<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>michel houllebecq &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://staging.nazioneindiana.com/tag/michel-houllebecq/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://staging.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 12 Jan 2015 13:20:45 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.7.5</generator>
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">211417809</site>	<item>
		<title>Le idiozie di Houellebecq, la violenza, il dialogo, la fraternité: una lettera agli amici francesi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/</link>
					<comments>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2015 04:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo. terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Charlie Hebdo]]></category>
		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[fraternité]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo sartori]]></category>
		<category><![CDATA[il trentino]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[michel houllebecq]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=50474</guid>

					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/houellebecq_ch_resize/" rel="attachment wp-att-50503"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50503" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg" alt="Houellebecq_CH_resize" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize.jpg 600w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno<span id="more-50474"></span> formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non legato a nessuna combriccola e parrocchia (ciò che io ero e sono), per le mie capacità, per la mia laicità, e mi hanno ridato la fiducia nell’esistenza. Io a voi devo tutto. Il vostro esempio e le vostre battaglie hanno aperto la strada a quello che è diventato il mondo nel quale viviamo, che ha certo molti difetti, ma che almeno in certi paesi (che sono in realtà sempre di più), ha permesso a tante persone di vivere una vita degna, creandosene da soli il senso, liberati da quella che è stata per secoli la schiavitù morale e sociale della religione. Ma lasciando la libertà, a chi vuole, di vivere in pienezza una propria esperienza religiosa o spirituale. Io non sono un intellettuale, queste cose non le ho imparate all’università, le ho respirate per la strada e ai banconi dei bar, nei letti nei quali ho dormito, nelle canzoni che ho ascoltato, nei fiati delle persone che ho conosciuto. Certo, ho anche letto molti romanzi e molte poesie, e da autodidatta qualche libro più teorico, ma la mia vera scuola sono stati i vostri esempi, che mi hanno appunto salvato la vita. Perché tutto questo voi lo avete nel sangue. Gli italiani questa libertà la respirano, quando sono fortunati, sui banchi liceali o universitari (la maggior parte di loro, a cominciare da tanti governanti e uomini potenti, non l’ha mai incrociata). Per questo vi ammiro, come si ammirano coloro che sono per certi versi più fortunati, ma anche pronti a condividere la loro ricchezza. Intendiamoci, non sto mitizzando la vostra situazione, conosco bene i limiti delle vostre istanze e i tanti problemi nei quali vi dibattete (molti dei quali appartengono del resto a dinamiche transnazionali), le vostre abissali contraddizioni.</p>
<p>Cari amici francesi, considerate, vi sembrerà incongruo che lo dica ora, che ogni forma di terrorismo ha una sua parabola, che è una infernale discesa verso la sconfitta. Quando il terrorismo colpisce duro, e mostra la sua sete di sangue, come è successo adesso, è che ha cominciato, sta cominciando, a perdere. Colpisce degli innocenti, si accanisce anzi su chi gli è più vicino (i dissacranti disegnatori sterminati – nessuno coglie questo aspetto &#8211; erano gli unici che, a loro modo, dialogavano da pari a pari con il radicalismo islamico: anche l’essere nemici è un legame, e non parliamo dell’accanimento), perché proprio questi potrebbe instaurare un dialogo (una vignetta sbracatamente o scatologicamente satirica è pur sempre dialogo). Ha bisogno di farlo, per alimentare la propria folle illusione, la propria irrealistica strategia. È successo in Italia, è successo in Spagna, è successo in tanti paesi dell’America Latina, in Algeria, in molti altri paesi. Più si dibatte più ha sete di sangue e più commette