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	<title>michele zaffarano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Interférences # 19 / Christophe Tarkos, l’installatore performativo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Jun 2018 05:10:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Questo testo è uscito ieri in alfadomenica] di Andrea Inglese Da qualche tempo nelle discussioni letterarie – pur nella forma spesso frammentaria che hanno oggi assunto sui social – anche in Italia si è cominciato a fare il nome di Christophe Tarkos. Sembra addirittura che questo autore francese sia conosciuto e che vi sia una [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-74451" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-300x149.jpg" alt="" width="300" height="149" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-300x149.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-768x381.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-250x124.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-200x99.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2-160x79.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/tarkos-christophe2.jpg 850w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />[Questo testo è uscito ieri in <a href="https://www.alfabeta2.it/2018/06/10/alfadomenica-2-giugno-2018/">alfadomenica]</a></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Da qualche tempo nelle discussioni letterarie – pur nella forma spesso frammentaria che hanno oggi assunto sui social – anche in Italia si è cominciato a fare il nome di <a href="http://tapin2.org/tarkos-christophe">Christophe Tarkos</a>. Sembra addirittura che questo autore francese sia conosciuto e che vi sia una certa urgenza nel nominarlo, quando si parla di poesia contemporanea. Ebbene, ora si potrà finalmente leggerlo, dal momento che è da poco uscita la traduzione di <em>L’argent</em>, un suo importante libro del 1999, curata da Michele Zaffarano (<em>I soldi</em>, coll. «ChapBooks», Tic Edizioni, Roma 2018). Perché è consigliabile leggere Tarkos in Italia? <span id="more-74434"></span>Primo, perché è sempre consigliabile parlare di un autore che si è letto. Poi, perché Tarkos è un autore che ha avuto un’enorme importanza e influenza in Francia sulla propria e sulle generazioni successive. (Tarkos, classe 1963, assieme a una nuova generazione di poeti, si affaccia a metà degli anni Novanta su ciò che rimaneva della poesia sperimentale proveniente dalla stagione Sessanta-Settanta. Nel 2001 pubblica il suo ultimo libro, <em>Anachronisme</em>, e nel 2004 muore a 41 per un tumore al cervello.) Infine, avvicinarsi con una certa attenzione a Tarkos, potrebbe essere molto fruttuoso, tonificante, addirittura liberatorio, per coloro che in Italia, a vario titolo, si aggirano nel mondo della poesia e soprattutto mantengono dei rapporti con la tradizione delle avanguardie novecentesche. Insomma, una certa conoscenza di Christophe Tarkos potrebbe non solo aiutarci a <em>fare </em>diversamente della poesia, ma anche a <em>parlarne </em>e a <em>pensarla</em> in modi meno ottusi.</p>
<p>Tarkos, in realtà, circola da più di una dozzina d’anni in Italia. Delle traduzioni di suoi testi sono disponibili sul sito GAMMM, nel 2007 nella collana “chapbooks” per Arcipelago è uscito <em>7 anacronismi</em>, sempre a cura di Michele Zaffarano, ma l’esordio di Tarkos in lingua italiana (sempre grazie ai servigi di Zaffarano) risale a un dossier sulla poesia francese contemporanea, curato da Andrea Raos e il sottoscritto, per “Nuovi Argomenti” nel 2005. S’intitolava <a href="https://www.nazioneindiana.com/2006/02/13/le-macchine-liriche-sei-poeti-francesi-della-contemporaneita-1/"><em>Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità</em></a> e presentavamo oltre a Tarkos Jean-Jacques Viton, Emmanuel Hocquard, Ann Portugal, Caroline Dubois e Eric Suchère. (Tale dossier, tra l’altro, fu sufficiente a risvegliare dal suo sonno saturnino Alfonso Berardinelli, che ci attaccò sostenendo che la traduzione di tali poeti minacciava la buona salute della poesia italiana.) Nella nota d’introduzione ai loro testi, cercavamo di delineare un paesaggio che permettesse al lettore italiano un approccio più mirato. “Anche per Portugal come per Tarkos, Dubois o Suchère, il problema non è la dissoluzione dell’istituzione metrica, come accadeva in certa prospettiva avanguardistica, ma l’aggiramento di opposizioni tra romanzo e poesia, tra lirico e formale, tra leggibile e illeggibile. Il grosso lavoro di questi autori è non diretto allo spostamento del baricentro dello sguardo poetico dall’io lirico al mondo degli oggetti, o dall’espressione psichica profonda al lavoro spassionato e ironico sulle forme tradizionali. Essi sembrano soprattutto interessati ai meccanismi di <em>enunciazione linguistica</em>, neutralizzando tanto l’ingombro dell’io biografico-psicologico quanto quello del contesto storico-sociale.” Su questo sfondo, insomma, si è mosso Tarkos, non essendo quindi un solitario, ma al contrario un guastatore culturale ben accompagnato a partire, si diceva, dalla metà degli anni Novanta. E con lui si muovono vari scrittori e scrittrici, accomunati non solo da questa volontà insolente di far saltare le partizioni, e di prendere in contropiede la vecchia mentalità avanguardistica o “impegnata”, ma anche da concreti progetti di riviste (a metà tra il ciclostile contro-culturale e la fanzine post-punk). Dal 1993 Tarkos produce artigianalmente “R.R.”, affiancato da Stéphane Bérard e Nathalie Quintane; nel 1997 “poézi prolétèr”, con Katalin Molnàr e il disegnatore Pascal Doury; nel 1999, “Facial” con Charles Pennequin e Vincent Tholomé. Nel frattempo, i suoi testi circolano nelle più importanti riviste dell’epoca di ambito sperimentale: “Java”, “Le jardin ouvrier”, “Revue de littérature générale”, “TTC”, “Nioques”, “DOC(K)S”, ecc. Questo affiatamento con tanti e diversi autori di una scena poetica estremamente vivace non impedisce a Tarkos di lasciare in eredità un’esperienza poetica (non solo dei libri) che si distingue per efficacia e potenza.</p>
<p>Alcune delle componenti genetiche della poetica di Tarkos – ed è indubbio che ne abbia una – risalgono alla seconda metà del novecento, e in particolar modo al Samuel Beckett prosatore (soprattutto la prima trilogia romanzesca e i <em>Testi per nulla</em>), da un lato, e al Ghérasim Luca poeta sonoro, dall’altro. In entrambi i casi, Tarkos si apre un accesso alla poesia non come espressione della soggettività autentica, né come dissoluzione e entropia dell’inautentico, bensì come <em>vociferazione</em>, ossia come presa ogni volta rinnovata della parola, quale affiora negli scambi più banali e elementari della vita quotidiana. Il terreno prediletto dell’invenzione poetica è allora quello dell’<em>enunciazione</em>, del passaggio all’atto di parola, che non è certo privilegio della poesia, ma condizione costante di ogni essere umano. Questo significa che la scrittura non è scarnificazione del linguaggio alla ricerca di frammenti fondanti o adamitici, né tanto meno disarticolazione verso l’opacità asemantica. Lo scrivere (con la mano) è una sola delle dimensioni di un’esperienza più globale, che include anche il parlare (con la bocca) e l’agire (con il corpo). La messa in movimento di questo ciclo completo, con tutti gli sfasamenti interni e i rimbalzi che comporta, costituisce per Tarkos la modalità artistica e poetica del <em>pensare</em>. La poesia, quindi, è una forma di pensiero, inteso come ciclo complesso che prepara, porta, e segue, la vociferazione. In termini generali, questo significa operare su quello che Tarkos chiama <em>pâte-mot</em>, la <em>pastaparola</em> di cui siamo fatti e che non è né l’astratto sistema linguistico né la singola formulazione individuale, ma la catena delle espressioni (delle frasi, dei discorsi di frasi) già da sempre circolanti dentro e fuori di noi, e di cui il nostro foro interiore – come Beckett ha magistralmente mostrato – è in realtà cassa di risonanza. A livello di pratica specifica, Tarkos comincia spesso con il testo: scrive e riscrive, utilizzando tutto lo spettro della cultura tipografica incluso il verso e le elaborazioni visive della poesia concreta. Questo testo è ovviamente preparato <em>per </em>(e pensato <em>nella</em>) voce. Nella fase performativa, poi, l’autore può lasciare spazio a un margine più o meno ampio d’improvvisazione. (Ricordiamo ai nostrani sostenitori dell’oralità in poesia che l’<em>improvvisazione</em> è uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano la poesia all’epoca dell’oralità primaria; non basta calibrare la lettura ad alta voce o enunciare un testo imparato a memoria, per ritornare nel perduto mondo dell’oralità.) Le registrazioni audio e video permettono infine un ritorno e un’ulteriore articolazione del testo, secondo il ciclo scrittura-lettura-improvvisazione-riscrittura, che può rendere nuovamente disponibile il testo per il trattamento orale-performativo o lo consegna a una forma tipografica più o meno definitiva nella pubblicazione in rivista o in volume. La descrizione di questo ciclo non è ovviamente frutto di una mia opinione, ma l’esito delle ricerche di Philippe Castellin, il curatore del volume postumo di Tarkos intitolato <em>L’enregistré: performances / improvisations / lectures</em>, uscito per P.O.L nel 2014. Naturalmente, andrebbe integrato in questo discorso l’analisi della dimensione propriamente performativa: non solo l’azione della voce, ma anche quella del corpo, delle sue posture e dei suoi posizionamenti-spostamenti nello spazio. A ciò si aggiungano le realizzazioni “radiofoniche” e audio-video dell’autore, e le sue collaborazioni con artisti e musicisti.</p>
<p>Ripercorrere da vicino il lavoro di Tarkos, e farlo a partire da un’indubitabile e originaria fascinazione per i suoi testi, letti ancora prima di aver conosciuto le altre dimensioni della sua opera, è utile anche per liberarsi di una serie di dicotomie che, in Italia, sembrano avere ancora una certa autorevolezza. Non stiamo, ovviamente, parlando di opzioni di poetica che si dichiarano tali, ma di quella pretesa di contrabbandare scelte personali spesso unilaterali e riduttive per categorie interpretative generali. In questi anni hanno prosperato almeno due coppie dicotomiche, utilizzate spesso come categorie critiche in grado di fotografare quanto avveniva nelle pratiche dei poeti (di ricerca o meno) contemporanei. La prima si è affermata in seno al gruppo GAMMM, di cui io stesso ho fatto parte, e difende una sorta d’incompatibilità tra scritture installative e scritture performative. Tarkos, dal canto suo, potrebbe essere considerato uno dei capifila delle scritture installative – in particolar modo con <em>Processe</em>, libro del 1997 –, ma la sua esperienza poetica non è comprensibile se amputata della dimensione gestuale e sonora. Quindi si può benissimo essere un poeta del <em>libro</em>, oggetto che funziona soprattutto per letture silenziose e solitarie, senza per questo smettere di essere un poeta della <em>performance </em>o della semplice lettura ad alta voce di fronte a un pubblico. Viene quindi a cadere una seconda dicotomia, quella che oppone la poesia tipografica (elitaria e sorpassata) alla poesia dell’oralità (attuale e democratica) – dicotomia, questa, sostenuta tra gli altri da Lello Voce. La lezione di Tarkos mostra come le diverse pratiche possono non solo convivere fruttuosamente in uno stesso campo, ma soprattutto intrecciarsi nel lavoro poetico di un singolo autore e fornirgli una sua invidiabile efficacia.</p>
