri sì ma bischeri mai” e ho deciso che dovevo parlare.</p>
<p>Massimiliano Governi: Un quotidiano nazionale oggi &#8211; 31 agosto &#8211; ha detto che hai pianto mentre parlavi. Conoscendoti, credo che questa sia un&#8217;altra falsità&#8230;</p>
<p>Simona Baldanzi: Quando ho preso il microfono in mano avevo davanti la sala con giornalisti, giurati, autorità. Ero delusa e amareggiata, ma mi ripetevo che dovevo trovare il coraggio. Mi tremava la voce, certo, ma non ho versato una lacrima. La cosa più grave è che  quel giornale ha scritto che ho pianto perché non avevo vinto. Non era quello il punto e l’ho spiegato con rigore e chiarezza nonostante l’emozione e la rabbia. Ho sottolineato che la delusione più grande derivava da un premio che avevo sempre considerato serio anche perché finanziato dal pubblico, dal comune di Viareggio, in una città nella mia regione fatta di valori di solidarietà e rispetto. La sconfitta era del Premio, della città, non mia.</p>
<p>MG: Paolo Fallai, giornalista del <em>Corriere della Sera</em>, così come Michele Mari e Ermanno Cavazzoni, ieri non sono nemmeno venuti a Viareggio alla conferenza stampa: al contrario di te, pensi fossero stati avvertiti per tempo che non sarebbero stati premiati?</p>
<p>SB: Erano assenti vari autori, sì. Forse avvertiti, forse sdegnati dalle polemiche del premio. Non fa certo piacere essere al centro di un dibattito dai toni forti e senza chiarezza tuo malgrado. Sarei potuta andar via poco prima della conferenza stampa o stare zitta e poi far mandare dalla mia casa editrice un comunicato. Io però credo nella forza della persona e della sua identità. Ci ho messo la faccia, senza avere alle spalle nessuna difesa. Ma in Italia la comunicazione viaggia su altri canali, fatta di telefonate e comunicati e non di giornalisti sul campo. Del mio intervento fatto ad una conferenza stampa e non ad un bar, i due maggiori quotidiani italiani non hanno scritto una riga.</p>
<p>MG: Al telefono, dopo la fine della farsa, mi hai detto che a un certo<br />
punto durante la conferenza hai visto girare un bigliettino che è finito nelle mani del Presidente Rosanna Bettarini dove c&#8217;era scritto: “Ricordati di salutare la Baldanzi e Colagrande che sono in sala&#8230;”</p>
<p>SB: Mi sono sentita la ragazza sfigata, ingenua e che viene dalla periferia a cui dare una pacca sulla spalla. Così nell’intervento ho detto che non c’era stata la sensibilità che proprio si deve avere per coloro che si affacciano a questo mondo della scrittura, ma che campano con un lavoro a progetto, precario e che se perdi due giorni di lavoro, nessuno te li restituisce. L’Assessore dopo  la conferenza stampa almeno mi ha detto “mi dispiace”.</p>
<p>MG: Mi dicevi che dopo la tua esternazione, l’organizzazione del Viareggio ti ha fatto il vuoto attorno&#8230;</p>
<p>SB: Oltre a non aver avuto risposte in conferenza stampa, non me le hanno date neanche dopo. Il sindaco in imbarazzo mi ha dato la mano, l’assessore alla cultura come ho detto era dispiaciuta. Solo un giurato, Giorgio Amitrano, mi ha parlato con sincero rammarico. Mi sono confrontata con giornalisti e alcuni del pubblico. Per il resto il vuoto. Alcuni della segreteria mi hanno chiesto se sarei stata presente alla serata di gala, naturalmente la risposta è stata un no.</p>
<p>MG: Se avessi vinto, avresti dedicato il premio a Flavio Briatore, come mi avevi (quasi) promesso?</p>
<p>SB: Briatore che dice che va in fabbrica tutti i giorni? O a Montezemolo che parla dei lavoratori come un branco di fannulloni? O al comune di Firenze che facendo l’ordinanza contro i lavavetri sancisce la disfatta della società civile? Sarei stata indecisa. In realtà l’omaggio è per il mondo operaio di cui ho parlato, per chi si alza ogni mattina per portare il pane a casa e non vince mai. Non mi sarei mai perdonata il silenzio e ho parlato pensando di avere davanti le loro facce, la loro storia e i loro nomi. La loro dignità.</p>
<p><em>(Immagine: Pasolini e Moravia al Premio Viareggio)</em></p>
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		<title>Colazione al Fiorucci Store (Milano)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franz krauspenhaar]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Oct 2005 14:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[fiorucci store]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimiliano Governi Il 9 ottobre 2004 ero lì che scorrevo la colonnina dei pezzi sul sito di Nazione Indiana per vedere se c’era qualcosa di interessante e l’occhio mi è caduto su una poesia intitolata Colazione al Fiorucci Store (Milano). Un minuto dopo ho digitato il nome e cognome della autrice sui gruppi di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Governi</strong></p>
