<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>materiali per un libro su Parigi &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/materiali-per-un-libro-su-parigi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 25 Aug 2015 13:17:23 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Disquisizioni sul punk</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/24/disquisizioni-sul-punk/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/24/disquisizioni-sul-punk/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Aug 2015 05:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[contropropaganda]]></category>
		<category><![CDATA[Discharge]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[movimento punk]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[talk-show]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=55800</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Tutti amano disquisire sul punk, a freddo. Tutti si sono ampiamente nutriti dell’estetica punk, che troneggia come fosse sempre fresca nei grandi archivi dell’immaginario contemporaneo. E gli stilisti a corto di idee, i costumisti di Hollywood in crisi d’ispirazione, i romanzieri di fantascienza, gli sceneggiatori di serie televisive noir, i giovani musicisti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-56195" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge-300x300.jpg" alt="back discharge" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/back-discharge.jpg 600w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Tutti amano disquisire sul punk, a freddo. Tutti si sono ampiamente nutriti dell’estetica punk, che troneggia come fosse sempre fresca nei grandi archivi dell’immaginario contemporaneo. E gli stilisti a corto di idee, i costumisti di Hollywood in crisi d’ispirazione, i romanzieri di fantascienza, gli sceneggiatori di serie televisive <em>noir</em>, i giovani musicisti che si ostinano a rinnovare disperatamente il rock, tutti hanno facoltà di pescare in quel solaio di fine anni Settanta, di ripassare alla moviola Jello Biafra, di analizzare i prolissi testi di Steve Ignorant, ma ovviamente nessuno è disposto a dare credito al ragionamento punk, assolutamente grossolano, schematico, ottuso. <span id="more-55800"></span>In effetti, il punk come sintomo, è uno dei temi prediletti degli avvenenti critici della cultura. Un tipo con la colla nei capelli, la maglietta strappata, cicatrici sulle braccia, anelli vari lungo il padiglione auricolare, e altri segni distintivi come gli immancabili anfibi a punta rinforzata di metallo, è ancora oggi bene accolto presso qualche brillante saggista, se accetta di sdraiarsi sul lettino, nello studiolo con i volumetti di Foucault e  Žižek in bella vista. Un marcio portatore di sintomi, non più giovane, da un lato, che blatera con la voce roca, e un giovane e silenzioso analista, dall’altro, a sbrogliare la matassa, a glossare finemente. Il minimalismo ideologico del punk, invece, è stato  uno dei suoi punti di forza maggiori. Magnifica, inattacabile, tetragona contropropaganda. Nulla da decifrare, tutto chiarissimo e da prendere in faccia come un ceffone. Di esperti della complessità sottile, gente molto qualificata e plurilingue, ma che parla solo a ragion veduta, ne abbiamo pieni gli studi televisivi e le redazioni dei giornali. È la controparte rassicurante di tutti coloro che sbraitano per erigere forche ai quattro angoli del paese. Quelli sbraitanti tengono bene la piazza, ma uomini e donne della complessità sottile tengono i posti di comando. Di fronte alla poche idee confuse di chi sbraita, e alle tante idee confuse di chi argomenta, la modalità punk proponeva pochi concetti chiari, calati in una veste espressiva devastante. Prendiamo i Discharge, uno dei gruppi più fragorosi del punk inglese fine anni Settanta. Tempo dell’enunciato: due minuti e quindici secondi. Componenti materiali: chitarra, microfono, batteria, basso, sistema di amplificazione. Idee: una. Espressione che veicola l’idea: frase di cinque parole, <em>Free speech for the dumb</em> (“Libera parola per i muti”). Livelli di lettura: due. Il primo metaforico e politico con riferimento a situazioni storicamente determinate: libera presa di parola per coloro le cui vite non contano. Il secondo letterale e millenaristico: i muti finiranno per parlare. La frase-slogan è urlata quattro volte di fila in due momenti della canzone, per un totale di otto ripetizioni del medesimo concetto. Qualsiasi velleità di controbattere a un così grezzo argomentare, introducendo sottigliezza e complessità nel discorso, è completamente impedita dalla quantità di frastuono con il quale i musicisti proteggono l’idea semplice da possibili minacce dialogiche. Per dialogare bisognerebbe venire sotto il palco, nel carnaio dei corpi che scalciano e si tuffano da ogni parte, arrampicarsi sulla scena, e strappare il microfono al cantante per urlarci dentro una brillante e circostanziata replica. Tutto ciò in un concerto punk è qualcosa che si può sempre tentare, a patto di non temere il dolore fisico. L’efficacia contropropagandistica del punk mi sembra che non abbia preso una ruga, e la immagino applicata ad un <em>talk-show</em> attuale, di fattura francese però, più civilizzato di quelli italiani, dove gli sbraitanti si sbracciano sulle sedie come colpiti da scossa elettrica, no, penso a un <em>talk-show </em>che predilige gli esperti di complessità sottile e dove tutti siedono su degli sgabelloni da discoteca, intorno a un tavolo trasparente di forma organica, con delle pareti traslucide alle spalle. Sono i <em>talk-show</em> di seconda serata, con ospiti più o meno fissi, in generi plurisessantenni, che io definisco “teste di morto”, perché senza neanche farlo apposta, senza averci pensato espressamente sul piano del trucco e dell’arredo, o dei consigli di regia, è assolutamente evidente che si tratta di programmi di propaganda con <em>zombie</em>, dove tutti parlano con voce trattata, ma dalla medesima fossa, con il pensiero corporeo completamente spento, e un pensiero giornalistico, afferente a una centralina elettronica ultima generazione, perennemente attivo, monotono, sottile, complesso. In circostanze tali, immaginatevi il semplice esperimento mentale. Una sera, assieme alle teste di morto, vengono invitati in studio i componenti dei Discharge, non quelli di oggi, invecchiati e resi più sottili anche loro, ma quelli del primo album, giovanissimi, per partecipare a un dibattito sulla libertà di espressione. Ognuno degli invitati ha un quarto d’ora di tempo di parola. I Discharge, che sono in quattro, se ne stanno quieti per tutta la prima parte del programma, esibiscono silenziosamente le loro creste, i giubbotti chiodati, e tutto il resto. Poi decidono di prendere anche loro la parola. Per due minuti e quindici secondi, non di più. Si spostano in un angolo dello studio, dove hanno sistemato batteria, chitarre e amplificatori. Infilano i jack e la base ritmica comincia la sua corsa frastornante, il chitarrista cerca di imitare con un certo successo cosa può accadere in un’acciaieria quando tutto comincia ad andare storto, il cantante si è già tuffato sul tavolone di vetro che spero a questo punto sia infrangibile. <em>Free speech free speech for the dumb!!! Free speech freee speech for the dumb !!!</em>, ecc. La cosa dura davvero poco, però qualche testa di morto si è preso una pedata sullo sterno, ci sono cose in pezzi sparse per terra, uno degli invitati sta chiamando polizia e pompieri, gli altri si sono messi al riparo, e protestano indignati con tecnici e truccatori, con le mani ancora tremanti dallo spavento. Non è stata un’agressione fascista, solo un esempio di contropropaganda punk con tutti i crismi. Certo, siamo nella società dello spettacolo, ci ricorda l’avvenente critico della cultura, <em>tutto viene recuperato</em>. Ma un equivalente dei Discharge nei <em>talk-show</em> della sottile complessità non credo che funzionerebbe. Forse gli spettatori risponderebbero positivamente, ma non le teste di morto, loro non si presterebbero al gioco, non ce la farebbero, anche per ragioni di semplice paura animale. Quanto agli sbraitanti italiani, la loro propensione cinetica non farebbe che eccitare ancora di più la furia degli interlocutori punk. Come è noto a chi ha conosciuto il circolo virtuoso della poga (danza punk poco raffinata), più la musica pesta più uno si getta a toro sui corpi vicini, e più il pogatore è spintonato e calpestato più l’adrenalina gli regala la forza per rendere la pariglia. Prima del sangue e delle contusioni, in genere la musica cessa. È anche una delle ragioni della brevità dei componimenti punk. Bisogna salvaguardare, per quanto possibile, l’integrità del pubblico e del cantante.</p>
<p>°</p>
<p>[da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/24/disquisizioni-sul-punk/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>18</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">55800</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La sede naturale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/01/la-sede-naturale/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/01/la-sede-naturale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2015 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[immaginazione]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[sede naturale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=55507</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese &#160; Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-55798" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-300x225.jpg" alt="l'altro posto di vacanza" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/08/laltro-posto-di-vacanza-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette di risolverlo, anche chi si rimette alla grandi coperture monoteistiche, alle solide volte dottrinarie, quelle campate in aria, lo sa, la sede naturale è sempre duplice, almeno, contempla viaggi e ritorni, città celesti ma anche grotte e cunicoli putrescenti, capanni incendiati, baite di montagna innevate sui fianchi e contro cui sbatte il vento.<span id="more-55507"></span> C’è poi il quieto viavai degli interni, in quelle sedi ordinarie e un po’ grigie, dalla camera da letto al soggiorno, dal soggiorno alla cucina, per non parlare degli stanzini di evacuazione, tutti comunque credono in una propria sede naturale per prosaica che sia, è come se qualcuno lo avesse garantito, chissà chi poi, ma è una nostra strana convinzione, che né madri e padri smentiscono, né l’arcivescovo o il sindaco, il mio posto in ogni caso, quello in cui mi sono trovato fin da piccolo, non era quello che avevo in mente, e se stavo seduto su una sedia, o sdraiato in un letto, o comunque mi trovavo in una stanza, la mia coscienza era subito assorbita da un posto diverso, uno scenario spazialmente, geograficamente, storicamente spostato, non è che io non volessi essere lì dove mi trovavo, ma non era quella la mia sede, era solo una stazione intermedia, un luogo occasionale di sosta, scelto alla buona, perché il mio viaggio, già cominciato in sordina, doveva portarmi altrove, in una stanza diversa, con letti e sedie diverse, e in un paese non così vicino, non così familiare, seppure poi rimaneva il problema, che da bambino preferivo passare sotto silenzio, di quale lingua avrebbero parlato nel paese che davvero mi spettava, anche se me lo diceva mia nonna, “Le lingue, impara le lingue!”, ma poi ci sono le abitudini che avrei dovuto apprendere, perché il vero apprendimento del mondo non è l’alfabeto, ma salire le scale, sono migliaia le piccole silenziose abitudini che dobbiamo acquisire, anche se con l’alfabeto noi crediamo di governare, di dettare legge al nostro corpo, come uno spirito che agisce dentro la macchina, e a suon di parole, a suon di bei discorsi, la rassicura, la convince, la sprona, invece i nostri discorsi sono in perpetua lotta con le nostre abitudini, il nostro camminare è in perpetua frizione con la nostra pretesa di andare, con il nome delle nostre mete, che scriviamo spesso in un taccuino, perché la gambe vanno comunque, vanno sempre, anche quando non abbiamo chiari e persuasivi suggerimenti da dare loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quindi io ho vissuto, fin da piccolo, avendo chiara coscienza dell’assoluta casualità, provvisorietà, della mia sistemazione, e soprattutto, in qualsiasi posto fossi, intimamente anelavo ad essere altrove, forse dovrei dire più precisamente che immaginavo di essere altrove, e che mi preparavo quindi a quell’altrove, ad abitarci, distraendomi così da quanto accadeva lì, tra i miei piedi, nel luogo stesso dove mi trovavo, in certi appartamenti di Milano, con dei mattoncini lego o della automobiline tra le mani. Costruivo così un altrove con pezzi di mondo visti dal treno, o durante i viaggi in macchina fuori città, raddoppiavo le foreste, i campi squadrati e allagati della pianura, disseminavo casette, sentieri sterrati lungo i fiumi, cantieri abbandonati, che costituivano una tipologia architettonica a sé stante, fatta di fondamenta di cemento, impalcature di metallo, qualche gru, i piloni isolati come rovine, da cui spuntavano quali ornamenti poveri gli steli d’acciaio già ossidati… In effetti, particolarmente le cose abbandonate o in costruzione, solo rovine o scheletri, mi sembravano sedi promettenti&#8230; Qualcosa finiva o cominciava, ma nessuna abitudine, nessun viavai tra soggiorno e cucina, nessun perimetro certo dove fare i soliti passi, concludendo il giro seduto sul letto, o davanti allo specchio del bagno, circondato da cose che sembravano inchiodate al pavimento per sempre, inamovibili, eterne come credevo fosse il mio destino di allora. Invece una buca, con sul fondo una gettata di cemento, delle erbacce che spuntano ovunque lungo le pareti di terra, un tubo di gomma snodato in mezzo come un serpentone a cuocere sotto il sole, e una montagnola di barre d’acciaio in un angolo, questi erano spazi per me sontuosi, in cui m’immaginavo correre e saltare, organizzando la mia vita, ma per durate corte, due o tre ore massimo, per poi partire altrove, verso altri sterri, altre strutture provvisorie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come il prigioniero nella sua cella, io vivevo con l’idea di un posto che mi era più giustamente destinato, un posto che esisteva da qualche parte, dove io avrei potuto muovermi più naturalmente, in un accordo maggiore, più pietoso e rispettoso, tra me e gli oggetti, tra me e le persone, mentre mi trovavo catturato dentro una situazione ostile, povera, forzata, dove ognuno era sottoposto a una esagerata costrizione: le guardie che dovevano tenermi lì, sorvegliarmi, impedire mie sortite all’aria aperta, se non in momenti ben regolamentati e rari, i miei compagni di cella, che non erano miei amici naturali, che avevano altre pretese, altre passioni, e non potevano certo condividerle con me, di modo che ognuno si teneva sulla generali, ognuno era costretto a una grande discrezione, come accade in ogni luogo infido.