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	<title>migrazioni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Cosa ne dirà la gente? Festa di Nazione Indiana 2018</title>
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		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 21:56:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
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					<description><![CDATA[Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest'anno si terrà sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l'Associazione <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a>]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/2-banner-2018.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg" alt="" width="794" height="446" class="aligncenter size-full wp-image-76296" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018.jpeg 794w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-300x169.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-768x431.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/794-2-banner-2018-160x90.jpeg 160w" sizes="(max-width: 794px) 100vw, 794px" /></a></p>
<p>Vi aspettiamo alla Festa di NazioneIndiana 2018! Quest&#8217;anno si terrà a BRESCIA sabato 27 ottobre dalle 16.30 e domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12 ed è stata organizzata in collaborazione con l&#8217;Associazione Culturale <a href="http://www.carmebrescia.it/">C.A.R.M.E.  </a></p>
<p>Alcuni componenti del folto gruppo di redazione di Nazione Indiana saranno presenti per interagire con gli ospiti e con il pubblico secondo quella formula di scambio e circolarità di confronto aperto e curioso che ha caratterizzato tutte le feste di Nazione indiana.<span id="more-76264"></span></p>
<p>Saranno presenti a Brescia Silvia Contarini, Giacomo Sartori, Jan Reister, Mariasole Ariot, Gianni Biondillo, Gherardo Bortolotti, Antonello Sparzani, Maria Luisa Venuta e la scrittrice Helena Janeczek che ha vinto il Premio Strega 2018 con il romanzo &#8220;La ragazza con la Leica&#8221; edizioni Guanda.</p>
<p>Il titolo della festa 2018 è &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221; e sono previsti due seminari durante i quali ospiti e pubblico intervengono in modo circolare sullo scontro tra modernità e tradizioni, tra radici culturali e cambiamenti e su come questi elementi siano vissuti negli ambiti individuali e familiari nelle famiglie con migranti di seconda generazione (Sabato 27 ottobre dalle 16.30 alle 18.30) e su come le relazioni tra culture divengano forme urbane in una trasformazione radicale di parti della città, come sta accadendo nel progetto &#8220;Oltre la strada&#8221; in via Milano a Brescia (Domenica 28 ottobre dalle 10 alle 12.00).</p>
<p>La sera di sabato 27 ottobre dalle 21 fino alle 22.30 si lascerà spazio alle espressioni artistiche che accomunano NazioneIndiana con l&#8217;Associazione Culturale C.A.R.M.E. attraverso la proiezione di brevi opere di videoarte che potranno essere commentate anche con gli stessi autori presenti in sala.</p>
<p>Perchè il titolo &#8220;Cosa ne dirà la gente?&#8221;</p>
<p>L&#8217;idea è nata dalla visione del film omonimo della regista pakistana Hiram Haq e da idee e spunti di riflessione condivisi in redazione sul periodo che stiamo vivendo in cui le spinte verso l&#8217;innovazione e un futuro di idee libere e senza confini fanno a botte con nazionalismi, gabbie e un populismo che, a memoria, non ricordiamo di aver mai sperimentato. Spostando il focus sui nuovi abitanti europei, che provengono da altri continenti, la sensazione si amplifica. Le dinamiche di spinta  verso nuovi contesti in cui poter vivere e far crescere i propri figli si scontrano con il desiderio intrinseco di mantenere abitudini, riti e tradizioni che mantengano il cordone ombelicale con le terre di origine, con il tessuto sociale e familiare che è rimasto là, al di là della frontiera.</p>
<p>Un sentire che non ci è estraneo completamente, perchè tra migrazioni interne all&#8217;Italia nel dopoguerra, quelle vissute in prima persona oltre i confini e i percorsi individuali anche sperimentati in prima persona, spesso il &#8220;Che cosa ne dirà la gente&#8221; è risuonato nei dialoghi e nei confronti con genitori e familiari.</p>
<p>Oggi in pochi mesi il contesto italiano si è inasprito, i luoghi di confronto libero e di accoglienza paiono faticosi, a volte sono stati negati spazi pubblici come è accaduto qualche giorno fa a Sesto San Giovanni vicino a Milano. Che cosa ne dice la gente?</p>
