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	<title>migranti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Il vino buono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 05:00:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-79530" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-300x237.jpeg" alt="" width="300" height="237" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-300x237.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-768x607.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-1024x810.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-250x198.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-200x158.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini-160x126.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/06/salavini.jpeg 1834w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>A chi venisse in mente di salare il vino, o, meglio, i vini, io non darei alcun affidamento, se poi lo facesse nel mese di maggio, peggio che peggio, vi immaginate voi uno stupendo nebbiolo, o un brunello ben invecchiato con dentro del sale? Io proprio non riesco non solo a desiderarlo, ma neppure ad immaginarlo. Per non parlare poi dei soprannomi e dei nomignoli con i quali costui potrebbe venire indicato, ma questi li lascio immaginare a voi.<br />
Vi immaginate poi se dovesse rivestire una carica pubblica che pessimo esempio darebbe ai concittadini, non solo lombardi e piemontesi ma perfino agli abruzzesi, con quella loro mania di saltare la doppia “g” nelle parole, così che “raggio” lo pronuncerebbero qualcosa come “raio” o simili.<br />
Non si capisce poi perché un tale individuo dovrebbe perpetrare un simile delitto, forse per paura della migragna (o anche micragna, come avverte il dizionario Garzanti della lingua nostra), cioè della penuria di vino che gli si produrrebbe se tutti bevessero il suo buon vino non salato, tantoché mi dicono che tutti costoro che vorrebbero bere il suo buon vino, lui li chiama “migragnanti”, o per brevità “migranti”. Perché è anche un po’ ignorante e non sa che così invece si designano tutte quelle persone, esseri umani come lui e che mai forse farebbero queste corbellerie col vino, che scelgono di cambiare paese perché al loro paese stanno male, o sono perseguitati, perché sul pianeta nostro di stolti perseguitanti ce n’è tanti, del genere del Nostro, ricordiamocelo. E che poi – ormai lo si è detto milioni di volte – gli italiani in tempi anche non troppo lontani sono stati migranti un po’ dappertutto, e talvolta bene e talvolta male, accolti, ma pur sempre accolti, e autorizzati a fare un lavoro per mantenersi. Che se poi andiamo a tempi lontani, ma bastano meno di un migliaio di generazioni, tutti noi che siamo qua nel bel paese, siamo arrivati dal sud, da quello straordinario serbatoio di vita nascente che è stata l’Africa. Ci fosse ancora il grande Luigi Luca Cavalli-Sforza, gli farebbe lui una bella spiega di cosa accadde nell’umanità, anche se ormai quasi ogni giorno si apprende che nuovi reperti sono stati trovati, con resti umani, di tipi ancora non ben classificati e che comunque sempre se ne sono andati in giro per il mondo.<br />
E perché mai dovrebbero tutto d’un colpo fermarsi<em>?</em></p>
<p><em>(vignetta di Kira Boker)</em></p>
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		<title>Il passo della morte &#8211; Enzo Barnabà</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 Mar 2019 07:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[altorilievo]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[Incipit del nuovo libro di Enzo Barnabà &#160; Sul finire del giugno 2018, mentre attraverso la frontiera di ponte San Luigi, mi capita di assistere a una scena che lascia con il fiato sospeso le decine di persone che, assieme ai pompieri giunti da Ventimiglia, cercano di scorgere, tra i magri cespugli dei quali è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><strong>Incipit del nuovo libro di Enzo Barnabà</strong></p>
<p><img decoding="async" class=" wp-image-78038 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/copertina-Il-Passo-della-Mortelegg-202x300.jpg" alt="" width="277" height="399" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sul finire del giugno 2018, mentre attraverso la frontiera di ponte San Luigi, mi capita di assistere a una scena che lascia con il fiato sospeso le decine di persone che, assieme ai pompieri giunti da Ventimiglia, cercano di scorgere, tra i magri cespugli dei quali è cosparsa la parete rocciosa prospiciente, un migrante scivolato dal <em>beà de Bedin</em>, il minuscolo canale che porta acqua in Francia e che funge da sentiero ai migranti più disperati. Non siamo molto lontani dal tratto della canaletta in cui, durante la guerra, la stessa cosa era avvenuta alla signora Mione e, molto prima, alla giovane grimaldese che portava il figlioletto sulla testa; due episodi di cui presto parleremo.</p>
<p>In questo punto, lo strapiombo è di parecchie decine di metri. La morte sarebbe stata certa se una provvidenziale rete non avesse bloccato la caduta. Adesso, il migrante è “incrodato”, come dicono gli alpinisti; bloccato, cioè, sulla parete, incapace di risalirla o di muoversi verso il basso. Resta fermo accanto a un cespuglio, senza dare segni di vita. Un pompiere italiano riesce a spingersi sul <em>beà, </em>arrivando proprio sopra di lui. Non può, però, fare nulla se non cercare di rassicurarlo.</p>
<p>Lo stallo viene sbloccato da un elicottero francese sotto il quale pendola un pompiere sospeso a una fune. Con gran strepito, il veicolo si insinua tra le due pareti del vallone e prende a scendere con molta lentezza, ravvicinando l’uomo alla persona caduta. Seguo il movimento con un misto di apprensione e di ammirazione. In pochi minuti, il migrante viene imbracato e trasportato sul ponte. Mi avvicino. E un ragazzone di colore (ciadiano, verrò a sapere) che sembra uscito da una squadra di rugby. Dirigendosi verso gli uffici della polizia francese, cammina zoppicando, ma sprizza gioia da tutti i pori.</p>
<p>La vallata rocciosa, vista dal mare, ai viaggiatori di una volta appariva come “dantesca”. Così parla del <em>beà</em> il medico inglese Henry Bennet in un libro che risale al 1861: “Il canale, largo pochi centimetri, viene spesso utilizzato come sentiero dai contadini. Bisogna avere la testa e i piedi ben saldi per praticarlo poiché si snoda a strapiombo sul burrone: basta mettere un piede in fallo per rimetterci irrimediabilmente la vita”. La narrazione prosegue evocando una tragedia avvenuta anni prima e della quale la popolazione conservava viva memoria: “Una ragazza di Grimaldi, che soleva percorrere quella specie di sentiero, si sposò ed ebbe un figlio. Le donne del posto hanno la consuetudine di portare sulla testa la culla dei neonati. Un giorno la poveretta imboccò la strada abituale con in capo la culla col bimbo dentro, ma dimenticò che a un certo punto la roccia si abbassa e lascia pochi centimetri sulla testa di chi passa. La culla andò a sbattere contro la rupe e la madre precipitò nell’abisso assieme al figlioletto!”.</p>
<p>Al fine di impedire l’accesso in Francia tramite il canale, fu posto, all’altezza della frontiera, un cancelletto del quale pochi possedevano la chiave. Durante la guerra, ci fu chi dovette far ricorso a questi particolari <em>passeur</em>. Ho avuto la possibilità di conoscere in Veneto Scilla Mione che è stata una di quelle persone. Ecco i suoi ricordi: “Avevo poco più di vent’anni, mio papa Augusto, impegnato nella Resistenza nelle montagne del Bellunese, era braccato dalla <em>Wehrmacht </em>che minacciava rappresaglie contro i familiari e in particolare contro mia mamma e me. Per proteggerci, decise di portarci in Francia, dove aveva vissuto alcuni anni prima.</p>