azioni repellenti. E più è cruento più riduce, più si taglia il ramo sotto i piedi, più si avvia verso la propria drammatica estinzione. Il destino di ogni terrorismo è quella di respingere e ridurre viepiù la propria base, di allontanarsi sempre più non solo con dalla società, ma da chi all’inizio lo vedeva di buon occhio, o comunque come un membro della famiglia. Quell’idiota e sopravvalutassimo scrittore che è Houellebecq – al secolo Michel Thomas, nato in un “dipartimento d’oltremare”, transitato nell’infanzia, per un altro, guarda caso, l’Algeria &#8211; agita lo spettro del dominio islamista, e certo ora nei suoi deliri alcolici crederà di aver visto giusto, e invece quello che è successo dimostra l’impotenza di chi questo miraggio lo sogna e lo vorrebbe.</p>
<p>Cari amici francesi, il giorno dopo dell’eccidio di <em>Charlie Hebdo</em> mia moglie, anche lei francese, e che lavora in un istituto tecnico “difficile”, ne ha parlato con tutti i suoi studenti. In ogni classe c’erano almeno alcuni alunni che simpatizzavano con gli assassini, in qualche classe uno o due allievi prendevano apertamente posizione per loro. Non fingete che non sia così (c’è appunto chi queste situazioni le conosce a menadito), prendete atto che è questo il vero problema, e non abbiatene paura. Uscite dalle vostri privilegiate torri di avorio, andate a parlare con questi ragazzi, che sono francesi esattamente come voi lo siete. Cercate di capirli, provate in tutti i modi a farli cambiare idea. Mia moglie in una giornata di battaglie verbali c’è riuscita. Ha trasformato un clima di violenza in uno di dialogo rispettoso, e perfino di affetto reciproco (quella che la vostra fondamentale rivoluzione ha battezzato <em>fraternité</em>, e che negli ultimi decenni avete perso per strada, tutti presi dalla <em>liberté</em>). Si è dovuta arrendere solo con un ragazzo, che inneggiava apertamente e con modi inaccettabili all’assassinio, e che ha dovuto essere allontanato (se ne è poi occupato il preside, grande e ammirabile dialettico). Ma con molti altri ha vinto lei. Fatelo anche voi. Non vi sarà facile, perché avete tanti pregi ma anche pregiudizi e tanta boria. Nelle vostre politiche quotidiane pensate anche a loro, soprattutto a loro.</p>
<p>Cari amici francesi, io non vi parlo del vostro modo con il quale siete usciti dal vostro passato coloniale, e dal suo fulcro simbolico, la guerra d’Algeria (quale è l’origine delle famiglie dei ragazzi che hanno fatto questo massacro, ci avete pensato?), senza mai fare i conti (proprio come noi dal fascismo; e non a caso nei due casi è dai nodi non risolti che nasce la violenza), non parlo dei ghetti che avete creato nelle periferie delle vostre ricche città, dove quasi nessuno ha la pelle chiara, della spirale materialista nella quale vi siete lasciati prendere, della vostra deriva verso una nuova oligarchia che i poveracci e gli esclusi li ha a stento sentiti nominare, della vostra incapacità di far accedere grosse fette di vostri cittadini a questa vostra nuova follia, di farli vivere come vivete voi. Non vi parlo della vostra difficoltà a confrontarvi con pratiche sempre più diffuse – al vostro stesso interno, nelle vostre cerchie &#8211; che non sono un rigurgito religioso, come avete tendenza a chiamarle, sono percorsi spirituali, quasi sempre areligiosi, legittimi e per certi versi ammirabili (perché l’uomo, e ce ne accorgiamo adesso che ci siamo liberati dai poteri religiosi, senza spiritualità è destinato al suicidio). Non vi parlo delle religioni, che da sempre si sono piegate, come è successo in passato alla nostra, e come sta succedendo all’islam, a ogni tipo di strumentalizzazione del potere e legate alle dinamiche sociali. Illustri storici, filosofi, sociologi, etnologi, psicanalisti, potrebbero farlo mille volte meglio di me. E soprattutto questo non è il momento. Vi dico solo, in maniera intuitiva, che quello che è successo prova che in qualche modo siete corresponsabili.</p>