<p>Vi aspettiamo alla sede dell&#8217;<a href="http://www.carmebrescia.it/">Associazione Culturale C.A.R.M.E</a>. in via Battaglie 61 a Brescia sabato 27 ottobre e domenica 28 ottobre. (<a href="https://goo.gl/maps/gqXEFKeKrUu">mappe Google</a>)</p>
<p><em>Ringraziamo l&#8217;artista Davide Bignami per averci prestato l&#8217;immagine per la locandina della Festa e Mattia Paganelli per la composizione grafica.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Programma</strong></span></p>
<table width="389">
<tbody>
<tr>
<td width="386"><strong> <span style="color: #ff0000;">Sabato 27 ottobre</span></strong></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>16.30-18.30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente? A cura di Maria Luisa Venuta</strong></span></p>
<p>Il contesto italiano e le migrazioni di seconda generazione. Ci confrontiamo con coloro che hanno deciso di rimanere a vivere in Italia</p>
<p>Ne parliamo con</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Helena Janeczek,</span> Nazione Indiana scrittrice e Premio Strega 2018</p>
<p>·       ·      <span style="color: #ff0000;">Elia Moutamid</span>, regista</p>
<p>·       Interventi di alcune mediatrici culturali e migranti che vivono a Brescia</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>21:00-22:30</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>I linguaggi nella videoarte </strong> <strong>A cura di Giacomo Sartori</strong></span></p>
<p>La vera età, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, 7 minuti</p>
<p>Il lungo briefing di Sergio Trapani e Andrea Inglese, durata: 5 minuti</p>
<p>Cucù di Robert Desnos, animazione poetica e traduzione di Orsola Puecher Durata 8 minuti e 30 secondi</p>
<p>I&#8217;m a swan di Mariasole Ariot, 5 min e 30 secondi</p>
<p>Ode ai penultimi di Francesco Forlani, 5 minuti</p>
<p>If I die first, di Sergio Trapani, testo di Giacomo Sartori, durata 8 minuti tradotto da Frederika Randall, (in inglese, lettura del testo in italiano)</p>
<p>Separazione, di Sergio Trapani e Giacomo Sartori, durata 13 minuti</p>
<p>&nbsp;</td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong><span style="color: #ff0000;"><strong>Domenica 28 ottobre</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>10.00- 12.00</strong></span></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><span style="color: #ff0000;"><strong>Che cosa ne dirà la gente?</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;"><strong>Oltre la Strada: un progetto tra passato e futuro </strong></span><span style="color: #ff0000;"><strong>A cura di Gherardo Bortolotti</strong></span></p>
<p>Il paesaggio e le funzioni di una periferia multietnica e come si progetta il futuro</p>
<p>Interagiscono e ne parlano in un dibattito circolare:</p>
<p>·       Gianni Biondillo, NazioneIndiana scrittore N<em>arrazione delle periferie</em></p>
<p>·       Silvia Contarini, Nazione Indiana e professore universitario U<em>rbanismo e genere</em></p>
<p>·       Barbara Badiani, urbanista L&#8217;<em>area e l&#8217;evoluzione storico urbanistica di Via Milano</em></p>
<p>·       Domenico Bizzarro, Cooperativa La Rete I<em>nterventi di lotta alla povertà e housing sociale su via Milano</em></p>
<p>·       Nadia Busato, scrittrice <em>La realtà e le prospettive del progetto Oltre la strada</em></td>
</tr>
<tr>
<td width="386"><strong> </strong></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Lampedusa / Marco Benedettelli</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2018/06/06/lampedusa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gherardo bortolotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Jun 2018 10:32:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Harraga]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Benedettelli]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Benedettelli tratto da Chi brucia.Nel mediterraneo sulle tracce degli harraga. C’è un gruppo disteso sotto i piloni rugginosi di un rimorchiatore. Alcuni dormono, altri sono svegli, si guardano intorno e mi osservano con occhi giovani, interrogativi e rabbiosi. Il disorientamento li sfigura, o forse sono solo stanchi. Altri siedono sui gradini della stazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di Marco Benedettelli</p>
<p style="text-align: right;">tratto da <a href="http://www.vydia.it/it/chi-brucia/">Chi brucia.Nel mediterraneo sulle tracce degli harraga</a>.</p>