<p>⇔ ⇔ ⇔</p>
<p><strong>Un po&#8217; di soldi</strong></p>
<p><em>Christophe Tarkos</em></p>
<p>Traduzione di<em> Michele Zaffarano</em></p>
<p>⇓</p>
<p>I soldi sono il valore sublime.</p>
<p>Un valore universale esiste, i soldi. I soldi sono il punto di riferimento dei pensieri buoni e di quelli cattivi. Delle azioni buone e delle azioni cattive. I soldi sono amati, i soldi che sono amati danno la forza di muoversi e di pensare. Il valore sublime non inganna, è dato a tutti, in tutti i momenti, è sempre disponibile e sempre sicuro. I soldi sono l’unico valore totalmente e immediatamente utilizzabile.</p>
<p>I soldi danno valore a tutto quello che è, a un gesto, a una parola. Diffondono il peso di ogni singolo fremito. Offrire al valore sublime tutto il proprio pensiero vuol dire ricevere in cambio una guida sicura su come comportarsi. Al valore universale dei soldi si trovano attaccati un comportamento preciso e un pensiero preciso. I soldi portano con sé un acquietarsi dello spirito.</p>
<p>Prendo la metropolitana, non guardo se ci sono dei controlli, ho un biglietto pagato, ho timbrato il biglietto, sono onesto, sono in regola, sono ricco di onestà, non ho paura, non guardo nulla, non sorveglio nulla, sono l’uomo onesto, mi sono ritrovato abbastanza soldi da farci rientrare il biglietto.</p>
<p>I soldi sono l’unico valore che ha un legame con quello che è sostenibile. È un valore morale esterno ed è un valore infiltrato ogni giorno in ogni direzione, si infiltra, è presente in ogni concretizzazione, si diffonde in ogni movimento dello spirito, si è infiltrato in ogni gesto, non è rimasto nell’ambito dei giudizi, è un valore vivo.</p>
<p>È più di un valore, è il valore della concretizzazione, non esiste un movimento che non sia esterno al suo programma, il suo programma include tutti gli aspetti del metabolismo umano.</p>
<p>Arriva fino a predire il comportamento i tic le facce le parole i riflessi i desideri i passaggi all’atto le tensioni il dissolversi delle tensioni.</p>
<p>Àncora tutto quello che appartiene all’ordine del valore e del pensiero morale al bene immediato, all’azione immediata, alla concretizzazione immediata, al sorriso immediato, il primissimo pensiero al vero valore. Sarà tutto giusto oppure falso, bene oppure male, immediatamente.</p>
<p>I soldi sono il passaggio all’atto, i soldi concretizzano il passaggio tra la riflessione morale sul bene e sul male e tutti i passaggi all’atto, concretizzano il passaggio tra l’ambito mentale e la necessità di un punto di riferimento sicuro e tutti i gesti privi del minimo dubbio che vengono a frapporsi tra il pensiero di ciò che è bene e il passaggio all’atto.</p>
<p>Colmi del valore dei soldi non rimane altro che passare all’azione, tutte le azioni che saranno motivate dal valore supremo saranno azioni efficaci, buone, sicure, saranno successi che trasformeranno nei fatti il mondo e che porteranno nei fatti un po’ di bene, che possono soltanto portare il bene. Il bene è il realizzarsi della concretizzazione in termini di soldi, i soldi sono il motore del concretizzarsi in termini di soldi.</p>
<p>Mi prenderò un caffè, un cornetto, un fagottino al cioccolato, un paio di scarpe, un biglietto della metropolitana, un panino, un altro caffè, un paio di stringhe nuove, un giornale, un altro paio di scarpe, una sciarpa, un maglione, un altro caffè, un altro biglietto della metropolitana.</p>
<p>I soldi sono la coesione stessa tra la felicità di sapere cosa fare e la felicità di farlo di poterlo fare di non avere nessun dubbio sul farlo.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-74453" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n.jpg" alt="" width="960" height="861" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n-300x269.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n-768x689.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n-250x224.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n-200x179.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/34047831_246841596051322_1148043873457537024_n-160x144.jpg 160w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
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		<title>RIASSUNTO DI OTTOBRE</title>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 18:59:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[dodici voci della scrittura contemporanea &#160; seconda edizione, 2017 ​a cura di Sergio Rotino &#160; ​Letture di ​ ​testi editi e inediti di ​ Leonardo Canella, Anna​​ Franceschini, Marco Giovenale, Alessandra Greco, Luciano Mazziotta, Simona Menicocci, Renata Morresi, Lidia Riviello, Giorgia Romagnoli, Claudio Salvi, Michele Zaffarano, Luca Zanini &#160; ​L&#8217;incontro su facebook: ​ https://www.facebook.com/events/302380626907291/ &#160; &#160; ​ ​ORARI​ delle letture​: &#160; Apertura salone primo piano, ore 10​:30 [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>dodici voci della scrittura contemporanea</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>seconda edizione, 2017<br />
​a cura<br />
di Sergio Rotino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>​Letture di ​</strong></p>
<p><strong>​testi editi e inediti di</strong></p>
<p>​</p>
<p>Leonardo <strong>Canella</strong>,</p>
<p>Anna<strong>​​ </strong><strong>Franceschini</strong>,</p>
<p>Marco <strong>Giovenale</strong>,</p>
<p>Alessandra <strong>Greco</strong>,<span id="more-70613"></span></p>
<p>Luciano <strong>Mazziotta</strong>,</p>
<p>Simona <strong>Menicocci</strong>,</p>
<p>Renata <strong>Morresi</strong>,</p>
<p>Lidia <strong>Riviello</strong>,</p>
<p>Giorgia <strong>Romagnoli</strong>,</p>
<p>Claudio <strong>Salvi</strong>,</p>
<p>Michele <strong>Zaffarano</strong>,</p>
<p>Luca <strong>Zanini</strong></p>
<p><!--more--></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​L&#8217;incontro su facebook:</p>
<p>​</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/events/302380626907291/">https://www.facebook.com/events/302380626907291/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​</p>
<p>​ORARI​ delle letture​:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Apertura salone primo piano, ore 10​:30</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inizio letture​ di testi​<strong>​​</strong></p>
<p><strong>INEDITI</strong> ore 11​:00</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pausa 13:30 &#8211; ​1​5:30​ circa​</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Inizio letture<strong>​​</strong></p>
<p><strong>EDITI</strong> ore 16​:00 ​- 20:30</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​Conclusione ore 21:00</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​*​</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​</p>
<p>​</p>
<p>​<a href="https://www.facebook.com/costarena1/">https://www.facebook.com/costarena1/</a>​</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​<a href="http://www.costarena.it/">http://www.costarena.it/</a>​</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>​</p>
<p>​</p>
<p>​​* * *</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Prove d&#8217;ascolto</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2017/05/28/prove-dascolto/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 May 2017 05:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Dal giugno 2015 al maggio 2016 si è svolto un laboratorio di scritture dal titolo «prove d&#8217;ascolto» presso la sede della galleria WSP photography di Roma (http://www.collettivowsp.org/), che ha visto coinvolti 23 autori [1]. Da oggi Nazione Indiana pubblica testi e tracce di quegli incontri. Di seguito una breve presentazione del progetto a firma dei due [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Dal giugno 2015 al maggio 2016 si è svolto un laboratorio di scritture dal titolo </em><em>«</em><em>prove d&#8217;ascolto</em><em>» presso la sede della galleria WSP photography di Roma (</em><a href="http://www.collettivowsp.org/"><em>http://www.collettivowsp.org/</em></a><em>), che ha visto coinvolti 23 autori </em><em>[1]. Da oggi Nazione Indiana pubblica testi e tracce di quegli incontri.</em><strong><em> </em></strong><em>Di seguito una breve presentazione del progetto a firma dei due curatori, <strong>Simona Menicocci </strong>e<strong> Fabio Teti</strong>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L&#8217;esperienza laboratoriale «prove d&#8217;ascolto» nasce dall&#8217;insoddisfazione, e nell&#8217;insoddisfazione – è importante: anche e soprattutto rispetto a se stessa, alle articolazioni ed energie, alle pratiche e relazioni che ha saputo o mancato di generare, al tempo che ha potuto o mancato di donarsi – consegna oggi, profittando dell&#8217;ospitalità di Nazione Indiana, ad una socializzazione ulteriore ed espansa quegli &#8216;atti&#8217; di scrittura attorno cui e generando i quali si è configurata, dal giugno 2015 al maggio 2016, in tre appuntamenti romani presso la sede della <em>WSP photography</em>, (ne approfittiamo per ringraziare Lucia Perrotta per l&#8217;ospitalità concessaci).</p>
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<p>L&#8217;idea del laboratorio, basilare e intimamente ispirata alle motivazioni che condussero Giuliano Mesa a dar vita al progetto <em>Ákusma </em>(sono ormai quasi vent&#8217;anni), si è fatta strada a partire da Albinea (RE), seconda edizione della rassegna <a href="http://eexxiitt.blogspot.it/search/label/EX.IT%202014">EX.IT</a>, nell&#8217;ottobre del 2014, durante la tavola rotonda coordinata da Antonio Loreto e Massimiliano Manganelli. In quell&#8217;occasione, una schiera di critici letterari, studiosi, traduttori e autori, fu invitata a intervenire intorno alle scritture, e al panorama autoriale da esse illustrato, raccolte nel catalogo-antologia<em> ex.it 2013 &#8211; Materiali fuori contesto</em> (Tielleci, Colorno 2013). In quella sede, al netto delle possibili dispercezioni di chi scrive, poche, pochissime delle molte parole che potemmo ascoltare (gli atti dell&#8217;incontro sono oggi raccolti e leggibili nel volume <em>ex.it 2014 &#8211; Materiali fuori contesto</em>, Tielleci, Colorno 2016) ci sembrarono fattivamente interessate a ricavare <em>dai testi</em> in questione, considerati nella loro singolarità e varietà (di materiali, procedure, modalità della messa in comune e suoi oggetti) quegli strumenti critici e quei criteri analitici rinnovati di cui probabilmente l&#8217;intero campo letterario italiano necessita da tempo. Un&#8217;occasione parzialmente sprecata, dunque – e forse fatalmente, stante la difficoltà obiettiva di maneggiare un così ampio spettro di scritture e posture autoriali, rispetto alle quali sembrò più agevole ripiegare sulle consuete strategie operative, quelle cioè tendenti alla categorizzazione definitoria, all&#8217;individuazione delle autorialità più emblematiche, alla sinossi delle questioni, quali che fossero le anomalie letterarie in discorso e il ventaglio di problemi da esse spalancato: ripiegare sul tentativo di maneggiare, crediamo, come reti a strascico, categorie critiche pre-testuali, in quanto prodotte per dar conto di testualità altre, precedenti, o ancora pseudo-categorie o puntatori desunti dalle auto-descrizioni e riflessioni dei più attivi, sul fronte teorico, o metapoetico, degli scrittori in questione; ponendosi, al limite, il problema della prensilità generale delle stesse, ma in ogni caso, al netto delle cautele e delle perplessità espresse, assecondando il rischio già presente di una loro surrettizia mutazione da connotati probabili ad epitomi sicure, e ancora da strumenti descrittivi di <em>alcune</em> testualità esistenti a criteri discriminanti circa il valore di quelle contemporanee o a venire. Nulla che non pertenga al mestiere del critico, naturalmente; né avremmo potuto pretendere delle vere e proprie analisi testuali, in quella sede e in una fase, ancora, di vera e propria lotta per l&#8217;esistenza di tutta una serie di scritture spericolate e sganciate dalle anche recenti acquisizioni canoniche in materia. Ciò nonostante, la percezione acuta di una scarsa considerazione dei testi, della loro inaggirabilità e differenza, così come della produzione delle autorialità più appartate o in ombra del &#8216;catalogo&#8217;, fu la sola amara acquisizione con la quale lasciammo l&#8217;incontro e, su questo fronte almeno, Albinea.</p>