<p>Partimmo nel febbraio del 1944. Scendemmo dal treno a Bordighera dove, in una chiesa, incontrammo alcuni frati che ci presentarono una ragazza che ci avrebbe fatto da guida. Ci recammo a piedi a Ventimiglia. Faceva molto freddo. Attraversata la città, giungemmo a Grimaldi verso le otto di sera, dopo aver salutato con molta faccia tosta le sentinelle tedesche che si trovavano all’inizio del paese. Alla fine dell’abitato, invece, c’erano due ostacoli pericolosi: i doganieri e i carabinieri. La ragazza ci fece nascondere in un fossato e si mise alla ricerca di un ragazzino che avrebbe sorvegliato le due caserme. Il buio si era fatto fittissimo. Dopo un’ora di attesa snervante, la nostra guida ritornò, ma senza il ragazzino. Si erano fatte le dieci, prendemmo la decisione che, se fossimo stati scoperti, io e mia mamma ci saremmo consegnate, mentre papà avrebbe cercato di mettersi in salvo. Ci togliemmo le scarpe e riprendemmo la marcia. Dopo essere passati con estrema prudenza davanti alle due caserme, vedemmo le luci di Mentone e non riuscimmo a contenere la gioia. La nostra terra promessa era ormai a due passi! Avevamo purtroppo fatto i conti senza l’oste poiché le nostre traversie erano tutt’altro che finite. La ragazza ci avvertì che il cammino si faceva pericoloso. In effetti, dovemmo marciare in fila indiana, prima su un sentiero strettissimo a fianco di una roccia ripida e poi su una canaletta larga quaranta centimetri, dove scorreva un sottile filo d’acqua. Nel fondo del precipizio c’era un corpo di guardia francese, sopra ce n’era uno tedesco e</p>
<p>dietro di noi c’erano i carabinieri. A un tratto, la mamma mise un piede in fallo e precipitò per una ventina di metri. Tremando dal terrore, ci mettemmo a chiamarla con voci sorde e smorzate. Finalmente rispose e i nostri cuori, dalla gioia, presero a battere all’impazzata. Diceva di lasciarla lì e di proseguire, ma ovviamente non le demmo retta. Improvvisammo una sorta di corda attaccando cinture e fazzoletti, la ragazza si spogliò dei suoi vestiti per rendere i movimenti liberi e scese giù alla ricerca della mamma. Io mi inginocchiai e cominciai a pregare. Dopo una buona mezz’ora di faticosi tentativi, la nostra guida risalì con mia madre che per fortuna era caduta su un mucchio di foglie e se l’era cavata relativamente a buon mercato.</p>
<p>La marcia continuò per un’altra ora. Il burrone era alto duecento metri e mamma continuava a zoppicare. Finalmente arrivammo davanti a un cancello di ferro del quale la ragazza possedeva la chiave. Fummo lasciati soli per un buon quarto d’ora in quanto era necessario verificare che in vista non ci fossero poliziotti o SS. Ci sembrò un secolo, ma finalmente la nostra guida tornò e passò prima con la mamma, poi con me e infine con papà. Arrivammo a Mentone che era già l’alba”. Augusto Mione continuerà la Resistenza in Francia e, dopo la guerra, costituirà un’impresa edilizia che diventerà molto importante. Sarà il costruttore di fiducia di Le Corbusier.</p>
<p>Dopo il salvataggio del ragazzone di colore, mentre mi avvio verso casa, mi viene fatto di pensare che anche la letteratura si è occupata di quella canaletta. Uno dei personaggi del primo romanzo di Francesco Biamonti è infatti una donna che non riesce a dimenticare il <em>beà</em>, sbarrato da un cancello con aculei anche laterali, dove anni prima aveva perso il marito. “Una guida li aveva abbandonati una notte sul cornicione. Bisognava appendersi agli aculei per passare, e suo marito era stato trascinato giù dalla valigia”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Enzo Barnabà</strong>, scrittore di saggi storici e romanzi, è nato a Valguarnera nel 1944, ha studiato lingua e letteratura francese a Napoli e a Montpellier, e storia a Venezia e Genova. È l’autore del primo libro pubblicato in Italia e in Francia sul massacro xenofobo avvenuto nel 1893 ad Aigues-Mortes. Tra i suoi saggi ricordiamo: <em>I Fasci siciliani a Valguarnera</em> (Teti, 1981), <em>Morte agli italiani! </em>(Infinito, 2008). Tra le opere di narrativa ricordiamo: <em>Sortilegi</em>, scritto con Serge Latouche (Bollati Boringhieri, 2008), <em>Il Ventre del Pitone </em>(EMI, 2010), <em>Il Partigiano di Piazza dei Martiri</em> (Infinito, 2013), <em>Il Sogno dell’eterna giovinezza. Vita e misteri di Serge Voronoff </em>(Infinito, 2014). Alcuni suoi libri sono stati direttamente scritti in francese. Vive a Grimaldi di Ventimiglia dove la Riviera italiana e quella francese si uniscono.</p>
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		<title>Gli artisti di quartiere a difesa della collettività: la storia di via Roma, Reggio Emilia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Feb 2019 06:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
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					<description><![CDATA[di Irene Russo C’è una via Roma quasi in ogni città di Italia, c’è una via Roma speciale a Reggio Emilia. Questa storia può aiutarci a immaginare che si può vivere bene ovunque, se i cittadini escono dalle proprie case e cercano la felicità negli spazi pubblici, nei progetti comuni, nelle case degli altri. In [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Irene Russo</strong></p>
<p>C’è una via Roma quasi in ogni città di Italia, c’è <strong>una via Roma speciale a Reggio Emilia</strong>. Questa storia può aiutarci a immaginare che si può vivere bene ovunque, se i cittadini escono dalle proprie case e cercano la felicità negli spazi pubblici, nei progetti comuni, nelle case degli altri.</p>
<p>In via Roma a Reggio Emilia i cittadini condividono progetti e servizi, ma soprattutto l’utopia di una città ideale dove <strong>la creatività genera relazioni di fiducia</strong>. Da un approccio artistico e divergente ricavano la risposta alle istanze strettamente sociali.</p>
<p>Proviamo a chiederci se la creatività può contribuire a costruire una società coesa, fondata sulla convivenza e gli scambi tra persone diverse per età, cultura, provenienza. E se, viceversa, <strong>un quartiere coeso </strong>può essere uno stimolo per le persone creative, attratte per loro natura da quei <strong>luoghi del mondo favorevoli all’ispirazione</strong>. Quesiti che possono trovare risposta nell’esperienza dei cittadini di via Roma a Reggio Emilia, e probabilmente in tante altre piccole storie più o meno note che si nascondono nelle strade del nostro Paese.</p>
<p><img decoding="async" class="aligncenter wp-image-77558" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-1024x683.jpg" alt="" width="590" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/cappelletti.jpg 1200w" sizes="(max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Una via “degradata” si è trasformata in un laboratorio di innovazione</strong></p>
<p>Via Roma a Reggio Emilia è una strada del centro storico dove i <strong>richiedenti asilo</strong> vivono in hotel fatiscenti e i creativi organizzano <strong>mostre d’arte</strong> in luoghi insoliti, dalle lavanderie ai distributori automatici. Fino a metà del Novecento la via era abitata dal Popolo Giusto, una schiera di indigenti solidali che – secondo i racconti  –  rubavano ai ricchi per dare ai poveri. Poi è arrivata l’ondata di migranti che l’ha elevata alle cronache locali per questioni di risse e spacci. Ma, come scrive il geostorico <a href="https://issuu.com/erodoto108/docs/erodoto108_speciale/16">Antonio Canovi</a>, “Il degrado è una componente fondamentale del processo di metabolismo che determina accrescimento, rinnovamento e mantenimento degli organismi viventi. E il metabolismo di via Roma non ha mai smesso di lavorare”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77560" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2.jpg" alt="" width="590" height="491" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2.jpg 766w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2-300x250.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2-250x208.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2-200x167.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-2-160x133.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>Oggi via Roma è un <strong>laboratorio di innovazione sociale</strong> che conserva un’anima popolare e accogliente, senza rinnegare il proprio passato. Il cambiamento ha preso forma attorno a una piccola impresa collettiva: organizzare una costola del <strong>festival cittadino “Fotografia Europea”,</strong> che nei cortili e nelle case private trova la sua dimensione più vivace e underground. Da cinque anni, il quartiere si anima grazie al lungo <strong>lavoro volontario di professionisti e artisti</strong>, attirando migliaia di appassionati in cerca di atmosfere coinvolgenti fuori dallo spirito delle gallerie.</p>
