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	<title>Milano &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Pugni chiusi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jan 2020 06:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Fuori è buio, la stanza è illuminata solo dallo sfarfallio in bianco e nero del televisore acceso, mio padre guarda in religioso silenzio un incontro di boxe. Gli sono affianco e osservo anch&#8217;io curioso il televisore, non potrò avere più di cinque anni. Non ci capisco molto, vedo due signori in mutande [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Fuori è buio, la stanza è illuminata solo dallo sfarfallio in bianco e nero del televisore acceso, mio padre guarda in religioso silenzio un incontro di boxe. Gli sono affianco e osservo anch&#8217;io curioso il televisore, non potrò avere più di cinque anni. Non ci capisco molto, vedo due signori in mutande che si picchiano, uno credo si chiami Nino Benvenuti. Tanto quanto discutendo di calcio mio padre la buttava sempre in caciara, altrettanto col pugilato diventava silente e ieratico. Amava la nobile arte in modo ancora più viscerale del football. Apparteneva ad una generazione dove la boxe era uno sport davvero popolare, seguito e amato da tutti: uomini, donne, bambini.</p>
<p align="JUSTIFY">Morto mio padre non ho più guardato una partita di calcio, non conosco il nome di alcun giocatore, non tifo nessuna squadra, guardo raramente la televisione. Solo la danza mi cattura, io che sono la persona più goffa del mondo. E la boxe. Mi accorgo che la seguo con lo stesso religioso silenzio di mio padre, affascinato da quella liturgia violenta e romantica dove due esseri umani sfidano la paura stessa, picchiandosi senza posa eppure, al suonare del gong, pronti ad abbracciarsi, come due reduci, due fratelli, due guerrieri rispettosi ognuno del dolore e del coraggio dell&#8217;altro.</p>
<p align="JUSTIFY">Ne parlo con Renato de Donato, ex campione italiano dei superleggeri e oggi titolare della <i>Heracles Gymnasium</i>, una palestra in via Padova a Milano. Renato me lo ha fatto conoscere un libraio e questo potrebbe già apparire strano. Che c&#8217;entrano i pugni con i libri? Ma per Renato le due cose non si contraddicono. Non solo s&#8217;è laureato in scienze motorie ma ora che ha smesso di fare incontri da professionista si è gettato a capofitto nello studio della filosofia. “Cos&#8217;erano le palestre nell&#8217;antichità?” mi dice. “Luoghi dove si coltivavano il corpo e lo spirito”. <i>Mens sana in corpore sano</i>. In effetti la sua è una palestra anomala, dove si può assistere a feroci scambi sul ring ma anche a concerti di musica classica o a rappresentazioni teatrali il sabato sera. Mi mostra con orgoglio il soppalco che ha appena ristrutturato. “Qui ci metto una libreria e dei tavoli. Così i ragazzi potranno fare attività sportiva e poi venire qui a studiare.” È il suo modo di toglierli dalla strada, come sta facendo con Amir, un ragazzone dalla vita complicata, eppure buono come il pane.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-82236" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008.jpg" alt="" width="750" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008.jpg 750w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_008-160x114.jpg 160w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Non c&#8217;è epica nel calcio. S&#8217;è scritto molto attorno &#8211; il tifo, la passione &#8211; ma mai un film che sapesse coinvolgerci raccontando la vita, i sogni dei calciatori. Mai. I film sul pugilato invece si sprecano. Penso a capolavori come <i>Toro Scatenato</i> o <i>Million Dollar Baby</i>. Resiste ancora oggi, nello scantinato di una ARCI di Milano, lo spazio dove Luchino Visconti aveva girato le scene della palestra in <i>Rocco e i suoi fratelli</i>. Ogni tanto vado in pellegrinaggio a vederne gli intonaci scrostati, a toccarne il sacco appeso, a fare esperienza di un luogo dove Storia e Memoria si fondono assieme.</p>
<p align="JUSTIFY">“Se ci pensi la storia che raccontano quei film è sempre la stessa”. A parlare è Damiano Migale, maestro di pugilato alla <i>Prosesto Boxe</i>. Maestro, certo. Perché se il pugilato è un&#8217;arte allora c&#8217;è bisogno di maestri che la insegnino. Damiano è figlio d&#8217;arte, la palestra esiste dal 1963. Ed è padre. A giorni dovrebbe nascergli la seconda figlia, ma stasera se ne sta qui, in questa piccolo spazio, colmo di atleti che fanno esercizi al sacco o sparring sul ring. È evidente che sia la passione a guidarlo, se fosse per i soldi avrebbe già chiuso bottega. “Oggi sono cambiate le motivazioni, manca la rabbia, manca la fame. Ho conosciuto talenti che hanno mollato perché la disciplina era troppo dura per loro.” L&#8217;aria è carica di sudore. Ha una faccia pacifica, non sembra uno che insegni ad essere cattivi. “La boxe non è cattiveria. È un&#8217;attività violenta, certo, ma qui s&#8217;insegna il rispetto. Il pugile impara a combatte innanzitutto contro se stesso, le sue paure, i suoi limiti.” Forse ha ragione Renato, forse ci vuole la filosofia per capire questa disciplina.</p>
<p align="JUSTIFY"><img decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-82237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035.jpg" alt="" width="750" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035.jpg 750w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_035-160x114.jpg 160w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Provo a chiederlo a Luca Mulas. Sono andato a trovarlo alla <i>ASD Segrate Boxe</i>. Mi racconta come ha iniziato. “Vivevo in Sardegna, avevo fame, avevo rabbia. Mio padre morì che avevo 15 anni. Il pugilato mi ha insegnato la disciplina, il sacrificio.” Mi guardo attorno, la palestra è piena di ragazzini. Luca è molto orgoglioso del lavoro che fa con loro. “Ho iniziato con i miei figli, oggi ho 40 bambini con me. In tutta la Lombardia ci sono 300 tesserati.” Luca vorrebbe portare la boxe nelle scuole. Maschi, femmine, non c&#8217;è differenza per lui. Si tratta di insegnare l&#8217;autostima, la consapevolezza, i limiti del proprio corpo. Come la danza, penso. Ecco perché mi affascinano allo stesso modo. “Per fare boxe ci vuole intelligenza. Il pugile è un calcolatore che deve saper anticipare ogni mossa e replicare in modo inaspettato.” Con il tuo curriculum, gli dico, potresti insegnare in qualche palestra del centro. Scuote il capo e ride. Non è interessato a fare l&#8217;allenatore. Lui è un maestro di boxe. “I maestri non sono impiegati, è gente che si porta i problemi a casa. Vanno a cercare i ragazzi che sbagliano, li riportano sul ring.”</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-82238" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077.jpg" alt="" width="750" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077.jpg 750w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_077-160x114.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Anche Marco Salvemini la pensa allo stesso modo. Mi presenta suo padre Matteo, quattro volte campione d&#8217;Italia e campione d&#8217;Europa dei pesi medi, una vera leggenda della vecchia scuola. Gestiscono assieme la <i>ADS Boxe Club Bollate</i>. Starei ore a sentire Matteo che mi racconta le sue avventure. Di quella volta che da ragazzino andò a fare un incontro a Taranto e tornò a Barletta sul retro di un&#8217;Apecar perché non aveva i soldi del treno, di quando si alzava alle cinque del mattino e andava a piedi dalla palestra in Corso Sempione all&#8217;officina meccanica a Bruzzano dove lavorava, delle telefonate in Portorico che ancora fa a Carlos Santos suo “nemico” sul ring e amico nella vita. Poi mi dice, perentorio: “i pugni facevano male”. Mi guarda come se non avessi capito. Allora tira giù due guantoni appesi e li slaccia. “Questi sono quelli che usavamo trent&#8217;anni anni fa, da otto once” me li fa indossare. Tiro dei pugni sul palmo della mano. Sento le nocche urtare. Poi mi fa provare i guantoni regolamentari odierni. L&#8217;imbottitura mitiga l&#8217;urto. “Facevano male, capisci cosa intendo?”</p>
<p align="JUSTIFY">Suo figlio Marco ride. Poi mi mostra un atleta sul ring, un egiziano. “È un ragazzo che ha sbagliato” mi dice. “Ma è un bravo ragazzo. Ne ho parlato col giudice al processo. Gli ho detto di lasciarmelo in custodia, ci avrei pensato io a lui. Ora sta tirando fuori la rabbia, sta imparando le regole. È un vero talento.” Ecco la storia che il cinema ci racconta, aveva ragione Damiano, sempre la stessa: fame, rabbia, emancipazione, rivincita. Cadere, risorgere. Una storia atavica, nobile, poetica. Popolare, come era mio padre, figlio analfabeta di un&#8217;Italia che usciva dalla guerra e che voleva rimettersi in piedi. Con speranza, con rabbia.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-82239" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096.jpg" alt="" width="750" height="536" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096.jpg 750w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096-300x214.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096-250x179.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096-200x143.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/01/IL_BOXE_096-160x114.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></p>
<p align="JUSTIFY">Un anno e mezzo fa, non aveva ancora compiuto 13 anni, mia figlia Sara decise di smetterla con il nuoto. “Voglio fare boxe” mi disse, perentoria. Rimasi impietrito per alcuni secondi. “Può sempre tornare utile” fu la mia replica. La portai da Renato per una lezione di prova; tornò a casa rossa in volto e felice come una pasqua. “Ti dirò” mi ha detto un giorno Renato, “ha pure del talento. La voglio tesserare e farle fare degli incontri”.</p>
<p align="JUSTIFY">Una notte ho sognato il suo primo match. Il sudore, le urla, l&#8217;adrenalina. Io, in prima fila, in religioso silenzio. Ho affianco mio padre che osserva la sua nipotina, quella che purtroppo non ha mai visto crescere. La guarda, silente. Con orgoglio.</p>
<p align="JUSTIFY">.</p>
<p align="JUSTIFY">(<i>precedentemente pubblicato su &#8220;</i>IL&#8221;<i>, mensile</i><i> del Sole24Ore, numero 109 del 22 febbraio 2019. Le bellissime fotografie sono di <a href="http://www.diegomayon.com">Diego Mayon</a></i>)</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Milano, Bicocca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2019 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini 1. NuovaBicocca Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Roberto Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81958" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg" alt="" width="400" height="307" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-300x230.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-768x589.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-250x192.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/1.-NuovaBicocca-160x123.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>1. NuovaBicocca</p>
<p>Ho ricordi personali piuttosto tardi della grigia Bicocca dell’epoca industriale, ricordi degli anni Settanta, quando mi è capitata qualche volta l’impresa di “andare a volantinare” la Pirelli-Bicocca (che sarebbe durata ancora non molto più d’un decennio). Per qualche anno ho bazzicato la sede milanese del gruppo politico Il Manifesto, quello radiato dal Partito Comunista nel 1969, per essersi permesso di lamentare la solitudine di Dubčeck di fronte ai carri armati sovietici che avevano stritolato la “primavera” di Praga. Il Manifesto a Milano aveva trovato una sede &#8211; un paio di stanzoni sgangherati in cui fare riunioni e piazzare telefono e ciclostile – all’interno di un cortilaccio di corso San Gottardo, subito oltre le possenti colonne della Porta Ticinese (a fianco di quella che oggi è la luccicante zona della <em>movida</em> lungo la Darsena e il Naviglio Grande, che allora però non esisteva proprio come <em>movida</em>, era solo una triste fila di bassi edifici mezzi corrosi dall’umidità lungo il canale).<br />