<p>Il 9 ottobre 2004 ero lì che scorrevo la colonnina dei pezzi sul sito di Nazione Indiana per vedere se c’era qualcosa di interessante e l’occhio mi è caduto su una <tag>poesia</tag> intitolata <a href="https://www.nazioneindiana.com/2004/10/06/colazione-al-fiorucci-store-milano/">Colazione al Fiorucci Store (Milano)</a>.</p>
<p><span id="more-1437"></span></p>
<p>Un minuto dopo ho digitato il nome e cognome della autrice sui gruppi di Google racchiudendolo tra virgolette e la ricerca ha individuato una sola voce, sulla quale ho cliccato. E’ risultato che Gemma Gaetani il 2 maggio del 1998 era andata sul newsgroup di <a href="http://groups.google.it/group/it.cultura.linguistica.italiano">it.cultura.linguistica.italiano</a> e aveva lasciato un messaggio in cui chiedeva: Vorrei sapere che cos&#8217;è o, se non è nulla, cosa si intende per ‘ginzionario’?</p>
<p>La sera, alle 23. 15, mi sono trascritto l’indirizzo di posta elettronica di Gemma Gaetani e le ho inviato questa mail.</p>
<p>Cara Gemma, mi diverte questo fatto che il 2 maggio del 1998 sei andata a chiedere in un newsgroup cos&#8217;è un ‘ginzionario’. Non sapevi proprio cosa fare quel giorno, eh? A parte questo, volevo dirti che poco fa ho letto una tua poesia su NI, e l’ho trovata davvero bella. Mi è piaciuta molto la tua idea di attualizzare e italianizzare il film Colazione da Tiffany. Volevo dirtelo. Ne avrai scritte sicuramente altre di poesie. Ti va di farmele leggere?</p>
<p>Il giorno dopo, alle 17.44, la sua risposta.</p>
<p>ciao, grazie. il 2 maggio del 1998 non era esattamente un bel periodo, in realtà. non ricordavo neanche questa cosa del ginzionario. di poesie sì, ne ho scritte altre, scrivo. perché vuoi leggerle? boh, comunque se me lo chiedi si vede che ti incuriosiscono. te ne mando qualcuna. non ho letto i tuoi testi successivi, ma mi era piaciuto molto il tuo racconto in Gioventù cannibale. saluti, g.</p>
<p>Ho conosciuto Gemma venerdì 26 novembre 2004, a Roma, alle 15.45 (ma l’appuntamento era alle 15, mi ha fatto aspettare 45 minuti sotto la sede della casa editrice Fazi, con la pioggia che mi colava dalle sopracciglia).</p>
<p>Il giorno dopo, il 27, mi ha scritto una mail in cui mi diceva: ti è piaciuta la scatola con gli angeli di fiorucci? e le paparelle a molla? ci gioca tuo figlio? spero che le trovi meravigliose, lo sono! se un giorno vieni a milano ti porto a fare un giro al fiorucci store. guarda che a parte la mia fissazione, è davvero un museo-mercato dell&#8217;attuale, sociologico e para-artistico. è il nostro tiffany.</p>
<p>Dal 28 novembre al 9 gennaio, mi ha spedito 118 messaggi di posta elettronica. Una media di 3 al giorno. In questi messaggi abbiamo parlato soprattutto del libro che stava strutturando, e del Fiorucci Store. Un messaggio (3 dicembre 2004): quando vado lì mi sento cenerentola e allo stesso tempo alice nel paese delle meraviglie. vedi, lì non vendono soltanto magliette o jeans, ma oggetti estetici, fatti di endorfine.  Un altro: nel film, holly sostiene che tiffany, la gioielleria di new york, è l&#8217;unico luogo al mondo dove niente di brutto può succedere. io penso la stessa cosa del fiorucci store di milano, ecco perché ci vado così spesso…</p>
<p>Nella mail del 7 gennaio (ore 11.14), mi dice che si sente sfiancata e per di più stamattina sono caduta. su ‘sto cazzo di ghiaccio qui a Milano (è un endeca).</p>
<p>In quella dell’8 gennaio (ore 3.45), che non vuole più pubblicare il suo libro. perché non parlo soltanto di me. parlo di altri per parlare di me. e parlo di me per parlare di altro. ma una storia vera, così vera, non merita di essere spolpata con tanta faciloneria, come sono certa che, non so a che livello, accadrà, com’è già accaduto con melissa. tireranno fuori quattro versi e diranno che sono l&#8217;ultimo prodotto confezionato a tavolino da certa editoria. i versi che mi piacciono di più di una canzone degli afterhours dicono “la sostanza si vendica sulla poesia” e molta della poesia che leggo in giro per me più che con “epifania” rima con “bugia”. elliott murphy nelle liner notes a un live dei velvet underground aveva scritto “the difference between movies and rock and roll is that rock and roll never lies”. volevo soltanto dimostrare questo, con la mia “musica”. ma non ce la faccio. scusami. scusami. scusami.</p>