<p>Ma in via Roma si viene anche nel resto dell’anno, perché sono tornate le osterie e si sono moltiplicati gli eventi culturali. In cinquecento metri si allineano botteghe locali ed etniche, istituti superiori, la scuola di Comics, la Camera del Lavoro, l’<a href="http://www.ghirbabiosteria.it/">osteria Ghirba</a> gestita da una decina di donne, bar e locali notturni da cui si può osservare la vita di una città normale, poco frequentata dai turisti, molto apprezzata dai viaggiatori che arrivano senza aspettative e si lasciano sorprendere da un’atmosfera felice anche senza clamori.</p>
<p>Un piccolo <strong>orto condiviso</strong> ospita frutti che appartengono a tutti, non solo a chi li coltiva. Coinvolti nel progetto, i richiedenti asilo si impegnano a seminare pur non avendo la certezza di poter rimanere così a lungo da raccogliere. E ad agosto sono loro gli unici a prendersi cura delle piante, mentre gli altri vanno in villeggiatura. In via Roma ognuno trova il proprio posto. “Il suo fascino”, scrive sempre Canovi, “è di essere un quartiere non tanto premoderno quanto piuttosto antimoderno: quello che succede qui in occasione di Fotografia Europea, ma anche in altri momenti, è la rivelazione di una sorta di <strong>intelligenza collettiva</strong> che anima un nuovo popolo giusto”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77561" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3.jpg" alt="" width="590" height="329" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3.jpg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3-300x167.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3-250x139.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/mostre-3-160x89.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>La creatività favorisce la coesione sociale </strong></p>
<p>Cosa c’entrano la creatività, l’arte, con la <strong>coesione sociale</strong>? L’arte contemporanea oggi non ha bisogno di opere tangibili per essere apprezzata, ma può assumere il mondo come tela. <a href="https://www.artribune.com/arti-visive/arte-contemporanea/2017/04/critica-cultura-arte-contemporanea/">Christian Caliandro</a> immagina un nuovo ruolo per l’artista, che potrebbe “sognare di cedere importanti quote e gradienti di autorialità a favore di un processo culturale dal basso, che abbia a che fare davvero con una comunità e con le sue istanze e con le sue esigenze profonde (non presunte) e con le sue vocazioni” e quindi mettersi in testa “di far venir fuori da tutto questo un’<strong>opera collettiva </strong>che magari non sembra più neanche un’opera ma proprio un <em>pezzo</em> di esistenza quotidiana (di quartiere, di città, di educazione, di urbanistica, di cinema, di letteratura, ecc.), dedicandosi a costruire una grande e funzionante <em>infrastruttura di relazioni</em> umane e trasferendo lì (lì dove è sempre stata, o dove sempre avrebbe dovuto essere: nel territorio dell’umanità) la sua dimensione autoriale”.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77562" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie.jpg" alt="" width="590" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/lavoro-sedie-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>Il piccolo miracolo di via Roma si è costruito per la convergenza di alcune circostanze favorevoli. Il quartiere è abitato e frequentato da <strong>persone non autoctone</strong>, che vi sono approdate senza una rete sociale a fare da cuscinetto per la propria migrazione. Persone motivate a ricostruire una sfera di legami che li rendono più forti e integrati. Persone che cercano <strong>occasioni di riscatto</strong> da condizioni precedenti. Persone che possono inaugurare <strong>nuovi filoni creativi,</strong> originali e dirompenti, perché non ancorati al passato e alla tradizione. Forse perché gli immigrati devono dimostrare qualcosa e vivono esperienze diversificanti, ovvero “eventi o situazioni molto inusuali e inaspettati che sono attivamente sperimentati e spingono l’individuo al di fuori del campo della ‘normalità’”, secondo la definizione della psicologa Simone Ritter.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77563" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas.jpg" alt="" width="590" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas.jpg 592w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-300x264.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-250x220.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-200x176.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/pier-e-le-ghirbas-160x141.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>In parte, come spesso accade nei <strong>quartieri “alternativi”</strong>, si tratta di persone creative: non necessariamente artisti e talenti, ma in generale persone sensibili ai problemi, flessibili, capaci di strutturare in modo nuovo le proprie esperienze. Oggi consideriamo la creatività come un <strong>processo intellettuale divergente</strong> rispetto al normale processo logico astratto: è per questo che la creatività offre molte chances in più per affrontare problemi ordinari o straordinari… e risolverli.</p>
<p>Scrive E. Weiner in <em>Geografia del genio</em>:  “Gli artisti sono più sensibili degli altri, importano la sofferenze di un mondo imperfetto, la processano, la riformulano come arte e la esportano, alleviando la loro tristezza e aumentando il nostro piacere. Un esempio di simbiosi perfetta”.</p>
<p>La creatività permette di guardare lontano, oltre la lite di condominio e le classiche lamentele del comitato di quartiere. <strong>La creatività è immaginazione</strong>: quando le comunità sono capaci di una visione a lungo termine, riescono a intravedere il risultato oltre i propri sforzi. Nei lunghi preparativi di un festival, la coesione sociale si crea perché le persone si incontrano e lavorano insieme. Sudare sullo stesso metro quadro fa sentire tutti più vicini.</p>
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<p>Ma c’è di più: i linguaggi creativi costruiscono <strong>il racconto degli eventi</strong> e dei loro retroscena, rendendolo più visibili per il pubblico e per la stessa comunità. Prendiamo appunto il caso di via Roma: le rassegne, i festival e i progetti diventano storie per il sito, il giornale di quartiere, i profili social, le conferenze stampa, i blogtour, i flipbook per bambini. C’è perfino una app che permette di citofonare virtualmente agli abitanti della strada per conoscere le loro storie (l’<strong>app “Via Roma Trip” </strong>si può scaricare gratis, per <a href="https://itunes.apple.com/it/app/via-roma-trip/id868039651?mt=8">iOs</a> o <a href="https://play.google.com/store/apps/details?id=it.fotografiaeuropea.viaromatrip2">Android</a>). Media e linguaggi che compongono un <strong>racconto crossmediale </strong>molto diversificato, ma al contempo veicolano un’idea comune di società.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77565" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2.png" alt="" width="500" height="750" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2.png 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-200x300.png 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-250x375.png 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/App_Via_Roma_Trip2-160x240.png 160w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></p>
<p><strong>La coesione sociale favorisce la creatività</strong></p>