Entrati nel cortile, si saliva la scaletta esterna che portava alla sede del Manifesto, e qualcuno ti aspettava a fianco della stufa non sempre accesa con un gran pacco di volantini appena ciclostilati da andar a distribuire alle migliaia di operai in uscita dai turni dello stabilimento Pirelli del quartiere Bicocca (non c’erano i social-media in quegli anni, e anche la televisione era ancora primordiale e rigidamente governativa, così chi non poteva accedervi comunicava distribuendo scritti, magari roba artigianale poco digeribile, fogli ruvidi fittamente incisi da minuscoli caratteri neri, slabbrati dal ciclostile). Quel qualcuno che ti aspettava di solito aveva una cinquecento o una seicento, dove si caricavano i pacchi di volantini. E poi si partiva verso il nord di Milano, nel buio della notte. Sì, perché la Pirelli della Bicocca andava a ciclo continuo, su tre turni di lavoro, e si trattava di andar a beccare intanto gli operai del turno di notte, che saranno usciti verso le 6.<br />
Devo dire che la mia sensazione era già allora di perfetta inutilità (difatti la mia “militanza” non ha retto più che un paio di anni). Il Manifesto aveva rotto con il partito comunista per questioni di democrazia, e per la indubbia assurdità – ormai appalesata oltre ogni ragionevole dubbio, se mai ce ne erano potuti essere – dell’idea di un’URSS “stato guida”. Ma era rimasto operaista, coltivava cioè un’idea mitica della classe operaia (a volte con passi dai toni lirici, negli articoli che comparivano sul suo giornale). L’idea di una classe operaia vista come vero cuore del sistema industriale, cuore che avrebbe potuto mettersi un giorno, per scelta politica, a battere in un altro modo, aprendo così la via verso la “transizione al socialismo”. E dunque provava, Il Manifesto, ad inondare le fabbriche, in occasione di lotte “interne”, dei suoi volantini con suggerimenti “esterni” sulla linea da seguire (così come tutti gli altri gruppi post-sessantotteschi per altro). Ma la sensazione di inutilità non era soltanto politica.<br />
Arrivavamo noi dunque carichi di volantini, con le prime luci dell’alba, alle varie porte che si aprivano nei lunghissimi muri di cinta, d’una lividezza degna di un quadro “industriale” di Sironi. E tutto era silenzio intorno a noi, tranne un sordo muggire della fabbrica che stava al di là del muro, aromatizzato da qualche acre profumo industriale sparso nell’aria. Poi di colpo, nel giro di qualche minuto, usciva in fretta e furia una incredibile massa: gli operai del turno di notte. E magari qualcuno prendeva anche gentilmente i nostri volantini (erano abituati), ma chiaramente dopo un turno di notte avevano altro per la testa che mettersi a leggerli. Sciamavano via nella impaziente stanchezza della fine-turno, verso la vicina piccola stazione ferroviaria di Greco-Bicocca (proprio dietro l’enorme stabilimento) che li avrebbe riportati alle loro case nell’hinterland nord, o verso il primo caffè di un bar che coordinava i suoi orari con quelli della fabbrica (come tutto il quartiere). Nel volgere di pochi attimi si passava da una attesa sospesa, muta ed immobile, all’inondazione, alla calca incredibile, agli strusciamenti, agli scatti, alla nostra concitazione volantinatoria; fra richiami, qualche urlo, scoppi di risate. E poi di nuovo il silenzio, ed il fievole brontolio che veniva dal di là del muro di cinta. In una luce però già un po’ più intensa, segnale naturale del fatto che il tempo del nostro volantinaggio era già trascorso, avevamo fatto il nostro dovere politico, testimoniato anche da un ammassarsi di volantini per terra fra altre cartacce, che indicavano la traccia delle direzioni prese dalle frotte di operai del turno di notte. Tutto lavoro per gli spazzini, sminuzzato in un grigiore generale, nella polverosità diffusa della Milano dell’epoca, che andava ancora a carbone, gasolio, kerosene e chissà cos’altro.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81959" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/2.-vecchia-Stazione-Ferroviaria-Greco-Bicocca-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
2. Vecchia Stazione Ferroviaria Greco-Bicocca</p>
<p>Ho ritrovato analoghe sensazioni del fuori-fabbrica in un testo degli inizi degli anni Cinquanta, un diario di Ottiero Ottieri, pubblicato oggi col titolo di “<em>La linea gotica</em>”. Nel 1951, descrive una passeggiata a Sesto San Giovanni, con rientro a Milano passando per la Bicocca. Insomma nel tessuto più concentrato della periferia industriale milanese di nord-est, quella periferia che gli sembra un «<em>prolungamento violento della città, disarmonico, nato intorno ad una ferrovia che si avventa in mezzo con fragore, intorno ad una strada dal traffico compatto quasi che il flusso di Milano vi traboccasse accresciuto da una periferia che invece di diradarsi e naturalmente morire nella campagna, ingrossa di nuovo come un bubbone</em>». Prima Ottieri passa davanti alla fonderia Breda, scorrendo lungo un «<em>muro lunghissimo … sopra la muraglia compaiono e stridono le altissime gru a ponte, l’unica attrezzatura industriale che il muro non riesce a nascondere. Tutto il resto è segreto</em>»</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81960" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/3.-Sesto.-il-CarroPonte-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
3. Sesto. il CarroPonte</p>
<p>(oggi col CarroPonte dell’ex Breda ci hanno fatto un parco archeologico-industriale, serve per farci feste ed eventi vari: concerti pop, spettacoli, raduni, non mancando all’occorrenza neppure uno <em>Street Food Park Village</em>, destinato &#8211; secondo la pubblicità &#8211; a “deliziare il nostro palato”). Poi lo scrittore scende verso Milano, dove annota: «<em>sfila, con un susseguirsi di costruzioni banali, la grande Pirelli. Fra i muri della Breda e della Pirelli, come linea di confine, c’è una stradetta solitaria vuota, da innamorati</em>» (!). Ottieri la prende per spostarsi sull’altro lato della Pirelli, verso la stazione di Greco, ed anche lui ascolta il silenzio, immerso nella solitudine: «<em>la più fitta città industriale della nazione è un deserto. Il lavoro si è risucchiato tutti, dentro i muri, e Stalingrado sembra abbandonata. Non ci sono nemmeno rumori. Soltanto il puzzo di gomma della Pirelli si fa vivo, spia che qualcosa sta succedendo, mescolandosi all’aria grigia, aggiungendosi alla nebbia contro il sole giallastro</em>»<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>. Stalingrado &#8211; immagino saprete tutti &#8211; era il soprannome attribuito a Sesto San Giovanni quando l’altissima concentrazione di insediamento operaio produceva esiti elettorali di tipo bulgaro, solo che in Bulgaria era l’effetto del partito unico, a Sesto no: c’era la democrazia, ed erano tutti voti veri, voti ideologicamente rossi. Nel 1997 nei pressi del CarroPonte era stata posta una lapide che diceva «A perenne ricordo di tutti i lavoratori morti a causa dello sfruttamento capitalista. Ora e sempre Resistenza. 24.04.1997 i compagni di lavoro di Sesto San Giovanni». Oggi gli operai di Sesto sono in pensione, dato che le fabbriche hanno chiuso, solo che adesso votano anche loro verde. Non fatevi illusioni: verde Padania. La vecchia Stalingrado è diventata recentemente uno dei posti con percentuali più alte di voto leghista. Insomma il cuore ex operaio si è poi messo a battere in un altro modo, ma non è la transizione al socialismo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81961" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg" alt="" width="400" height="267" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/4.-Lapide-caduti-lavoro-Sesto-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
4. Lapide caduti lavoro Sesto</p>
<p>Di fronte alla Breda, Ottieri si commuove trovando in mezzo a quella desolazione industriale qualcosa d’altro:   «<em>In fondo alla strada resiste ancora una bellissima villa, ridotta a cascina, che ha il colore del mattone cotto e filtra l’aria romantica, di miele, delle antiche costruzioni di campagna</em>»<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. È l’antica Villa Torretta, villa di delizia campestre cinquecentesca appartenuta ad alcune delle più potenti famiglie nobili milanesi. Nell’Ottocento veniva a cercarvi rifugio dall’afa cittadina anche il Manzoni, ospite della famiglia Serbelloni-Busca, poi era diventata una semplice cascina, abitata da famiglie di contadini che coltivavano i possedimenti terrieri, oggi in parte rimasti verdi ed assorbiti dal tentacolare Parco Nord sviluppatosi ad ovest dell’edificio, mentre nella parte ad est i campi sono stati fagocitati invece dall’edificazione della grande Sesto San Giovanni novecentesca (arrivata a quasi 100.000 abitanti negli anni Ottanta). I campi sono stati consumati innanzitutto dalla crescita della Breda e di altre industrie, e poi dai nuovi quartieri residenziali adagiatisi intorno alle fabbriche. Nel 1903 la cascina viene acquistata dalla Breda, per farne dormitori per suoi operai, e anche i contadini che vi erano rimasti passano a lavorare in fonderia, ma senza abbandonare del tutto i campi, diventando cioè metalmezzadri. Nel 1963 la comunità di operai di origine contadina che abitava alla Torretta fonda una cooperativa edilizia che costruisce per loro case moderne in altra parte di Sesto, e così la ex-villa resta abbandonata. Oggi, finemente restaurata, è diventata il Grand Hotel Villa Torretta (che si pavoneggia della sua ripristinata loggia di tipo rinascimentale), sul confine municipale fra Sesto e Milano. Di fronte oggi si ritrova il Centro Commerciale Sarca separato dal Grand Hotel dal solo viale Sarca, che da lì si apre verso sud. Era il bordo occidentale della zona industriale della Bicocca, la via “di servizio” delle fabbriche. Chi quella Bicocca non se la ricorda, o non la ha mai vista, la può ancor oggi visitare – magia del cinema – rivedendosi il film di Antonioni “<em>La notte</em>” del 1961, che alla vecchia Bicocca è stato, in parte, girato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg" alt="" width="400" height="251" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-300x188.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-768x482.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-250x157.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-200x125.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/5.VillaTorretta-160x100.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
5. VillaTorretta</p>
<p>La lunga scena girata alla Bicocca vecchia maniera è quella del vagabondaggio di Lidia (Jeanne Moreau), nella finzione moglie dello scrittore Giovanni Pontano (Marcello Mastroianni), che annoiatasi alla presentazione dell’ultimo libro del marito, fugge per vagabondare nella Milano in vorticoso processo di modernizzazione (è il primo film italiano in cui i personaggi si lamentano del traffico automobilistico) e poi si fa portare da un taxi proprio alla Bicocca. Antonioni, con la sua concentrazione assoluta sulle immagini (a cui funzionalizza le storie), ci offre così, in questo film, una preziosa testimonianza visiva della Bicocca di quel tempo, salvandola dalla distruzione-creativa degli anni.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81963" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg" alt="" width="400" height="242" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau.jpg 625w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-300x181.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-250x151.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-200x121.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/6.-La-notte.-Jeanne-Moreau-160x97.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