<p>Poi, per 42 giorni, non so più niente di lei. Il 20 febbraio, inaspettatamente, mi arriva una sua mail. mi è arrivata la bozza di contratto per il libro. allora non avevi bloccato tutto? c’è scritto che il libro uscirà per la LainFazi a ottobre 2005&#8230; ok. ok, sì. io spero solo che verrà capito. scrivere è darsi in pasto, esattamente come vivere. la cosa che mi piacerebbe di più che accadesse è che anche solo un lettore dicesse che sono riuscita a scrivere almeno qualche riga come se J.T.LeRoy e Fernando Pessoa avessero incontrato Andy Warhol e Orlane e un sacco di musica li avesse fotografati. perché è solo così che so scrivere. ti voglio bene, massi. non ti ho mai detto che in “fare i poeti che si è”, nella prima parte, quella tra parentesi (che cita tutte le cose che mi sono sentita dire da quando ho iniziato a scrivere, e una dichiarazione che LeRoy ha fatto in un’intervista) ho messo anche te, quella frase che mi scrivesti quando ti dicevo che scrivere fa male: “proust scriveva per non far morire la madre, ricordi?”. ecco, ora lo so. lo ricordo.</p>
<p>un abbraccio, gemma.</p>
<p>ps. il tuo bimbo poi ci ha giocato con le paperelle a molla del fiorucci store? gli sono piaciute? non me l’hai mai detto!</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>In ricordo di Sandro Onofri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[roberto saviano]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Sep 2004 09:22:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Onofri]]></category>
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					<description><![CDATA[di Massimiliano Governi Roberto, cinque anni fa, a settembre, è morto Sandro Onofri. A te ho parlato spesso di lui &#8211; via email, e anche l&#8217;unica volta che ci siamo visti &#8211; e non so perché. Forse perché collabori a quello che era il suo giornale, il giornale che lui, insieme ad altri, ha fondato. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Massimiliano Governi</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/lupo.jpg" alt="lupo.jpg" align="left" border="0" height="160" hspace="4" vspace="2" width="100" /><br />
Roberto, cinque anni fa, a settembre, è morto <strong>Sandro Onofri</strong>. A te ho parlato spesso di lui &#8211; via email, e anche l&#8217;unica volta che ci siamo visti &#8211; e non so perché. Forse perché collabori a quello che era il suo giornale, il giornale che lui, insieme ad altri, ha fondato. Ti ho raccontato anche quella mia assurda avventura ospedaliera.<br />
<span id="more-561"></span><br />
Di quando, l&#8217;estate del &#8217;98, andai al pronto soccorso del <strong>San Camillo </strong>(l&#8217;ospedale dove morì Sandro l’anno dopo) per una fastidiosa febbriciattola che non andava più via, e il medico di guardia mi fece fare una lastra ai polmoni e subito dopo averla esaminata mi ricoverò urgentemente alle tre di notte nel reparto pneumologia (c&#8217;era una macchia bianca sul polmone destro, o sinistro, non ricordo).</p>
<p>Ti ho anche confidato quella strana e raggelante sensazione che ho avuto dopo che seppi della malattia di <strong>Sandro</strong> (cancro al polmone). La sensazione che la morte fosse venuta a cercare me, l&#8217;anno prima, e poi, inspiegabilmente, avesse ripiegato su di lui. Ti ho detto un sacco di cose, ti ho anche spedito una sua email che ho ritrovato nel vecchio hard disk del computer &#8211; nella quale, al solito, mi sfotteva. Era un romanista fracico, come si dice a Roma, e io sono laziale. Cinque anni sono passati. Nel frattempo io ho conosciuto sua moglie, Marina, ho guardato negli occhi la sua bambina e subito ho distolto lo sguardo &#8211; come <strong>Vivian Lamarque </strong>in quella bellissima poesia: è uguale a te, uguale, mi fa troppo male. Cinque anni, e sembra una vita. Con i miei amici &#8211; che poi erano anche i suoi &#8211; non parlo mai di lui, chissà perché. Ho anche fatto in modo di perdermi il numero di telefono di sua moglie. <strong>Sandro</strong> è un’ombra per me. Mi sento in colpa ogni volta che ci penso. Tutto questo è assurdo, lo so. Un giorno di giugno di tre anni fa, il giorno in cui la <strong>Roma</strong> aveva vinto il suo terzo scudetto, mi sono fatto forza e sono andato a trovarlo, al cimitero <strong>Flaminio</strong>. Al solito mi persi. Chi mi conosce sa che io mi perdo sempre, ho una specie di malattia o, come diceva la mia psicanalista, un gusto perverso. Con un cappelletto da baseball in testa e un mazzo di fiori incelophanato sotto al braccio, alle due di un pomeriggio torrido, mi misi a cercarlo, riquadro dopo riquadro, tomba dopo tomba, cippo dopo cippo. Ma niente. Mi ricordo di un uomo che svicolava tra le lastre