<p>La creatività trova il suo habitat ideale dove succedono cose inaspettate e circola un discreto numero di personaggi stravaganti. Ci sono <strong>tante storie di incontro</strong> dentro un grande contenitore di coesione sociale come via Roma. Alcuni esempi? I fotografi francesi aiutano i richiedenti asilo a esprimere la propria idea di bellezza. La parrucchiera sudamericana presta il negozio per organizzare un dj set. I ragazzi sinti suonano la chitarra durante un vernissage. La signora Giuliana mostra le foto dei suoi morti durante un tour teatrale nelle case private. I blogger di viaggi si ritrovano in osteria per preparare il nuovo numero di una rivista. La blogger americana impara a “chiudere” i cappelletti.</p>
<p>E poi in via Roma ci sono i bar, che non hanno l’atmosfera dei caffè viennesi ma sono <strong>buoni luoghi di incontro dove scambiarsi idee in modo informale</strong>. Molti artisti e pensatori ne hanno bisogno per fare il pieno di socialità prima di ritirarsi nella solitudine creativa.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77566" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2.jpg" alt="" width="590" height="393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2.jpg 1200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-1024x683.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/teatro-in-casa-2-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>Le residenze d’artista come antidoto al provincialismo</strong></p>
<p>Via Roma è il cuore alternativo di una città di medie dimensioni, troppo piccola per concedere evasioni da <em>flâneur</em>. L’antidoto al provincialismo è l’introduzione dell’elemento “alieno”: ogni anno gli abitanti invitano alcuni artisti a trascorrere una settimana come ospiti del quartiere, mentre gli esercizi commerciali della via aggiungono alcuni benefit, dal taglio gratuito di capelli dal barbiere o dalla parrucchiera, al servizio lavanderia o a un buono colazione, un pasto o un piatto di cappelletti presso i ristoranti. La formula della <strong>residenza d’artista</strong> è diffusa un po’ ovunque, ma in via Roma si traduce in una relazione di <strong>vera e propria ospitalità</strong>. Quando arriva, ogni ospite scombina le carte e offre nuovi spunti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77569" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa.jpg" alt="" width="590" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-300x191.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-768x488.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-250x159.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-200x127.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/labart-giappo-africa-160x102.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p>Gli abitanti ci tengono a condividere questa esperienza con chiunque sia interessato, così organizzano <strong>eventi pubblici aperti</strong> alla cittadinanza. Via Roma non vuole essere un’oasi nel deserto, ma un’<strong>esperienza replicabile</strong>, un invito a sperimentare in altri contesti. Nel mondo dell’arte si parla sempre più spesso di <em>secret concert</em>, di esposizioni di artisti nelle case private, di catering riservati, contesti nei quali la condivisone non è pubblica. In questo scenario, Via Roma vuole configurarsi come un contesto che offre possibilità di ricerca, aperto ma non evidente, accessibile ma non scontato. Un contesto che non coinvolga solo un’élite, ma riesca ad attirare persone diverse, curiose e interessate.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-77567" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel.jpg" alt="" width="590" height="443" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/residenza-hebel-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px" /></p>
<p><strong>L’ideologia della fiducia contro il clima della diffidenza</strong></p>
<p>I tempi sono cambiati e la sfida della fiducia appare ancora più difficile. Da un lato preme un <em>home enterteiment </em>sempre più sofisticato (ciascuno guarda le vite degli altri sullo schermo di un tablet), dall’altro tuonano le voci minacciose di chi predica la diffidenza e l’esclusione. Qual è la strada di via Roma? Ora che non c’è più la necessità di <strong>consolidare legami di fiducia</strong> al proprio interno, è interessante vedere cosa sceglie la comunità anche in relazione al contesto esterno.</p>
<p>Intanto, il gruppo informale che ha lavorato in questi anni al progetto ha costituito l’associazione <strong>“Via Roma Zero”.</strong> Come a sottolineare che si è sempre all’inizio, non si è fatto ancora abbastanza né si può dare nulla per scontato. “Zero” è il numero civico di chiunque si senta parte di via Roma anche senza possedervi una casa, per il profondo bisogno di legarsi a un territorio in cui si riconosce. Dove le cose in comune non emergono dagli algoritmi di una profilazione digitale, ma dalla buona abitudine di <strong>salutare per strada </strong>anche chi non ci assomiglia.</p>
<p>Questi tempi duri richiedono una grande giovinezza interiore e lo stupore dei bambini per contrapporsi ai balbettii di un pensiero conservatore e regressivo.</p>
<p><strong>Per saperne di più</strong></p>
<p><a href="https://www.facebook.com/viaRomaReggioEmilia/"><strong>Pagina Facebook Via Roma, Reggio Emilia</strong></a></p>
<p><a href="https://www.instagram.com/viaroma.re/?hl=it"><strong>Profilo Instagram Via Roma.re</strong></a></p>
<p><a href="http://www.ghirbabiosteria.it/"><strong>Fotografia Europea in via Roma</strong></a><strong> sul sito della biosteria Ghirba</strong></p>
<p><a href="https://mylifesamovie.com/project-expat-american-living-in-italy/"><strong>Articolo della blogger Alyssa Ramos</strong></a><strong> (in inglese)</strong></p>
<p><strong>Per partecipare a Fotografia Europea in via Roma (12-14 aprile 2019), scrivi una mail a cittadiniviaroma@gmail.com</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>NON IN NOSTRO NOME!</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2019/01/29/non-in-nostro-nome/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Jan 2019 12:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[blocco dei porti]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[minori migranti]]></category>
		<category><![CDATA[NON IN NOSTRO NOME]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sea Watch]]></category>
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					<description><![CDATA[DIRETTA TV L&#8217;arrivo di Sea Watch al porto di Catania. L&#8217;equipaggio sarà sentito dalla Procura della Repubblica di Catania. &#160; Viaggi Disperati: nel rapporto dell’UNHCR una panoramica del cambiamento nei flussi misti verso l’Europa Nonostante sia diminuito il numero di rifugiati e migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa, i pericoli che molti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><center><big><span style="color:red"><strong>DIRETTA TV</strong></span></big><br />
L&#8217;arrivo di Sea Watch al porto di Catania. L&#8217;equipaggio sarà sentito dalla Procura della Repubblica di Catania.<br />
&nbsp;<br />
<iframe loading="lazy" class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/catania-la-sea-watch-arriva-al-porto-festa-e-abbracci-a-bordo/325882/326498&#038;width=640&#038;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center><span id="more-77650"></span></p>
<p><center><iframe loading="lazy" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fseawatchprojekt%2Fvideos%2F601316673650488%2F&#038;show_text=1&#038;width=476" width="476" height="767" style="border:none;overflow:hidden" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" allow="encrypted-media" allowFullScreen="true"></iframe></center></p>
<p><center><iframe loading="lazy" src="https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fseawatchprojekt%2Fvideos%2F1267153623432339%2F&#038;show_text=1&#038;width=476" width="476" height="729" style="border:none;overflow:hidden" scrolling="no" frameborder="0" allowTransparency="true" allow="encrypted-media" allowFullScreen="true"></iframe></center><!--more--></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-77673" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-768x1087.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/viaggi-disperati.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a><span style="color:red"><big><strong>Viaggi Disperati: nel rapporto dell’UNHCR una panoramica del cambiamento nei flussi misti verso l’Europa</strong></big></span></p>
