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	<title>mauro baldrati &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il postino di Mozzi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 May 2019 05:00:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>brani di <strong>Guglielmo Fernando Castanar </strong>(in corsivo) e <strong>Arianna Destito<br />
</strong></p>
<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-79188" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png" alt="" width="200" height="243" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/05/Il-postino-di-Mozzi-160x194.png 160w" sizes="(max-width: 200px) 100vw, 200px" /></a></em></p>
<p><em>Cominciai questo lavoro di raccolta dopo il terzo o il quarto mese da impiegato delle Poste. Il materiale arrivava alle Centrali di Padova, prelevavo direttamente dagli scaffali di mia competenza, e i primi tempi facevo un setaccio veloce e mi mettevo sotto la giacca uno o due plichi destinati a lei e li andavo a nascondere nell’armadietto personale dove tengo l’impermeabile della divisa e lo zaino con la colazione. Poi temetti di dare nell’occhio o che, anche se dicevano di no, che ci fossero videocamere, il fatto è che si sentiva sempre di indagini tra i dipendenti, di crimini postali, e avevo paura. Così decisi di lavorare diversamente, individuavo e sistemavo i plichi da sottrarle nelle borse della bici, ma li mettevo in disparte in modo, in seguito, da trovarli subito, poi uscivo per la giornata di consegna. Non andavo subito nella mia zona di competenza, ma prendevo via Cavallotti, oppure una delle vie dell’area in espansione, verso Padova est, e là cercavo un cantiere, mi fermavo un istante, controllavo che non ci fossero testimoni, ometti col cagnolino o tossici (a un postino non si fa caso), e infilavo i due o tre plichi tra i pancali, sperando non piovesse. Poi mi dedicavo alla regolare consegna e magari, non di rado, giunto a casa sua, le mettevo nella buca una lettera dell’Accademia, una rivista, o le consegnavo la raccomandata di un istituto che le mandava il programma del nuovo corso di scrittura narrativa. Portandole una raccomandata provavo a sfruttare l’occasione, lei mi salutava, ma non parlavamo mai, solo un giorno che dopo averle strappato un giudizio sul tempo le chiesi come vanno i libri e lei (non mi permise mai di darle del tu) mi rispose: «mah, le dirò che mi dà più soddisfazione, almeno in questo momento, fare i libri degli altri che i miei».                                                                 </em><br />
<em>Non so se in quel periodo curasse già la collana di narrativa per Sironi, ma leggevo che molti editori si fidavano del suo giudizio, e gli autori, gli aspiranti, e pure gente affermata (anche se solitamente questi usavano altri canali) le mandavano cose da leggere, inedite o già pubblicate. </em><br />
<em>Poi, alla fine del giro ripassavo nell’area di espansione a prelevare il corpo. Bisogna dire che l’intenzione era sempre quella di sottrargliene addirittura tre o quattro per non essere costretto ogni giorno alla trafila del passaggio in cantiere. Purtroppo, a volte, accadevano degli imprevisti e, terminato il lavoro, tiravo dritto verso casa perché nel frattempo si era messo a piovere e allora il corpo si sarebbe rammollito, pagine incollate una all’altra, illeggibili ormai, oppure che ne so, passavo al cantiere, che a mio dire doveva essere deserto, e invece ci trovavo una coppietta e per non disturbare me ne andavo a casa senza corpi. Il vero guaio era quando riandando sul luogo a prelevare, sui corpi ci trovavo montagne di sabbia e cemento, betoniere e una squadra di manovali al lavoro.<br />
</em><em>Quanto a lei, lo sa, ho sempre fatto in modo che non si accorgesse mai di nulla. Ma a volte basta l’eccesso di zelo? Si parlava di una crescente sfiducia nelle poste, sebbene con me lei non si sia mai lamentato, quando sentiva i lamenti degli autori, strasicuri di aver mandato e rimandato. Ma permetta che glielo chieda: perché, Mozzi, lei che è scrittore e dotato di fantasia, del postino non sospettò mai?</em><br />
<em>Se di molti autori provvedevo a sottrarre anche le lettere accompagnatorie – soprattutto le seconde, quelle che seguivano l’invio, lettere di protesta, in primis, dapprima calme, poi, non di rado, piene di insulti, e alcune le strappavo dopo averle lette, e ad altre rispondevo con una lettera prestampata come quella usata dagli editori, oppure una lettera che andava dritta al merito: il romanzo in questione. «Gentile signore o signora, il suo romanzo è parecchio brutto. g», o la firma per intero, la sua, che tante volte le avevo visto fare sul bollettino delle raccomandate. Giulio Mozzi –, in somma, se le sottraevo tre o quattro corpi in una settimana, ma mai di più, con altrettante lettere, poi stavo un mese senza sottrarle altro. Certi periodi invernali non operavo proprio, specie da quando i corpi in casa cominciavano ad ingombrare la stanza, e leggerli tutti diventava impossibile. (Da un paio d’anni ho affittato il magazzino qui sotto casa: le cose della pesca, lo strano odore di alghe, due bici, due casse di vino che mi regalate voi clienti, e la quantità orrenda di corpi che stringe già anche le pareti del magazzino). Bene, ora che sono in pensione smaltirò i corpi accampati e man mano me ne libererò. </em><br />
<em>Tanta è letteratura scadente. Ma lo sa. All’inizio, agli autori poco bravi rispondevo che erano storie bellissime e li pregavo di mandare ad altra gente, amici suoi, scrittori, editori, e addetti ai lavori, suggerendo di farlo senz’altro a suo nome. </em></p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Ora voglio inserire un altro brandello di corpo. Sa, una voce femminile, dopo tante maschili, non guasta. Si ricorda di Arianna Destito? Forse sì, forse no… dipende da cosa è giunta tra le sue mani. Insomma, anzi, in somma, non ricordo perfettamente cosa ho sottratto o meno. Ma questo che segue, sicuramente, non l’ha mai letto.</em></p>
<p>Corpo 10</p>
<p>Arianna Destito</p>
<p>Il Maresciallo in pensione Adalgiso Maffeo trascorreva le giornate nel suo vecchio quartiere di Nervi a Genova. Un quartiere per modo di dire, nessuno lo chiamava così. Nervi era un paese, anzi, Nervi era semplicemente Nervi. Un posto che brillava di luce propria. Dove le palme svettavano, il sole era prepotente e l’aria frizzante del mare solleticava le narici come un bicchiere di champagne. Fu proprio lì che per molto tempo il Maresciallo Adalgiso Maffeo aveva vissuto e lavorato. Ora non gli restava che prendere il gelato da Giumin e passare di tanto in tanto dal vecchio commissariato a salutare i nuovi agenti. L’irreprensibile maresciallo era ben voluto da tutti. Per molto tempo si era distinto per il suo fiuto investigativo e qualche volta era anche finito sui quotidiani locali. Aveva partecipato alla cattura del famoso ladro della Costa Azzurra. Quello che ispirò il film Caccia al ladro con Cary Grant, per intenderci. Si diceva persino che in tempo di guerra avesse nascosto una famiglia ebrea nel suo ufficio sotto il naso degli ufficiali nazisti. A molti dava fastidio il suo modo di condurre gli interrogatori, con il piglio e la gentilezza delle buone maniere, in pratica faceva cantare i delinquenti, offrendogli il caffè e un sostanzioso pasto. Il risultato era quasi sempre garantito. Al Maresciallo Maffeo non la si faceva.<br />
Una mattina aveva deciso di portare ai Parchi di Nervi la nipotina Irene, di sette anni. Una bambina strana, pensava. Non ride mai. E guarda con certi occhi glaciali. Quando lo fissava lui si sentiva a disagio. Il Maresciallo osservava Irene giocare, sembrava che la bambina vivesse in un mondo tutto suo. Spesso evitava gli altri bambini, sembrava annoiarsi con loro. In compenso giocava con la terra, le foglie, i rametti, in un angolo che sembrava una casetta ricavata tra alberi e ponticelli di legno. Era davvero strana. Sia chiaro, il Maresciallo adorava Irene, ma qualcosa gli sfuggiva. L’istinto del poliziotto non lo abbandonava neppure in pensione. Soprattutto vedeva pericoli ovunque. E cercava di mettere in guardia la piccola nipote.<br />
“Irene, li vedi quei ragazzi lì? Sono dei drogati”, le sussurrò un giorno all’orecchio, indicando un gruppo di giovani euforici ai bordi del prato.<br />
“Ballano, nonno”.<br />
“E certo, sono sotto l’effetto della droga”. Non aggiunse altro. Fino a che, tra un pensiero e l’altro, quel giorno successe l’imprevedibile. Lui uscì dal vespasiano accanto al cancello dei Parchi e sua nipote non c’era più. In un attimo gli successe quello che non avrebbe mai immaginato. &#8230;</p>
<p>&#8230;</p>