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<p>Da qui, precisamente, l&#8217;idea di un laboratorio, mossi dalla necessità di riservare un più ampio spazio-tempo alle testualità degli autori coinvolti, uno spazio e un tempo in cui poter porre maggiore attenzione e accordare un ascolto qualitativamente più esposto al farsi stesso della scrittura. Con «prove d’ascolto» abbiamo infatti proposto ai 23 autori coinvolti di condividere i propri testi in lavorazione, le proprie “ricerche” in atto, e di affrontare collettivamente i nodi estetici, concettuali, pragmatici attorno cui stesse ruotando il proprio lavoro; ogni presente è stato dunque invitato tanto a leggere i propri testi, quanto a intervenire e a fomentare a una discussione, il più possibile spregiudicata, sullo specifico di ogni brano in questione e delle problematiche di lì emergenti. L&#8217;auspicio, o obiettivo, al di là di certe ‘somiglianze di famiglia’ e delle convivenze più o meno ireniche sotto l’inverificata copertura di una tendenza comune, era che potessero emergere e porsi in esponente le differenze empiriche e le distanze concrete tra le pratiche autoriali; che si riuscisse a provocare, sulla base di queste, e discutendo, una crisi ulteriore: radicalizzando, in termini di profondità e fertilità, quella spinta emancipativa comunque già implicita in ogni necessità o accidentalità di ricerca, quindi fornendo uno stimolo ulteriore tanto al movimento quanto al processo di auto-consapevolezza artistica. Allo stesso modo, ci aspettavamo di ricavare, sebbene in forma grezza,  provvisoria, qualche nuovo arnese ermeneutico, qualche strumento critico ulteriore, necessitato dalle e aderente alle scritture in questione (un implicito delle discussioni era infatti quello di prescindere da tutti quei dispositivi nominali o lassamente teorici dei quali auspicavamo invece una messa in crisi, se non un superamento: da “scrittura non assertiva” a “scrittura di ricerca”, appunto, dalla contrapposizione tra lirica e sperimentalismo a quella tra verso e prosa). Anche per questo motivo, oltre agli autori, abbiamo provato a coinvolgere nel laboratorio gli stessi critici e studiosi intervenuti ad Albinea nel 2014, nonché molti altri potenzialmente interessati a questo tipo di lavoro comune, di comunità operosa, ottenendo, naturalmente, nient&#8217;altro che una sfilza di mail inevase, di silenzi eloquentissimi o giustificazioni pasticciate, e potendo contare, nel concreto, su appena tre presenze discontinue, quelle di Gilda Policastro, di Guido Mazzoni, e di Massimiliano Manganelli, che ringraziamo. Poco male, ad ogni modo: si è fatto senza, giocoforza.</p>
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<p>Naturalmente, da cotanta ambizione, non poteva che derivare un altrettanto grande, e comunque fertile, fallimento. Tolti pochi casi, e sempre in conseguenza della quota di generosità ed energia messa in campo dai coinvolti, si è rivelato più che problematico dar vita a discussioni proficue, più che faticoso stimolare una partecipazione che avrebbe invece dovuto esserne precondizione. Lo stesso può dirsi per la seconda fase del laboratorio, alla prima legata proprio dalla volontà di fissare qualche risultato più stabile, di concretarlo. Dopo i tre incontri romani, infatti, dopo le parole in presenza e gli impacci, anche, dell&#8217;oralità, della soggezione, delle psicologie, abbiamo invitato ogni autore – secondo un esoterico sistema di incroci volto a garantire la copertura integrale dei testi condivisi, e fallito anche questo, a causa di varie defezioni – a rilanciare per iscritto le tracce del proprio ascolto, del proprio incontro con l&#8217;altrui scrittura, a produrre un testo breve, insomma, critico eppure libero, affrancato da ogni ansia mimetica e competitiva rispetto ai canoni formali della critica ufficiale. Anche qui, i risultati non son stati sempre all&#8217;altezza delle aspettative, ma ogni autore è responsabile delle proprie parole, le dette e le taciute, del proprio impegno e della propria disponibilità all&#8217;incontro.</p>
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<p>Nel momento della condivisione dei materiali, in una rubrica su Nazione Indiana che raccoglierà l&#8217;intera compagine dei testi presentati durante il laboratorio (giova ricordarlo: testi in quel momento incompiuti o in lavorazione, ed oggi magari diversissimi, o già pubblicati, o completamente cassati dagli autori stessi) accompagnati dalle rispettive <em>tracce d&#8217;ascolto</em> generate, ci preme forse maggiormente, stilando la parte positiva del bilancio, ringraziare uno per uno i nostri autori per ciò che hanno voluto o potuto fare e condividere; per essersi sobbarcati le spese di viaggi anche internazionali; per la loro disinvoltura o più silenziosa attenzione; per aver mostrato di poter leggere un testo (o <em>fare</em> <em>qualcosa</em> di un testo, maneggiarlo) senza dover ricorrere necessariamente a quegli approcci categorizzanti e a quelle parole d&#8217;ordine che tanto ci avevano infastidito a monte di questa esperienza. Per aver fatto emergere, infine, dalle loro letture, talvolta pigre talvolta sorprendenti, talvolta centrate talvolta felicemente divergenti, anche una serie di problemi forse nuovi e certamente urgenti, come quello, statisticamente più ricorrente, che riguarda l&#8217;uso, l&#8217;usabilità, la dimensione pragmatica tanto della scrittura quanto della sua inserzione e ricezione nel mondo, e che speriamo qualcuno voglia accogliere e approfondire, in sede critica e in relazione al funzionamento di un testo letterario contemporaneo. Li ringraziamo, ancora, per averci sopportati prima, e poi lungamente attesi, nella conduzione del laboratorio e in quella dell&#8217;approdo in rete dei suoi atti.</p>
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<p>Una conduzione, quella del laboratorio, così come del suo dopo, sicuramente affannosa, strattonata, ciascuno di noi dovendo volta a volta emancipare spazi e tempi letteralmente <em>impropri</em> dalla trama di esistenze materiali e lavorative votate a una furiosa avversione rispetto alle facoltà e pratiche dell&#8217;incontro, della condivisione, della lettura, del dissenso o dell&#8217;accordo argomentati – e argomentati poiché posteriori, appunto, all&#8217;incontro, agli oggetti di condivisione e analisi, all&#8217;ascolto di questi e alla domanda sul senso della loro messa in comune. Che si tratti poi di oggetti di scrittura non dovrebbe, crediamo, minare la seriosa generalità di quanto appena affermato: se le scritture sono nel mondo e il mondo riguardano, la proiezione nel mondo delle etiche e prassi che queste informano è problematica ma inevitabile, problematico ma inevitabile il loro fare mondo, riproporsi su altra scala all&#8217;altezza delle nostre forme di vita.</p>
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<p>[1] Questi i partecipanti alle tre date: Daniele Bellomi, Alessandra Cava, Fiammetta Cirilli, Mario Corticelli, Elisa Davoglio, Alessandro De Francesco, Marco Giovenale, Alessandra Greco, Mariangela Guatteri, Niccolò Furri, Andrea Inglese, Andrea Leonessa, Giulio Marzaioli, Simona Menicocci, Manuel Micaletto, Renata Morresi, Vincenzo Ostuni, Nicola Ponzio, Giorgia Romagnoli, Luigi Severi, Fabio Teti, Silvia Tripodi, Michele Zaffarano. Il novero degli invitati avrebbe compreso anche Mariasole Ariot, Gherardo Bortolotti, e Andrea Raos, che non hanno potuto prendere parte ai lavori.</p>
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<p>Prove d&#8217;ascolto #1 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/05/28/prove-dascolto-1-daniele-bellomi/">Daniele Bellomi</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #2 &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/06/01/prove-dascolto-2/">Alessandra Cava</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #3 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/04/prove-dascolto-3-fiammetta-cirilli/">Fiammetta Cirilli </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #4 &#8211; <a href="http://www.nazioneindiana.com/2017/06/08/prove-dascolto-4-elisa-davoglio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Elisa Davoglio</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #5 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/11/prove-dascolto-5-mario-corticelli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mario Corticelli </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #6 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/15/prove-dascolto-6-alessandro-di-francesco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandro De Francesco</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #7 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/22/prove-dascolto-7-niccolo-furri/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Niccolò Furri</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #8 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/25/prove-dascolto-8-marco-giovenale/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Marco Giovenale</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #9 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/06/29/prove-dascolto-10-alessandra-greco/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alessandra Greco</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #10 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/10/prove-dascolto-10/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mariangela Guatteri</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #11 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/17/prove-dascolto-11-andrea-inglese/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Inglese</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #12 