<p>Nonostante sia diminuito il numero di rifugiati e migranti che lo scorso anno sono entrati in Europa, i pericoli che molti affrontano durante il viaggio sono in alcuni casi aumentati, secondo un nuovo rapporto pubblicato dall’<strong>Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)</strong>, che illustra il cambiamento dei modelli dei flussi.<br />
Il r<strong>apporto Viaggi Disperati</strong> rileva come gli arrivi via mare in ​​Italia, provenienti principalmente dalla Libia, siano drasticamente diminuiti dal luglio 2017. Questa tendenza è continuata nei primi tre mesi del 2018, con un calo del 74% rispetto allo scorso anno.<br />
Il viaggio verso l’Italia si è dimostrato sempre più pericoloso: nei primi tre mesi del 2018 il tasso di mortalità tra coloro che partono dalla Libia è salito a 1 decesso ogni 14 persone, rispetto a 1 decesso ogni 29 persone nello stesso periodo del 2017.<br />
Negli ultimi mesi si è inoltre registrato un deterioramento molto preoccupante della salute dei nuovi arrivati ​​dalla Libia: un numero crescente di persone infatti sbarca in precarie condizioni di salute, mostrando segni di estrema debolezza e magrezza. [continua ⇨ <span style="color:red"><a href="https://www.unhcr.it/news/viaggi-disperati-nel-rapporto-dellunhcr-panoramica-del-cambiamento-nei-flussi-misti-verso-leuropa.html" rel="noopener" target="_blank"><strong>qui</strong></a></span>]</p>
<p>Il ⇨ <span style="color:red"><a href="https://data2.unhcr.org/en/documents/details/63039#_ga=2.168039841.1859849387.1548838206-1699841440.1548838206" rel="noopener" target="_blank"><em><strong>rapporto Viaggi disperati</strong></em></a></span></p>
<p><center><strong>WE HAVE A DREAM</strong> di <strong>Matteo Chiarello</strong><br />
<em>dall&#8217;Africa al Cara di Castelnuovo, 5 storie di rifugiati</em><br />
&nbsp;<br />
<iframe loading="lazy" src="https://player.vimeo.com/video/287419669?title=0&#038;byline=0&#038;portrait=0" width="740" height="416" frameborder="0" webkitallowfullscreen mozallowfullscreen allowfullscreen></iframe></p>
<p><a href="https://vimeo.com/287419669">WE HAVE A DREAM</a> from <a href="https://vimeo.com/matteochiarello">matteo chiarello</a> on <a href="https://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>&nbsp;</center></p>
<p><center><iframe loading="lazy" style="border: none; overflow: hidden;" src="https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fseawatchprojekt%2Fposts%2F2193574034193999&amp;width=500" width="500" height="792" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center></p>
<p><center><iframe loading="lazy" class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/sea-watch-sindaco-di-siracusa-rischio-autolesionismo-a-bordo/325683/326299&amp;width=640&amp;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center>&nbsp;</p>
<p><center><iframe loading="lazy" class="rep-video-embed" src="https://video.repubblica.it/embed/dossier/migranti-2019/sea-watch-migrante-a-bordo-torturato-in-libia-ecco-le-mie-cicatrici-siamo-davvero-in-europa/325571/326187&amp;width=640&amp;height=360" width="640" height="360" frameborder="0" scrolling="no"></iframe></center>&nbsp;</p>
<p><center></p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="550" data-dnt="true">
<p lang="it" dir="ltr">“La vostra solidarietà è importantissima”.</p>
<p>Kim, capo missione a bordo di <a href="https://twitter.com/hashtag/SeaWatch?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#SeaWatch</a>.<a href="https://twitter.com/hashtag/Siracusa?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Siracusa</a> <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2764.png" alt="❤" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://t.co/VQo46lIt77">pic.twitter.com/VQo46lIt77</a></p>
<p>&mdash; Sea-Watch Italy (@SeaWatchItaly) <a href="https://twitter.com/SeaWatchItaly/status/1090281945001611265?ref_src=twsrc%5Etfw">January 29, 2019</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></center></p>
<p>&nbsp;<br />
img apertura da <a href="https://www.repubblica.it/cronaca/2019/01/31/news/sea_watch_migranti_catania-217897372/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P1-S2.5-F5#gallery-slider=217930099" rel="noopener" target="_blank">qui</a><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Compagne e compagni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Dec 2018 13:07:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani e se cominciassimo a darci una mossa? Ieri 1 dicembre manifestazione a Milano da Piazza Piola a via Corelli, molto partecipata, senza incidenti, malgrado vigili e pulotti in quantità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<h2 style="text-align: center;">e se cominciassimo a darci una mossa?</h2>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter wp-image-76879 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-1024x768.jpg" alt="" width="860" height="645" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid-400x300.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif-rid.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 860px) 100vw, 860px" /></p>
<p style="text-align: center;">Ieri 1 dicembre manifestazione a Milano da Piazza Piola a via Corelli, molto partecipata, senza incidenti, malgrado vigili e pulotti in quantità.<span id="more-76875"></span><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76880" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif2-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76881" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif4-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76882" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif5-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76883" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif6-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76884" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif7-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76885" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid.jpg" alt="" width="2048" height="1536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid.jpg 2048w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-1024x768.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/manif8-rid-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
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		<title>Contro il &#8220;decreto sicurezza&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 11:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[La Costituzione italiana &#160; firmata il 27 dicembre 1947 da tutti questi. .]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: center;"><strong>La Costituzione italiana</strong></h1>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="aligncenter size-full wp-image-76857" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana.jpg" alt="" width="840" height="469" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana.jpg 840w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana-300x168.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana-768x429.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana-250x140.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana-200x112.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/Articolo-10-della-Costituzione-Italiana-160x89.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 840px) 100vw, 840px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<h3 style="text-align: center;">firmata il 27 dicembre 1947 da tutti <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Deputati_dell%27Assemblea_Costituente_della_Repubblica_Italiana">questi</a>.</h3>