<p><em>Giulio, sa che quando ho aperto il bustone e  ho letto la storia di Rocco mi sono pentito d’averglielo sottratto, non perché mi fosse sembrato così bello (è bello, ma lo è quanto altri scritti per cui non mi sono sentito in colpa) ma perché è necessario, lo è sì, far conoscere un partigiano del Sud che ha fatto la Russia, che ha fatto l’amore per togliersi il freddo, e sottrarre le parole al suo destino… Ma ci pensa, uno come me che non scambia una parola durante il giorno e la sera legge di un umano che ha fatto l’amore per togliersi il freddo per salvarsi… Come potrò io sciogliere il ghiaccio di questa esistenza?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questi brani sono tratti dall&#8217;anomalissimo &#8220;Il postino di Mozzi&#8221;, uscito da poco con Arkadia Editore (Cagliari). Guglielmo Fernando Castanar, l&#8217;autore della lettera a Giulio Mozzi riportata nel libro, è un postino in pensione, che intramezza alla sua lunga missiva un festival di frammenti, un mostruario sottratto in venticinque anni di lavoro: tutte lettere allo stesso Mozzi che lui non ha mai consegnato, e che si è tenuto. Le parti in corsivo sono tratte dal suo testo, mentre i frammenti delle missive non consegnate sono di Arianna Destito (quello riportato), Adrian N. Bravi, Alessandro Gianetti, Alessandro Zaccuri, Beppe Sebaste, Carlo Grande, Claudio Morandini, Amilia Marasco, Fernando Guglielmo Castanar, Francesco Forlani, Franco Arminio, Franz Krauspenhaar, Giacomo Sartori, Giorgio Vasta, Giovanni Agnoloni, Marco Candida, Marco Drago, Mario Bianchi, Marino Maglian, Matteo Galiazzo, Mauro Baldrati, Nunzio Festa, Paolo Morelli, Riccardo De Gennaro, Riccardo Ferrazzi, Sergio Garufi, Stefano Zangrando, Valentina Di Cesare e Walter Binaghi.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Quel diablo di Baldrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Oct 2018 05:00:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati L’inglese camminava veloce, col suo passo regolare. Marcia sostenuta, livello 3, uno-due, uno-due, braccia sincronizzate con gambe e respiro. Mani semichiuse. Zaino bilanciato. Percorreva il vialetto che costeggia il canale tagliando un parco lungo e stretto, immerso nel bosco delimitato da case e da una strada molto trafficata. Quell’itinerario, che partiva dal [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-76019" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-196x300.jpg" alt="" width="196" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-250x382.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-200x306.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover-160x245.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Cover.jpg 463w" sizes="(max-width: 196px) 100vw, 196px" /></a>L’inglese camminava veloce, col suo passo regolare.<br />
Marcia sostenuta, livello 3, uno-due, uno-due, braccia sincronizzate con gambe e respiro. Mani semichiuse. Zaino bilanciato.<br />
Percorreva il vialetto che costeggia il canale tagliando un parco lungo e stretto, immerso nel bosco delimitato da case e da una strada molto trafficata. Quell’itinerario, che partiva dal campo abusivo nella periferia nord di Bologna e arrivava fino alla cittadina di Casalecchio di Reno, era lungo una dozzina di chilometri. L’inglese col suo allenamento lo percorreva in circa 90 minuti. Aveva alle spalle migliaia di chilometri di marcia, su strade di città, lungo fiumi fangosi, su terreni incolti, sulle sabbie roventi di deserti sferzati da venti crudeli.<span id="more-75944"></span><br />
Si massaggiò l’orbita vuota, sotto la benda di cuoio nero. Alle prime avvisaglie di primavera gli prudeva sempre. Chissà perché. E con la protesi di vetro era anche peggio. In inverno diventava come un cubetto di ghiaccio piantato in faccia, per cui preferiva tenersi il buco coperto dalla benda da guercio. Anche la placca di metallo che avevo al posto dello zigomo sinistro sotto la profonda cicatrice che partiva dalla radice del naso e arrivava fino all’orecchio strappato sentiva la primavera: prurito, ma anche indolenzimento, o dolore, come se una tenaglia cercasse di strappargli un pezzo di faccia.<br />
Si grattò la cicatrice e si massaggiò lo zigomo. Come li chiamavano quelli come lui gli scrittori di fantascienza? Cyborg. Esseri umani con innesti di organi artificiali.<br />
Esseri umani potenziati.</p>
<p style="text-align: center;">Lui era un piccolo cyborg<br />
con uno zigomo di acciaio inossidabile.<br />
Ma un cyborg guercio.<br />
Potenziato da un lato<br />
indebolito dall’altro.</p>
<p>Decise di fare una piccola sosta.<br />
Non si sentiva stanco in verità.<br />
Il passo regolare e monotono lo rilassava, anziché stancarlo.<br />
Si sedette su una panchina al sole. Si sfilò lo zaino di tela mimetica e prese la borraccia di alluminio. Bevve una lunga sorsata. L’acqua fresca, quasi gelida, aveva il sapore ferroso della fontana del campo, quel vecchio rubinetto incrostato di calcare e di ruggine. Non della borraccia, perché già a quei tempi le rivestivano di vetro per proteggere il liquido dall’ossido del metallo. Curavano molto le dotazioni, questo andava detto. Come gli anfibi, di cuoio spesso, che nel corso di quasi trent’anni di attività ininterrotta avevano assunto un colore scuro, un non-colore che tendeva al marrone nerastro, con striature verdognole.<br />
Anfibi indistruttibili.<br />
Anfibi da guerra.<br />
Aveva sostituito le suole da un artigiano di Milano, uno che, si vantava, costruiva a mano le scarpe per le star di Hollywood, Stallone, De Niro, Al Pacino, George Clooney. Gli erano costate 200.000 lire nel 1999 e ancora resistevano.<br />
Suole italiane.<br />
Suole top gun.<br />
Ripose la borraccia. Lanciò occhiate distratte alle case di quattro-sei piani che racchiudevano quel parco come palizzate di un fortino militare in disarmo. Lo sguardo correva ai tetti e ai terrazzi di copertura, cercandola.<br />
La cercava.<br />
Forse sperava di vederla.<br />
Come un oggetto rassicurante.<br />
Una conferma. Come una ripetizione.<br />
Un ritorno del tempo morto.<br />
La bandiera nera che garriva sul tetto, frustata dal vento.<br />
La bandiera che in passato sventolava sugli antichi coppi della sua casa che lui non riusciva a vedere perché era invisibile come il vento che la gonfiava.<br />
Eppure c’era. La sentiva.<br />
La bandiera nera della sventura piantata sul colmo della mansarda dove aveva la sua camera.</p>
<p>Riprese il cammino.<br />
Attraversò il viale intitolato al pittore Caravaggio, costeggiò il centro sociale dove gli anziani giocavano a carte e cuocevano quelle frittelle chiamate crescentine e imboccò il tratto di strada lungo il canale proveniente dal fiume Reno. Sulla sinistra, muri di pietra chiazzati di umidità rivestiti da strati di rampicanti contenevano edifici residenziali coi loro cortili e una casa di cura. L’acqua scorreva sulla destra, racchiusa da argini a picco con un camminamento sopraelevato che sembrava una copia dell’antica muraglia cinese, con tanto di casematte simili a torrette di guardia. Dominava un color mattone di tonalità calda, l’erba cresceva nelle fessure delle pietre e le anatre nuotavano nell’acqua bassa, seguite da file di anatroccoli. Quando apparve il ponte pedonale di metallo bianco che attraversava il Reno, sostenuto da tiranti d’acciaio come un modellino del ponte di Brooklyn, capì che era quasi arrivato a destinazione.<br />
Scese la scala di sassi e percorse l’ultimo tratto di vialetto quasi a livello dell’acqua. Attraversò il canale sul vecchio ponte di mattoni e raggiunse il bar Melody, sotto al portico di un palazzo pietra a vista.<br />
Fuori dalla doppia vetrata sostavano i soliti tipi di varie età, coi bicchieri in mano.<br />
“Inglese” disse uno, mimando un brindisi.<br />
“Inglese.”<br />
“Inglese.”<br />
Non si fermò.<br />
Non si fermava mai.<br />
Salutò tutti con un cenno del capo ed entrò nel bar.<br />
Il proprietario, un uomo di circa quarant’anni col grembiule e gli occhiali gli batté sulla spalla.<br />
“Inglese. Dai che ti aspettano”.<br />
Tre uomini erano seduti a uno dei tavolini di fòrmica marrone. Subito lo invitarono a sedersi per la serie di partite a carte che costituiva il loro evento pomeridiano del mercoledì.<br />
L’inglese si accomodò mentre ordinava una birra. Uno degli uomini, un pensionato dai modi bruschi, iniziò a distribuire le carte. Partivano con le briscole, due e la bella, cui seguivano due e la bella di tressette, fino all’eventuale spareggio con due e la bella di briscola.<br />
Due e la bella di tutto.<br />
Nessun saluto, né convenevoli. Gli piaceva quello stile rude, sbrigativo. Nessuno gli aveva mai chiesto nulla, da dove veniva, se era in pensione e perché lo era così giovane. Oppure se era un vagabondo disoccupato capitato a Bologna per chissà quale gioco del destino.<br />
Lui e il suo socio, un pensionato svelto piccolo di statura che ricordava a memoria tutte le carte, vinsero le briscole. Vinsero anche i tressette. Nessuno spareggio.<br />
“Certo che te, inglese, ci hai un culo esagerato” disse il pensionato che distribuiva le carte. L’inglese confermò con un cenno del capo.<br />
Poiché era presto partì una serie di ramino, poi scala 40 e un’ulteriore serie di briscole. A fine pomeriggio, all’ora dell’aperitivo, aveva totalizzato quasi venti euro di consumazioni.<br />
Finito l’ultimo giro i pensionati sbraitarono ancora per una decina di minuti, poi scapparono tutti, per la cena.<br />
L’inglese si massaggiò l’occhio. Lo sentiva gonfio, stanco. Aveva fissato troppo a lungo le carte. Desiderava chiuderlo, coprirlo con un batuffolo di cotone umido. Era il metodo di riposo più efficace.<br />
Guardò l’orologio. Le 19.30. Gli conveniva mangiare qualcosa nel bar, usando i soldi delle consumazioni. Ordinò due panini e due bottiglie da mezzo litro di acqua minerale. Una l’avrebbe bevuta subito, l’altra portata con sé nello zaino per la marcia di ritorno.<br />
Mangiò nel bar deserto, col barista che seguiva un programma di sport alla televisione.<br />
Restò qualche tempo seduto immobile di fronte alla vetrina, guardando fuori, senza fare nulla, ascoltando i suoni, fissando i rari passanti che sfilavano al di là del vetro.<br />
Si alzò prima che il barista lo informasse gentilmente che il locale stava chiudendo.<br />
Uscì, nel piccolo quartiere già deserto.<br />
Camminò fino al ponte bianco, sostando sulle grosse assi da muratore che formavano la passerella. La struttura vibrò, per il passaggio di un podista. C’era gente che correva sempre, a tutte le ore, anche di notte.<br />
Si appoggiò alla balaustra di metallo, osservando i numerosi lucchetti appesi ai tiranti di acciaio. Erano giuramenti d’amore, gli avevano detto, una moda che si era diffusa da un romanzo giovanile.<br />
Amore eterno. Come un lucchetto chiuso le cui chiavi erano state buttate via.<br />
Sotto al ponte l’acqua limacciosa ruggiva veloce. Il fiume era gonfio. La corrente formava una rapida contro lo sbarramento di rocce del fondale. L’acqua marrone diventava nera mentre si perdeva in lontananza nella notte.<br />
La notte, il buio.<br />