<p>Non sto giustificando la violenza non fraintendetemi. Sto dicendo che la violenza nasce quando non c’è più dialogo. E se non c’è più dialogo la colpa non sta mai da una parte sola, sta da entrambe le parti. È successo in Italia quarant’anni fa, e voi avete saputo evitarlo proprio perché avevate una classe politica più elevata e perché nel vostro genoma culturale c’erano degli anticorpi, su quel terreno lì, che hanno disinnescato sul nascere la scintilla della violenza. Da noi nessuno ha provato davvero a parlare a chi simpatizzava con la lotta armata (l’unico che aveva la statura e la libertà di spirito per cimentarsi, Pasolini, era morto, non a caso di morte violenta), e anzi ogni parte si chiudeva in rigidità che nei fatti hanno alimentato la violenza. A destra come a sinistra. Sento già il coro nostrano che mi accusa di giustificare la violenza, e allora invito ad andare in biblioteca e riaprire i giornali (io l’ho fatto) del tempo: l’incredibile violenza non stava da una parte sola, stava egualmente nella becera classe politica, nel linguaggio usato negli articoli dei quotidiani, veri e propri bollettini di guerra, nell’aria che si respirava. Ma appunto la violenza chiama violenza, aizza quella tragica discesa agli inferi, quel crescendo di bestialità, che è l’ineluttabile destino di ogni dinamica terrorista. Quella stessa crescente bestialità che conduce al graduale assottigliamento della base di simpatizzanti senza la quale essa non può sopravvivere, né materialmente-logisticamente, né “politicamente”. Adesso la bomba è innescata, nessun artificiere, nessuna polizia o forza speciale, non illudetevi, possono togliervi dalle peste. Sta a voi, a tutti voi (non sarà certo la vostra oligarchia politica, preoccupata prima di tutto di salvaguardare i propri interessi, e si compiace della propria “fermezza”), a ognuno di voi, provare a limitare i danni, cercare di tenere aperto il dialogo. In nome appunto di questa parola d’ordine che avete messo in soffitta, la <em>fraternité</em>, e di quell’altra, l’<em>egalité</em>. È molto difficile, lo so.</p>
<p>Cari amici francesi, questo è un momento molto delicato per voi, un momento in cui la forza delle vostre sacrosante ragioni può essere controproducente. Questo è il momento di pensare ai vostri torti e alle ragioni degli altri, sforzo che non è affatto in contraddizione con la fierezza per quello che siete e per la vostra tradizione laica. Si può essere fieri e nello stesso tempo umili, aperti alle istanze dell’altro. Voi avete ragione, ma avete anche grossi torti. Questo è il momento di non chiudervi, di non arroccarvi. Se vi arroccate, come già sembrano fare i vostri governanti, ma anche molti di voi (non parlo ora di tutti quelli attratti dalla destra xenofoba), l’incendio sarà molto cruento. In altre occasioni della vostra storia, anche recente, avete saputo farlo.</p>
<p><em>(questo pezzo, scritto prima delle enormi e determinatissime marce di ieri, senza precedenti, e dell&#8217;incredibile serata su France2-France Inter-France Culture, un vero soprassalto di cultura laica e senza veli di sorta, ma anche tollerante, anch&#8217;essa senza precedenti, sulle quali ci sarebbe molto da dire, è stato pubblicato, sempre ieri, sul quotidiano &#8220;Il Trentino&#8221;)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/tignous_42172298/" rel="attachment wp-att-50490"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-50490" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg" alt="Tignous_42172298" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298.jpg 360w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://staging.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>65</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">50474</post-id>	</item>
		<item>
		<title>LA PAGINA E LO SCHERMO. Frame da un discorso abbandonato. (II)</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2008/04/11/la-pagina-e-lo-schermo-frame-da-un-discorso-abbandonato-ii/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[domenico pinto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2008 06:31:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antonio scurati]]></category>
		<category><![CDATA[giacomo debenedetti]]></category>
		<category><![CDATA[guy debord]]></category>
		<category><![CDATA[michel houllebecq]]></category>
		<category><![CDATA[stefano gallerani]]></category>
		<category><![CDATA[walter siti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/2008/04/11/la-pagina-e-lo-schermo-frame-da-un-discorso-abbandonato-ii/</guid>