marmoree in motorino, ostentando una eccessiva familiarità con il luogo. Mi ricordo che stavo per avere un attacco di panico. Mi veniva in mente l’ufficietto in cui ero entrato poco prima, l’ufficio anagrafe del cimitero, il librone dei morti dell’anno 1999 che l’impiegato grondante di sudore mi aveva dato da consultare, il nome di Sandro e la data della sua morte scritti in fretta con una biro blu (da suo padre? da sua moglie? da un amico d’infanzia?), e avevo voglia di scappare, di chiamare l’uomo in motorino e farmi dare un passaggio fino all’uscita del camposanto, che da solo non avrei ritrovato mai. Poi, proprio quando il panico gelido e tentacolare cominciava a salirmi su per lo stomaco, la vidi.</p>
<p>La tomba di <strong>Sandro</strong>. Semplice, spoglia. Sul marmo c’era solo il suo nome e cognome, e l’età: 44 anni. Nella foto aveva il solito caschetto di capelli grigi, una polo blu con il colletto bianco e la scritta <strong>NewZealand</strong>. Era seduto su un grande prato verde e guardava l’obiettivo, non rideva. Volevo parlargli, dirgli qualcosa di sincero, ma non sapevo cosa. Avrei potuto dirgli che ho tentato di andarlo a trovare al <strong>San Camillo</strong>, nei giorni in cui lottava con la malattia, ma non ce l’ho fatta, mi fermavo sempre sull’uscio di casa e poi tornavo indietro. Che l’ultima volta che l’ho sentito al telefono, la sua voce era diventata un soffio, e io non lo riconoscevo più, e quando ho messo giù il ricevitore sono scoppiato a piangere. Oppure, indicando il mio ridicolo cappello da baseball, avrei potuto dirgli soltanto, perdonami questo cappello, citando <strong>Garden Party</strong> della <strong>Mansfield</strong>, ma all’epoca non avevo ancora letto quel racconto. Mi ricordo che, a un certo punto, con il cuore che mi picchiava nel petto e il sudore che mi colava negli occhi, mi sono piegato sulle ginocchia e ho sistemato i miei fiori nel vaso di vetro. Erano margheritine olandesi, gialle e rosse, i colori della sua <strong>Roma</strong>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Abbattendo gli alibi del Caso #2</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2004/05/09/abbattendo-gli-alibi-del-caso-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 May 2004 15:43:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella Massimiliano Governi: &#8230;Marta è stata colpita alla nuca e noi siamo stati colpiti in fronte, nella elaborazione del pensiero della sua morte&#8230; Pasquale Panella: &#8230;con eventi del genere si è molto vicini a certe urgenze, a certe necessità, a certe movenze della letteratura&#8230; anche l’organizzazione di ciò [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un dialogo fra <strong>Massimiliano Governi</strong> e <strong>Pasquale Panella</strong></p>
<p><img decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/martrus1.jpg" alt="martrus1.jpg" align="left" border="0" height="123" hspace="4" vspace="2" width="96" /><strong>Massimiliano Governi</strong>: &#8230;Marta è stata colpita alla nuca e noi siamo stati colpiti in fronte, nella elaborazione del pensiero della sua morte&#8230;<br />
<span id="more-443"></span><br />
<strong>Pasquale Panella</strong>: &#8230;con eventi del genere si è molto vicini a certe urgenze, a certe necessità, a certe movenze della letteratura&#8230; anche l’organizzazione di ciò che uno scrive è un po’ così&#8230; si parte da qualcosa che si crede casuale e poi si procede all’abbattimento degli alibi del Caso, per determinare quella cosa lì che nessuno te l’ha chiesta&#8230; passava di là quel foglio di carta, passava di là quel computer&#8230; tu l’hai colpito, tu hai colpito quelle parole&#8230; è molto vicino alla letteratura un evento del genere&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;e invece questo evento vogliono farlo passare per una cosa molto umana, terrena, tutti sapevano e tutti tacevano, si difendevano uno con l’altro, una specie di complotto&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E’ un complotto, ma non un mero complotto, un complotto umano: questo, se vogliamo largheggiare, è un complotto <strong>universale</strong>&#8230; allora uno potrebbe dire che, categorie come “l’universale”, vanno usate qui&#8230; più qui che in filosofia&#8230; finalmente possiamo dire, “complotto universale”&#8230; che è una categoria difficilissima, durissima, da utilizzare, alle volte inutile e troppo sonante&#8230; ma qui invece possiamo usarla&#8230; un “complotto universale” che coinvolge persino le miniere nelle quali fu estratto il piombo, quel piombo, l’industria nella quale è stato legato il bronzo per la culatta, per il bossolo&#8230; tutto&#8230; bisognerebbe denunciare la fabbrica d’armi perché l’arma non si è inceppata&#8230; ma che denunci solo perché la pistola non spara?</p>