<figure id="attachment_74356" aria-describedby="caption-attachment-74356" style="width: 299px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" class=" wp-image-74356" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover.jpg" alt="Chi brucia di Marco Benedettelli" width="299" height="446" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover.jpg 1665w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-201x300.jpg 201w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-768x1144.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-687x1024.jpg 687w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-250x373.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-200x298.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/Chi-Brucia-_Cover-160x238.jpg 160w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /><figcaption id="caption-attachment-74356" class="wp-caption-text">Chi brucia / Marco Benedettelli</figcaption></figure>
<p>C’è un gruppo disteso sotto i piloni rugginosi di un rimorchiatore. Alcuni dormono, altri sono svegli, si guardano intorno e mi osservano con occhi giovani, interrogativi e rabbiosi. Il disorientamento li sfigura, o forse sono solo stanchi. Altri siedono sui gradini della stazione marittima, la pelle dei loro volti è sfatta. Ma la maggior parte è in piedi. Camminano, girano intorno, c’è un rumore di fondo confuso, fatto di voci variabili, rauche, talvolta dolci. Non sembra che quelle persone siano arrivate dal mare, è come se fossero germinate dalla terra, anzi dalla pedana di cemento lurido sotto ai nostri piedi. Ci sono anche dei vecchi, con capelli bianchi e abiti arabi tradizionali, sembrano più calmi, pazienti. Sembra che con la loro presenza riescano a rassicurare i più giovani, calmare lo spasmo che ha attraversato i loro corpi nello schianto delle onde. Riconosco operatori dell’International Organization for Migration: hanno delle pettorine azzurre, formano un cordone all’imbocco della banchina, cercano di imporre un ordine alla massa amorfa degli esseri umani attorno a loro. I tunisini confusamente fanno domande, in arabo e in francese. Un giovane dai lineamenti eritrei, che indossa una pettorina rossa, traduce ininterrottamente dall’arabo, dà informazioni pratiche, parla di spostamenti, di pullman. Uno dei tunisini, uno con la faccia paciosa e una trentina d’anni, mi rivolge qualche parola, sa un po’ di italiano. Si chiama Haziz, parla timido, a piccole frasi, si guarda intorno con piglio riflessivo. «Sono diretto in Francia, qui siamo tutti diretti in Francia, o quasi tutti. Non voglio fermarmi in Italia. No, il viaggio è appena cominciato, e sarà lungo. A casa mia ero professore di fisica e matematica, però non potevo andare avanti, lo stipendio non mi arrivava più. La nostra è una generazione che non esiste più, non è mai esistita, forse. Molti di noi non sanno nemmeno leggere e scrivere e non sono mai usciti dal nostro paese, non sanno nulla del mondo. Io sono partito e anche tutti questi ragazzi sono partiti perché non potevamo restare, non possiamo fare altro, tutti quanti noi dovevamo andare lontano dal fuoco.»</p>
<p>Haziz mi porta a visitare la stazione marittima, dove ha dormito le ultime notti. Ci facciamo largo fra i giovani seduti davanti alla porta d’ingresso. Dentro c’è gran movimento, un odore di corpi umani forte e denso. Gente entra ed esce continuamente da porte spalancate, nella penombra si rincorrono, rimbombando, voci e pezzi di parole in arabo. Un paio di neon accesi illuminano delle stanze, la luce arriva a fatica e si intravedono giacigli sfatti o corpi avvolti nelle coperte che ricordano giganteschi bozzoli. Si sente odore di membra affaticate, di insonnia e viaggi che stravolgono. Lungo il corridoio incrocio alcuni che mi salutano in italiano, aprono le braccia in gesti di benvenuto e mi si fanno incontro festosi. Altri restano immobili, schiacciati alle pareti bianche. Mi osservano incuriositi, sembrano analizzarmi per capire in che isola siano finiti, come è la gente che vive da quest’altra parte del mare.</p>
<p>La stazione marittima si moltiplica in un dedalo di stanze variamente popolate, di spazi illuminati o in penombra, con sempre nuovi volti, esausti o interrogativi. Haziz si ferma a parlare con un uomo, io mi ritrovo nel fondo di un corridoio con una porta sbarrata che però improvvisamente si apre. Esce un italiano, ha i capelli grigi e mi chiede chi sono e cosa faccio, non sembra né un poliziotto né un cooperante. «Le vuole vedere, lei, le nostre tartarughe che stanno qua dentro?» – mi chiede. Una tartaruga? Ma perché no?, penso, e lo seguo come se l’uomo mi stesse portando al centro di una fiaba.</p>