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/09/24/prove-dascolto-12-andrea-leonessa/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Andrea Leonessa</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #13 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/01/prove-dascolto-13-giulio-marzaioli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giulio Marzaioli</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #14 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/08/prove-dascolto-14-simona-menicocci/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Simona Menicocci</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #15 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/15/prove-dascolto-15-manuel-micaletto/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Manuel Micaletto</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #17 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/10/29/prove-dascolto-17-vincenzo-ostuni/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Vincenzo Ostuni </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #18 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/07/prove-dascolto-18-nicola-ponzio/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nicola Ponzio</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #19 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/14/prove-dascolto-19-giorgia-romagnoli/" target="_blank" rel="noopener">Giorgia Romagnoli</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #20 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/21/prove-dascolto-20-luigi-severi/" target="_blank" rel="noopener">Luigi Severi</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #21 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/01/28/prove-dascolto-21-fabio-teti/" target="_blank" rel="noopener">Fabio Teti</a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #22 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/04/prove-dascolto-22-silvia-tripodi/" target="_blank" rel="noopener">Silvia Tripodi </a></p>
<p>Prove d&#8217;ascolto #23 &#8211; <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/03/04/prove-dascolto-23-michele-zaffarano/" target="_blank" rel="noopener">Michele Zaffarano</a></p>
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		<title>“Dispatrio” e altre rubriche. Uno scorcio sulla traduzione di poesia in rete</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 05:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[(Questo intervento doveva far parte di un dossier sulla traduzione di poesia, curato dalla rivista  “Tradurre”. Per disaccordi intervenuti con la redazione, lo pubblico qui come pezzo autonomo. Mi sono basato soprattutto sul lavoro realizzato su Nazione Indiana, perché offre un materiale ricco e pertinente, ma anche perché è un materiale che &#8220;avevo sotto mano&#8221; e che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>(Questo intervento doveva far parte di un dossier sulla traduzione di poesia, curato dalla rivista  “Tradurre”. Per disaccordi intervenuti con la redazione, lo pubblico qui come pezzo autonomo. Mi sono basato soprattutto sul lavoro realizzato su Nazione Indiana, perché offre un materiale ricco e pertinente, ma anche perché è un materiale che &#8220;avevo sotto mano&#8221; e che mi è stato quindi facile raccogliere e organizzare. Mi pare evidente, però, che il tema della traduzione di poesia in rete sia, per la vastità e per la dispersione inerente ai materiali della blogsfera, in gran parte ancora inesplorato.)</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per parlare a ragion veduta della traduzione di poesia in rete, bisognerebbe fare un censimento accurato di tutti i blog letterari, di gruppo e individuali, verificare che spazio dedicano alla traduzione di poesia, e naturalmente alla traduzione “inedita” di poesia, ossia non già uscita su carta, in qualche rivista o collana di poesia.<span id="more-62508"></span> Si potrebbe così constatare quali siano le aree linguistiche più frequentate dai traduttori di poesia in rete, che rapporto essi hanno con la contemporaneità o il secolo scorso, se non si spingano, persino, in un passato più lontano, facendo scorribande nelle letterature medievali o antiche. Non parlerò quindi a ragion veduta di traduzione di poesia in rete, perché non sono in grado di realizzare un lavoro di ricerca simile. La cosa più ragionevole che possa fare è portare qualche testimonianza, in virtù del fatto che sono uno dei membri più vecchi di “Nazione Indiana” (<a href="http://www.nazioneindiana.com/">www.nazioneindiana.com</a>”), uno dei primi e dei più longevi blog letterari italiani. Muovendo dalla mia esperienza di blogger militante, cercherò poi, seppure in modo rapido, di considerare la presenza della traduzione in quattro altri blog letterari, “GAMMM”, “Le parole e le cose”, “Poetarum Silva” e “Carteggi letterari”. L’intento è puramente esplorativo, e vuole limitarsi a cogliere in forma ancora approssimativa e parziale la varietà di atteggiamenti che si rileva in coloro che traducono poesia o propongono traduzioni di poesia in rete.</p>
<p>Quando nel 2003 “Nazione Indiana” è nata per iniziativa di Antonio Moresco, Carla Benedetti e Tiziano Scarpa, per l’ambiente letterario italiano il funzionamento di un blog in rete animato da scrittori affermati era qualcosa di esotico e incongruente. All’ambiente letterario italiano di inizio secolo, la rete pareva un luogo anarchico e poco serio, soprattutto per via di una strana consuetudine, che consisteva nella presa di parola immediata e spesso anonima da parte dei lettori “comuni”. Uno degli aspetti che immediatamente caratterizzò la vita di un blog letterario collettivo come “Nazione Indiana” fu la scelta di tenere aperti i commenti, ossia di consentire al nostro pubblico d’intervenire liberamente in coda a una pezzo pubblicato, saggio di critica, testo letterario o articolo politico che fosse. Può sembrare che l’esistenza o meno di commenti all’interno di un blog, e di commenti che siano tendenzialmente aperti, sia un aspetto secondario, dal momento che ciò che davvero dovrebbe contare è semmai il lavoro di redazione, la sua qualità, i criteri politici o poetici che lo animano, le forme organizzative rigide o lasche che si dà. In realtà alle sue origini, ma anche per diversi anni a venire, “Nazione Indiana” ha mostrato di funzionare differentemente da una semplice rivista che avesse abbandonato la carta per le pagine web. Uno degli elementi che hanno determinato questa differenza è stata appunto l&#8217;esistenza dei commenti, ossia la diretta risposta dei lettori ai contenuti che venivano loro proposti. E naturalmente proprio questa diretta e non selezionata risposta del pubblico costituiva per l’ambiente letterario il dato più negativo dell’attività letteraria in rete. Questo è stato vero soprattutto per i custodi ufficiali del dibattito letterario: critici letterari e giornalisti culturali. D’altra parte, sia i critici che i giornalisti culturali si trovavano in qualche modo in competizione con il medium informatico. Essi animavano il dibattito dagli organi istituzionali dell’ambiente letterario: le riviste di tipo universitario, nel caso dei critici, le pagine culturali dei quotidiani o dei settimanali nazionali, nel caso dei giornalisti culturali.</p>
<p>All’interno di questo scenario, noi scrittori di “Nazione Indiana” – e ciò vale ovviamente per tutti quegli autori che animarono i primi blog letterari, puntando al coinvolgimento e allo scambio con il lettore – ci sentivamo una sorta di spina del fianco della scena letteraria ufficiale o ci sembrava almeno di aver guadagnato una certa esteriorità rispetto ad essa. Oggi le cose sono ben diverse. Tutto l’ambiente letterario, anche quello con più legami con il mondo accademico, si è trasferito sulla rete, e quindi questa posizione di esteriorità è venuta meno. Inoltre, quelle bizzarre comunità spesso rissose di lettori, che per diversi anni hanno animato i commenti di “Nazione Indiana” e di blog consimili, si sono progressivamente dissolte, sparpagliandosi per una rete sempre più ricca di proposte letterarie, e soprattutto trincerandosi dentro le cerchie ristrette e consensuali di Facebook. Non credo che si possa ipotizzare un calo delle frequentazioni dei blog letterari, ma anche i più seguiti oggi non suscitano più quel gran numero di commenti, a volte dell’ordine delle centinaia, che per anni sono stati un dato stabile.</p>
<p>Questi aspetti della storia di “Nazione Indiana” e del suo funzionamento sono importanti, nel momento in cui si voglia ragionare sulla presenza della traduzione di poesia in rete. Una delle miei prime iniziative, come membro del blog, è stata la creazione di una rubrica intitolata “dispatrio” –un prestito da Luigi Meneghello –, che sarebbe stata espressamente dedicata alle traduzioni <em>inedite</em>, con un’attenzione preponderante per la poesia. Già nel marzo 2004, a un anno esatto dalla nascita del blog, inauguravo la rubrica pubblicando (con testo a fronte) <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/06/tre-sonetti/">tre sonetti</a> mai prima apparsi in Italia del poeta francese Jacques Roubaud, tradotti da Andrea Raos. Al pubblico, presentavo il progetto in questi termini: “Dispatrio è una rubrica dedicata a <em>prime traduzioni</em> di autori stranieri non ancora pubblicate in Italia né su rivista né su volume; consideriamo prime traduzioni anche <em>nuove e inedite traduzioni</em> di testi già apparsi in italiano”.</p>
<p>Le traduzioni di Raos suscitarono subito una discussione pertinente sulle scelte lessicali realizzate dal traduttore, e una lettrice (Emma) propose una sua versione, che lei stessa definì “dilettantesca”, di uno dei testi di Roubaud. Raos spiegò come mai si era scostato da una traduzione “più fedele” in certi punti, e altri interlocutori intervennero successivamente, esaminando con grande cura le possibili varianti, le conseguenze fonico-ritmiche di una certa scelta, e così via.</p>
<p>A distanza di anni, mi sembra che non si potesse pretendere migliore inizio per una rubrica dedicata alla traduzione di poesia in rete. Senza grande sforzo e in un colpo solo, eravamo riusciti a realizzare diversi obiettivi importanti. In un blog letterario che dedicava molto spazio alla narrativa, sollecitavamo un’attenzione per la poesia, ma non per la poesia italiana, che comunque aveva già un suo seguito e una sua visibilità. Proponevamo, invece, poeti stranieri, mai o pochissimo tradotti in Italia, e quindi praticamente sconosciuti. La presenza, in gran parte dei casi, del testo a fronte, provocava nel lettore minimamente competente della lingua d’origine un confronto spontaneo che in alcuni casi, come in quello citato, si esprimeva attraverso una controproposta o in suggerimenti o in semplici considerazioni sulle scelte ritmiche, metriche, lessicali.</p>