Come la sua casa, con la tromba delle scale senza luce. E il rombo dell’acqua sembrava riempire quel vuoto della casa fredda, quel silenzio rotto solo dai singhiozzi lontani e monotoni di una donna sempre vestita di nero.<br />
Una donna già in lutto anche se nessuno era ancora morto.<br />
Il rombo dell’acqua gli piaceva. Amava addormentarsi con quel suono. Talvolta lo faceva, in estate, sulle rive del fiume in Sicilia dove passava le estati.<br />
Sotto al ponte c’era una panchina. Con una coperta avrebbe potuto sdraiarsi e perdersi nel frastuono della cascata. Ma la serata era fredda e umida, e non aveva una coperta. Spesso al mattino usciva col sacco a pelo legato sotto lo zaino, perché dopo le giornate di vagabondaggio per la città non rientrava, dormiva in un parco o sotto a un portico svegliandosi intontito, barbone tra i barboni, straniero tra gli stranieri.<br />
Tornò indietro e riattraversò il quartiere. Le strade erano vuote. Dalle case, alcune con le finestre socchiuse, provenivano i suoni delle televisioni. Qualche voce. Una risata. Sbattere di piatti e pentole.<br />
L’inglese si sistemò lo zaino sulla schiena, infilò le mani in tasca e si apprestò a percorrere i 12 chilometri del ritorno, nel buio pieno del parco lungo il canale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR Questo è l&#8217;incipit del nuovo romanzo di Mauro Baldrati, “Io sono el Diablo”, appena uscito con l’editore Fanucci; e qui di seguito rispettivamente la presentazione di Valerio Evangelisti sulla quarta di copertina e la scheda preparata dall&#8217;editore:</em></p>
<p><em>&#8220;Spesso si scambia il genere noir per una variante del poliziesco. Non è così: il noir è una tragedia moderna, in cui le tinte scure della vicenda rispecchiano quelle ancor più cupe della società. Mauro Baldrati, con il suo linguaggio parco, privo di compiacimenti, percorre un&#8217;Europa che si preferirebbe non esistesse. Invece c&#8217;è, l&#8217;abbiamo sotto gli occhi. Quella dei traffici di tutto, dalle merci più o meno illegali agli esseri umani. Pochi saprebbero rendercela evidente con la violenza di uno schiaffo. Serve un virtuosismo non comune. Baldrati ci riesce, con brutalità stilistica mista a echi poetici tutt&#8217;altro che inconsapevoli.&#8221;</em></p>
<p><em>“Il passato e il presente dell’inglese, con il suo enigmatico volto sfigurato da un solco sghembo che gli attraversa l’occhio coperto da una benda nera, sono avvolti nel mistero. Le sue giornate seguono una disciplina marziale: pur non essendo un clochard, dorme in un campo nomadi abusivo, si sveglia all’alba e cammina tutto il giorno per le strade di una Bologna degradata e sconosciuta ai più, macinando chilometri senza un’apparente meta. La sua vita scorre così, uguale da anni, finché una sera si imbatte in Violeta, una donna albanese in fuga da un passato pericoloso. È l’incontro tra due solitudini, due anime perse, oscure e affini. Per aiutare Violeta, l’Inglese recupera il suo vecchio nome di battaglia, El Diablo, e si immerge in un frenetico vorticare tra Italia, Inghilterra e Albania, tra legami nocivi con la criminalità organizzata, anime corrotte, botteghe a luci rosse, traffici di merci ed esseri umani Per portare a termine la sua complicata e rischiosa missione, El Diablo si troverà scaraventato in un abisso in fondo al quale pulsa il cuore nero del male. Allora sapremo chi è davvero l’inglese.”</em></p>
<p><em> </em></p>
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		<title>La Romagna di Baldrati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 May 2016 05:00:36 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[anni 60]]></category>
		<category><![CDATA[Avventure di un teppista]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/05/19/la-romagna-baldrati/245_cover_fuga_definitiva/" rel="attachment wp-att-61959"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-61959" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/245_cover_fuga_DEFINITIVA-199x300.jpg" alt="245_cover_fuga_DEFINITIVA" width="199" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/245_cover_fuga_DEFINITIVA-199x300.jpg 199w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/05/245_cover_fuga_DEFINITIVA.jpg 425w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a>Nel fiume Lepre c&#8217;è la &#8220;buca di Filippi&#8221;, un punto dove l&#8217;acqua è profonda e si può nuotare. Qui siamo sempre una ventina di bambini e di ragazzi già sviluppati tutto il giorno a fare bagni, lotte, immersioni, tuffi, a pescare “a manaccia”. Ci sono due posizioni per i tuffi, un grosso sasso che sporge dall&#8217;acqua per mezzo metro e un punto della sponda alto un metro e mezzo. Noi ragazzini ci tuffiamo dal sasso, mentre i ragazzi già sviluppati, e anche quelli abbastanza sviluppati, si tuffano dal punto più alto. E&#8217; raro che un ragazzino si tuffi dal punto più alto, e se lo fa si butta sempre coi piedi. I ragazzi sviluppati, invece, si buttano anche dal sasso. I ragazzi sviluppati comunque, a parte qualche eccezione, si tuffano sempre di testa.<br />
Noi ragazzini guardiamo spesso i pipiricchi dei ragazzi sviluppati. Guardiamo la loro sacchetta scura, i peli folti sul pube. Poi controlliamo i nostri piccoli pipiricchi senza l&#8217;ombra di un pelo, o nel migliore dei casi qualche pelucco isolato.  C&#8217;è qualcuno a cui stanno spuntando i primi ciuffi, ma la sacchetta non è ancora diventata scura. Noi questi bambini-ragazzi non li invidiamo, perché fanno i gradassi ma sono ancora molto indietro nello sviluppo. Invece giriamo intorno ai ragazzi completamente sviluppati, che sono i padroni assoluti del territorio. Tra di loro ci sono dei prepotenti, dei violenti, ma in complesso ci lasciano stare perché noi siamo molti, e loro pochi. Sono e restano i padroni, possono mandare via un ragazzino da un sasso se vogliono tuffarsi, mandarlo via se gli interessa il suo posto al sole, ma alla fine ci lasciano vivere, non sono dei tiranni. Alcuni sono dalla nostra parte, ci proteggono dagli attacchi esterni. Se per esempio alla buca di Filippi arriva qualche ragazzo sviluppato particolarmente prepotente, in vena di maltrattare qualcuno di noi senza motivo, se la deve vedere con qualche ragazzo sviluppato nostro protettore, che è disposto a lottare anche duramente per mantenere il controllo del territorio.<br />
Tra i ragazzi sviluppati che vengono da fuori c&#8217;è il Corsarino, che è chiamato così perché i suoi genitori gli hanno comprato un Moto Morini Corsarino e lui ne va particolarmente fiero. E&#8217; un tipo duro, solido, muscoloso. Ma è anche piccolo di testa, sembra che si trovi meglio con noi che con gli altri ragazzi sviluppati come lui. Fa lo sbruffone, ma si sente che è un po&#8217; stupidottero. Non gode di molta stima, ma è temuto perché ha un fisico muscoloso, più potente degli altri ragazzi sviluppati. Potrebbero prenderlo in giro perché è più debole dentro, ma non lo fanno perché è forte fuori.<br />
Il Corsarino non viene quasi mai alla buca di Filippi perché il suo ritrovo è la buca di Lolli, dall&#8217;altra parte del fiume rispetto al paese. E&#8217; un posto che a me non piace perché il fondo è fangoso con le alghe mentre qui alla buca di Filippi c&#8217;è la sabbia.<br />
Io il Corsarino non lo sopporto. Anzi, lo odio. Un giorno ero alle giostre e c&#8217;erano dei ragazzi che parlavano di certe belle ragazze. C&#8217;era anche il Corsarino che si è inserito nella discussione e a un certo punto salta su e fa: &#8220;C&#8217;è della gente che se ne è fatte un sacco e una sporta di gnette pensando a una sposa imperiale che va a fare la spesa da Gucci&#8221;, e si mette a guardarmi fisso. Io allora ho capito senza ombra di dubbio che stava parlando di mia madre. Infatti la mamma va sempre a fare la spesa da Gucci il droghiere. Mi sono sentito esplodere di rabbia e di impotenza. Il Corsarino ha rincarato la dose, ha detto: &#8220;C&#8217;è della gente che quando la vede passare questa sposa diventa matta e va subito a farsene un bigoncio così.” Per fortuna gli altri non hanno capito niente, ma io avrei voluto distruggerlo, bruciarlo vivo, ma cosa potevo fare contro quel gigante che mi avrebbe disfatto come un calzino? Me ne sono andato con lo stomaco pieno di pezzi di ghiaccio, distrutto per la mia vigliaccheria mentre il Corsarino, a voce alta, continuava a ripetere le sue nefandezze.<br />
Arriva col suo motorino, si mette subito nudo e scende baldanzoso la sponda del fiume. Si ferma nel punto da tuffi alto, lancia occhiate spavalde intorno a sé e dice: &#8220;Allora? Dov&#8217;è che ci si tuffa qua? E&#8217; lì?&#8221; e indica un punto alla sua destra. Io sono in acqua e sembro immerso fino alle orecchie, in realtà sono seduto sul ciglio della buca. Il punto che ha indicato il Corsarino è basso, l&#8217;acqua arriva appena sopra al ginocchio. D&#8217;altronde il fondo non si vede, perché l&#8217;acqua del Lepre è sempre torbida. Il Corsarino dice: &#8220;E&#8217; lì che ci si tuffa, no?&#8221;, e guarda me. Io sono l&#8217;unico in bagno da quelle parti, gli altri stanno nuotando nella buca, o sono stesi sulla sabbia a prendere il sole. Annuisco, gli dico che il punto è quello. Allora Il Corsarino alza le braccia come un campione di tuffi, dice &#8220;vai&#8221; e si butta di testa. Plana sull&#8217;acqua, entra con le braccia, si sente il tonfo e il Corsarino si abbatte con le mani e con la testa sul fondale basso di sabbia. Vedo il suo corpo, che non è entrato in acqua neanche per metà, che rimbalza quando la testa colpisce il fondo. Il Corsarino scalcia, si contorce poi galleggia inerte sull&#8217;acqua, con una gamba che si muove e l&#8217;altra no. Un paio di bambini e di ragazzi, che hanno assistito alla scena, indicano il corpo e scoppiano in una risata. Ma qualcuno balza in piedi e corre verso Il Corsarino con la faccia sott’acqua. Io non mi muovo, lo guardo galleggiare con la gamba che scalcia alzando piccoli spruzzi.<br />