<p>Nella stanza ci sono quattro grandi vasche azzurre dalle pareti di gomma. Sono coperte da un telo e nel silenzio si sente il gorgogliare delle bolle d’acqua prodotte dall’ossigenatore. Si fa avanti una donna, forse era seduta a riposare dietro a una delle vasche. Dice di chiamarsi Anna e che ci troviamo nel punto salvataggio tartarughe marittime. Lei è la responsabile ed è rimasta nel laboratorio del centro per fare da guardia alle quattro tartarughe che nuotano negli acquari. Scosta il drappo che copre una vasca e vedo immerso in quel piccolo pozzo azzurro un guscio di placche verdi, la cui composizione è un disegno geometrico semplice e onirico, forse poteva essere stato così il mondo alle origini. Vedo gli occhi oltreumani della tartaruga affacciarsi sotto l’orlo della corazza, l’esoscheletro è la sua casa, la ingloba, protegge lo scorrere dei suoi pensieri fatti di colori che risuonano in acqua. Il primo ricordo della mia vita è di me stesso dentro a una tinozza, raccolto, con le gambe incrociate. Giocavo, la tinozza era una barchetta e io stavo accucciato dentro il suo incavo. Ridevo, il primo ricordo che ho è anche il primo ricordo di una risata liberatoria che esplode innata. Mia sorella, più grande di me ma bambina anche lei, era di fianco. Anche lei rideva, forse la mia elaborazione del mondo è iniziata lì, mentre giocavo a navigare in qualche oceano immaginario, come la tartaruga nella piccola vasca azzurra, fra i migranti, i naviganti buttati per terra, esausti o insonni che girano a piedi.</p>
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		<title>mescolarsi</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/09/16/mescolarsi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2015 16:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Sparzani]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'asilo]]></category>
		<category><![CDATA[G.M. Trevelyan]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani Di fronte a questa faccenda dei migranti, profughi, rifugiati, non è neppure chiaro come chiamarli, da un po’ di tempo mi si muoveva qualcosa nella testa che non riuscivo bene a mettere a fuoco, ma che sentivo come diventare qualcosa di più grosso di quanto non pensassi tempo fa. Che pure è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-56477" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni-300x147.jpg" alt="migrazioni" width="300" height="147" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni-300x147.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/09/migrazioni.jpg 800w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Di fronte a questa faccenda dei migranti, profughi, rifugiati, non è neppure chiaro come chiamarli, da un po’ di tempo mi si muoveva qualcosa nella testa che non riuscivo bene a mettere a fuoco, ma che sentivo come diventare qualcosa di più grosso di quanto non pensassi tempo fa. Che pure è un po’ di tempo che ne arriva di questa gente, però è come se ci fossero dei salti di qualità ogni tanto, che poi saranno diversi da persona a persona, questi salti, però è anche probabile che in una determinata zona del mondo, sotto il bombardamento di avvenimenti così costanti e inesorabili, in molti si abbia la stessa reazione, o percezione, come se qualcosa stesse cambiando alla base, cioè nel modo in cui pensiamo il mondo, come siamo stati abituati fin da bambini.</p>
<p>Almeno quelli della mia generazione, figli degli anni quaranta del secolo scorso, tempi duri per quasi tutti, non c’era da sfogliar verze. E l’idea che c’era allora del mondo era quella di un posto diviso in tanti posti più piccoli, ognuno con la sua bella popolazione, con certe caratteristiche, lingua, abitudini, religione, modo di vedere le cose e di trattare gli altri, e le altre. E questa idea qua non è facile scalzarla davvero, tant’è che ancora adesso che questo modello sta davvero facendo acqua da tutte le parti, ancora adesso, sì, siam tutti qui a pensare che siamo una nazione fatta in un certo modo e con certe abitudini ecc. che viene invasa da altri uomini e donne che devono integrarsi in quelle nostre abitudini e diventare in prospettiva italiane e italiani brave e bravi come siamo noi.</p>