6. La notte. Jeanne Moreau</p>
<p>Lidia girovaga in un miscuglio fra periferia industriale ed ex campagna: distributori di benzina, mura di cinta e cancellate, edifici produttivi, depositi a cielo aperto di macerie, campi oggi assorbiti nel Parco Nord (ma ancora riconoscibili) e spazi sterrati dove si scontrano bande di teddy boys. In inquadrature lunghe compaiono anche pezzi dell’apparato industriale: il CarroPonte, un serbatoio Breda, ed una infilata di viale Sarca in cui si riconosce la torre piezometrica. Originariamente serbatoio d’acqua al servizio delle varie industrie, costruita nel 1913 in forme storicistiche che richiamano una torre medioevale, è stata risparmiata dalla demolizione di tutto il resto ed ora fa parte del campus dell’Università della Bicocca e con il suo slancio di 45 m. si pone come punto di riferimento visivo e segno di continuità fra la nuova e la vecchia Bicocca.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81964" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/7.-viale-Sarca-oggi-con-torre-piezometrica-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
7. Viale Sarca oggi, con torre piezometrica</p>
<p>La “rigenerazione” del vecchio quartiere industriale in un’area mista di zona universitaria/terziario/ricerca e spazi residenziali – il nuovo «<em>centro storico della periferia diffusa</em>»<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a> secondo la felice espressione del progettista Vittorio Gregotti &#8211; ha programmaticamente salvato anche altri pezzi di apparato industriale come icone dell’epoca precedente, come vezzeggiate radici del presente potremmo dire: è il caso della ex torre di raffreddamento dello stabilimento Pirelli, ora incastonata nel cuore del nuovo centro direzionale Pirelli progettato dallo studio Gregotti, o del capannone Breda ora trasformato &#8211; lasciandogli la sua riconoscibile forma &#8211; nello spazio espositivo chiamato “Pirelli Hangar Bicocca”. O, ancora, di altri capannoni Breda, d’antico mattone lombardo, ora ristrutturati in sedi per aziende creative.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81965" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="319" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-300x239.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-768x612.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-250x199.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-200x159.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/8.-torre-di-raffreddamento-ora-inserita-allinterno-del-Centro-direzionale-Pirelli-160x128.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
8. Torre di raffreddamento ora inserita all&#8217;interno del Centro direzionale Pirelli</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81966" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/9.-ingresso-Pirelli-HangarBicocca-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
9. Ingresso Pirelli-HangarBicocca</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81968" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg" alt="" width="400" height="281" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-300x211.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-768x540.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-250x176.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-200x141.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/10.-padiglioni-ex-Breda-ristrutturati-in-sede-di-imprese-creative-160x112.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
10. Padiglioni ex-Breda ristrutturati in sede di imprese creative</p>
<p>Alla fine Lidia telefona al marito da un chiosco di fronte alla Breda e gli dà appuntamento alla Torretta, ancora cascina scalcinata. Dove Pontano/Mastroianni se ne esce con un «è strano, non è cambiato niente qui», a cui Lidia/Moreau risponde premonitoriamente «cambierà, cambierà molto presto», che sintetizza l’ideologia del film, che a sua volta dà voce allo spirito del tempo.<br />
Se viale Sarca finisce verso nord a Sesto con Villa Torretta, a sud raccoglie ancora dei pezzi della Bicocca d’un tempo. È ancora perfettamente conservato nella sua forma di città-giardino il Borgo Pirelli, anche se molto malandato, gestito com’è dalla agenzia regionale ALER, che non provvede ad un minimo di manutenzione. Si tratta di 27 villette a due piani (con 2 o 4 alloggi) attorniate ciascuna da un proprio piccolo giardino, fatte costruire allo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) dalla Pirelli subito dopo la Prima Guerra Mondiale, per i propri dipendenti “meritevoli”. Completa l’operazione edilizia pirelliana degli anni Venti il “casone”, una palazzina liberty di 4 piani che raccoglieva i negozi necessari al sostentamento degli abitanti, ed ulteriori appartamentini per operai. Al piano terra è ospitato il bar “Tempi Moderni”, che fra aria liberty dell’edificio e nome così altisonante &#8211; rafforzato all’interno da manifesti dell’omonimo film di Charlie Chaplin &#8211; si presenta come un’isola di antica modernità sopravvissuta ad un coetaneo quartiere industriale che invece è stato tutto cancellato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81969" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/11.Borgo-Pirelli-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
11.Borgo Pirelli</p>
<p>In fondo al Borgo Pirelli, i “pezzi della Bicocca d’un tempo” stanno frantumati sotto uno strato di terra: è la collina (artificiale) dei ciliegi creata ex novo durante i lavori di rigenerazione del vecchio quartiere industriale, accumulando qui (dove era assolutamente piano), fino a 25 m. d’altezza, i detriti degli abbattimenti, ricoprendoli quindi di terra e piantumandoci sopra una parchetto alberato, punteggiato &#8211; come da nome &#8211; da alberi di ciliegio, che in primavera donano al luogo una delicata fioritura. Dalla cima, verso sud si domina la vista dello <em>skyline</em> di Milano, e sotto, ad est, quella della Nuova Bicocca con le sue sagome gregottiane squadrate, spigolose, ancora tanto razional-novecentesche.<a href="#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>(così diverse dalle stupefacenze curvilinee della successiva Milano postmoderna, tipo Citylife o Porta Nuova. Tipologie edilizie di cui Gregotti dice che sono concepite come ingrandimento di un oggetto di design, dove non conta più nulla il problema dello spazio fra le cose<a href="#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81970" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-768x514.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/12.-Collina-dei-ciliegi-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
12. Collina dei ciliegi</p>
<p>Con le macerie degli edifici delle fabbriche è stato sepolto anche un pezzo di storia del movimento operaio milanese: gli operai Pirelli – ancora quelli della vecchia sede in località Brusada, dove ora c’è il grattacielo Pirelli di Gio Ponti &#8211;  avevano contribuito ai moti contro il prezzo del pane del 1898 (quelli repressi dalle cannonate di Bava Beccaris), poi al biennio rosso con l’occupazione della fabbrica – questa volta già quella alla Bicocca – nel 1920, infine agli scioperi antifascisti del 1943-44 e alla Resistenza, finendo, per il solo sciopero del 23 novembre 1944, in 156 nei campi di concentramento tedeschi. Pace all’anima loro, all’anima generosa del Movimento Operaio (la cosa ci può spiegare il voto verde dei sopravvissuti).</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-81971" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg" alt="" width="400" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG-.jpg 832w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--300x153.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--768x390.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--250x127.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--200x102.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/13.-veduta-aerea-della-Nuova-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-httpwww.urbanistica.unipr_.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG--160x81.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a><br />
13. veduta aerea della Nuova Bicocca (foto presa dalla rete: http: www.urbanistica.unipr.itcomponentscom_jcustomnewsimgs432generale.JPG )</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftn4" name="_ftnref4"></a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 76-78</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Ottiero Ottieri, <em>La linea gotica</em> taccuino 1948-1958, Parma, Guanda, 2012, p. 78</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Vittorio Gregotti, <em>La pratica del progetto urbano nell’area metropolitana, </em>in, <em>Progetto Bicocca 1985-1998</em>, Milano, Skira, 1999, p. 24</p>
<p><a href="#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> «Siamo … ben consci dei debiti culturali che abbiamo volontariamente contratto con la tradizione del moderno ed in particolare con quella del razionalismo italiano. Un razionalismo del tutto speciale nel quale le cose migliori del movimento del Novecento hanno giocato una parte importante, sia per quanto riguarda la concezione figurativa dello spazio, sia per ciò che concerne la solidità architettonica del costruire» Vittorio Gregotti, <em>Riflessioni del progettista</em> in <em>Trasformazioni a Milano. Pirelli Bicocca direttrice nord-est</em>, Milano, Angeli, 2003, p.22</p>
<p><a href="#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo">https://www.youtube.com/watch?v=zxRbsoIDhbo</a> , consultato nel: dicembre 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>RASSEGNA FOTOGRAFICA</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81972" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/14.-Facciata-UniversitaBicocca-con-opera-Chained-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81973" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.1.-passerella.Pirelli-Bicocca-foto-presa-dalla-rete-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81974" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/15.2.-passerella-ora-fra-edifici-delle-facolta-umanistiche-dellUniversità-della-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81975" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/16.-viale-dellInnovazione-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81976" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/17.angolo-di-edificio-universitario-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81977" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/18.-torre-della-zona-mista-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81978" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/19.-viale-Piero-e-Alberto-Pirelli-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81979" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/20.edilizia-co-nvenzionata-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81980" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/21.-intreccio-di-livelli-sovrapposti-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81981" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/22.-congiunzione-fra-vecchia-e-nuova-Bicocca-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81982" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/23.-padiglione-ex-Breda-ristrutturato-in-sede-di-imprese-creative-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-thumbnail wp-image-81983" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/12/24.-Edificio-ristrutturato-per-Matematica-e-ScienzadeiMateriali-144x144.jpg 144w" sizes="auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px" /></a></p>