Lo tirano a riva e lo rivoltano a pancia in alto. E&#8217; svenuto, ha la bocca aperta e continua a muovere la gamba. I bambini e i ragazzi continuano a ridere, si buttano a terra e si tengono la pancia con le mani mentre ridono. Ma gli altri, alcuni ragazzi sviluppati in particolare, sembrano preoccupati. &#8220;Sei matto&#8221; dice uno, &#8220;gli hai detto di tuffarsi nell&#8217;acqua bassa.” Io guardo il Corsarino e penso che forse è morto, o forse no. La gamba scalcia, gli esce acqua dalla bocca. Il ragazzo dice &#8220;te Toni sei matto&#8221;, e lo tocca sul collo. Gli altri ridono e si tengono la pancia. Forse il Corsarino rinviene, si muove, apre gli occhi. Geme, si lamenta. Io non ho fatto nulla. Era lui che voleva buttarsi in quel punto, continuava a dire &#8220;è quello il punto, no?” E io gli ho detto che il punto era quello. Che ne sapevo che si sarebbe buttato di testa? Noi da lì ci buttiamo sempre di piedi!<br />
Lo guardo che rinviene, geme, sputa acqua, viene da ridere anche a me e mi tuffo nella buca a nuotare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo riportato è  il capitolo &#8220;Tutti al fiume&#8221; di &#8220;Avventure di un teppista&#8221;, di Mauro Baldrati, Transeuropa, 2016</em></p>
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		<title>Cenni sul paese più infelice del mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2015 13:00:55 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Edizioni Arianna]]></category>
		<category><![CDATA[Il mio nome è Jimi Hendrix]]></category>
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		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati (pubblichiamo l&#8217;incipit del romanzo di Mauro Baldrati &#8220;Il mio nome è Jimi Hendrix&#8221;, Edizioni Arianna) &#160; In principio era palude. Banchi di sabbie mobili e canali di acqua salmastra formavano un enorme acquitrino malarico che tutti evitavano come una pestilenza. Era il &#8220;Luogo di morte della carne e dello spirto&#8221; di cui [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/03/06/il-mio-nome-e-jimi-hendrix/baldrati_jimi-hendrix-copertina2-contrasto/" rel="attachment wp-att-51542"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-51542" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Baldrati_Jimi-hendrix-copertina2-CONTRASTO-213x300.jpg" alt="Baldrati_Jimi hendrix-copertina2 CONTRASTO" width="213" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Baldrati_Jimi-hendrix-copertina2-CONTRASTO-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/03/Baldrati_Jimi-hendrix-copertina2-CONTRASTO.jpg 318w" sizes="auto, (max-width: 213px) 100vw, 213px" /></a><em>(pubblichiamo l&#8217;incipit del romanzo di Mauro Baldrati &#8220;Il mio nome è Jimi Hendrix&#8221;, Edizioni Arianna)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In principio era palude.</p>
<p>Banchi di sabbie mobili e canali di acqua salmastra formavano un enorme acquitrino malarico che tutti evitavano come una pestilenza. Era il &#8220;Luogo di morte della carne e dello spirto&#8221; di cui vagheggiava Amedeo Loriani, il satrapo della Romagna dotta ottocentesca, nel tremolante (e purtroppo studiato a memoria nelle scuole) <em>Cantico di campagna</em>.</p>
<p>Eppure, in tempi antichi, un manipolo di fuggiaschi vi trovò un accogliente rifugio: trecento barbari venuti da est, braccati dalle legioni romane, si avventurarono nel &#8220;fango maledetto dagli dei&#8221;, dove i carri sprofondavano, e di loro si perse ogni traccia e memoria. Per la verità nel papiro conservato nell&#8217;ufficio del sindaco non vi sono riferimenti precisi, ma lui, il glorioso maestro Follicelli, l&#8217;instancabile ricercatore del nostro oscuro passato, giura che quei fatti si svolsero proprio qua, su questa terra emersa, dove ora i concittadini giocano a carte e a <em>Mah-jong.</em></p>
<p>Il primo insediamento umano stabile risale al 1600. Un gruppo di prigionieri arabi fuggiti dalla Sicilia si addentrò nell&#8217;intrico di canali, e a nulla valsero i tentativi di stanarli. Alla fine il vescovo di Ferrara, in cambio di una professione di fede cristiana, concesse loro il diritto di abitarvi, purché si arruolassero nella legione di manovali che lo stato papalino stava reclutando. Un editto di Clemente VIII, infatti, ordinava l&#8217;avvio di quell&#8217;immane lavoro di bonifica già tentato dai duchi d&#8217;Este, dai Calcagnini e di cui si parla persino nelle antiche carte bizantine. Erano ladri, carcerati, prostitute, prigionieri di guerra, attirati dall&#8217;illusione di un impossibile riscatto sociale. Molti morirono, alcuni fuggirono nella vecchia vita dopo avere derubato i compagni, quasi tutti si ammalarono di malaria.</p>
<p>Nel 1740 i discendenti dei lavoranti e, pare, di popolazioni giunte dall&#8217;Albania, gettarono le fondamenta di un centro abitato sulle terre bonificate. Poiché sul muro di un magazzino costruito dai primi ergastolani era dipinta una falce di luna gialla, al paese venne dato il nome di Mezzaluna.</p>
<p>Mezzaluna, <em>il paese più infelice del mondo.</em></p>
<p>La definizione è del mio amico Dennis. Avevamo appena letto &#8220;Storia e preistoria di Mezzaluna&#8221;, il libretto-culto pubblicato a cura del Comune dal nostro glorioso sindaco. Dennis era entusiasta. Quell&#8217;andirivieni caotico di pirati, barbari e malfattori lo metteva di buonumore. Ha steso davanti a sé le braccia coi pugni chiusi, per mettere in evidenza le vene: &#8220;Qui scorre cattivo sangue&#8221; ha detto, parafrasando il suo amato Rimbaud. &#8220;Siamo un miscuglio di razze inferiori. Stirpi tarate. I degni abitanti del paese più infelice del mondo.” E ridacchiava soddisfatto.</p>
<p>Mezzaluna è un paese a due piani. Di tre piani c&#8217;è qualche casa che sembra costruita per errore, di quattro solo il palazzaccio del comune. Le case sono tutte uguali, intonaci graffiati di colore grigio, verde muffa, azzurro smorto. Nessun abbellimento, nessun fronzolo. Sono raggruppate fitte in quartieri residenziali come tante conchiglie sulla schiena di una balena addormentata.</p>
<p>Anche gli alberi sono tutti bassi: frutteti, canneti, pochi pini o abeti spelacchiati nei cortili delle case. Quando un albero comincia a crescere e a distendere con fierezza i suoi rami viene immediatamente tagliato e sostituito con uno giovane. Gli abitanti di Mezzaluna – i mezzalunatici – amano il <em>pulito</em>, non sopportano tutte quelle foglie da spazzare in autunno. Gli unici alberi a cui è concessa l&#8217;età adulta sono <em>le pioppe,</em> torri solitarie nelle vaste spianate di grano e barbabietole che si perdono all&#8217;orizzonte. I grandi pioppi sono tollerati perché costituiscono i punti di sosta degli uccelli migratori. Esausti dopo avere sorvolato oceani e montagne, vengono abbattuti da decine di cacciatori, praticamente l&#8217;intera popolazione adulta maschile di Mezzaluna, nascosti dentro capannucce costruite con giunchi o teli mimetici militari (chiamano questi sterminii <em>caccia a capannino).</em></p>
<p>In una di queste case-conchiglia a due piani, una villetta nel paese nuovo, cioè uno dei quartieri nati una decina d&#8217;anni fa sulla <em>rive-gauche</em> del fiume Lepre, ci sarei io.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Professional killer</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Sep 2013 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
		<category><![CDATA[Anordest]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Il ragazzo è entrato alle 18 in punto. Ha richiuso la porta con gesto misurato, preciso. Si è girato verso il tappeto e ha camminato nella mia direzione. Si è fermato a tre metri da me, con le mani giunte, la testa chinata. “Amituofo” ha detto. “Amituofo” ho risposto. Mi ha guardato, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/09/24/professional-killer/cover_professional-killer/" rel="attachment wp-att-46373"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-thumbnail wp-image-46373" alt="cover_professional-killer" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/cover_professional-killer-150x150.jpg" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/cover_professional-killer-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/cover_professional-killer-60x60.jpg 60w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Il ragazzo è entrato alle 18 in punto. Ha richiuso la porta con gesto misurato, preciso. Si è girato verso il tappeto e ha camminato nella mia direzione. Si è fermato a tre metri da me, con le mani giunte, la testa chinata.</p>
<p>“Amituofo” ha detto.</p>
<p>“Amituofo” ho risposto.</p>
<p>Mi ha guardato, serio, con le braccia lungo il corpo. In attesa.</p>
<p>Il ragazzo è giovane. Ha diciotto anni appena compiuti. Ha scelto di andare avanti nel percorso di formazione, di diventare un novizio. Alto, magro, sentivo la sua agilità, tutta la sua tensione. Sentivo la sua giovinezza che scorreva nei nervi, nei muscoli. La vedevo, la sua giovinezza, mentre li faceva vibrare. La sua giovinezza mi colpiva. La sua giovinezza mi feriva. Avrei voluto schiacciarla, distruggerla.</p>
<p>La sua giovinezza mi offendeva.</p>
<p>Dopo due minuti di silenzio assoluto gli ho parlato con voce secca, tagliente: “non sei che un povero, piccolo illuso.”</p>
<p>Il ragazzo è rimasto perfettamente impassibile, con gli occhi che continuavano a fissarmi, fermi, decisi.</p>
<p>“Tua madre era una prostituta. Non si sa chi era il tuo vero padre. Quell’idiota che ha finto di allevarti chissà da quale fogna è sbucato.”</p>
<p>Il ragazzo non si è mosso. Studiavo le sue mascelle, per scoprire se i muscoli avevano una contrazione. Ma nulla alterava i lineamenti tesi, immobili, del suo giovane viso.</p>
<p>“Quell’uomo, il buffone che chiamavi papà, è un buono a nulla, un ubriacone, un fallito. Tua madre lo ha preso con sé per fargli lavare i pavimenti, come suo servo. L’ha preso per portarselo a letto, quando non era troppo sbronza.”</p>