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Certo che dovrei un po’ rischiararla questa mia naturale propensione non dico alla fuga, o all’evasione, come se considerassi il posto dove risiedo, abito, vivo, lavoro, mi nutro, un indirizzo sbagliato, una sede provvisoria, non vorrei che ne venisse fuori un’idea metafisica, secondo cui “siamo solo di passaggio”, come se avessimo in altri mondi più puliti e calmi, in Svizzere ultraterrene, qualche nuova occasione di risiedere e respirare, no, io so bene che è questo<em> l’unico posto che mai più mi sarà concesso</em>. Non vorrei deludere nessuno, ma ci abbiamo messo tre miliardi di anni a organizzare il caos cellulare, per ottenere un bell’organismo come il nostro, animale che si dà grandi arie, arie di ometto per bene, brillante, <em>sapiens sapiens</em>, e la migliore cosa che sappiamo ancora fare è quella di conservarci individualmente (siamo, nonostante le nostre migliori aspirazioni rivoluzionarie, esseri costruiti sulla conservazione del respiro) e riprodurci collettivamente (anche per questo mai prendere sotto gamba una bella scopata, seppure sterilizzata da dispositivi adeguati).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque, sì, io dovrei scavare un po’ di più, per capirla meglio questa cosa, nessuno in fondo sa bene dove andare, ma almeno la gente, in genere, sa dove stare, si guarda intorno e vede cose familiari, tazzine grazie a cui prendere il caffè ogni mattina, i sorrisi amorevoli dei famigliari, le telefonate allegre degli amici, il letto preparato, qualcosa che sempre, all’ora di pranzo e cena, dovrebbe friggere o bollire, in attesa di riempire il piatto, andare è un gran casino, non si sa mai dove, in quale posto si riuscirà ad arrivare, quale carriera, quale stipendio misero, ma stare tranquilli per un po’, non dico girarsi i pollici, ma anche goderselo il piatto caldo, la dormita nel letto, il buffetto amorevole di papà o mamma, a meno che non arrivino sberloni e cazzotti, magari da qualche madre nevrastenica o padre alcolizzato, ma pensiamo positivo&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Starci dentro”, come si usava dire a Milano negli anni Ottanta, non è poi così difficile starci dentro, quale che sia il perimetro, quello in cui ci siamo trovati per caso, sperando non sia un monolocale affollato, con chiazze di umidità alle pareti, pensiamo positivo, pensiamo ad una situazione da classe media occidentale, perché mai uno dovrebbe scalpitare, o andare in apnea nell’immaginazione, mutare gli arredi, i profili delle persone, rivoluzionare il clima, trafficare i colori delle cose, la luce, l’odore dell’aria? Perché voler fuggire, mettiamo, da un microclima sereno di classe media, con tutti quei crucci che si dissipano con pazienza e ostinazione, giorno dopo giorno. A me, però, succedeva quello, forse per via dei romanzi, sempre colpa dei romanzi, questo supplemento d’anima, veramente a buon mercato a volte, come in Salgari, o nei Dickens e Dumas scorciati, inizia tutto da lì, è l’assurdità della lettura romanzesca, forse già nei libri con le illustrazioni, quelle degli antichi Egizi, Davide con la fionda di fronte a un Golia riverso, Saturno con i suoi anelli, i bambini sono esseri impressionabili, vengono devastati da questo sversamento di mondi, anche se è spesso cartapesta, iconografia di seconda mano, io di questo sono sicuro, i disegni grossolani della Bibbia illustrata, le foto dei <em>Segreti dell’astronomia</em>, e la pagine condensate del <em>Conte di Montecristo</em> nell’edizione Salani in due volumi, sono supplementi che l’anima me l’hanno deformata, dilatata troppo, resa poco solida, avevano ragione i precettori ottocenteschi, ginnastica e sport all’aria aperta, mica ripiegamenti casalinghi, acciambellati in qualche angolo dall’atmosfera viziata, con il pericolo della scoliosi, a saturarsi la mente di sagome colorate alla buona, e agitate con furia, di nomi come Dantès e Faria, di carovane nel deserto e di brigantini sui mari asiatici.</p>
<p>⊗</p>
<p>[da <em>Materiali per un libro su Parigi </em>]</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/08/01/la-sede-naturale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>17</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">55507</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Un silenzio sociale</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/06/un-silenzio-sociale/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/06/un-silenzio-sociale/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2015 07:00:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[asfalti]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[situazione sociale]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50354</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Come tutti i disoccupati, gli spossati affettivi, e gli accidiosi per natura, ero tremendamente indaffarato, dovendo costantemente assicurarmi che non stavo facendo le cose più importanti, più tipiche, più auspicabili di un maschio adulto quarantenne: lavorare, guadagnare soldi, tessere proficue relazioni, contribuire alla manutenzione della casa e all’aggiornamento degli elettrodomestici, coricarmi con [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3297.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-50390" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3297-300x225.jpg" alt="DSCF3297" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3297-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3297-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3297-900x675.jpg 900w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Come tutti i disoccupati, gli spossati affettivi, e gli accidiosi per natura, ero tremendamente indaffarato, dovendo costantemente assicurarmi che non stavo facendo le cose più importanti, più tipiche, più auspicabili di un maschio adulto quarantenne: lavorare, guadagnare soldi, tessere proficue relazioni, contribuire alla manutenzione della casa e all’aggiornamento degli elettrodomestici, coricarmi con una donna, per espletare regolarmente le gioie della sessualità adulta. Per essere ben certo, che non stavo svolgendo tutte queste naturali mansioni, me ne dovevo assumere mille altre, certamente risibili e grottesche, ma sufficienti a garantire il mio non-impiego e la mia autarchia affettiva. Mi ero tra l’altro rimesso a fotografare gli asfalti, e questo mi portava via una gran quantità di tempo. Comunque ero riuscito a infilare nella mia fitta agenda un appuntamento importante, e ci ero andato con grinta, senza per altro avere chiara nozione di quali fossero lo scopo della mia visita e il ruolo del mio interlocutore, o semplicemente me n’ero dimenticato cammin facendo.<span id="more-50354"></span></p>
<p>Non credevo di essere in una situazione difficile, ma delicata sì. Anche perché era sicuramente una situazione <em>sociale</em>, quella in cui ero finito, ed è tipico delle situazioni sociali la facilità dell’entrarci, e la complessità dell’uscirci. Non avvertivo margini di rischio, in questa situazione. Come avrebbe detto Peter Parker, i miei sensi di ragno non pizzicavano. Però mi trovavo nel bel mezzo di un silenzio, e di un silenzio<em> sociale</em>. Ricordavo bene che, prima di entrare in quella stanza, ero stato accompagnato per un buon tratto di strada, e fin dentro l’edificio, da un odore prepotente e pervasivo di minestra di verdura, come se l’intero quartiere, incluso l’edificio dentro il quale mi trovavo, si fosse dedicato a un’olimpiade di minestrone. (Persino il gruppo di asfaltatori che avevo dovuto aggirare, disseminati tra marciapiede e carreggiata, sembravano emanare odore di verza e di fagioli. Mi ero guardato pure sotto le scarpe, nel caso avessi messo i piedi in una pozza di minestra.) Ora, l’odore di minestra, che è un odore anche di vecchiume, di ancestrale cucina di campagna, si era un po’ attenuato, di modo che io potessi concentrarmi sul silenzio sociale in cui mi trovavo. Un silenzio è sociale quando sono almeno in due a dividerselo, ed era questo il caso, dal momento che di fronte a me c’era un tizio seduto in una poltroncina che mi guardava con fare svagato. Dal suo modo di tenere le braccia, per nulla impazienti, con le mani posate a casaccio sulle gambe, si capiva che non aveva nessuna intenzione di parlare, anche perché in un silenzio sociale tocca sempre a qualcuno di parlare, in quanto la vociferazione simultanea e collettiva è controproducente. Immaginavo si fosse concluso il giro, e toccasse di nuovo a me: le conversazioni hanno questo di bestiale, che possono durare molto a lungo, e nessuno sa con precisione quando è giusto interromperle o saggio concluderle.</p>
<p>La delicatezza della situazione sociale, aggravata dal silenzio sociale, nasce dal fatto che bisogna capire bene che cosa l’umanità circostante pretenda da noi. Quando non c’è dramma, e non si tratta di scegliere tra l’elargizione di denaro o della propria pelle, tutto si risolve nel formulare la giusta battuta, la frase precisa, che permette all’altro di rincarare la dose o di togliersi soddisfatto dalla vista. La mia impressione era che il tizio seduto di fronte a me avesse un’evidente voglia di rincarare la dose: lo spazio circostante gli apparteneva, questo era chiaro, e dal momento che mi aveva fatto penetrare lì dentro, in una sua stanza, non era semplicemente per assicurarsi che anch’io, come tutti i passanti del quartiere, avessi percepito distintamente un odore di minestrone ovunque.</p>
<p>Forse quello che avevo davanti era un prete salesiano, che cercava di convertirmi, con la scaltrezza e l’entusiasmo dei salesiani, adoperandosi in piccole e grandi domande sulla mia biografia spicciola e sul mio solenne destino morale, ed era da queste risposte, dall’inevitabile disarcionamento psicologico che l’esigenza di rispondere provocava, che il salesiano traeva la sua forza, per ricacciarmi indietro nel tempo, come fossi ancora in età scolare, un pargolo da raccogliere dalla strada, secondo i santi dettami di Giovanni Bosco.</p>
<p>Avrebbe potuto, altrimenti, trattarsi di un colloquio di lavoro, ormai sul finire, e l’ultima domanda ipocrita a cui avrei dovuto rispondere riguardava le mie attese salariali: quanto mi sarebbe piaciuto guadagnare per quella mansione, o quanto mi aspettavo fossero disposti a farmi guadagnare, considerando la gravità della crisi , e la perdurante sofferenza delle imprese private, che guidano malgrado tutto il paese verso una ripidissima ripresa? Si capisce bene, quanto fosse delicato uscire da una situazione sociale del genere. Potevo trovarmi, però, in tutt’altra situazione ancora: il tizio paziente e svagato che avevo di fronte era un impiegato di <em>Pole emploi</em>, il centro francese per l’impiego, e attendeva semplicemente che snocciolassi pii desideri su proposte di lavoro che, data la mia formazione scolastica e professionale, sarei stato disposto ad accettare. Anche qui si trattava di una domanda ipocrita: io e lui sapevamo bene che <em>Pole emploi</em> non mi avrebbe proposto nessun tipo di lavoro, e che il vero ruolo di <em>Pole emploi</em> era semplicemente di ostacolare burocraticamente, cavillosamente, l’osceno diritto di un disoccupato temporaneo a ricevere un sussidio di disoccupazione.</p>
<p>Un dettaglio della delicata situazione, tuttavia, mi faceva pensare che, se la scrivania, invece di separare opportunamente lo spazio tra me e lui, era posta alle sue spalle, in modo tale da lasciare tra noi un semplice tratto di tappeto, e un tavolino basso colmo di riviste, ciò significava che il nostro incontro non era dedicato alla mia vita professionale, né futura né passata. Mi aveva semplicemente chiesto se avevo problemi alla prostata, o se avessi mai pensato di cominciare a fare un po’ di sport e a razionare i piatti di patate fritte e bistecche al sangue. Persino in questo caso la domanda non era del tutto scevra di ipocrisia. Lui, se davvero era un medico, e lo era in fedeltà al giuramento ippocratico, avrebbe dovuto esortarmi non a una più ponderata autodistruzione alimentare, ma impormi diete, esami, mutamento di abitudini, e indirizzarmi con mano salda verso la salvezza, e non verso l’intervento chirurgico alla coronarie.</p>