<p>E invece credo sia questo che non funziona più. Quando si mescola il blu col giallo viene fuori il verde, che è proprio diverso dai due punti di partenza, non possiamo dire al verde di assomigliare al giallo o al blu, certo, se ci mettiamo poco giallo, sarà un verde che ancora tende al blu, ma qui non si tratta più di “poco”, di poche persone che si spostano, di qualche sparuto gruppo che cerca di intrufolarsi in una grande massa, qui si tratta di masse consistenti di persone che non &#8220;si intrufolano&#8221;, ma si mescolano bellamente con altre masse consistenti.</p>
<p>M’è capitato ieri di sentir parlare un giovanotto dai tratti somatici chiaramente orientali, e quindi mi aspettavo, più o meno inconsciamente, di sentire un italiano smozzicato, incerto e parlato male, e invece questo parlava come un perfetto milanese, con l&#8217;accento giusto, e forse anche con maggior eleganza. È stato come un lampo nella mia testa: lui <strong>è</strong> milanese, <strong>è</strong> italiano, come me e come i miei amici, l’unica differenza sono alcuni tratti del volto, che poi un po’ alla volta, col passare delle generazioni, cominceranno a sbiadire, così come cominceranno a modificarsi i lineamenti dei nostri figli e delle nostre figlie che si incroceranno presto o tardi con qualcuno con lineamenti diversi. E allora?</p>
<p>Mi sono venute in mente le poche cose che so delle invasioni, cosiddette barbariche. Ma anche di quelle precedenti, gli indoeuropei che un po’ alla volta hanno invaso l’Europa, incontrando le popolazioni locali e con modalità probabilmente le più varie, non tutte così incruente, mi immagino; fatto sta che il risultato è stata una bella mescolanza di genti davvero diverse. Molti anni fa comperai un libro sulla storia dell’Inghilterra, di un illustre storico, George M. Trevelyan, libro (<em>A shortened history of England</em>) che percorre la storia di quel paese dalle origini ai giorni nostri – o veramente suoi, Trevelyan morì nel 1962 – e il primo capitolo è intitolato <em>The mingling of the races</em>, capite, <em>mingling</em>, la più turbinosa delle mescolanze, Iberici, Celti, Romani, Anglosassoni, e perfino Vichinghi. Adesso questa mescolanza sopravvive nella lingua, le parole di quello che chiamiamo inglese sono spesso distinguibili per la loro origine, celtica, sassone, latina, ecc. Sono passati secoli, naturalmente, ma tutti si sentono (fieramente) inglesi, o, meglio, <em>Britons</em>.</p>
<p>Non ci si oppone a questi avvenimenti così macroscopici, i poveretti che ci provano durano – sulla scala della storia – lo spazio di un mattino, con tutta la tecnologia del mondo. Senza contare che, nel lungo periodo, questi mescolamenti sono positivi, nuove forze arricchiscono situazioni stagnanti, nuovo sangue e nuove idee, possibilità insospettate saltano fuori. Certo, con tutti gli incidenti di percorso del caso, nessuno di questi percorsi è indolore, ma il marocchino cattivo, o l’ivoriano sadico, non saranno peggiori del lombardo mafioso o dello svizzero assassino. Si tratterà di indirizzare, ma questo potrà saltar fuori solo dall’intelligenza e dal buon senso di governanti meno ottusi degli attuali, i percorsi educativi, sociali, e anche giuridici, per agevolare questa transizione nel suo periodo più caldo, che è questo, e forse quello dei prossimi cinquant’anni. Toccherà attrezzarsi, però fabbricandosi faticosamente gli attrezzi, che non ci sono già fatti, sperimentando e cercando ancora una volta – e in un contesto assai più esteso – di dare valore, concretezza e significato materiale a quelle vecchie parole che informarono la rivoluzione francese, libertà, uguaglianza, fraternità, ricordate?</p>
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		<title>Un futuro</title>
		<link>https://staging.nazioneindiana.com/2015/06/14/un-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2015 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[dublino]]></category>
		<category><![CDATA[francia]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[schengen]]></category>
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					<description><![CDATA[Schengen contro Dublino. La Francia ha chiuso la porta di casa. Migranti disperati sugli scogli, Ventimiglia. Inviati speciali, elicotteri, forse anche droni. Serve un piano europeo, dice Renzi. Ma intanto l&#8217;Italia &#8220;ha perso le tracce&#8221; di 50.000 persone. Sono sbarcate in Italia e non si sa dove sono, dove sono andate. Un certo numero di esse le [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Schengen" target="_blank">Schengen</a> contro <a href="http://www.meltingpot.org/Asilo-Ecco-il-nuovo-Regolamento-Dublino-III.html" target="_blank">Dublino</a>.</p>