<p>Guardavo le sue mani, per sincerarmi che le dita non si stringessero a pungo, con le nocche che diventavano bianche. Ma le sue mani non si muovevano. Le dita erano leggermente piegate, col medio che sfiorava il pollice, nella posizione giusta.</p>
<p>“A letto, tua madre e il tuo cosiddetto padre dicevano: ma quel deficiente, perché l’ho generato? Ci causa solo noia, solo problemi. E’ un peso morto, un teppista, una zavorra inutile. Speriamo che si tolga dai piedi presto, quell’idiota.”</p>
<p>Gli occhi. Solo gli occhi per un breve attimo si sono ristretti. E forse le labbra hanno avuto un fremito. Allora ho capito che era il momento. Con un balzo in avanti ho fatto scattare una sventola con la mano destra. Il ragazzo si è spostato all’indietro, mentre le mie dita gli sfioravano il naso. Si è bloccato in posizione <i>Kai-Li-bu</i>, gambe divaricate, piede destro leggermente avanzato, le braccia in posizione di guardia. Sono partito con un calcio sinistro, poi in sequenza un destro, un sinistro e ancora un destro. Il ragazzo arretrava, rispondeva con un calcio al mento, un diretto al tronco. Tutti schivati. Mi sono lanciato con la gamba sinistra tesa, puntando al petto. Sono atterrato alle sue spalle, dopo che si era scansato con una torsione a destra. L’ho aspettato, girato di fianco, le mani a taglio perpendicolari, il piede puntato come un cuneo, pronto a fare leva. Ho continuato ad attaccare con raffiche di calci sferrati da fermo, in movimento e in volo. Ha evitato ogni colpo per almeno venti minuti, durante i quali ho attaccato senza posa, pur facendo attenzione a non colpirlo. La sua testa rapata mandava riflessi mentre la punta del naso e le sopracciglia spruzzavano gocce di sudore.</p>
<p>Infine mi sono lanciato in avanti e gli ho stampato un calcio col collo del piede sul plesso solare. Ho cercato il contatto medio, anche se colpendo in volo non era possibile un controllo totale dell’impatto.</p>
<p>Sono atterrato sul tappeto. Col colpo di reni sono balzato in piedi. L’ho guardato mentre, piegato in due, in ginocchio, si sforzava di riprendere il fiato.</p>
<p>Nessuno avrebbe potuto parare quel colpo. Neanche un maestro. La progressione, la velocità e l’esatta posizione lo rendevano assoluto. Non modificabile.</p>
<p>Si è rialzato. Si è rimesso in postura eretta, con una smorfia. Era pallido, ma il colore tornava rapidamente a diffondersi sul quel viso spigoloso.</p>
<p>“Sei stato bravo” ho detto, riprendendo fiato a mia volta. “E veloce. Molto veloce. La tua velocità di reazione è notevolmente migliorata. Perché la tua velocità nasce dalla quiete. Hai messo a frutto questo insegnamento, che è uno dei fondamentali.”</p>
<p>Il ragazzo non ha commentato. Respirava profondamente, con le narici dilatate e la bocca chiusa.</p>
<p>“L’unico difetto che ho riscontrato è la tua tendenza, che ancora non è risolta, a tenere le braccia troppo distese. Come sai, il braccio disteso è più vulnerabile, perché offre le vene.”</p>
<p>“Sì, Maestro Wu” ha detto il ragazzo, senza abbassare lo sguardo.</p>
<p>“Inoltre il braccio disteso non ti permette di caricarlo di tutta la potenza di cui disponi. Perde elasticità. E’ un oggetto rigido che si scarica sulla colonna vertebrale. Devi lavorare sulle braccia.”</p>
<p>“Sì, Maestro Wu.”</p>
<p>Ci siamo fissati per circa tre minuti. Senza parlare.</p>
<p>“Cos’hai provato mentre ti insultavo?”</p>
<p>Il ragazzo ha fatto un respiro profondo guardando un punto alle mie spalle. Poi ha abbassato gli occhi. Ha fissato il tappeto con la testa leggermente inclinata.</p>
<p>“Rabbia ” ha detto.</p>
<p>“Sì” ho detto. “Che tipo di rabbia?”</p>
<p>Mi ha guardato mentre un velo di tristezza scendeva nei suoi occhi, rendendoli vitrei.</p>
<p>“Rabbia. Un aumento del battito cardiaco. E la gola che si gonfiava.”</p>
<p>“Sì. E poi?”</p>
<p>“E poi ho pensato.”</p>
<p>“Hai pensato. Va bene. Cos’hai pensato?”</p>
<p>Il ragazzo esitava. Studiavo con attenzione le mascelle, le arcate sopraccigliari, il pomo d’adamo. Cercavo segnali di scatti nervosi. Scariche di tensione.</p>
<p>“Allora? Quali sono stati i tuoi pensieri?” l’ho incalzato.</p>
<p>“Ho pensato alla tua sventura.”</p>
<p>Un’allegria che sfiorava la felicità si è diffusa in me con un guizzo repentino. Lacrime leggere mi inumidivano gli occhi.</p>
<p>“Sventura?”</p>
<p>“Sì, Maestro Wu. Per l’oscurità che avevi dentro, che cercavi di riversare su di me.”</p>
<p>Ho lasciato che la mia bocca si allungasse in un sorriso. Gli ho permesso di osservarmi mentre sorridevo. Mentre gli dimostravo la mia soddisfazione.</p>
<p>E la mia gratitudine.</p>
<p>“L’hai pensato veramente? Oppure hai cercato di applicare alla lettera l’insegnamento del Buddha: <i>Mi ha insultato! Mi ha colpito! S’è approfittato di me! Mi ha derubato! Quando smetti di tormentarti con questi pensieri l’astio riesce ad andarsene</i>”?</p>
<p>“L’ho pensato davvero. E mentre ti guardavo il cuore ha rallentato e la gola si è rilassata.”</p>
<p>“Allora hai pensato anche col cuore. Hai capito che devi essere grato al tuo nemico, perché ti aiuta a capire. Ti offre la sua sfortuna, ti permette di rimanere calmo, di non sentirti migliore di lui. Il tuo nemico è prezioso.”</p>
<p>“Sì, Maestro Wu.”</p>
<p>“Ti aiuta a capire che l’insulto non esiste. Che non ha alcun senso. Perché è lui che ferisce se stesso, con la violenza che lo consuma.”</p>
<p>Il ragazzo aveva il volto rilassato, finalmente. La pelle era distesa, la sudorazione aveva ammorbidito lo strato superficiale. La ventilazione aveva reso di nuovo limpidi gli occhi.</p>
<p>“Hai visto come il tuo nemico spreca le sue risorse in attacchi inutili mentre tu elabori strategie di difesa. E se attacchi, lo fai unicamente per fermare la sua aggressione.”</p>
<p>“Sì, Maestro Wu.”</p>
<p>Ho unito le mani con le palme aperte, chinando il mento in segno di saluto.</p>
<p>“Vai, ora. Stanotte mediterai con posizioni semplici di <i>Rou-quan</i>, pugno morbido, fino alle ore due. Alle ore cinque sarai qui, per un’altra seduta. Pugilato con contatto medio, per lavorare sulle braccia. Tecnica del Sud.”</p>
<p>“Bene, Maestro Wu.”</p>
<p>Si è girato. Ha camminato con passi elastici fino alla porta. E’ uscito senza girarsi.</p>
<p>Ho guardato la porta chiusa, col cuore allegro. Il ragazzo ha fatto progressi. Ha imparato a controllare la rabbia, a renderla produttiva con le tecniche di difesa. Ha imparato a pensare anche col cuore superando la mente disgiunta, che inganna e confonde. E ha imparato a controllare la verità. Perché la verità può ferire. Può distruggere.</p>
<p>Perché ciò che gli dicevo nell’insulto, sulla sua famiglia, era la verità.</p>
<p>La sua verità.</p>
<p>E anche la mia.</p>
<p><em>(questo è l&#8217;incipit del thriller letterario, come lo definisce il prefattore Alan D. Altieri, &#8220;Professional Killer&#8221;, di Mauro Baldrati, Anordest, pag. 304, € 13,90)</em></p>
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		<title>Juggernauti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Sep 2013 17:59:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Oltre le metropoli. Un tempo le grandi città divennero megalopoli, inglobando periferie e campagne, portando la popolazione a milioni, o decine di milioni di persone. Ora le megalopoli si sono fuse in entità sterminate dette “ecumenopoli”. Non più decine, ma centinaia di milioni di abitanti stratificati nelle under-city, dove tutto è ammesso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Altieri_Juggernaut.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Altieri_Juggernaut-202x300.jpg" alt="Juggernaut 14,2x21_Layout 1" width="202" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-46337" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Altieri_Juggernaut-202x300.jpg 202w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/Altieri_Juggernaut.jpg 541w" sizes="auto, (max-width: 202px) 100vw, 202px" /></a></p>
<p>Oltre le metropoli. Un tempo le grandi città divennero megalopoli, inglobando periferie e campagne, portando la popolazione a milioni, o decine di milioni di persone. Ora le megalopoli si sono fuse in entità sterminate dette “ecumenopoli”. Non più decine, ma centinaia di milioni di abitanti stratificati nelle <em>under-city</em>, dove tutto è ammesso e tutto si distrugge, oppure protetti nelle enclaves fortificate, nell’illusione di sfuggire all’orrore tecno-sociale che tutto ricopre.<span id="more-46336"></span></p>
<p>Oltre le multinazioniali, oltre la globalizzazione. I trust che decidevano i destini di interi popoli, che sponsorizzavano guerre finanziarie o le guerre “sporche” per garantirsi le materie prime, sono estinti, implosi nel fallimento, assorbiti dai “meta-conglomerati”, fulcri di potere planetario che controllano ciò che resta dell’economia, delle risorse, della ricerca scientifica e militare.</p>
<p>Oltre il pianeta, oltre la natura. Il paesaggio è un infinito ammasso di rovine contorte, scheletri di ferraglia che un tempo furono ponti, palazzi, torri, porti. Un deserto mefitico sferzato dalla pioggia di un infernale, eterno monsone, spazzato da un vento nero che trascina rovi e cespugli morti: “Perdute tutte le guerre, disciolti tutti gli eserciti, disperse tutte le flotte. Chiusure e smantellamenti, maree e monsoni. Soltanto rovine, adesso. Soltanto pioggia sporca e vento nero. Soltanto gru arrugginite, strade spaccate, <em>quonsets</em> cavernosi, una voragine di acque putride. Disseminata di rottami scheletrici”. </p>
<p>Siamo nel mondo di <em>Juggernaut</em>, ultimo romanzo di Alan D. Altieri. E’ il primo di una trilogia futuribile che si spinge oltre il concetto di “guerra eterna”, che questo autore ha affrontato in innumerevoli libri, in una sequenza seriale che va avanti da anni. Proprio come progettavano autori del secolo scorso, così diversi da lui (ma che pure si sono occupati senza reticenze della distruzione planetaria della guerra) come Irène Némirovsky o lo stesso Tolstoj. Sono i capitoli di un unico, monumentale romanzo che sembra non avere fine, perché forse non <em>può</em> avere fine. Come non può avere fine la guerra scatenata dall’uomo.</p>