					<description><![CDATA[di Stefano Gallerani «Questo progressivo sbiadire delle relazione umane non manca di porre qualche problema al romanzo. Come si potrà, infatti, perseguire la narrazione di passioni focose sviluppate lungo svariati anni e talvolta in grado di far sentire i propri effetti su diverse generazioni?» (Michel Houllebecq, Estensione del dominio della lotta) Con una detonazione si [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Stefano Gallerani</strong></p>
<p><small>«Questo progressivo sbiadire delle relazione umane non manca di porre qualche problema al romanzo. Come si potrà, infatti, perseguire la narrazione di passioni focose sviluppate lungo svariati anni e talvolta in grado di far sentire i propri effetti su diverse generazioni?»</p>
<p>(Michel Houllebecq, <em>Estensione del dominio della lotta</em>)</small> </p>
<p>Con una detonazione si apre anche <em>Il sopravvissuto</em>, secondo romanzo di Antonio Scurati pubblicato nel marzo del 2005, a pochi mesi dal libro di Covacich. Il giorno della sua maturità, Vitaliano Caccia, già votato, lo scopriamo presto, alla bocciatura, uccide a colpi di pistola tutti i membri della commissione d’esame. Tutti salvo uno. Da questo momento, Andrea Marescalchi, l’insegnante di storia e filosofia “graziato” da Caccia, diventa «una figura della desolazione esistenziale»: il <em>sopravvissuto</em>, appunto.<span id="more-5669"></span> Ma il fatto delittuoso, l’episodio criminale non serve a Scurati per inscrivere nella cornice di genere – il giallo metaforico che muove dall’episodio di cronaca &#8211; una vicenda ed offrirla, così, in pasto all’interpretazione e al commento. L’interrogativo che risuona in ogni capitolo, soprattutto quelli corrispondenti alla rilettura da parte di Marescalchi del proprio diario non riguarda il motivo – o il movente – del gesto di Vitaliano, e neppure che fine abbia fatto, una volta compiuta la strage, l’omicida, no, di questo cose se ne occuperanno, ai rispettivi livelli di responsabilità, le istituzioni (la Scuola, lo Stato, la Famiglia, la Scienza, la Società colte nella loro dimensione foucaultiana, <em>espulsiva</em>, e parodiate nell’epifania più <em>assurda</em>, quella linguistica). Procedendo nella rievocazione di alcuni episodi recenti della vita di Vitaliano alla ricerca di una giustificazione, una premonizione, nonché di un’<em>identificazione </em>&#8211; <em>per speculum in aenigmate</em>, secondo il modello dominante del <em>Sebastian Knight</em> di Nabokov -, la riflessione di Marescalchi s’avvolge tutta intorno alla sua condizione di superstite: l’altra faccia di un disagio di cui il gesto di Vitaliano – ma, si potrebbe ben dire, l’intera sua costituzione – è l’espressione più violenta, efferata e <em>nostalgica</em>. Una nostalgia che si traduce inevitabilmente in un vissuto affettivo gravido di retoriche concettuali: come Andrea è l’uomo che Vitaliano non si rassegna a diventare così Vitaliano è il ragazzo che Andrea non è più (o non è mai stato). Ma anche un epicedio ed una sintesi da laboratorio della giovinezza come la immaginano gli adulti (sono significative, in questo senso, quasi romanzo nel romanzo, la dedica e le epigrafi al prologo, all’epilogo e alle due parti che compongono il libro <em>illustrandolo</em>: «Avere addosso vent’anni è come avere la peste bubbonica » [Faulkner], «al ragazzo che fui», «anche l’albero in fiore mente nell’istante in cui è contemplato senza l’ombra del terrore […] e non c’è più bellezza o conforto se non nello sguardo che fissa l’orrore, gli tiene testa» [Adorno], «avevo vent’anni, non consentirò a nessuno di dire che è la più bella età della vita» [Nizan], «e ciascuno dovette accettare di vivere giorno per giorno, e solo di fronte al cielo» [Camus]). Alla massa indistinta del corpo sociale, «educata da milioni di ore trascorse davanti alla televisione» e abituata a reagire «di fronte ad ogni evento dell’esistenza, fosse anche gravemente luttuoso, con l’unico comportamento richiesto al pubblico televisivo: l’applauso», ossia l’assenso incondizionato, Scurati oppone il ritratto di una coppia di individualità precarie e lacerate, ancorché <em>irridotte</em>, oltre all’intenzione di ripristinare l’autorità dell’esperienza in luogo di ciò che è solo possibile. «Dirò no a ogni spiegazione che dipenda da una qualsiasi verità che non riposi nella mia esperienza, nel mio ricordo, nel mio rimorso. Rifiuterò la scienza, ogni scienza e il suo vizio di negare l’essenza, la sua insolente insistenza nello spiegarci che ogni cosa vive solo nella relazione e nella