<p>Se fosse stato un maestro di Tai Chi, prima di accettarmi nel suo esclusivo gruppo di praticanti, avrebbe voluto che facessi tesoro del silenzio sociale che si era venuto a creare. In quel caso, sarebbero state bandite le ipocrite domande, e tutto sarebbe stato affidato liberamente al mio sentimento. È dalla mia coscienza, che avrei dovuto trarre una risposta convincente: volevo iscrivermi solo al corso settimanale, o aggiungere duecento euro, per partecipare ai seminari mensili che si tenevano la domenica in una magione forestale dell’Ile de France? Questi seminari, infatti, pur non essendo obbligatori a detta del maestro, stando però al senso implicito delle sue parole, erano necessari per uscire da un’attitudine amatoriale, e in definitiva completamente vana, nei confronti dell’arte marziale in questione, che è anche un percorso spirituale, un tirocinio di equilibrio psichico, un bagno anti-stress settimanale, per chi vive dentro le malefatte della civiltà consumistica e tecnologica.</p>
<p>L’ipotesi più grigia rimaneva quella del terapeuta. Dottore per questioni di mente, non per organi fuori posto. Chi mi stava davanti, forse, non parlava e non avrebbe parlato per principio preso, non attendeva nessun turno, non voleva che si concludesse il giro, era perfettamente paziente, perfettamente svagato, e voleva che io traessi tutto quanto il materiale degno di quella situazione sociale da me stesso, da quel dentro di me, che sembrerebbe risorsa così ricca e inesauribile, se non risuonasse così spesso come un recipiente vuoto.</p>
<p>“Sto fotografando soprattutto asfalti”, dissi. “Mi capita anche di fotografare un cane che vomita, come poco fa, oppure una lumaca subacquea. Dentro una fontana di un parchetto vicino a casa mia, ho visto, sul fondo di una fontana, una lumaca. Quelle col guscio, non so se si chiamino lumache, comunque strisciava, insomma non era morta. Sono rimasto un po’ ad osservarla, e mi è parso che si muovesse lentamente come al suo solito, ma comunque non credevo che le lumache potessero vivere sott’acqua, o forse hanno una certa autonomia d’ossigeno, e avanzano in apnea. Altrimenti, fotografo resti e tracce. Non le cacche di cane, mi rendo conto che per coerenza dovrei fotografare anche tutte le cacche di cane e tutte le cicche di sigarette e gli sputi. Ma preferisco di gran lunga le carte, distese, stracciate o appallottolate, ogni tipo di buccia, gli involucri strappati, i frammenti di giocattoli, o i giocattoli interi, tutto il materiale elettrico, elettronico, elettromagnetico, in qualsiasi stato si trovi, e i cibi disintegrati, le calze e le scarpe spaiate, i pezzi di polistirolo, le biro e le matite, i fiori, le foglie, le schiume chimiche, le chiazze di vernice secca o l’olio di macchina appena rovesciato. Trovo anche delle stampe fotografiche per terra, come quelle di una signora che si guardava allo specchio indossando una pelliccia, e sotto la pelliccia sembra essere nuda. Sì, per terra si trova veramente di tutto. È un vero continente inesplorato l’asfalto. Io prima mi vergognavo quando mi sorprendevo a camminare con lo sguardo fisso a terra. Mi dicevo che era un tipico atteggiamento depressivo, melanconico, e che la mia vita avrebbe guadagnato in brillantezza e successo, se avessi imparato a camminare con la testa ben dritta di fronte a me, lo sguardo lievemente inclinato verso il cielo, o assorbito almeno dal vasto orizzonte. Quindi ho trasformato questa mia debolezza, in una vera malattia: e da quel momento è diventato laborioso spostarmi, perché costantemente sono attratto da scoperte, e devo estrarre la macchina fotografica, e chinarmi in mezzo alla gente che passa, e tenermi ben saldo qualche secondo, tutto accovacciato, pencolante, per studiare un’inquadratura che mi soddisfi e poi finalmente scattare, e tre o quattro volte, se il soggetto mi sembra degno d’interesse.”</p>
<p>Andavo dicendo tutta quella storia, per tenermi sulle generali, sospettandolo sì terapeuta, ma ignorandone la specializzazione, e non essendo comunque del tutto certo che non fosse un tipo di professionista di tutt’altra tempra e genere, soldato di tutt’altro esercito, non di quello che cura – che sollecita l’esibizione di tare e guasti, debolezze del fegato o turbamenti dell’io – ma dell’esercito che arruola per imprese realizzate con fisico e spirito sano, nel qual caso confessare bronchiti o stati di nevrastenia era un’opzione catastrofica per uscire degnamente da quella situazione sociale.</p>
<p>“Sta progettando una mostra?”</p>
<p>Parlava anche lui, questo era un bene. Prima o poi si sarebbe tradito, o prescrivendomi qualcosa o liquidandomi dal suo ufficio con la seguente precisazione: loro di personale ne avevano, non solo qualificato, ma anche psicologicamente equilibrato, e capace di camminare per le vie della città, senza perdere tempo a fotografare la pattumiera sparsa per terra.</p>
<p>“No, no, ho riempito solo diverse cartelle del mio computer con centinaia di foto. Credo che ci sia sotto un intento artistico, questo mi è molto chiaro, ma per ora preferisco non definirlo, sa, non voglio rischiare di concettualizzare troppo, per ora fotografo e basta, ma poi non è questo l’importante. Ho deciso di organizzarmi in questo periodo, di organizzarmi meglio su tutto.”</p>
<p>*</p>
<p>(<em>Materiali per un libro su Parigi</em>)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3244.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-50391" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3244-1024x768.jpg" alt="DSCF3244" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3244-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3244-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3244-900x675.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-a-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50392" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-a-2.jpg" alt="asph a 2" width="540" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-a-2.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-a-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-c-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-50393" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-c-2.jpg" alt="asph c 2" width="540" height="405" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-c-2.jpg 540w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/asph-c-2-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 540px) 100vw, 540px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF4264.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-50394" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF4264-1024x768.jpg" alt="DSCF4264" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF4264-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF4264-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF4264-900x675.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>ecc.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3247.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-large wp-image-50406" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3247-1024x768.jpg" alt="DSCF3247" width="700" height="525" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3247-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3247-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/DSCF3247-900x675.jpg 900w" sizes="auto, (max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<div id="__if72ru4rkjahiuyi_once" style="display: none;"></div>
<div id="__if72ru4rkjahiuyi_once" style="display: none;"></div>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/06/un-silenzio-sociale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>12</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">50354</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Documentare la vita che fugge</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/18/documentazione/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/18/documentazione/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Perec]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[tracce]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=49631</guid>

					<description><![CDATA[&#160; di Andrea Inglese   &#8230; s&#8217;instaura comme une fallite de ma mémoire: je me mis à avoir peur d&#8217;oublier, comme si, à moins de tout noter, je n&#8217;allais rien pouvoir retenir de la vie qui s&#8217;enfuyait. Georges Perec Non so Perec, ma io non ci sono riuscito, anche se la sindrome è la stessa, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49775" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg" alt="documentazione" width="838" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg 838w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione-300x168.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 838px) 100vw, 838px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 180px;"><em>&#8230; s&#8217;instaura comme une fallite de ma mémoire: je me mis à avoir peur d&#8217;oublier, comme si, à moins de tout noter, je n&#8217;allais rien pouvoir retenir de la vie qui s&#8217;enfuyait.</em></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 180px;">Georges Perec</p>
<p>Non so Perec, ma io non ci sono riuscito, anche se la sindrome è la stessa, e il metodo è quello, il migliore, schietto e intransigente, la documentazione neutra, burocratica, da segugio dei servizi segreti, quelli che frugano nel pattume per ricostruire il tuo stile di vita, le frequentazioni, i saliscendi emotivi, gli orientamenti politici, e si basano su scontrini, confezioni vuote, indumenti lacerati, residui di cibo, lampadine andate in pezzi, io non ce l’ho fatta, ho finito per scrivere qualsiasi cosa nei miei quaderni, ma da rapsodo, da radiolina fuori frequenza, i documenti sono scarsi, disordinati, e mancano le date, la topografia è vaga, le cifre sono discordanti, la descrizione di un incubo non si distingue dalla cronaca di una riunione di lavoro, interi passi di Pessoa sono presentati come trascrizioni di recensioni cinematografiche, un’analisi intimista può essere confusa con l’esegesi di un’installazione contemporanea, perché io non è che scriva in modo metodico e freddo, scrivo a sprazzi, per scalmane, copiando e riassumendo, interpolando e deformando, come se dovessi far convergere in una data frase, in un piccolo paragrafo scritto sul seggiolino ribaltabile del metrò, nel tratto che mi porta da Nation a Père Lachaise, tutta la mia circoscrizione umana più vasta, il dentro e il fuori, l’osso e l’anima, la paranoia privata e l’allucinazione di massa, la scarpa slacciata e la metafisica dei costumi, l’alone sulla lente degli occhiali e lo scoppio della caldaia nel bilocale di periferia.</p>
<p>Da un quaderno senza data, Clairefontaine, copertina rosso scozzese, “douceur de l’écriture”, Made in France, paragrafo su: “Soggetti di conversazione al ristorante a mezzogiorno”.</p>
<p>“Vicini di casa, vicini rumorosi, vicini con cane, un’anziana come vicina che si sveglia alle quattro di mattina e mette la radio a tutto volume, colleghi di lavoro, colleghi nuovi, colleghi morti, colleghi che si stanno separando, colleghi che mettono bastoni tra le ruote, colleghi che vanno dribblati, ignorati, sconfitti, colleghi più anziani che non sanno fare il loro lavoro, tutto il lavoro che si è costretti a fare e che non spetterebbe a colui che racconta, colleghi che scrivono troppe mail, colleghi che non riescono a telefonare al responsabile vendite quando è necessario, colleghi che parlano male l’inglese, datori di lavoro e capi, descrizione fisica e difetti di pronuncia, stile dell’abbigliamento, tipologia di automobile dei datori di lavoro, e proprietà immobiliari secondarie se conosciute, quanto sono efficaci i capi e quanta fiducia dimostrano in colui che racconta, la carta bianca, il margine d’iniziativa, la grossa responsabilità che gli forniscono, quanto sono imbelli i responsabili, i direttori, i vertici dell’azienda, i capi e i vertici vanno sempre contro il muro, sono incredibilmente ciechi, sono sostanzialmente sprovveduti, mancano di qualsiasi chiaroveggenza, non hanno una idea che sia una, sono davvero delle belle intelligenze, perché hanno capito il lavoro indispensabile fatto da colui che racconta, senza colui che parla i capi e la loro azienda avrebbero i mesi contati, i sottoposti non sanno lavorare, tutti i nuovi assunti non hanno mai capito come si lavora, cosa si deve fare in ufficio, come ci si comporta in azienda, i sottoposti semplicemente non dovrebbero esistere, i nuovi assunti non dovrebbero essere assunti, l’importanza dell’esperienza, la celebrazione dell’esperienza, l’esperienza vale qualsiasi formazione, qualsiasi titolo di studio, qualsiasi statuto professionale, quale telefonino e soprattutto quale abbonamento fare, comparazione e analisi, le potenzialità del nuovo smartphone, siti che presentano esperienze concrete d’uso di smartphone, gli sperimentatori di smartphone, l’intramontabile problema della memoria ram, e di come si possa espanderla, il back up, con i dischi duri esterni, che può essere molto o poco aggiornato, la perdita di dati, ma anche la perdita del telefonino, la morte del disco duro, il recupero dei documenti persi con la morte del disco duro, i videogiochi legati all’ultima serie televisiva americana, l’evoluzione incontrollata dei videogiochi e la loro stimolazione cognitiva assodata, i progetti d’insegnamento attraverso consolle e videogiochi: umanistici e scientifici, il crescente effetto di realtà dei videogiochi di guerra e di strage, la Playstation come passione solitaria o gregaria, i raduni reali a periodicità mensile dei giocatori virtuali, l’adolescente giapponese che non è più uscito dalla camera per tre anni, perché impegnato in un gioco di ruolo obsoleto, vantaggi e svantaggi di agende, tavolette e lettori elettronici, la salvaguardia dei figli dal consumismo elettronico o dagli eccessi della tecnologia, il pericolo di emarginazione sociale di figli sprovvisti di wi fi, limiti d’orario quotidiano nella visione di cartoni animati Disney, propensione all’acquisto di videogiochi per tutta la famiglia del tipo rompicapo o sportivo manageriale, la persona con cui si sta uscendo, caratteristiche psicologiche e profilo sentimentale, i trascorsi affettivi della persona appena conosciuta, e i problemi derivanti dal suo tenore di vita o dalle cerchie amicali o dagli impegni professionali, i luoghi dove è possibile conoscere gente nuova, gli incontri programmati a casa di amici, come gestire la vita a due dopo una sconfitta sentimentale, come ricostruire una sessualità vivace dopo anni di routine, come annunciare il capolinea di un rapporto, se si debba o meno amare la persona con cui si va a letto, cosa rispondere a un certo tipo di sms, numero di sms giornalieri che non è patologico inviare al proprio partner, non farsi troppe illusioni sulla persone più giovani o più vecchie che si potrebbero incontrare, il poco tempo che lui mette a disposizione, le pretese eccessive di lei, l’importanza della riservatezza, la necessità di dire le cose, normalità o meno di chi tiene spesso il telefonino spento, l’attaccamento alla propria ex, dubbi sull’uso perenne del telefonino anche a tavola, anche di domenica…”</p>