<p>.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Un&#8217;iniziativa e un manifesto per Riace</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/11/17/uniniziativa-e-un-manifesto-per-riace/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Nov 2018 13:30:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[Artisti per Riace]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Lucano]]></category>
		<category><![CDATA[lavoratori della cultura]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Riace]]></category>
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					<description><![CDATA[Si definiscono lavoratori della cultura. Hanno scritto e firmato un Manifesto e sabato 17 e domenica 18 novembre si troveranno a Riace per vedere, capire e comprendere ciò che sta succedendo. Manifesto: La comunità dell’arte in Italia si schiera con Riace, simbolo di un’esperienza concreta di convivenza tra i popoli e di una comprensione, altrettanto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-76746" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-1024x682.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2-160x107.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/11/DSC00544-2.jpg 1288w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" />Si definiscono lavoratori della cultura.<br />
Hanno scritto e firmato un Manifesto e<strong> sabato 17</strong> e domenica <strong>18 novembre</strong> si troveranno a <strong>Riace</strong> per vedere, capire e comprendere ciò che sta succedendo.</p>
<p><strong>Manifesto</strong>:<br />
La comunità dell’arte in Italia si schiera con Riace, simbolo di un’esperienza concreta di convivenza tra i popoli e di una comprensione, altrettanto concreta, della complessità del tempo che viviamo.</p>
<p>Tutti noi ci chiediamo cosa sia accaduto a quella cultura dell’inclusione e della convivenza che dal secondo dopoguerra per decenni abbiamo costruito tra molte difficoltà e contraddizioni, e con stupore scopriamo che alla fine del secondo decennio del nuovo millennio è diventato importante, anzi necessario, dichiararsi contro il razzismo, contro un’idea di nazione che si concentra sulla difesa dei propri confini fisici e culturali, ma anche per la difesa dei lavoratori e delle volontà delle comunità locali sempre più assoggettate alle regole di un’economia finanziaria globale.<span id="more-76740"></span>La risposta che ci diamo è che tutto ciò è il risultato della sottovalutazione colpevole, da parte di tutti noi, di quel processo di semplificazione e d’involuzione che la politica, quella che governa le nostre comunità, ha attuato negli ultimi venticinque, trent’anni.<br />
Un processo che oggi raggiunge il suo compimento con l’attuazione di una strategia della confusione dietro la quale è perpetrato l’inganno.</p>
<p>Il nostro schierarci con Riace è dunque un’opposizione finalmente concreta ad una pratica politica che come intellettuali e artisti non possiamo più accettare. È la dichiarazione di un risveglio collettivo della cultura italiana che pretende una centralità nella vita delle nostre comunità, e che intende impegnarsi in prima persona su questo fronte.</p>
<p>Riace è per noi solo il primo passo, il riconoscimento della forza di un simbolo che non riguarda solo la possibilità di una vera inclusione, ma che pertiene alla possibilità concreta di una crescita delle comunità su valori ed elementi che, prima e dopo il loro essere azione politica, sono consistenza culturale.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗⊗⊗</strong></p>
<p>Hanno firmato finora moltissimi lavoratori della cultura, fra cui:</p>
<p>Ilaria Abbiento, artista; Peppe Allegri, ricercatore indipendente; Mariano Bàino, scrittore; Raffaella Battaglini, scrittrice; Elena Bellantoni, artista visiva; Cecilia Bello Minciacchi; Angelo Bellobono, pittore e sportivo; Maria Bonmassar, ufficio stampa; Alessandro Bosco; Alessandro Bulgini, artista; Buffoni Franco; Maria Grazia Calandrone, poetessa; Christian Caliandro, critico d’arte; Cecilia Canziani, curatrice; Adele Cappelli; Benedetta Carpi De Resmini, curatrice e critica d’arte; Cecilia Casorati; Monica Centanni, grecista; Anna Cestelli Guidi, curatrice; Andrea Cortellessa; Mirta d’Argenzio; Elisa Davoglio, poeta; Giovanni De Angelis, artista; Elio De Capitani; Silvia De Laude, saggista e traduttrice; Iginio De Luca, artista; Fernanda De Maio, architetto e docente universitario; Francesco Demitry; Tommaso Di Francesco; Francesco D’Incecco, artista; Riccardo Donati, docente critico e saggista; Davide Dormino, artista; Flavio Favelli, artista; Luciano Ferrara, fotografo; Umberto Fiori; Michele Arcangelo Firinu; Elena Fossà, docente; Davide Franceschini, fotografo; Gabriele Frasca, scrittore; Giovanna Frene, poeta; Anna Fressola; Lorenza Fruci; Pietro Gaglianò, critico d’arte; Carmen Gallo; Daniele Garritano, ricercatore; Raffaele Gavarro, critico e curatore; Dario Gentili, docente e filosofo; Silvia Giambrone, artista; Marco Giovenale; Viviana Gravano; Giulia Grechi, antropologa; Abel Herrero; Andrea Inglese; Helena Janeczek, Sophie Jankélévitch; Monica Jennifer, artista; Rosa Jijon, artista; Francesco Jodice, artista; Stefano Jossa, saggista e docente; Carlo Laurenti; Laura Leuzzi, ricercatrice e curatrice; Giuliano Lombardo, artista; Lucrezia Longobardi, curatrice e critica; Cecilia Luci, artista; Mauro Magni, artista; Domenico Antonio Mancini, artista; Elisabetta Marangon, fotografa; Nicolas Martino, filosofo; Francesco Martone; Barbara Martusciello, storico e critico d’arte; Giulio Marzaioli, autore; Giorgio Mascitelli, scrittore; Sandro Mele, artista; Costanza Meli, curatrice; Simona Menicocci; Paolo Morelli, scrittore; Muta Imago, compagnia teatrale; Peppe Nanni; Santa Nastro, critico d’arte; Ivan Novelli; Vincenzo Ostuni, poeta e editor; Giuseppe Palmisano, artista; Enrico Parisio, graphic designer; Simona Pavoni, artista; Maria Concetta Petrollo, scrittrice; Claudio Libero Pisano, curatore; Adriana Polveroni; Gioacchino Pontrelli, artista; Floriana Rigo, artista; Filippo Riniolo, artista; Lidia Riviello, poeta e autrice radiotelevisiva; Bruno Roberti, critico e docente; Franca Rovigatti, scrittrice e artista visiva; Carlo Rossetti; Anna Ruchat, traduttrice e scrittrice; Giuseppe A. Samonà; Jennifer Scappettone; Ivan Schiavone; Beppe Sebaste, scrittore; Camilla Seibezzi; Sparajurij, scrittore; Giuseppe Stampone, artista; Carola Susani, scrittrice; Enrico Terrinoni, traduttore e docente; Fabio Teti; Eugenio Tibaldi, artista; Antonello Tolve, teorico e critico; Gian Maria Tosatti, artista; Daniela Trincia, giornalista; Marco Trulli curatore e presidente ARCI Lazio; Viviana Vacca, filosofa; Sabrina Vedovotto; Sara Ventroni, poeta; Michele Zaffarano, scrittore; Gabriel Zagni, artista</p>
<p>Per informazioni e per sottoscrivere il Manifesto: <strong>artistiperriace@gmail.com</strong></p>
<p>*</p>
<p>Foto scattata durante la manifestazione contro il Decreto Sicurezza del 10 novembre a Roma.</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Più dolore, più violenza in questa città</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/11/14/piu-dolore-piu-violenza-in-questa-citta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 17:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Baobab]]></category>
		<category><![CDATA[carola susani]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[roma]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
		<category><![CDATA[sgombero]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=76647</guid>

					<description><![CDATA[di Carola Susani Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subito a mia memoria 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero &#8211; quello della struttura di via Cupa &#8211; è diventato un&#8217;altra cosa, una organizzazione agile e leggera che dà aiuto, l&#8217;aiuto base, minimo, una tenda, sacco [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Carola Susani </strong></p>