mediazione con qualcos’altro», ecco cosa si ripromette Andrea all’inizio della sua ricerca, e nell’<em>inattualità </em>del suo gesto non riposa solo l’anacronismo che si riflette nell’affanno espressionistico della pagina, ma tutta una poetica: in un mondo senza orizzonte il sopravvissuto, cioè l’<em>espulso</em>, è l’unico testimone non integrato, e per questo attendibile, della crisi. Non a caso esperienza (e il suo contrario, o la sua declinazione odierna, inesperienza) e anacronismo o inattualità (storicità, insomma) sono gli assi tematici de <em>La letteratura dell’inesperienza</em>, il saggio nato come postfazione all’edizione rivista – e notevolmente incisa – del primo romanzo di Scurati, <em>Il rumore sordo della battaglia</em>. In questo breve scritto, partendo dalla «relazione perduta tra esperienza e letteratura» &#8211; oggi non differenti o, al limite, indifferenti l’una all’altra, bensì indifferenziate -, Scurati ripercorre il processo di spodestamento dell’esperienza dal mondo portato a compimento dai media elettronici e si interroga su cosa comporti <em>scrivere romanzi al tempo della televisione</em> (così la didascalia del titolo). Come nel caso di Cordelli, le domande sono esplicite: qual è il compito delle letteratura in un mondo «che viene dopo la fine del mondo e che non conosce il <em>senso della fine</em>, che ignora dunque la peculiare capacità di produrre significato da parte del romanzo»? Come possono gli scrittori «trasformare in opera letteraria l’assenza di un mondo eclissatosi assieme all’autorità del vivere e della testimonianza»? Scartata recisamente tanto l’opzione per l’opera-mondo a statuto paranoide («questo tipo di neo-esoterismo a buon mercato [è una definizione pregnante, non un insulto] non è l’antiveleno a quel dominio della comunicazione che cancella <em>il mondo, </em>ne è un prodotto») che quella per la decostruzione auto-parodica («una tattica vecchia come la strategia modernista, cioè fedele al principio del negativismo estetico»), Scurati scioglie le sue riserve in favore del romanzo storico riportato in auge in Italia da Umberto Eco al principio degli anni Ottanta. Da questa deliberazione nasce, però, nell’economia del discorso, un’increspatura che ne modifica merito e gittata. Pur nella sua inappuntabile <em>eleganza </em>narrativa, il <em>Nome della rosa </em>non è, dopotutto e nello stesso scenario letterario ricostruito da Scurati, che un compendio di ironie varie e straniamenti divertiti che mettono in scacco la cultura; una metafora postdatata sui misfatti della censura del potere ma anche un complicato rompicapo che fa agio proprio sull’equivalere ogni cosa al suo contrario e sul non essere niente ciò sembra: un romanzo «meta-pop» allora (nel 1980) ed un cliché narrativo oggi. Ebbene, siamo sicuri che sia proprio questo il sentiero che consentirà allo scrittore di essere «il veleno del proprio ambiente sociale»? Che il romanzo storico di cui si tratta sia nient’altro che un “genere” e non, piuttosto, una dimensione del romanzesco? «Ciò di cui in futuro si dovrà tener conto è che oggi, in piena esplosione dell’<em>inesperienza</em>, qualsiasi romanzo si scriva, anche il più ferocemente autobiografico, il più ingenuamente attuale, lo si scrive come romanzo storico». Rileggendo queste ultime righe, che ci sembrano il corollario ideale più del <em>Sopravvissuto</em> che del <em>Rumore sordo</em>, i dubbi si confermano, ma fortunatamente l’ambiguità (deliberata?) con cui Scurati chiude il saggio apre alla linearità (e, talvolta, alla capziosità) del suo discorso nuove e più interessanti possibilità di senso.</p>
<p>«Lo spettacolo come organizzazione sociale presente della paralisi della storia e della memoria, dell’abbandono della storia che si erige sulla base del tempo storico, è la <em>falsa coscienza del tempo.</em></p>
<p>(Guy Debord, <em>La società dello spettacolo</em>)</p>