<p>(Anti)eroi dannati e folli, drogati, macchine di distruzione umane (o meta-umane), terroristi post-islamici percorrono i territori devastati di questo (anti)mondo, armati fino ai denti di armi di grosso calibro, sempre in caccia: di soldi, di armi segrete, e soprattutto di <em>controllo</em>. Perché è questo il segreto e la forza dei meta-conglomerati, dopo che la guerra è stata definita “non più conveniente”: il controllo delle risorse, delle informazioni e della distruzione. La “guerra terminale” insomma, la guerra non più guerreggiata, ma finale, risolutiva, perché non vi sarà più nessuno da combattere, quando non resterà nulla al di fuori della nuova preistoria. </p>
<p>Ma, come sempre nella cosiddetta “visione apocalittica” di Altieri, i giochi non sono mai del tutto chiusi. Nella morte e nella distruzione pulsa sempre l’ignoto, forse la speranza, il progetto, che nessun meta-conglomerato, per quanto onnipotente, potrà mai estirpare. Esiste un eroismo nella violenza diventata metafisica, una generosità e un senso dell’onore che sembrano viaggiare negli scontri, nelle stragi, che nessun controllo (Kontrol è uno degli operativi della <em>Gottschalk Mega-Corp</em>, il meta-conglomerato padrone del mondo morto) può veramente possedere. Un eroismo mai dichiarato, mai referenziale, avvolto nel mistero di cavalieri solitari (o di eroine guerriere, come nel precedente <em>Warriors le nuove furie</em><em>) che cavalcano, a bordo di mostruose motociclette mutanti, per le strade nere della rovina e dell’avidità. Altieri, come nel suo stile, fatto di sfondamenti nell’horror, di decisi innesti cyberpunk, non si dilunga in spiegazioni, non compiace né rassicura. Procede col suo linguaggio da </em><em>mortal combat</em>, iper-tecnologico, da poesia nera, inserendo una miriade di codici che ci permettono di sapere, quanto meno di intuire: che nel cuore di almeno un <em>Hunter/Killer</em>, l’ultimo dei super-guerrieri cyborg molecolari di un progetto fallito di ingegneria umana, esiste una speranza di salvezza, forse di rinascita. Lo seguiamo, Karl Dekker, e lo ritroveremo nei prossimi episodi, sorta di Bourne alla decima potenza, impegnato in combattimenti da studiare nell’Università del Thriller. <em>Sentiamo</em> che nasconde un mistero, il suo mistero di…uomo. Nonostante tutto. </p>
<p>Esagera Altieri? Sì, per molti di noi – noi che abbiamo il medico di famiglia, lo smartphone, che andiamo in palestra, al supermercato, fuori a cena, al cinema, il nostro autore gioca con la fantascienza, porta alle estreme conseguenze il genere. Ma: cercate la documentazione fotografica su Stalingrado. Oppure, per entrare nel nostro presente, ricordate cosa è stata Mogadiscio. O Beirut. O Sarajevo. Cercate i réportages. Pensate all’inferno sulla terra di cui nessuno parla: il Darfur. Bagdad. Damasco. Forse non ci sono i blindati da combattimento con le ruote ad artiglio o le machinepistole calibro 50, ma entriamo a gamba tesa nello scenario di <em>Juggernaut</em>. Per cui la domanda diventa: Quanto manca? Quanto tempo? Quanto spazio? </p>
<p>Altieri una risposta l’ha già data. La sua.<br />
Per fortuna lui stesso pensa – spera? – che non sia ancora quella definitiva.</p>
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		<title>Le storie de Lo Sconosciuto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2013 10:48:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[lo sconosciuto]]></category>
		<category><![CDATA[magnus]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
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					<description><![CDATA[Di Mauro Baldrati Lo Sconosciuto racconta, prefazione di Luigi Bernardi – Rizzoli Lizard pp 158 a colori – euro 20 Lo Sconosciuto, Unknow “senza la n finale” come deve precisare spesso, è forse il personaggio più forte, e più longevo, di uno dei maestri del fumetto, non solo italiano: Roberto Raviola, in arte Magnus. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817065269/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817065269&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-45534" alt="sconosciutoraccontacover-crop-200x299" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/sconosciutoraccontacover-crop-200x299.jpg" width="200" height="299" /></a>Di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817065269/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817065269&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>Lo Sconosciuto racconta</em></a>, prefazione di Luigi Bernardi – Rizzoli Lizard pp 158 a colori – euro 20</p>
<p><em>Lo Sconosciuto</em>, Unknow “senza la n finale” come deve precisare spesso, è forse il personaggio più forte, e più longevo, di uno dei maestri del fumetto, non solo italiano: Roberto Raviola, in arte Magnus. Il quale peraltro ha creato altri eroi-antieroi come Kriminal, Satanik, Alan Ford, Necron, I Briganti. Ma nessuno di questi ha ricevuto un’attenzione così meticolosa, così appassionata, come “il viandante” ex legionario, avventuriero, contractor, guardia del corpo, che negli anni ’70 e ’80 percorre le zone calde del pianeta passando da un’avventura all’altra, da un pericolo all’altro, da una sconfitta all’altra. E dire che si tratta di una miniserie: nato nel 1975 per la Edifumetto di Renzo Barbieri, <em>Lo Sconosciuto</em> si conclude nel 1976, con sei avventure. Poi Magnus lo riporta in vita nel 1982, sulle pagine di <em>Orient Express</em>, fino al 1984. In seguito è stato più volte revisionato, rimontato, ripubblicato, da Granata Press, Einaudi, Edizioni Grifo, e Rizzoli Lizard, con un albo risolutivo del 2012.</p>
<p>Unknow ha superato indenne il trascorrere del tempo, a differenza degli altri personaggi, i quali, benché amatissimi dai lettori di Magnus, restano prigionieri del loro periodo, coi suoi eccessi, le sue ingenuità, i suoi specialismi. Invece <em>Lo Sconosciuto</em> sembra sempre attuale, anche se non ci sono i computer (a parte l’apparizione di un “micro-Spectrum a 48 byte” in <em>L’uomo che uccise Che Guevara</em>), o i telefonini, e le auto sono tutte d’epoca. Perché? E’ un antieroe per eccellenza: poco o per nulla romantico, non è un seduttore, non incarna i desideri di vittoria dei lettori, ma è spesso un perdente: se riesce ad arraffare un buon malloppo, quasi sicuramente lo perde, oppure lo dona a chi ne ha bisogno: gli sfruttati, gli sconfitti, gli umiliati. Per parafrasare Benjamin, è “il combattente sentimentale nell’era del capitalismo avanzato”. Infatti se non è romantico, dietro la sua faccia dura, dietro la maschera cinica e spietata, covano sentimenti veri: la generosità, la compassione, la difesa dei deboli. <em>Lo Sconosciuto</em>, con la sua forza, col suo cinismo sentimentale, con le sue crisi, incarna l’archetipo dell’uomo moderno, sempre minacciato, sempre in gioco. Forse è questo il vero motivo della sua longevità.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera.jpg"> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-45537" alt="Sconosciuto dendera-250x326" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326.jpg" width="250" height="326" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/05/Sconosciuto-dendera-250x326-230x300.jpg 230w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" /></a>Questo nuovo albo è un compendio di storie e di grafica. Contiene due episodi dove Unknow non è protagonista, ma narratore: <em>Una partita impegnativa</em>, apparso nel 1981 come inserto al <em>Resto del Carlino, </em>narra della “filiera” completa dell’eroina. Si va dalla coltivazione dell’oppio in Turchia al viaggio a dorso di cammello attraverso la Siria, fino allo smistamento a Marsiglia della morfina raffinata, e alla distribuzione sul grande mercato americano, con la longa mano della mafia. <em>Il volo del Lac Leman</em> è una “normale” vicenda di terrorismo, con un aereo dirottato e l’intervento delle forze speciali. La banalità del terrorismo, della follia e della violenza. Scritte e disegnate trent’anni fa, sono storie molto attuali. Magnus offre una delle sue migliori carrellate di personaggi grotteschi, feroci, realistici, con le predilette ambientazioni esotiche, i deserti, le città arabe che grondano cultura antica, benché sventrate dalla speculazione e dall’ingordigia degli uomini.</p>
<p>Poi ci sono vent’anni di copertine de <em>Lo Sconosciuto</em>, una intervista dove Magnus si spende con aneddoti e riflessioni su se stesso e sui personaggi, molti bozzetti inediti e la sceneggiatura originale, manoscritta, di un’avventura rimasta sulla carta, <em>Socco Chico. </em>E’ una vicenda ispirata a una storia realmente vissuta dall’autore bolognese nel mercato di Tangeri, “un luogo complesso e complicato, pieno di gente che viene e che va.” Proprio a due passi dalla casa di William Burroughs, un altro autore di culto contro il quale l’ossido del tempo e delle mode sembra del tutto inoffensivo.</p>
<p><em>[su <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8817057258/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8817057258&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">Lo Sconosciuto</a> vedi anche <a title="Magnus: Unknow" href="https://www.carmillaonline.com/2013/01/08/magnus-unknow/" target="_blank">questo articolo</a> di Mauro Baldrati pubblicato su Carmilla &#8211; jr]</em></p>
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		<title>Il Primus Pilus della guerra eterna</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jul 2012 21:21:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alan D. Altieri]]></category>