<p>Non so se ho tenuto bene il conto. Il Baobab ha subito a mia memoria 22 sgomberi. Perché allora esiste ancora? Perché dopo il primo sgombero &#8211; quello della struttura di via Cupa &#8211; è diventato un&#8217;altra cosa, una organizzazione agile e leggera che dà aiuto, l&#8217;aiuto base, minimo, una tenda, sacco a pelo, coperte, abiti, cibo, relazione, a chi non ha dove andare, gente che arriva, perché la gente arriva ancora, gente ricacciata indietro dai paesi europei, gente che non ha più la tutela umanitaria e così via. Volontari, sostenuti nel tempo dalla solidarietà diffusa, dalle persone comuni, dalle pizzerie, ai supermercati, sono riusciti in questi anni a dare pasti ogni giorno, a proporre visite guidate, corsi, aiuto a stendere curriculum, ma sono riusciti anche a giocare a calcio, a correre maratone, ad ascoltare musica insieme. Moltissimi passati dal Baobab hanno trovato la loro strada, in Italia o all&#8217;estero, è un posto dove si sta per un tempo limitato, un posto di transito. Chi ci passa dirà magari: ma è spaventoso, gente senza un tetto, nelle tende, esposta alle piogge torrenziali, e poi al freddo. È vero, non è un posto dove desidereresti vivere. Ma le istituzioni che dovrebbero trovare posti migliori, tetti e possibilità, non lo fanno, non l&#8217;hanno fatto finora e sempre meno vogliono farlo. Il Baobab permette di trovare una socialità, non lascia le persone preda inerme dei pericoli della città, vittima dei delinquenti, senza speranza, con l&#8217;unica strada possibile per sfangare la giornata la delinquenza; permette persino di fare piani, visto che almeno non devi pensare ogni giorno a dove andrai a dormire. Avere la possibilità di fare piani, è la condizione per uscire dalla povertà, senza non puoi. Il Baobab è stato sgomberato. Come sempre le tende e gli oggetti del campo sono stati distrutti. Ma allora perché ne parlo al presente? Perché il Baobab è inevitabile, finché ci sarà gente che ha bisogno, ci sarà grazie a Dio gente che aiuta chi ha bisogno. Nessuno riuscirà a farci smettere; ormai abbiamo esperienza. Il Baobab aiuta a contenere il disagio, evita la violenza, rende più sicura la città. Se il Baobab non ci fosse, il dolore e la violenza sarebbero maggiori. Ce n&#8217;è già tanto, non si combatte rendendolo più atroce, ma risolvendo i problemi delle persone: il tetto, la socialità, il lavoro, la cultura, la possibilità di fare piani, la speranza. Chi sgombera il Baobab vuole evidentemente più dolore e più violenza in questa città.</p>
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		<title>Sulla scogliera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2018 05:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Barcola]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Magris]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Claudio Magris (riporto qui una delle &#8220;istantanee&#8221; scritta da Claudio Magris nel 2009, ma quanto mai attuale sul tema migranti. a.s.) Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Magris</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" class="alignleft size-medium wp-image-74878" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola-160x90.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/07/scogliera-di-Barcola.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
(riporto qui una delle &#8220;istantanee&#8221; scritta da Claudio Magris nel 2009, ma quanto mai attuale sul tema migranti. a.s.)</p>
<p>Sulla riviera di Barcola, a Trieste. Si fa per dire, riviera; una sottile striscia di scogli, spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, acqua subito profonda, sulla riva tamerici spumose come onde, un orizzonte marino vasto e aperto, che nell&#8217;infanzia dava il senso dell&#8217;immensità oceanica, in un&#8217;educazione sentimentale in cui s&#8217;imparava una volta per tutte il legame fra l&#8217;eros e il mare. Quella gente in costume da bagno, non in uno stabilimento né su una vera spiaggia, ma alle porte della città e quasi già in città, dà un&#8217;impressione di vita persuasa e goduta. </p>
<p>Trieste non è solo crocevia tra Est e Ovest, come recita la sua didascalia, ma pure fra Nord e Sud, fra la malinconia scandinava di certi tramonti d&#8217;inverno e la vitalità meridionale dell&#8217;estate. In fondo al golfo, dove le acque italiane divengono slovene e poi croate, si vedono il duomo di Pirano, la plurisecolare orma del leone di San Marco nell&#8217;Istria, e più avanti Punta Salvore, col suo faro e i suoi pini nel vento. La popolazione che da maggio a ottobre arriva ogni giorno su quella scogliera di Barcola è abitudinaria; per tacita convenzione, ognuno di noi ha il suo posto sulla riva, genericamente rispettato dai vicini, con cui s&#8217;intrattengono rapporti garbati ma senza prendersi né dare confidenza. Ogni tanto aleggia, annunciata sui giornali, la minaccia di divieti, piani regolatori, costruzioni di stabilimenti a pagamento o di porticcioli turistici, minaccia finora ogni volta sventata da pugnaci lettere inviate alla stampa e alle autorità dagli uomini di penna, numerosi e assidui fra quei bagnanti, e da proteste che arrivano da triestini residenti da anni a New York o ad Adelaide ma non dimentichi di quella scogliera. Le autorità, a dire il vero, dimostrano di comprendere che quella libertà di tocio ossia di tuffo è un bene pubblico, una buona qualità di vita collettiva, e si preoccupano delle docce gratuite e delle tamerici. Qualche anno fa la scogliera era salita alla ribalta delle cronache grazie a un annegato, il cui corpo riportato a riva e coperto da un lenzuolo era rimasto a lungo in mezzo ai bagnanti che avevano continuato tranquillamente a prendere il sole accanto a lui, in quella familiare indifferenza della vita per la morte che la grande e rovente luce dell&#8217;estate rende ancora più spietata. Il telo che lo copriva sembrava non tanto un rispetto per lui e per l&#8217;inviolabile, universale mistero che gli era accaduto e in cui egli era entrato, quanto un riguardo verso i bagnanti, perché non fossero turbati dall&#8217;intollerabilità e dall&#8217;impudenza della morte. Solo un bambino guardava incuriosito quella sagoma a terra, forse senza capire bene cosa fosse successo, come un cane che fiuti qualcosa di ignoto. Pochi gli schiamazzi, rari i disturbi alla quiete pubblica. Una madre redarguisce il figlio, un bambino di quattro o cinque anni che gioca con un&#8217;incantevole coetanea — nera come l&#8217;ebano, evidentemente adottata dai genitori, due tedeschi che si sono sistemati un po&#8217; più lontano — sparando con una pistola ad acqua e scavalcando di corsa i corpi distesi al sole, per lui non ancora desiderabili o conturbanti. Sgridato, il bambino protesta, dicendo che allora bisogna rimproverare pure la bambina. &#8220;Quale bambina?&#8221; chiede la madre, che non la vede perché si è nascosta dietro un albero. &#8220;Quella che parla che non si capisce niente,&#8221; risponde lui, evidentemente colpito dal fatto che la piccola chiami le cose in modo per lui incomprensibile e un po&#8217; arrabbiato di scoprire che esse possano avere altri nomi. </p>
<p>Non gli passa per la mente di identificarla con il colore della sua pelle, che pure spicca nettamente anche accanto all&#8217;abbronzatura dei bagnanti; quella differenza dí colore, che in altre situazioni avrebbe potuto e forse potrebbe ancora provocare separazione e segregazione, è irrilevante rispetto alla differenza tra l&#8217;italiano e il tedesco. Neppure quest&#8217;ultima, peraltro, ha il potere di separarli, perché, appena riapparsa la bambina nel frattempo debitamente ammonita (in tedesco) dai suoi genitori, i due riprendono subito a rincorrersi e a spruzzarsi, ignari di aver tenuto una bella lezione sulla diversità e sull&#8217;identità, temi del resto cari anche ai convegni cultural-balneari così frequenti sulle spiagge estive, almeno quelle un po&#8217; più eleganti della scogliera di Barcola.<br />
10 agosto 2009<br />
[da C.M., <em>Istantanee</em>, La nave di Teseo, Milano 2016, pp. 95-98]</p>