<p>La Francia ha chiuso la porta di casa.</p>
<p>Migranti disperati sugli scogli, Ventimiglia.</p>
<p>Inviati speciali, elicotteri, forse anche droni.</p>
<p>Serve un piano europeo, dice Renzi.</p>
<p>Ma intanto l&#8217;Italia &#8220;ha perso le tracce&#8221; di 50.000 persone.</p>
<p>Sono sbarcate in Italia e non si sa dove sono, dove sono andate.</p>
<p>Un certo numero di esse le ritroviamo a Ventimiglia, appunto.</p>
<p>Si sono materializzate lì, prima non c&#8217;erano.</p>
<p>In questa contemporaneità fatta di &#8220;percorsi&#8221; non rintracciamo &#8220;strategie&#8221;.</p>
<p>Non realizziamo che il tragitto dal sud del nostro paese fino alla frontiera francese non è &#8220;un percorso&#8221; fatto una volta sola &#8211; come in un <em>talent show</em> &#8211; da un numero ristretto di migranti.</p>
<p>Non realizziamo che quello è un flusso, che quella strada i migranti la prendono da mesi, anni.</p>
<p>Ci accorgiamo del fatto solo perché il flusso è stato interrotto.</p>
<p>Non ci domandiamo cosa è successo e cosa non è successo nel tragitto.</p>
<p>Ecco cosa è successo: queste persone, sbarcate nel sud Italia, non sono state accolte in Italia.</p>
<p>Hanno pagato una montagna di euro per avere una scheda telefonica, e un&#8217;altra montagna per raggiungere la frontiera settentrionale in incognito.</p>
<p>Le autorità italiane hanno lasciato fare. Non hanno applicato il regolamento di Dublino, che prevede l&#8217;identificazione e l&#8217;eventuale ricezione della domanda di asilo politico.</p>
<p>Le autorità italiane hanno chiuso gli occhi, e alimentato un traffico: andiamo ad affondare le barche in Libia &#8211; facendo accordi con alcuni fra i peggiori manigoldi del Mar Mediterraneo &#8211; ma non blocchiamo gli scafisti di terra &#8220;a casa nostra&#8221;.</p>
<p>E questo, secondo la vulgata, sarebbe &#8220;gestire&#8221; i &#8220;nostri interessi&#8221;.</p>
<p>Le autorità italiane non hanno fatto tutto questo perché armate di buone intenzioni, perché portano avanti i diritti di quei migranti ad andare dove vogliono, perché hanno a cuore gli &#8220;interessi nazionali&#8221;.</p>
<p>Lo hanno fatto per scaricare il peso altrove, senza assumersi alcuna responsabilità, e magari portando a casa qualche accordo sotto banco.</p>
<p>Mentre il mondo della politica (da Renzi a Salvini a Berlusconi), parassitando, utilizzava la cronaca delle tragedie per tematizzare un scontro elettorale altrimenti privo di una qualsivoglia tensione.</p>
<p>Perdendo credibilità di fronte a coloro contro cui, in Europa, ora abbaia.</p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p>Il regolamento di Dublino è un&#8217;infamia, va abolito.</p>
<p>I migranti hanno il diritto di usufruire di Schengen, è necessario dirlo.</p>
<p>Ma l&#8217;Italia non dice questo, l&#8217;Italia sta facendo un gioco sporco, perché nel regolamento di Dublino ci sguazza fino a quando trova la cosa utile.</p>
<p>Poi quel regolamento lo trasgredisce deliberatamente.</p>
<p>La Francia sta reagendo con strumenti altrettanto irrituali &#8211; d&#8217;accordo &#8211; ma codificabili e leggibili: &#8220;Se tu non applichi Dublino io non applico Schengen&#8221;.</p>
<p>Intanto &#8220;il popolo&#8221; dice, pilatescamente, &#8220;lasciateli andare, accoglieteli in Francia&#8221;.</p>
<p>E questo fa gioco, fa gioco a tutti almeno sul brevissimo periodo.</p>
<p>Stupidi egoismi su stupidi egoismi. All&#8217;italiana o alla francese, ma il problema non si risolve in questo modo, né si risolverà da solo.</p>
<p>Ci vogliono soldi, strutture, piani. Ci vogliono numeri, statistiche, informazioni.</p>
<p>Bisogna togliere la cosa dalle mani di mafiosi, faccendieri, fascisti.</p>
<p>Qui in Italia, non altrove, o anche altrove ma soprattutto in Italia, perché se i migranti sbarcano qui c&#8217;è un motivo: la silenziosa e ipocrita &#8220;deroga&#8221; al regolamento di Dublino, prima della prossimità geografica.</p>
<p>Una prossimità che viviamo come una specie di sventura, negando chi siamo, dove siamo, qual è la nostra storia, la nostra vocazione, percependoci come <em>pigs</em> e agendo come tali.</p>
<p>Il problema è italiano. Questo è un grossissimo problema italiano.</p>
<p>Non ci vogliono schizofreniche dichiarazioni renziane. Lacrime di coccodrillo e muti ruggiti sullo sfondo di una furbata da italietta con le scarpe di cartone. In cui torme di razzisti nuotano felici, preparandosi a prendersi questo paese (e culturalmente sono già molto avanti).</p>