<p><strong>MG</strong>: Un complotto umano era quello progettato per uccidere <strong>Kennedy</strong>, a <strong>Dallas</strong>&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>:  Certo, alla fine si potrebbe dire questo&#8230; che il caso di Marta potrebbe avere delle somiglianze con l’assassinio di <strong>Kennedy</strong>: anche lì fu sparato da una finestra, anche lì fu sparato da una biblioteca, anche lì fu sparato alla nuca di una persona che passava&#8230; Ora però, bisogna distinguere&#8230; questo di <strong>Marta Russo</strong> è il vero complotto, molto più che in <strong>Kennedy</strong>, moltissimo di più: lì veramente si consumava la ridicola presunzione da parte dell’uomo, da parte di un gruppo, di intervenire sulla <strong>Storia</strong>, la ridicola presunzione, veramente come far sentire la canzoncina a chi è in coma&#8230; (lì si faceva ascoltare un proiettile a chi era in vita, ma insomma era uguale)&#8230; allora, uno stabilisce che, date delle somiglianze tra il Caso di Marta e quella di Kennedy, dov’è che innerva, dov’è il denominatore proprio di base, nel complotto?&#8230; altro che Caso, il complotto è qui universale, lì di gruppo, complotto presuntuosamente umano&#8230; lì il complotto della presunzione, qui universale&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Qui è tutto un reticolo, come dicevi tu l’altra volta: un reticolo stretto, forte, potente, l’idea del Caso dovrebbe essere qualcosa di volatile&#8230; che vola&#8230; volava prima, vola durante e vola dopo&#8230; qui invece si instaura una rete fenomenale&#8230; una rete di irretimenti, se vogliamo&#8230; si stringe la rete&#8230; si sente la stretta&#8230; laddove la rete prima c’era e non si vedeva adesso si vede&#8230; questo si può dire&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;Una morte così ti fa vedere una rete che prima non vedevi, come per i pesci&#8230; le reti migliori, quasi tutte sono invisibili a mare, nel momento però in cui il pesce c’entra è visibile&#8230; allora il pesce dovrebbe chiedersi ma chi ce l’ha messa questa rete?</p>
<p><strong>MG</strong>: Ma chi l’ha fabbricata questa cazzo di rete? Ma chi ha deciso di poggiarla?</p>
<p><strong>PP</strong>: Per esempio le reti di passo, quelle che vengono messe laddove i pesci passano al tramonto. Ma a chi è venuto in mente di posarla proprio qui, questa rete? Quanto ci guadagna da me il pescatore? Cento lire? Io divento una sua sigaretta&#8230; La rete non la vedi, poi a un certo punto la vedi&#8230; vagli a dire che è un caso&#8230; sì, ma un caso è troppo poco&#8230; esiste un mondo che si organizza perché questa rete venga calata, esiste un mondo che si organizza perché quel proiettile colpisca quella nuca&#8230;</p>
<p><em>2 – fine</em></p>
<p>________________________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese – maggio 2004</strong></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Abbattendo gli alibi del Caso #1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[tiziano scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 May 2004 22:21:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[massimiliano governi]]></category>
		<category><![CDATA[Pasquale Panella]]></category>
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					<description><![CDATA[un dialogo fra Massimiliano Governi e Pasquale Panella &#8220;tiziano, il 9 maggio è l&#8217;anniversario della morte di marta russo. 7 anni. io scrissi, all&#8217;epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e pasquale panella avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>un dialogo fra <strong>Massimiliano Governi</strong> e <strong>Pasquale Panella</strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/martrus.JPG" alt="martrus.JPG" align="left" border="0" height="223" hspace="4" vspace="2" width="171" /><em>&#8220;tiziano, il 9 maggio è l&#8217;<strong>anniversario della morte</strong> di <strong>marta russo</strong>. 7 anni. io scrissi, all&#8217;epoca, una cosa, mai pubblicata perché volevo tenermela buona, inedita, per un progetto più ampio. io e <strong>pasquale panella</strong> avevamo in mente di commentare i delitti romani al telefono. trovai anche un titolo per il libro: <strong>crimini al telefono</strong> (tipo <strong>favole al telefono</strong> di <strong>rodari</strong>). ne (tra)scrissi tre o quattro di telefonate, poi smisi. quella che ti mando è la telefonata (sbobinata) su marta russo. si intitolava <strong>abbattendo gli alibi del caso</strong>. sono due le telefonate, veramente. &#8216;abbattendo gli alibi del caso 1&#8217;, &#8216;abbattendo gli alibi del caso 2&#8217;. potrebbe essere interessante pubblicarla il 9 maggio. ciao, e grazie. massimiliano&#8221;</em><br />