<p>Tipicamente surrettizia è, invece, la marca dell’auspicio che, annunciandone l’uscita sulle pagine del “verri” e rendendo le armi alla potenza archivistica del tempo, in grado di ridurre ogni pagina a mero documento, di catalogarla come cifra di qualcos’altro, anche se non si sa bene cosa, Walter Siti affida alle sorti del suo ultimo romanzo, <em>Troppi paradisi</em>: «il percorso è stato quello di un maniaco ossessivo, avvolto nella placenta della propria erotomania, che da non-nato quasi si compiaceva dell’avanzante de-realizzazione del mondo intorno a sé. Ora la nascita lo sta espellendo dall’autobiografia; la neo-realtà ricomincia a sorprenderlo, esige verve e invenzioni ariostesche. Quel che mi auguro, sinceramente, è che tra dieci anni l’intera trilogia possa apparire irrimediabilmente invecchiata». Quello, cioè, che Siti spera di riprodurre è lo spirito del proprio tempo, la sua aria, confidando per questo che di qui a una manciata di anni essa sarà inevitabilmente viziata, irrespirabile, segno tanto più evidente, nelle sue intenzioni, della rappresentatività del libro con cui l’estate scorsa si è chiuso il trittico inaugurato nel 1994 da <em>Scuola di nudo </em>e proseguito cinque anni dopo con <em>Un dolore normale</em>. Rispetto a questi due titoli, all’origine del livellamento verso il basso di <em>Troppi paradisi</em> – livellamento stilistico e tematico – c’è il tentativo di rappresentare la società occidentale e il progressivo avanzare della sua «gayzzazione» (una sorta di sterilizzazione dell’immaginario collettivo), movendo da una prospettiva dapprima esterna alla <em>sedes materiae</em> di questo processo di decadimento, la televisione appunto, quindi interna allo specchio deformante del medium. Ma poiché il mondo si “conosce” mediante le immagini “taroccate” emesse dai media e dalla tv come un flusso anestetico, appropriarsi delle cose mediante le immagini delle cose stesse e la cancellazione dello spazio che intercorre tra l’autore stesso e la propria storia costituisce il nodo ingannevole di ogni singolo e diverso atto conoscitivo: la realtà non è che una continua e sterminata proliferazione di menzogne, ipotesi, confusioni verbali, omologie. «E allora, che cosa c’è di più simile a una ‘galleria di specchi’ che l’universo televisivo, inteso come sistema autoreferenziale?» E cosa c’è, in letteratura, di più simile all’autoreferenzialità che l’amministrazione di una penitenza fittizia scritta da un personaggio reale allo scopo di convalidare la sua affermazione di essere un altro ed ogni uomo: un prototipo? «Mi chiamo Walter Siti, come tutti», esordisce l’io-narrante parafrasando onomasticamente un celebre attacco di Satie, ma il modello non è quello dell’autofiction coniata da Serge Doubrovsky (e cioè «finzione di fatti e avvenimenti strettamente reali»), bensì quello dell’ego-letteratura decodificata da Philippe Forest: «“ortopedia” dell’Io, arrogante e vittoriosa su tutti i fronti della cultura, impresa insidiosa di addestramento sociale in cui l’individuo si trova invitato a fabbricare liberamente il suo essere in base al miraggio di un modello conforme ai valori comuni, esperienza in cui si verifica il paradosso dell’alienazione consumistica che sottomette il dettato individualista (diventare se stessi) alla norma collettiva (essere simile a tutti)». In realtà, il soggetto di Siti non si esprime a favore di tutti, né come portavoce di un gruppo, bensì in nome di un personaggio idealistico, un soggetto messo in questione per meglio affermarsi: l’io è imbracciato non come soglia da guadagnare per attraversarla nel viaggio verso l’impersonale, ma come forma estrema di egocentrismo. Tutt’a un tratto il problema formale del romanzo è risolto con la trovata che rende elementare ciò che era difficile; da questo punto, entrato in una sfera dove tutti i colpi vanno a segno, l’autore non può che sbagliare per eccesso, come in tutti i romanzi basati su un’idea risolutrice. Chi parla nel romanzo è il «Walter Siti» personaggio, amorale docente universitario che per amore di Marcello, body builder borgataro e angelicato, si prostituisce alla televisione («svilendo e infangando l’unica cosa che mi dia una gioia non incrinata, la scrittura […] sono andato a guadagnarmi i soldi che mi servono proprio nella centrale operativa in cui si elabora l’irrealtà»), ma dietro le sue parole si scorge senza fatica il moralismo professorale dello scrittore Walter Siti, che nell’<em>avvertenza</em> in apertura di libro ci toglie anche il gusto di sbrogliare la matassa che inviluppa realtà e finzione: «tutto l’impianto realistico, insomma, è un gigantesco soufflé pronto ad afflosciarsi in una poltiglia di finzione». L’educazione sentimentale, poi, è del tipo che porta dalla dannazione alla redenzione, il fantasma che aleggia tra le pagine quello dell’ignavia di