<p>I migranti arrivano in Italia, dobbiamo sapere chi sono, cosa hanno in mente. Dobbiamo sapere se possiamo aiutarli e, nel caso, dobbiamo aiutarli.</p>
<p>Ad andarsene o a rimanere.</p>
<p>Sì, va bene, dobbiamo &#8220;aiutarli a casa loro&#8221; ma non basta, non basterebbe.</p>
<p>Le guerre, i tiranni, la fame hanno le nostre facce, non prendiamoci in giro.</p>
<p>E poi gli esseri umani sono nati liberi di muoversi, e basta.</p>
<p>Dobbiamo desiderare che arrivino e anche che si fermino, perché ciò significherebbe che l&#8217;Italia è un bel paese in cui stare, in cui immaginare un futuro.</p>
<p>Un futuro cui i migranti pensano ogni giorno, al contrario di noi.</p>
<p>Non ci sono scorciatoie, dobbiamo tenerli qui, i migranti. Io li voglio qui.</p>
<p>Sono la Storia che bussa, sono l&#8217;unica vera luminosa possibilità di futuro capitataci in sorte.</p>
<p>Dovremmo ritenerci fortunati, sempre che un futuro ci interessi.</p>
<p>E invece, senza forse nemmeno credere alle nostre stesse parole, ci riscopriamo francofobici &#8211; e via con la storia del bidet o altre facezie &#8211; sperando che davvero la Francia sia il problema.</p>
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		<title>Mobilità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[marco rovelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2008 11:32:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[marco rovelli]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[mobilità]]></category>
		<category><![CDATA[stefano liberti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Rovelli Ci sono uomini che traversano deserti, e popolano terre di nessuno. Un viaggio necessario, inarrestabile. &#8220;Ma voi davvero pensate che è possibile fermare una marea umana di questo tipo? Pensate davvero che riuscirete a frenarci?&#8221; &#8211; così grida un senegalese appena rimpatriato dalla Spagna, e così inizia A sud di Lampedusa di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Rovelli</strong></p>
<p>Ci sono uomini che traversano deserti, e popolano terre di nessuno. Un viaggio necessario, inarrestabile. &#8220;Ma voi davvero pensate che è possibile fermare una marea umana di questo tipo? Pensate davvero che riuscirete a frenarci?&#8221; &#8211; così grida un senegalese appena rimpatriato dalla Spagna, e così inizia <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006BD4484/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B006BD4484&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank"><em>A sud di Lampedusa</em></a> di Stefano Liberti (minimum fax, 14 euri), giornalista del manifesto, a cui quel grido era rivolto. Questo libro non è una raccolta di articoli ognuno dei quali parla di un luogo diverso dei tanti che costellano il cammino dei migranti africani. Certo, Liberti ci racconta nel dettaglio gli itinerari, le facce, le parole, le speranze, i paesaggi. Dà un corpo, insomma, a quel travaglio che precede l&#8217;apparizione degli <em>uomini neri</em> sulle nostre coste. Ed è questo il primo livello della lettura, quello che tocca: i volti e i contorni delle persone e dei luoghi incontrate lungo il viaggio, figure indimenticabili. Ma più a fondo <em>A sud di Lampedusa</em> è un percorso critico nei &#8220;luoghi comuni&#8221;. <span id="more-6707"></span>Il percorso di un giornalista che racconta trasgredendo le regole del giornalismo: raccontando in prima persona, raccontando il proprio viaggio e sé stesso, le questioni, le attese, i dubbi. Leggendo ci si interroga con l&#8217;autore, sulla natura dei luoghi attraversati, sulle ragioni dei migranti, sulla natura del rapporto tra soggetto-giornalista-bianco-osservatore e oggetto-migrante-nero-osservato (Liberti non cessa di interrogarsi sul rapporto tra la propria empatia umana e il proprio ruolo sociale di giornalista). Passo dopo passo, dunque, si mettono in crisi i luoghi comuni del discorso costruito sopra l&#8217;evento-migrazioni: ad esempio si scopre il meccanismo del gioco – i cui attori sono le agenzie istituzionali, europee e nazionali, e i mass media – dell&#8217;allarme invasione – un&#8217;invasione costruita sapientemente, un meccanismo che sovrasta, in ultima analisi, ogni singola soggettività (spesso ricorre l&#8217;idea di essere parte di un &#8220;teatrino&#8221; in cui ciascuno recita il proprio ruolo). E si scopre, per esempio, come la retorica della tratta degli esseri umani, la retorica degli scafisti – sia appunto solo una retorica costruita e finalizzata a un discorso pubblico