<p>A volte, quando vado in giro, qualsiasi parola che sento dire, mi fa impazzire. Non sono le parole, in realtà, sono le frasi. Ci sono certe frasi che non sopporto. A volte quasi tutte le frasi dette nello spazio pubblico, nella grande rete viaria europea, mi sembrano insopportabili, e mi producono come un disturbo mentale. In questi casi, le frasi più disturbanti mi sembrano quelle formulate in italiano, e in particolare modo da italofoni che parlano con qualcun altro al telefono. Se poi questi italofoni sono degli uomini del terziario avanzato, se sono all’incirca dei professionisti di qualcosa, e parlano in italiano dentro un telefono cellulare, con o senza auricolare, seduti in un vagone di un treno Frecciarossa o Frecciabianca, o nel corridoio stretto di una carlinga di aeroplano prima o dopo il decollo, io impazzisco. In quei momenti, anche se è loro diritto, anche se non per forza urlano o si vantano o sono grossolani o dicono frasi fatte o esprimono opinioni marce sul mondo, in quei momenti è come se io dormissi dopo una pesante giornata di lavoro, e dormissi in un letto caldo, in una camera al riparo dalle intemperie, con le persiane chiuse per garantire un’oscurità ottimale, e di colpo quei signori venissero da me, al mio orecchio, a parlare delle loro cose, a dire le loro frasi, non per forza fatte, magari sono completamente senza costrutto, oppure originalissime, ma è come se me le urlassero nelle orecchie, che poi non stanno neppure urlando, parlano semplicemente, ma parlano con un’insana disinvoltura, seduti a pochi centimetri da me, dalla mia testa posata sul guanciale, e quindi mi svegliano nel pieno della notte, e non mi lasciano più riaddormentare, perché la loro conversazione non è telegrafica, fatta di grandi silenzi, e non è nemmeno pragmatica, secca ed efficace come ci si aspetterebbe da professionisti come loro, la tirano in lungo, intorno a una mail non ricevuta, o poco chiara, costruiscono tutta una storia, una saga islandese, una narrazione torrenziale. Ma è chiaro che la colpa è mia, non è loro, e che nella rete viaria europea, nel multiforme spazio pubblico mondiale, non si può imputare a gente sui treni, sugli aerei, alle poste, nei corridoi della metropolitana, di parlare al telefono, e di parlare di questioni urgenti di lavoro, o che a loro paiono urgenti, e non si può stabilire un tassametro, una specie di controllo sulla lunghezza di queste conversazioni e sul numero massimo di parole – proferite ad alta voce – che dovrebbero includere. Spesso, questo è innegabile, di parole, negli spazi pubblici, soprattutto dentro i telefoni cellulari, se ne dicono troppe, e soprattutto su questioni professionali, che se il capitalismo non fila liscio, se c’è questo problema della crescita che non cresce e della ripresa che non riprende, è probabilmente anche per colpa di queste spiegazioni eccessivamente circostanziate, queste insistenze, su concetti base e chiarissimi, come se si trattasse invece di aforismi di Eraclito che si vorrebbero rendere pienamente intelligibili. Gli uomini che fanno gli affari, e quelli che aiutano questi uomini a fare gli affari, anche se dicono che il tempo è denaro, e se proclamano che gli affari sono affari, e sempre si muovono in modo deciso e scattante, con cartelline sotto il braccio, o agende elettroniche, o valigette di pelle, questi uomini e gli uomini di questi uomini, tanto sono tonici e rapidi sul piano motorio, tanto sono prolissi e ridondanti sul piano verbale. Qualcuno dovrebbe esaminare spassionatamente il fenomeno e portarlo all’attenzione dei nostri migliori opinionisti.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-49798" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg" alt="docu 2" width="900" height="1599" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2-576x1024.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a><br />
Questa cosa, però, che dipende esclusivamente da me, da mie predisposizioni fisiologiche o genetiche, chissà, non mi capita spesso. Più spesso mi capita una cosa diversa, e in qualche modo opposta. Soprattutto se mi trovo a pranzare, nella pausa del lavoro o dello studio, in qualche ristorante parigino, di quelli piccoli ed economici, magari giapponesi o cinesi, dove devi infilarti a sedere dietro uno stretto tavolino, con i gomiti che sfiorano quelli dell’avventore accanto, ebbene lì, pranzando da solo, mi è possibile non solo sintonizzarmi sulle conversazioni in corso, quelle più facilmente percepibili nei tavoli vicini, ma da queste conversazioni la mia mente è completamente risucchiata, il mio stesso carattere, mi verrebbe da dire, ne è parassitato, non solo io ascolto, e ascolto con una straordinaria attenzione, come si ascolta la parola di un morente, l’ultima e solenne, di augurio o malaugurio, rischiando – come spesso accade – che se ne esca biascicata e indecifrabile un attimo prima del decesso. Così io ascolto tutto, e con elettrizzata attenzione, senza alcuna forma di discernimento, di selezione o filtro argomentativo, e dopo l’ascolto, o già nella continuazione di esso, comincio a elaborare in proprio, a fare mie certe preoccupazioni, certi giri di frase, un determinato vocabolario, e per alcune ore questi brandelli di conversazione altrui, amplificati e manierati, occupano il mio spirito, come succedeva, probabilmente, ad Ezechiele, con le parole divine, che non bastava memorizzare alla lettera, ma che si dovevano far scendere profondamente dentro di sé, perché in ogni organo e capillare, in ogni pensiero futuro e ricordo passato, governassero incontrastate.</p>
<p>Quindi io non trovo, nei miei quaderni, documenti come si converrebbe a un archivio dell’esistenza fuggente, non trovo riflessioni personali sulla morte dell’Occidente, sulle guerre del petrolio o su i miei riti masturbatori, né vi leggo descrizione degli arredi del ristorantino dove sono attavolato, con tutti i dettagli del menù, piatti e prezzi, e magari le neutre ma sempre pertinenti notazioni meteorologiche, no, vi abbondano invece conversazioni altrui malamente stenografate, senza nemmeno caratterizzazione psicologica dei loro autori, o ritratto ottocentesco degli abiti, delle capigliature, movimento degli occhi, pieghe del viso, grassezza o nodosità delle dita.</p>
<p>“Lui, il suo problema, è l’ego.”</p>
<p>“I migliori dj in questo momento si trovano a Londra o a Berlino, anzi ad Amsterdam.”</p>
<p>“È una tipa della mia età, che non è obesa, è carina invece, molto carina, è un po’ grossa, ma non obesa…”</p>
<p>“Gliel’ho ripetuto: non spendo prima di avere soldi, quando avrò i soldi va bene, andiamo assieme, guardiamo le tende, i rivestimenti del bagno, guardiamo anche il frigorifero, benissimo, lo prendiamo nuovo, io tiro fuori i soldi e compriamo, andiamo a Darty, non so, ma devi farmeli avere, lui invece vuole che io spenda, che io compri, senza avere i soldi, perché tanto dice arrivano, io gli dico: no, non arrivano, devono esserci, devo averli già, e quando li ho li spendo, e ci occupiamo del frigo, se ti mette in ansia il frigo, e del bagno, se non riesci più a farti la doccia con calma…”</p>
<p>“È un egocentrico, non egoista. È uno che ti invita fuori, davvero, ti offre il pranzo, è così, ma parla lui, parla solo lui, in genere dei suoi successi sul lavoro, di come riesce a mettere in difficoltà il suo capo, e poi ti parla dei lavori che ha fatto in passato, di come erano bene pagati, ma di come questo è pagato ancora meglio, e lui sa che può mettere in difficoltà il capo, a te non ti ascolta, non ti lascia parlare, ma t’interroga sulle ordinazioni, vuole sapere che cosa prendi come antipasto, e perché non bevi vino, ma poi ritorna subito a bomba: i clienti, tutti i clienti che lui è riuscito a procurare alla ditta, per quello il capo sta zitto, per quello si lascia mettere in difficoltà, a volta deve andarsene prima di bere il caffè, mi ordina il caffè anche se non lo bevo, mi saluta calorosamente, va a pagare, e corre fuori.”</p>
<p>“Non fa le diete, su questo è decisa, ha fatto troppe diete, dice, e poi ritorna sempre al punto di prima, ha un po’ ragione io credo, e non è che sia obesa, il volto poi è molto carino, è una persona briosa, magari sì, a volte sbaglia a mettersi le gonne, quando porta gonne troppo corte, non dico che debba portare sempre quei gonnoni che si mettono le donne che hanno le gambe orrende, che per altro lei non le ha orrende, sono grosse, più che grasse sono proprio grosse, basta una gonna al ginocchio, e l’effetto è già diverso, ma tu come la dici una cosa così? Glielo puoi dire?”</p>
<p>“Io sono d’accordo con lui: vuoi comprare? Compriamo! Ma i soldi li dobbiamo avere, li dobbiamo avere prima di comprare, e lui s’impunta, su questo insiste, e dice che non è vero, che questa è una mia fissazione, che i soldi arrivano, e uno non deve essere ossessionato dai soldi, ma lui è ossessionato dallo spenderli i soldi, deve spendere i soldi che arriveranno, ma quando? Gli dico io… Quando arriveranno i soldi che hai già speso!”</p>
<p>“Oggi i migliori locali sono a Berlino e ad Amsterdam. A Parigi non c’è più niente, è tutto finito. E più in generale è finita la musica dal vivo, la gente che sale sul palco, infila il jack nella chitarra e si mette a fare gli accordi agitando la testa. Nessuno ci crede più, nessuno ha più voglia di passare una sera a guardare un tizio, sul palco, che si agita, e che solo perché produce da sé la musica diffusa in sala vorrebbe che tutti lo guardassero, e lo guardassero beati, come se stesse realizzando un miracolo, quando invece suona e basta, è un tizio che sa suonare, come ne è pieno il mondo, oggi la gente va in un locale per essere lei il tizio importante, lei vestita in un certo modo e che balla in un certo modo, è una storia vecchia, certo, ma oggi ha preso il sopravvento, c’è il dj in un angolo della sala, è un tipo simpatico il dj, non produce lui la musica, lui si limita a captarla, c’è un sacco di musica nel mondo, sempre disponibile, su mille supporti, per mille canali, e lui ne prende un po’ è la spara in sala, e in sala quella musica diventa la musica di chi la balla, e la balla con i suoi vestiti e le sue maniere, il tizio che sale sul palco come fosse un piccolo dio e dev’essere venerato perché prende un microfono in mano e ci urla dentro, questo è finito per sempre, siamo tutti miscredenti, tutti atei, ognuno è il suo dio, e basta.”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-49799" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg" alt="docu 3" width="900" height="507" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3-300x169.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/11/18/documentazione/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">49631</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il ritardo all&#8217;asilo</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/29/il-ritardo-allasilo/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/29/il-ritardo-allasilo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Mar 2014 07:25:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=47863</guid>