<span id="more-439"></span><br />
_________________________________________</p>
<p><strong>Massimiliano Governi</strong>: &#8230;chissà dov’era lei quando fu costruito quel proiettile, chissà dov’era, se era nata, cosa faceva nel momento in cui quel proiettile, quella pistola fu o modificata o non modificata, quella pistola nacque, come si chiamava la pistola, chissà quale è stata nella vita la distanza minima tra lei e quello che poi l’ha uccisa&#8230;</p>
<p><strong>Pasquale Panella</strong>: &#8230;magari il killer abitava all’<strong>Alberone</strong>, allo <strong>Statuario</strong>, magari sulla <strong>Salaria</strong>&#8230; cominciamo a provare ad abbattere gli alibi del Caso, e cominciamo a dire, quanto tempo ha perso lei sulla porta, sull’ultima porta precedente, quanto ne ha guadagnato per trovarsi lì in quel punto esatto, in quel  momento esatto&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Io, a volte, molto ingenuamente, perdo tempo a casa, cambio strada pensando che potrei avere un incontro con qualcosa&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Questo è il grande scatenamento sempre sotto specie di scrittura&#8230; ma non soltanto sotto specie di scrittura&#8230; perché la chiave è questa: “smantellare gli alibi del Caso”&#8230; e allora questo ci si può chiedere&#8230; è consueto che lei camminasse a destra, e l’amica a sinistra, il che non vuol dire nulla perché se fosse stata l’amica sarebbe stato uguale&#8230; non si sarebbe chiamata <strong>Marta</strong> però si sarebbe chiamata <strong>Jolanda</strong>&#8230; Oppure <strong>Jolanda</strong>, forse, camminando al suo posto avrebbe mosso la testa in un altro modo&#8230; qui entrano in gioco i comportamenti&#8230; oppure qual era la differenza d’altezza delle due&#8230; il bossolo la prendeva in un altro punto&#8230; e poi può darsi che c’entra anche quel professore che ha detto “ma io non l’ho neanche sfiorata”, però lei magari vedendo il professore venirle incontro può darsi che s’è spostata un po’&#8230; perché quando ti viene incontro una persona capitano queste cose&#8230; è un dato importante&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;se lo viene a sapere il professore gli viene una crisi di coscienza&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;può essere, sicuramente ha influito vedersi venire una persona di fronte&#8230; perché difficilmente tu tieni la via quando incroci una persona&#8230; difficilmente tieni la via precisa&#8230; allora a quel punto la ragazza, faceva sì la schermitrice, magari era un tipo abbastanza fermo in sé, magari la sua fermezza di non cedere il passo, di non spostarsi invece l’ha destinata a quel colpo, oppure no, oppure s’è spostata&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: E lo chiamano Caso&#8230; è nato apposta quello lì per farti spostare, è diventato professore apposta, dal tuo punto di vista di morta, Marta&#8230; ci è nato, ha guadagnato o ha perso un parcheggio per arrivare in quel momento lì, ha litigato o no con sua moglie per alzarsi a una certa ora, o no&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>:&#8230;non ha incontrato un’adescatrice magari che l’avesse tenuto fuori dal perimetro&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;non si è slogato una caviglia&#8230; non gli hanno sparato a lui, prima che sparassero a Marta&#8230; e qui si può arrivare a capire dal punto di vista di Marta, perché noi stiamo parlando “dalla vittima”: dal suo punto di vista è assolutamente secondario che la vittima predestinata fosse lui&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E’ vero&#8230; c’entra moltissimo, però è assolutamente secondario dal momento che è stata colpita lei, perché, se la vittima destinata era lui poteva essere lui, doveva essere&#8230; doveva essere colpito&#8230; e invece no&#8230; a questo punto si è tutto spostato&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;alle volte si arriva anche a pensare, addirittura si va indietro: quando è stato costruito quel bagno, e se l’avessero costruito in un’altra maniera&#8230;dal suo punto di vista (dal punto di vista di Marta) questo conta&#8230; conta che la Città Universitaria sia stata costruita