del tutto finzionale: non si ha traccia, per gli africani, di grandi organizzazioni criminali che gestiscano il traffico degli esseri umani, ma le migrazioni si fanno passo dopo passo, per prove e tentativi, e ogni luogo attraversato ha le proprie modalità organizzative e di autogoverno (e allora, viene da pensare, insistere sui trafficanti degli esseri umani non sarà parte del medesimo meccanismo retorico di autoassoluzione che usa Maroni quando, per giustificare l&#8217;abominio delle impronte ai minori rom, dice che non vuole più che vivano in mezzo ai topi dei campi?). Si scoprono allora i meccanismi che regolano questi viaggi, le figure che si ripetono nei vari luoghi, a partire dai <em>connection men</em>, quegli intermediari essenziali ai tentativi, e dai villaggi ghetto dove i migranti si riuniscono per nazionalità e hanno i propri responsabili, che offrono servizi. E si scopre come del discorso allarmista di cui sopra sia parte pure la retorica (spesso anche di sinistra) miserabilista, che vede i migranti tutti come poveracci e straccioni, e come invece le cose siano assai più complesse: non &#8220;dannati&#8221;, ma &#8220;avventurieri&#8221;; non &#8220;viaggi della disperazione&#8221;, ma &#8220;spedizioni&#8221;; del resto per i congolesi quelli che migrano sono <em>rallystes</em>, termine che rovescia la prospettiva nord-sud, dove adesso è da sud che i territori vengono attraversati, ma con la medesima inclinazione all&#8217;avventura – solo non per diporto, ma per sete di un&#8217;altra vita – non <em>turisti</em>, per dirla con Bauman, ma appunto <em>migranti</em>.</p>
<p>Mobilità – è il termine che spaventa le identità precarie dei cittadini di un nord che subiscono la perdita di certezze, sicurezze e garanzie che consegue alla globalizzazione. E il libro &#8220;Mobilità umane – Introduzione alla sociologia delle migrazioni&#8221; di Salvatore Palidda (Raffaello Cortina, 19,50 euri) è una guida per comprendere il &#8220;fatto sociale totale&#8221; delle migrazioni contemporanee. Con richiami al passato – e sorvoli sulle stesse migrazioni italiane tra otto e novecento – il cuore del libro sta nei due capitoli: &#8220;La gestione neoliberale delle migrazioni&#8221; e &#8220;La criminalizzazione delle migrazioni&#8221;. Dove non si capisce il secondo fatto senza inscriverlo nel primo. E Palidda ragiona, dati alla mano, su come l&#8217;allarme criminalità sia essenzialmente una costruzione mediatica, una grande menzogna finalizzata alla minorizzazione dei migranti e al loro uso servile nel contesto delle economie europee.</p>
<p>La distorsione operata dalle rappresentazioni dominanti, dunque – ancora una volta si torna lì. Come ci torna anche il libretto di Hervé Le Bras &#8220;Addio alle masse – Critica della ragion demografica&#8221; (elèuthera, 9 euri), che nell&#8217;ultima parte smonta gli allarmismi indotti dalle fosche previsioni di demografi disinvolti che fanno intravedere flussi oceanici a sommergere le civiltà dei paesi del nord. Le Bras riflette sugli errori delle previsioni della Banca Mondiale, e mostra come, al contrario, le migrazioni &#8220;tendono verso flussi modesti, articolati, specializzati, in un contesto di generale radicamento&#8221;. E – mettendo in crisi ogni nostro luogo comune – osserva che &#8220;un secolo fa le migrazioni internazionali erano decisamente più frequenti&#8221;. Ma allora, c&#8217;è o no questo evento epocale, oggi? Sì e no, risponde Le Bras. E per farlo ci invita a riconsiderare la parola &#8220;mobilità&#8221; &#8211; aggiungendo un elemento rispetto al percorso fatto nei due libri di cui sopra. Nella sua prospettiva occorre distinguere la migrazione dalla mobilità – dove la seconda si riferisce a qualsiasi cambiamento di luogo, mentre nella migrazione c&#8217;è sempre un aspetto definitivo. Oggi, grazie a riduzione di costi e tempi di spostamento, rispetto al passato aumenta sempre la mobilità, ma diminuisce la migrazione. Si pensi agli &#8220;immigrati&#8221; dell&#8217;Europa orientale.</p>
<p>Converrebbe prenderli in mano questi libri, approfondirli, ragionarci sopra per costruire prospettive politiche che contrastino la deriva razzista – una deriva di pancia, la cui forza è proprio quella di non saper articolare un discorso complessivo. Ragionare è più faticoso, ma è l&#8217;unica possibilità per tirarci fuori da questo immondezzaio in cui stiamo sprofondando.</p>
<p><em>(pubblicato su Liberazione il 31-7-2008)</em></p>
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