					<description><![CDATA[  di Andrea Inglese Quando è venuto il momento di portare la bambina all’asilo, è stato un momento solenne, è banale ovviamente portare il proprio bambino all’asilo, dal momento che tutti i bambini vanno all’asilo, salvo quelli che vengono piazzati dalle balie, o negli asili privati, l’asilo comunale, in fondo, è meno banale di quanto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/bambi-II.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-47864" alt="bambi II" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/bambi-II-300x225.jpg" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/bambi-II-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/03/bambi-II.jpg 634w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>  di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Quando è venuto il momento di portare la bambina all’asilo, è stato un momento solenne, è banale ovviamente portare il proprio bambino all’asilo, dal momento che tutti i bambini vanno all’asilo, salvo quelli che vengono piazzati dalle balie, o negli asili privati, l’asilo comunale, in fondo, è meno banale di quanto si pensi, infatti la madre aveva dei timori, e oltre i timori, probabilmente, delle angosce, non dico enormi, ma era più allertata di me, più pensierosa, quando preparava il biberon della bimba aveva uno sguardo cupo, come se ci fosse il rischio di avvelenarla con una dose sbagliata, come se il latte invece di un normale nutrimento fosse una medicina, di quelle con possibili effetti indesiderati se non viene dosata, <span id="more-47863"></span>così tutto era un po’ più serio, un po’ drammatico, nella fase dell’inserimento all’asilo, con la madre che citava sempre Alice, che era stata la balia della figlia, una balia perfetta, simpatica, corpulenta, con un figlio altrettanto corpulento, forse decisamente obeso, o con una tendenza spiccata verso l’ingrassamento totale, mentre l’altro figlio, incredibile, era magro e scattante, con tratti vivissimi, sguardo acuminato, laddove il figlio grosso era anche più placido, magari non meno intelligente, ma con uno sguardo lievemente appannato, in leggero ritardo su tutto, forse per lo sforzo di attivarsi, di vincere l’attrito, e portare oltre la sua massa corporea, da Alice era tutto buono e bello, pensava Hélène, c’erano altri due o tre bambini, c’era un piccolo cinese, c’era Camille, che era la più grande, con una faccetta determinata e un codino da cavallo sempre ben tirato, e poi qualcun altro, senza contare gli amici del figlio, che abitavano nella stessa palazzina, cosicché l’asilo, invece, con le maestre, e la direttrice, e l’unico maschio, che era l’educatore, che aveva i capelli rasati come un malato, un internato di qualche ospedale, ebbene l’asilo, pur essendo comunale, e ben fatto, diciamolo pure, un asilo comunale di cittadina borghese, con attrezzature moderne e abbondanti che non saprei neppure descrivere, ma ve n’erano in ogni angolo, quell’asilo era comunque più preoccupante per la mamma, anche perché nostra figlia, inutile negarlo, piangeva, faceva in qualche modo la disperata, non durava tanto, ma era fedele all’iter, si atteneva alle grandi linee della sua età e della sua condizione, non voleva staccarsi dalla madre, non voleva finire in braccio alla maestra, che per altro era molto magra, e poi abbiamo scoperto un po’ assillante, senza contare la direttrice, che durante le prime conversazioni tendeva a farmi uscire subito dai gangheri, per il carattere burocratico e procedurale, per i capelli biondi senza volume, per i fisico magrolino e la voce gentile, monotona e piagnucolante. Solo oggi posso dire che questa direttrice, che dopo i primi incontri avevo cominciato risolutamente a detestare, non perdendo occasione per mentire o lanciare frasi lievemente provocatrici, ebbene, dopo due anni di asilo nido posso anche dirlo, non è stata particolarmente nefasta, nonostante le apparenze, anche se ha saputo subito mobilitare le mie difese, il mio disgusto per la vuota macchina burocratica, con il suo rispetto ottuso delle regole, proprio forse perché non l’ho mai presa sul serio, e l’ho considerata al massimo una fonte certa di scocciature, la direttrice, che è senza dubbio una brava persona, non ha potuto nuocere particolarmente a noi, e quel po’ di ostacoli che avrebbe frammisto al nostro cammino, sono stati evitati grazie alla mia linea di condotta fin dall’inizio improntata alla menzogna e all’aggiramento, nelle istituzioni è sempre buona abitudine non suscitare nessuna forma di difficoltà, di anomalia, mentendo il più possibile e senza troppo preoccuparsi della coerenza delle menzogne, la burocrazia tende a concentrarsi sull’attimo presente, è smemorata, il problema sorto oggi, o che potrebbe sorgere oggi, domani, mutata appena la circostanza, non ha assolutamente più peso, salvo casi disgraziati, dove antiche frottole, dati falsificati, possono scatenare procedimenti complessi e soffocanti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Io comunque spingevo per l’inserimento, mentre Hélène titubava, rimpiangeva il bozzolo leggermente caotico, ma rassicurante rappresentato dal bilocale della balia, invaso completamente da merendine, panini, figli, amici dei figli, e piccoli da custodire, è pur vero che quando scendevano in cortile, nel grande spiazzo ghiaioso che era comune alle diverse palazzine, nostra figlia era sistemata sulla sua carrozzina, e spinta dal figlio corpulento, mentre un codazzo di bambini, a volte con tricicli o monopattini, li seguiva rumorosamente, e in genere una bambina di origine africana, con tremila treccine turgide in testa, apriva il corteo brandendo un bastone lungo e sottile, tutti gridavano, e nostra figlia osservava il mondo davanti a sé serena come un’ape regina, che non ha ancora dovuto confrontarsi con le difficoltà e le fatiche della vita. All’asilo, invece, c’erano diverse maestre: Gabrielle era quella magra, con il volto un po’ tirato, estremamente attiva, ma tormentata, che desiderava non si sa bene cosa dai bambini, e anche da mia figlia, una cosa che evidentemente mia figlia non aveva nessuna intenzione di offrirle, a tal punto che Gabrielle, alla sera, tendeva sempre a sottolineare qualche aspetto negativo della giornata di nostra figlia, Lulù aveva avuto per tutto il tempo il naso che colava, o aveva morso due o tre compagni, oppure non aveva mangiato i fagiolini, o non si era troppo implicata nella sessione di pittura, o era arrivata di cattivo umore all’asilo, ma tutto ciò era detto con tono pedagogico, non per un semplice, obsoleto, autoritario, bisogno di rimproverare, e quindi reprimere, come accadeva un tempo, prima delle rivoluzioni pedagogiche del secolo scorso, Gabrielle non voleva recriminare, inibire, umiliare, ma certamente aveva bisogno di controllare maggiormente i piccoli che aveva in affidamento, per orientarli attraverso una fitta e organizzata serie di attività educative, dove il gioco insensato, il ripiegamento musone e asociale, la fantasticheria segreta, non avevano troppo diritto d’esistenza.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Comunque l’inserimento andò a buon fine. E la giornata tipo dell’asilo funzionava così: noi avremmo dovuto portare Lulù alle 9.00 di mattina, al più tardi alle 9.30, come aveva specificato sia la direttrice, in occasione di un incontro ufficiale, sia Gabrielle, diverse volte, in occasione dei nostri ritardi mattutini. Alle 9.30 infatti cominciavano le attività specifiche, come disegno, ascolto di favole, musica, attività fisiche, ecc., ed era ovviamente importante che Lulù fosse presente all’asilo, primo per poter scegliere l’attività, e secondo per poterla intraprendere assieme a tutti gli altri, noi giurammo e spergiurammo sempre che per le 9.30 nostra figlia sarebbe arrivata all’asilo, e ricordo effettivamente un paio di occasioni in cui riuscimmo ad essere all’asilo alle 9 e 45 in punto, per il resto delle mattine, e con notevole impegno da parte nostra, riuscimmo a limitare i nostri ritardi alle 10 e qualche minuto. (Io ed Hélène cominciavamo tardi a lavorare, e spesso avevamo la possibilità di lavorare a casa.) Generalmente, nei periodi fasti, di organizzazione ben oliata, si riusciva ad arrivare sempre alcuni minuti <i>prima </i>delle 10, questa era veramente il nostro obiettivo, e ci spendevamo una certa energia. Ci sembrava, infatti, un atteggiamento eccessivo e quasi provocatorio il superare la soglia delle 10, ma neppure potevamo essere eccessivamente puntuali con la nostra mezz’ora di ritardo. Bisognava lasciare un che d’indeterminato e imprevedibile nella nostra negligenza sistematica, affinché tutto potesse sembrare contingente e provvisorio, frutto del caso, di circostanze mutevoli e indipendenti dalla nostra volontà, come l’apparizione di un cane schiacciato in mezzo alla strada al momento di salire in macchina, la sparizione di tutti i ciucci al momento di uscire di casa, l’inceppamento dello zip della giacca impermeabile, la gestione maldestra di un pannolino sporco durante la vestitura, in questo modo Lulù, che si era fin dal primo anno di vita mostrata una serena dormigliona, un’amante schietta del sonno, a suo agio nel materasso e sotto le coperte, con nell’artiglio il suo lurido pagliaccetto, e in bocca il ciuccio, Lulù aveva vissuto due anni di risveglio ozioso e blando, facendosi le sue dodici, a volte quattordici ore di sonno, e come unico scotto, unica punizione per aver goduto immoderatamente di tale privilegio, le attività dell’asilo nido non poteva sceglierle, quelle attività che comunque si facevano a turno, e che quindi avrebbe comunque finito col fare, anche se mai dall’inizio, costantemente in ritardo, come accade d’altra parte nella vita, nella vita vera, intendo, non in quella sfalsata dell’asilo, organizzata secondo criteri rassicuranti e pedagogici, che permettono a persone serie e impegnate come Gabrielle di credere che tutto stia filando liscio per il bambino, dal momento che ha scelto tra le formine di pongo e il collage di cartoncino colorato, mentre nella vita non pedagogizzata, quella fuori dall’asilo nido, noi arriviamo con un enorme ritardo, un ritardo rispetto all’umanità già esistente, e mobilitata, attiva sul posto da anni, da decenni, con gente perfettamente affiatata, e abilissima, a fare cose che noi cominciamo appena a intravedere, cosicché il ritardo è totale e definitivo, le scelte sono già state fatte a monte da millenni di civiltà, e questo dovrebbe se non altro legittimare chi ha voglia starsene a letto una mezz’ora, persino un’ora di più degli altri, e ciò gli sia quindi concesso, magari un po’di frodo, aggirando le norme di qualche istituzione non ancora totalitaria, come l’asilo nido comunale, in una cittadina borghese, alla periferia di Parigi.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2014/03/29/il-ritardo-allasilo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">47863</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La vicina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/11/12/la-vicina-2/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/11/12/la-vicina-2/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 Nov 2013 06:30:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Laurent Grisel]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46837</guid>

					<description><![CDATA[(Questo testo è incluso nel progetto &#8220;Musée Vivant&#8221; realizzato da Robert Cantarella. Prossima esposizione, il 16 e 17 novembre 2013 al Musée de la Chasse di Parigi all&#8217;interno del &#8220;Festival Paris en toutes lettres&#8221;. La traduzione francese, a cura di Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net) di Andrea Inglese Questa vicina è una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>(<em>Questo testo è incluso nel progetto<a href="http://www.mucem.org/fr/node/1595"> &#8220;Musée Vivant&#8221;</a> realizzato da Robert Cantarella. Prossima esposizione, il 16 e 17 novembre 2013 al Musée de la Chasse di Parigi all&#8217;interno del &#8220;Festival Paris en toutes lettres&#8221;. <a href="http://remue.net/spip.php?article6298">La traduzione francese</a>, a cura di <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/06/07/pp-2/">Laurent Grisel</a>, appare in contemporanea sul sito <a href="http://remue.net/">remue.net</a></em>)</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia,<span id="more-46837"></span> e che si comporta in modo totalmente adeguato alla vecchiaia, senza illusioni, compiacenze, slanci, ma secchezza e sorveglianza, perché quasi sempre, se è visibile, compare nella medesima posa, appoggiata come un’ergastolana alle sbarre del suo cancello, con i gomiti che sporgono, lo sguardo fisso su di me, dal lato opposto della strada, che esco, tentando di estrarmi dalla porticina del giardino, che raschia per terra, traballa, chiude male, cosicché io, uscendo, sono quasi certo di trovarla al suo posto, la sentinella, con tutta la sua vecchiaia ostile, e nel migliore dei casi solo ostinata e muta, che mi fissa, e allora io ricambio lo sguardo, mi rendo indagatore, poliziesco, ottuso, a volte mi sorge l’idea astrusa di attraversare la strada, e di domandarle i documenti, sostenendo che si tratta di un normale controllo di polizia, dal momento che io stesso, nonostante lei non l’abbia mai sospettato, date le mie abitudini di vita apparentemente disordinate, sono un poliziotto, e per questo stesso motivo mi sento legittimato, e persino obbligato a interrogarla, a chiederle da quanti anni è diventata vecchia, e per quanti anni ancora pensa di perseverare in questa sua commedia acida della vecchiaia, non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda… Ma poi rinuncio al mio piano, mi dirigo alla macchina, e qui compio alcuni gesti automatici, all’incirca sempre gli stessi, mi tolgo il borsello che ho a tracolla, cercando di non rimanere impigliato nel cordoncino, o di non agganciare con quest’ultimo il freno a mano, afferro la cintura di sicurezza, infilo la chiave di avviamento nel comparto apposito, sblocco lo sterzo e, guardando nello specchietto retrovisore a lato, non posso ignorare che la vecchia è sempre al suo posto, quindi mi sporgo verso di lei, osservandola dal finestrino che si trova dal lato opposto al conducente, ma la vecchia ha cessato di fissarmi, sovrana, altezzosa, si è messa di colpo a scrutare altrove, come se il mio caso non l’avesse mai interessata, ma sappiamo entrambi che non è vero, che tutto ciò fa parte di un diversivo, io so bene che le interesso, sono ancora troppo giovane per non interessarla, lei sa bene che i giovani, a maggior ragione quando non sono più giovanissimi, ma ormai quarantenni, riservano sorprese: possono impazzire, tornare a casa con un braccio rotto, venir aggrediti per la strada da uomini incappucciati, possono essere perseguitati da una donna, che li attende sempre all’uscita, pronta da urlare contro di loro alla minima reazione, anche la più calma e affettuosa, la vecchia non può fingere che io non lo sappia, mentre lei aspetta di morire, e con pazienza vaga nei recessi della sua vecchiaia, cerca con una certa serena costanza il mio punto di squilibrio, vuole vedermi cadere fuori, strisciare sulla soglia, vuole le mie urla, i pianti, una barba lunga, un’ambulanza davanti a casa, una sbornia violenta, con aggressione, o infrazione grave del vivere civile, come il lancio di sassi contro le finestre del vicino. Io so bene quel che lei si aspetta da me. Non ha tutti i torti, d’altra parte, questa vecchia, vuole che io sia all’altezza della mia non più recentissima giovinezza, vorrebbe almeno vedermi in fuga, spaventato, confuso. Tutto ciò sta già accadendo, ma io cavalco gli spaventi con grande noncuranza, affinché lei, quando io esco sul marciapiede, non ne sorprenda nel mio sguardo alcuna traccia, e così pure la confusione, è qualcosa che mi sono abituato a sospendere, come una partita di gruppo che malgrado la frenesia s’interrompe al fischio dell’arbitro, almeno per qualche istante, così accade del mio stato mentale, quando devo espormi alla sua ispezione visiva, anche da lontano, per questo salgo in automobile, o mi dirigo lungo il marciapiede, con una straordinaria presenza di spirito, senza esitare, o sbandare, o poggiare la fronte contro i tronchi dei castagni che crescono lungo la carreggiata. E pure avendo una concreta, urgente, improcrastinabile necessità di correre, di far perdere le mie tracce, di sfuggire alle grinfie di persone per me grandemente pericolose, benché insomma sia nei miei interessi smetterla completamente di pensare ad altro che alla corsa, affinché mi rimanga una qualche flebile speranza di uscirne indenne, dal momento che tutto intorno a me sta precipitando, io nonostante ciò non corro, anzi indugio sull’uscio del giardino, come a cercare un possibile motivo per tornare indietro, mi sembra l’unico modo questo, pur avendo conseguenze catastrofiche sulla mia vita futura, per non soddisfare queste sue brame da vecchia, brame che sebbene siano naturali, in qualche modo automatiche, meccaniche, ferree come leggi di natura, nel contempo non vanno, per nessun motivo, assecondate. Questa è una delle mie quotidiane battaglie. Forse la meno politica, la meno gloriosa, ma certo la più difficile, e io giorno per giorno, a fronte alta, la porto avanti.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo testo è già apparso su NI nel 2010. Riappare oggi come parte di un lavoro di traduzione in francese realizzato con Laurent Grisel.]</em></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/11/12/la-vicina-2/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>23</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">46837</post-id>	</item>