		<category><![CDATA[graphic novel]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/16/il-primus-pilus-della-guerra-eterna/2776_9_t/" rel="attachment wp-att-43013"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t.jpg" alt="" title="2776_9_t" width="360" height="270" class="alignleft size-full wp-image-43013" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t.jpg 360w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/2776_9_t-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a><br />
Nell’esercito dell’antica Roma il Primus Pilus – o Primipili – era il centurione Prior, il comandante della prima linea e capo di tutti i centurioni. Era un ufficiale molto rispettato, aveva accesso alle riunioni strategiche coi legati, i tribuni, e la sua parola era tenuta in alta considerazione. Salvo qualche eccezione la sua nomina non era calata dall’alto, o dovuta all’appartenenza alla classe equestre, come regolarmente avveniva nella corrotta Roma, ma conquistata sul campo di battaglia. Il Primus Pilus combatteva coi suoi uomini, e se sopravviveva diventava una sorta di super guerriero che nessuno osava contraddire.<span id="more-43011"></span> </p>
<p>In Italia abbiamo un Primus Pilus della letteratura definita di genere, un autore di prima linea che porta avanti il suo libro da anni: Alan D. Altieri. Lo fa coi romanzi, coi racconti, e proprio come gli antichi guerrieri il suo mondo è la guerra. Non c’è altro mondo possibile, e non per scelta sua, ma perché la guerra accompagna la specie umana [nei suoi testi sempre fatta precedere da “in”, (in)umana)], fin dalla nascita. “Kogan non riusciva a ricordare nient’altro. Solo la guerra. Forse non c’era mai stato nient’altro. Da nessun’altra parte, in nessun altro tempo, in nessun altro spazio. Impossibile rallentarla. Impossibile fermarla. La guerra è eterna”. Così scrive nel racconto che apre la sua ultima raccolta, <em>Warriors</em> (TEA 2012). </p>
<p>La guerra eterna.<br />
Su questo argomento – la guerra dei trent&#8217;anni, un conflitto globale che tra massacri, carestie dovute ai massacri e alle continue razzie, pestilenze dovute alle carestie, ha quasi estinto l’intera popolazione europea – Altieri ci ha scritto una monumentale trilogia, <em>Magdeburg</em>. E la lunga serie dello “sniper”, il cecchino Russel Kane, si sviluppa negli interminabili, interscambiabili scenari di guerre planetarie, piccole, grandi guerre clandestine, condotte da eserciti regolari o da agenzie specializzate nei lavori sporchi. Perché la guerra eterna non è solo causata da carri armati o da batterie di artiglieria: è anche (soprattutto?) la speculazione selvaggia, il malaffare che desertifica intere città, riducendole a lugubri zigurrat della devastazione e del fallimento. </p>
<p>Questo è il centro focale dell’ultimo racconto che conclude la raccolta, <em>Los(t) Angel(e)s</em>, in realtà un romanzo breve ambientato in una Los Angeles post apocalittica, quasi fantascientifica, città oscura dove palpita ogni violenza, ogni speculazione. Trafficanti di droga, killer professionisti, saccheggiatori edilizi pianificano la distruzione, acquistano titoli tossici emessi nel “paese dei papponi”, che manderanno in rovina migliaia di famiglie ma frutteranno una montagna di soldi facili (il caso Parmalat?). Intanto due donne “toste”, due guerriere fredde e determinate compongono il mostruoso mosaico del male assoluto, in corsa verso un finale che lascia senza parole. </p>
<p>Proprio le donne guerriere sono le protagoniste di tutti i racconti di <em>Warriors</em>.  Donne forti, nate e cresciute nella guerra, in ogni epoca e latitudine. Donne spietate, perché vivono in un mondo terminale dove pietà l’è morta. Kogan è una sniper nel primo racconto, <em>Contatto con il nemico</em>: un testo breve, essenziale: una guerra senza tempo, in un futuro lontano, oppure in un presente terribilmente attuale, forse su un altro pianeta. C’è un ponte, relitti ovunque, e l’onnipresente vento nero che soffia in tutti i testi di Altieri. Al di là del ponte c’è la “zona neutra”, un territorio mitico dove forse la guerra si placa, si interrompe. L’uomo vuole raggiungerlo a tutti i costi. La donna “sa” che è un suicidio. Sa che la zona neutra non esiste. “Uomo. Contro la donna./La prima e l’ultima di tutte le guerre./Donna. Contro l’uomo.” <em>Contatto con il nemico</em> è un racconto che per la sua essenzialità, il suo ritmo, la sua lingua purificata e nera, può essere considerato il manifesto letterario del suo autore. </p>
<p>La guerra senza tempo, la guerra eterna ingloba ogni epoca, ogni conflitto. <em>L’unico fascista buono</em> è ambientato durante la Resistenza, un fuoco freddo antifascista che combatte tutti i revisionismi, tutte le ipocrisie. La partigiana Lidia, eroina mimetizzata nella tana delle jene fasciste e naziste, combatte la sua battaglia rischiando la propria vita, armata di una micidiale Luger Artiglieria .9 Parabellum, con la quale fa esplodere le teste degli stragisti nazi/fascisti.</p>
<p>Nel terzo racconto, <em>T/Mek</em>, la guerra eterna è combattuta sul ponte sullo Stretto di Messina, puro sterminio tra mafie: i siciliani contro i calabresi per spartirsi i miliardi del paese dei papponi. Su quel tunnel sospeso sul mare, mai terminato, un mostro meccanico, un’arma segreta del Glorioso Esercito Amerikano, scatena un inferno tra vacanzieri armati di macchine fotografiche. Il demone è guidato da un ufficiale pazzo e drogato, che la sergente Ash tenta disperatamente di fermare. Ricorda certi racconti horror di Lovecraft (autore culto di Altieri), creature dell’incubo che strisciano in mondi spettrali.</p>
<p>Le donne di guerra di<em> Warriors</em>  sono nate nella morte e seminano morte. Uccidono i nemici, danno il colpo di grazia con l’ultima pallottola nella nuca, o in un occhio: “Gli sparai alla testa, punto d’impatto lobo frontale destro. Il bossolo del 223 tintinnò chissà dove nella cenere”, racconta in Bloodstar Tanner, agente SWAT che cerca di scortare uno scienziato verso un radiotelescopio per svelare il segreto di una cometa che minaccia la terra, mentre ciò che resta di un’umanità impazzita, guidata da un predicatore mostro, li insegue per bruciarli sul rogo. </p>
<p>Le warriors sono dure, estreme, sopravvissute loro malgrado in un mondo tracollato nella catastrofe generata dalla follia e dall’avidità. Eppure non sono morte dentro. Altieri come lettore e come editor ama i testi politicamente scorretti, dove il male è davvero il male e i cattivi fanno il loro mestiere fino in fondo, senza l’obbligo del lieto fine. Ma come scrittore non rinuncia all’etica. I suoi eroi di guerra – le eroine di Warriors – conservano un residuo puro e indistruttibile di umanità e di generosità. Il loro sguardo è sempre rivolto verso ciò che resta della vita e, forse, dell’amore. Generano storie avventurose, epiche, dove sembrano rivivere gli antichi eroi, i Primus Pilus caduti in prima linea per difendere il loro concetto di giustizia e di libertà, calpestati da tetri personaggi scoppiati, col rolex al polso e il cervello bruciato dalla metamfetamina. Storie che l’appassionato di fumetti sogna di vedere rappresentate in un bianco e nero ad alta definizione e a contrasto pieno, proprio come la scrittura di Altieri. E mentre legge questi racconti il fumettaro invasato immagina di aprire una delle cosiddette <em>graphic novel</em>, copertina rigida in hard cover, foriera di promesse di avventure e meraviglie, per scoprire, strabuzzando gli occhi: “Soggetto e sceneggiatura di Alan Altieri, disegni di Magnus”.</p>
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		<title>Love Out</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Feb 2012 18:32:34 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Pierfrancesco Pacoda</strong></p>
<p>C’è una doppia, possibile interpretazione del titolo della raccolta che Mauro Baldrati ha curato per Transeuropa, <em>Love out</em>. Potrebbe essere, la frase, un riferimento alla ‘banalità’ del bene, alla sua assordante normalità, quasi che potessimo ragionare di sentimenti adattando a essi la forza ‘fredda’ delle emoticons. Potrebbe però essere, <em>Love out</em>, un invito a fare outing, a rompere l’isolamento della passione, a riappropriarsi, togliendone il predominio alle boutique del centro, della sconcertante carica in movimento del cuore.<br />
Mi viene in mente, leggendo i bei racconti che sfilano nelle pagine eleganti di <em>Love Out</em> il più retorico e sofisticato ‘esercizio di stile’ che la cultura pop ha espresso sull’amore negli ultimi decenni, la canzone dei Frankie Goes to Hollywood, <em>The Power of Love</em>, una struggente ballata  dai toni epici talmente incisiva ed evocativa da mettere insieme l’amore di Betlemme, quello sacro, e quello ‘maledetto’ dei bassifondi così amati dalla gay oriented band della new wave inglese.<br />
Così fa Baldrati nelle pagine di Love Out, mette insieme racconti e poesie, rime e storie perché<br />
scalfito dall’idea che lo slogan (come proprio la ‘popular music’ ci ha insegnato) passa indenne attraverso i tempi instabili che viviamo e ci racconta molto di più di un corposo saggio di filosofia.<br />
Soprattutto, ci racconta chi siamo quando viviamo. E quando amiamo. Proponendoci un bel catalogo di ambientazioni che noi lettori possiamo, nella grande diversità delle nostre esperienze, trovare utili per ricostruire la nostra personale trama amorosa.<br />
Voglio dire che <em>Love Out</em> è utile. Aiuta. Risponde a una funzione didattica della letteratura. Troveremo sicuramente la pagina (o la rima) che sembra scritta su misura per noi. Come se l’autore sapesse perfettamente chi siamo. E ha scritto il suo racconto osservandoci, analizzandoci, per offrirci tante possibili soluzioni ai nostri dilemmi amorosi. Che è un po’ la funzione che avevano i fotoromanzi. O le più riuscite canzoni pop. Le ballate come <em>The Power fo Love</em>. Il Potere dell’Amore.<br />