lì, conta che quel viale sia stato costruito così&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;conta, e se è casuale, ora si parla di un’angolazione, conta pure la planimetria del bagno perché se per esempio, ci fosse stato un muro (ammettiamo sia casuale lo sparo&#8230; cioè che lì dentro stavano a fare del tiro sportivo, del tiro da deficienti, e il colpo se n’è uscito dalla finestra)&#8230; se per esempio alle spalle di chi tirava invece c’era un muro, lui non poteva porsi con quell’angolatura lì&#8230; quindi c’entrano pure le planimetrie&#8230; allora a un certo punto scopri che il Caso non può avere alibi, non si può concedere alibi&#8230; e allora il Caso alla fine non si può concedere nemmeno l’alibi di essere casuale&#8230; esiste come una determinazione nelle cose&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Per assurdo, se proprio bisogna essere punitivi, se proprio bisogna perseguire i colpevoli, andrebbe perseguito anche l’architetto dell’Università&#8230; ma questo non dal punto di vista né poliziesco, né giuridico, né legale&#8230; né dell’attribuzione delle colpe&#8230; ma dal punto di vista dell’organizzazione, dell’essere e poi non esserci al mondo, questo sì&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;per lo meno va detto&#8230; e per lo meno dirlo letterariamente parlando significa veramente entrare tutti a far parte del Crimine&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: &#8230;è stata innestata l’ogiva sopra al bossolo&#8230; è stato caricato&#8230; chi l’ha venduto il proiettile che l’ha uccisa, dove è stato comprato, in quale Armeria, in quale Caccia e Pesca, quanto tempo è rimasto fermo nella scatola prima che qualcuno lo innestasse&#8230; ti rendi conto? Questo proiettile i giri che fa, le mani che lo toccano, la mano che lo mette dentro, quando lo avranno innestato nella pistola? Lei dov’era quando l’hanno innestato? Era un proiettile che giaceva nella pistola da due mesi, oppure la mattina mentre lei faceva colazione, oppure la sera prima mentre lei dormiva, oppure non dormiva&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: &#8230;il famoso crimine organizzato è questo&#8230; è il Caso&#8230; è il Caso e l’abbattimento dei suoi alibi, soprattutto&#8230; perché al caso si concedono troppi alibi&#8230; questa volatilità, questa fugacità&#8230; da una parte, dall’altra questa determinazione stabilita&#8230; con il Caso abbiamo sempre fatto i conti anche quando eravamo <strong>greci</strong>&#8230; ossia, questa determinazione del Caso rinviata agli Dei eccetera&#8230; perché col Caso si è avuto sempre a che fare i conti&#8230; E va aggiunto anche che era bella, la ragazza&#8230; e va aggiunto perché conta&#8230; avrebbe contato anche se era brutta, ma in un altro senso&#8230; ma questo conta perché guardandola uno ci fa i suoi pensieri e poi pensa di non poterli fare più, perché viene in mente il cadavere, la putrefazione&#8230; e quanti ragazzi improvvisamente, quelli che la hanno molto avvicinata, improvvisamente si trovano nella condizione di non poterci fare più un pensiero o di essere imbarazzati nel farcelo, chi la desiderava per esempio&#8230; chi la desiderava fortemente, onanisticamente, magari il giorno prima, il giorno dopo come si mette? magari aveva pratica di desiderio abbastanza frequente&#8230; dov’è il Caso?</p>
<p><strong>MG</strong>: Non abbiamo accennato per esempio alle centinaia di persone che hanno lasciato bigliettini, poesie e messaggi di solidarietà sul punto in cui Marta è stata colpita. Per non parlare delle migliaia che si sono radunate in un corteo per Marta&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Certo, qui continua la beffa: il corteo, parlando in maniera antipaticamente antropologica, era un corteo rituale, e con il corteo rituale tutti i partecipanti in realtà (a prescindere dalla dimostrazione rivolta, vuoi dalle destre a una presunzione di colpa sinistra, vuoi dalla sinistra a una presunzione di colpa destra, destrorsa, o quello che sia), in realtà erano rivolti contro il Caso, cioè quel corteo, per dirla in maniera bassamente antropologica, <strong>ritualizzava l’evento</strong>, quindi ne faceva stemma, cammeo, emblema, ossia cercava di districarlo, di toglierlo dalle mani del Caso, mentre invece lì si moltiplicavano&#8230; qui è la potenza autogenerativa del Caso, di questa cosa chiamata Caso&#8230; che è invece un complotto universale&#8230; lì invece si moltiplicavano per ognuno dei partecipanti (moltiplicato tutte le persone che ognuno dei partecipanti avrebbe poi incontrato)&#8230; si