		<item>
		<title>H mi telefona da Parigi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2013/06/21/la-telefonata/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2013/06/21/la-telefonata/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jun 2013 14:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Laurent Grisel]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=45877</guid>

					<description><![CDATA[[La traduzione in francese di questo testo, realizzata da Laurent Grisel, appare in contemporanea sul sito remue.net] di Andrea Inglese H mi telefona da Parigi, mi telefona sempre dalla stessa cabina, una cabina che si trova in una piazzetta di Montmartre, io comincio a conoscere questa piazzetta, ora quando mi chiama non m’immagino più solo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[La <a href="http://remue.net/spip.php?article6064">traduzione in francese</a> di questo testo, realizzata da <a href="http://www.imagine3tigres.net/">Laurent Grisel</a>, appare in contemporanea sul sito <a href="http://remue.net/">remue.net</a>]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>H mi telefona da Parigi, mi telefona sempre dalla stessa cabina, una cabina che si trova in una piazzetta di Montmartre, io comincio a conoscere questa piazzetta, ora quando mi chiama non m’immagino più solo la cabina, con il congegno telefonico e il supporto triangolare di metallo, e qualche adesivo incollato sul vetro, in parte grattato via, gli aloni misteriosi sulle pareti di vetro, le cartacce a terra, o dei piccoli rametti spezzati che un paio di scarpe hanno trascinato fin lì, ora mi immagino dell’altro, appena lei inizia a parlare esploro ciò che si trova intorno alla cabina,<span id="more-45877"></span> la piazzetta, sento che è animata, vi passa della gente, per lo più vecchiette, che battono il selciato col bastone come a risvegliare i morti, anche un bambino sul monopattino, che cerca un modo per farsi male, un gatto che salta attraverso la cancellata, inseguendo una chimera, e i platani, un paio di grandi platani, che ramificano ampi e solenni verso l’azzurro, ma soprattutto la chiesa, piccola probabilmente, poco frequentata, ma che scampana spesso, scampana puntuale, ogni volta che H chiama suonano le campane, è come se le campane fossero dentro la cabina e appena stacca la cornetta si mettessero a suonare, sembra Charles Trenet, come se mi telefonasse da uno scenario di Trenet, con lui silenzioso che ascolta accanto, magari fuori dalla cabina, appoggiato alla parete di vetro, e roteando i suoi occhi, i suoi bulbi gonfi e giganteschi, e dovendo stare dietro a tutto questo, faccio una certa fatica a seguire H, non bado neppure a quello che dico, anche perché la telefonata è breve, è per forza breve, non brevissima, devo fare in tempo a sentire le campane, a immaginare dove le vecchie finiranno per sedersi, dev’esserci per forza una panchina, e il rumore secco del bambino, quando finisce a terra, il tonfo del gatto, ora che piomba nel giardino, ben attutito dal tappeto d’erba, ma con uno sforzo mi concentro sulla voce di H, non c’è più nient’altro, solo H che parla, la posso vedere di spalle, con un abito scollato, e immagino bene la sua nuca, la schiena, la massa di capelli, le vedo ai piedi delle scarpe diverse, anche i vestiti che indossa, nel corso di una semplice telefonata, sono sempre più di uno, quello a fiori, che le mette bene in risalto i seni, quello bianco che la rende irresistibile e più alta, quello scherzoso, tutto aperto, dove posso introdurmi di colpo, contro la sua pelle, ma ora devo ascoltarla, devo prestare attenzione a quello che accade, è solo la voce adesso, esiste solo la voce, e oggi H si è messa a piangere, mentre finiva la telefonata ho sentito che piangeva, cercava non tanto di trattenere il pianto, ma di piangere poco e piano, ma si capisce lo stesso quando uno piange, anche se piange poco è sempre triste, se poi piange a migliaia di chilometri di distanza, e neppure le campane suonano, allora è una brutta giornata, è una telefonata triste, per via dell’insonnia, H non sa più come dormire, ha disimparato a dormire, e quindi vive troppo, cioè non ce la fa più, è distrutta, vive tutte le ore, tutte le ventiquattrore e dopo di nuovo, altre ventiquattrore, senza pausa, intervallo, ricreazione, e quindi fa i pensieri neri, mentre non dorme, occupa tutto il tempo della notte con i pensieri neri, e tutto va male, non c’è nulla che si salva in quei pensieri, non salvano nulla quei pensieri della sua vita, sembra una cosa da buttare, uno scarto, quasi un piccolo veleno, la sua vita, sia che guardi indietro sia che guardi avanti, e nel mezzo, tra l’uno e l’altro, c’è l’agitazione nera dei pensieri, e la mattina poi è difficilissimo fare tutto, perché il vecchio giorno si cumula con il nuovo, pesa sul nuovo, tutti i giorni precedenti, quelli in cui non ha dormito, si trascinano nel nuovo giorno, e per uno che ha disimparato a dormire, il sonno non sa più cos’è, come si fa, come prenderlo, da che parte entrare nel sonno, non sa più dove sgorgava il sonno, lo cerca, ma non si capisce bene, il sonno non è un organo, che uno potrebbe toccarsi, massaggiare, accudire, e neppure un oggetto personale, che prima o poi salta fuori, anche se sembra che si sia perso, in realtà è da qualche parte, di sicuro, ma il sonno da dove viene, e soprattutto come ci si entra, in che posizione, perché il sonno è di sicuro ciò in cui devi glissarti, nel punto e al momento giusto, e H finisce che non dorme, cerca di imparare di nuovo a dormire, fa anche finta, simula il sonno, si mette giù, la testa sul cuscino, il lenzuolo sul viso, e chiude gli occhi, li tiene chiusi, come se dormisse, ma invece del sonno, che poi magari porta i sogni, ci sono i pensieri neri, passano di continuo i pensieri neri e riempiono tutta la notte, tutte le ore della notte, e dicono che la sua vita è niente, è fatta male, è da buttare via, che anche se morisse non conterebbe nulla, e ad un certo punto H ha preso lo stilnox, lo stilnox è una cosa che ti porta il sonno, ti porta il sonno a casa, è una cosa che compri, lo metti in bocca, lo fai scivolare dentro il tuo corpo, e lui ti porta il sonno dove sei tu, se sei a letto ti porta il sonno a letto, te lo caccia dentro a forza, è abbastanza risoluto lo stilnox, te lo preme dentro, sembra quasi che ti cada addosso il sonno, come un peso, come qualcosa che ti tramortisce, sembra un colpo in testa, come quelli nei film, per far svenire la sentinella, è un colpo secco sulla testa, e poi uno scivola a terra svenuto, e dorme, ma non fa niente, non lascia lividi, non c’è rischio di spaccarsi la testa, è lo stilnox, ma se ti mette nel sonno, se ti tira dentro nel sonno, è un sonno diverso dal tuo, non è come il sonno che avevi, il sonno dentro cui sprofondavi, è un sonno parallelo, eccentrico, quando ti svegli, e poi ti alzi, ti sembra in realtà di non aver dormito, il corpo ha dormito, tu sei meno stanco, hai più forza, come se avessi dormito, in effetti hai dormito, ma la sensazione è diversa, non hai conosciuto il tuo sonno, lo stilnox tramortisce, ti fa dormire, ma non ti fa conoscere il sonno, è un segreto, sarà per una questione di proprietà intellettuale, è un sonno segreto, il farmaco stilnox ti porta un sonno segreto, non può fartelo conoscere, ti prende alla sprovvista, di spalle, e poi se ne va via, ma poi H volendo conoscere il sonno, volendoci entrare alla luce del giorno, senza segreti, ha razionato progressivamente lo stilnox, e adesso non lo prende più, perché aveva riappreso a dormire, ma non ieri notte, e neppure l’altro ieri notte, è spaventata, perché per due notti ha dimenticato come si fa, le è andato via di mente, l’aveva sottomano il sonno, e poi nulla, sparito, e al suo posto i pensieri neri, per questo ora piange piano, io vorrei toccarle le labbra, lo so che non è immediato, uno tocca le labbra, e poi deve andare avanti, seguire quell’orientamento, fino a quando sei sul corpo dell’altro, tutto il tuo corpo è contro quello dell’altro, e a mano a mano la pelle tutta è contro tutta la pelle dell’altro, quando c’è solo la pelle, la guarigione è quasi totale, è sicura, pelle contro pelle, è il rimedio vecchio, il solito, ma non funziona mica così, è un rimedio vecchio ma difficile, tra di noi funziona, è perfetto, si può dire senza esagerare che è un rimedio perfetto, ma al telefono non si può fare, non nella cabina, con la chiesetta che chiude la piazza, e le vecchie che saettano i bastoni, e i gatti che fanno balzi di molti metri, e bambini riversi a terra in pozze di sangue.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2013/06/21/la-telefonata/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">45877</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Voci</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/02/voci-3/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/02/voci-3/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jun 2011 05:04:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[voci]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39169</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Al piano di sopra, sono sicuro, ci sono degli africani. Non so di che paese dell’Africa sono, non so neppure se siano “africani”, in quanto sono magari cittadini francesi, ma è sicuro che sono dei francesi africani, e dei francesi africani neri, sono senz’altro degli africani neri, quelli al piano di sopra, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/voci.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-39170" title="voci" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/voci-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/voci-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/voci-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/06/voci.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di<strong> Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p>Al piano di sopra, sono sicuro, ci sono degli africani.</p>
<p>Non so di che paese dell’Africa sono, non so neppure se siano “africani”, in quanto sono magari cittadini francesi, ma è sicuro che sono dei francesi africani, e dei francesi africani neri, sono senz’altro degli africani neri, quelli al piano di sopra, lo so pur non vedendoli, pur non avendo nessuna certezza visiva del colore della loro pelle, perché se avessero la pelle molto scura, la pelle nera, non sarebbero di certo africani del Maghreb, come degli egiziani o degli algerini, la cui pelle più scura di quella di un francese rimane comunque più chiara di quella di un africano del Senegal o del Camerun, anche se poi molti europei sono neri, e tra questi moltissimi europei sono una <em>fotocopia</em> degli africani neri, perché in definitiva sono figli degli africani neri, pur essendo dei francesi, a tal punto che confondono le idee intorno alla certezza della pelle europea,<span id="more-39169"></span> non si sa più di che colore sia la pelle europea, e in particolare il colore della pelle francese, che dovrebbe essere bianca, salvo tutte le volte che, sul suolo francese, s’incrocia un tipo dall’aria africana, con i capelli crespi e tutto, che potrebbe essere un gabonese a passeggio per l’Europa, ed invece è un cittadino francese, questo tipo di situazione rende quasi irriconoscibile l’immagine di un francese, e di un europeo, perché sia l’uno che l’altro, se non sono neri di pelle come certi africani, possono essere neri di pelle come certi indiani, o avere addirittura neri i capelli, fini fini, e gli occhi a mandarla, proprio come i cinesi, gli europei hanno un’immagine poco chiara della loro pelle, è una pelle bianca a macchia di leopardo, un pelle zebrata, indecisa, ma quello che rimane invece certo, è che al piano di sopra, i vicini che parlano, quale che sia la relazione tra la loro pelle e la loro nazionalità, una relazione di certo imprevedibile, ebbene questi vicini parlano molto, e parlano africano.</p>