Difficile (e forse nemmeno giusto) raccontare in poco spazio tutti i temi affrontati  dal gruppo variegato e nobile di scrittori e poeti che Mauro Baldrati, uomo che ama le trame nervose ai confini della fiction di crime stories, quelle che incredibilmente quando tutto sembra perduto indicano invece una via d’uscita, ha messo insieme e ha diretto.<br />
Hanno risposto all’appello celebrità come Tiziano Scarpa, Raul Montanari, Alan Altieri, Gianluca Morozzi e giovani promesse che, stimolate dal fascino ammaliatore di un argomento così terribilmente ‘fuori moda’, hanno giocato le loro carte più ambiziose, consapevoli di essere ai confini di quel baratro chiamato luogo comune. E, ognuno con il proprio fluire linguistico, ha riportato l’amore a casa.<br />
Perché, come dice Nanni Moretti, ‘Le parole sono importanti’, ed è di questo che deve parlare la letteratura oggi, di un senso che va esaltato e divulgato, di una semplicità gioiosa, che è propria di una parola come ‘amore’. Una parola che ripetuta all’infinito, descritta e resa protagonista della vita, come fanno gli autori di Love Out, impareremo a pronunciare, dopo aver  letto questo libro, con frequenza maggiore di quanto facevamo prima.<br />
Il merito è di tutti quelli che hanno accettato di essere parte di <em>Love Out</em> (molto efficace la copertina con il cuore in rilievo)  anche un po’ del curatore al quale gli ‘happy end’ piacciono molto.<br />
I fondi ricavati dalla vendita di questo libro vengono devoluti all’Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Cittadini Stranieri, Rom e Sinti.</p>
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		<title>Psicodramma del potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 09:30:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[classe dirigente]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/04/il-potere-grande-che-e-piccolo-che-e-grande/xir187859/" rel="attachment wp-att-41578"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-41578" title="XIR187859" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi-282x300.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/jean_baptiste_colbert_1651_90__hi.jpg 450w" sizes="auto, (max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a>L’altra sera al gruppo di psicodramma ho fatto un interessante collegamento tra una problematica per così dire oggettiva (politica, nella fattispecie) e un dato esistenziale con epicentro individuale.</p>
<p>Era tornato Riccardo, dopo una assenza piuttosto lunga dovuta a una malattia seguita alle vacanze natalizie. Subito le ragazze, che di solito all’interno del gruppo sono le più ricettive riguardo agli stati d’animo dei presenti, hanno notato la sua faccia immobile, triste. Allora il conduttore gli ha chiesto se andava tutto bene, se voleva parlare del periodo appena trascorso. Riccardo, che gestisce un piccolo negozio di cartoleria, ha detto che per lui è un momento difficile. La crisi lo sta riducendo sul lastrico, le vendite sono ridotte praticamente a zero, inoltre ha ricevuto una visita della Guardia di Finanza che l’ha scaraventato in uno stato di confusione mentale. Sono entrati in due, maresciallo e agente, l’hanno sottoposto a estenuanti verifiche, soprattutto riguardanti il contratto d’affitto. Si è sentito schiacciato, vessato, perseguitato. Lui, piccolo negoziante quasi rovinato dalla crisi economica e dall’accanimento del fisco, forse dovrà chiudere il negozio. Avrebbe voluto farli a pezzi, ha detto, falciarli con un mitra, cancellarli, disintegrarli. Ma non ha fatto nulla, ha dovuto subire, come sempre, come tutti.</p>
<p>Il conduttore l’ha subito fatto salire sul palco, chiedendogli di scegliere i due finanzieri. Io sono diventato il maresciallo, mentre un altro ragazzo del gruppo ha assunto il ruolo dell’agente. È seguito uno psicodramma teso, ma anche comico, con me che recitavo la parte del sottufficiale spietato, persecutorio, il ragazzo che mi spalleggiava rivolgendosi a lui con punte di violenza verbale e anche qualche epiteto (nello psicodramma tutto viene enfatizzato, spogliato di ogni mediazione perché bisogna arrivare al nocciolo incandescente). Riccardo oscillava dalla risposta passiva alla rabbia, colpendomi col cuscino (lo strumento usato per scaricare l’aggressività), poi tornando passivo e fatalista, che era il suo atteggiamento dominante. Il senso era chiaro: io rappresentavo l’autorità, o meglio l’autoritarismo, quel Potere primordiale col quale tutti abbiamo fatto i conti e che ha lasciato segni in noi, ricordi, ma anche ferite, risposte di varia intensità, rabbia, paura, tristezza, ribellione, quando le nostre forze non erano ancora sviluppate e noi eravamo indifesi, e soli, e impreparati, e inesperti.</p>
<p>Terminato il lavoro siamo passati alla fase della verbalizzazione e delle condivisioni. Il conduttore ha fatto un’associazione tra il suo atteggiamento passivo, in alcuni momenti assente, straniato, e la sua infanzia, quando lui, ultimogenito di quattro fratelli, viveva protetto e isolato tra le braccia della madre mentre intorno a lui i fratelli e la sorella litigavano, si ribellavano, i genitori sgridavano, urlavano, ordinavano. Quel lasciare scorrere le cose, quel chiamarsi fuori dall’aggressività che imperava nel suo ambiente ha continuato a seguirlo e a condizionare le sue scelte. Fate quello che volete, diceva quando il maresciallo lo incalzava e lo minacciava per il timbro mancante, che significava anche fate <em>di me</em> quello che volete.</p>
<p>Le condivisioni hanno subito preso una direzione oggettiva, che per un po’ il conduttore ha tollerato: il fastidio per i controlli, il disprezzo per i finanzieri “che sono tutti corrotti”, il tormento di un fisco iniquo e ottuso, regole grottesche, insensate, per cui è comprensibile se non condivisibile che si evada e così via. Io sono intervenuto esprimendo disagio per questo atteggiamento che ho definito “all’italiana”: molte regole sono sbagliate, lo sappiamo, ma con questo scarso rispetto per la cosa pubblica e la propensione a fregare nulla potrà mai cambiare nel paese. Nulla potrà mai <em>crescere</em>.</p>
<p>A questo punto il conduttore ha raddrizzato la barra, riportando la discussione verso i temi che ci interessano, cioè i nostri atteggiamenti, le nostre risposte alla vita. <em>Crescere</em>: i genitori non possono pretendere che i figli crescano, e migliorino, senza una guida. Un genitore non può intimare a suo figlio: ora <em>devi</em> risolvere i tuoi problemi, ora <em>devi</em> eliminare le tue contraddizioni, <em>devi</em> diventare perfetto. È l’esempio che conta; è il comportamento del genitore che favorisce la crescita, perché lui è la guida, e non può esistere sviluppo senza una guida etica, rispettosa e rispettabile.</p>
<p>D’un tratto ho avuto un flash intenso. Una luce abbagliante. <em>Crescita</em>. Non si parla d’altro in questo periodo. È la parola d’ordine del governo dei banchieri che sta mettendo a ferro e fuoco il paese. Un governo – una guida – che si presenta al popolo con l’indice puntato e intima: ora <em>voi</em> dovete pagare. Pagare tutto e per tutti. La crisi è molto grave, c’è il rischio del fallimento, ma <em>noi</em> non paghiamo niente. Noi non c’entriamo con voi. Noi siamo altro. Noi siamo gli intoccabili.</p>
<p>Si dice che una classe dirigente, un governo – una guida – è l’espressione di una cultura popolare. Ma un popolo non cresce solo con se stesso, senza una guida credibile. Il nostro paese ha un passato di terra divisa, spartita tra signori, papi, re e reucci, una dittatura fascista che l’ha portato alla rovina e alla tragedia, cinquant’anni di dominio democristiano all’insegna del bizantinismo e della falsità, dove per comunicare una cosa si affermava il suo contrario, quindici anni di un grottesco sultanato nel quale è stata esaltata la disonestà, la condotta mafiosa, il vilipendio della Costituzione nata da una dura guerra di liberazione.</p>
<p>Oggi un popolo storicamente educato da secoli di esempi negativi, che non ha avuto la possibilità di creare un’idea di stato e di comunità, assiste per l’ennesima volta alle performance di una casta di potere blindata nel suo privilegio che si permette di decidere sulla lunghezza della vita lavorativa altrui. Si obietta che riducendo lo stipendio, il rimborso spese, il vitalizio dei parlamentari (realmente, non il gossip mediatico su 1.300 euro lordi) non si coprirebbe certo il mostruoso buco in bilancio. E quindi si continua così, con una casta che mentre favorisce se stessa e la propria intoccabilità impone sacrifici pesanti agli altri in nome della crescita. Di fatto col suo esempio dice, con parole apparentemente contrarie che evocano “rigore” ed “equità”: invidiateci, imitateci, imparate a fare i furbi, a disprezzare il vostro prossimo, a calpestare i deboli e a nutrire i ricchi. Noi siamo eterni, il nostro avvenire è fuori discussione, ma abbiamo l’idea fissa di favorire i licenziamenti facili, perché i diritti altrui sono merce di scambio, sono polvere. I nostri invece sono sacri. Il capo di un governo composto da superbaroni universitari inamovibili, che viaggiano da un incarico all’altro, si presenta per l’ennesima volta in televisione dove, con stile salottiero, definisce “monotono” il lavoro fisso, annuncia che i giovani devono abituarsi a cambiare, perché il posto fisso possono scordarselo. Come se parlasse ai rampolli privilegiati della sua personale élite, mentre sta umiliando chi il lavoro non solo non può cambiarlo, ma neanche trovarlo, anche a costo di appellarsi alla Madonna di San Luca per tutta la vita.</p>
<p>Questo è l’esempio per il paese, l’esempio per la crescita.</p>
<p>Questa è la guida.Una guida indegna di questo nome, guida al nichilismo e all’egoismo.</p>
<p>Guida di uomini di paglia, di uomini di niente.</p>
<p><em>(Immagine: J.M. Nattier, &#8220;Jean-Baptiste Colbert&#8221;, 108&#215;113 cm, olio su tela)</em></p>
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