<p>Facciamo però un passo indietro e chiariamo innanzitutto un punto. Autori come me e Raos, e molti di coloro che negli anni hanno animato la rubrica “dispatrio” (Francesco Forlani, Massimo Rizzante, Gherardo Bortolotti, Francesca Matteoni, Renata Morresi, ecc.), sono dei poeti prima di essere traduttori e specialisti della traduzione. Nel caso mio e di Raos, come di diversi autori della mia generazione, fondamentale è stato l’incontro con Franco Buffoni e con la rivista “Testo a fronte”. Alcuni poeti, infatti, hanno abbordato le questioni pratiche e teoriche legate alla traduzione nel corso della loro formazione universitaria, ma altri no. Per tutti, però, anche per i più riluttanti al confronto diretto con altre lingue, “Testo a fronte” è stata un’esperienza importante di apprendistato. Nel mio caso personale, essendomi laureato in filosofia teoretica, consideravo le questioni di traduttologia tanto prossime ai miei interessi quanto le disquisizioni di paleografia greca. È stato davvero Franco Buffoni a farmi considerare la traduzione come una pratica in qualche modo inerente alla scrittura poetica e alle sue potenzialità inventive.</p>
<p>In ogni caso, nel momento in cui su “Nazione Indiana” inauguravamo una rubrica come “dispatrio” eravamo ben consapevoli di tutte le implicazioni insite nell’atto di tradurre testi di poesia moderna e contemporanea. Vi era anche presente, in molti dei partecipanti, uno spirito partigiano e polemico, che andava oltre le considerazioni di carattere più “accademico” e “specialistico”. Valga come esempio ciò che scrivevo in uno dei commenti dedicati al post di Roubaud. “‘Dispatrio’ dovrebbe fungere da vaso comunicante verso l’altrove letterario o, detto in un altro modo, da un’occasione di dispatrio linguistico, come ogni attività di traduzione è. Proporre in questa rubrica autori mai tradotti o nuove traduzioni non significa celebrare ovviamente la vitalità delle altre letterature a scapito della nostra. Significa sottolineare come la galassia letteraria non conosca, come i migranti odierni, frontiere di stato-nazione, ma solo archi più o meno ampi del desiderio, e potenza dei propri mezzi di ‘locomozione’ linguistica. Ogni volta insomma ci dovrebbero essere almeno due autori in gioco, due lingue e due scritture, che entrano in tensione. La letteratura vive al di là dei tempi editoriali, delle decisioni opportunistiche di tradurre o meno certi autori; noi traduciamo perché leggiamo, scriviamo e pensiamo. È una necessità fisiologica quella del dispatrio.”</p>
<p>Insomma, la circolazione di traduzioni inedite di poesia in rete soddisfaceva diverse esigenze. Una delle più importanti mi sembra, oggi, quella della <em>divulgazione</em>. Se molti di noi, per ragioni di formazione universitaria o per incontri legati all’ambito poetico, conoscevano riviste come “Testo a fronte”, “Semicerchio”, o altre simili, dove ampio spazio era dedicato alla pratica e alla teoria della traduzione, una certo numero di persone che ci seguiva sul web poteva scoprire per la prima volta, quali vasti problemi possa suscitare l’azione apparentemente semplice di tradurre quattordici versi dal francese all’italiano. Inoltre, coltivavamo ancora l’illusione a quel tempo di poter scuotere un poco il torpore degli editori di poesia, soprattutto quelli che si piccavano di avere una certa nobile storia, come Einaudi e Mondadori. Oggi, al limite, e non è neppure poco, possiamo incitare un piccolo editore a prendersi i rischi di pubblicare un autore straniero importante che ha scoperto in rete. Va, infine, ricordato un ulteriore aspetto, soprattutto per i poeti che traducono i poeti. Spesso, infatti, si sceglie di tradurre un testo di un autore straniero per non avere da scrivere un manifesto, o per evitare l’ennesimo proclama di poetica. I tempi e i modi di pubblicazione in rete rendono particolarmente facile questo tipo di espressioni, che hanno a volte anche natura umorale ed estemporanea. In tutti questi casi, la traduzione non è che una prosecuzione della propria opera con altri mezzi.</p>
<p>Con i suoi dodici anni di esistenza, e una programmazione assai anarchica, “dispatrio” ha costituito un quaderno aperto di traduzioni, in grado di rispecchiare la curiosità, le scoperte e anche l’evoluzione dei suoi autori-traduttori. L’atteggiamento che mi sembra sia stato dominante è comunque quello esplorativo, che al canone novecentesco più assodato – nell’ottica almeno dell’editoria italiana di poesia – ha anteposto quasi sempre sentieri poco battuti. Significativo è ancora l’esempio di Andrea Raos che, avendo vissuto tra Parigi, Chicago e Tokyo, ha presentato contributi in sintonia con la sua scoperta e frequentazione in lingua originale delle galassie della poesia francese, statunitense e giapponese. Troviamo così traduzioni da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/07/15/da-dire-ii/">Danielle Collobert </a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2006/12/31/beckett/">Liliane Giraudon</a>,  <a href="http://www.nazioneindiana.com/2005/12/13/il-dramma-della-vita/">Valère Novarina</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/05/18/prendere-corpo/">Ghérasim Luca</a>, sul versante francese e francofono, altre da Michael Palmer, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2008/12/23/vincent-in-nostalgia-della-terra-dei-dipinti/">Peter Gizzi</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2011/09/06/39415/">Leslie Scalapino</a>, <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/02/11/corona-3/">Andrew Zawacki</a>, sul versante statunitense, e infine da <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/12/26/nature-morte-cinque-poesie-di-yoshioka-minoru/">Yoshioka Minoru</a>, su quello giapponese. Pur non essendo un traduttore professionista, Raos si è poi distinto per la curatela di due libri importanti di poesia statunitense. Il primo, <em>Dormendo con la luce accesa </em>di Stephen Rodefer, è uscito per <em>Murene</em>, la collana di libri cartacei lanciata da “Nazione Indiana” e dedicata alle prime traduzioni di opere poetiche, saggistiche e di narrativa; il secondo libro, uscito per i tipi Benway Series, è <em>Olocausto</em> di Charles Reznikoff, libro e autore fondamentali, che rimangono ancora ignorati in Italia. Tra gli altri membri del blog che traducono dal francese in maniera continuativa c’è Francesco Forlani, residente per anni a Parigi e autore per Laterza di <em>Parigi, senza passare dal via</em>, oltre che animatore di varie riviste letterarie in Francia (<em>Paso doble</em>) e in Italia (<em>Sud</em>). Forlani traduce poesia, articoli di critica letteraria, pagine di romanzo e di saggio, e si muove disinvoltamente lungo tutto il novecento fino all’estrema contemporaneità letteraria. Tra le sue proposte più originali, segnalerei almeno la traduzione di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2010/03/16/post-in-translation-oh-nubila/"><em>L’étranger</em></a>, uno dei <em>poème en prose</em> dei <em>Fiori del male</em>, in un<em> pastiche</em> napoletano e presentata in una bizzarra versione interlineare, di cui cito le frasi d’avvio:</p>
<p>&#8211;         « Qui aimes-tu le mieux, homme énigmatique, dis ? Ton père, ta mère, ta soeur ou ton frère ?</p>
<p>&#8211;         <em>Qui tenes d’espirto en core, homo cruciverbo, dime? Pàtete, màtete, sòrete ou brò?</em></p>
<p>&#8211;         Je n’ai ni père, ni mère, ni soeur, ni frère.</p>
<p>&#8211;         <em>No tengo pater, mater manco, et sora et brò nimmèn</em></p>
<p>&#8211;         Tes amis ?</p>
<p>&#8211;         <em>Ei cumpari?</em></p>
<p>&#8211;         Vous vous servez là d’une parole dont le sens m’est restée jusqu’à ce jour inconnu.</p>
<p>&#8211;         <em>Facite mode de l’use à la parole scanosciù come son sens ahora, mo e pemmìa.</em>»</p>
<p>Il mondo anglosassone, con una predilezione per la poesia nordamericana, è esplorato da Renata Morresi, che è al contempo poetessa, traduttrice e anglista (sua la curatela, per l’editrice Arcipelago, di <em>Dieci bozze</em> di Rachel Blau Du Plessis). Possiamo leggere sue traduzioni di poesie inedite di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2014/08/29/4-oharas/">Frank O&#8217;Hara</a> – autore statunitense di cui esiste almeno un libro in Italia, ma fuori catalogo – oppure dello scozzese <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/06/11/extraterrestrial-activity-2-i-primi-uomini-su-mercurio/">Edwin Morgan </a>– di cui esiste un volumetto di poesie in italiano per le Edizioni del Bradipo – o di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/10/13/lisa-robertson-dallufficio-architettura-morbida/">Lisa Robertson</a>, autrice canadese del tutto inedita. C’è poi il caso di un traduttore massimalista come Daniele Ventre, già autore di una traduzione dell’<em>Iliade</em> e dell’<em>Odissea </em>per Mesogea. In “dispatrio” Ventre traduce dal greco e dal latino, passando disinvoltamente dagli <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/12/31/due-inni-orfici/">Inni Orfici</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2012/08/04/pindaro-olimpica-i/">Pindaro</a> a <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/01/23/persio-satira-i/">Persio</a> e <a href="http://www.nazioneindiana.com/2013/03/01/lucrezio-de-rerum-natura-i-62-101/">Lucrezio</a>.</p>
<p>Questa veloce ricognizione tra alcuni degli animatori più assidui della rubrica “dispatrio” mostra come vi sia continuità tra una pratica della traduzione che, pur non essendo sempre legata a una particolare formazione accademica, possiede una sua espressione nel mondo dell’editoria cartacea (libro, rivista specializzata o militante), senza limitarsi però ad esso, e utilizzando invece il web sia come un terreno di divulgazione sia come un laboratorio personale. Un altro punto, sui cui varrebbe la pena di soffermarsi più lungamente, e che qui potrò evocare solo di striscio, riguarda la varietà dei paratesti che i collaboratori di “dispatrio” elaborano. Da questo punto di vista il web offre al traduttore di poesia degli strumenti preziosi, che mancano alla rivista e al libro. Il link permette, infatti, di considerare il web nel suo insieme come una risorsa inesauribile di testi a fronte. Autori come Andrea Raos o Renata Morresi accompagnano le loro traduzioni di schede bio-bibliografiche acute e vivaci, e dense di rimandi a ulteriori materiali disponibili in rete. Abbiamo poi abbinamenti grafici e fotografici, come quelli realizzati da Ornella Tajani che, presentando delle traduzioni inedite di poesie di <a href="http://www.nazioneindiana.com/2015/06/22/fantasmi-ossessioni-argonauti-tre-poesie-di-robert-desnos/">Robert Desnos</a>, fa interagire la scrittura a schermo con la fotografia dei testi stampati su carta nell’edizione originale. Maestra degli ipertesti è però Orsola Puecher, che ha regalato a “Nazione Indiana” delle curatissime, animate e sorprendenti pagine web. In un post intitolato <a href="http://www.nazioneindiana.com/2014/10/20/francis-ponge-ronron-poetique/"><em>Francis Ponge [*ronron poétique]</em></a>, Puecher ci presenta due traduzioni inedite da <em>La rage de l’expression</em>, <em>Argini della Loira</em> e <em>Il Garofano</em>. Nel caso del primo testo, in prosa, abbiamo testo originale e italiano che si svolgono sue due colonne in verticale, nello spazio centrale della pagina web. Questa possibilità di lettura simultanea che si ottiene nei libri con il testo a fronte, non è quasi mai presente sul web, dove l’originale e la traduzione si susseguono verticalmente sulla pagina web. Il paratesto della Puecher comprende poi delle immagini televisive di Ponge durante una discussione, delle registrazioni audio di un’intervista sui metodi di lavoro dell’autore, registrazioni che possiedono anch’esse le loro traduzioni inserite sulla pagina web, degli inserti (commenti) della traduttrice, una sequenza di un video dedicato a Ponge del regista francese Jean-Daniel Pollett.</p>