<p>Non so di che cosa parlino questi vicini, nella loro lingua africana, anche se è un evidente azzardo che io pretenda di definire “africana” la loro lingua, io che non conosco una parola della lingua africana, in quanto per altro questa lingua non esiste, nessuno ha mai scritto in lingua <em>africana</em>, e nemmeno parlato in <em>africano</em>, tutti quanti gli africani parlano una loro lingua, una lingua ben più precisa e reale, e geograficamente radicata, di una inesistente lingua “africana”, ma io che ho sentito più volte senegalesi parlare nella loro lingua senegalese, congolesi nella loro lingua congolese, ivoriani nella loro lingua ivoriana, so distinguere una lingua asiatica, ad esempio indiana, o giapponese, da una lingua del continente africano, ma è evidente che io commetto un errore puerile, un gigantesco errore di valutazione, quanto alla possibilità che il tipo di pelle nera, che io considero un senegalese, parli una qualche lingua che si dovrebbe considerare la lingua “senegalese”, come se io abbia partecipato, a scuola, magari fin dalle elementari, a delle lezioni di senegalese, in modo tale da essere capace, anche vagamente, di distinguere il senegalese dal tedesco o dall’inglese, ma ciò è falso, io rispetto alle lingue dell’Africa sono del tutto sprovvisto di parametri e nozioni, anche elementari, per dire qualsiasi cosa: posso solo dire di una persona che parla al piano di sopra, che sicuramente parla in una lingua che non è il francese, né un’altra lingua europea di quelle che io conosco (praticamente nessuna), e invece la sua cadenza, e i suoi toni, e il volume della voce, e il modo in cui sposta i mobili mentre parla, e il modo in cui qualcuno gli risponde, perché una voce è senza dubbio maschile, mentre l’altra con molta probabilità è femminile, tutti questi indizi, che più che indizi sono rumori, rumori indiziari che piovono dall’altro, mi dicono che il vicino di sopra parla in modo tale da assomigliare a molti abitanti di questo quartiere, quando si trovano seduti tra di loro a discutere, e sono riconoscibili sia per la pelle nera, ma soprattutto perché non parlano francese, anche se rimane enigmatico, impossibile anzi, stabilire chi sia francese e chi no, di tutti questi tipi dall’aria africana.</p>
<p>L’unico modo di sincerarmi in quale lingua delle molte lingue africane, esclusa quella araba, parli il mio vicino, è quello di salire sopra, in pieno pomeriggio di domenica, e bussare alla sua porta, per chiedergli imperativamente delle spiegazioni, dico imperativamente, ma in modo del tutto diplomatico, in realtà, e anche con grande dolcezza, con modestia senza dubbio, perché irrompere in casa d’altri, con certe pretese linguistiche, a metà pomeriggio di domenica, mentre lui e la sua famiglia, o lui e un’amica, o lui e qualcun altro di non facilmente identificabile discutono, non è la soluzione più facile, e comporta dei rischi di malinteso, di diffidenza etnica o culturale, perché io dovrei chiedere anche del tono della voce, che è alto, e dei lunghi silenzi tra un’emissione vocale e l’altra, perché non solo il mio vicino parla a lungo, ma parla come se fosse seduto in una stanza assai lontana da dove si trova il suo interlocutore, ed è quindi costretto non dico ad urlare, ma a tenere un tono sostenuto, virile, capace di risuonare attraverso dei locali adiacenti, io ho inoltre la certezza che colui che parla è seduto, e in una poltrona, fisicamente a suo agio, anche perché la voce scaturisce da lui con cadenza regolare, senza affanno, o tensione nervosa, o comunque urgenza, come accade invece a chi parla in piedi, costantemente minacciato da cose che potrebbe mettersi a fare, come spostarsi sulle gambe, afferrare delle suppellettili, girare intorno a un tavolo, solo chi è seduto, ben sprofondato in una poltrona, può parlare a lungo, e a voce molto alta, per farsi sentire in stanze lontane dell’appartamento. Questo francese, ma dall’aria probabilmente africana, che parla, lo fa in continuazione, sembra non potersi più interrompere, eppure non ha fretta, le sue frasi escono lente ma di continuo, le pause, rare, sono intervalli di silenzio spaventosi, durano minuti, e sembrerebbe che questo africano, posto che non sia un francese dalla pelle nera, abbia intenzione di parlare da solo per tutto il pomeriggio, e che di tanto in tanto, però, sia costretto a interrompere il suo monologo, forse per ricordare che cosa gli resta da dire, o forse per fissare bene in mente ciò che ha appena detto, in ogni caso esita, e per minuti interi, prima di riprendere il discorso o di avviarne uno nuovo, ammesso che si possa parlare di discorso, e non ad esempio di una lunga preghiera, interrotta da delle pause di raccoglimento, o invece soltanto di un racconto, un racconto che lui stesso, questo vicino del piano di sopra, vuole assolutamente indirizzarsi ad alta voce, sperando che nel passaggio dal monologo narrativo silenzioso a quello sonoro, qualche cosa nella trama della storia che viene raccontata, o magari nella natura dei personaggi principali, possa mutare, ma non completamente, dal racconto silenzioso a quello sonoro è solo il senso complessivo degli avvenimenti che muterebbe, e quindi tutto in effetti, radicalmente tutto, anche lasciando i personaggi intatti, e gli eventi nello stesso ordine causale e cronologico, eppure è proprio per mutare il senso della sua storia, per cambiare il proprio destino, che il mio vicino di pelle nera è costretto a raccontarsi una lunga storia ad alta voce, per tutto il pomeriggio di domenica, ma ciò non avviene in quella solitudine che ci si potrebbe aspettare da un tipo così, e soprattutto dalla situazione in cui versa un tipo così, infatti d’un tratto molti mobili vengono spostati o colpiti, o vengono urtati tra loro, e una voce probabilmente femminile irrompe, una voce che in fondo è sempre stata presente, ma per lo più con grande discrezione, come se la donna a cui la voce appartiene fosse molto paziente, e non avesse alcuna urgenza di interloquire con il parlatore lontano e ostinato, o forse questa donna, che di tanto in tanto, alla fine, comunque interviene, con brevi scambi verbali, forse questa donna è talmente non curante o stanca o addirittura sprofondata in uno stupore narcotico, che le sue reazioni sono del tutto arbitrarie, senza legame alcuno con quanto viene detto e ribadito e ripetuto, perché nessuno può escludere che il vicino che parla, non stia in realtà ripetendo un demenziale ritornello, ma mutando costantemente il ritmo dei propri interventi.</p>
<p>[da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2011/06/02/voci-3/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>15</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">39169</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La vicina</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/01/la-vicina/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/01/la-vicina/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Dec 2010 06:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[prosa contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37355</guid>

					<description><![CDATA[di Andrea Inglese Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Questa vicina è una vecchia, ha tutto quel che, sul viso, nei modi, nell’indolenza maligna, malfidente, nell’insistenza dello sguardo, lanciato da dietro le sbarre del suo cancello, la rende vecchia, il mutismo, l’asciuttezza del corpo, quasi fosse bidimensionale, una sagoma di cartone, i capelli corti e slavati, non grigi ma bianchi, non le occhiaie ma le borse, ossia dei rigonfiamenti lividi sotto gli occhi, la vecchia di cui non so nulla, tranne che è vecchia, e che si comporta in modo totalmente adeguato alla vecchiaia, senza illusioni, compiacenze, slanci, ma secchezza e sorveglianza, perché quasi sempre, se è visibile, compare nella medesima posa, appoggiata come un’ergastolana alle sbarre del suo cancello, con i gomiti che sporgono, lo sguardo fisso su di me, sul lato opposto della strada, che esco, che tento di estrarmi dalla porticina del giardino, che raschia per terra, traballa, chiude male, cosicché io, uscendo, sono quasi certo di trovarla al suo posto, la sentinella, con tutta la sua vecchiaia ostile, e nel migliore dei casi solo ostinata e muta, che mi fissa, e allora io ricambio lo sguardo, mi rendo indagatore, poliziesco, ottuso, a volte mi sorge l’idea astrusa di attraversare la strada, e di domandarle i documenti, sostenendo che si tratta di un normale controllo di polizia, dal momento che io stesso, nonostante lei non l’abbia mai sospettato, date le mie abitudini di vita apparentemente disordinate, sono un poliziotto, e per questo stesso motivo mi sento legittimato, e persino obbligato a interrogarla, a chiederle da quanti anni è diventata vecchia, e per quanti anni ancora pensa di perseverare in questa sua commedia acida della vecchiaia, non sarebbe forse ora di smetterla, essere vecchi va bene, ma uno può anche riparare in casa, nel proprio soggiorno, tirare le tende e appisolarsi sulla poltrona più comoda… <span id="more-37355"></span></p>
<p>Ma poi rinuncio al mio piano, mi dirigo alla macchina, e qui compio alcuni gesti automatici, all’incirca sempre gli stessi, mi tolgo il borsello che ho a tracolla, cercando di non rimanere impigliato nel cordoncino, o di non agganciare con quest’ultimo il freno a mano, cerco la cintura di sicurezza, infilo la chiave di avviamento nel comparto apposito, sblocco lo sterzo, e guardando nello specchietto retrovisore a lato non posso ignorare che la vecchia è sempre al suo posto, quindi mi sporgo verso di lei, osservandola dal finestrino che si trova dal lato opposto al conducente, ma la vecchia ha cessato di fissarmi, sovrana, altezzosa, si è messa di colpo a scrutare altrove, come se il mio caso non l’avesse mai interessata, ma sappiamo entrambi che non è vero, che tutto ciò fa parte di un diversivo, io so bene che le interesso, sono ancora troppo giovane per non interessarla, lei sa bene che i giovani, a maggior ragione quando non sono più giovanissimi, ma ormai quarantenni, riservano sorprese: possono impazzire, tornare a casa con un braccio rotto, venir aggrediti per la strada da uomini incappucciati, possono essere perseguitati da una donna, che li attende sempre all’uscita, pronta da urlare contro di loro alla minima reazione, anche la più calma e affettuosa, la vecchia non può fingere che io non lo sappia, mentre lei aspetta di morire, e con pazienza vaga nei recessi della sua vecchiaia, cerca con una certa serena costanza il mio punto di squilibrio, vuole vedermi cadere fuori, strisciare sulla soglia, vuole delle mie urla, del pianto, una barba lunga, un’ambulanza davanti a casa, una sbornia violenta, con aggressione, o infrazione grave del vivere civile, come il lancio di sassi contro le finestre del vicino. Io so bene quel che lei si aspetta da me. Non ha tutti i torti, d’altra parte, questa vecchia, vuole che io sia all’altezza della mia non più recentissima giovinezza, vorrebbe almeno vedermi in fuga, spaventato, confuso. Tutto ciò sta già accadendo, ma io cavalco gli spaventi con grande noncuranza, affinché lei, quando io esco sul marciapiede, non ne sorprenda nel mio sguardo alcuna traccia, e così pure la confusione, è qualcosa che mi sono abituato a sospendere, come una partita di gruppo che malgrado la frenesia s’interrompe al fischio dell’arbitro, almeno per qualche istante, così accade del mio stato mentale, quando devo espormi alla sua ispezione visiva, anche da lontano, per questo salgo in automobile, o mi dirigo lungo il marciapiede, con una straordinaria presenza di spirito, senza esitare, o sbandare, o poggiare la fronte contro i tronchi dei castagni che crescono lungo la carreggiata. E pure avendo una concreta, urgente, improcrastinabile necessità di correre, di far perdere le mie tracce, di sfuggire alle grinfie di persone per me grandemente pericolose, benché insomma sia nei miei interessi smetterla completamente di pensare ad altro che alla corsa, affinché mi rimanga una qualche flebile speranza di uscirne indenne, dal momento che tutto intorno a me sta precipitando, io nonostante ciò non corro, anzi indugio sull’uscio del giardino, come a cercare un possibile motivo per tornare indietro, mi sembra l’unico modo questo, pur avendo conseguenze catastrofiche sulla mia vita futura, per non soddisfare queste sue brame da vecchia, brame che sebbene siano naturali, in qualche modo automatiche, meccaniche, ferree come leggi di natura, nel contempo non vanno, per nessun motivo, assecondate. Questa è una delle mie quotidiane battaglie. Forse la meno politica, la meno gloriosa, ma certo la più difficile, e io giorno per giorno, a fronte alta, la porto avanti.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/12/01/la-vicina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>26</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">37355</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La liberazione di Andromeda</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:28:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Andromeda]]></category>
		<category><![CDATA[DNA projectbox]]></category>
		<category><![CDATA[ekphrasis]]></category>
		<category><![CDATA[materiali per un libro su Parigi]]></category>
		<category><![CDATA[mostro]]></category>
		<category><![CDATA[Perseo]]></category>
		<category><![CDATA[Piero di Cosimo]]></category>
		<category><![CDATA[prosa comtemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=36500</guid>

					<description><![CDATA[ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, La vita dei dettagli di Andrea Inglese Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, <em>La vita dei dettagli</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese </strong></p>