classe («datemi reality, fiction, dialoghi, domande per i quiz: con la parannanza al sole, posso essere un onesto operaio. Inquinatore. La mia trincea d’amore è un avamposto talmente avanzato che alla fine sarà disertata anche da me»), ma la prossimità al demi-monde televisivo in cui da subito si aggira quest’agiografo della realtà antieroica che si vorrebbe l’estetizzante, nevrotico «Siti» («campione di mediocrità. La mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa») risolve tutto lo scenario in una mera replica puntualmente corretta da inserti saggistici che compendiano, con l’armamentario al completo, il più corrivo dettato sociologico su mass media e <em>popular culture</em>. Ciò rende la volontà di ripristinare la presenza dell’individuo «al tempo della fine dell’esperienza e dell’individualità come spot» tanto più debole in quanto posta in rapporto non conflittuale con «la post-realtà del regno dell’immagine», ma in posizione di falsa connivenza, <em>flirtin’ with the disaster</em>. L’assunto del <em>Duca di Mantova</em>, e cioè l’usurpazione del romanzesco ad opera della televisione, è contestato ma non confutato: «anziché ‘sfruttare’ la letteratura, il talk ed il reality sembrano inventati dal nuovo Potere per <em>neutralizzarla</em>, per dichiararla antiquata noiosa e forse terroristica. E il nostro sublime presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non è colui che ha rubato il mestiere a tutti gli scrittori italiani, ma colui che ha dato il maggior contributo per sostituire alla letteratura un’insulsa parodia. Solo perché <em>costava meno</em>» (chiaramente, laddove Siti vede una contrapposizione tra letteratura e televisione, Cordelli intende invece una sovrapposizione tra televisivo e romanzesco). I piani prospettici di quest’impianto realistico, quello narrante (bovaristico) e quello autoriale (flaubertiano), rimangono estranei all’effetto distorsivo esercitato dall’immaginario <em>fictional</em>; su ogni deformazione prevale sempre la volontà di “fare progetto”, quel tanto di esplicito, esplicativo e puntiglioso che abortisce qualsiasi opinione inattesa o la benché minima inusualità: il punto dolente di questa esasperante cedevolezza allo strapotere della massa è proprio l’imminente attestazione su un punto inscalfibile di indimostrabile ed indimostrata certezza. Quasi a salvare la preda dall’assedio della pagina, torna di nuovo, pericolosamente volitivo, il virus ironico, l’autoindulgenza e, dunque, la supponenza: nella contraddizione che s’apre tra confessione e romanzo, tra la massa dei “tutti” e quella dei “Siti” (affatto distinte l’una dall’altra), la televisione si insinua con un colpo di coda e tanto gli basta perché da un paradiso all’altro si salti facendo il passo dell’oca.</p>
<p>«In principio di ogni fase culturale si pone un’immagine informe e scontornata, suggestiva e perentoria, qualcosa come lo spettro di un’immagine, un suo ectoplasma trascendentale, che prescrive alla scienza e alle arti il loro cammino, inteso a ritrovare la collimazione tra il mondo dell’esperienza e quella intuitiva immagine del mondo, anteriore a qualsiasi esperienza.»</p>
<p>(Giacomo Debenedetti, <em>Il personaggio-uomo</em>) </p>
<p>In conclusione, l’atteggiamento adottato dagli scrittori esaminati nei confronti dello strumento televisivo segue, sostanzialmente, due direttrici di marcia, due orientamenti che non sono, poi, che due modi di intendere la funzione ed il senso della scrittura. Da un lato, marcando una netta differenza tra ciò che siamo e la nostra immagine come ce la restituisce lo schermo, si tenta di ricostruire, sebbene in opposizione, un’identità, il senso di un’appartenenza, la condivisione di un’esperienza sottraendola al vùlture mediatico. Il confronto a viso scoperto col <em>monstrum</em>, la ferma opposizione al tiranno diventano, cioè, l’occasione per recuperare un’esatta fisionomia individuale. Dall’altro, invece, quasi a riconoscere la bontà profetica dell’assunto che recita “the medium is the message”, la scrittura si pone, rispetto all’immaginario televisivo, al suo linguaggio, in una posizione mimetica: modellandovisi sopra, ne adotta forme, strutture e cadenze, in un pervertimento virtuale della narrazione che riduce la frase a mera didascalia, a commento. Ne esce, insomma, vicaria. Ma se si considera che il principale effetto del dispiegamento