<p>Didascalie delle fotografie (da sinistra a destra e dall&#8217;alto in basso):</p>
<ol start="14">
<li>Facciata principale della Università della Bicocca, con opera “Chained”, di Borondo&amp;Tresoldi</li>
<li>1. Passerella. Pirelli Bicocca (foto presa dalla rete);  15.2. Passerella ora fra edifici delle facoltà umanistiche dell&#8217;Università della Bicocca</li>
<li>Viale dell&#8217;Innovazione</li>
<li>Angolo di edificio universitario</li>
<li>Torre della zona centrale mista</li>
<li>Viale Piero e Alberto Pirelli</li>
<li>Edilizia convenzionata</li>
<li>Intreccio di livelli sovrapposti</li>
<li>Congiunzione fra vecchia e nuova Bicocca</li>
<li>Padiglione ex-Breda ristrutturato in sede di imprese creative</li>
<li>Edificio ristrutturato per  Matematica e Scienza dei Materiali</li>
</ol>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: tutte le fotografie &#8211; tranne le due indicate nelle didascalie &#8211; sono dell&#8217;autore del testo</em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Milano, piazzale Lugano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Sep 2019 05:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[anni settanta]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Piazzale Lugano]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Robero Antolini Nella prima metà degli anni Settanta, finito il servizio militare in una caserma degli alpini in Cadore, rientravo in città, a Milano, con l’obiettivo di finire di scrivere la mia tesi di laurea in lettere presso la Statale, e mi ero come prima cosa cercato un mini-Job, per metter subito qualcosa in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Robero Antolini</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-80589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg" alt="" width="400" height="268" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-300x201.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/UfficioPacchiPT.in_.demolizione-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p>Nella prima metà degli anni Settanta, finito il servizio militare in una caserma degli alpini in Cadore, rientravo in città, a Milano, con l’obiettivo di finire di scrivere la mia tesi di laurea in lettere presso la Statale, e mi ero come prima cosa cercato un mini-Job, per metter subito qualcosa in tasca. Cosa oggi incredibile ma vera, allora si faceva presto, prestissimo, a trovare un impiego per tre mesi alle poste. Si faceva una domandina e si veniva facilmente assunti come “trimestrale” dalle PT (Poste e Telegrafi), che poi ti spedivano dove avevano problemi di personale. A me toccò in sorte l’Ufficio Pacchi di Piazzale Lugano. <span id="more-80585"></span>Il lavoro consisteva nel selezionare pacchi per indirizzi di destinazione lungo una specie di catena di montaggio: un tapis roulant trasportava i pacchi, e noi ai lati dovevamo riconoscerli e selezionarli. Il lavoro era a ciclo continuo, si facevano 3 turni distribuiti sulle 24 ore e quello che ti capitava ti capitava. Capitava di entrare ed uscire alle ore più varie, tanto che certe volte, uscendo in piena notte, sfruttato un tratto di circolare notturna, mi toccava poi far chilometri a piedi per raggiungere casa mia, che a quel tempo stava in zona Porta Genova. Oggi ho un ricordo spettrale del piazzale Lugano d’allora, che bisognava attraversare per raggiungere il colossale edificio dell’Ufficio Pacchi, in fondo al piazzale, lungo lo scalo ferroviario della Bovisa. Sia sotto lo scialbo sole del pomeriggio come nella nebbia della notte invernale ho il ricordo di una stoppaglia piatta, teoricamente verde ma secca ed abrasa, una specie di non-luogo.<br />
L’interno dell’Ufficio Pacchi invece, in quegli anni, era in subbuglio come ogni altro angolo di Milano. Si fronteggiavano una buona quota di giovani trimestrali come me, ed i dipendenti di ruolo, in genere capitati a Milano da fuori, col miraggio del posto fisso. Ne ricordo uno che veniva tutti i giorni da Verona: noi gli chiedevamo cosa glielo facesse fare, e cosa gli restava da vivere oltre le otto ore di lavoro e i viaggi Verona-Milano e ritorno, all’infinito. Lui rispondeva che su un posto fisso mica si sputa, e che partendo all’alba dalla stazione di Verona, tornava la sera a casa, in un quartiere periferico, giusto in tempo per mangiare qualcosa preparato dalla moglie, e farci una partitina a carte in modo da svagarsi un po’ via, prima di stramazzare sul letto in un sonno di piombo interrotto prima dell’alba dal suono lacerante della sveglia, e avanti così, a ciclo continuo. Poi c’era un pugliese, un delegato della CGIL vivace e socievole (anche con noi trimestrali “sballati”, e non era da tutti) che raccontava di come, dopo anni di lavoro all’Ufficio Pacchi di piazzale Lugano, ancora non diceva alla moglie, rimasta al paese ad attendere il vaglia mensile, quanto prendeva di stipendio: «cosa vuoi – spiegava – in paese neanche si immaginano quanto costa la vita a Milano. Intanto l’affitto della stanza poco distante da piazzale Lugano, poi i pasti, la lavanderia, e poi … insomma … mica posso andare al paese, in fondo alla Puglia, tanto spesso, e quando sono qui a Milano sabato e domenica, qualcosa devo pur fare, qualche puntata al bar, qualche cinema, qualche pizza &#8211; che a Milano fanno schifo! &#8211; in compagnia … ». La moglie pare che chiedesse sempre quando avrebbe fatto domanda di trasferimento (al paese), ricevendo risposte evasive.<br />
Dall’altra parte c’eravamo noi, la fauna variopinta dei trimestrali. Allora mi sembrava una popolazione giovanile ovvia, come quella che incontravo in ogni dove intorno a me, nella Milano di quegli anni, che erano i nostri. Ma oggi, a distanza di una vita, capisco che era (eravamo) una vera anomalia della storia, qualcosa che non s’è più visto. Il meccanismo del posto di lavoro a scadenza, trimestrale, selezionava i più instabili, i più refrattari, ne uscivano personaggi che sembravano ispirati a quella canzone di Fabrizio De Andrè che faceva «e nemmeno un pensiero/non all’amore non al denaro né al cielo». C’era chi era appena tornato, o stava per partire per l’India, e metteva via gli spiccioli per l’ennesimo viaggio. Già allora si parlava di qualcuno che non era più tornato. Era passato per l’Ufficio Pacchi mesi o l’anno prima, ed era poi sparito in qualche meandro del Gange, facendo perdere le sue tracce. O ai piedi dell’Himalaya. C’erano i rockettari che venivano dai quartieri operai come Quarto Oggiaro o Lambrate, ma non avevano nessuna impazienza di seguire le tracce dei loro genitori e dei fratelli maggiori in fabbrica, e intanto si parcheggiavano qui e là, rimandando la decisione. Subito dopo quella mia esperienza trimestrale sono cominciate le crisi aziendali, a partire dalla Innocenti di Lambrate le grandi fabbriche hanno chiuso una dopo l’altra. Chi era rimasto fuori aveva poche possibilità di prendere quella decisione a lungo rimandata, e facendo buon viso o meno doveva inventarsi davvero qualcosa d’altro (per sua fortuna si trovava comunque a Milano). E poi c’erano i “politicizzati”: gli extraparlamentari d’ogni tonalità e varianza, la lunga scia del post-Sessantotto milanese, originariamente studenti, che un po’ alla volta lasciavano magari anche perdere gli studi, pensando che c’era di meglio da fare. «Non ci era mai capitato un gruppo di trimestrali così politicizzato» mi diceva un collega simpatizzante dell’MSI, uno che veniva in giacca e cravatta a lavorare all’Ufficio Pacchi (il nerbo della nazione insomma). E poi continuava esplicando: «ma sai che trovo scritte su Fanfani e Andreotti anche sulle porte del cesso? Non puoi neanche andare a farti una pisciata in santa pace». Effettivamente le scritte sui muri fatte coi gessetti d’ordinanza si moltiplicavano esponenzialmente, e quando c’erano le manifestazioni del sabato pomeriggio (cioè praticamente ogni settimana) era tutto un circolare di volantini. Ricordo un ricciolone di Potere Operaio col quale lavoravo in coppia spesso e volentieri, passando le otto ore di lavoro raccontandoci il mondo. Un giorno, fra una battuta e l’altra, mi invita – devo dire con un sorriso un po’ strano, che ricordo ancora – ad andare alla riunione di fondazione di un comitato autonomo del suo quartiere. A me che bazzicavo l’università in via Festa del Perdono, qualche volta era capitato in mano il giornale di Potere Operaio, con tutte quelle strampalate analisi di come secondo loro stesse nascendo l’insurrezione dal basso, di proletari auto-organizzati in comitati autonomi che si preparavano a prendere le armi, ecc. E non mi capacitavo se ci stavano davvero o se ci facevano. Credo sia stato il tentativo di arruolamento terroristico che mi ha sfiorato più da presso. Gli ho augurato buona fortuna, a lui personalmente, alla sua vita a rischio, non al comitato (anzi!). Non mi sono più ricordato il nome del ricciolone di PotOp, cosa che magari mi ha evitato di leggerne le disavventure sulle cronache degli anni di piombo.<br />
Insomma – ecco &#8211; quel lavoretto trimestrale all’Ufficio Pacchi, quel transito casuale per il verde secco di Piazzale Lugano, segna, nella mia memoria, un confine: qualcosa che sta fra un prima ed un poi molto diversi. Erano gli anni apparentemente più succosi della “contestazione”, che erano insieme sia l’apice dell’età dell’oro, che il segno che la stessa era già finita, silenziosamente morta e sepolta, il boom si era sgonfiato, il futuro tornava ad essere incerto, com’è sempre il futuro.<br />
Piazzale Lugano è oggi molto diversa da com’era allora. Al posto del non-luogo d’un verde strapazzato, oggi c’è un giardino un po’ incolto ma bello verde ed ombroso, su cui sono cresciuti degli alberoni robusti e frondosi che si allungano verso i piani alti dei palazzoni che lo circondano: hanno l’altezza della mia vita recente, al di qua del confine. In fondo c’è ancora l’enorme carcassa a sei piani, più torrione laterale, dell’ex Ufficio Pacchi PT, diventato inutile in epoca di corrieri che girano la città in motorino o in camioncino per consegnare pacchi a domicilio a sorpresa (e che rappresentano un esempio tipico del degrado delle condizioni di lavoro: dal “posto fisso” delle PT d’un tempo alla precarietà attuale). L’edificio è stato abbandonato nel 2000, hanno provato a metterlo all’asta ma nessuno se lo è filato, quindi è rimasto per vent’anni lì così, abbandonato, esposto alle intemperie, usato da homeless per passare la notte con qualcosa di simile ad un tetto sopra la testa. Finché non si sono accorti che la carcassa perdeva scorie di cancerogeno amianto, ed hanno cominciato col bonificarlo. Poi gli urbanisti che stanno progettando una rigenerazione dell’area dell’ex scalo Bovisa, dismesso dalle ferrovie, hanno presentato proposte di edifici da realizzare al suo posto, e sul blog di architettura Urbanfile è comparso anche il rendering di uno studio di fattibilità di quanto dovrebbe uscire dal cappello magico degli urbanisti-rigeneratori<a href="https://blog.urbanfile.org/2019/01/16/milano-ghisolfa-e-bovisa-al-via-la-demolizione-finalmente-del-mostro-di-piazzale-lugano/">(1)</a>: due torrioni di vetro dalle decine di piani, come va ora di moda a Milano.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-80591" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg" alt="" width="500" height="375" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/Luganofutura.rendering-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a><br />