<p>Nel caso di certi siti militanti, come “GAMMM” (<a href="http://www.nazioneindiana.com/2004/03/06/tre-sonetti/">gammm.org</a>), che costituisce un punto di riferimento per le cosiddette “scritture di ricerca”, è evidente l’esigenza di presentare materiali che allarghino la visuale italiana, o che la mettano in crisi, e gli autori e i testi presentati in traduzione costituiscono una sorta di conferma, nel tempo e nello spazio, di prese di posizioni stilistiche, compositive e concettuali rivendicate dai redattori del sito. In altri casi, sempre rimanendo all’esempio di “GAMMM”, i testi di autori soprattutto statunitensi o francesi proposti sul sito non sono realmente inediti, in quanti già apparsi o in via di pubblicazione su una collana di poesia (“chapbooks”) del piccolo editore Arcipelago – collana diretta da due redattori, Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano. Conoscendo, però, la circolazione limitata di simili iniziative editoriali, la pubblicazione in rete non ha quasi mai un ruolo di “ridondanza” o di semplice annuncio. In “GAMMM” l’obiettivo divulgativo, che abbiamo visto essere importante in “Nazione Indiana”, è molto meno percepibile. Le traduzioni sono presentate sempre con il testo originale, ma quasi mai troviamo la ricchezza paratestuale presente in “dispatrio”, con notizie, commenti, rimandi, ecc. Il punto forte del lavoro realizzato negli anni dai redattori di “GAMMM” è semmai da vedere nella continuità e coerenza delle loro scelte, che si sono concentrate su delle specifiche aree poetiche francesi e statunitensi, con l’intento appunto di delineare delle tendenze a loro prossime per procedimenti e presupposti teorici.</p>
<p>Se diamo un’occhiata veloce a un sito che si situa per certi versi agli antipodi del militante “GAMMM”, ossia “Le parole e le cose” (<a href="http://www.leparoleelecose.it/">www.leparoleelecose.it</a>), sito costituito in gran parte da autori che sono anche docenti o ricercatori universitari, appare evidente un diverso rapporto alla traduzione. Sul piano della letteratura italiana, “Le parole e le cose” presta una grande attenzione all’attualità editoriale, ponendosi in qualche modo come uno degli osservatori della “scena ufficiale”. Questo posizionamento strategico dovrebbe rendere il sito meno attivo sul fronte del “dispatrio”, ossia delle traduzioni inedite o delle prime traduzioni che propongono anche autori del tutto sconosciuti al pubblico italiano. In realtà, la presenza tra i redattori di “Le parole e le cose” di Damiano Abeni, traduttore di lungo corso dall’inglese e in assoluto tra i migliori di poesia oggi in Italia, rivela uno scenario diverso. Abeni traduce spesso assieme a sua moglie, Moira Egan, che è poetessa statunitense. In coppia o da solo, egli ha proposto sul sito una notevole lista di autori editi e inediti soprattutto statunitensi, dai più noti John Ashbery, Charles Simic e Mark Strand ai meno noti – ma non meno importanti – James Merrill e Weldon Kees. Il caso Abeni e “Le parole e le cose” mostra come sia sufficiente anche la presenza di un solo traduttore appassionato e curioso per aprire uno spazio prezioso di confronto con paesaggi poetici moderni e contemporanei di straordinaria ricchezza, ma che la barriera linguistica rendono in gran parte opachi se non del tutto sconosciuti al lettore italiano. L’unica via alla traduzione in rete, dunque, non è quella del poeta-traduttore-militante. Le traduzioni di Abeni, per altro, sono state ospitate spesso anche su “GAMMM”, oltre che sulle riviste letterarie cartacee.</p>
<p>Anche in “Poetarum Silva” (<a href="http://poetarumsilva.com/">poetarumsilva.com</a>), un altro blog collettivo di letteratura che si presenta come “Nazione Indiana” e “Le parole e le cose” aperto a una varietà di generi e pratiche artistiche, constatiamo un interesse esplicito per la traduzione come pratica. Ne sono testimonianza, innanzitutto, due rubriche specifiche: “Tra le righe” e “Pas de deux”. La prima mette a confronto due o più traduzioni edite, spesso tratte da edizioni fuori commercio; la seconda, due o più traduzioni inedite di uno stesso testo realizzate da poeti italiani. “Poetarum Silva”, insomma, istituzionalizza il confronto tra diverse traduzioni, a partire dalla presenza costante del testo originale. La prima rubrica offre un panorama ben ancorato al canone ottocentesco e novecentesco, con traduzioni, ad esempio, da Charles Baudelaire, Georg Trakl, Rainer, Maria Rilke, Jorge Luis Borges, Paul Celan, William Carlos Williams. Vi si trovano, però, vere e proprie sorprese, come una traduzione da Joyce Mansour, scrittrice francofona d’origine egiziana, legata alla stagione del surrealismo. La rubrica “Pas de deux” appare, invece, ancora giovane e non conta per adesso di un gran numero di contributi, ma le scelte degli autori appaiono fin da subito più eclettiche: si spazia da John Donne a Paul Eluard, ma anche da Susana Araújo – una poetessa esordiente portoghese – a David Leo García, poeta spagnolo ventottenne.</p>
<p>Vorrei concludere panorama appena abbozzato con l’esempio di un altro blog collettivo, “Carteggi letterari” (<a href="http://www.carteggiletterari.it/">http://www.carteggiletterari.it/</a>) apparentemente più orientato al lavoro critico, che ha comunque deciso di dare un certo spazio alla traduzione di poesia. Anche qui due sono le rubriche che c’interessano. La prima, “Poeti tradotti da poeti”, presenta in gran parte autori canonici del Novecento – Philip Larkin, T. S. Eliot, René Char, Sylvia Plath – con qualche interessante eccezione, come il giovane e prolifico scrittore statunitense Lawrence Schimel tradotto da Sandro Pecchiari. Quasi sempre, in questa rubrica, le poesie proposte con testo a fronte, sono tratte da prime traduzioni edite in italiano, e riprese da collaboratori del sito. Marco Malvestio, ad esempio, presenta delle sue versioni di testi del poeta australiano Leslie Murray, già apparsi in un’edizione Adelphi, a cura di Gaetano Prampolini. Nella rubrica “Le altre lingue”, la proposta vorrebbe avere un carattere più sistematico. L’intento esplicito è l’esplorazione di un panorama poetico nazionale poco frequentato dal lettore italiano. Le prime undici puntate della rubrica hanno riguardato dei poeti francofoni del Québec. Suo curatore è stato Francis Catalano, che è un poeta francofono quebecchese, nonché traduttore dall’italiano, in quanto d’origini italiane da parte di padre. In questo caso, una selezione di tre o quattro testi è stata presentata nella sola lingua originale, con una breve nota bio-bibliografica in italiano. Di recente, invece, è stata inaugurata una nuova serie dedicata alla poesia polacca e curata da Paulina Malicka, un’italianista polacca dell’Università di Poznań. I poeti e le poetesse presentati sono poco noti al grande pubblico, ma le traduzioni sono quasi sempre edite. Abbiamo anche in questo caso, una effetto di rinforzo e di prolungamento di una traduzione già circolante su carta, ma spesso per piccoli editori, che scontano tutte le note difficoltà legate alla distribuzione.</p>
<p>Tirando le somme di questa panoramica molto parziale appaiono evidenti due cose. In una situazione di globale declino di iniziative editoriali legate alla traduzione di poesia straniera, la presenza di una varia e più o meno attrezzata pratica della traduzione che si manifesta in rete è un segnale importante e positivo di curiosità nei confronti di tradizioni poetiche – ma anche di percorsi più anomali e individuali – diversi da quelli che costituiscono il nostro orizzonte culturale e linguistico. D’altra parte, non è facile discernere in questa indubbia vitalità dei progetti culturali di ampio respiro, se non nel caso di “GAMMM”, e proprio in virtù del suo atteggiamento più militante, che gli ha permesso di esplorare con una certa continuità e coerenza delle aree ben determinate della poesia statunitense e francese, con un interesse spiccato per autori contemporanei. Appare, comunque, innegabile – e qui sta l’importanza di una rubrica apripista come “dispatrio” – che la rete permette di valorizzare una pratica della traduzione dove le libertà e le idiosincrasie degli autori (spesso poeti) possono persino vivificare e sollecitare l’ambito degli studi accademici e specialistici, strappandoli al rischio della routine e della (comoda) neutralità.</p>
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		<title>22 dicembre 2015: silvia tripodi al teatroinscatola, blitzvorlesungen / gammm</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2015 13:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[2006—2016 BLITZVORLESUNGEN PER I PRIMI DIECI (e i prossimi cento) ANNI DI GAMMM BLITZVORLESUNGEN = letture lampo  _  in un numero imprecisato di date PRIMA DATA : martedì 22 dicembre, h. 21:00 Teatroinscatola Roma, Lungotevere degli Artigiani 12-14 (qui) Silvia Tripodi presenta l’ebook L’architettura è piena di problemi ed è anche gratuita (cfr. qui) Con la partecipazione di Luca Venitucci § GAMMM è stato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: center;">2006—2016</h5>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.facebook.com/events/1507301719569752/" target="_blank">BLITZVORLESUNGEN</a> PER I PRIMI DIECI (e i prossimi cento) ANNI DI</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/gammm_logo.jpg"><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-58898 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/gammm_logo.jpg" alt="gammm_logo" width="149" height="98" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/gammm_logo.jpg 149w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/gammm_logo-120x80.jpg 120w" sizes="(max-width: 149px) 100vw, 149px" /></a></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://gammm.org" target="_blank">GAMMM</a></p>
<p style="text-align: center;"><em>BLITZVORLESUNGEN </em>= <em>letture lampo  _  </em>in un numero imprecisato di date</p>
<p style="text-align: center;"><em>PRIMA DATA :</em></p>
<p style="text-align: center;">martedì 22 dicembre, h. 21:00</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.teatroinscatola.it/" target="_blank">Teatroinscatola<br />
</a>Roma, Lungotevere degli Artigiani 12-14 (<a href="https://www.google.com/maps/place/Lungotevere+degli+Artigiani,+12,+00153+Roma,+Italia/@41.8743876,12.4676154,17z/data=!3m1!4b1!4m2!3m1!1s0x132f602663b0f4a9:0xccaf49b79ebeaf1b" target="_blank">qui</a>)</p>
<h3 style="text-align: center;">Silvia Tripodi</h3>
<p style="text-align: center;">presenta l’ebook</p>
<h4 style="text-align: center;"><em>L’architettura è piena di problemi ed è anche gratuita</em></h4>
<p style="text-align: center;">(cfr. <a href="http://gammm.org/wp-content/uploads/2007/02/TRIPODI_Architettura_High.pdf" target="_blank">qui</a>)</p>
<p style="text-align: center;">Con la partecipazione di</p>