delle forze politiche del <em>socing </em>e dell’applicazione dei suoi protocolli ai comportamenti sociali è, come s’è detto, la messa al bando del personaggio-uomo dalla sfera pubblica come da quella privata, e che di questo spaccio i quattro romanzi in questione offrono, ciascuno a suo modo, la testimonianza della parola; ebbene, tutto ciò sommato al rapporto tra ostensione degli eventi e loro interpretazione (o, che è lo stesso, loro censura), nei due raggruppamenti individuati non possono non cogliersi divergenze interne più scriminanti ancora della macro-contrapposizione tra scrittura identitaria (o antagonista) e scrittura mimetica (o vicaria). Ne <em>Il Duca di Mantova</em>, il conflitto è evidente ed investe statuto e legittimazione dell’agire letterario. Nel cuore della battaglia l’individuo rinserra le fila di una comunità laterale e marginalizzata per ribadire la dichiarazione dei propri diritti dal momento che si consegna anima e corpo alle pagine di «un romanzo in forma di diario. O note di diario, una manciata di appunti, di schizzi, di ricordi, che infine potrebbero costituire un romanzo». All’annientamento del tessuto collettivo, che insegue la chimera di una perfetta ed universale corrispondenza tra modello e spettatore, Cordelli risponde con il richiamo a fare gruppo, a sostituire all’omologazione, al riflesso condizionato ed indotto, una dinamica comune – anche di confronto aspro e sincero – autentica ed irriducibile. Rispetto a questa prospettiva, quella di Scurati – l’altro campione della scrittura antagonista – si caratterizza per l’isolamento in cui inscrive la figura del personaggio, ritratto di spalle, nella sua condizione di superstite. La sopravvivenza si eleva a categoria spirituale, ma il mestiere di vivere (o sopravvivere) si traduce in una movimento regressivo verso la solitudine. Non c’è gruppo che tenga: nella clausura della coscienza contemporanea, l’uomo recupera una scuola di sentimenti intimi e naturali che ha per fine quello di ricomporre e licenziare i frammenti del passato – sia il proprio che quello Storico &#8211; per cucirsi addosso un carattere definito dai residui di ciò che è stato, di quanto ha trattenuto nello scempio dell’esistenza. Negli esempi di scrittura mimetica, invece, la deflagrazione del personaggio è completa e “sentita” solo nel caso del romanzo di Mauro Covacich. Nella parabola dell’uomo televisivo disegnata dallo scrittore triestino, ogni tratto di umana resistenza è annientato al punto che anche la più ferma opposizione, il gesto più eversivo (quello terroristico del dinamitardo) risponde alle precise regole di un codice <em>spettacolare</em>. Non c’è nulla, tra i gesti che compiamo, tra le farse che insceniamo, che, in radice, non sia già contenuto, fagocitato dall’immaginario contro cui ci scagliamo. Ogni reazione è stata prevista, ogni deviazione dalle traiettorie prestabilite considerata. In questa ferma duttilità si manifestano gli effetti più perniciosi di tutta l’autoironia di cui il medium televisivo è capace, ed in questa plastica sinuosità la coscienza implode e si smarrisce. In <em>Troppi paradisi</em>, al contrario, la resa è solo teorica, ma proprio in questo residuo di presenza a sé, negli spettri progressisti di un assoluto dispotismo illuminato, si nasconde il trionfo non più della letteratura ma di una realtà complessa che esige l’intervento ma sfugge alla pretesa di dominarla. Seguendo questa linea il romanzo commerciale indossa le vesti di quello d’arte, cede all’istituzione e, dunque, si impiega. La connivenza condiscendente è il motivo (draconiano?) per cui lo scrittore Siti assume di recitare questo o quel ruolo: si cala nel personaggio ma non del tutto, o non esattamente, perché con esso si identifica, non lo impersona. Nella sovrapposizione esce rassicurata non un’identità, com’è nella logica antagonista, né il referto di un decesso, come per la scrittura mimetica di Covacich, ma solo una mistificazione ulteriore: una semplice <em>interpretazione</em> che ha la pessima dote di fare, oggi e sempre, il gioco del più forte.</p>
<p><em>[Il saggio è apparso su «Caffè Illustrato», anno VII, n. 35, marzo/aprile 2007, pp. 58-68.]</em></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">5669</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: staging.nazioneindiana.com @ 2026-06-19 15:06:30 by W3 Total Cache
-->