Così è iniziata la demolizione. Dietro lo scheletro messo a nudo di mastodontiche travi d’acciaio a cui poggiavano i piani su cui pestolavamo noi, si staglia una gru poderosa, i resti delle esili tamponature cominciano a venir giù pezzo dopo pezzo, si vedono al lavoro operai con caschetto in testa che fanno funzionare micidiali demolitori. Non ne avrà ancora per molto l’edificio che ha accolto il mio vecchio casuale transito fra i postelegrafonici.<br />
Nell’angolo di fianco, alla fine della via che aggira il piazzale, c’è già qualcosa che ha l’aspetto proprio della Milano che è venuta dopo, quella post-industriale, dei “servizi”. Un pregevole basso manufatto architettonico, che mostra sulla via la facciata di un candido muro, traforato da aperture prospettiche alla Figini-Pollini, dietro le quali si intravede un lussureggiare di verzure, addirittura una palma, a schermare dal sole la gran vetrata con insegne della “Softec Digital Servis Design, valorizzazione dell’eccellenza attraverso la trasformazione digitale”. Il design, onnipresente a Milano, nella versione Silicon Valley, che di sé dice: «Chi siamo : siamo la prima Digital Platform Company con focus sulla Customer Experience, che concepisce e costruisce soluzioni misurabili che abbracciano l’intera esperienza del cliente dall’online al mondo fisico e viceversa, restituendo un tangibile valore di business per i suoi clienti e li accompagna verso la trasformazione digitale» .<br />
Ecco, questa è la Milano in trasformazione di oggi. Sembra che i cent’anni di decollo industriale che hanno fatto di una sonnolenta città padana la Milano metropolitana di oggi, di boom in boom, siano terminati, senza lasciare però un vuoto. Certo niiente più fabbriche, aree ex industriali “rigenerate”, lavoro precario ma esistente se hai le “competenze giuste”, lavoratori stressati dalla continua ricerca di un lavoro dopo l’altro, ecc.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-80590" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg" alt="" width="500" height="403" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec.jpg 595w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-250x202.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-200x161.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/09/sedeSoftec-160x129.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p><!--more--></p>
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		<title>Un&#8217;educazione milanese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Aug 2019 05:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Rollo]]></category>
		<category><![CDATA[memoir]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[ di Gianni Biondillo Alberto Rollo, Un&#8217;educazione milanese, 320 pagine, Manni editori, 2017 Come si forma una persona? Grazie a chi o cosa? I genitori, gli amici, gli incontri fortuiti, gli ambienti frequentati, le strade percorse&#8230; non è tutto questo, in una parola, la città stessa dove si è vissuti? Il protagonista di questo libro &#8211; né [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-79936" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/07/rollo.jpg" alt="" width="286" height="397" /> di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p><strong>Alberto Rollo, <i>Un&#8217;educazione milanese</i></strong>, 320 pagine, Manni editori, 2017</p>
<p align="JUSTIFY">Come si forma una persona? Grazie a chi o cosa? I genitori, gli amici, gli incontri fortuiti, gli ambienti frequentati, le strade percorse&#8230; non è tutto questo, in una parola, la città stessa dove si è vissuti?</p>
<p align="JUSTIFY">Il protagonista di questo libro &#8211; né romanzo, né saggio, letteratura ibrida, che usa i ricordi personali per renderli condivisi – aspetta l&#8217;arrivo della metropolitana che lo deve riportare a casa. Questo frangente ctonio diventa la metafora di una condizione della memoria profonda, che scava nelle viscere del passato.</p>
<p align="JUSTIFY">Alberto Rollo, l&#8217;autore e protagonista di <i>Un&#8217;educazione milanese</i>, ritorna ai momenti necessari, formativi della sua infanzia e giovinezza. Trova nella città operaia delle fabbriche, dei cavalcavia, dei cantieri, delle periferie, nella Milano del dopoguerra e del boom il suo paesaggio interiore, la definitiva lezione esistenziale.</p>
<p align="JUSTIFY">Essere milanesi, in quegli anni, significava appartenere a una classe sociale, sentirsi parte di un progetto di emancipazione collettiva, guardare al futuro con ottimismo. <i>Un&#8217;educazione milanese</i> ha in molte pagine il passo del romanzo familiare &#8211; quello che rammenta i nonni emigrati dal sud, o i lavori umili dei genitori – in altre quello del romanzo di formazione &#8211; le nuove amicizie adolescenziali, l&#8217;impegno politico negli anni dell&#8217;università, la perdita tragica di amicizie fraterne.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma su tutto, è la condizione di milanesità che Rollo cerca di dimostrare. Giganteggia, in questo senso, la figura del padre, il metalmeccanico comunista dalla morale integerrima, dal quale per ribellione giovanile il protagonista cerca di emanciparsi. Rendendosi conto, ora, seduto su quella panchina della metropolitana, con gli anni di suo padre allora, quanto gli sia riconoscente. A lui e alla città che pullula sulla sua testa.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em> numero 37 del 12 settembre 2017</em>)</p>
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		<title>Milano, via Mac Mahon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Apr 2019 05:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Antolini]]></category>
		<category><![CDATA[via Mac Mahon]]></category>
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					<description><![CDATA[di Roberto Antolini Dei miei genitori mi è rimasto un album fotografico, un album all’antica, oblungo, rilegato in pelle, con le pagine di cartoncino colorato su cui, negli anni, sono state attaccate alla rinfusa molte fotografie della loro vita, da quelle degli anni ’30 di prima che si conoscessero, alla foto del matrimonio a Trento [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Roberto Antolini</strong></p>
<p>Dei miei genitori mi è rimasto un album fotografico, un album all’antica, oblungo, rilegato in pelle, con le pagine di cartoncino colorato su cui, negli anni, sono state attaccate alla rinfusa molte fotografie della loro vita, da quelle degli anni ’30 di prima che si conoscessero, alla foto del matrimonio a Trento nella chiesa di S. Maria nel 1949, fino a quelle degli anni ’60. Ce n’è una che, guardata con gli occhi giusti, riporta al clima del primissimo boom economico italiano, anzi agli anni immediatamente precedenti, preparatori.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-79108" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1.jpeg" alt="" width="450" height="269" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1-300x180.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1-250x150.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1-200x120.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-1-160x96.jpeg 160w" sizes="auto, (max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Adesso ne è rimasta una stampa in bianco e nero, ma ricordo di averne vista da giovane una stampa a colori: meraviglia delle meraviglie, colori trasparenti e luminosi, sicuramente una delle prime foto familiari a colori (la quasi totalità delle fotografie dell’album sono in b/n).<span id="more-78868"></span> All’intimità della foto certamente contribuiva la trasparenza e nitidezza del colore, giocato sul contrasto fra una fascia soleggiata in primo piano &#8211; in cui compariamo noi quattro: io in grembo a mio padre con davanti, appoggiati sul piano del tavolo dietro cui sediamo, una sfilza di giocattoli da maschietto (macchinine, moto, addirittura un carroarmato), e mio fratello piccolo piccolo in braccio a mia madre – e lo sfondo retrostante avvolto in una morbida ombra, nella quale alle spalle di mio padre si riconosce il gioco di luce proiettato da una tapparella mezza sgranata (e la tapparella invece dell’imposta già allude ad un contesto di modernità architettonicamente aggiornata). Ignoro chi abbia scattato, deve essere stato un bravo fotografo, forse un collega di mio padre, un altro geologo dell’ENI, perché loro usavano precocemente foto a colori, per documentare quanto andavano a visitare nei loro sopralluoghi: l’emersione di serie stratigrafiche di rocce sedimentarie dalle varie tonalità, o sabbie e terre con tracce cromatiche di particolari affioramenti. Ma oltre al colore, è proprio la natura della fotografia che è intima, intimissima. È il ritratto di una giovane famigliola mononucleare del montante ceto-medio della nuova Italia industriale. I miei genitori sono fascinosamente giovani (appena quarantenni) e radiosi, niente di simile ai baffi appuntiti che compaiono nelle vecchie foto dei nonni trentini, niente aria impettita davanti alla macchina fotografica, niente abiti dalla festa. Mio padre con una chioma nerissima, folta e mossa, pettinata all’indietro, che in maglioncino a V ma con la cravatta, guarda soddisfatto quel pòpò di famiglia che si è messo su al ritorno da sei anni di prigionia in India, mentre mia madre, che sembrerebbe niente meno che in morbida vestaglia, con un rarissimo (per lei) sorriso radioso, come persa in una provvisoria beatitudine, guarda verso l’obiettivo avviluppata nell’abbraccio al suo secondo figlio, anche lui timidamente sorridente. Solo io ho un’aria torva, mentre guardo lontano con la bocca aperta. Chissà quali orizzonti inseguivo, forse solo la macchina fotografica del forse collega di mio padre.<br />
Mio fratello è piccolissimo, avrà un anno, e siccome era nato nel 1954 a Lodi, mentre lì siamo già a Milano, in via Mac Mahon, la foto sarà del 1955. Abitavamo in uno dei piani alti di un palazzo allora di nuova costruzione, ancora abbastanza in periferia, in una periferia traboccante di rinascita post-bellica, nel tratto appena al di qua della terza circonvallazione, ma in fondo non lontano da piazza Diocleziano, e quindi proteso lungo la discesa verso il centro di quella storica arteria alberata della nuova Milano industriale di inizio secolo XX &#8211; via Mac Mahon &#8211; percorsa del tram N.12 e con una solida reputazione letteraria, affidata a Testori e non solo.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-79109" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2.jpeg" alt="" width="500" height="332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2-300x199.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2-250x166.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2-200x133.