<h3 style="text-align: center;">Luca Venitucci</h3>
<p style="text-align: center;"><span id="more-58894"></span>§</p>
<p style="text-align: center;">GAMMM è stato creato nel 2006 da Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Marco Giovenale, Massimo Sannelli, Michele Zaffarano. Ne hanno fatto parte anche Andrea Inglese e Fabio Teti, e i suoi redattori sono attualmente Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Andrea Raos, Michele Zaffarano.</p>
<p style="text-align: center;">GAMMM non è una rivista né un editore. Dà ospitalità alla ricerca, tutto qui.</p>
<p style="text-align: center;">§</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://gammm.org/" target="_blank">http://gammm.org/</a></p>
<p style="text-align: center;">facebook:<br />
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<p style="text-align: center;">twitter :<br />
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<p style="text-align: left;">
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		<title>Appunti per una replica al trattatello</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Nov 2015 06:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
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					<description><![CDATA[Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. Il primo intervento di Mariangela Guattteri è qui, quello di Marco Giovenale qui, quello di Andrea Inglese qui, quello di Michele Zaffarano qui, quello di Italo Testa qui. di Massimiliano Manganelli Caro Andrea, ho letto il tuo «brevissimo trattatello» e mi è venuta voglia di replicare; [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. </em><em>Il primo intervento di Mariangela Guattteri è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/08/scrittura-non-assertiva/"><span style="color: #1c638c;">qui</span></a>, quello di Marco Giovenale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/12/qualche-asserzione-sparsa/">qui</a>, quello di Andrea Inglese <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/">qui</a>, quello di Michele Zaffarano <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/29/scrittura-non-assertiva-4/">qui</a>, quello di Italo Testa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/11/06/a-debita-distanza/">qui</a>.</em></p>
<p>di <strong>Massimiliano Manganelli</strong></p>
<p>Caro Andrea,</p>
<p>ho letto il tuo «brevissimo trattatello» e mi è venuta voglia di replicare; perciò ti invio alcuni appunti sparsi, altrettanto brevi.<span id="more-57586"></span></p>
<p>La ricostruzione di quanto è accaduto a partire dagli anni Novanta mi pare molto azzeccata, come mi sembra opportuna la nozione di vuoto delle istituzioni letterarie di cui parli. Una decina di anni fa, in occasione di una delle presentazioni di <em>Parola Plurale</em>, per spiegare le difficoltà incontrate da noi critici nella realizzazione di una cartografia della poesia contemporanea mi capitò di utilizzare una metafora tutt’altro che inedita, quella del viaggio nell’universo. Dissi allora che eravamo usciti dal sistema solare novecentesco (quello formate da Montale, Ungaretti e financo dalla neoavanguardia) per andare incontro a un’infinità di stelle e di pianeti. Ecco, mi pare che la situazione di cui parli tu corrisponda più o meno a questo universo tutto da esplorare: e infatti fare il critico oggi risulta abbastanza scoraggiante, proprio a causa di questa infinita pluralità. Ma proprio in virtù di essa è anche notevolmente eccitante.</p>
<p>Veniamo alle categorie critiche, cioè a quello che dovrebbe interessare a un critico. Sono anni che ci dibattiamo nel tentativo di definire in qualche modo l’operato dell’«area della cosiddetta ricerca» (al momento, come vedi, non trovo di meglio nemmeno io). Sono anni che mi vado convincendo che la geometria della nozione di ricerca sia sin troppo variabile: sembra che sia “di ricerca” ciò che si (auto)definisce tale, con un gesto spesso meramente volontaristico. E sono anni che Marco Giovenale, con la prodigalità che tu giustamente gli riconosci, prova a fornirci delle utili categorie interpretative. Certo, tanto la distinzione performativo/installativo quanto, soprattutto, la nozione di scrittura non assertiva possiedono una loro efficacia immediata, cioè funzionano benissimo come formule, ma la loro utilità interpretativa non è sempre costante. La distinzione performativo/installativo l’ho sempre considerata poco utile (mentre riconosco una certa efficacia ai due termini in sé, cui io stesso ho fatto ricorso nella lettura di alcuni testi, per esempio di Michele Zaffarano e Giulio Marzaioli). Quanto alla nozione di non assertività, direi che è assai sfuggente, anzi troppo, tanto che, alla prova dei testi (cioè la lettura di due autori lontanissimi come Gezzi e Guatteri) tu stesso, mi sembra, incontri qualche difficoltà. (Per l’ennesima volta, peraltro, la ricerca letteraria finisce per definirsi soltanto in negativo).</p>
<p>Insomma, ho l’impressione che tali categorie debbano ancora essere sottoposte a una reale verifica, tanto più che di categorie interpretative abbiamo davvero bisogno. E la verifica, dal mio punto di vista, significa due cose: a) una verifica “storica”, cioè la capacità di tali nozioni di tenere nel tempo, di essere adoperate su una asse diacronico anche relativamente ristretto come il primo quindicennio del secolo che stiamo vivendo; b) la necessità di smontare queste formule, perché uno dei tanti compiti dei critici è quello di non fidarsi degli autori, vale a dire di non prendere alla lettera le loro proposte. Non perché gli autori siano individui loschi e poco degni di fiducia, bensì semplicemente perché il critico ha la responsabilità di leggere i testi in profondità, di fare letteralmente la fatica di interpretare quei testi, in taluni casi anche contro le esplicite indicazioni dell’autore. Bisogna, in buona sostanza, evitare di prendere per buone quelle che un tempo si chiamavano dichiarazioni di poetica (e fa bene infatti Giovenale a dire che le sue sono solo ipotesi).</p>
<p>Il problema – uno dei problemi – della letteratura contemporanea è la volontà deliberata di non stilare manifesti programmatici, di sottrarsi alla ferrea dialettica tra i due momenti tipici dell’avanguardia di cui parlava molti anni fa Sanguineti, quello eroico-patetico e quello cinico. Si potrebbe parlare di incapacità, da parte dei nuovi autori, di costruire una tendenza, cioè di fare opposizione all’interno del perimetro della letteratura. In realtà, e di questo sono fortemente persuaso, proprio in ragione del vuoto di cui parli tu, le istituzioni letterarie da contestare sono assenti, si sono dissolte da tempo. Non c’è una tradizione contro la quale scagliarsi e anche la controparte dialettica della cosiddetta poesia di ricerca, il tanto vituperato lirismo, sussiste come formula ormai esausta, vive una vita del tutto residuale, ennesima incarnazione del petrarchismo, autentico <em>fil rouge</em> della nostra letteratura. La “cosa” da contestare è il mercato, il Capitale, o comunque lo vogliamo chiamare, cioè l’editoria che promuove i romanzi seriali (di qui la deliberata, ma a mio parere errata, diffidenza di molti degli autori dell’area di cui stiamo parlando nei confronti del romanzo).</p>
<p>Ben più utile sarebbe, a mio avviso, concentrare l’attenzione su ciò che si fa e provare a definirlo. A un certo punto del tuo trattatello tu stesso scrivi «non sempre sappiamo con esattezza quello che facciamo». Non è una denuncia di insufficienza di consapevolezza, né da parte mia né da parte tua. Temo che la questione sia proprio l’uso del termine <em>poesia</em>, adoperato con manica fin troppo larga per pratiche di scrittura estremamente diverse e in alcuni casi alquanto lontane dalla nozione comune di poesia, che è poi quella di una scrittura che “va a capo” e magari fa ricorso a un numero ragguardevole di metafore, ma soprattutto “emoziona”. Ecco, prima ancora che con questa nozione comune (circostanza comunque inevitabile), prima o poi dovremo fare i conti con la definizione medesima di poesia che andiamo utilizzando da anni per mettere insieme autori diversissimi come Giovenale e Bortolotti, per fare altri due nomi a me cari. Solo a partire da questo, credo, possiamo cominciare davvero a dissodare il terreno, nel tentativo di usare formule un po’ più precise rispetto ad «area della cosiddetta ricerca».</p>
<p>Infine, nel tuo breve trattatello lanci di sfuggita, ma forse neanche troppo, una sfida che noi critici dovremmo finalmente raccogliere. Dici che delle alterne e mutevoli vicende della cosiddetta poesia di ricerca «<em>una seria storia è ancora tutta da scrivere</em>» (i tuo corsivo non è casuale). È esattamente ciò che penso io: è ora di mettersi al lavoro.</p>
<p>Tuo,</p>
<p>Massimiliano</p>
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		<title>Dai Quaderni di lavoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Oct 2015 13:00:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. Il primo intervento di Mariangela Guattteri è qui, quello di Marco Giovenale qui, quello di Andrea Inglese qui. di Michele Zaffarano 1 &#160; Riprendere il discorso: io = soggetto La poesia (non solo) come etica del soggetto come etica della soggettivizzazione (poesie civili) inserisce il dubium [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Prosegue la pubblicazione di interventi sul tema “scrittura non assertiva”. </em><em>Il primo intervento di Mariangela Guattteri è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/08/scrittura-non-assertiva/"><span style="color: #1c638c;">qui</span></a>, quello di Marco Giovenale <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/12/qualche-asserzione-sparsa/">qui</a>, quello di Andrea Inglese <a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/10/22/brevissimo-trattatello-sullopportunita-o-meno/">qui.</a></em></p>
<p>di <strong>Michele Zaffarano</strong></p>
<p><span id="more-57463"></span></p>
<p>1</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Riprendere il discorso: io = soggetto</p>
<p>La poesia (non solo) come etica del soggetto</p>
<p>come <em>etica della soggettivizzazione</em> (poesie civili)</p>
<p>inserisce il <em>dubium</em> nel processo di identificazione immaginaria</p>
<p>io = soggetto</p>
<p>spinge verso l’assunzione responsabile della propria <em>parole</em>/</p>
<p>dizione/azione, coscienza dell’–</p>
<p><em>Dubium</em> + reazione a castrazione (vedi)</p>
<p>io ≠ soggetto</p>
<p>$</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>* * *</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Innanzitutto dire che la scrittura è una</p>
<p>macchina politica sperimentale</p>
<p>è diverso dal dire che la scrittura</p>
<p>è una macchina estetica sperimentale</p>
<p>La scrittura è una macchina politica</p>
<p>sperimentale, è costituita da</p>
<p><em>contenuti ed espressioni formalizzati</em></p>
<p>a gradi diversi come da <em>materie</em></p>
<p>non form(alizz)ate che vi entrano, ne</p>
<p>escono e passano attraverso tutti</p>
<p>gli stati. Entrare, uscire dalla</p>
<p>macchina, scorrere lungo la macchina,</p>
<p>stare dentro la macchina, avvicinarsi,</p>
<p>fa parte ancora della macchina:</p>