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		<title>Storia di Abdelali migrante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Jun 2018 05:00:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli (Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Marco Rovelli, in passato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Marco Rovelli</strong></p>
<p>(<em>Nazione Indiana ha compiuto quindici anni a marzo, da allora molte persone e molte cose sono cambiate; testimonianza molto importante, e talvolta emozionante, di questa lunga storia è il suo archivio, del quale abbiamo deciso di ripubblicare alcuni post, che riteniamo significativi. Oggi proseguiamo con un brano di Marco Rovelli, in passato redattore di nazione indiana. La redazione)</em> Questo articolo è statp pubblicato su Nazione Indiana da Sergio Baratto l&#8217;8 settembre 2004.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/cellavulpitta.jpg" alt="cellavulpitta.jpg" width="272" height="208" align="left" border="0" hspace="4" vspace="2" />Uno sguardo azzurro, sorpreso da una foto tessera. Gli anni – diciannove – che non compaiono sul volto. Ma stanno tutti dentro, e sono molti di più.<br />
In Marocco quegli anni non c’erano ancora. Abdelali se li è venuti a prendere in Italia. Ha raggiunto il padre, che si è messo in regola. Anche lui può stare qui, adesso.<br />
Abdelali fa amicizia, s’impara presto a stare nelle strade di una città nuova che ti nutre. Abdelali impara a stare nei carruggi di Genova. E’ un ragazzo come gli altri, agli altri è legato dall’età, il confine di stato si fa presto a dimenticarlo. Basta un gesto per abbatterlo, e Abdelali ne fa tanti di gesti che lo accomunano agli altri. Come quello di arrotolarsi una sigaretta di hashish, come quello di comprare un po’ di più di fumo per rivenderlo e potersi permettere qualche piccolo piacere. Tanto più che il corpo di Abdelali comincia a prendersi anni troppo velocemente: lo stomaco a volte si piega dal dolore, e vomita sangue. In ospedale lo trattengono, e per un po’ quella è la sua dimora. Lo operano in fretta, gli aprono la pancia, poi lo sottopongono a sedute interminabili.<br />
<span id="more-563"></span><br />
Chemioterapia. Dolore. Fatica. Abdelali esce dall’ospedale senza sapere bene cos’abbia, non si può credere di morire a diciott’anni. Intanto dimentica il dolore con i suoi piaceri.<br />
Ma la legge non conosce piacere né dolore. E non le piace essere ignorata. Si presenta in divisa, e gli rovescia le tasche.<br />
E rovesciano anche lui, con lo stesso gesto, anche se ancora Abdelali non lo sa. Glielo dicono dopo pochi mesi, ed è una catena di parole in rapidissima sequenza che gli sbattono in faccia, e gli chiudono la bocca: permesso di soggiorno revocato, ed espulsione. Tutto in un solo gesto rovesciato, tutto in fretta, più in fretta dell’operazione che lo ha aperto all’ospedale.<br />
Si ritrova in una stanza fredda della Questura di Genova, quarantott’ore a pane e acqua, senza sapere cosa gli accadrà. Sa solo che ci sono delle persone delle quali adesso è in pieno potere, che possono disporre di lui come vogliono. Aspetta, e intanto vomita sangue.<br />
Ma il suo sangue è uno spiacevole incidente per la legge, se la legge avesse vene non ci passerebbe sangue, ma la legge non ha vene, solo corde e funi. Così qualcuno pulisce il sangue di Abdelali, e in fondo gli va bene che non sia lui a dover pulire là dove ha sporcato, come sarebbe giusto.<br />
Alla fine vengono a prenderlo, lo caricano su una camionetta dai vetri oscurati, nessuno sa se ad Abdelali siano venuti in mente i vagoni piombati che portavano nei campi gli indesiderabili, forse no, Abdelali è ancora troppo giovane, pensa solo al suo dolore, e al piacere che adesso non potrà più avere per far fronte a quel dolore.</p>
<p>Il viaggio è lungo, e non si può nemmeno guardar fuori. Ci sono solo le voci forti e scandite degli uomini in divisa, la voce di marmo della legge che riporta le cose al proprio posto, come nel cosmo dei greci ogni cosa ha il suo luogo proprio, e quello di Abdelali è fuori di qui, anche per il suo sangue non c’è posto, è stato già pulito, e anche quello vomitato nella camionetta verrà pulito al più presto.<br />
Il luogo di passaggio tra il dentro e il fuori è il nulla di un campo. C.P.T., si chiama, centro di permanenza temporanea, ma Abdelali non conosce ancora così bene l’italiano da far notare l’incongruenza dell’espressione alla legge che lo custodisce. Che importa, adesso è a Brindisi, e tra poco sarà rimesso al suo posto, appena passato il mare. Il mare nostrum, non lo si scordi.<br />
Per venti giorni Abdelali non merita l’ospedale. Vomita sangue, e gli danno Valium e Tavor. Tanto lo stomaco è già andato, che stia tranquillo per questo tempo che gli resta. Lo va a trovare un avvocato genovese, una ragazza dal sorriso amoroso. Prova a spiegare che il suo corpo cede, che lì non può stare, lo porta davanti al giudice, alzati la maglia, gli dice, il giudice vede lo squarcio nella pancia, e non solo la magrezza del corpo. Sono un giudice, non un dottore. Sono un giudice, così ha detto il giudice. E’ la legge.</p>
<p>Poi, quando il suo dolore grida troppo, lo portano all’ospedale. Abdelali ormai sa che lì lo cureranno quanto basta per alleviargli il dolore, e poi lo rimanderanno al campo, e di lì in Marocco. Abdelali scappa. Riesce a uscire senza farsi notare, e arriva alla stazione. Telefona all’avvocato dal sorriso amoroso. Vieni da me, gli dice lei. Lui arriva a casa sua, e l’avvocato dal sorriso amoroso quando gli apre la porta si spaventa, sotto l’azzurro degli occhi non c’è più quasi nulla. Andiamo in ospedale, gli dice. Aspetta, risponde Abdelali. Ho dei debiti, prima li voglio pagare. Dopo qualche ora Abdelali ritorna. Andiamo, dice. L’avvocato lo porta in ospedale, poi avverte il padre.<br />
Voglio vedere la mamma, chiede Abdelali, non la vedo da quattro anni. Voglio vedere anche la mia sorellina che ho visto appena nata. Ma l’ambasciata italiana in Marocco non lo vede, quello sguardo, quell’azzurro che diventa sempre più azzurro su quel corpo che sta finendo di sostenerlo. I visti per la madre e le sorelle non arrivano, e Abdelali continua a vomitare sangue, a perdere peso e parola. Bisogna insistere. Bisogna gridare. L’avvocato lancia un appello su internet e sui giornali – pochi, solo quelli che riescono a dar voce al dolore senza farne trofeo. Mandate fax all’ambasciata, fate i visti alle donne di Abdelali. Nell’attesa, è l’avvocato la madre di Abdelali. E’ lei che passa i giorni all’ospedale con Abdelali, è lei che chiameranno in caso di morte. Abdelali si sta spegnendo, non si alza più dal letto, è un corpo chiuso, rinserrato. E’ solo dopo due settimane – alla fine del mese di febbraio – che Abdelali ha le sue donne. E le sue donne si fanno canali di un miracolo: Abdelali si fa trovare in piedi, e pare sano. Abdelali resta sano per una settimana, nell’incredulità dei medici.</p>
<p>Il padre ha rimesso il figlio alla Volontà di Dio. La morte – il suo quando, il suo come – è stabilita da Dio in un momento preciso quando il bambino è ancora nella pancia. Non si può che accogliere la Volontà, che arriverà quando Dio l’avrà deciso. Il medico non è d’accordo, Abdelali dovrebbe sapere che ha ancora non più di dieci giorni di vita, e regolare i suoi conti, se ne ha da regolare. Non si preoccupi, risponde il padre. Tu sei nelle mani di Dio, dice al figlio, che si accorge di un’altra verità. Mi stai mentendo, dice al padre, mi nascondi qualcosa. Ma le due verità non stanno insieme, quella del dottore e quella del padre, il padre non gli stava mentendo, gli diceva la sua verità, Abdelali capisce e accoglie la verità del padre. E accoglie il suo dolore, e il suo amore, e il dolore e l’amore della madre. E accoglie la sua morte.<br />
E pure, ha ancora una richiesta. Voglio morire in regola, dice. Voglio il permesso di soggiorno. L’avvocato supplica la legge, Abdelali sta morendo, non soggiornerà a lungo ormai. Riesce a ottenere il permesso. Glielo portano in ospedale il 12 marzo, e Abdelali riesce ancora a immaginarsi un avvenire.<br />
Il 17 marzo, di notte, Abdelali muore.</p>
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