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-2-160x106.jpeg 160w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>Da via Mac Mahon ce ne siamo andati poco dopo la foto, per finire prima in Sicilia e poi al di là del Mediterraneo, ad Addis Abeba, seguendo mio padre nei suoi sviluppi professionali. Così a me quel preciso luogo, quel tratto di via Mac Mahon all’incrocio con via Giuseppe Arimondi («generale 1846-1896» recita il cartello, ma anche Patrice Mac Mahon era un generale, francese, eroe della battaglia di Magenta della seconda guerra d’indipendenza italiana) mi era scivolato fuori dalla memoria, era rimasto solo il nome della via, appeso ai ricordi come una gruccia porta-cappotti abbandonata su un attaccapanni dell’ingresso. Lo ho ritrovato qualche giorno fa, rimanendo folgorato da un cortocircuito della memoria, uscendo dalla Fondazione Nuova Bartolini di via Bartolini, dove mi aveva mandato la mia milanese seconda moglie, a curare un dente maledetto. Uscendo dalla seduta sotto i ferri del dentista, ancora rintronato dalle anestesie e dal trapanamento dell’osso mascellare (credo si chiami così), cercando un bar dove bere qualcosa, mi sono ritrovato in un angolo dall’aria stranamente familiare. Una strada dall’aspetto ora post-industriale, coperta di murales, che scende un po’ in pendenza verso la via Bartolini da un angolo di via Mac Mahon. Come in un flashback cinematografico ho rivisto palloni che mi scappavano di mano e prendevano velocità lungo la discesa di via Arimondi, mentre mio padre sbuca da dietro l’angolo, e rincorrendomi appena uscito dal portone d’ingresso del condominio, mi apostrofa affettuosamente con un «ma come, Roberto, te lo sei perso un’altra volta sto pallone? Non faccio neanche a tempo a ritirare la posta dalla la cassetta delle lettere che tu mi scappi via e ti perdi subito il pallone! Sai che adesso rischia di finire sotto qualche macchina!». Ma per fortuna le macchine di allora erano ancora rade, anche a Milano. Niente di paragonabile con l’oggi.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3.jpeg"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone wp-image-79110" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3.jpeg" alt="" width="500" height="280" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3.jpeg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3-300x168.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3-250x140.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3-200x112.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/04/roberto-antolini-3-160x90.jpeg 160w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Fare ciò che è Giusto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2019 13:13:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Nissim]]></category>
		<category><![CDATA[Gariwo]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
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		<category><![CDATA[Monte Stella]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Date le polemiche che leggo in queste ore, mi piacerebbe per una volta non buttarla in politica ma provare a “buttarla in cultura”. Credo che la nostra Milano abbia il diritto/dovere di avere un Giardino dei Giusti di rilevanza internazionale. Ne ha il profilo etico, la storia, i protagonisti. Il lavoro di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77948" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/viale-giusti.jpg" alt="" width="267" height="260" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/viale-giusti.jpg 267w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/viale-giusti-250x243.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/viale-giusti-200x195.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/viale-giusti-160x156.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 267px) 100vw, 267px" />di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">Date le polemiche che leggo in queste ore, mi piacerebbe per una volta non buttarla in politica ma provare a “buttarla in cultura”. Credo che la nostra Milano abbia il diritto/dovere di avere un Giardino dei Giusti di rilevanza internazionale. Ne ha il profilo etico, la storia, i protagonisti. Il lavoro di Gariwo e del suo presidente Gabriele Nissim è davvero ammirevole ed encomiabile. Sogno un “Giardino dei Giusti di tutto il mondo” che diventi un polo di interesse, di raccoglimento e di studio non solo per i nostri cittadini, ma anche per ogni persona che transiti nella nostra città. Un monumento, nel senso più profondamente etimologico del termine: un monito.</p>
<p align="JUSTIFY">Ecco perché reputo poco coraggioso l&#8217;intervento previsto al Monte Stella. Un progetto formalmente debole ed obsoleto che non cerca di vivere di luce propria ma che si depone in modo parassitario su un altro sito della memoria urbana. Un appendice, insomma, non un fulcro significativo. Dal punto di vista della composizione urbana è un errore clamoroso.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-77949" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella.jpg" alt="" width="640" height="361" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella.jpg 640w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella-250x141.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella-200x113.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/giusti-monte-stella-160x90.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 640px) 100vw, 640px" /></p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright wp-image-77951" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/auditorium-rendering.jpg" alt="" width="316" height="240" />Il fatto che non ci si renda conto di una cosa così ovvia dimostra come ancora oggi l&#8217;eredità urbanistica del novecento non venga considerata una ricchezza da chi la amministra. Il Monte Stella è il più clamoroso fatto urbano di una città, Milano, che è la vera capitale nazionale dell&#8217;architettura e dell&#8217;urbanistica del ventesimo secolo. Un monumento alla memoria, ovvio. Un luogo identitario, condiviso, imprescindibile. Da conservare con zelo, diligenza, come si fa con una chiesa romanica o un palazzo rinascimentale. Nessuno si sognerebbe mai di porre un progetto di tale modestia nel mezzo di Campo dei miracoli a Pisa, in piazza Navona a Roma, o nel parco della Reggia di Caserta. Ciò che pare ovvio con il passato più remoto sembra non lo sia col novecento. Così ci ritroviamo con un capolavoro dell&#8217;architettura brutalista, il Marchiondi Spagliardi, studiato in tutto il mondo, che, non ostante il vincolo della sovrintendenza, cade a pezzi nell&#8217;indifferenza generale.</p>
<p align="JUSTIFY">Abbiamo il diritto a un “Giardino dei Giusti di tutto il mondo” che sia degno di questa città. E il dovere di non sprecare questa occasione, questo obbligo etico, con un progetto frettoloso. Chi ha scelto per me quelle forme? C&#8217;è stato un concorso internazionale? Sono stati messi in gioco i migliori progettisti? Non accontentiamoci, insomma. Evitiamo di scadere nel classico “piuttost che nient l&#8217;è mej piutost”.</p>
<p align="JUSTIFY">Io non sono fra quelli che dicono “no” per partito preso. A me piace rilanciare. La nostra città sta mettendo in gioco il suo futuro progettando ex novo le aree dei vecchi scali ferroviari. Un Giardino dei Giusti che diventi uno dei temi da mettere a bando su una di quelle aree, sarebbe una soluzione non solo coraggiosa ma anche di buon senso. Potremmo dedicare le giuste dimensioni a un monumento/giardino di tale importanza, far concorrere architetti di fama internazionale, definire un nuovo luogo simbolico della città (impattante come lo è il Memoriale di Eisenman a Berlino), dando un&#8217;anima ad uno spazio da riconvertire. Tutto ciò senza scarificare inutilmente la pelle sensibile dell&#8217;altro grande monumento urbano alla memoria che è il Monte Stella. La “montagnetta” della nostra infanzia.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-77950" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano.jpg" alt="" width="616" height="331" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano.jpg 616w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano-300x161.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano-250x134.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano-200x107.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/02/Monte_Stella-Milano-160x86.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 616px) 100vw, 616px" /></p>
<p>(<em>pubblicato ieri sulle pagine milanesi del</em> Corriere della Sera)</p>
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		<title>Fuori dal raccordo c&#8217;è l&#8217;Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2019 06:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[fiction]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-77345 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale.jpg" alt="" width="667" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale.jpg 667w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale-250x167.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale-200x133.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/01/amicageniale-160x107.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 667px) 100vw, 667px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="JUSTIFY">E così, anche in questo nuovo romanzo, non ho parlato del Duomo. Sono anni che scrivo di Milano, la studio, la racconto, e mai una pagina, mai una riga dedicata alla cattedrale. È l&#8217;unico imperativo che mi sono posto: supera il luogo comune, Milano è molto di più. Questa posizione radicale, ideologica, è la reazione a un modo di rappresentare la mia città nella fiction nazionale. Quando viene rappresentata, ben inteso. Il cinema, si sa, in Italia è appannaggio di Roma. Già fuori dal raccordo sembra ci sia il deserto. Una Roma, per inciso, borghese, tutta Prati-Parioli, con puntate a San Lorenzo o Pigneto se si vuol fare gli alternativi o i popolari. Napoli, l&#8217;altra grande metropoli raccontata da Cinecittà (per pura vicinanza geografica, per ragioni logistiche più che artistiche) è sempre stracciona, plebea, violenta ma, non ostate tutto, “piena di umanità”. Mancano solo corni, pizza e mandolino. La cosiddetta “napoletanità” è una maledizione: sembra che un biochimico o un astrofisico non possano nascerci. Solo cantanti, camorristi, nobili e filosofi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il resto dell&#8217;Italia è ancora più banale: la Puglia è sempre agreste, disseminata di campi di grano e ulivi, masserie candide e mare luccicante. La Calabria è abitata da istinti atavici, preculturali, barbarici, la Sicilia ondeggia fra l&#8217;alterigia omertosa e il barocco lussurioso, la Sardegna è etnica ed esotica. Roba da mal di testa. Risalendo lo Stivale non cambia di molto. C&#8217;è un generico centro Italia fatto di artigiani e borghi medievali (mai un capannone, mai un&#8217;autostrada) con morti che non sanguinano e preti o carabinieri bonari che indagano. Milano poi semplicemente non esiste. L&#8217;unica fiction che ho visto ambientata a Milano ha gli esterni girati in Bulgaria. È bastato aggiungere in montaggio qualche ripresa dall&#8217;alto del Duomo e il gioco era fatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Tutto ciò perché la televisione pubblica è talmente ossessionata dalla politica del palazzo, è talmente ombelicale, che trova naturale intitolare un programma d&#8217;approfondimento giornalistico “Fuori Roma”. Come se Bologna, Trieste o Palermo fossero irrilevanti borghi fuori porta, buoni per una scampagnata e qualche appunto sul taccuino, non realtà culturali millenarie. D&#8217;altronde ho visto fiction dove abitanti di San Salvario a Torino o iconici cantautori genovesi parlavano con cadenza romanesca senza che nessun produttore si rendesse conto dell&#8217;assurdità.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma se non ha la fiction, Milano ha la pubblicità. Peggio ancora. A guardare gli spot in tv sembra sia una città abitata solo da bambini biondi dalle vocali spalancate che mangiano snack e attraversano in skateboard attici luminosi, mamme toniche che fanno jogging ai piedi di boschi verticali prima di mettere la lavatrice in funzione e padri incravattati sempre di fretta su macchine che non trovano mai traffico. C&#8217;è il Duomo e tutto attorno una selva di grattacieli futuristici. Nessuna periferia, nessun panettiere, neppure una discarica. Se c&#8217;è un veneto sembra sempre ubriaco, un romagnolo sempre godereccio, un abruzzese sempliciotto e rurale. Un incubo.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;Italia è un&#8217;altra cosa. Per un po&#8217; avevo sperato ci pensasse la letteratura a raccontarla per quello che era veramente, ma la potenza dell&#8217;immaginario televisivo ha fatto danni irreparabili anche nelle patrie lettere. Romanzi consolatori dove Venezia resta inevitabilmente romantica e decadente (che ne sappiamo della vitalità di Mestre? Degli abitanti di Marghera?), Firenze inchiodata senza scampo al suo ingombrante Rinascimento, Milano immersa nelle nostalgie della nebbia, dei navigli, delle case di ringhiera. Che ne è delle imprese tecnologiche all&#8217;avanguardia delle Marche o del turismo innovativo della Basilicata? Chi ci racconta lo spopolamento degli Appennini, il dinamismo della piccola impresa cinese, gli investimenti della finanza mediorientale, le frizioni etniche fra vecchi e nuove immigrazioni?</p>