<p>sono gli <em>stati del desiderio</em>, indi-</p>
<p>pendentemente da ogni interpretazione.</p>
<p>La <em>linea di fuga</em> fa parte della</p>
<p>macchina (…) Il problema: nien-</p>
<p>t’affatto essere liberi, ma</p>
<p>trovare un’uscita, un’entrata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>politica = né immaginario né simbolico</p>
<p>macchina = né struttura né fantasma</p>
<p>sperimentazione = né interpretazione né</p>
<p>significazione ma</p>
<p>protocolli di esperienza</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Esce L&#8217;Ulisse n.18. Poetiche per il XXI secolo.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[alessandro broggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2015 16:00:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo. &#160; INDICE &#160; Editoriale, di Stefano Salvi &#160; IL DIBATTITO IDEE DI POETICA Fabiano Alborghetti Gian Maria Annovi Vincenzo Bagnoli Corrado Benigni Vito Bonito e  Marilena Renda Gherardo Bortolotti Alessandro Broggi Maria Grazia Calandrone Gabriel Del Sarto Giovanna Frene Vincenzo Frungillo Florinda Fusco Francesca Genti Massimo Gezzi Marco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone  wp-image-53613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg" alt="Doug Aitken New opposition  II - 2001" width="384" height="333" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Doug-Aitken-New-opposition-II-2001-300x260.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 384px) 100vw, 384px" /></a></p>
<p><a href="http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/03/ULISSE-182.pdf" target="_blank">L&#8217;ULISSE n. 18. Poetiche per il XXI secolo.</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<h2><strong>INDICE</strong></h2>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Editoriale</strong>, di Stefano Salvi</p>
<p>&nbsp;</p>
<h3><strong>IL DIBATTITO</strong></h3>
<h3></h3>
<p><em>IDEE DI POETICA</em></p>
<p>Fabiano Alborghetti</p>
<p>Gian Maria Annovi</p>
<p>Vincenzo Bagnoli<span id="more-53599"></span></p>
<p>Corrado Benigni</p>
<p>Vito Bonito e  Marilena Renda</p>
<p>Gherardo Bortolotti</p>
<p>Alessandro Broggi</p>
<p>Maria Grazia Calandrone</p>
<p>Gabriel Del Sarto</p>
<p>Giovanna Frene</p>
<p>Vincenzo Frungillo</p>
<p>Florinda Fusco</p>
<p>Francesca Genti</p>
<p>Massimo Gezzi</p>
<p>Marco Giovenale</p>
<p>Mariangela Guatteri</p>
<p>Andrea Inglese</p>
<p>Giulio Marzaioli</p>
<p>Guido Mazzoni</p>
<p>Renata Morresi</p>
<p>Vincenzo Ostuni</p>
<p>Gilda Policastro</p>
<p>Laura Pugno</p>
<p>Stefano Raimondi</p>
<p>Andrea Raos</p>
<p>Stefano Salvi</p>
<p>Luigi Socci</p>
<p>Italo Testa</p>
<p>Mary Barbara Tolusso</p>
<p>Giovanni Turra</p>
<p>Michele Zaffarano</p>
<h2><em> </em></h2>
<p><em>NUOVI CRITICI SUL NOVECENTO</em></p>
<p>Vittorio Sereni</p>
<p>di Mattia Coppo</p>
<p>Attilio Bertolucci</p>
<p>di Giacomo Morbiato</p>
<p>Franco Fortini</p>
<p>di Filippo Grendene</p>
<p>Corrado Costa</p>
<p>di Riccardo Donati</p>
<p>Anni Novanta. Individui e fluidità</p>
<p>di Maria Borio</p>
<p>Poesia e ispirazione</p>
<p>di Raoul Bruni</p>
<p>Poetiche dell’informale</p>
<p>di Filippo Milani</p>
<p>Poetiche della relazione</p>
<p>di Jacopo Grosser</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>FUOCHI TEORICI</em></p>
<p>Domande ingenue</p>
<p>di Jean-Marie Gleize</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>POETICHE DEL ROMANZO</em></p>
<p>Le idee letterarie degli anni Zero</p>
<p>di Morena Marsilio e Emanuele Zinato</p>
<p>Walter Siti</p>
<p>di Gian Luca Picconi</p>
<p>Don DeLillo</p>
<p>di Federico Francucci</p>
<p><em> </em><em> </em></p>
<p><strong>LETTURE</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Mariasole Ariot</p>
<p>Daniele Bellomi</p>
<p>Alessandra Cava</p>
<p>Claudia Crocco</p>
<p>Francesca Fiorletta</p>
<p>Franca Mancinelli</p>
<p>Luciano Mazziotta</p>
<p>Manuel Micaletto</p>
<p>Fabio Orecchini</p>
<p>Giulia Rusconi</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>I TRADOTTI </em></p>
<p>Thomas James</p>
<p>tradotto da Damiano Abeni</p>
<p>Óskar Árni Óskarsson</p>
<p>tradotto da Silvia Cosimini</p>
<p>Dieter Roth</p>
<p>tradotto da Ulisse Dogà</p>
<p>Thomas Sleigh</p>
<p>tradotto da Luigi Ballerini</p>
<p>Eva Christine Zeller</p>
<p>tradotta da Daniele Vecchiato</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(Una prima presentazione della monografia, che vedrà presenti Vincenzo Bagnoli, Vito Bonito, Alessandro Broggi, Mariangela Guatteri, Morena Marsilio, Luciano Mazziotta, Italo Testa ed Emanuele Zinato, si terrà venerdì 8 maggio alle 19.00 presso l&#8217;Atelier Sì, in via San Vitale 69, a Bologna)</p>
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		<title>Le voci dell’Olocausto. L’opera estrema di Charles Reznikoff</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Raos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2014 12:00:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[A Roma, presso la Casa delle Traduzioni (via degli Avignonesi 32) giovedì 18 settembre, ore 17:15 – 18:30 Le voci dell’Olocausto. L’opera estrema di Charles Reznikoff Charles Reznikoff, Olocausto, traduzione di Andrea Raos, Benway Series, 2014 http://benwayseries.wordpress.com/2014/09/09/charles-reznikoff-olocausto-holocaust-benway-series-6/ Partendo dalla recentissima traduzione di Olocausto, l’ultimo straordinario testo pubblicato in vita dal poeta americano Charles Reznikoff (1975), [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>A Roma, presso la <a href="http://comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=casa_traduzioni.wp" target="_blank">Casa delle Traduzioni</a></strong><br />
<strong> (via degli Avignonesi 32)</strong><br />
<strong> giovedì 18 settembre, ore 17:15 – 18:30</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Le voci dell’Olocausto. L’opera estrema di Charles Reznikoff</strong><br />
<strong> Charles Reznikoff, <em>Olocausto</em>, traduzione di Andrea Raos, Benway Series, 2014</strong><br />
<strong> <a href="http://benwayseries.wordpress.com/2014/09/09/charles-reznikoff-olocausto-holocaust-benway-series-6/" target="_blank">http://benwayseries.wordpress.com/2014/09/09/charles-reznikoff-olocausto-holocaust-benway-series-6/</a></strong></p>
<p>Partendo dalla recentissima traduzione di <a href="http://benwayseries.wordpress.com/2014/09/09/charles-reznikoff-olocausto-holocaust-benway-series-6/" target="_blank"><em>Olocausto</em></a>, l’ultimo straordinario testo pubblicato in vita dal poeta americano Charles Reznikoff (1975), l’incontro cercherà di mettere a fuoco le particolarità e le difficoltà dell’opera di trasposizione di fronte a un tema così complesso e delicato come la Shoah e davanti a una lingua che assume tutta la responsabilità e, al tempo stesso, tutta la distanza necessaria per poterne rinnovare la memoria.</p>
<p>In dialogo sulla traduzione: Damiano Abeni e (via skype) Andrea Raos.<br />
Interventi: Marco Giovenale e Giulio Marzaioli.<br />
Letture dal testo: Michele Zaffarano.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.facebook.com/events/616909615096122/" target="_blank">https://www.facebook.com/events/616909615096122/</a></p>
<p><strong>Charles Reznikoff</strong> (1894-1976) è stato uno dei maggiori poeti statunitensi, collocabile nell’ambito della seconda generazione di autori modernisti. Fu partecipe in prima persona (con Louis Zukofsky, George Oppen, Carl Rakosi) dell’idea e progetto “oggettivista”. È autore di numerosi testi di poesia, tra cui <em>Jerusalem the Golden</em> (1934), <em>In Memoriam</em> (1936), <em>By the Waters of Manhattan: Selected Verse</em> (1962), <em>Testimony: The United States (1885-1890)</em> (1965), <em>Holocaust</em> (1975). <em>Holocaust</em>, <a href="http://benwayseries.wordpress.com/2014/09/09/charles-reznikoff-olocausto-holocaust-benway-series-6/" target="_blank">qui</a> in prima traduzione italiana, fu scritto riprendendo in maniera diretta e senza alcun intervento autoriale le testimonianze delle vittime della barbarie nazista e quelle dei carnefici, così come riportate negli atti del processo di Norimberga (1945-46) e di quello a Eichmann (1961).</p>
<p><strong>Andrea Raos</strong> (1968) ha pubblicato <em>Discendere il fiume calmo</em> (nel <em>Quinto quaderno italiano di poesia contemporanea</em>, 1996), <em>Aspettami, dice</em> (2003), <em>Luna velata</em> (2003), <em>Le api migratori</em> (2007), <em>I cani dello Chott el-Jerid</em> (2010) e <em>Lettere nere</em> (2013). È presente nel volume <em>Àkusma. Forme della poesia contemporanea</em> (2000) e ha curato l’antologia <em>Chijô no utagoe – Il coro temporaneo</em> (2001). Con Andrea Inglese ha curato le antologie <em>Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens</em>, in «Action poétique» (2004) e <em>Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità</em>, in «Nuovi argomenti» (2005).</p>
<p><strong>Damiano Abeni</strong> (1956) ha tradotto dall’inglese oltre cinquanta libri e collabora con diverse case editrici e riviste letterarie. È tra i redattori di «Nuovi Argomenti» e della rivista online «Le parole e le cose». Ha ricevuto una fellowship del Liguria Study Center for the Arts and Humanities (Bogliasco Foundation, 2008) e una delle Rockefeller Foundation Fellowship (Bellagio, 2010). Nel 2009 è stato Director’s Guest presso il Civitella Ranieri Center. È cittadino onorario per meriti culturali di Tucson, Arizona, e di Baltimore, Maryland.</p>
<p>Il progetto editoriale Benway Series, indipendente e autoprodotto, nasce per iniziativa di quattro autori (Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano) con l’intento di formare un tracciato di scritture di ricerca straniere e italiane, appartenenti al passato più o meno prossimo o alla contemporaneità. Sino a oggi sono stati pubblicati testi di J. Ashbery, F. Ponge, C. Costa, M. Zaffarano e G. Marzaioli. L’<em>Olocausto</em> di Reznikoff è l’ultima traduzione della serie.<br />
<a href="http://benwayseries.wordpress.com/" target="_blank">http://benwayseries.wordpress.com/</a></p>
<p><strong>Per l’incontro, riservato ai possessori Bibliocard, è richiesta l’iscrizione, da inviare all’indirizzo casadelletraduzioni@bibliotechediroma.it entro il 16 settembre.</strong></p>
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<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-medium wp-image-48855" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway-225x300.jpg" alt="Reznikoff, Olocausto - Benway" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway-900x1200.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/09/Reznikoff-Olocausto-Benway.jpg 1944w" sizes="auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a></p>
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		<title>L&#8217;Ulisse: decimo compleanno e nuovo numero della rivista</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jun 2014 21:59:56 +0000</pubDate>
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<p>Il numero è scaricabile <a href="http://www.lietocolle.com/cms/wp-content/uploads/2014/06/Ulisse-17.pdf" target="_blank">qui</a>; questi dieci anni di monografie, <a href="http://www.lietocolle.com/ulisse/" target="_blank">qui</a>.</p>
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