moltiplicava la fantasia, chiamiamola così, la potenza fantastica, generativa del Caso&#8230; è questo&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Migliaia di persone che mai avrebbero pensato un certo giorno poi di andare a fare quel corteo&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: …però loro nel momento in cui pensavano di ritualizzare l’evento e quindi di dargli dei connotati certi, precisi, ossia non casuali, ma dei connotati precisamente e presuntivamente umani, in quel momento, dicevo, una catena di eventi si è messa in moto&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Mi chiedo: dove non andarono per andare al corteo, dove andarono per essere poi andati al corteo, a corteo chiuso&#8230; quanti di loro, poi, a corteo finito, si rincontrarono e conclusero nelle birrerie, nelle discoteche, dove gli pare, dove non sarebbero andati&#8230; che mosse hanno preso le giornate&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Quindi, laddove questi umani decisero che il Caso potesse essere abbattuto simbolicamente, metaforicamente, ritualmente, in realtà, erano loro a fornirsi, a darsi, come vittime progressive, generative del Caso&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Ah, un’altra cosa: il grande innesco è scattato anche nei tifosi laziali&#8230; qualche domenica fa, ora che ricordo,  hanno alzato allo stadio uno striscione che diceva <strong>Ciao Marta, romanista nel cuore del laziali</strong>&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Certo, anche loro hanno vissuto una presunzione di affetto, di dolcezza, di calore, di sospensione di brutalità del tifo&#8230; pare una stupidaggine, ma sono eventi che, sappiamo bene, sono difficilissimi a realizzarsi&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: E poi non abbiamo detto la cosa più importante&#8230; che sono stati donati degli organi&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Be’, qui c’è solo da accennare&#8230; mi pare ovvio&#8230; sennò uno qui rischia il <strong>marinismo</strong>, rischia la maniera, il barocco a questo punto, e invece va detto semplicemente come l’hai detto tu: “e poi sono stati donati degli organi.” Punto. Basta. Fine.</p>
<p><strong>MG</strong>: Il cuore di Marta batte a <strong>Catania</strong>&#8230; il fegato trapiantato a un ragazzo di diciassette anni&#8230; i reni, finiti a due giovani di 26 e 31 anni, e le cornee hanno permesso a un ragazzo rumeno e a un giovane romano di riacquistare la vista&#8230; il pancreas verrà utilizzato per estrarre l’insulina da destinare alle banche dati di <strong>Palermo</strong> e <strong>Perugia</strong>&#8230; Gli organi di Marta rivivono in sette, otto posti del mondo&#8230; e qui è come se dicessi: vediamo un po’ che succederà lì&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Già, cosa succederà lì&#8230; il Caso, questa potentissima organizzazione, che arriva ovunque, millimetricamente&#8230; ci vuole il microscopico ad altissima definizione per le cornee e il Caso arriva in quel miscoscopio&#8230; in quel millesimo di millimetro, sulla punta di un ferro chirurgico&#8230; questo è il finale, c’è poco da ricamarci: ed è fin troppo plateale&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: No, questo è il sottofinale&#8230; il finale è quando io andrò a portare questo articolo al giornale&#8230; cioè, cosa succederà in quel quarto d’ora di viaggio in motorino&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: E qualcosa succede&#8230; succede che vai, se c’è il sole c’è il sole, se piove piove, se ti bagni ti bagni, se non ti bagni non ti bagni, assimilerai del sole, assimilerai dell’ossigeno misto a smog, perderai delle cellule, altre te ne nasceranno, brucerai dei neuroni, però sotto quella bandiera lì&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Allora, non rimane che attivarci&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Siamo già <strong>attivati</strong>&#8230; non possiamo farci niente&#8230; il Caso non lo fermi&#8230; l’unica cosa che l’uomo può fare, credimi, è abbattergli gli alibi intorno: perché una volta deve decidersi di affrontarlo di petto, un po’ quasi metafisicamente, ma comunque affrontarlo&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Allora vado&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Vai&#8230;</p>
<p><strong>MG</strong>: Ciao&#8230;</p>
<p><strong>PP</strong>: Ciao&#8230;</p>
<p>_________________</p>
<p>Per <strong>inserire commenti</strong> vai a <strong>Archivi per mese – maggio 2004</strong></p>
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