<p align="JUSTIFY">C&#8217;è chi lo fa, ovviamente. E molto bene. Autori capaci di toglierci gli occhiali rassicuranti degli stereotipi mostrandoci cosa siamo diventati, cosa diventeremo. Vorrei solo avessero più spazio, più visibilità. Io, per ora, continuo a scrivere di ciò che conosco, Milano, come metafora di un&#8217;intera nazione. E poi, chissà, prima o poi entrerò per davvero nella cattedrale della mia città. Per raccontarne l&#8217;innegabile meraviglia.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> &#8220;7&#8221; <em>del</em> Corriere della Sera, <em>l&#8217;8 novembre 2018</em>)</p>
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		<title>Gli invernali, capitolo primo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Dec 2018 06:00:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Ricci]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Pelliti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Shopenhauer]]></category>
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					<description><![CDATA[Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. di Matteo Pelliti Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da libri instagrammabili &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><b><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft size-full wp-image-77009" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg" alt="" width="314" height="392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover.jpg 314w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-250x312.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-200x250.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/cover-160x200.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 314px) 100vw, 314px" />Ovvero, per una “Metafisica della sessualità” in Luca Ricci. </b></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Matteo Pelliti</b></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa c&#8217;entra Schopenhauer con Luca Ricci? Ah, saperlo&#8230; Fatto sta che, cercando un libro da appaiare in fotografia &#8211; le coazioni da <span style="color: #0000ff;"><u><a href="https://www.instagram.com/p/Bq26VkiBx5I/">libri instagrammabili</a></u></span> &#8211; alla bellissima copertina di Saul Steinberg di &#8220;Trascurate Milano&#8221; (La Nave di Teseo, 2018, pp.86), l&#8217;ultimo racconto anti-natalizio di Ricci, mi è caduto in mano proprio quel libretto, &#8220;Metafisica della sessualità&#8221;, in cui il filosofo tedesco mette in fila le sue idee sui paradossi &#8211; e la natura &#8211; della coniugalità e della procreazione. Cercherò qui di capire il perché quel libro sia caduto dalla mia libreria proprio mentre leggevo l&#8217;ultimo Ricci e anche di spiegare come mai i suoi racconti vengano talvolta fraintesi: sembra che parlino di sesso e invece stanno parlando di scrittura. Milano è un pretesto perfetto, a partire dal titolo preso in prestito da Buzzati, e poiché a Roma l&#8217;inverno è inibito dal suo umidore mediterraneo, spostandoci dai recenti &#8220;Gli autunnali&#8221;, l’ultimo romanzo di Ricci là ambientato, non potevamo che ritrovarci nella capitale del Nord per vivere questo <b>apologo dark, sospeso sul &#8220;baratro dell&#8217;abisso&#8221; morale</b>, nella capitale morale, appunto.</p>
<p align="JUSTIFY">Il primo sospetto che prende il recensore è quello di trovarsi di fronte al primo capitolo di una nuova raccolta di figure della contemporaneità censite da Ricci, <i>Gli Invernali</i> appunto, che costruisce narrazioni di <b>antropologia fantastica intorno al tema della coppia</b>, dell&#8217;amore, delle relazioni di forza (possesso, dipendenza) nelle infinite declinazioni dell&#8217;eros (la cui massima perversione, come è noto, sta nella monogamia). &#8220;In definitiva ciò che attira con tanta esclusività e con tanta forza due individui di sesso diverso l&#8217;uno verso l&#8217;altro è la volontà di vivere dell&#8217;intera specie la quale anticipa un’oggettivazione della sua essenza corrispondente ai suoi fini nell&#8217;individuo che quella coppia può generare”, e ancora: “L&#8217;impulso che nella coscienza individuale si manifesta come istinto sessuale in generale, e non si indirizza verso un determinato individuo dell&#8217;altro sesso, tale impulso è, in se stesso e fuori dal fenomeno, la semplice volontà di vivere. Invece l&#8217;impulso che appare nella coscienza come istinto sessuale rivolto a un determinato individuo, tale impulso è, in sé, la volontà che un ben determinato individuo ha di vivere. Ora, in quest&#8217;ultimo caso, l&#8217;istinto sessuale, che pure è in sé un bisogno soggettivo, sa assumere molto abilmente la maschera di un ammirazione oggettiva e riesce così a ingannare la coscienza: <b>la natura ha bisogno infatti di questo stratagemma per realizzare i suoi fini&#8221;</b>. Sembra un cinico filosofema di quelli che, solitamente, gli amanti di Ricci si mettono a fare a letto, monologando con le partner dopo un rapporto, invece è la voce di Shopenhauer. Il molestatore del nostro racconto riflette sulla perversione più grande che l&#8217;uomo abbia mai inventato, un atto di palese violazione di tutte le regole imposte da madre natura, cioè la monogamia, il decidere di vivere tutta la vita con un&#8217;unica persona; risuonano anche qui le pagine Schopenhauer: una natura che ci guida e ci tiranneggia. Quando Ricci fa dire al suo molestatore che la nostra follia sta nell&#8217;avere innescato &#8211; ingannati dall’eros &#8211; “il processo generativo” e non c&#8217;è modo di tornare indietro di “riportare il seme dentro i coglioni”, esprime in realtà questa vertigine: la consapevolezza che in ogni scopata fecondativa <b>siamo scopati dalla Natura stessa.</b> In questa illusione di seduzione vi è qualcosa di profondamente simile al meccanismo seduttivo della scrittura, al potere seduttivo che l’autore vuole esercitare sul lettori. Molto dense e perfettamente cesellate, poi, sono le pagine dove viene evocata la galleria di fantasmi dei progenitori dai quali deriviamo, e la nostra progenie come risultato ultimo di questa selva di fantasmi scomparsi (riemerge qui il tema, già presente in Manganelli, della famiglia come “associazione a delinquere”). Segnalo, a margine, alcune pagine di <b>densa prosa poetica</b> del racconto: un monologo del nostro protagonista intrecciato allo studio della tabellina del nove da parte della figlia prima di entrare a scuola, pagine che &#8211; a mio gusto &#8211; valgono l’acquisto del libro.</p>
<p align="JUSTIFY"><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-77011" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg" alt="" width="542" height="408" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau.jpg 542w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/12/baubau-400x300.jpg 400w" sizes="auto, (max-width: 542px) 100vw, 542px" />C’è una certa continuità tra i monologhi sul sesso, sulla coppia, come se queste coppie di amanti <b>trasmigrassero tra i letti nelle stanze di alberghi tra un libro all’altro per proseguire un unico trattato teorico</b> (vedi la figura bianciardiana di uno dei racconti de<i> I difetti fondamentali</i>, ma anche certe pagine de <i>Gli autunnali</i>) per le quali si può dire che esista <b>un unico libro che Ricci sta scrivendo, tessendo, con ostinata vocazione</b>. Al recensore si chiede, di solito, di dare anche un accenno di trama senza rovinare il gusto della sorpresa, e allora dirò solo che c’è una ragazzina violenta e nichilista che si fa molestare in metropolitana, uno sporcaccione fedifrago con moglie, figlia e amante storica che molesta la ragazza per un confuso male di vivere, una città capitale morale (ora non ricordo bene i dati sul consumo di cocaina a Milano, ma fa niente…) ritratta nel precipizio del <b>Natale, distopia dei buoni sentimenti commerciabili</b>, con una luce esatta (ecco un altro tratto caratteristico di Ricci: usare la luce per descrivere l’urbanità).</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;epoca del <b>#metoo</b>, quale migliore occasione che scrivere una favola natalizia scura che abbia come protagonista un molestatore? E riuscirà il nostro autore a difendersi dalle accuse di misoginia, sessismo, istigazione alla violenza di genere? Il recensore lo spera, appellandosi alla libertà della creazione letteraria e all’intelligenza, ormai poco diffusa, di capire che l’autore – in virtù di quella libertà &#8211; non necessariamente coincide con le azioni e i pensieri dei personaggi che s’inventa. Ma, si sa, viviamo tempi un poco dogmatici e scarsamente intelligenti, per questo abbiamo un gran bisogno di buona letteratura.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Il dodici nel sessantotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2018 05:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[il sessantotto]]></category>
		<category><![CDATA[Kika Bohr]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Kika Bohr (prima che finisca il cinquantenario del mitico sessantotto, pubblico un altro ricordo, a.s.) Un cambiamento di mentalità e una presa di coscienza politica Durante il sessantotto frequentavo la scuola media inferiore, avevo dodici anni. Un tetrissimo tristissimo edificio milanese ospitava la Melzi d’Eril una scuola media femminile e il Marignoni, una scuola [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Kika Bohr</strong><br />
<img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-76330" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-212x300.jpg 212w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-768x1087.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-724x1024.jpg 724w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-250x354.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-200x283.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969-160x226.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/Kika-1969.jpg 1027w" sizes="auto, (max-width: 212px) 100vw, 212px" /><br />
(prima che finisca il cinquantenario del mitico sessantotto, pubblico un altro ricordo, a.s.)</p>
<p><em>Un cambiamento di mentalità e una presa di coscienza politica</em></p>
<p>Durante il sessantotto frequentavo la scuola media inferiore, avevo dodici anni. Un tetrissimo tristissimo edificio milanese ospitava la Melzi d’Eril una scuola media femminile e il Marignoni, una scuola professionale per segretarie d’azienda.<br />
Sia le ragazze della media che le signorine della scuola adiacente portavano grembiuli neri.<br />
(E questo obbligo dei grembiuli neri con la funzione quasi esplicita di nascondere il nostro corpo in trasformazione, è rimasto fino circa al ‘71 quando noi studentesse al liceo scientifico abbiamo deciso tutte insieme di contravvenire alla regola e ci siamo presentate a scuola tutte quante – con grande meraviglia dei compagni maschi e dei professori – in blue jeans).<br />