<p>Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, indecise, quando insomma il nostro amore così evidente e saldo diventò un brano improvvisato giorno per giorno, così che nulla era veramente prevedibile, e doveva per ciò essere narrato, spiegato, immaginato ogni minuto di nuovo, perché manifestasse almeno, sotto risoluta ispezione, un qualche senso, proprio in quel momento, in quello straziante intervallo, <em>La liberazione di Andromeda</em> di Piero di Cosimo, la cui riproduzione era rimasta incollata per tre anni almeno nella stanzetta riservata al water – le cosiddette <em>toilettes</em> francesi – sulla parete di fronte alla porta, ebbene quel quadro, che io avevo assorbito nel corso del tempo, come si assorbe un paesaggio dal ritaglio di una finestra, mi offriva una chiave globale e precisa per uscire dalla tenebra, e con chiaroveggenza trovare una diversa e più adeguata trama per mettere in ordine la mia triste storia, la mia storia dolente, finita in pezzi.</p>
<p>Il quadro si presenta stranamente affollato, le figure sembrano molte, addirittura troppe, tanto che si fa presto a dimenticarle, tutte quante è impossibile tenerle a mente, e pur enumerandole, con l’implacabile cadenza matematica, che isola e definisce, anche in tal caso qualcuna sfugge al conto, si sottrae alla somma finale: quante persone ci sono, in definitiva, raccolte sulla spiaggia, e sparse nell’intero paesaggio? Gli agglomerati di persone in primo piano, veri e propri capannelli, non permettono un conteggio sereno, spuntano sulla sinistra dei copricapo, bisogna spiare gambe, piedi e calzari, e sulla destra l’intrusione discreta, parziale, di un viso. <span id="more-36500"></span></p>
<p>Se escludiamo la coppia di protagonisti, gli spettatori del dramma – che in realtà voltano ad esso le spalle – potrebbero essere ventidue, ma allargando la visuale a colline, promontori, villaggi ancora ben distinguibili, possiamo aggiungere ventidue ulteriori figure (umane, antropomorfe), ma senza dubbio ne tralascio alcune, le più remote, nascoste nelle pieghe della rocca di sinistra, intorno o appena sotto le due grandi fattorie, mentre è difficile discernere i viventi dalle statue, nel gruppo di figure che popolano, sulla destra, il villaggio e i suoi dintorni, soprattutto se, come accade a me, si osserva il dipinto in un’unica riproduzione, grande quanto una mezza pagina A 4. Non vorrei occuparmi troppo di questa folla, che si comporta in modo imprevedibile e disomogeneo, che non sembra appartenere ad un’unica famiglia, e che comunque, più che come clan o comunità, agisce come moltitudine, animata da divergenti passioni e interessi: alcuni, stremati dal dolore, non riescono a mantenersi eretti, piegano le ginocchia, si torcono a terra, e neppure offrono il volto allo spettatore tanto dev’essere sfigurato e avvilito; altri invece, con schietta impudicizia, ballano e suonano, come ignorando qualsiasi calamità, o proprio per sormontare la minaccia e il ricatto dei lutti a venire, lanciando un esuberante motivo di gioia attraverso le note di bizzarri strumenti a corda e a fiato, che qualche musicologo è in grado di riconoscere come emblemi pittorici di arnesi realmente esistiti, e non capricci di un individuo svagato e talentuoso nel tratto e nel colore. Basterebbe in realtà dedicarsi a queste figure, riunite in bande opposte sulla spiaggia, i sofferenti e i gaudenti, gli stremati e i festeggianti, i malcapitati e gli allegri errabondi, basterebbe lasciarsi trascinare da questa faida emotiva, che alterna come una nenia ipnotica tristizia e gioia, lacrime e risa, spasmi nervosi e passi di danza, basterebbe questo ritmo umano, elementare, per calmare la mente che vuole invece intessere storie, biografie, episodi, ruoli. Ma alle spalle del variopinto gruppo dei ventidue, tre decisive figure campeggiano, anzi quattro, dal momento che una di esse appare duplicata: si tratta di una donna seminuda, di un mostro ingombrante e di un guerriero agile e intraprendente. La donna, come in molti sogni erotici, è legata per le braccia, e offre il suo corpo nudo dai fianchi al petto: una veste bianca, o un prosaico lenzuolo, la avvolge accuratamente, coprendole avambracci e gambe. Il suo sesso appare e scompare, è un suggerimento: la stoffa che le cinge i fianchi si piega verso il basso, all’altezza del pube, in modo tale che il pensiero, vorace, vi insista cieco. Ma è la posa, di completo abbandono, con la testa reclinata sulla spalla destra, gli occhi semichiusi (chi può dirlo?), i seni spinti in fuori, il busto lievemente piegato verso terra, è questa condizione di schiava sessuale, ormai arresa alla giostra di sevizie che l’aguzzino le prepara, è questa spossatezza, che la rende in qualche modo intollerabile allo sguardo, non davvero mai a lungo contemplata dallo spettatore, che preferisce spostare l’attenzione al mostro, il quale campeggia terribile e sconfitto, rovesciato di tre quarti, al centro del quadro. E su di esso, quasi in punta di piedi, con discrezione, l’esecutore al lavoro, il giovane killer armato di sciabola: Perseo.</p>
<p>Di tutte le figure, pur essendo la meno accomodante, quella del mostro è di certo la più fedele: essa si fa guardare in continuazione, raccoglie su di sé l’ostinata curiosità dei vivi, l’indiscrezione degli spettatori, la malagrazia di coloro che altrove, oltre loro stessi, cercano un approdo: un disgraziato episodio da rimirare, appena compassionevoli, con la risaputa sete di rivalsa. Il mostro è lì, perfettamente calato nel suo ruolo di obbrobrio, stolido e pericoloso, eppure in qualche modo dimesso: volge al suo carnefice la giugulare, sprofonda su un fianco, si candida ad essere sempre, consensualmente, ammazzato. Il mostro ha delle strane e fulve barbe, che tutte vibrano sulla parte posteriore del profilo, mentre dalle narici schizza filamenti d’acqua e guarda, con presumibile tristezza, Andromeda: sa che non la vedrà più, che mai l’ha posseduta, che non ha avuto tempo, a causa dei suoi fitti impegni di rapitore, di concedersi un attimo di pace con lei. Perseo è discreto e grazioso: uccide con una disarmante eleganza, tutto piegando il braccio verso di sé, come un tennista che prepara un rovescio, così che la sciabola rimanga per un attimo sospesa dietro la sua nuca, prima di calare, secca, sulla gola del drago acquatico.</p>
<p>In questa vicenda per nulla lineare o moraleggiante, ma che di continuo insinua il dubbio, quasi che tutto si fosse svolto troppo facilmente, senza fatica né vero attrito, salvo poi riservare imprevedibili e funeste sorprese, in tutta questa irrisolta tensione, che cresce alla proprio fine invece di scemare per sfogo catartico, le onde, loro, compiono un miracoloso aggiustamento: sanano ogni sospeso, debito, ritardo, danno involontario. Quel ricamo di onde, onirico ed ironico, svagato e scientifico, è un messaggio sempre attuale di possibile calma e padronanza di sé. Ogni onda, infatti, si collega ad una forza tremenda e devastante, che è stata però compiutamente, con classicità, domata, chiusa in una cilindrica espressione d’acque: i serpentoni intorcigliati, che finalmente docili, accasati, costruiscono il luogo proprio del mostro e dell’episodio che intorno a lui si articola e dirama, per rive e promontori, strazi e ludi, seni nudi e piedi alati. Le onde concentriche, solide e ben levigate, tutto infatti tengono assieme, e tendono, come corda d’arco, che spinge ai lati opposti i capannelli e le rive di destra e sinistra, incardinando al centro il mostro, in modo tale che funga, di notte e giorno, con vento e pioggia, da plancia, basamento, spianata d’atterraggio per l’eroe, il Perseo volante, un po’ Flash Gordon, un po’ Yves Klein, tuffandosi ad angelo dalla finestra.</p>
<p>Ma come tutta questa generosa coreografia sia profondamente impressa in alcuni destini, tra cui il mio, e quello del mio perduto amore, resta da dire, da dimostrare forse, ma così è: per suprema evidenza. Quella storia, così ben disegnata e dipinta, composta e colorata, parla di me, di come ho interpretato, per nove anni, il mio ruolo di amante, e parla di lei, di come lei pure ha interpretato il suo, e come entrambi ci siamo ritrovati, stretti nell’identica vicenda, con un mostro sotto mano, disperazioni e gioie, lacrime e balli, sempre in movimento, accuditi dall’enormità dell’impegno. Il mostro di Andromeda era lo schifo e il terrore per la vita, era la disperazione, che con puntualità sorgeva dalle acque, tutto scuotendo e ribaltando, gonfiando cavalloni e schiantandoli a riva. Di quella immedicabile disperazione, Andromeda era vittima, prigioniera, schiava: il suo corpo docile si offriva allo sguardo sul punto di essere divorata. Andromeda aveva il fascino lancinante della vulnerabilità estrema: legata, spogliata, immobile di fronte al peggiore dei pericoli: il disgusto di vivere. Perseo ero io, ossia l’eroe, convinto del mio mestiere, attrezzato a modo, solerte nei balzi, raramente giungevo in ritardo o saltavo un giro. Avevo dimestichezza con il mostro: sopra e sotto le acque, attraverso le sue orribile barbe, scivolando sulla sua turgida e viscida coda, io stesso avevo ampiamente vagato. Ero familiare con ogni fondale e sprofondo marino, con ogni pozzo e grotta, con ogni buco, squama, tentacolo, con la disperazione nera. Sapevo, con la grazia dell’eroe dal piede alato, avvicinarmi ad essa, laddove eroi più virulenti e solenni avrebbero esitato, atteso troppo, o gli sarebbero andati furiosamente addosso, finendone alla fine inghiottiti. Io andavo e venivo dal mostro, giocando sul tempo lungo, senza fretta di chiudere la partita, ma sicuro che prima o poi non sarebbe più riemerso. Perché lo scopo non era limitato ai ciclici corpo a corpo, ma prevedeva un ferimento a morte, la scomparsa finale dell’antagonista, e il trionfo dei suonatori a riva con le ramaglie sventolanti.</p>
<p>(È d’altra parte risaputo: se c’è un mostro, esso è quasi sempre nostro. È San Giorgio che secerne il drago, tutto San Giorgio è un’apparecchiatura complessa, ad energia animale, con la camera di compressione in metallo, dell’armatura, e il filiforme tubo di scarico, la lancia, da cui sibila, prendendo peso e forma, gonfiandosi d’acchito, lo scaglioso e lutulento drago. Disarmato e scavallato, San Giorgio è indiscernibile dal mostro, se lo porta nelle viscere, il mostro lo segue come ombra, sta incollato ai suoi gesti, ma montato finalmente il solenne apparecchio, con cavalcatura, sella, mantello, maglia metallica, armatura ed elmo, guaina, spada e lancia, finimenti e criniera, tutto l’insieme ben regolato, connesso, avvitato, il mostro è pronto per essere distillato da San Giorgio: di forza espulso, schizza fuori all’esterno, separato e solido, sufficientemente a distanza per essere preso di mira, combattuto e inforcato. L’estroversione del mostro implica nobiltà d’abiti, solenni strofinature di corazza, gonfaloni e cavalli selezionati. Un indigente, senza l’alambicco d’acciaio e il quadrupede, il mostro se lo porta addosso, glielo si legge in faccia: per questo, quando la folla lo piglia, senza troppi distinguo tra dentro e fuori, gli piazza la corda al collo, come a un sol l’uomo, all’indigente e al suo mostro, che nessuno li distingue né da vivi né da morti.)</p>
<p>Tutto quel lungo malinteso che era stata la storia d’amore, che come ogni amore sembrava edificare la sua durata sulla comprensione, non solo ovviamente verbale, e neppure su una semplice affinità di vedute o sintonia di affetti, ma su un bilanciato gioco di fantasmi e desideri, di sogni e aspettative, che trovavano quotidianamente superfici, appigli, sostegni per rilanciarsi, per alimentare la follia reciproca, perché null’altro è l’amore se non una sensuale, erotica, follia reciproca, capace di radicarsi come una pianta infestante in un terreno fertile, di simulare un paesaggio definitivo, quando invece ogni amore è stagionale, ossia un malinteso prolungato, quanto alle risorse oniriche rispetto alle prove del reale, dei venti e dei freddi estremi, delle siccità impreviste, così dopo tempi che possono essere più o meno lunghi ci si guarda da una diversa posizione, come se la felicità erotica, amorosa, non fosse stata che la capacità di mantenersi al proprio posto in un dipinto, immersi pacatamente nella sua coreografia, ognuno soddisfatto della propria posa, giorno dopo giorno, ricreando una circolarità di tensioni, di spinte e controspinte, perfettamente espresse e ciò nonostante contenute, assorbite. Ma quando insensibilmente ognuno scivola altrove, liberandosi dalla sua posa come fosse una astrusa costrizione, e non la curva naturale del corpo e della mente, allora l’equilibrio psicotico va in pezzi, ondate di realtà invadono la scena da ogni parte sotto forma di dettagli abnormi e inquietanti che nessun ordine di linee e fasce di colore può più addomesticare: così è stato, dopo lunghi anni, tra me e Andromeda, quando abbiamo iniziato a navigare nei pezzi, nei detriti, di un quadro che non si teneva, non ci teneva più, assieme.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg" alt="" title="piero di cosimo 11" width="600" height="352" class="aligncenter size-full wp-image-36506" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11.jpg 600w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/piero-di-cosimo-11-300x176.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>[Da <em>Materiali per un libro su Parigi</em>]</p>
<p>°</p>
<p><a href="http://www.dnaprojectbox.com/index.php?/testi/04-andrea-inglese/">Il testo</a> è tratto dal sito <a href="http://www.dnaprojectbox.com">DNA projectbox</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2010/09/01/la-liberazione-di-andromeda/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">36500</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-04-17 12:57:27 by W3 Total Cache
-->