Sotto i grembiuli le alunne della media portavano in genere  calze fino al ginocchio, bianche. Due sole compagne ostentavano in classe calze a rete e minigonne, che grande scandalo! Non erano brave a scuola, ma erano molto coraggiose e sono state le uniche a difendermi quando la professoressa di lettere mi aveva preso in giro perché in inverno portavo un cappellino in lana norvegese rosso e bianco e con ponpon che mio padre mi aveva comprato in Germania.<br />
Le due ragazze considerate perdute dalle insegnanti, la Ronzulli e la Berton, una di origini venete e l’altra meridionale mi avevano anche invitato a “ballare” e i balli secondo loro si imparavano così, bastava un po’ muovere il corpo al ritmo del rock.  Non eravamo andate in una discoteca o una sala da ballo ma in un  bar dove si poteva sentire  la musica col <em>jukebox</em>, ognuna metteva una monetina e sceglieva una canzone, ma io non conoscevo nessuno di quei cantanti (a casa mia non si ascoltava la musica leggera, anzi era praticamente vietata)  ora ricordo che il loro preferito era Little Tony e altri nomi dal suono inglese. Sono andata solo una volta con loro in quel bar perché mi annoiava un po’ star lì, ma ora lo ricordo con piacere.<br />
Che sollievo negli anni successivi per quanto riguardava l’abbigliamento! Noi ragazzi e ragazze di sinistra ci si vestiva con i jeans e le magliette, in inverno con l’eskimo comprato alla fiera di Senigallia, scarponi militari che chiamavamo “katanghesi” ma che si potevano trovare, identici, anche alla Standa. Ragazzi di periferia e figli di papà, maschi e femmine  confusi. (Solo più tardi noi donne abbiamo adottato la divisa femminista delle gonne lunghe a fiori e degli zoccoli, circa a metà degli anni settanta, quando il privato è diventato politico e la politica aveva già perso un po’ della sua carica di illusione rivoluzionaria.)</p>
<p>In terza media (era il sessantanove) avevo preso all’uscita di scuola dei volantini, destinati alle studentesse, alle signorine del Marignoni, che invitavano ad una manifestazione in centro. Ci sono andata pur non conoscendo nessuno, per curiosità ma anche perché come molti adolescenti covavo in me una certa rabbia che pensavo di condividere con quei movimenti politici di cui leggevo nei giornali. I giornali li leggevamo a scuola e a casa, a casa spesso giornali francesi che parlavano dei “casseur” e quel termine mi piaceva molto “tout casser”, rompere tutto, le barricate a Parigi, e mio zio diceva “sì ma questi studenti sono tutti figli di papà”. Allora ribattevo che avevano ragione, che tutto andava cambiato (ma cosa? Lì ero più incerta, non sapevo rispondere, sapevo solo che c’era bisogno di cambiamento, di aria nuova). Ricordo di questa prima manifestazione che un giovane gridava nel megafono gracchiante “cordoni compagni” e allora mi sono infilata in quello che mi pareva un cordone. Due robusti giovani muniti di caschi mi hanno preso a braccetto. Poco dopo è arrivato il ragazzo del megafono e mi ha detto “guarda che tu non sei del servizio d’ordine, qui non puoi stare, vai più in là“ allora sono andata in un altro gruppetto e ascoltavo e ogni tanto ripetevo i loro slogan quando li capivo ma soprattutto raccoglievo e collezionavo i volantini, che sono sempre stati la mia passione. Ne ho ancora una decina di scatoloni in studio, erano stati conservati da mia madre, che me li ha restituiti qualche anno fa.<br />
A proposito di volantini, la prof di lettere che ci leggeva entusiasta i poemi omerici (sempre alla scuola media), un giorno entra in classe sventolandone uno e ci mette in guardia da quegli ignorantoni del liceo scientifico vicino, l’Ottavo Liceo, sconsigliandoci di iscriverci a una scuola in cui “si fa politica e non si sa nemmeno scrivere in italiano”. Si fa politica? Ma io ci volevo andare subito! Non scrivono bene in italiano? Beh, avranno avuto fretta, non avranno riletto bene, ma il contenuto era sicuramente più importante,  e le nuove idee più urgenti da divulgare.  Nelle scuole dei grandi, nelle fabbriche e nelle università si svolgeva una nuova Iliade, secondo il mio modo di vedere di allora. Infatti poi mi sono iscritta in quel liceo. E ho fatto molta politica, negli anni ‘70. E politica e cultura ci sembravano la stessa cosa. E avevamo messo uno striscione in palestra, durante un’occupazione della scuola, su cui c’era scritto “Cultura = interpretazione e trasformazione della realtà” E i nostri professori discutevano ore con noi, e li amavamo molto, altri li odiavamo ma con un certo rispetto, quasi cavalleresco. </p>
<p>Ricordo che nei primi anni ‘70 davanti all’Ottavo Liceo c’era sempre la polizia politica. Quando distribuivamo dei volantini loro erano i primi a volerne uno e dovevamo stare attenti a non dimenticare di scrivere in calce la formula di rito: cicl. in propr. (ciclostilato in proprio). Ma la polizia ci conosceva anche per nome e un giorno del ’72, dopo l’omicidio del commissario Calabresi, hanno convocato mio padre e, non avendo la cittadinanza italiana, siamo dovuti uscire dall’Italia fino all’ottenimento di un nuovo permesso di soggiorno. Per fortuna era già quasi il periodo delle vacanze e siamo andati per tre mesi da mio nonno a Ginevra. Lo stesso nonno che, come lo zio, qualche anno prima aveva detto di fronte alle foto delle barricate parigine del ’68 stampate sui giornali che tanto mi entusiasmavano (mi ricordavano la barricata di Victor Hugo nei Miserabili) “guarda quelli, sono tutti figli di papà, dovrebbero studiare e stare zitti!” Come stare zitti? Ma se era possibile cambiare tutto!  La prima cosa che ho fatto là, a Ginevra nel ’72, è stata naturalmente di prendere contatto con studenti “rivoluzionari” del liceo “Collège Calvin”. </p>
<p>Già alla scuola media avevo letto un libro consigliato da un amico dei miei che parlava della rivolta di Kronstadt del 1921. Il libro doveva essere di Ida Mett. Lo stesso amico, Giorgio T. che era anarchico, mi aveva anche consigliato L’uomo a una dimensione di Marcuse, e lo avevo preso in prestito alla Biblioteca del Parco. Naturalmente era troppo difficile e non riuscivo a seguirne i discorsi, ricordo la delusione quando ho dovuto restituirlo senza averlo letto fino in fondo. Ma gli anarchici mi erano molto simpatici. In prima liceo quindi avevo subito tentato di frequentarli, ma la loro disorganizzazione mi scoraggiava, così pure quella molto basata sul carisma dei simpatici compagni di Lotta Continua. Pensavo che una rivoluzione non potesse funzionare così, nel frattempo avevo letto Stato e rivoluzione, il Manifesto del partito comunista,  L’estremismo malattia infantile del comunismo ma anche Miseria della filosofia. L’estrema organizzazione del Movimento Studentesco della Statale  e il suo richiamo esplicito allo stalinismo mi spaventavano almeno altrettanto, e così diventai una simpatizzante di Avanguardia Operaia. Vendevo il settimanale Avanguardia Operaia davanti alla stazione della Bullona, alle manifestazioni, e naturalmente a scuola. Per un po’ avevo frequentato con due compagni di classe l’ ”Associazione Italia Cina” a Porta Venezia e avevo anche sognato di trasferirmi in Albania, paese amico della Cina di Mao. Ma non si poteva andarci col cane e così decisi di restare in Italia.  Scrivevo un giorno sì un giorno no un tadze-bao, scrivevo e ciclostilavo volantini in via Vetere con M. e con V. uno studente più grande che ci faceva da fratello maggiore e aveva vissuto il “vero 68”;  leggevo altri classici del marxismo e l’ABC del comunismo di N. I. Bucharin e E. A. Preobraženskij&#8230; con l’Unione Inquilini (1974), ma già il sogno si stava affievolendo, e mentre alcuni compagni che conoscevo pensarono che bisognava forzare la situazione e passare alla lotta armata, io diventavo sempre più femminista e con il mio ragazzo di allora pensammo di cambiare parzialmente la società facendo una piccola rivoluzione nostra, sperimentando un nuovo modo di vivere più giusto e più bello negli interstizi che la società capitalistica ci lasciava e abbiamo deciso di fare un bambino. Ed è nata a gennaio nel ’76 la nostra prima figlia, durante il primo anno di università. <img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" class="aligncenter size-medium wp-image-76332" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-300x213.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-768x546.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-1024x728.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-250x178.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-200x142.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975-160x114.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/kika-1975.jpg 1485w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
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		<title>Un solo paradiso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jun 2018 05:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[giorgio fontana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-74411 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana.jpg" alt="" width="250" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-214x300.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-200x280.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/05/fontana-160x224.jpg 160w" sizes="auto, (max-width: 250px) 100vw, 250px" />  di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><b>Giorgio Fontana, </b><i><b>Un solo paradiso</b></i><b>, Sellerio Editore, 2016, 194 pagine</b></p>
<p align="JUSTIFY">Il caso ha voluto che due vecchi amici si ritrovassero al tavolo di un bar che anni prima fu il rifugio di una compagnia di giovani pronti a superare la loro linea d&#8217;ombra ed entrare nel mondo da adulti.</p>
<p align="JUSTIFY">Il narratore, un fotografo da poco tornato in città, superati i primi imbarazzi (cosa si dice a chi non vedi da anni? Come si reagisce di fronte all&#8217;evidente sfacelo del tuo interlocutore?) ascolterà dapprima controvoglia il terribile racconto di Alessio &#8211; la sua perdita di dignità, il suo sprofondare nell&#8217;oblio dell&#8217;alcool &#8211; per poi ritrovarsi sempre più avvinghiato, persino affascinato dalla storia dell&#8217;amico. Diventando così il nostro testimone.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché Alessio, bicchiere dopo bicchiere, esporrà lucido e irredimibile la sua caduta nel baratro. Per amore. Perché infiniti possono essere gli inferni, ma il paradiso, quando credi d&#8217;averlo trovato, resta unico e irripetibile.</p>
<p align="JUSTIFY">A parlare è il fantasma del ragazzo che fu. Quello che conobbe Martina per caso, che condivise con lei l&#8217;amore per il jazz (e Giorgio Fontana riferisce con precisione maniacale i suoi gusti musicali), che passò notti di indimenticabile amore. Un sesso carnale, primordiale. E che poi conobbe l&#8217;inaspettato distacco, proprio quando tutto sembrava perfetto, una lieve incrinatura nella voce, una piccola bugia, la ferita del tradimento, la perdita del centro.</p>
<p align="JUSTIFY">Non a caso per l&#8217;intero romanzo, l&#8217;autore fa camminare il protagonista in una Milano livida, malinconica, straniata. Una città senza centro, fatta di infinite periferie, non necessariamente degradate, piene anzi di una poesia nascosta, ma incapaci di farsi casa per l&#8217;anima errante di Alessio, che come perduto nel buio non saprà mai oltrepassare la linea d&#8217;ombra, restandone imprigionato, vagando senza requie, inviluppato alla sua maledizione: amare, per una volta sola. Un solo paradiso.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su </em>Cooperazione<em> n° 47 del 22 novembre 2016</em>)</p>
<p align="JUSTIFY">
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